E. Bianchi commenta il vangelo

I frutti dell’amore

Beato Angelico (attr.), predella della Pala di Fiesole (part.), 1423-24

Beato Angelico (attr.), predella della Pala di Fiesole
1 novembre: festa di Tutti i santi
Commento al Vangelo di p. E. Bianchi
Bianchi

In questi ultimi decenni sono stati proclamati tanti santi e beati: mai c’è stata nella chiesa una stagione così ricca di canonizzazioni, segno anche di un’estesa “cattolicità” raggiunta dalla testimonianza cristiana. Eppure molti, all’interno e attorno alla chiesa, hanno la sensazione di non conoscere dei santi “vicini”, di non riuscire a discernere “l’amico di Dio” – questa la stupenda definizione patristica del santo – nella persona della porta accanto, nel cristiano quotidiano. Questo forse è dovuto anche al fatto che viviamo in una cultura in cui si privilegia l’apparire, un mondo in cui – come ha detto qualcuno – “anche la santità si misura in pollici”: molti allora cercano non il discepolo del Signore, ma l’ecclesiastico di successo, l’efficace trascinatore di folle, l’opinion leader capace di parole sociologiche, politiche, economiche, etiche, la star mediatica cui si chiede una parola a basso prezzo su qualsiasi evento, facendolo apparire il più eloquente a prescindere dalla consistenza della sua sequela del Signore.

Ma è proprio in questa ambigua ricerca della santità attorno a noi che ci viene in aiuto la festa di tutti i santi, la celebrazione della comunione dei santi del cielo e della terra. Sì, al cuore dell’autunno, dopo tutte le mietiture, i raccolti e le vendemmie nelle nostre campagne, la chiesa ci chiede di contemplare la mietitura di tutti i sacrifici viventi offerti a Dio, la messe di tutte le vite ritornate al Signore, la raccolta presso Dio di tutti i frutti maturi suscitati dall’amore e dalla grazia del Signore in mezzo agli uomini. La festa di tutti i santi è davvero un memoriale dell’autunno glorioso della chiesa, la festa contro la solitudine, contro ogni isolamento che affligge il cuore dell’uomo: se non ci fossero i santi, se non credessimo “alla comunione dei santi” – che non certo a caso fa parte della nostra professione di fede – saremmo chiusi in una solitudine disperata e disperante. In questo giorno dovremmo cantare: “Non siamo soli, siamo una comunione vivente!”; dovremmo rinnovare il canto pasquale perché, se a Pasqua contemplavamo il Cristo vivente per sempre alla destra del Padre, oggi, grazie alle energie della resurrezione, noi contempliamo quelli che sono con Cristo alla destra del Padre: i santi. A Pasqua cantavamo che la vite era vivente, risorta; oggi la chiesa ci invita a cantare che i tralci, mondati e potati dal Padre sulla vite che è Cristo, hanno dato il loro frutto, hanno prodotto una vendemmia abbondante e che questi grappoli, raccolti e spremuti insieme formano un unico vino, quello del Regno.

Noi oggi contempliamo questo mistero: i morti per Cristo, con Cristo e in Cristo sono con lui viventi e, poiché noi siamo membra del corpo di Cristo ed essi membra gloriose del corpo glorioso del Signore, noi siamo in comunione gli uni con gli altri, chiesa pellegrinante con chiesa celeste, insieme formanti l’unico e totale corpo del Signore. Oggi dalle nostre assemblee sale il profumo dell’incenso, segno del legame con la chiesa di lassù, la Gerusalemme celeste che attende il completamento del numero dei suoi figli ed è vivente, gloriosa presso Dio, con Cristo, per sempre.

Ecco il forte richiamo che risuona per noi oggi: riscoprire il santo accanto a noi, sentirci parte di un unico corpo. E’ questa consapevolezza che ha nutrito la fede e il cammino di santità di molti credenti, dai primi secoli ai nostri giorni: uomini e donne nascosti, capaci di vivere quotidianamente la lucida resistenza a sempre nuove idolatrie, nella paziente sottomissione alla volontà del Signore, nel sapiente amore per ogni essere umano, immagine del Dio invisibile. Il santo allora diviene una presenza efficace per il cristiano e per la chiesa: “Noi non siamo soli, ma avvolti da una grande nuvola di testimoni” (Eb 12,1), con loro formiamo il corpo di Cristo, con loro siamo i figli di Dio, con loro saremo una cosa sola con il Figlio. In Cristo si stabilisce tra noi e i santi una tale intimità che supera quella esistente nei nostri rapporti, anche quelli più fraterni, qui sulla terra: essi pregano per noi, intercedono, ci sono vicini come amici che non vengono mai meno. E la loro vicinanza è davvero capace di meraviglie perché la loro volontà è ormai assimilata alla volontà di Dio manifestatasi in Cristo, unico loro e nostro Signore: non sono più loro a vivere, ma Cristo in loro, avendo raggiunto il compimento di ogni vocazione cristiana, l’assunzione del volere stesso di Cristo: “Non la mia, ma la tua volontà sia fatta, o Padre” (Lc 22,42). Sostenuti da quanti ci hanno preceduto in questo cammino, scopriremo anche i santi che ancora operano sulla terra perché il seme dei santi non è prossimo all’estinzione: caduto a terra si prepara ancora oggi a dare il suo frutto. “Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?” (Is 43,19).

Purtroppo oggi questa memoria dei santi, così come quella dei morti il giorno seguente, è svuotata dalla celebrazione, sempre più popolare, di Hallowen: un altro, triste segnale di come nella nostra società si scivoli con facilità e insensibilmente dal reale al virtuale. A un mondo invisibile, autentico e reale, il mondo della comunione dei santi, viene sostituito un mondo invisibile ma immaginario, una fiction fabbricata con le nostre mani per autoconsolazione. No, la comunione dei santi è sperimentabile, vivibile: noi non siamo soli qui sulla terra perché nel Cristo risorto siamo “communicantes in unum”!

Tratto da Dare senso al tempo, pp. 143-146

una ‘integrazione’ dei rom solo promessa

Rom, l’integrazione è in salita

Ilaria Sesana
Non è cambiato nulla, l’Italia resta il paese dei campi rom. A oltre 30 mesi dall’avvio della Strategia nazionale per l’inclusione dei rom presentata dal governo alla Commissione europea «permane un approccio emergenziale, continuano gli sgomberi e va avanti la politica dei campi». La denuncia proviene dall’Associazione 21 luglio che ieri, a Milano, ha presentato il rapporto “La tela di Penelope”, monitoraggio della società civile sull’inclusione dei rom. Tema attualissimo. Pochi giorni fa a Borgaro, cintura torinese, gli atti di teppismo sul bus dei ragazzi del grande campo dell’Aeroporto hanno spinto il sindaco del Pd a chiedere all’azienda trasporti un autobus solo per loro, suscitando polemiche.

All’indomani dell’approvazione, il 24 febbraio 2012, la Strategia era stata accolta positivamente da diversi attori della società civile perché segnava un’importante discontinuità rispetto al passato. In primo luogo, si esprimeva per il superamento della prospettiva emergenziale, dell’approccio assistenzialista, e della soluzione dei “campi nomadi”, e si proponeva di promuovere la partecipazione. Ma il bilancio tratteggiato dalla “21 luglio” presenta molte ombre. «La Strategia – spiega il presidente Carlo Stasolla – si percepisce come una meta irraggiungibile, simile alla tela di Penelope: nei propositi mattutini si cuce, nelle azioni concrete si disfa».

A parole si prospetta la fine dei campi, nella pratica «sono stati costruiti, progettati o sono in fase di realizzazione 20 nuovi campi rom in tutta Italia», sottolinea Stasolla. Tra questi il progetto approvato il 15 maggio scorso dal Comune di Napoli a Scampia, da finanziare con 7 milioni di euro. In base al rapporto, la situazione segregante degli insediamenti formali e informali riguarda circa 40mila rom e sinti ed essa «continua a caratterizzare la geografia di molte aree urbane».

A Milano i campi autorizzati sono passati da sette a cinque (chiuso via Novara, in via di chiusura quello di via Martirano) mentre una quindicina di accampamenti abusivi sono stati sgomberati in città e aree limitrofe. «Aree e campi che esistevano da molto tempo, sono stati chiusi e non più occupati – sottolinea l’assessore alla sicurezza, Marco Granelli – e a tutti gli occupanti offriamo la possibilità di avviare un percorso all’interno dei due centri di emergenza sociale, senza separare le famiglie». Nelle strutture di via Lombroso e via Barzaghi i rom hanno la possibilità di restare sei mesi: gli adulti seguono un percorso di integrazione, i bambini vanno a scuola. «In questi due anni abbiamo accolto 733 persone, circa 500 sono usciti – spiega Granelli – e, di questi, 225 hanno iniziato percorsi di integrazione mentre gli altri, purtroppo, hanno avuto esiti negativi».

Il rapporto evidenzia come sia continuato l’approccio emergenziale al fenomeno: malgrado le promesse, gli sgomberi non si sono mai fermati e restano i megacampi. A Roma, sotto la giunta di Ignazio Marino, ci sono stati ben 37 sgomberi, con un costo medio di 1.250 euro a persona. Mentre per la gestione degli 11 insediamenti capitolini si sono spesi 24 milioni di euro nel 2013. «Programmi e attività – si legge nel rapporto – registrano un ritardo generalizzato e l’assenza di indicazioni per la traduzione in chiave operativa degli indirizzi della Strategia». Altro elemento critico: la partecipazione dei rom risulta solo formale a livello nazionale ed è scarsa a livello locale.

Le conclusioni avanzano diverse richieste al premier Matteo Renzi. Su tutte il riconoscimento dei rom come minoranza nazionale, la promozione di politiche abitative non discriminatorie per superare i grandi campi monoetnici delle periferie. «È urgente affrontare questa tematica – sottolinea don Virginio Colmegna, presidente della Casa della Carità – la situazione è sempre più difficile e bisogna agire presto per evitare che i rom diventino capro espiatorio di tanti problemi».

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sequestrato campo acquistato a Lucca da un rom

Sequestrato insediamento abusivo nel campo acquistato dai nomadi

la toccante lettera alla madre prima di essere impiccata

“Madre, non piangere accuserò i giudici al tribunale di Dio e ora dona i miei occhi”

Ecco l’ultima lettera, pubblicata su Huffington Post, che Reyahneh Jabbari, impiccata a 26 anni per aver ucciso il suo stupratore, ha scritto a sua madre Sholeh

siriana impiccata

 

“Mia dolce madre, l’unica che mi è più cara della vita, non voglio marcire sottoterra. Non voglio che i miei occhi o il mio giovane cuore diventino polvere. Prega perché venga disposto che, non appena sarò stata impiccata il mio cuore, i miei reni, i miei occhi, le ossa e qualunque altra cosa che possa essere trapiantata venga presa dal mio corpo e data a qualcuno che ne ha bisogno, come un dono. Non voglio che il destinatario conosca il mio nome, compratemi un mazzo di fiori, oppure pregate per me”

in “la Repubblica” del 27 ottobre 2014

Cara madre, oggi ho appreso che ora è il mio turno di affrontare la Qisas ( la legge del taglione del regime iraniano, ndr). Mi ferisce che tu stessa non mi abbia fatto sapere che ero arrivata all’ultima pagina del libro della mia vita. Non credi avrei dovuto saperlo? Perché non mi hai dato la possibilità di baciare la tua mano e quella di papà? Il mondo mi ha concesso di vivere per 19 anni. Quella orribile notte io avrei dovuto essere uccisa. Il mio corpo sarebbe stato gettato in qualche angolo della città e dopo qualche giorno la polizia ti avrebbe portato all’obitorio per identificare il mio corpo e là avresti saputo che ero anche stata stuprata. L’assassino non sarebbe mai stato trovato, dato che noi non siamo ricchi e potenti come lui. Poi tu avresti continuato la tua vita soffrendo e vergognandoti e qualche anno dopo saresti morta per questa sofferenza e sarebbe andata così. Ma con quel maledetto colpo la storia è cambiata. Il mio corpo non è stato gettato da qualche parte ma nella tomba della prigione di Evin e della sua sezione di isolamento. E ora nella prigione-tomba di Shahr-e Ray. Ma arrenditi al destino e non lamentarti. Tu sai bene che la morte non è la fine della vita. Tu mi hai insegnato che si arriva in questo mondo per fare esperienza e imparare la lezione e che a ognuno che nasce viene messa una responsabilità sulle spalle. Ho imparato che a volte bisogna lottare. Tu ci hai insegnato, quando andavamo a scuola, che si deve essere una signora di fronte alle discussioni e alle lamentele. Ti ricordi quanto notavi il modo in cui ci comportavamo? La tua esperienza era sbagliata. Essere presentabile in tribunale mi ha fatto apparire come un’assassina a sangue freddo. Non ho versato lacrime. Non ho implorato. Non mi sono disperata, perché avevo fiducia nella legge. Ma sono stata accusata di rimanere indifferente di fronte ad un crimine. Lo sai, non uccidevo neanche le zanzare e gettavo via gli scarafaggi prendendoli dalle antenne e ora sono diventata un’assassina volontaria. Il modo in cui trattavo gli animali è stato interpretato come un comportamento mascolino e il giudice non si è neanche preoccupato di tenere in considerazione il fatto che all’epoca dell’incidente avevo le unghie lunghe e laccate. Quant’è ottimista colui che si aspetta giustizia dai giudici! Il giudice non ha mai contestato il fatto che le mie mani non sono ruvide come quelle di uno sportivo, specialmente un pugile. E questo paese per il quale tu hai piantato l’amore in me, non mi ha mai voluto e nessuno mi ha sostenuto quando sotto i colpi degli inquirenti gridavo e sentivo i termini più volgari. Quando ho perduto il mio ultimo segno di bellezza, rasandomi i capelli, sono stata ricompensata: 11 giorni in isolamento. Cara mamma, non piangere per ciò che stai sentendo. Il primo giorno in cui alla stazione di polizia una vecchia agente zitella mi ha schiaffeggiato per le mie unghie, ho capito che la bellezza non viene ricercata in quest’epoca. La bellezza dell’aspetto, la bellezza dei pensieri e dei desideri, una bella scrittura, la bellezza degli occhi e della visione e persino la bellezza di una voce dolce. Le mie parole sono eterne e le affido tutte a qualcun altro, in modo che quando verrò giustiziata senza la tua presenza e senza che tu lo sappia, ti vengano consegnate. Ti lascio molto parole scritte a mano come mia eredità. Però, prima della mia morte voglio qualcosa da te, qualcosa che mi devi dare con tutte le tue forze. In realtà è l’unica cosa che voglio da questo mondo, da questo paese e da te. So che avrai bisogno di tempo per questo. Ti prego non piangere e ascolta. Voglio che tu vada in tribunale e dica a tutti la mia richiesta. Mia dolce madre, l’unica che mi è più cara della vita, non voglio marcire sottoterra. Non voglio che i miei occhi o il mio giovane cuore diventino polvere. Prega perché venga disposto
che, non appena sarò stata impiccata il mio cuore, i miei reni, i miei occhi, le ossa e qualunque altra cosa che possa essere trapiantata venga presa dal mio corpo e data a qualcuno che ne ha bisogno, come un dono. Non voglio che il destinatario conosca il mio nome, compratemi un mazzo di fiori, oppure pregate per me. Te lo dico dal profondo del mio cuore che non voglio avere una tomba dove tu andrai a piangere e a soffrire. Non voglio che tu ti vesta di nero per me. Fai di tutto per dimenticare i miei giorni difficili. Dammi al vento perché mi porti via. Il mondo non ci ama. Non ha voluto che si compisse il mio destino. E ora mi arrendo ad esso ed abbraccio la morte. Perché di fronte al tribunale di Dio io accuserò gli ispettori, accuserò il giudice e i giudici della Corte Suprema che mi hanno picchiato mentre ero sveglia e non hanno smesso di minacciarmi. Nel tribunale del creatore accuserò tutti coloro che per ignoranza e con le loro bugie mi hanno fatto del male ed hanno calpestato i mie diritti e non hanno prestato attenzione al fatto che a volte ciò che sembra vero è molto diverso dalla realtà. Cara Sholeh dal cuore tenero, nell’altro mondo siamo tu ed io gli accusatori e gli altri gli accusati. Vediamo cosa vuole Dio. Vorrei abbracciarti fino alla morte. Ti voglio bene.

Reyhaneh

pregiudizi italiani

 

Quei pregiudizi su stranieri, mendicanti, rom

di Massimo Calvi
23 ottobre 2014

bambino rom

 

 

Più di un italiano su tre se incontra un arabo in aeroporto teme che possa trattarsi di un terrorista. Quattro italiani su cinque, invece, si mettono la mano al portafoglio se una “zingara” sale sull’autobus. È l’effetto del pregiudizio, o meglio, di quello che la narrazione collettiva trasmette alle persone, spingendole a costruirsi un’immagine degli altri diversa da quello che l’esperienza individuale ha detto loro. Ed è proprio in questo margine, tra ciò che ci hanno raccontato e ciò che abbiamo vissuto, che si annidano i germi dei pregiudizi, della discriminazione, dell’intolleranza e persino della violenza. Ma perché tutto possa detonare, arrivando al peggio, ci vogliono altri ingredienti, e uno di questi è rappresentato dalle emozioni: come la paura, l’insicurezza, l’invidia. È questo il percorso che porta ad esempio a provare antipatia per rom e tossicodipendenti, a esprimere atteggiamenti ostili verso i migranti, o non rispettosi nei confronti degli omosessuali, a discriminare una donna sul lavoro. Ad analizzare il rapporto tra gli italiani e le discriminazioni è una rilevazione demoscopica condotta per Famiglia Cristiana da Swg, e che viene presentata oggi in occasione del lancio della campagna sociale “Anche le parole possono uccidere”, cui aderiscono pure Avvenire e la Federazione dei settimanali cattolici. Ad emergere è molto più di una classifica di chi piace e chi no. Gli italiani dicono di provare “simpatia” per i giovani, le donne, gli anziani, i poveri, gli uomini, i cristiani e i meridionali. Sembrano essere “neutri” in rapporto a settentrionali, persone di colore, magri, omosessuali, persone molto grasse ed ebrei. Decisamente “antipatici” risultano invece i ricchi, i musulmani e chi chiede la carità, mentre a un livello inferiore si trovano rom e sinti e i tossicodipendenti. “Zingari” e “drogati” sono dunque le categorie che più procurano disagio: il 70% avrebbe problemi a cenare con un tossicodipendente, il 66% con un rom, il 74% si sentirebbe urtato dall’avere un “tossico” vicino di casa, il 70% un rom. Grossi problemi anche con extracomunitari e musulmani: 4 su 10 preferirebbe non averli come vicini di casa e circa uno su tre (28% e 33%) proverebbe disagio se li avesse come colleghi di lavoro. Passando al piano personale, il quadro non cambia molto: il fidanzato da evitare per la figlia? Il tossicodipendente (82%), il rom/sinti (72%), il musulmano (69%), un uomo più anziano (58%), un’altra donna (54%), un extracomunitario (50%). A colpire è anche un altro aspetto: la differenza tra la discriminazione percepita e quella realmente vissuta. Per l’87% degli intervistati, ad esempio, in Italia ci sono diffusi atteggiamenti discriminatori legati alle preferenze sessuali e per l’83% alle origini etniche. Mentre il 66% si è sentito discriminato almeno una volta nella vita. Per che cosa? Condizione economica (40%), motivi estetici (36%), peso (35%) e genere (34%). L’indagine ha poi messo in luce che le persone che fanno riferimento ai valori della patria e della tradizione cattolica sono molto più tolleranti della media, salvo nel caso degli omosessuali. Tollerante è anche chi asserisce di credere molto nel valore della scuola e della formazione. A produrre ostilità verso i migranti sono invece il senso di insicurezza e la percezione di essere esclusi dalla società. Insomma: la discriminazione non trova terreno fertile dove ci sono cultura ed educazione, prolifera quando a dominare sono le difficoltà e le paure individuali.

 

la violenza delle parole

le parole sono pietre

di Michela MarzanoMarzano

 

in “la Repubblica” del 26 ottobre 2014

“Anche le parole possono uccidere”.

È forse provocatorio il modo in cui sono state scelte le parole con cui, alla Camera, è stata lanciata una campagna pubblicitaria ideata da Armando Testa e promossa da alcuni giornali cattolici. Ma siccome l’intento della campagna è proprio quello di sensibilizzare l’opinione pubblica nei confronti della violenza verbale, forse non si poteva fare altrimenti. Come attirare l’attenzione sulla banalizzazione contemporanea degli insulti? Come fare per spiegare la violenza del linguaggio? Certo, non sono le parole, di per sé, ad essere pericolose. Il pericolo comincia quando le si usa male, a sproposito, senza fare attenzione. Perché allora, invece di aiutarci a mettere ordine nel mondo, come spiega Albert Camus, non fanno altro che aumentare la quantità di sofferenza che già esiste. Tanto più che, negli ultimi anni, l’utilizzo di alcuni insulti  sembra essere stato del tutto sdoganato: sembra normale parlare di una persona di colore chiamandola “negro”, di una persona con qualche chilo di troppo definendola “cicciona”, di un omosessuale utilizzando il termine “frocio”, e via dicendo. “Meno droga, più dieta, messa male”,  qualche giorno fa Maurizio Gasparri, vice-presidente del Senato, ad una ragazza che voleva difendere Fedez, stupendosi poi della reazione che il tweet provocava sui social network. “Io ho solo risposto, perché dovrei scusarmi?”, ha replicato a chi gli faceva notare non solo la volgarità della frase, ma anche la violenza del messaggio. Mostrando così di non capire fino a che punto certe parole possano ferire, e come talvolta sia proprio a forza di banalizzare la violenza verbale che si legittimano poi alcuni passaggi all’atto. Non è stato anche perché tutti lo chiamavano “grasso”, “chiattone”, “panzone”, che poi gli aguzzini di Vincenzo, il ragazzo napoletano ricoverato in fin di vita con gravi lesioni all’intestino, hanno pensato di poter continuare a “scherzare” stuprandolo con un tubo collegato a un compressore per “gonfiarlo”? La performatività del linguaggio, per riprendere le parole di John Austin e di John Searle, non è l’invenzione di alcuni filosofi avulsi dalla realtà, ma una delle caratteristiche principali della lingua. Quando si parla, il più delle volte non ci si limita a dire qualcosa o ad esprimere un’idea, ma si agisce. E, come ogni altro gesto e ogni altra azione, anche gli atti linguistici hanno delle conseguenze. Ecco perché, nel caso degli insulti, nel mondo anglosassone si parla di hate speech, “discorso dell’odio”, ossia di parole che vengono utilizzate al solo fine di offendere e far male. Non si tratta né di esprimere un’opinione né di cercare di argomentare con l’interlocutore, ma di far tacere la persona che si ha di fronte o con la quale si discute. È un modo per ridurre al silenzio l’altra persona, esattamente come quando la si schiaffeggia o si utilizza un altro tipo di violenza. D’altronde, che cosa potrebbe mai rispondere chi si sente urlare “ciccione”, “negro”, “frocio” o chi riceve una mail o un tweet di questo tipo? Cos’altro si potrebbe fare se non rincarare la dose, alimentando così la violenza, oppure ammutolirsi e soffrire in silenzio? “Parlar male di qualcuno equivale a venderlo, come fece Giuda con Gesù”, aveva  detto qualche mese fa Papa Francesco, invitando non solo a stare dalla parte di coloro di cui “si dice ogni male”, ma anche a non utilizzare quelle paroleproiettili che offendono, umiliano, feriscono, talvolta uccidono anche la personalità di chi le riceve. Tanto più che certe parole, quando le si utilizza sui social network, restano poi prigioniere della rete, moltiplicandosi in mille rivoli e privando il linguaggio di valore. Le parole servono per esprimere sentimenti e stati d’animo, per comunicare con gli altri e creare relazioni, per difendere le proprie idee e i propri valori. Quando prevale però la “cultura dello scarto”, per citare ancora una volta Papa Francesco, oppure si immagina che l’unico modo per emergere nella società sia denigrare e umiliare, anche le parole possono trasformarsi in armi che sfasciano il mondo.

 

‘autobusseparazione’ o ‘autobusapartheid’

 

Borgaro: autobus separati italiani/rom, proposta della giunta di sinistra

18343Due autobus per uno stesso percorso
Uno – il 69 – che dalla torinese Piazza Stampalia esce dalla città e fa capolinea a Borgaro Torinese, senza fermarsi davanti al “campo rom”. L’altro che fa da navetta tra il “campo” e il capolinea, ossia la piazza del capoluogo piemontese. E’ la proposta che il sindaco di Borgaro Torinese ha avanzato alla ditta di trasporti Atm.
“Così si risolverà il problema”
“Non mi chiamate razzista”

Claudio Gambino, sindaco Pd di Borgaro Torinese, cittadina da 15mila abitanti nell’hinterland del capoluogo piemontese, ha annunciato che chiederà l’istituzione di una linea separata di bus per i residenti del campo nomadi alle porte del comune. Il motivo? “Una ragazza di 13 anni è stata aggredita da due ragazze rom mentre andava a scuola”, spiega il sindaco. Per i residenti del campo, la possibilità di un mezzo di trasporto separato è solo l’ennesimo segno dell’apartheid in cui vivono. “Se succede qualcosa è sempre colpa dello zingaro”, si sfoga un giovane rom che cita un recente caso di cronaca: l’allarme scattato per il presunto rapimento di una bambina e le accuse che erano subito cadute su due nomadi. “La piccola non era stata rapita -c ontinua il ragazzo – il padre si era inventato tutto. Noi ci siamo integrati nella società italiana, ma continuano a non accettarci”

“Non è razzismo, è soltanto un modo per risolvere un problema che va avanti da troppo tempo”,

fa eco al sindaco Luigi Spinelli, assessore ai trasporti di Sel e membro della stessa lista civica. I problemi a cui fanno riferimento sono i furti, le molestie, le intimidazioni che i cittadini subirebbero da parte dei rom. Una situazione che le persone lamentano da tempo, e che ha portato l’amministrazione a sperimentare per un tempo limitato – e senza miglioramenti – l’intervento dei vigili urbani a bordo dell’autobus.
“La proposta è giunta in seguito alle lamentele dei passeggeri del 69, scocciati dal comportamento spesso aggressivo di alcuni ragazzini rom, che infastidivano i passeggeri tanto da richiedere l’intervento dei vigili urbani a bordo dell’autobus”, spiega l’associazione AIZO in un comunicato stampa (link).
Non è dato sapere esattamente in che cosa i comportamenti aggressivi sarebbero consistiti. In ogni caso, si risolveranno con una separazione che ricorda troppo da vicino altri tempi?

“Quando si tratta di politiche sociali non bisogna nascondere il problema o accantonarlo, dando così luogo a situazioni di segregazione che non fanno altro che aumentare il conflitto tra la comunità rom e gagè – affermano i membri di AIZO – ma è necessario cercare di risolverlo lavorando sul senso di appartenenza e sul rispetto reciproco, tramite l’applicazione della legge e non attraverso misure punitive e razziste”. Secondo l’associazione, provvedimenti come quello proposto a Borgaro creano una diffidenza sempre maggiore verso persone già separate dal resto della comunità e contro i quali la stigmatizzazione è ampiamente presente: “Ricordo che poco tempo fa un uomo di Borgaro ha accusato i rom di avergli rapito il figlio, notizia che si è poi rivelata essere una bufala”(ne abbiamo parlato qui), evidenzia Carla Osella, presidente di A.I.Z.O.
Le scelte politiche, locali come nazionali, tendono spesso ad acuire il senso di fragilità e di non appartenenza dei rom: si pensi, ad esempio, alla creazione dei “campi”, luoghi recintati e sorvegliati previsti esclusivamente per i cittadini rom (per un’analisi si veda il rapporto Segregare costa). Misure che contrastano con quanto sarebbe in realtà necessario, ossia dialogo, confronto e percorsi di inserimento socio-lavorativo, come sottolineato da Osella: “Credo che la soluzione più efficace al problema debba essere la costruzione di un ponte di mediazione tra l’amministrazione comunale di Borgaro e le famiglie rom di strada Aeroporto”.
 

il commento al vangelo di domani

AMERAI IL SIGNORE TUO DIO E IL TUO PROSSIMO COME TE STESSO 

Commento al Vangelo della trentesima domenica del tempo ordinario (26 ottobre) di p. Alberto Maggi:

maggi

Mt 22,34-40
In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?».
Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Il vangelo di questa domenica presenta l’ultimo attacco da parte dei capi spirituali del popolo, i farisei, contro Gesù. Gesù nel tempio aveva denunciato questi capi del popolo come ladri e assassini, ladri perché si sono impadroniti del popolo che era di Dio, e assassini perché l’hanno fatto con la violenza.
Allora si scatena tutta una serie di attacchi contro Gesù tesi a delegittimarlo di fronte alla folla. Ma in realtà in ogni attacco è Gesù che ne esce vincitore e la folla è sempre più entusiasta di lui.
Sentiamo cosa ci dice Matteo. Capitolo 22, versetti 34-40. Allora i farisei, udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, il risultato dell’attacco dei sadducei che volevano ridicolizzare Gesù trattando della risurrezione è che le folle erano colpite dal suo insegnamento. Quindi più tentano di delegittimare Gesù, più la gente è entusiasta.
Si riunirono insieme, qui l’evangelista cita il salmo 2 al versetto 2, dove si legge che i re della terra si riunirono insieme contro il Signore e il suo Messia. I re della terra vogliono mantenere il dominio sul popolo e sono contro il Signore che invece lo vuole liberare.
E uno di loro, un dottore della Legge… questa volta i farisei, visto com’era andato male quella volta che avevano presentato a Gesù il tributo di Cesare, questa volta si fanno forza con un esperto, con un dottore della Legge, un personaggio importante, uno di quelli la cui parola aveva lo stesso valore della parola di Dio. Lo interrogò per tentarlo. La traduzione dice “mettere alla prova”, ma il verbo è “tentarlo”. 
Questo verbo appare per la prima volta al capitolo 4 come opera delle tentazioni del diavolo, del satana nel deserto, e poi sarà usato sempre per definire le azioni dei farisei e dei sadducei.
I capi spirituali del popolo, quelli che pretendevano di essere i più vicini a Dio, in realtà sono strumenti del diavolo, del satana. Perché? Mentre il Dio di Gesù è amore che si mette a servizio, il loro è un potere che vuole dominare e chiunque sta a fianco del potere è uno strumento del diavolo.
Ebbene la tentazione è questa: “Maestro”. Per al terza volta si rivolgono a Gesù con questo titolo, sempre in bocca ai suoi nemici, o alle persone che gli sono ostili. “Nella Legge, qual è il grande comandamento?” Attenzione che la domanda non è rivolta per apprendere, ma per condannare. Loro lo sanno qual è il grande comandamento, quello più importante: l’osservanza del riposo del sabato, perché è l’unico comandamento che anche Dio osserva.
Dio e gli angeli il sabato, in cielo, non svolgono nessuna attività. L’osservanza di questo unico comandamento corrispondeva all’osservanza di tutta la Legge, la trasgressione di questo unico comandamento equivaleva alla trasgressione di tutta la Legge e per questo era prevista la pena di morte.
Ma perché rivolgono a Gesù questa domanda? Perché Gesù ha un fare per lo meno disinvolto nei confronti dei comandamenti. Ignora bellamente il sabato, continua a fare le sue attività a favore dell’uomo, e anche quando il ricco gli chiese quali comandamenti osservare per ottenere la vita eterna Gesù, nell’elenco che fece, omise i tre più importanti, quelli che erano privilegio esclusivo di Israele, i primi tre comandamenti e gli indicò quelli che erano patrimonio della cultura universale “non ammazzare” “non rubare” “non commettere adulterio”.
Quindi la domanda è tesa a denunciare Gesù. Gesù spiazza ancora una volta il suo interlocutore, gli hanno chiesto qual è il comandamento più importante, nella risposta Gesù non cita alcun comandamento, ma prende una frase con la quale iniziava il Credo di Israele, ‘”Ascolta Israele”, tratto dal libro del Deuteronomio, che è questa: “Amerai il Signore tuo Dio  con tutto il tu cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”.
Il Deuteronomio aveva al terzo posto “con tutte le forze”, che indicava i beni della persona, ma Gesù sostituisce le forze con “la tua mente”. Perché Gesù omette le forze? Perché il Dio di Gesù non è un Dio che assorbe le energie degli uomini, ma è un Dio che agli uomini offre le sue, comunica le sue. Il Dio di Gesù non chiede, è un Dio che dà.
E afferma Gesù: “Questo è il primo e il grande comandamento”. Ma non era un comandamento. Gesù eleva al rango di comandamento l’amore a Dio totale. Ma subito dopo Gesù aggiunge: “Il secondo poi è simile a quello”. E qui prende un precetto dal libro del Levitico, “Amerai l tuo prossimo come te stesso”. Per Gesù l’amore a Dio non è reale se non si traduce in amore per il prossimo.
E, conclude Gesù: “Da questi due comandamenti”… Ripeto non sono comandamenti ma Gesù eleva l’amore a Dio che si manifesta poi nell’amore al prossimo a livello dei comandamenti più importanti, … “Dipendono tutta la Legge e i Profeti”. 
Legge e i Profeti è un espressione con la quale si indica la Bibbia, quella che noi chiamiamo Antico Testamento, appunto composto dalla Legge e dai Profeti. Quindi ancora una volta una domanda tesa a delegittimare Gesù e Gesù ne esce vincitore, proclamando una nuova realtà con Dio, non più basata sull’osservanza dei comandamenti, ma sull’accoglienza e la pratica del suo amore.

il commento di p. Agostino Rota Martir:

p. agostino

 

 

 

 

“Non molesterai il forestiero … non maltratterai la vedova o l’orfano.”

Dio sembra costruire il cammino di Israele mettendo al centro della sua identità il rispetto verso lo straniero, i soggetti deboli e indifesi, quelli che sono “curvi” anche a causa dell’oppressione.

Nella Bibbia ritorna tante volte il richiamo di non escludere, di non dimenticare i poveri ma di includere sempre più, saranno i profeti a richiamare il rischio e la trappola di costruirsi una identità di popolo ripiegata su se stessa, escludente.

Amare e conoscere Dio dal punto di vista di chi “sta fuori”, al margine, come lo straniero e il povero. Costoro sono lo specchio di Dio, il suo Volto noi non lo possiamo vedere, appare invece quello dei poveri, della vedova, dell’orfano e del forestiero. Certo sono volti segnati dalla vita, dal margine, dalla fatica, dall’oppressione e dall’esclusione. E’ un Dio che non aspetta di mostrare il suo Volto, quando quello del povero è diventato a modino, come noi lo vorremmo, senza i suoi fastidiosi difetti e furbizie..

E’ un Dio che si disloca continuamente, quante volte lo ha fatto con Israele, attraversando anche i suoi confini sacri, ma lo fa anche al suo interno mostrandosi là dove qualcuno è messo da parte, al margine o escluso. Lui si sposta dalla loro parte: con i migranti su fatiscenti barconi, sta con i Rom in accampamenti abusivi e nascosti alla vista dei cittadini per bene, sta con tutti coloro che vengono sgomberati in nome della sicurezza o per la tutela dell’arredo urbano, sta con i disoccupati e la loro disperazione, sta con le famiglie divise, con i mendicanti, si disloca dentro le piaghe nascoste..E’ un Dio nomade che non si stanca di chiedere ospitalità, accoglienza, comprensione.

“Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento? ”

Non basta certo stare dentro i confini della Legge per obbedire e amare Dio, se vuoi veramente amare Dio devi dislocarti da te stesso per entrare nello spazio del prossimo, uno spazio a te “straniero”, diverso dal tuo, dal tuo mondo per costruire insieme il Sogno di Dio. .. Dio senza prossimo è un Dio astratto, su mia misura, un Dio che soddisfa e cura le nostre paure, ma incapace di liberarci. Il Dio di Gesù, invece ha l’odore del prossimo, e non può farne a meno.

Può forse bastare “non molestare” lo straniero, né maltrattare la vedova e l’orfano, per essere “buoni cristiani”? Gesù indica che per entrare nello spazio di Dio ci è richiesto di amare lo straniero, il nemico e questo è un salto che coinvolge cuore, anima e mente.

Ama il prossimo così come si presenta, non come vorremmo che fosse, è questa la sorpresa di Dio nella nostra vita, perché è l’amore che ci cambia reciprocamente.

 

25 Ottobre 2014

sono razzisti gli italiani?

 

“Io non sono razzista, ma…”

contro il razzismo

 

 

 

“ognuno di noi può diventare discriminante, a partire dai piccoli comportamenti quotidiani. E’ bene acquisire la consapevolezza che anche una parola, una banale parola, può trasformarsi in gesto di intolleranza, o essere sentita come tale” : così R. Grassi a proposito del razzismo degli italiani analizzato in un’indagine  per “Famiglia Cristiana” dalla SWG sugli “Italiani e la discriminazione”

 Alberto Raggia( in “www.famigliacristiana.it” del 23 ottobre 2014) così ricostruisce sinteticamente l’indagine:

 

razzismo

Gli italiani sono buoni o cattivi? Razzisti o tolleranti? L’indagine realizzata per “Famiglia Cristiana” dalla SWG sugli “Italiani e la discriminazione” non ha lo scopo di dare il voto in condotta al nostro Paese.

“Il senso della ricerca – spiega Riccardo Grassi, direttore Ricerca della SWG – che sposa bene lo scopo della campagna lanciata dal vostro settimanale,è un altro e cioè che sentirsi discriminati può riguardare tutti; e che ognuno di noi, allo stesso tempo, può diventare discriminante, a partire dai piccoli comportamenti quotidiani. E’ bene acquisire la consapevolezza che anche una parola, una banale parola, può trasformarsi in gesto di intolleranza, o essere sentita come tale. Ed è altrettanto  importante saper reagire positivamente a situazioni negative che ci coinvolgono in questo senso, senza finire con l’alimentare la spirale dell’odio sociale. La questione fondamentale è aiutare le persone a essere ‘generative’, capaci, cioè, di elaborare cultura della vita. Ma non solo per gli altri, ma anche nei confronti di se stessi”. L’assunto di partenza dell’indagine è che per orientarsi nell’insieme delle relazioni che caratterizzano la quotidianità, tutti noi dobbiamo usare strumenti di pre-comprensione della realtà basati sia sull’esperienza individuale (“cosa m’è accaduto in una situazione del genere?”), sua su quella collettiva (“che si dice in giro su quanto sarebbe accaduto ad altri in una situazione del genere?”). Insomma: l’esperienza vissuta assieme a quanto mi dicono i media, le agenzie educative e la famiglia su un determinato tema sono il bagaglio necessario che costituisce sempre la nostra “visione del mondo”, che a volte può generare atteggiamenti e comportamenti discriminatori. “Alla radice della discriminazione – osserva Grassi -spesso vi sono le esperienze personali, le emozioni negative, in particolare quelle di paura e di invidia, che riducono la nostra capacità di analisi ed interpretazione razionale delle situazioni”. La ricerca ha sottoposto agli intervistati otto situazioni tipo (dal “vedere per strada due omosessuali prendersi per mano”, a “essere fermati da persone di colore che vendono merce”), misurando le emozioni riferite per ciascuna di esse. I risultati evidenziano come vedere persone che chiedono la carità, un tossicodipendente accasciato su una panchina o un gruppo di persone Rom generino prevalentemente emozioni negative: disagio nei confronti dei mendicanti (32% degli intervistati), rabbia verso i tossicodipendenti (29%) e paura nei confronti dei Rom (25%).

razzismo rom

“Il pregiudizio è una categoria interna al nostro modo di leggere la realtà in modo emotivo. Così può accadere, per restare aderenti alla cronaca recente, che dei genitori impediscano a una  bambina africana di entrare a scuola, per l’irrazionale paura di un contagio di Ebola”, aggiunge il direttore ricerca di SWG. “Un importante ruolo nella creazione del pregiudizio lo hanno certamente i media, la tv, ecc.. E’ innegabile che se vengo bombardato ogni giorno dallo slogan ‘magro è bello’, rischio di discriminare le persone grasse. Ma al di là della narrazione collettiva, che può essere più o meno ‘cattiva’, c’è poi la personale rielaborazione nel nostro ambiente di vita che fa il resto. Se per esempio stigmatizzo negativamente un rom, passeggiando con mio figlio, è probabile che inneschi un pre-giudizio nella sua visione della realtà che un domani potrebbe portare ad atteggiamenti di intolleranza”. Le parole pronunciate non sono indifferenti. E anche chi si definisce“non razzista” per principio, magari lo è nei fatti e nel linguaggio

no razzismo

“E se due intervistati su tre dichiarano di aver sperimentato almeno una discriminazione ai loro danni, significa che l’intolleranza non è solo un tema sociale sensibile ma un ingiusto vissuto in prima persona. Pertanto si tratta di fenomeni a cui dare la massima attenzione, anche per mettere in atto una reazione positiva che elabori l’episodio discriminatorio, o vissuto come tale, per uscirne senza danni. Ciò è utile soprattutto quando si tratta di minori”, conclude Grassi  

il cardinale Bertone sta scrivendo i suoi ricordi

 

le memorie di Bertone

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Card. Bertone

Rischiano di essere il “caso” letterario dell’anno prossimo. Il Cardinale ex-segretario di Stato sta scrivendo i suoi ricordi. Vuole togliersi qualche sassolino dalla scarpa

così riferisce MARCO TOSATTI:

 Rischiano di essere il “caso” letterario dell’anno prossimo. Il cardinale Tarcisio Bertone, ex-segretario di Stato (e non poco seccato perché il Papa ha invitato al Sinodo il predecessore di Bertone, il cardinale Sodano, ma non lui; forse giudicato troppo “ratzingeriano”) sta scrivendo le sue memorie. Sta scrivendo con calma, e con precisione; ma è sicuro – dicono persone che gli sono vicine – che vuole togliersi qualche sassolino dalla scarpa cardinalizia.

 Durante “Vatileaks”, e prima e dopo, Bertone è stato sottoposto a un fuoco di fila di accuse; a un certo punto un gruppo di cardinali aveva chiesto a Benedetto XVI di cambiare Segretario di Stato (un paio di anni prima delle dimissioni); ma Ratzinger, lealmente, anche se forse non sempre era felice dell’opera del suo principale collaboratore lo aveva difeso. E aveva continuato a farlo; inaugurando così l’inedito storico di un Papa che si deve occupare di difendere il Segretario di tato, invece del contrario, come sarebbe la norma….

 
Il Cardinale ha cominciato a lavorare alla sua opera dal momento in cui è andato in pensione, un anno fa. E come il “Divo Giulio”, ha una base documentale fortissima: infatti ha tenuto un’agenda precisa, giorno per giorno, con appuntamenti, incontri e temi dei colloqui dal momento in cui Benedetto XVI lo ha nominato Segretario di Stato.

È un genere letterario non molto frequentato; e in genere se anche un Segretario di Stato vaticano scrive, l’oggetto dei ricordi è la sua vita vicino al “Numero Uno” dell’epoca. Quindi il libro di Bertone corre il rischio di essere un inedito, nel genere. Non si sa ancora chi lo stamperà; ma c’è da credere che le case editrici faranno ogni sforzo per non lasciarsi scappare un’opera così appetitosa.