il vescovo: “Migranti pericolosi? anch’io diventerei cattivo se vivessi come loro”

 

 

 

Mons. Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento, presidente della commissione CEI per le migrazioni, così in un intervento a “Stanze Vaticane – Tgcom24” :

“Migranti pericolosi? Anch’io diventerei cattivo se vivessi come loro”

 

mons. Montenegro

 

 

 

 

 

 

Mons. Montenegro, stiamo vivendo in alcuni quartieri di Roma giornate di protesta contro gli immigrati. E’ giusto protestare per questi motivi?
“Io spero che non sia un qualcosa che nasconde in realtà dei problemi politici. Io credo che a Roma qualcuno ce l’abbia col sindaco Marino e ogni occasione diventa allora una buccia di banana per far scivolare lui. Una lettura onesta, non di parte, probabilmente sposterebbe un po’ l’obiettivo”.
Anche la Lega Nord è scesa in piazza a Roma insieme ai residenti contro gli immigrati… 

“Fa comodo, è una carta vincente per alcuni politici. Per loro ad esempio è importante per adesso cavalcare la storia dell’immigrazione. Ma questa è una battaglia tra poveri. Perché quelli della Lega o altri politici non dicono ‘andatevene’ anche ai calciatori di colore che scendono in campo? Alcuni tifosi protestano ma molti battono le mani se giocano bene. E perché non diciamo ‘andatevene tutti’? Con questa logica dovremmo mandare via ad esempio tutte le badanti che tengono i nostri bambini. Ma va a finire che il giocatore famoso rimane, per l’attore nero si va a pagare il biglietto per vedere il suo spettacolo, la badante rimane a casa perché si prende cura di mio padre e di mia madre che non sopporto più. Il nostro modo di vedere le cose distorce quello che è il quadro reale…”.

Ci sono stati scontri nei giorni scorsi tra rifugiati e residenti di Tor Sapienza che hanno attaccato il centro di accoglienza. I migranti ospiti della struttura sarebbero autori di furti, danneggiamenti, schiamazzi notturni, ecc…

 
“Si pensi a questi rifugiati, che devono stare nei centri in tutta Italia mesi e mesi, alcuni anche anni, prima di avere una risposta. Se io ad esempio fossi un migrante di 20/30 anni, che deve stare tutta la giornata senza far niente ad aspettare una risposta sul proprio futuro, dopo alcuni giorni m’incattivirei anche io!  Sono dei ‘ragazzoni’ che con i nostri ragazzi avrebbero voglia di fare qualcosa e non gli è permesso. In compenso sono costretti a stare dentro un centro d’accoglienza senza far niente per mesi, a guardare la strada e il cielo. E pretendiamo pure che diventino lindi e pinti? Questa sarebbe l’accoglienza?”.

E’ giusto che il Governo dia la social-card anche agli immigrati regolari?

“Quello dei migranti ormai viene chiamato ‘il sesto continente’ considerato il numero di persone che ne fa parte. Si vuol vivere senza tener conto di questa realtà? La social-card sono 40 euro al mese giusto perché si possa mangiare. E non è nemmeno un’invenzione di adesso ma di diversi anni fa. E ricordiamo che in Italia non arrivano solo morti di fame: vengono anche laureati e diplomati, ci sono ingegneri, medici, alcuni si sono messi in viaggio per salvarsi la pelle. E hanno delle professionalità che quando si permette loro di metterle in atto riescono a produrre e a dare qualcosa. Ci sono molti esempi nel nord Italia dove tanti immigrati riescono a realizzare cose dalle quali anche noi abbiamo da imparare”.

Il Papa qualche giorno fa parlando di emigrazione ha detto: “Non va vista come un problema da affrontare e risolvere, ma come un richiamo alla necessità di sradicare le ineguaglianze, le ingiustizie e le sopraffazioni”. E’ d’accordo?

“Ma certo! La migrazione è anche la possibilità di speranza. Quando due popoli s’incontrano, anche se uno è più ricco e l’altro è più povero, tutti e due mettono in comune ciò che è ricchezza per entrambi. Forse con queste migrazioni è montata l’idea dell’unica civiltà; ora però ci sono tante civiltà che si incontrano e bisogna tenerne conto. Integrazione è questa capacità di camminare verso il nuovo, di pensare a un nuovo modo di essere. Mentre prima eravamo chiusi in compartimento stagni, ora ci ritroviamo con altri che vengono a portarci le loro ricchezze e apprendere tutto ciò di buono che noi abbiamo e mettiamo a disposizione per loro”.

Ha avuto modo di parlare con il Papa?

L’ho salutato per qualche minuto come hanno fatto tutti gli altri partecipanti all’udienza per il settimo Congresso Mondiale  della Pastorale dei Migranti. Mi ha riconosciuto come Arcivescovo di Agrigento e quindi gli ho chiesto una benedizione speciale per la Diocesi e per la città…

A proposito di Agrigento e Lampedusa, oggi viviamo anche il rischio che tra i migranti che arrivano sui barconi dal nord Africa ci siano anche infiltrati dell’ISIS…
Questo è possibile, il mondo è sempre un miscuglio di bene e di male. Bisogna esser capaci di fare dei buoni controlli e di saper filtrare. Quando son partiti i nostri migranti italiani verso l’America o altri Paesi, noi abbiamo esportato i mafiosi. E’ stato un rischio anche allora. Non possiamo vivere come se fossimo in una bolla di sapone come dice Papa Francesco. Forse dovremmo essere meno colonizzatori e cercare di investire in quelle terre pensando anche al bene di quella gente e non soltanto ai nostri interessi. Perché se oggi c’è migrazione, il male non è la migrazione, la migrazione è solo un sintomo, il male più grande è l’ingiustizia. I migranti denunciano un’ingiustizia che esiste. Non possiamo pensare che tutto si risolva accomodando sempre le cose”.

Intanto “Mare Nostrum” è stato sostituito dall’operazione europea “Triton”. E’ stata una buona mossa?

“Bisogna vedere com’è impostato Triton. Il rischio è che vogliano fare muro per difendersi. Ma che futuro c’è se ci si difende e non ci si siede a mensa tutti quanti? Non credo che salveremo l’umanità alzando muri! Ormai l’umanità sta prendendo una velocità diversa. Purtroppo il cuore dell’Europa è la finanza, non l’uomo. Se si parla di soldi forse ci intendiamo, se si parla di uomini c’intendiamo un po’ meno. La Germania sta portando avanti una politica molto più intelligente dell’Italia perché la gente emigra ed invecchia e loro accolgono migranti che possano coprire quei vuoti che ci saranno in futuro. Cosa che noi non stiamo facendo”.

Che tipo di politica servirebbe quindi?

“Serve una politica che diventi accoglienza, che diventi possibilità di spostamenti, che non crei paura, che permetta a tutti di vivere, anche perché la Costituzione dice che ogni uomo che rischia di restare senza patria ha il diritto di essere accolto. E’ la Costituzione che ce lo chiede”.

E la Chiesa che ruolo deve avere?

“La Chiesa non può non schierarsi se non dalla parte dei poveri. E quindi per il problema degli immigrati, perché ogni uomo, per noi credenti, ha la stessa dignità. Se vogliamo girarci dalla parte di Dio dobbiamo farlo anche dalla parte dei poveri e quindi in questo caso anche dei migranti”.

(intervista rilasciata a Fabio MRagona)

il vangelo della domenica

 


VEGLIATE: NON SAPETE QUANDO IL PADRONE DI CASA RITORNERA’

 

 
Mc 13,33-37
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare.
Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati.
Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».
commento al Vangelo della I DOMENICA AVVENTO ( 30 novembre  2014)di p. Alberto Maggi
p. Maggi
Il capitolo 13 del vangelo di Marco è indubbiamente il più difficile e complesso di tutto il suo vangelo. Ne è cosciente lo stesso evangelista che proprio al versetto 14 scrive “che il lettore comprenda”, perché sa che sta dicendo qualcosa di molto complesso.
A complicare il quadro ci sono le scelte incomprensibili dei liturgisti che, per esempio, nel brano di oggi mutilano il versetto iniziale, quello che aiuta nella comprensione di tutto il brano. Pertanto leggiamo il capitolo 13 del vangelo di Marco, ma iniziamo dal versetto 32, che è stato omesso dai liturgisti.
Gesù, dopo aver parlato della fine di Gerusalemme e della fine di tutti i poteri che schiacciano e umiliano l’uomo, e per questo si richiede la collaborazione dei discepoli, annunzia la fine individuale di ogni suo discepolo.
E dice, “Quanto però a quel giorno e a quell’ora nessuno lo sa, né gli angeli del cielo, né il Figlio, eccetto il Padre”. L’espressione “quel giorno” finora nel vangelo di Marco appare tre volte e sempre in relazione alla morte ed esaltazione di Gesù, cioè alla vittoria di Gesù sulla morte. Questa volta invece è applicataai discepoli per far comprendere che anche la morte dei discepoli non sarà una fine, ma un inizio, non una sconfitta, ma una vittoria.
Ebbene Gesù dice “non vi preoccupate perché il Padre lo sa”. Questo sapere non è un semplice conoscere, ma un sapere per operare. Nel momento della propria fine, anche se drammatica e traumatica come quella di Gesù, ci sarà il Padre che verrà in aiuto ai suoi.
Quindi è un brano che invita alla piena fiducia, a non preoccuparsi. Non è importante conoscere il momento della propria fine, ma sapere che quel momento è nelle mani del Padre. Quindi il messaggio di Gesù è pienamente positivo ed è un invito alla piena fiducia. Detto questo Gesù, con due imperativi dice: “Fate attenzione, vigilate”. Vigilare significa rinunciare a dormire. Il sonno nei Vangeli è l’immagine della rinuncia all’attività. Quindi l’invito è a restare in attività, perché anche se sapete che la vostra fine è nelle mani del Padre, spetta a voi collaborare con un’attività fedele al messaggio della buona notizia.
E poi Gesù dà questa immagine. “E’ come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato …” E qui la traduzione che abbiamo è “dato il potere ai suoi servi”, ma in realtà è “data la sua stessa autorità ai suoi servi”, il termine greco è molto enfatico. Qui il padrone, il signore della casa è Gesù dopo la morte. Gesù non ha servi, lui l’ha detto chiaramente in questo vangelo “Non sono venuto per essere servito, ma per servire”.
Si tratta dei servi della comunità, cioè gli uni a servizio degli altri. Ebbene Gesù, a coloro che mettono la propria vita a servizio degli altri, concede la sua stessa autorità. Cos’è l’autorità? L’autorità nel vangelo di Marco è la capacità di esercitare una funzione divina con la quale si comunica vita.
Attraverso il dono dello Spirito Gesù comunica questa sua autorità, questo Spirito anche ai suoi discepoli. “A ciascuno il suo compito e ha comandato …”, il verbo comandar appare una sola volta in questo Vangelo, riferito ai comandamenti di Mosè, qui invece c’è il comandamento di Gesù. E’ la nuova relazione con Dio, che non è più impostata sulle leggi di Mosè, ma sull’accoglienza del suo amore.
E il comandamento qual è? Il comandamento lo dà il portiere, che in quella cultura era colui che era responsabile della sicurezza di coloro che stavano dietro. E’ una figura collettiva che riguarda l’impegno di tutta la comunità. “… e ha comandato al portiere di vegliare”.  Il verbo “vegliare” verrà ripetuto tre volte e sappiamo che il numero tre significa quello che è completo, quindi una stretta vigilanza.
Gesù invita i componenti della sua comunità ad esercitare una funzione permanente di servizio che li renda riconoscibili. Non un servizio una volta ogni tanto, ma un servizio che sia il distintivo della comunità. Se c’è questo la fine non deve preoccupare perché il Padre viene in soccorso.
E Gesù continua: “Vigilate dunque: voi non sapete quando il signore della casa…” questo signore della casa è contrapposto al signore della vigna di cui Gesù aveva parlato, dove la vigna era l’immagine di Israele. Ebbene ora non c’è più la vigna, immagine di Israele, ma c’è la casa, immagine di familiarità, di umanità, perché il messaggio di Gesù non è più limitato a un popolo, a una nazione, a una religione, ma è un messaggio universale, e la casa è un’immagine che tutta l’umanità può comprendere.

E poi qui Gesù divide la notte in quattro parti (la sera, mezzanotte, il canto del gallo e il mattino), secondo l’uso romano e non tre secondo l’uso ebraico, per far comprendere che questo messaggio non è più limitato a questa nazione, ma si estende in tutta l’umanità. E’ un messaggio valido per gli uomini di ogni condizione e di ogni latitudine.
E di nuovo l’avviso di Gesù: “Fate in modo che, giungendo all’improvviso… ” – all’improvviso significa un’irruzione che non lascia tempo di cambiare atteggiamento – “.. non vi trovi addormentati” come purtroppo li troverà al momento della cattura nel Getsemani, quando questi discepoli saranno addormentati, incapaci di dare adesione a Gesù nel momento più importante della sua esistenza.
E la conclusione: “Quello che dico a voi lo dico a tutti”, Quel messaggio che Gesù ha lasciato ai suoi discepoli è un messaggio per tutta l’umanità. Il servizio, come distintivo che rende riconoscibile la persona, il discepolo, in maniera permanente, abituale e distinguibile, è quello che permette al Padre di occuparsi dei suoi quando sarà il momento della fine.

il commento vocale di p. Maggi

VEGLIATE:
NON SAPETE QUANDO IL PADRONE DI CASA RITORNERA’


commento al Vangelo di p. José María CASTILLO

Castillo

. L’Avvento è il tempo (4 settimane) che dedichiamo alla preparazione del Natale, il giorno nel quale si ricorda che Dio, in Gesù, si è fatto presente  nella storia. Preparare il Natale è, prima di tutto, aspettare la venuta di Gesù per accoglierlo nelle nostre vite. Il Natale si riproduce e si ripete
tutti i giorni. Perché tutti i giorni Gesù si fa presente nella nostra storia, nella vita di ognuno di noi, in quello che facciamo ed in quello che tralasciamo  di fare. Gesù si fa presente nella bontà, nell’amicizia, nella sincerità, nell’onestà, nel bene che facciamo e nella felicità che comunichiamo per contagio  a coloro che si sentono male, tristi e bisognosi. Così Gesù entra nella storia di ogni persona e nella storia della società e della Chiesa.
2. Ma questo vangelo ci dice qualcosa di molto più forte. L’appello alla vigilanza, che qui ci ricorda Gesù, è la conclusione del discorso che, secondo  Marco, Gesù ha pronunciato prima della sua morte. In questo discorso Gesù ha annunciato due cose: 1) la distruzione totale del Tempio (Mc 13,1-2); 2) la  caduta del sole, della luna e delle stelle (Mc 13, 24-25) che indicano, secondo i profeti (Is 13,34; Ger 4, 20-23; Ez 32,7, etc.), la  fine elenco  rovina dei grandi imperi, dei poteri oppressori dell’umanità. Così il vangelo ci dice che la bontà, l’onestà, l’umanità e l’umiltà, tutto questo ha una
forza così grande che è più potente della religione e della politica. Ci lamentiamo di come va male la Chiesa e del male che fanno i politici. La nostra  bontà senza limiti è la forza che può mettere fine a tutto questa marciume. La cosa importante è che siamo convinti di questo.
3. Preparare il Natale è prima di tutto intensificare la nostra onestà, la nostra umanità, la nostra integrità e la nostra sensibilità davanti alla sofferenza  altrui. Ma per questo abbiamo bisogno di pregare, di rivolgerci a Gesù senza stancarci mai. Solo così saremo vigilanti aspettando il continuo avvento di  Gesù nella storia delle nostre vite e delle vite di tutti.

“fare dei rom cibo per maiali” e “termovalorizzare i rom”: risate indecenti al programma radiofonico ‘la Zanzara’

 

Zanzara shock:  Fare dei rom cibo per maiali

Alla trasmissione di Radio 24 si dà spazio alle tesi che invitano a  termovalorizzare i rom  e allo  sterminio completo degli zingari, donne, uomini e bambini  e citano le intuizioni in materia di Adolf Hitler. Esagerato? Ma no, secondo il conduttore Cruciani  uno può dire quello che vuole 

 

Cruciani

  • Sintonizzandosi sulla trasmissione di punta della radio di Confindustria, si possono ascoltare inviti allo sterminio dei rom, con tanto di citazioni dell’illustre predecessore Adolf Hitler.

Il sindaco leghista di Concamarise, Cristiano Zuliani, commentando l’invito della Presidente del Parlamento Boldrini a «valorizzare i rom», scrive su Facebook: «La ga rason… i rom i va termovalorizzati…». Per l’autore si tratta «di un profilo ironico», per i conduttori della Zanzara un’occasione da non farsi sfuggire. Ieri, 20 novembre, Cruciani e Parenzo l’hanno subito chiamato e, tra i racconti della gesta del nonno in camicia nera, hanno dato ampio risalto alle sue tesi.Del resto, alla trasmissione di Radio 24 le sparate scorrette vanno alla grande. Solo l’altro ieri Cruciani definiva «noiose» le parole della presidente della Camera Laura Boldrini contro il sessismo e la violenza sulle donne, precisando che bisogna «smetterla con questi discorsi», «evviva le donne nude in pubblicità», concludeva il conduttore della Zanzara. «Diciamolo: un bel c…. di donna fa vendere il prodotto» (naturalmente, non volendo usare il linguaggio di Cruciani facciamo fatica a citarne anche solo una frase, perché nella sua trasmissione il turpiloquio è elevato a sistema).Il peggio però era andato in onda mercoledì 12 dicembre, quando i due noti giornalisti hanno ospitato le tesi genocidarie sui rom, nella sostanziale indifferenza generale. Tal Giorgio da Genova telefona al conduttore Cruciani, che conosce il contenuto del suo intervento e assapora lo scoop, iniziando ad auspicare «lo sterminio completo degli zingari, donne, uomini e bambini». Alla domanda interessata del giornalista «se veramente vuol fare dei rom mangime per gli animali», risponde come si organizzerebbe: «Un campo di concentramento, un autocompattatore, da una parte entrano zingari, dall’altra esce mangime per maiali».In realtà, Cruciani non ha fatto alcuno scoop, l’idea non è così originale. E infatti, nei suoi cinque minuti di gloria concessagli da Radio 24, Giorgio da Genova spiega l’illustre riferimento teorico: «Il Mein Kampf se non sbaglio, dice: un animale se lo addestri cambia, uno zingaro non cambia». Adolf Hitler dixit, insomma.Bastava interrompere il collegamento telefonico – anzi, non dargli proprio spazio, dato che il contenuto era ben noto – e invece, a questo punto, va in onda uno scambio di battute tra i due conduttori con un’abile e furba modalità di prendere le distanze, continuando a far parlare il tal Giorgio e fregandosi le mani per l’audience presumibilmente in crescita.Nel gioco delle parti tra i due giornalisti, Parenzo interpreta quella dello “scandalizzato”, mentre il collega fa “il paladino della libertà d’espressione”. Solo presunta libertà d’espressione, essendo più nel campo dell’apologia di genocidio e dell’incitamento pubblico all’odio razziale. Spiega Cruciani: «Uno può dire quello che vuole».È una tesi che fa più male dei riferimenti al Mein Kampf di Hitler e che dimostra come l’Italia non abbia fatto ancora i conti con quella pagina della sua storia in cui, durante il regime fascista, famiglie rom e sinti subivano il rastrellamento – l’ospite di Cruciani e Parenzo direbbe «completo: donne, uomini e bambini» – e l’internamento in campi di concentramento in località italiane (Boiano, Prignano, Gonars, Agnone, Pedasdefogu…) rimosse dalla nostra memoria nazionale.Da qui erano inviati ad Auschwitz e nei lager nazisti, dove venivano mandati al lavoro forzato, poi gasati e passati nei forni crematori. Rita Prigmore, sinta tedesca sopravvissuta agli esperimenti nazisti del dottor Mengele ad Auschwitz, ha raccontato come morì bambina sua sorella gemella Rolanda: «I medici le avevano fatto delle iniezioni di inchiostro negli occhi per tentare di cambiarle colore».Furono tra 500 mila e il milione i rom e sinti uccisi dal piano genocidario nazifascista, proprio secondo le tesi ospitate da Radio 24 e rilanciate da Cruciani con rivendicazione vanitosa e compiaciuta del “politicamente scorretto”.Il tutto veniva trasmesso da Milano, nelle stesse ore in cui i fiumi della città esondavano e, ancora una volta, i rom erano tra coloro che pagavano il conto più salato. Il Lambro straripava e travolgeva tutti gli averi di alcune famiglie che avevano costruito le loro baracche sul greto del fiume. Ma la radio di Confindustria non se ne accorgeva, faceva più notizia (e audience) discettare di come trasformare i rom in cibo per animali.Davvero si “può dire quel che si vuole”? Se così fosse, ha ancora un senso che nel giornalismo si parli di deontologia professionale? E ancora, l’Ordine dei giornalisti non ha nulla da dire? Merita ricordare che i responsabili dell’emittente ruandese “Radio Mille Colline”, che durante il genocidio del 1994 incitavano ad andare fino in fondo con lo sterminio, sono stati condannati dal Tribunale speciale internazionale per il Ruanda a una decina d’anni di carcere. In Italia è reato incitare all’odio e propagandare xenofobia e razzismo?

il vangelo della domenica

SIEDERÀ SUL TRONO DELLA SUA GLORIA E SEPARERÀ GLI UNI DAGLI ALTRI

Mt 25,31

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:  «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra.
Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”.
Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”.
Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”.  E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».

p. Maggi il commento di p. Maggi:

Nel vangelo di Matteo che commentiamo, cap. 25, versetti 31-46, viene riportato l’ultimo importante insegnamento di Gesù. Per questo insegnamento Gesù si rifà ad un’immagine conosciuta nel mondo ebraico e la troviamo nel Talmud dove si legge che nell’aldidà il Santo, che benedetto sia, prenderà un rotolo della Torah, la Legge, se lo poserà tra i ginocchi e dirà: “Chi se ne è occupato venga e riceverà la sua ricompensa”.
Ebbene Gesù prende come modello questa descrizione, ma ne cambia i contenuti. Quello che determina la realizzazione dell’individuo non è il rapporto che avrà avuto con la legge, con Dio, ma la relazione, il rapporto che avrà avuto con le altre persone. Perché questo? Con Gesù, Dio – come descrive Matteo all’inizio del suo vangelo – è il Dio con noi. Allora con Gesù la direzione dell’umanità non è più verso Dio, ma con Dio e come Dio verso gli uomini.
Il Dio di Gesù non chiederà mai se si è creduto in lui, ma se si è amato come lui.
Vediamo allora l’insegnamento di Gesù. Gesù si presenta come il figlio dell’Uomo che appare nella sua gloria, e divide i popoli pagani. Non è un giudizio universale. Israele è già stata giudicata in questo vangelo, è il giudizio di quanti non hanno conosciuto Dio.
Ebbene, come il pastore separa le pecore dalle capre dividerà le persone. Così come il contadino distingue i frutti buoni dai frutti fradici, come il pescatore in questo vangelo ha saputo distinguere i pesci buoni e scartare quelli marci, così il Signore riconosce subito chi ha orientato la propria vita per il bene degli altri.
Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti dal Padre mio”, li benedice perché sono quelli che hanno realizzato il progetto di Dio sull’umanità. E poi elenca sei azioni di bisogno, di sofferenza, di necessità da parte dell’umanità con le risposte che sono state date.
Di queste sei azioni nulla riguarda l’atteggiamento verso la religione, nulla riguarda il comportamento verso Dio, ma quello avuto nei confronti dei bisogni dei bisognosi dell’umanità. Quello che consente la vita eterna non è quindi il comportamento religioso, ma un comportamento umano.
Quello che distacca in queste sei situazioni è il carcerato. “Ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. A quel tempo il carcerato non suscitava la compassione, non suscitava pietà, ma soltanto disprezzo. Andare a trovare un carcerato significava anche alimentarlo, visto che i carcerieri certo non provvedevano alla sua alimentazione. La sorpresa di queste persone alle quali Gesù ha detto che hanno fatto tutte queste cose a lui … “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, ecc”.
Ebbene la risposta di Gesù: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli …” Chi sono i fratelli più piccoli? Sono gli invisibili della società, sono i bisognosi, gli emarginati, gli esclusi. Ebbene Gesù lo considera fatto a lui. Questo non significa che bisogna amare gli altri per Gesù, ma amarli con Gesù e come Gesù.
E poi ecco il rovescio della medaglia. Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti …” E’ importante sottolineare questo. Mentre prima Gesù ai giusti li ha chiamati 
“benedetti dal Padre mio” qui li dichiara “maledetti”, ma non dal Padre suo; Dio non maledice, Dio è soltanto benedizioni. Questa maledizione – è l’unica volta in cui appare nel vangelo – richiama la prima maledizione presente nella Bibbia, nel libro del Genesi, scagliata su Caino che ha assassinato il proprio fratello.
Allora Gesù è molto severo. Non offrire aiuto, non rispondere agli elementari bisogni, alle sofferenze, alle necessità degli altri, equivale a un omicidio. Sono maledetti non da Dio, ma il loro egoismo, la loro chiusura ai bisogni degli altri, li ha come maledetti. Chiunque si chiude alla vita si maledice.
“Maledetti, nel fuoco eterno”, il fuoco eterno significa quello che distrugge tutto, “preparato per il diavolo”. E’ l’ultima volta in questo vangelo che compare il diavolo nella sua distruzione finale, significa la sua sconfitta definitiva perché va a finire nel fuoco eterno che ha l’immagine di quello che distrugge tutto, “e i suoi angeli”, cioè i suoi emissari, quelli che si sono fatti strumenti di morte. Queste persone Gesù non le rimprovera per aver fatto qualcosa di male, ma sono diventati strumenti di morte perché non hanno fatto il bene in occasioni di necessità, in occasioni di sopravvivenza.
Anche questi rispondono – e lo fanno riassumendo tutte le situazioni di disagio dell’umanità, la fame, la sete, ma è interessante il finale “e non ti abbiamo servito?” che i giusti non lo dicono. Loro ovviamente credono di aver servito il Signore, di averlo servito nella liturgia, nel culto, non hanno compreso che con Gesù Dio non chiede di essere servito, ma lui che è Dio si mette a servizio degli uomini perché gli uomini con lui e come lui si mettano a servizio degli altri.
Ed ecco la sentenza di Gesù: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. Quindi, ancora una volta, quello che determina la riuscita nella vita e il comportamento della persona non è il rapporto avuto con Dio, ma il rapporto avuto con gli altri. Quando ci si chiude agli altri ci si chiude a Dio.
E se ne andranno questi al supplizio eterno, questa è un’immagine tratta dal libro del profeta Daniele, capitolo 12, versetto 2, che significa il fallimento definitivo della propria vita. Il termine tradotto con “supplizio” in greco significa “mutilare”. La punizione quindi non è dovuta al Padre, ma sono essi stessi che si sono puniti in quanto la loro è una vita mutilata, una vita che non è giunta alla pienezza.
Quindi non è un castigo, ma il fallimento totale, quello che nell’Apocalisse verrà definito “morte seconda”. Ma il vangelo termina con un’immagine positiva, “I giusti invece alla vita eterna”. Quanti hanno vissuto facendo del bene, comunicando vita a chi ne aveva bisogno, questi hanno realizzato la propria esistenza e soprattutto realizzato il progetto di Dio sull’umanità.

CRISTO, RE DELL’UNIVERSO

   il commento di p. Agostino:p. agostino

La Regalità di Gesù’ ha come orizzonte, non la forza, il controllo, la minaccia, ma ciò che ci appare fragile, inutile. La si misura dallo spazio concesso al povero: “dall’affamato, dallo straniero accolto, dal malato e dal carcerato che abbiamo visitato”. I poveri sono la porta d’ingresso principale di questo Regno. Non ci verrà chiesto se siamo stati fedeli a delle prescrizioni morali, se abbiamo rispettato i precetti liturgici, quanti pellegrinaggi fatti a Lourdes o Medijugore.. No, di tutto questo.   

I cittadini di Tor Speranza che hanno cacciato quei poveri ragazzi, colpevoli di essere stranieri a casa nostra, questa domenica hanno diritto di partecipare alla Messa? Coloro che dichiarano apertamente di non essere razzisti, ma che vorrebbero tutti i Rom dentro i forni crematori, come potranno accostarsi tranquillamente all’altare per ricevere l’Eucarestia? Hanno forse più diritto loro di ricevere la comunione, rispetto a un divorziato/a o a dei conviventi, ma capaci di porsi al fianco dei poveri nello stile del Vangelo?   

La Regalità di Gesù’ la riconosciamo guardando il volto del povero, del malato, dell’escluso, dello straniero. Perché è attraverso i loro occhi Dio guarda il mondo e l’intero universo. Il tempo dato al povero è sacro, in un certo senso consacra anche la nostra esistenza, anche senza saperlo “assomigliamo” a Dio: ” Quando Signore ti abbiamo visto affamato..?”

Ecco la regalità di Cristo, ha i volti dell’escluso ed e’ una regalità che ci da noia e che sgomberiamo volentieri in nome della sicurezza, come sta avvenendo in questi giorni anche qui a Pisa. Siamo sempre più affascinati dai lineamenti del vincitore, del suo luccichio, del profumo di incenso, perché convinti che l’ odore del povero, del Rom, del migrante, del disgraziato non può rendere gloria a Dio. Sarebbe una bestemmia per tanti cristiani e bravi sacerdoti.

Ed e’ un atteggiamento che hanno non solo i preti, i vescovi, ma anche i fedeli. Un modo di comportarsi che porta a dire: Ma noi siamo quelli che stanno con Signore. E da tanto guardare al Signore, finisce che non guardiamo le necessità del Signore, non guardiamo al Signore che ha fame, che ha sete, che e’ in prigione, che e’ in ospedale. In pratica non guardiamo il Signore nell’emarginato e questo e’ un clima che fa tanto male.” (papa Francesco, 17 nov. 2014)   

Ma mi chiedo come l’attenzione al povero, può essere anche una garanzia di salvezza fin da ora, non solo riservata al momento del nostro definitivo incontro con Dio?

Ti ringrazio o Padre, perché hai tenuto nascoste queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli.”  Le cose che i poveri (affamati, malati, carcerati, stranieri..) rivelano, ieri come oggi è che attraverso la loro esistenza fragile ci svelano la profezia di Dio. Le nostre vite cambiano non tanto perché facciamo qualche elemosina qua e là, ma perché loro sono la fonte del nostro cambiamento. E’ un Dio che ci umanizza attraverso la debolezza.

E’ una Regalità a portata di mano di tutti: “ L’affamato è lì, all’angolo della strada, e chiede diritto di cittadinanza.”  

 

Campo Rom dio Coltano (PI)  –  21 Novembre 2014

 

“mons. Romero verrà beatificato il prossimo anno”: parola di papa Francesco

 

sarà beato nel 2015 l’arcivescovo martire di San Salvador. La notizia l’ha data il teologo salvadoregno Sobrino in una nota che dice però anche molto di più..

 

 

Sta facendo il giro del mondo la notizia secondo cui Papa Francesco avrebbe detto all’arcivescovo di San Salvador che mons. Oscar Arnulfo Romero, ucciso dagli squadroni della morte del Salvador nel 1980, sarà proclamato beato nel 2015. A raccontarlo in questa nota pubblicata sul sito dell’Uca, l’Università Cattolica del Salvador, è il teologo gesuita Jon Sobrino, l’unico scampato alla strage nella quale nel 1989 – dopo l’arcivescovo del pueblo – vennero uccisi anche i sei confratelli che guidavano quell’ateneo. Nella sua nota Sobrino non dà, però, solo l’anticipazione di una data: dice anche molto sul senso di questa beatificazione per la gente del Salvador..

 

Ci ha dato la notizia in maniera inaspettata. Nell’incontro con il clero del 4 novembre, monsignor José Luis Escobar ha raccontato che, nella sua stanza a Roma, Papa Francesco gli ha detto che monsignor Oscar Romero sarà beatificato l’anno prossimo. L’arcivescovo non ha rivelato dettagli sulla data e sul luogo. Ma la notizia ci ha lo stesso riempito di gioia.

I due papi precedenti, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, ne avevano parlato, sì, però non con molta convinzione e risolutezza. Traspariva il timore di urtare i potenti: «Tuttavia non è ancora il momento opportuno…». Il linguaggio del Vaticano era ambiguo e poco entusiasmante.

Con papa Francesco è cambiato tutto. Già da un anno aveva detto che la causa di monsignore era ferma, ma che senza dubbio sarebbe avanzata. Più che ferma penso che fosse bloccata da molti interessi che non hanno niente a che vedere con Gesù di Nazaret.

L’abbiamo detto tante volte: la gioia e l’esultanza della gente per questa notizia è certa. Però è bene mantenere un piccolo timore e un dubbio: che cosa dirà il processo di canonizzazione di monsignor Romero? Uomo santo ed eroico nelle virtù lo fu in sommo grado. Però fu anche qualcosa di più, come disse Ignacio Ellacuria alla messa funebre qui all’Uca, subito dopo l’assassinio dell’arcivescovo: «Con monsignor Romero, Dio ha visitato il Salvador».

In quegli stessi giorni don Pedro Casaldáliga ha scritto il poema San Romero de América, pastore e martire nostro. E spontaneamente la gente lo ha chiamato «santo». Il culto della gente, popolare, è stato un fenomeno di massa, anche se non sarebbe stato ancora permesso durante il processo di beatificazione.

Speriamo, allora, in quest’anno che viene. Nel 2015 non ci saranno né i Mondiali né le Olimpiadi. Non si lotterà gli uni contro gli altri per vincere. Poco o tanto vinceremo tutti, con la sola eccezioni di alcuni incorreggibili. Non ci vorranno milioni per nascondere la povertà, la violenza e le sofferenze. Ci saranno pupusas e tamales (due piatti tipici dei poveri del Salvador ndr).

Nel 2015 vincerà la bambina di un villaggio dello Zimbabwe che, quando nel 2007 le ho raccontato che venivo dal Salvador, mi ha detto subito: «Un vescovo». Il giorno dopo, sempre nello Zimbabwe, ho salutato Desmond Tutu. Gli ho detto che venivo dal Salvador e lui mi ha risposto: «La terra di Romero! Quanto lo abbiamo ricordato al tempo della guerra!». E così tantissime altre storie che tutti i libri del mondo non sarebbero in grado di contenere.

Sì, il mio timore che beatifichino un monsignor Romero annacquato è sparito. Oggi ormai è difficile manipolarlo. E ho una preghiera: «San Romero d’America, intercedi per tutti i poveri del mondo. Ed intercedi per questo popolo salvadoregno, che è il tuo».

Jon Sobrino

il problema di Dio nell’ultimo libro di Veronesi

Umberto Veronesi: “Dopo Auschwitz, il cancro è la prova che Dio non esiste”

Il suo libro: “Il mestiere di uomo”
VERONESI

 nel suo ultimo libro U. Veronesi ha suscitato un vivace dibattito circa il suo ateismo motivato a partire dall’esperienza del dolore e, per lui oncologo di fama, dal cancro vera e propria “prova della non esistenza di Dio”
di seguito alcune sue riflessioni contenute nel suo libro e un tentativo di risposta da parte di don Antonelli e del teologo V. Mancuso:
“Allo stesso modo di Auschwitz, per me il cancro è diventato la prova della non esistenza di Dio”

Umberto Veronesi racconta il suo progressivo allontanamento dalla fede. Quella in Dio, non nella vita. Perché di fronte all’esperienza fisica – e non più metafisica del dolore – ogni fiducia in un essere soprannaturale viene meno, e l’uomo riscopre la sua finitezza da cui nessun ente superiore lo può salvare. Nessun Dio può riscattare l’uomo dalla sua sofferenza, nessuna verità rivelata può lenire il dolore di due genitori che perdono un figlio malato di tumore.

Dall’infanzia da “inappuntabile chierichetto” e “paggetto”, all’amicizia con padre Giovanni che gli fece capire che esiste anche una carità laica, il famoso oncologo ripercorre le tappe della sua meditazione sulla vita e sul dolore.
Umberto Veronesi, oggi direttore scientifico dell’Istituto europeo di oncologia, nel suo libro “Il mestiere di uomo” (Einaudi, in uscita domani) racconta come nel corso degli anni sia maturato il suo agnosticismo che non perde la fede nella vita. Repubblica ne pubblica alcuni estratti.

“Non saprei dire qual è stato il mio primo giorno senza Dio. Sicuramente dopo l’esperienza della guerra non misi mai più piede in una chiesa, ma il tramonto della fede era iniziato molto prima. Durante il liceo fui bocciato due volte, ero un discolo in senso letterale: non andavo bene a scuola. Di fatto sono sempre stato anticonformista, ribelle ai luoghi comuni e alle convenzioni accettate acriticamente, e questa mia natura mal si conciliava con l’integralismo della dottrina cattolica che era stata il fondamento della mia educazione di bambino”.

A incrinare ulteriormente il rapporto di Veronesi con la fede fu la guerra:

A diciotto anni non volevo andare a combattere, ma finii in una retata e mi ritrovai con indosso un’uniforme che non aveva per me alcun valore e fui ben armato per uccidere altri ragazzi, in tutto e per tutto uguali a me salvo per il fatto che indossavano una divisa diversa.
Oltre alle stragi dei combattimenti, ho toccato con mano anche la follia del nazismo e non ho potuto non chiedermi, come fece Hannah Arendt prima e Benedetto XVI molti anni dopo: “Dov’era Dio ad Auschwitz?”.
La scelta di fare il medico è profondamente legata in me alla ricerca dell’origine di quel male che il concetto di Dio non poteva spiegare. Da principio volevo fare lo psichiatra per capire in quale punto della mente nascesse la follia gratuita che poteva causare gli orrori di cui ero stato testimone. Avvicinandomi alla medicina, però, incappai in un male ancora più inspiegabile della guerra, il cancro”.

 
Per Veronesi, così come per tutti i medici impegnati nella cura dei tumori, il dolore smette di essere qualcosa di intangibile e assume una forma, un contorno, un’identità. È a quel punto che

“diventa molto difficile identificarlo come una manifestazione del volere di Dio. Ho pensato spesso che il chirurgo, e soprattutto il chirurgo oncologo, abbia in effetti un rapporto speciale con il male. Il bisturi che affonda nel corpo di un uomo o di una donna lo ritiene lontano dalla metafisica del dolore. In sala operatoria, quando il paziente si addormenta, è a te che affida la sua vita. L’ultimo sguardo di paura o di fiducia è per te. E tu, chirurgo, non puoi pensare che un angelo custode guidi la tua mano quando incidi e inizi l’operazione, quando in pochi istanti devo decidere cosa fare, quando asportare, come fermare un’emorragia.”    

Ed è allora che l’uomo scopre di essere uomo, si rende conto che non c’è nessuna entità sovrannaturale a benedire il suo operato, che

“ci sei solo tu in quei momenti, solo con la tua capacità, la tua concentrazione, la tua lucidità, la tua esperienza, i tuoi studi, il tuo amore (o anche la tua carità come la chiamava don Giovanni) per la persona malata. Allo stesso modo di Auschwitz, per me il cancro è diventato la prova della non esistenza di Dio. Come puoi credere nella Provvidenza o nell’amore divino quando vedi un bambino invaso da cellule maligne che lo consumano giorno dopo giorno davanti ai tuoi occhi? Ci sono parole in qualche libro sacro del mondo, ci sono verità rivelate, che possano lenire il dolore dei suoi genitori? Io credo di no, e preferisco il silenzio, o il sussurro del “non so”.

la risposta di d, parroco ad Antrosano, alle considerazioni di U. Veronesi nel suo libro: ‘il mestiere di uomo’
Don Aldo Antonelli Headshot

la protesta della ‘fondazione romani’ per i pregiudizi contro i rom nei mezzi di informazione

rom

Dopo aver assistito increduli a numerose trasmissioni televisive che fornivano pregiudiziali informazioni su tutta la popolazione romanì, la Fondazione romanì Italia ha inoltrato proteste ad alcune istituzioni delegate al rispetto del diritto di replica per la generalizzata assenza di professionisti rom nelle trasmissioni televisive e radiofoniche.

Abbiamo chiesto con urgenza incontri istituzionali e spazi televisivi di confronto per replicare alle false informazioni diffuse. Qualora le nostre richieste non vengono accolte attiveremo democratiche iniziative pubbliche di forte protesta.

Numerosi programmi televisivi e radiofonici quando si occupano del tema rom hanno la consuetudine di non invitare al confronto professionisti rom, e quindi diffondono informazioni ricche di stereotipi e pregiudizi che producono una esplosione di istigazione all’odio razziale verso i rom e di violenza verbale, contraddistinte dalla fierezza dell’ignoranza e dall’arroganza del potere.

Queste trasmissioni quando non sono bilanciate da un sano confronto democratico producono solo istigazione all’odio razziale verso diverse decine di migliaia di persone rom, onesti e laboriosi cittadini Italiani che hanno contribuito alla conquista della libertà e della democrazia.

Oggi siamo arrabbiati con le televisioni per la vergognosa disinformazione e l’istigazione all’odio razziale, ma siamo certi che la responsabilità sia da addebitare solo a loro?

Il contesto attuale è il risultato di 40 anni di impiego di un modello di sviluppo degli interventi per la popolazione romanì privo di senso; un modello composto da scelte politiche-progetti-azioni-denunce decise senza il professionale coinvolgimento dei diretti interessati; un modello che ha concentrato tutto il dibattito pubblico esclusivamente sui campi nomadi, in cui vive meno del 20% delle comunità romanès, e che sono un dispositivo amministrativo frutto di equivoci ed una serie concatenata di errori che hanno occupato tutto lo spazio politico e mediatico, con conseguenze in termini di fossilizzazione delle rappresentazioni sociali di una intera popolazione.

Il modello di sviluppo degli interventi per la popolazione romanì ha condotto il dibattito pubblico ad ignorare due elementi essenziali nella programmazione politica e culturale: la reale composizione della popolazione romanì e la partecipazione attiva e professionale dei rom.

  1. Numerose ricerche e documenti politici indicano che più della metà della popolazione romanì residente in Italia è composta da cittadini italiani e che oltre 80% dei rom non hanno sperimentato le politiche di segregazione dei campi nomadi.

  2. la partecipazione attiva dei rom NON è stata mai promossa nella sua reale dimensione, spesso è stata ostacolata, tante volte ridicolizzata, strumentalizzata, folclorizzata.

Si è trattato di un errore di valutazione o di una strategia? Ognuno faccia la personale ed intima riflessione che ritiene opportuna.

Il modello di sviluppo degli interventi per la popolazione romanì è stato proposto e/o gestito da presunti esperti e qualche folclorostico rom, arrogandosi il diritto di sostituirsi alla partecipazione attiva e professionale dei rom a tutti i livelli.

Oggi, dopo 40 anni, fisicamente sono cambiati alcuni nomi dei presunti esperti e delle loro associazioni, sostanzialmente il modello di sviluppo degli interventi per la popolazione romanì non è cambiato e sta producendo una catastrofe culturale ed umana.

Si tratta di una scelta Italiana o Europea? Difficile da capire.

Da 40 anni le Istituzioni Europee emanano risoluzioni e raccomandazioni agli Stati membri per attivare l’inclusione della popolazione romanì, per sostenere la partecipazione attiva dei rom. I fatti dimostrano che l’inclusione dei rom troppo spesso è solo teoria e carta, e che nelle Istituzioni Europee la partecipazione attiva e professionale dei rom è pressochè inesistente. Al Consiglio d’Europa nel Comitato esperti sui rom (CAHROM) ancora oggi per l’Italia non c’è un professionista rom.

La strategia Italiana per l’inclusione dei rom, sollecitata dalle Istituzioni Europee, è un esempio del modello di sviluppo degli interventi per la popolazione romanì, ad iniziare dal nome (rom sinti e camminanti) che attribuisce alla nostra popolazione una denominazione che è frutto di interpretazioni ed errori di presunti esperti; è grave che accade in un documento politico del Governo Italiano, perchè il nome non è solo il primo elemento dell’identità culturale, ma è anche uno strumento di riconoscimento

politico e culturale, oltre ad una necessità comunicativa.

Il giorno 8 aprile, giornata internazionale del popolo rom ha un senso? Si, se il Governo e le Istituzioni Italiane hanno recepito questo riconoscimento ‘ONU.

Allora perché delegittimare e dividere il nome della popolazione romanì?

Riflettendoci è facile accorgersi che anche il non riconoscimento del nome è parte integrante del disastroso modello di sviluppo degli interventi per soffiare sul vento della divisione

La strategia Italiana per l’inclusione dei rom è anche una questione di modello, di metodo, di strategie, che purtroppo sono identiche alle scelte sbagliate del passato.

Per concludere, il fallimentare del modello di sviluppo degli interventi per la popolazione romanì è diventato un “sistema” fondato su stereotipi e pregiudizi e che si nutre di stereotipi e pregiudizi per produrre discriminazione che poi si denuncia con un importante impatto mediatico.

A fronte di questo “sistema” per la popolazione romanì cosa fanno i media?

Ci mettono “il carico da undici”, (parafrasando il gioco delle carte della briscola).

Oggi non è affatto sufficiente la soluzione di smantellare i campi nomadi, che non dovevano essere mai allestiti, ma è necessario smantellare e demolire il “sistema”.

Le persone rom devono avere la determinazione di demolire l’attuale “sistema”, e abbattere il fatalismo, l’assistenzialismo culturale e il personalismo. Se questo disastroso sistema continua ad essere attivo la responsabilità è solo di noi rom.

Le persone rom devono muoversi nella direzione dell’emancipazione politica collettiva, prima, individuale dopo, fondata sull’autonomia e la normalità, sulle differenze e l’uguaglianza, sulla cultura del rispetto e della legalità.

Si, la legalità, che non è tabù e dobbiamo rivendicarla con determinazione, perché solo il concetto di legalità è cultura dei diritti esigibili, com’è cultura della responsabilità, della partecipazione e della giustizia sociale.

Sulla base di queste brevissime motivazioni la Fondazione romani Italia ha definito una visione strategica di elaborare una nuova romanipè con “azioni di sistema” per smantellare e demolire il vecchio e disastroso modello di sviluppo degli interventi che ha schiacciato la popolazione romanì fuori dal contesto politico-culturale ed ha bloccato l’evoluzione della cultura romanì.

Le azioni di sistema della Fondazione romanì Italia intendono muoversi nella direzione dell’emancipazione politico-culturale ed elaborare una romanipè 2.0 per affontare le sfide socio-culturali del terzo millennio.