siamo pieni di tanti tanti pregiudizi!

pregiudizio e realtà

di Leonardo Becchetti
in “Avvenire” del 12 marzo 2016

migranti2

I migranti stanno invadendo i Paesi ricchi?

Rapporto rifugiati per 1.000 abitanti: Libano 232, Giordania 87, Malta 23, Svezia 9, Italia 2 (media Ue 2).

I musulmani ci invadono?

Meno di un terzo tra gli immigrati che arrivano in Italia sono musulmani.

Gli immigrati ci tolgono ricchezza?

Con i 5 miliardi di differenza tra contributi versati e percepiti dagli immigrati l’Inps paga le pensioni di 600mila italiani.

Saremo travolti da milioni di poverissimi?

Sono prevalentemente quelli dei ceti medi che riescono ad arrivare nei nostri Paesi perché i soli con le risorse economiche necessarie per fare il viaggio.

Rischiamo una catastrofe demografica?

Il Paese si sta spopolando, con la perdita di 180mila italiani nel 2015, rimpiazzati da meno di 40mila stranieri immigrati.migranti

L’arrivo degli immigrati ridurrà le nostre possibilità di sviluppo?

Gli Stati Uniti calcolano che l’invecchiamento della popolazione toglierà 0,8% punti di Pil all’anno per i prossimi otto anni: figuriamoci da noi dove la popolazione invecchia ancor più e non vogliamo forza lavoro giovane immigrata. Il Pil è la somma di beni e servizi prodotti e venduti e, a parità di competitività, con più anziani e meno forza lavoro (e forza lavoro più anziana) si produce meno e a tassi di produttività inferiori. Semplice. E drammatico.

La differenza tra realtà e pregiudizio sul tema delle migrazioni è sostanziale. Il tema delle migrazioni è ostaggio delle chiacchiere del bar dello Sport e di una narrativa ansiogena che certa politica, e purtroppo anche certi media, hanno interesse ad alimentare. Questa narrativa è lo specchio delle paure e delle ansie della popolazione nei confronti della globalizzazione, alimenta le opinioni di settori importanti dell’elettorato e riduce lo spazio per le politiche d’integrazione.

Nessun governo può pensare di approvare leggi lungimiranti in materia, conservando il consenso dell’opinione pubblica in presenza di questa congiuntura comunicativa e culturale avversa. Se le statistiche non bastano a contrastare la narrazione distorta (e qualcuno del bar dello Sport arriverà a pensare che la statistica fa parte del ‘complotto’) c’è bisogno di contronarrazioni e di iniziative che possano contrastare il fenomeno. Per risolvere il problema ‘politico’ non basta dunque (anche se è ottimo e doveroso) proporre iniziative eccellenti che tante realtà della società civile organizzano rendendo vivo e tangibile il principio della sussidiarietà. In questo, la nostra cultura del ‘fare il bene, ma non dirlo’ non aiuta affatto. Non si tratta di vantare quello che si fa quanto di affrontare una missione culturale. Bisogna anche sporcarsi le mani ‘entrando nel bar dello Sport’ e affrontando direttamente il problema della narrativa distorta (come, ripeto, su queste pagine si fa spesso). Confutando innanzitutto il falso principio della ‘torta fissa’. Come è noto in letteratura scientifica, la paura e l’ostilità per lo straniero è alimentata dal pregiudizio che l’economia e la società siano un gioco a somma zero. La torta delle risorse è fissa e, se c’è un nuovo arrivato, bisognerà dargliene una fetta e quindi ridurre la nostra (la recessione da questo punto di vista aggrava il problema di percezione in questione perché per anni la torta si è ridotta). L’economia, invece, è un gioco a somma positiva, perché quella torta bisogna produrla, e farlo in un Paese che invecchia è sempre più difficile. La produttività dipende anche dallo spirito imprenditoriale e dalla struttura per età della popolazione. Le nuove risorse ed energie che vengono da altri Paesi diventano quindi preziose per far funzionare l’economia, stimolare creatività e innovazione. Le abilità e le qualifiche degli stranieri sono molto spesso complementari e non sostitute di quelle degli italiani e rendono più vivo e vitale il ‘tessuto produttivo’ del Paese. Per contrastare la narrazione culturale dominante ci vuole un lavoro paziente e capillare di formazione che faccia incontrare concretamente i ‘diversi’. Lo straniero è molto più minaccioso quando è un’entità astratta che entra in casa nostra attraverso le ansie alimentate dalla televisione.
Può diventare relazione quando è persona della porta accanto che entra nella nostra vita. Accanto a questo lavoro paziente e impegnativo c’è anche bisogno di produrre narrative diverse. In questa seconda fase della globalizzazione in cui i movimenti di persone stanno diventando fluidi e veloci quasi come i movimenti di capitali è illusorio (oltre che moralmente ed economicamente sbagliato) opporre resistenza alla società meticcia che verrà ed allora la cosa più giusta che possiamo fare è predisporre nel modo migliore possibile il nostro Paese a un’accoglienza ben regolata e intelligente. Da questo punto di vista c’è bisogno di raccontare in modo efficace storie diverse (quale sarà il commediografo che scriverà l’Indovina chi viene a cena dei nostri giorni?), di abitare sporcandosi le mani lo spazio dei social media perché altrimenti quello spazio lo occuperanno altri producendo livori e diffondendo la cultura del mors tua vita mea e degli ‘italiani prima’. E di organizzare momenti visibili di piazza. È arrivato il momento di mobilitazioni che affrontino il tema. L’Europa di questi anni sarà giudicata per il modo in cui ha accolto chi è nel bisogno e ha ire parato il suo stesso futuro. Oltre al Family day, per valorizzare la troppo sottovalutata bellezza e la forza della famiglia, sta forse arrivando il giorno di un Migration day, per valorizzare la complessità buona e la ricchezza del fenomeno migratorio nel nostro Paese. Per chiedere, anche qui, una legalità salda e accogliente. E per cambiare la percezione della globalizzazione.

italiani brava gente?

“Noi italiani, popolo di emigranti senza cultura dell’ospitalità”

intervista a Giovanni De Luna

De Luna

a cura di Mattia Feltri in “La Stampa” del 20 luglio 2015

Professor Giovanni De Luna, la ribellione di molti italiani agli immigrati è razzismo? «Credo che l’essenza del razzismo sia nell’umanità vista attraverso un concetto gerarchico, nell’individuazione di uomini inferiori da parte di uomini che si dicono superiori non soltanto per il colore della pelle, ma per l’etnia, per la cultura, per l’appartenenza ideologica o religiosa».

Lei crede che gli italiani si sentano superiori?

«Dico che non tutti gli uomini sono messi su un piano di parità: quante volte sentiamo dire che noi siamo meglio di loro? Questo è razzismo. C’è anche altro, c’è uno slogan che rende l’idea: ognuno è padrone a casa propria. È uno slogan che dà l’idea di una concezione esclusivista, del rifiuto di includere il diverso. E che cosa possiamo aspettarci se descriviamo l’Italia come una fortezza assediata? C’è una netta separazione fra noi e loro che nasce da una paura del confronto».

E da che cosa dipende tutta questa paura? Non può essere soltanto autosuggestione. «Ci sono importanti ragioni culturali. Negli ultimi venti anni siamo stati scaraventati dentro un mondo globalizzato che ha scardinato tutte le nostre certezze, si è sbriciolato lo stato nazionale, sono stati cancellati i confini. Si fa fatica a trovare la bussola. E si reagisce con paura. Pensate alla Lega degli esordi, quella degli anni Ottanta…».

Ma quella era una Lega ostile al centralismo e che voleva staccarsi dall’Italia per essere europea.

«Naturalmente, era la Lega dei padroncini del nord est che dovevano confrontarsi con la fine del Novecento e dei suoi punti di riferimento, con l’avvento della dimensione immateriale del commercio. E come reagivano? Con paura e odio. Si diceva “Roma ladrona”. C’era un forte razzismo verso i meridionali additati come causa di ogni nostro male, e fino all’altro ieri: ricordate il video in cui Matteo Salvini dà ai napoletani dei terremotati e dei colerosi?».

Oggi non è soltanto la Lega.

«No, ci sono anche gruppi di estrema destra come Casa Pound e Forza Nuova. Ma ricordo una recente campagna elettorale del centrodestra (Politiche e Amministrative 2008, ndr) tutta puntata sulla sicurezza. Sono imprenditori della politica per i quali la paura è diventato un capitale da spendere. E poi c’è un altro problema: non abbiamo nessuna tradizione di ospitalità, noi italiani siamo sempre partiti, siamo emigranti».

Tutta colpa della destra?

«Non soltanto. La classe politica nel suo complesso offre una sensazione di inadeguatezza. Le reazioni degli italiani in questi giorni dipendono da una paura che discende dal pregiudizio e il pregiudizio è nemico della conoscenza. E come si fa a scalzare il pregiudizio? Confrontandosi con la realtà e non con la sua rappresentazione. Guardate, non sono dinamiche nuove: ricordo che quando ero bambino si leggevano sui giornali del nord titoli come “donna scippata da un meridionale”. Però allora c’erano strumenti di integrazione formidabili. A Torino c’era la Fiat, dove lavoravano 60 mila operai, moltissimi del sud, che conoscendosi hanno superato il pregiudizio».

Professore, poi c’è il terrorismo islamico. C’è la criminalità.

«La criminalità non è aumentata, lo dicono tutte le statistiche. Poi, certo, davanti al terrorismo islamico chiunque di noi si schiera sul canale di Otranto perché nessuno passi. Però le immagini di decapitazioni o quelle dei ragazzini che giustiziano i prigionieri sono terribili ma anche produzioni da set televisivi. Non c’è più niente di arcaico. E poi mi viene in mente la testa di Abuna Petròs, il capo supremo della chiesa copta in Etiopia che nel 1936 fu decapitato dagli italiani, e la sua testa esposta dentro una scatola di biscotti Lazzaroni».

Dunque è un abbaglio collettivo.

«Attenzione, ci sono problemi reali. Penso ai rom. Certo che i rom rubano, ma la nostra reazione si limita a due stereotipi, uno secondo cui tutti i rom rubano e l’altro secondo cui tutti i rom sono buoni».

L’incontro fra noi e gli immigrati porterà alla conoscenza e alla fine del pregiudizio? «Lo spero. Abbiamo un tessuto civile che mi rende ottimista. A Ventimiglia c’era un contrasto straordinario fra l’inettitudine delle istituzioni europee e i volontari che portavano ombrelloni, acqua e cibo agli immigrati accampati sugli scogli».

ancora sui pregiudizi nei confronti dei rom

quello che pensiamo di sapere sui rom

da «sono troppi» ai presunti privilegi nell’accesso ai servizi sociali, viaggio tra i pregiudizi e la realtà delle popolazioni romanì in Italia

Il campo nomadi di via Luigi Candoni, Roma, settembre 2010

 
 
 Un paio di anni fa, l’associazione di volontariato Naga ha presentato un’indagine sulla rappresentazione dei cittadini rom e sinti nella stampa italiana. Per lanciarla è stato realizzato un video, girato in un comunissimo mercato rionale milanese, con un campione di intervistati fisiologicamente ristretto ma del tutto casuale: gente comune, signore anziane, ragazze giovani, stranieri. A tutti veniva chiesto di completare una frase: «Se dico rom…».   

Pochissimi rispondono in maniera neutra o positiva; pochi fiutano la trappola che li spingerebbe a esprimersi con toni sgradevoli davanti a una telecamera; quasi tutti cedono alla tentazione di lamentarsi, di dire la propria. E quasi tutti hanno qualcosa da dire. Tra gli accostamenti più popolari alla parola rom, troviamo naturalmente il furto, la sporcizia, la mancata integrazione: quando si parla di rom la percezione diffusa è quella di una minaccia, di un corpo drasticamente estraneo all’interno del nostro tessuto sociale.

Quando si parla di rom la percezione diffusa è quella di una minaccia, di un corpo estraneo all’interno del nostro tessuto sociale

A distanza di due anni è ragionevole pensare che poco o nulla sia cambiato, nonostante sentenze come quella del 30 maggio, che ha sancito il «carattere discriminatorio» del campo nomadi “La Barbuta” di Roma; nonostante personalità politiche e non solo, come Luigi Manconi, che hanno deciso di spendersi per la questione, e nonostante svariati articoli che mirano a sfatare alcuni degli stereotipi più radicati, come il bel pezzo di Claudia Torrisi su Vice.

Secondo i dati diffusi nel 2014 dal Pew Research Center (autorevole istituto di ricerca statunitense) che ha indagato l’entità dei sentimenti antizigani in 7 Paesi europei (Italia, Regno Unito, Germania, Spagna, Francia, Grecia e Polonia), l’Italia, infatti, conquista il primato, con ben l’85% degli interpellati che ha espresso un’opinione indistintamente negativa riguardo ai rom. Dalla stessa indagine emerge anche che i rom sono la minoranza più discriminata in Europa e in Italia.

Un ristretto corpus di individui, intervistati mentre fanno la spesa, rappresenta dunque davvero la pancia del Paese. Vale quindi la pena soffermarsi una volta di più sulle dichiarazioni emerse, su ciò che pensiamo di sapere sui rom e che invece non sappiamo affatto. A cominciare dalla lapidaria dichiarazione che chiude il video:

«Troppi in giro»

Stando a una ricerca del Ministero dell’Interno, il 35% degli italiani pensa che i rom nel nostro paese siano molti più di quanti sono in realtà. L’8% è convinto che il numero si aggiri intorno ai 2 milioni, ma la verità è che sono 10 volte di meno.

Le popolazioni romanì (rom, sinti, kale, manouches, romanichals e camminanti siciliani) sono la più grande minoranza europea con 12 milioni di persone in tutto il continente. Per lo più risiedono in Romania (un milione e 800mila). In Spagna sono circa 800mila, in Francia 400mila. In Italia la stima va da circa 150mila a 180mila (tra lo 0,23% e lo 0,3% della popolazione). Di questi circa 70mila hanno la cittadinanza italiana (gli altri si dividono tra apolidi, ex jugoslavi e romeni). Oltre il 60% vive in abitazioni stabili e più del 90% ha abbandonato la vita nomade.

I rom rappresentano dunque una fetta di popolazione talmente esigua che il famoso decreto governativo che ha istituito l’“emergenza nomadi” tra il 2008 e il 2011 (applicando quindi a una minoranza etnica pari allo 0,23% della popolazione leggi speciali che si usano in caso di calamità naturali) ha veramente del paradossale.

«Proprio ieri hanno rubato a casa mia. Ed erano dei rom»

«Vengono in questo Paese soltanto per rubare»

Esiste, secondo l’Unar, una «generalizzata tendenza a legare all’immagine dei rom e dei sinti ogni forma di devianza e criminalità».

Non esistono, invece, dati che certifichino una maggiore incidenza di furti e crimini nella popolazione rom, se non l’ovvia constatazione che nella marginalità e nell’indigenza si delinque più facilmente. Sappiamo piuttosto che l’”emergenza nomadi” a cui si accennava è stata dichiarata illegittima per assenza di un effettivo «pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica». Nessun dato dimostrava ad esempio l’incremento di determinate tipologie di reati a causa della presenza di rom.

Contro il pregiudizio che li vorrebbe tendenzialmente impuniti, interviene poi Luca Cefisi con il suo libro Bambini ladri, da cui si apprende che «i ragazzi rom rimangono di più in carcere», e questo perché senza casa e denaro le misure alternative al carcere sono pressoché impossibili e va da sé che la difesa legale potrebbe non essere delle migliori.

Particolarmente odiosa è poi la vulgata che li vorrebbe «ladri e mendicanti per cultura». Sono le forme di razzismo attuale, meno improntate sulla razza ma basate su una sorta di forma estrema di relativismo culturale. Il razzismo culturalista, detto anche differenzialista, consiste nell’attribuire all’alterità un carattere assoluto, irriducibile e immodificabile, negando qualsiasi possibilità dialogica e di sintesi, relegando i singoli membri di una comunità a caratteristiche comuni e destini analoghi. In nome di un principio di differenza si giustifica pertanto l’esclusione e il rifiuto. Un principio di immutabilità culturale che peraltro il solo esempio del nomadismo, ormai abbandonato quasi del tutto, smentisce completamente.

«A casa loro»

Intramontabile mantra della destra italiana e delle chiacchiere da bar, nella maggior parte dei casi risulta semplicistico e superficiale, ma nel caso dei rom è semplicemente sbagliato.

Le popolazioni romanì sono presenti in Italia dal Quattrocento. Circa il 60% è cittadino italiano, mentre la restante buona parte è costituita da comunità giunte in Italia negli anni ‘90, dopo lo smembramento dell’ex Jugoslavia. Sono dunque profughi delle guerre balcaniche, per lo più considerati apolidi, mentre i loro figli sono in genere nati in Italia. Ciò che resta è composto da rom romeni e bulgari, e quindi cittadini comunitari.

«Hanno i benefici che noi non abbiamo»

«Hanno le case, ci danno 40 euro al giorno, e noi?»

È uno dei pregiudizi più radicati, su cui insiste molto una certa parte politica per montare un’indignazione facile. Da una relazione dell’Agenzia dei diritti fondamentali dell’Ue sulla situazione dei rom in undici Stati membri, risulta che «un rom su tre è disoccupato e il 90% vive al di sotto della soglia di povertà». Si tratta di un popolo di giovani, con alta natalità ma basse aspettative di vita (la percentuale degli ultrasessantenni è dello 0,3%, circa un decimo della media italiana) e questo per via delle condizioni di vita precarie. Siamo davvero sicuri di volerli invidiare? Vivere in un campo nomadi non è un privilegio. Qualche allaccio abusivo alla corrente non risarcisce del sovraffollamento, delle condizioni igieniche precarie, e della continua paura di non ritrovarsi più un tetto sulla testa. Cosa più importante: non esistono leggi che garantiscano un sostegno economico ai rom. Non esistono criteri che li privilegino nell’accesso alle case popolari.

Piuttosto, come emerge dal rapporto Campi Nomadi S.p.a. (luglio 2014) e dall’inchiesta Mafia Capitale, sappiamo che sono stati in molti a lucrare sulla pelle dei rom.

«Non sanno integrarsi»

«Ladruncoli, sporchi e senza terra»

La parola nomade è molto pericolosa, perché giustifica la segregazione in campi speciali isolati dalla città

Quando si parla di rom l’Italia è per l’Europa «il Paese dei campi». I campi sono attualmente delle “riserve indiane” nelle quali i cittadini vengono stipati su base etnica. Sono il primo grande confine tra la comunità rom e il resto della cittadinanza. E il loro stigma accompagna anche chi vive nelle abitazioni, perché la parola rom, l’identità rom, nella mentalità comune si lega indissolubilmente all’idea del campo nomadi.

Il sito del progetto “Parlare civile” riporta l’opinione di Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio, secondo cui (ed è opinione diffusa tra gli addetti al settore) la parola nomade è molto pericolosa, perché giustifica la segregazione in campi speciali isolati dalla città. Nel suo rapporto annuale, l’Associazione 21 luglio afferma che «nel 2014 la costruzione e la gestione dei campi rom continua a essere un’eccezione italiana nel quadro europeo».

Naturalmente il termine nomade si lega a uno stereotipo che, se era ancora vero qualche decennio fa (ma già allora non per tutti), ormai deve essere definitivamente abbandonato. La popolazione nomade e seminomade si attesta a oggi intorno al 3% circa. È un’abitudine che sopravvive in parte (ma sempre più in declino) tra i Camminanti siciliani (che si suppone discendano dai rom giunti in Sicilia attorno al Trecento, anche se i Camminanti rifiutano con essi ogni sorta di identificazione). Sono per lo più semi-stanziali: passano l’inverno in Sicilia nelle loro abitazioni (soprattutto roulotte) e l’estate in viaggio – a volte fino al Nord Italia – per offrire le loro prestazioni di venditori ambulanti, arrotini, stagnini.

La leggenda della “zingara rapitrice”

Resta fuori da questa rassegna (e fa piacere) uno degli stereotipi più sgradevoli, infamanti e infondati che però – ce lo dimostrano cronache recenti – è duro a morire. Una volta per tutte: i rom non rubano i bambini più di quanto i comunisti non li mangino. Questa leggenda, che dovrebbe avere credito quanto l’uomo nero sotto il letto ma cui la stampa dà periodicamente credito, è stata definitivamente smentita da una ricerca dell’università di Verona curata da Sabrina Tosi Cambini: su tutti i casi riportati dall’Ansa fra il 1985 e il 2007 non c’è alcun caso di rapimento di minori ad opera di rom o sinti. Nemmeno uno. Tutte le denunce sembrano invece riproporre una leggenda metropolitana, così come è accaduto con i casi recenti, per i quali non sono mancate le smentite.

Su tutti i casi riportati dall’Ansa fra il 1985 e il 2007 non c’è alcun caso di rapimento di minori ad opera di rom o sinti

L’unico caso in cui una giovane rom è stata condannata per tentato rapimento è la vicenda controversa di Ponticelli (2008). Non c’erano prove se non la testimonianza della madre della bimba e dei suoi parenti, ma ciò è bastato per innescare l’assalto e l’incendio del campo rom da parte dei residenti e di uomini legati alla camorra.

Sono piuttosto i minori rom che rischiano di essere allontanati dalle proprie famiglie. Stando al rapporto Mia madre era rom, curato dall’Associazione 21 luglio, secondo le statistiche «un bambino rom ha il 60% di possibilità in più di altri bambini che sia aperta nei suoi confronti una procedura di adottabilità».

Le parole sono importanti

Il potere dello stereotipo è quello di trasformare l’ignoto nel noto. Un po’ come si suppone debbano fare i quotidiani. All’inizio ho citato l’indagine condotta dal Naga tra il 2012 e il 2013. Si tratta del monitoraggio di 9 tra i maggiori giornali italiani, spulciati per 10 mesi di seguito. Ne è emerso che, non solo, e com’era prevedibile, sulla stampa c’è una particolare insistenza nel dare visibilità a episodi negativi di cui qualche rom si è reso protagonista, ma che i rom vengono sistematicamente associati a fatti o eventi dannosi che non li vedono direttamente coinvolti. Per esempio citando en passant la vicinanza di un campo rom a un luogo in cui si è svolto un evento di cronaca, senza che il dato sia minimamente rilevante, o riportando «comportamenti che possono essere considerati negativi, ma che non sono reati» (lavarsi a una fontanella), o addirittura il semplice fatto di passare in un luogo. Il tutto, con toni allarmistici.

Certo, i media non sono gli unici responsabili (il linguaggio della politica, ad esempio, meriterebbe uno studio a parte), ma l’invito che rivolge Federico Faloppa (dell’università di Reading, nel Regno Unito, che si occupa di rappresentazione dell’alterità nella lingua italiana) è di valutare bene il peso delle parole: «A livello lessicale, si prenda la nota – ed errata – equivalenza di zingaro, rom e nomade. Che se talvolta trova (pessima) giustificazione in esigenze di varatio stilistica, spesso crea pseudo-sinonimie (zingaro = nomade) e dittologie fuorvianti (zingaro/rom e nomade), trasmettendo e reiterando quindi informazioni sbagliate».

Il problema, secondo Carlo Stasolla «è che queste persone, sin dal loro arrivo in Italia nel Quattrocento, hanno assunto il ruolo di capri espiatori. La funzione sociale dei rom è la stessa di un cestino della spazzatura in una casa: raccogliere il marcio. E oramai anche per amministratori e media è più comodo che sia così». E la politica dei campi, con il suo approccio emergenziale e assistenzialista, non aiuta di certo. Più i rom sono lontani dalla nostra conoscenza e più è facile pensare a loro in base a stereotipi. E quello che pensi di sapere sui rom potrebbe non essere così affidabile.

bufale leghiste

i «30 euro al giorno» e tutte le altre bufale sui migranti

 

compreso il famigerato “pericolo scabbia” e l’inutile allarmismo sulla requisizione degli appartamenti dei privati cittadini per sistemare i profughi

I «30 euro al giorno» e tutte le altre bufale sui migranti
 
L’emergenza migranti degli ultimi giorni, con centinaia di profughi accampati nelle principali stazioni italiane e in quelle di frontiera in attesa di poter partire verso gli alti paesi europei, ha fatto tornare sulla cresta dell’onda alcune bufale e notizie false sull’assistenza agli immigrati. Su tutte c’è la bufala dei famosi 30 euro al giorno dati a ogni migrante arrivato in Italia che, come già stato chiarito in più di un’occasione, non riceve direttamente quei soldi ma vengono erogati alle strutture di accoglienza che ospitano i profughi.

immigrati bufale

LE BUFALE SUI MIGRANTI

Quella dei 30 euro al giorno agli immigrati – che chiariremo meglio tra poco – non è l’unica falsa notizia che è circolata negli ultimi mesi: quasi tutte le bufale hanno a che fare principalmente con questioni legate a una presunta assistenza economica fornita dallo Stato ai migranti ma, alla luce degli ultimi sviluppi, non mancano nemmeno false notizie su emergenze mediche, come l’allarme scabbia.

I 30 euro al giorno agli immigrati che arrivano in Italia:

Una bufala che ha cominciato a girare nell’autunno del 2014, e che vedrebbe ogni immigrato ricevere 30 euro al giorno non appena messo piede sul suolo italiano. Una questione chiarita in diverse occasioni da Mario Morcone, capo del Dipartimento Libertà Civili e Immigrazione del ministero dell’Interno, che aveva spiegato come quei 30 euro pro-capite vengano versati ai centri di prima accoglienza che ospitano i richiedenti asilo e che lo stato sovvenziona in base al numero delle persone che ospita. «La verità è che ricevono 2,5 euro al giorno – aveva detto Morcone – Il resto va alle strutture che forniscono i servizi». Due euro e cinquanta che i richiedenti asilo utilizzano per chiamare i parenti o provvedere alle piccole necessità quotidiane.

I 2000 euro al mese (gratis) agli immigrati:

Sempre lo scorso autunno – ma questa notizia si è riproposta anche in seguito variando in alcuni particolari – aveva cominciato a girare la notizia che la Provincia di Trento erogherebbe alle famiglie di extracomunitari 2000 euro al mese “gratis”, ovvero senza che nessun membro delle famiglie in questione svolgesse alcuna attività lavorativa e senza il pagamento delle varie tasse comunali. La storia era circolata su Facebook con un volantino fotografato che sottolineava come le famiglie di immigrati ricevessero questi soldi «senza lavorare». In realtà, come già scrivevamo lo scorso ottobre, si tratta di una bufala: non soltanto perché la Provincia di Trento fornisce aiuti economici a tutte le famiglie che ne hanno bisogno (e cioè anche a quelle italiane), ma sopratutto perché 2000 euro è il tetto massimo della cifra erogabile in presenza di tutti i requisiti richiesti:
[…] il volantino mescola diversi contributi che non hanno come destinatari “gli extracomunitari”, ma qualsiasi famiglia che abbia i requisiti richiesti, che variano per ogni contributo, rendendo altamente improbabile che in capo a una sola famiglia possano andarsi a concentrarne tanti, che nel volantino sono calcolati sempre al valore massimo.

Gli immigrati mangiano i cani di Lampedusa:

Questa bufala risale all’ottobre 2013, pochi giorni dopo il primo grande naufragio del 3 ottobre dove persero la vita quasi 400 migranti che si trovavano su un barcone a pochi chilometri dalle coste di Lampedusa, una tragedia che riaccese improvvisamente i riflettori sull’isola a sud della Sicilia e sull’emergenza sbarchi. Dopo poco tempo su Facebook si diffuse la notizia che i profughi, per sfamarsi, avrebbero cominciato a mangiare i cani dei lampedusani. Si trattava chiaramente di una bufala, supportata addirittura da un video che girava sul web dal 2011 e che non aveva nulla a che vedere con Lampedusa, ma che fu ripreso da Quotidiano Nazionale che diffuse la notizia senza prima verificarla.

L’epidemia di scabbia:

Di “allarme scabbia” si è parlato molto negli ultimi giorni, in seguito alle notizie che hanno cominciato ad arrivare dalle stazioni di Milano Centrale e Roma Tiburtina, dove i migranti sostano in attesa di poter partire per gli altri paesi europei. La scabbia è una malattia contagiosa della pelle che deriva da un parassita che si annida sotto la pelle. Si tratta di una delle malattie tipiche della povertà e il parassita si trasmette stando a stretto contatto con persone contagiate. Attraversare una stazione o sedersi su una sedia dove si è seduta una persona malata di scabbia non rappresenta un rischio di contagio, anche perché il parassita sopravvive soltanto poche ore lontano dall’organismo umano. Alcuni migranti sono malati di scabbia l’allarme contagio purtroppo, riguarda più che altro i gruppi di profughi che stanno a stretto contatto per lunghi periodi, favorendo il passaggio del parassita Una volta isolati i vari casi, la scabbia si cura abbastanza facilmente con pomate apposite. Nonostante questo, in molti hanno parlato di allarme scabbia come di un problema che riguarda la cittadinanza.

Gli appartamenti sfitti dei privati espropriati dallo Stato per ospitare i migranti:

Anche in questo caso si tratta di una bufala ricorrente, che torna in auge ogni volta che le cronache parlano con una certa enfasi dell’emergenza migranti e che vedrebbe il ministero dell’Interno pronto a dare l’ordine alle Prefetture delle varie città di espropriare le case vuote dei privati cittadini per ospitare i migranti. L’ultima volta che questa notizia è tornata a circolare è stato lo scorso aprile, facendo riferimento a una circolare del Viminale firmata da Mario Morcone, direttore del Dipartimento Immigrazione del Viminale. Come spiegava un paio di mesi fa bufale.net, tuttavia, questa circolare non risulterebbe rintracciabile ma le varie testate giornalistiche ne hanno riportato alcune parti del contenuto in cui si legge che «non si esclude la possibilità che i prefetti ricorrano a misure drastiche pur di reperire strutture disponibili». In realtà, sebbene la legge preveda la possibilità di una requisizione temporanea di beni mobili e immobili dei privati cittadini per «gravi e urgenti necessità pubbliche, militari o civili» (Requisizione temporanea, non esproprio definitivo NdR) quella di collocare i migranti negli appartamenti sfitti è un’ipotesi remota e altamente improbabile visto che, nella circolare, si farebbe riferimento all’utilizzo di tende e caserme come sistemazioni temporanee.

il pregiudizio alimentato dagli enti pubblici

 

Parole che escludono

 

di Sergio Bontempelli 

30 gennaio 2015

 

cartello "divieto di sosta ai nomadi"

Quando parlano di rom, gli enti pubblici “dimenticano” il linguaggio giuridico: scrivono in modo impreciso e alimentano i pregiudizi. I risultati di una ricerca

Può sembrare banale dirlo, ma non lo è affatto: il linguaggio giuridico è diverso da quello che usiamo tutti i giorni. Leggi, delibere e ordinanze devono – meglio: dovrebbero – essere scritte in un italiano chiaro, privo di ambiguità, con parole e frasi dal significato univoco (nei limiti del possibile, si intende): solo in questo modo si evitano interpretazioni contrastanti, che a loro volta possono dar spazio agli arbitri dei funzionari pubblici.

Per spiegarci meglio: la persona innamorata che dica «voglio vederti presto» farà felice il proprio partner. Ma se l’Ufficio del Comune promette che la vostra pratica sarà esaminata «presto», vi sentirete presi in giro: presto quando? che significa presto? E infatti le leggi non usano termini così generici: tanto per rimanere nell’esempio, la norma sui procedimenti amministrativi obbliga gli uffici pubblici a concludere le pratiche «entro trenta giorni». «Presto» è ambiguo, vuol dire tutto e non vuol dire nulla; «trenta giorni» è un termine chiaro, che garantisce il cittadino e lo tutela dagli abusi. Ovvio, no?

Gli esperti dicono che il linguaggio giuridico deve essere “rigido ed esplicito”: rigido –privo di ambiguità – nei significati delle parole, ed esplicito, cioè tale da lasciare poco spazio ai non detti, ai sottintesi, alle allusioni. Al contrario, il linguaggio “naturale” (quello che parliamo tutti i giorni) è “elastico” e “implicito”. Questa è – dovrebbe essere – la differenza tra la lingua dei giuristi e quella che usiamo sul tram, al bar o con gli amici.

Quando la burocrazia parla di rom e sinti
Quando parlano di rom e sinti, però, le amministrazioni pubbliche dimenticano le regole del “parlare giuridico”. Si esprimono con termini imprecisi, ambigui e – appunto – “elastici”: fanno allusioni, dicono e non dicono, saltano passaggi logici, si appoggiano a stereotipi di senso comune, alimentano e diffondono pregiudizi. A rivelarlo è una ricerca della Fondazione Michelucci di Firenze e del Centro Creaa dell’Università di Verona: che ha preso in esame 702 documenti, tutti prodotti dalle istituzioni, sia nazionali che locali. Sono state scandagliate leggi, regolamenti, piani, atti, risoluzioni e delibere: testi “ufficiali”, sempre riferiti a rom e sinti. E l’analisi di questa corposa documentazione ha riservato qualche sorpresa.

La lingua del disprezzo
In molti Comuni – spiega ad esempio Leonardo Piasere, uno dei coordinatori della ricerca – si smantellano gli insediamenti rom facendo appello all’«igiene pubblica». In quanto “pubblica”, però, l’igiene dovrebbe riguardare tutti, rom e non rom: e invece, leggendo le ordinanze di sgombero, si nota un frequente disinteresse per le condizioni di salute di chi vive nei campi. Anzi, spesso sono proprio loro, i cosiddetti “zingari”, a rappresentare la “minaccia”, il “problema igienico” da allontanare (nell’interesse, si intende, dei “cittadini”, che per definizione non possono essere rom…).

«Il rischio di contrarre malattie infettive dagli animali», spiega Piasere, «si chiama, in termini tecnici, zoonosi. Ecco, potremmo dire che in molte ordinanze si postula l’esistenza di una ziganosi: il “fattore di rischio” sono proprio loro, i cosiddetti “zigani”, cioè i rom e i sinti. Sono loro a dover essere allontanati, al fine di immunizzare la “società civile”…».

Gli insediamenti “informali” – quelli che la lingua della burocrazia chiama “abusivi” – sono spesso associati al “degrado”, “al deterioramento della vita urbana” e all’immancabile “insicurezza”. Lo rilevano, nei loro contributi, Giuseppe Faso e Virgilio Mosè Carrara Sutour. Si tratta di concetti vaghi, di difficile definizione: chi, e in base a quale criteri, decide che un insediamento “deteriora la vita urbana”? Se voglio oppormi allo sgombero, come faccio a dimostrare che la mia presenza non è un fattore di “degrado”, visto che la parola “degrado” è generica, ambigua, scivolosa?

La de-umanizzazione
Si ha quasi l’impressione che il “degrado” sia rappresentato, in realtà, dagli stessi rom: di nuovo, sono loro ad essere “il problema”. Se, nelle ordinanze sull’igiene, i (cosiddetti) “nomadi” sono descritti come “fattore di rischio”, qui compaiono come “portatori di degrado”. Animali nel primo caso (la “ziganosi”, dicevamo…), rifiuti nel secondo: rom e sinti non sono concepiti come esseri umani a pieno titolo.

La de-umanizzazione dei rom, del resto, ricorre spesso nella lingua burocratica, persino quando le amministrazioni sono impegnate in progetti di inclusione sociale. «In molti provvedimenti», osserva ancora Faso, «non si parla di accoglienza di persone, ma di “etnie rom”. Come se i diritti non fossero per individui e famiglie ma per l’etnia: un fantasma difficile da definire, ma comodo perché sostituisce l’impronunciabile razza». Non solo animali o quasi-animali, non solo rifiuti o quasi-rifiuti, ma anche razze differenti: gli “zingari” sono il paradigma delle non-persone.

Finalità ambigue…
Ci sono poi i testi contraddittori, che affermano una cosa e subito dopo la negano. Così, per esempio, un documento della Regione Toscana parla di «lotta all’esclusione sociale», e aggiunge: «tale da alleggerire la concentrazione di famiglie rom sul territorio». Come sarebbe a dire «tale da»? Se si avvia un percorso contro l’esclusione, si presuppone che si compiano azioni rivolte all’accoglienza: in italiano, il contrario di «esclusione» è, per l’appunto, «inclusione», cioè inserimento sociale. E l’obiettivo di «alleggerire» – quindi di mandare via i rom, come se fossero un peso – si sposa male con questa premessa…

«La verità», spiega Faso, «è che in questa apparente contraddizione c’è un non detto, che può essere riassunto così: “se bisogna combattere l’esclusione, e se i rom, stando vicini, rafforzano i meccanismi di auto-segregazione, allora bisogna fare in modo che non troppe famiglie rom stiano vicine”. Ma è un non detto, appunto, che infrange la regola di esplicitezza del linguaggio giuridico». E che attribuisce agli stessi rom la “colpa” della loro esclusione.

… e contratti farlocchi
La lingua delle amministrazioni pubbliche è fatta insomma di words which exclude, «parole che escludono»: una locuzione che non a caso è stata scelta come titolo della ricerca. Eppure, non si tratta solo di una questione di linguaggio: spesso, a “escludere” sono proprio gli strumenti operativi messi in campo dalle istituzioni.

Ne è un esempio il cosiddetto “contratto di accoglienza”, analizzato da Sabrina Tosi Cambini: si tratta di uno strumento molto diffuso, che molte amministrazioni locali impiegano nei percorsi di inclusione dei rom. Funziona più o meno così: a una famiglia inserita in un progetto – ad esempio, in un alloggio sociale – viene proposta la stipula di un “contratto”, che deve essere firmato dal capofamiglia e – congiuntamente – dal responsabile della pubblica amministrazione.

In apparenza, il contratto stabilisce diritti e doveri di entrambe le parti, in modo paritario. Di solito, l’ente pubblico si impegna a fornire l’alloggio, e a mettere a disposizione un servizio di accompagnamento (cioè un operatore incaricato di assistere il nucleo). Dal canto suo, la famiglia si impegna a «rispettare gli obiettivi del progetto»: vale a dire, a trovare un lavoro, e a rendersi economicamente autonoma. Il punto – spiega Tosi Cambini – è che le parti non sono affatto sullo stesso piano. L’ente pubblico ha risorse, soldi, potere. La famiglia rom vive in una condizione di marginalità, e difficilmente può “negoziare” le clausole proposte: se le vede imporre dall’alto, e deve accettarle se vuole uscire dal “campo nomadi” e mettere piede in una casa.

Non solo: con il “contratto”, la famiglia si impegna a perseguire obiettivi che, spesso, sono al di fuori delle proprie possibilità. Trovare un lavoro è difficile, e non solo per la crisi: è raro che una ditta assuma uno “zingaro”, ed è altrettanto raro che l’abitante di un “campo”, magari non più tanto giovane, riesca a trovare un impiego con le sue sole forze. Il fallimento del “percorso di integrazione” può però venire imputato alla stessa famiglia: «dovevano integrarsi, hanno firmato un contratto, non l’hanno rispettato…».

La lingua del Bar Sport
«A produrre discriminazione», diceva la studiosa Clelia Bartoli in un bel libro uscito due anni fa, «non è solo il contenuto delle norme, ma anche la loro cattiva qualità tecnica». La ricerca words which exclude è un po’ la conferma di questa tesi. L’esclusione sociale dei rom è prodotta anche da istituzioni che non parlano la lingua delle istituzioni. Da amministratori che non scrivono e non pensano da amministratori. E che preferiscono, per loro scelta, esprimersi come ci si esprime al Bar Sport…

Sergio Bontempelli

la protesta della ‘fondazione romani’ per i pregiudizi contro i rom nei mezzi di informazione

rom

Dopo aver assistito increduli a numerose trasmissioni televisive che fornivano pregiudiziali informazioni su tutta la popolazione romanì, la Fondazione romanì Italia ha inoltrato proteste ad alcune istituzioni delegate al rispetto del diritto di replica per la generalizzata assenza di professionisti rom nelle trasmissioni televisive e radiofoniche.

Abbiamo chiesto con urgenza incontri istituzionali e spazi televisivi di confronto per replicare alle false informazioni diffuse. Qualora le nostre richieste non vengono accolte attiveremo democratiche iniziative pubbliche di forte protesta.

Numerosi programmi televisivi e radiofonici quando si occupano del tema rom hanno la consuetudine di non invitare al confronto professionisti rom, e quindi diffondono informazioni ricche di stereotipi e pregiudizi che producono una esplosione di istigazione all’odio razziale verso i rom e di violenza verbale, contraddistinte dalla fierezza dell’ignoranza e dall’arroganza del potere.

Queste trasmissioni quando non sono bilanciate da un sano confronto democratico producono solo istigazione all’odio razziale verso diverse decine di migliaia di persone rom, onesti e laboriosi cittadini Italiani che hanno contribuito alla conquista della libertà e della democrazia.

Oggi siamo arrabbiati con le televisioni per la vergognosa disinformazione e l’istigazione all’odio razziale, ma siamo certi che la responsabilità sia da addebitare solo a loro?

Il contesto attuale è il risultato di 40 anni di impiego di un modello di sviluppo degli interventi per la popolazione romanì privo di senso; un modello composto da scelte politiche-progetti-azioni-denunce decise senza il professionale coinvolgimento dei diretti interessati; un modello che ha concentrato tutto il dibattito pubblico esclusivamente sui campi nomadi, in cui vive meno del 20% delle comunità romanès, e che sono un dispositivo amministrativo frutto di equivoci ed una serie concatenata di errori che hanno occupato tutto lo spazio politico e mediatico, con conseguenze in termini di fossilizzazione delle rappresentazioni sociali di una intera popolazione.

Il modello di sviluppo degli interventi per la popolazione romanì ha condotto il dibattito pubblico ad ignorare due elementi essenziali nella programmazione politica e culturale: la reale composizione della popolazione romanì e la partecipazione attiva e professionale dei rom.

  1. Numerose ricerche e documenti politici indicano che più della metà della popolazione romanì residente in Italia è composta da cittadini italiani e che oltre 80% dei rom non hanno sperimentato le politiche di segregazione dei campi nomadi.

  2. la partecipazione attiva dei rom NON è stata mai promossa nella sua reale dimensione, spesso è stata ostacolata, tante volte ridicolizzata, strumentalizzata, folclorizzata.

Si è trattato di un errore di valutazione o di una strategia? Ognuno faccia la personale ed intima riflessione che ritiene opportuna.

Il modello di sviluppo degli interventi per la popolazione romanì è stato proposto e/o gestito da presunti esperti e qualche folclorostico rom, arrogandosi il diritto di sostituirsi alla partecipazione attiva e professionale dei rom a tutti i livelli.

Oggi, dopo 40 anni, fisicamente sono cambiati alcuni nomi dei presunti esperti e delle loro associazioni, sostanzialmente il modello di sviluppo degli interventi per la popolazione romanì non è cambiato e sta producendo una catastrofe culturale ed umana.

Si tratta di una scelta Italiana o Europea? Difficile da capire.

Da 40 anni le Istituzioni Europee emanano risoluzioni e raccomandazioni agli Stati membri per attivare l’inclusione della popolazione romanì, per sostenere la partecipazione attiva dei rom. I fatti dimostrano che l’inclusione dei rom troppo spesso è solo teoria e carta, e che nelle Istituzioni Europee la partecipazione attiva e professionale dei rom è pressochè inesistente. Al Consiglio d’Europa nel Comitato esperti sui rom (CAHROM) ancora oggi per l’Italia non c’è un professionista rom.

La strategia Italiana per l’inclusione dei rom, sollecitata dalle Istituzioni Europee, è un esempio del modello di sviluppo degli interventi per la popolazione romanì, ad iniziare dal nome (rom sinti e camminanti) che attribuisce alla nostra popolazione una denominazione che è frutto di interpretazioni ed errori di presunti esperti; è grave che accade in un documento politico del Governo Italiano, perchè il nome non è solo il primo elemento dell’identità culturale, ma è anche uno strumento di riconoscimento

politico e culturale, oltre ad una necessità comunicativa.

Il giorno 8 aprile, giornata internazionale del popolo rom ha un senso? Si, se il Governo e le Istituzioni Italiane hanno recepito questo riconoscimento ‘ONU.

Allora perché delegittimare e dividere il nome della popolazione romanì?

Riflettendoci è facile accorgersi che anche il non riconoscimento del nome è parte integrante del disastroso modello di sviluppo degli interventi per soffiare sul vento della divisione

La strategia Italiana per l’inclusione dei rom è anche una questione di modello, di metodo, di strategie, che purtroppo sono identiche alle scelte sbagliate del passato.

Per concludere, il fallimentare del modello di sviluppo degli interventi per la popolazione romanì è diventato un “sistema” fondato su stereotipi e pregiudizi e che si nutre di stereotipi e pregiudizi per produrre discriminazione che poi si denuncia con un importante impatto mediatico.

A fronte di questo “sistema” per la popolazione romanì cosa fanno i media?

Ci mettono “il carico da undici”, (parafrasando il gioco delle carte della briscola).

Oggi non è affatto sufficiente la soluzione di smantellare i campi nomadi, che non dovevano essere mai allestiti, ma è necessario smantellare e demolire il “sistema”.

Le persone rom devono avere la determinazione di demolire l’attuale “sistema”, e abbattere il fatalismo, l’assistenzialismo culturale e il personalismo. Se questo disastroso sistema continua ad essere attivo la responsabilità è solo di noi rom.

Le persone rom devono muoversi nella direzione dell’emancipazione politica collettiva, prima, individuale dopo, fondata sull’autonomia e la normalità, sulle differenze e l’uguaglianza, sulla cultura del rispetto e della legalità.

Si, la legalità, che non è tabù e dobbiamo rivendicarla con determinazione, perché solo il concetto di legalità è cultura dei diritti esigibili, com’è cultura della responsabilità, della partecipazione e della giustizia sociale.

Sulla base di queste brevissime motivazioni la Fondazione romani Italia ha definito una visione strategica di elaborare una nuova romanipè con “azioni di sistema” per smantellare e demolire il vecchio e disastroso modello di sviluppo degli interventi che ha schiacciato la popolazione romanì fuori dal contesto politico-culturale ed ha bloccato l’evoluzione della cultura romanì.

Le azioni di sistema della Fondazione romanì Italia intendono muoversi nella direzione dell’emancipazione politico-culturale ed elaborare una romanipè 2.0 per affontare le sfide socio-culturali del terzo millennio.

tante scuse per nascondere il nostro razzismo

le 9 balle sull’immigrazione

(smentite dai numeri)

in un momento che registra  quotidianamente tanta intolleranza nei confronti di immigrati o rom non è male riflettere, magari in modo un po’ semplificato come nelle nove scansioni di A. Colasuonno qui sotto riportate, su quanti e quali stereotipi, pregiudizi o vere e proprie balle con i quali copriamo le nostre forme di razzismo:

immigrato

 

 Negli ultimi tempi fra le provocazioni di Salvini, i blitz di Borghezio e Casapound, le aggressioni in autobus o per strada ai danni di africani accusati di portare l’Ebola, gli scontri di Tor Sapienza, le esternazioni di Grillo circa il trattamento da riservare a chi arriva dal mare, il clima attorno agli stranieri si è di nuovo fatto abbietto e a tratti pericoloso. Ho voluto allora confutare punto per punto le argomentazioni più usate dai razzisti a vario titolo, tanto per fare chiarezza e dimostrare che il razzismo rimane un basso istinto che va semplicemente educato e soppresso e non ha alcuna ragione razionale per essere professato:

1) “Vengono tutti in Italia”

Gli stranieri in Italia sono poco più di 5 milioni e mezzo, ossia l’8% della popolazione. Solo 300 mila sono gli irregolari. Il Regno Unito è il paese europeo al primo posto per numero di nuovi immigrati con circa 560.000 arrivi ogni anno. Seguono la Germania, la Spagna e poi l’Italia. La Germania è invece il paese Ue con il maggior numero di stranieri residenti con 7,4 milioni di persone. Segue la Spagna e poi l’Italia. Siamo sesti inoltre per numero di richieste d’asilo (27.800). Da notare che il paese col più alto numero di immigrati è anche l’unico che in questo momento sta crescendo economicamente.

2) “Li manteniamo con i nostri soldi”

Gli stranieri con il loro lavoro contribuisco al Pil italiano per l’11% , mentre per loro lo stato stanzia meno del 3% dell’intera spesa sociale. Inoltre gli immigrati ci pagano letteralmente le pensioni. L’età media dei lavoratori non italiani è 31 anni, mentre quella degli italiani 44 anni. Bisognerà aspettare il 2025 perché gli stranieri pensionati siano uno ogni 25, mentre gli italiani pensionati sono oggi 1 su 3. Ecco che i contributi versati dagli stranieri (circa 9 miliardi) oggi servono a pagare le pensioni degli italiani.

3) “Ci rubano il lavoro”

“La crescita della presenza straniera non si è riflessa in minori opportunità occupazionali per gli italiani”, è la Banca d’Italia a parlare. Il lavoro straniero in Italia ha colmato un vuoto provocato da fattori demografici. Prendiamo il Veneto. Fra il 2004 e il 2008 ci sono stati 65.000 nuovi assunti all’anno, 43.000 giovani italiani e 22.000 giovani stranieri. Nel periodo in cui i nuovi assunti sono presumibilmente nati, negli anni dal 1979 al 1983, la natalità è stata di 43.000 unità all’anno. È facile vedere allora che se non ci fossero stati gli immigrati, 22.000 posti di lavoro sarebbero rimasti vacanti. Questo al Centro-Nord. La situazione è un po’ più problematica al Sud, perché in un’economia fragile e meno strutturata spesso gli stranieri accettano paghe più basse e condizioni lavorative massacranti, rubando qualche posto agli italiani. A livello nazionale, ad ogni modo, il fenomeno non è apprezzabile.

4) “Non rispettano le leggi”

Negli ultimi 20 anni la presenza di stranieri in Italia è aumentata vertiginosamente, fra il 1998 e 2008 del 246% dice l’Istat. Eppure la delinquenza non è aumentata, ha avuto solo trascurabili variazioni: nel 2007 il numero dei reati è stato simile al 1991. Di solito si ha una percezione distorta del fenomeno perché si considerano fra i reati degli stranieri quelli degli irregolari che all’87% sono accusati di reato di clandestinità il quale consiste semplicemente nell’aver messo piede su territorio italiano.

5) “Portano l’Ebola”

L’Africa è un continente enorme, non una nazione. Le zone in cui l’Ebola ha maggiormente colpito sono Liberia e Sierra Leone. Da queste zone non giungono immigrati in Italia dove invece arrivano da Libia, Eritrea, Egitto e Somalia. I sintomi dell’Ebola poi si manifestano in 3 o 4 giorni e un migrante contagiato non potrebbe mai viaggiare per settimane giungendo fino a noi. Infine il caso ebola è scoppiato ad aprile 2014, nei primi 8 mesi del 2014 in Italia sono arrivati circa 100 mila immigrati e neanche uno che ci abbia trasmesso l’Ebola.

6) “Aiutiamoli a casa loro”

È la frase con cui i razzisti di solito si autoassolvono, come se aiutarli a casa loro non abbia dei costi e dei rischi, e come se i nostri governi non abbiano già lavorato per affossare questa possibilità. Nel 2011 il governo italiano ha operato un taglio del 45% ai fondi destinati alla cooperazione allo sviluppo, stanziando effettivamente 179 milioni di euro, la cifra più bassa degli ultimi 20 anni. Destiniamo a questo ambito lo 0,2 del Pil collocandoci agli ultimi posti per stanziamenti fra i paesi occidentali. Nel 2013 il Servizio Civile ha messo a disposizione 16.373 posti di cui solo 502 all’estero, in sostanza il 19% di posti finanziati in meno rispetto al bando del 2011.

7) “Sono avvantaggiati nelle graduatorie per la casa

Ovviamente fra i criteri per l’assegnazione delle case popolari non compare la nazionalità. I parametri di cui si tiene conto sono il reddito, numero di componenti della famiglia se superiore a 5 unità, l’età, eventuali disabilità. Gli immigrati di solito sono svantaggiati perché giovani, in buona salute e con piccoli gruppi famigliari (poiché non ricongiunti). Nel bando del 2009 indetto dal comune di Torino il 45% dei richiedenti era straniero, solo il 10% di essi si è visto assegnare una casa. Nel comune di Genova, su 185 abitazioni messe a disposizione, solo 9 sono andate ad immigrati. A Monza su 100 assegnazioni solo 22 agli stranieri. A Bologna su 12.458 alloggi popolari assegnati, 1.122 agli stranieri.

8) “Prova a costruire una chiesa in un paese islamico”

È l’argomento che molti usano perché non si costruiscano moschee in Occidente o perché si lasci il crocifisso nei luoghi pubblici. È un argomento davvero bislacco: per quale motivo se gli altri sono incivili dovremmo esserlo anche noi? E comunque gli altri non sono incivili. In Marocco i cattolici sono meno dello 0,1% della popolazione eppure ci sono 3 cattedrali e 78 chiese. Si contano 32 cattedrali in Indonesia, 1 cattedrale in Tunisia, 7 cattedrali in Senegal, 5 cattedrali in Egitto, 4 cattedrali e 2 basiliche in Turchia, 4 cattedrali in Bosnia, 1 cattedrale negli Emirati Arabi Uniti, 3 monasteri in Siria, 7 cattedrali in Pakistan e così via.

9) “I musulmani ci stanno invadendo”

Al primo posto fra gli stranieri presenti in Italia ci sono i rumeni che sono oltre un milione. I rumeni per la maggior parte sono ortodossi. In seconda posizione ci sono gli albanesi, quasi 600 mila, per il 70% non praticanti (lascito della dominazione sovietica) e, fra i rimanenti, al 60% musulmani e al 20% ortodossi. Seguono i marocchini, quasi 500 mila, quasi totalmente musulmani, e ancora i cinesi, circa 200 mila, quasi tutti atei. Dunque in larga parte gli stranieri in Italia sono cristiani, oppure atei, solo in piccola parte professanti l’Islam. “Un buon capro espiatorio vale quasi quanto una soluzione”.

Andrea Colasuonno 

 

i miti da sfatare nei confronti dei rom

Rom e sinti, le comunità nomadi in Italia: i miti da sfatare

Sono 170 mila nel nostro Paese

sinti_interna

 

di  

25 Ottobre 2013

1. Oltre la metà degli zingari ha la cittadinanza italiana

In Italia i cosidetti zingari sono 170 mila, appartenenti a due etnie: i rom e i sinti.
Si differenziano principalmente per dialetto, provenienza geografica e occupazione. I rom, arrivati prevalentemente dall’Est Europa, si sono tradizionalmente dedicati al commercio di rame e ferro; i sinti, originari delle regioni del Nord e dell’Ovest del Vecchio Continente, hanno una lunga tradizione come giostrai e circensi.
A dispetto degli stereotipi, oltre la metà di loro è italiana. Molti lo sono da generazioni, alcuni addirittura da secoli.
APPENA IL 30% ARRIVA DALLA ROMANIA.

Secondo fonti storiche i primi ad arrivare furono i rom abruzzesi, giunti via mare dai Balcani nel 1300, circa 200 anni prima che i sinti, spesso identificati come ‘zigani italiani’, giungessero dal Nord Europa.
Solo tra il 30 e il 35% dei rom presenti in Italia proviene invece dalla Romania, anche se il nome induce spesso in inganno. Un altro 10-15% viene dai Paesi della ex Jugoslavia.

2. Solo un quarto degli zingari vive nei campi nomadi

Secondo un’indagine della commissione Diritti umani del Senato, sono solo 40 mila i rom e i sinti distribuiti nei vari campi nomadi in Italia. E anche il termine ‘nomadi’, ormai, risulta impreciso.
Dopo secoli in perenne movimento per sfuggire a carestie, guerre e persecuzioni, le popolazioni zingare sono ormai diventate sedentarie. Ciò nonostante il nomadismo rimane nella loro cultura e nella loro filosofia di vita.
IL MODELLO DELLA FAMIGLIA ALLARGATA.

Così alcuni di loro continuano a vivere in baracche e roulotte, organizzati in gruppi costruiti sulla base della famiglia allargata, in condizione di costante precarietà, pronti a fare i bagagli e partire al primo sgombero.
Gli altri, invece, hanno optato per case e condomini verticali, integrandosi nel tessuto abitativo del Paese ospitante, e spesso sono restii a definirsi rom o sinti per via dei pregiudizi sulle due etnie.
SENZA ACQUA CORRENTE.

Secondo una ricerca della fondazione Casa della carità, condotta attraverso un questionario distribuito a 1.500 rom e sinti (un campione rappresentativo di circa il 10% del totale), il 24% vive in insediamenti ‘abusivi’, il 41 in campi regolari, il 32% non ha acqua calda e il 23% nemmeno quella fredda corrente.

3. Soltanto uno su tre lavora; uno su cinque si diploma

  • Uno striscione in una manifestazione contro il razzismo a Roma (©Getty Images).

I livelli occupazionali, secondo dati sempre della fondazione Casa carità, sono molto bassi.
Solo il 34,7% degli intervistati ha dichiarato di avere un lavoro, contro il 44,3% complessivo italiano rilevato dall’Istat all’epoca della ricerca (2012).
Molti di loro sono lavoratori autonomi, solo il 6,7% è dipendente.
Ma i problemi di integrazione cominciano da prima, fin dall’infanzia. I dati sull’istruzione parlano di un 30% dei bambini che frequentano la scuola, ma, tra questi, solo uno su cinque riesce ad arrivare fino al diploma di scuola superiore.

4. Non rapiscono i bambini: in 30 anni solo un caso

 

Una ricerca della onlus Geordi, risalente al 2006 (l’ultima disponibile sul tema), ha segnalato che in quell’anno sono stati 2.384 i minori non rom transitati dai Centri di giustizia minorile nelle regioni del Centro Italia, a fronte di 1.434 minori rom: oltre il 50% dei casi, dunque, riguarda giovani ‘nomadi’.

NOTIZIE FALSE.

Eppure alcuni falsi miti sono da sfatare. Primo fra tutti quello che vorrebbe gli zingari rapitori di bambini, rilanciato dal caso dell’«angelo biondo» trovata in un campo nomadi in Grecia.
Una ricerca curata dall’università di Verona ha evidenziato come i circa 30 casi di cui si è data notizia nel periodo fra il 1985 e il 2007 si siano rivelati tutti infondati.

UNA SOLA CONDANNA IN ITALIA.

C’è un solo precedente di condanna: quella della giovane accusata di aver rapito una bambina a Ponticelli, nel 2008. Un caso che portò all’assalto e all’incendio di un campo da parte dei residenti e di affiliati alla camorra. Ma le uniche prove furono le testimonianze della madre della bambina e dei suoi parenti.

5. Sono una minoranza senza tutele

Rom e sinti sono a tutti gli effetti una minoranza, ma non sono mai stati riconosciuti come tale. La legge 482 del 1999, che identifica 12 gruppi linguistici minoritari da tutelare nella Penisola – tra cui il catalano parlato ad Alghero (in Sardegna), il greco, l’albanese – non include idiomi romanì (cioè quelli parlati indifferentemente da rom e sinti).
Il nomadismo di questi gruppi (ormai quasi inesistente nei fatti) è stata la giustificazione dell’esclusione di questi gruppi dalla normativa che ha attuato la Convenzione-quadro per la protezione delle minoranze nazionali, approvata dal parlamento Ue il primo febbraio 1995.

INSEDIAMENTI RICOSTRUITI.

Anche l’approccio delle istituzioni nell’affrontare la questione abitativa è sempre stato improntato all’assimilazione.
Spesso si è partiti dal presupposto di cancellare i campi e trasferire la popolazione dentro case tradizionali, una soluzione che non può funzionare sempre.
Così i tentativi si sono spesso rivelati fallimentari: gli insediamenti, semplicemente, venivano spontaneamente ricostituiti da qualche parte. «Non si può negare un substrato culturale forte e radicato. Si deve ripensare il campo, renderlo più vivibile, ma si deve anche rispettare un bisogno abitativo diverso e più consono alla tradizione», ha spiegato a Lettera43.it Maurizio Pagani.

RIFIUTANO L’ASSIMILAZIONE.

Quello denunciato dalle associazioni è un tentativo di assimilazione che non può essere accettato da chi ha alle spalle secoli di persecuzioni.
Lavoriamo per una «convivenza pacifica e bella», ha detto Dijana Pavlovic, «rifiutando l’assimilazione». Ma la strada da percorrere è ancora lunga e difficile.

i luoghi comuni più diffusi contro i rom

una piccola mappa dei luoghi comuni contro i rom che sarebbero  tutti nomadi, ladri e “invasori stranieri”

(redatta da Raffaella Cosentini, su ‘la Repubblica’)

E invece rom e sinti sono in gran parte italiani, vivono in case e non nei campi, Il Consiglio di Stato ha dichiarato che non risulta un aumento dei furti legato alla loro presenza… le leggende nere su una minoranza

L’Italia è invasa dai rom. Le popolazioni romanì sono la più grande minoranza europea con 12 milioni di persone in tutto il continente. Il Paese dove sono più numerosi è la Romania, con un milione e 800mila rom. In Spagna ci sono 800mila rom, in Francia 400mila. In Italia si stima la presenza media di circa 150 mila rom, pari allo 0,23% della popolazione. Un piccolo numero sia in termini assoluti che relativi.

I rom sono nomadi e amano vivere nei campi. Oltre il 90% di quelli che vivono in Italia ha abbandonato da decenni la vita nomade ed è ormai stabile. Su 150mila, solo 40mila vivono nei campi (secondo un’indagine della Commissione Diritti umani del Senato). La maggioranza abita in case.

Devono tornare a casa loro. Le popolazioni romanì sono presenti in Italia da oltre 6 secoli. Secondo il ministero del Lavoro, nel 2010, il 50-60% dei rom presenti erano cittadini italiani. Degli altri, una grossa fetta è costituita da comunità giunte in Italia  negli anni 90, dopo la dissoluzione dell’ex Jugoslavia. Sono profughi delle guerre balcaniche che non possono dimostrare la loro identità, perché privi di documenti validi e devono essere considerati, per lo più, apolidi di fatto. Ormai anche loro sono stanziali e i loro figli spesso sono nati in Italia. I restanti sono romeni e bulgari, quindi comunitari immigrati regolari.

Rapiscono i bambini. Una ricerca a cura di Sabrina Tosi Cambini dell’Università di Verona smonta lo stereotipo della “zingara rapitrice”. Su tutti i circa 30 casi riportati dall’Ansa fra il 1985 e il 2007 non c’è alcun rapimento di minori a opera di un gruppo rom o sinto. Tutte le denunce sembrano riproporre una leggenda metropolitana. Esiste un unico caso in cui una giovane rom è stata condannata dai giudici per tentato rapimento di una bambina. E’ la controversa vicenda di Ponticelli, sfociata a maggio 2008 nell’assalto e nell’incendio del campo rom da parte dei residenti e di uomini legati ai clan della camorra. Ma non c’erano altre prove se non la testimonianza della madre della bimba e dei suoi parenti. All’opposto, tra i rom è diffusa l’idea che siano i gagè (cioè i non rom) a portargli via i figli. La seconda parte della ricerca, curata da Carlotta Saletti Sanza, afferma che negli ultimi dieci anni, 200 bambini sono stati tolti alle famiglie rom per essere dati in affidamento. Il pregiudizio che i bambini rom siano sicuramente maltrattati dalle loro famiglie è diffuso anche tra gli operatori sociali  e del diritto. A Roma, in occasione degli sgomberi dei campi non autorizzati, le donne rom dovevano scegliere tra  avere la famiglia divisa oppure vedersi portare via i minori. E’ quanto afferma una ricerca dell’Osservatorio sul razzismo e le diversità “Favara” dell’Università di Roma Tre. La prova è in un documento che gli operatori sociali della Sala Operativa Sociale del Comune di Roma facevano firmare alle donne rom trovate con i loro bambini in questi insediamenti. Si potevano barrare due caselle, vale a dire accettare l’accoglienza in una struttura del Comune soltanto per donne e bambini, senza i padri. Oppure rifiutare di separarsi, ma in questo caso, una clausola specifica stabiliva che se la stessa madre fosse stata ritrovata in un altro campo abusivo, sarebbe stata avviata la procedura per affidare i bambini a una casa famiglia.

sinti_interna

 

 

 

Hanno troppi privilegi. Da una relazione sulla situazione dei rom in undici Stati membri pubblicata dall’Agenzia dei diritti fondamentali dell’Ue risulta che un rom su tre è disoccupato e il 90% vive al di sotto della soglia di povertà. Molti si scontrano quotidianamente con pregiudizi, intolleranza, discriminazioni ed esclusione sociale.
In Italia la percentuale dei minori rom e sinti al di sotto dei 16 anni (45%) è tre volte superiore rispetto alla media nazionale (15%) per lo stesso gruppo di età. Si tratta quindi di un popolo di giovani, con alta natalità ma basse aspettative di vita. La percentuale degli ultrasessantenni (0,3%) corrisponde a circa un decimo della media nazionale per lo stesso gruppo di età (25%). Questo a causa delle precarie condizioni di vita. Dalla prima indagine voluta dalla Commissione Diritti Umani del Senato è emersa la reticenza a dichiararsi rom. Questo a causa della “generalizzata tendenza a legare all’immagine dei rom e dei sinti, ogni forma di devianza e criminalità”.  Totalmente rimosso dalla memoria collettiva è il “Porrajmos”, lo sterminio rom durante la seconda guerra mondiale, così come la deportazione dei rom italiani nei campi di concentramento.

Sfruttano i minori.  Il libro Bambini ladri  –  tutta la verità sulla vita dei piccoli rom, tra degrado e indifferenza di Luca Cefisi, ex consulente della Presidenza del Consiglio esamina la “condanna collettiva” che colpisce i rom, visti dalla società maggioritaria come “incessantemente dediti al furto e allo sfruttamento dei loro figli”.  Per reazione al rifiuto esterno, questa comunità si rifugia nella famiglia, che è la risorsa contro il resto del mondo. Non si può generalizzare, ogni famiglia è diversa. Quello che emerge è che l’isolamento delle comunità rom segregate nei campi conserva la vecchia mentalità. I rom e sinti italiani, ad esempio, non usano più i minori per attività non legali. Nei quartieri ghetto, come in Calabria, è la criminalità italiana a reclutarli.
Nei campi rom esiste ancora l’uso dei minori in attività di acquisizione del reddito per la famiglia. Un esempio è chiedere l’elemosina, il ‘mangèl’. Ma esistono differenze: c’è chi lo fa per necessità materiali estreme e vive come una vergogna l’impiego dei bambini, ma ci sono anche i casi in cui lo sfruttamento può essere fermato solo dall’intervento della polizia. La scuola da sola non basta. E’ solo quando i genitori trovano un lavoro più stabile che certi comportamenti si interrompono. Scuola, casa e lavoro devono andare insieme.

I rom rubano.  Anche in questo caso non si può generalizzare. Il Consiglio di Stato ha dichiarato illegittima l’emergenza nomadi decretata dal precedente governo perché non che non c’è effettivo “pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica” quando in un territorio ci sono insediamenti nomadi. L’emergenza, scrivono i giudici, non è supportata da dati, che ad esempio dimostrino l’incremento di determinate tipologie di reati a causa della presenza dei rom. Come poteva essere per i baraccati italiani degli anni Sessanta raccontati da Pier Paolo Pasolini, la mancanza di istruzione e di accesso al mondo del lavoro, reso più difficile dai pregiudizi, sono le cause della devianza. La minoranza rom in Italia è tra le più emarginate d’Europa. In molti altri Paesi europei non è raro avere dei rom laureati.  Al contrario, nel nostro Paese, sono molti i minori rom che hanno avuto problemi con la giustizia. Una ricerca dell’associazione Geordie Onlus dice che nel 2006 sono stati 2384 i minori non rom passati dai Centri di giustizia minorile nelle regioni centrali italiane e 1434 i minori rom, percentuale alta rispetto al numero assoluto di questa minoranza sul resto della popolazione. “Un altro dato significativo”,  scrive Cefisi nel suo libro, “è che i ragazzi rom rimangono di più in carcere, al contrario della vox populi che li vuole impuniti”. Il motivo: chi non ha casa e denaro non ha una buona difesa legale, né ottiene le misure alternative al carcere.

pregiudizi italiani

 

Quei pregiudizi su stranieri, mendicanti, rom

di Massimo Calvi
23 ottobre 2014

bambino rom

 

 

Più di un italiano su tre se incontra un arabo in aeroporto teme che possa trattarsi di un terrorista. Quattro italiani su cinque, invece, si mettono la mano al portafoglio se una “zingara” sale sull’autobus. È l’effetto del pregiudizio, o meglio, di quello che la narrazione collettiva trasmette alle persone, spingendole a costruirsi un’immagine degli altri diversa da quello che l’esperienza individuale ha detto loro. Ed è proprio in questo margine, tra ciò che ci hanno raccontato e ciò che abbiamo vissuto, che si annidano i germi dei pregiudizi, della discriminazione, dell’intolleranza e persino della violenza. Ma perché tutto possa detonare, arrivando al peggio, ci vogliono altri ingredienti, e uno di questi è rappresentato dalle emozioni: come la paura, l’insicurezza, l’invidia. È questo il percorso che porta ad esempio a provare antipatia per rom e tossicodipendenti, a esprimere atteggiamenti ostili verso i migranti, o non rispettosi nei confronti degli omosessuali, a discriminare una donna sul lavoro. Ad analizzare il rapporto tra gli italiani e le discriminazioni è una rilevazione demoscopica condotta per Famiglia Cristiana da Swg, e che viene presentata oggi in occasione del lancio della campagna sociale “Anche le parole possono uccidere”, cui aderiscono pure Avvenire e la Federazione dei settimanali cattolici. Ad emergere è molto più di una classifica di chi piace e chi no. Gli italiani dicono di provare “simpatia” per i giovani, le donne, gli anziani, i poveri, gli uomini, i cristiani e i meridionali. Sembrano essere “neutri” in rapporto a settentrionali, persone di colore, magri, omosessuali, persone molto grasse ed ebrei. Decisamente “antipatici” risultano invece i ricchi, i musulmani e chi chiede la carità, mentre a un livello inferiore si trovano rom e sinti e i tossicodipendenti. “Zingari” e “drogati” sono dunque le categorie che più procurano disagio: il 70% avrebbe problemi a cenare con un tossicodipendente, il 66% con un rom, il 74% si sentirebbe urtato dall’avere un “tossico” vicino di casa, il 70% un rom. Grossi problemi anche con extracomunitari e musulmani: 4 su 10 preferirebbe non averli come vicini di casa e circa uno su tre (28% e 33%) proverebbe disagio se li avesse come colleghi di lavoro. Passando al piano personale, il quadro non cambia molto: il fidanzato da evitare per la figlia? Il tossicodipendente (82%), il rom/sinti (72%), il musulmano (69%), un uomo più anziano (58%), un’altra donna (54%), un extracomunitario (50%). A colpire è anche un altro aspetto: la differenza tra la discriminazione percepita e quella realmente vissuta. Per l’87% degli intervistati, ad esempio, in Italia ci sono diffusi atteggiamenti discriminatori legati alle preferenze sessuali e per l’83% alle origini etniche. Mentre il 66% si è sentito discriminato almeno una volta nella vita. Per che cosa? Condizione economica (40%), motivi estetici (36%), peso (35%) e genere (34%). L’indagine ha poi messo in luce che le persone che fanno riferimento ai valori della patria e della tradizione cattolica sono molto più tolleranti della media, salvo nel caso degli omosessuali. Tollerante è anche chi asserisce di credere molto nel valore della scuola e della formazione. A produrre ostilità verso i migranti sono invece il senso di insicurezza e la percezione di essere esclusi dalla società. Insomma: la discriminazione non trova terreno fertile dove ci sono cultura ed educazione, prolifera quando a dominare sono le difficoltà e le paure individuali.