i rom ghettizzati nei ‘campi’

«Chiudere i campi rom perché sono solo ghetti»

Convegno di Amnesty International per promuovere politiche di inclusione
Presentato il docufilm “Container 158” di Stefano Liberti ed Enrico Parenti

il gruppo sassarese di Amnesty International, l’Università di Sassari, la Caritas locale e le Associazioni 21 luglio e Inthum hanno organizzato nei giorni scorsi il convegno “sulla pelle dei rom” che, analizzando le condizioni di vita dei rom nei campi della zona e nel resto dell’Italia, è arrivato alla conclusione della opportunità della chiusura di questi campi perché generatori di marginalità e impedimento per una vera inclusione

sarebbe interessante sapere quali proposte in positivo e nel rispetto vero della cultura e delle opzioni personali dei singoli rom sono state proposte: ma ciò per ora non è dato sapere:

 I campi rom devono essere chiusi, perché finché i rom vivono nei campi non ci può essere inclusione. Questo il punto d’arrivo del convegno “Sulla pelle dei Rom”, che si è svolto martedì nell’aula magna del Dipartimento di Scienze umanistiche e sociali dell’Università. L’evento – organizzato dal gruppo Amnesty International di Sassari con il laboratorio Foist dell’ateneo sassarese, l’associazione Inthum, la Caritas turritana e l’Associazione 21 luglio – si è concluso con il proposito di riunire associazioni e istituzioni in uno sforzo comune verso il superamento dei campi rom.

La serata si è aperta con la proiezione del docufilm “Container 158” dei registi Stefano Liberti ed Enrico Parenti, presente all’incontro. La pellicola racconta la vita nel campo rom di via Salone a Roma, il più grande d’Europa. I problemi sono gli stessi che si ritrovano in tutti i campi rom, ai margini delle città. Luoghi dove si riproducono tutte le dinamiche del ghetto: difficoltà di raggiungere il centro della città e le scuole, isolamento, impossibilità di integrazione.

Riccardo Noury, portavoce della Sezione italiana di Amnesty, ha parlato della discriminazione dei rom in Europa. Dodici milioni di persone, la più grande minoranza del vecchio continente, a cui vengono negati i diritti fondamentali. «Quello che non è messo in discussione è la costruzione di politiche anti rom, che è una costante dell’Unione Europea – ha detto – non è stata mai aperta una proceduta di infrazione nei confronti dei Paesi che non rispettano i diritti dei rom. Amnesty International chiede che ne venga aperta una contro l’Italia per gli sgomberi forzati. In più, l’Italia è l’unico paese dell’Unione Europea nel quale come soluzione abitativa per i rom viene unicamente proposto il campo». Della nascita dei campi rom in Italia e della necessità del loro superamento ha parlato Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio.

Don Gaetano Galia, direttore della Caritas Turritana, ha parlato della situazione dei rom in Sardegna, facendo il punto su Cagliari, Alghero e il campo rom di Sassari a Piandanna, dove abitano 137 rom divisi nelle due comunità musulmana e cristiano-ortodossa. Il primo passo per cambiare le cose però, deve partire dalla sensibilizzazione: «La discriminazione nasce dalla negazione dell’identità dell’altro, dalla pretesa di cambiarlo, dalla nostra abitudine di etichettare le persone – ha detto don Galia –. Noi non ragioniamo più in termini di fratellanza, ma la persona umana è unica e questo è il punto di partenza».

p. Maggi e don Luciano commentano il vangelo della domenica

maggi

 

“PENTITOSI ANDO’ “

I PUBBLICANI E LE PROSTITUTE VI PASSANO AVANTI NEL REGNO DI DIO  

 commento al Vangelo della domenica ventiseiesima del tempo ordinario (28 settembre) di p. Alberto Maggi

Mt 21,28-32

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

I capi religiosi sono furibondi contro Gesù perché Gesù ha dichiarato che il tempio è un covo di ladri dando implicitamente a loro dei “banditi”. Allora si scagliano contro Gesù e chiedono con quale autorità Gesù faccia questo. E Gesù non risponde.
Gesù dice: “Prima ditemi voi con che autorità esercitava Giovanni il Battista. Veniva il suo insegnamento dal cielo”, cioè da Dio, “o dagli uomini?”.
E le autorità non rispondono. Non rispondono perché tutto quel che determina il comportamento delle autorità religiose è in base al loro unico Dio, quello che regola la loro esistenza, la convenienza. Tutto quello che fanno è per la loro convenienza.
Ed è in base alla loro convenienza che ragionano. Se diciamo “del cielo”, allora diranno “E perché non gli avete creduto?” Quindi confessano di non aver creduto all’inviato da Dio. Se diciamo “dalla terra”, la gente pensa che Giovanni è un profeta e quindi noi ci rimettiamo. Quindi non rispondono.
Allora è ad essi che Gesù rivolge questa parabola di Matteo, cap. 21,28-32.

Quindi quello che Gesù dice è rivolto alle massime autorità religiose. “«Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli, si rivolse al primo e disse: ‘Figlio… ‘» “
Il termine greco adoperato dall’evangelista è pieno di tenerezza. Potremmo tradurlo meglio con “Figliolino mio”. E’ lo stesso verbo da cui nasce la parola “partorire”, e quindi è un verbo di grande tenerezza materna. “«’Oggi vai a lavorare nella vigna’»”, la vigna si sa è immagine del popolo di Israele. “«Egli rispose: ‘Non ne ho voglia’, ma poi si pentì e vi andò»”.
Quindi c’è un primo figlio che risponde di no all’invito del Signore, ma poi si pente. “«Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: ‘Sì signore’»”. Mai fidarsi di quelli che dicono Si Signore! Questo secondo non ha un rapporto con il padre, non ha detto “Sì padre”, dice “Si signore”. Lui è un signore al quale obbedire.
“«Ma non vi andò»”. Nelle parole di Gesù c’è l’eco della denuncia ripresa dallo stesso Gesù del profeta Isaia: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me”. “Si, Signore”, ma non hanno nessuna intenzione di collaborare all’azione di questo signore al quale si rivolgono con tanto ossequio. E Gesù aveva detto: “Non chi mi dice Signore Signore …” Quindi queste persone si sa già che sono escluse dalla realtà di Dio.
E Gesù allora chiede alle autorità religiose, “«Quale dei due ha compiuto la volontà del padre?»” Ecco che appare il termine “Padre”. Sarebbe stato meglio che anche questa volta fossero stati zitti, che non avessero risposto. Invece rispondono. “«Risposero: ‘il primo’»”.
“E Gesù disse loro: «In verità…»” Quindi è un’affermazione solenne, importante, “«Io vi dico …»” E Gesù contrappone ai sommi sacerdoti anziani, i primi della società, gli intimi di Dio, pubblicani e prostitute, gli ultimi della società, gli esclusi da Dio.
“«Pubblicani e prostitute vi passano avanti»”. La costruzione del verbo greco , tradotto con “passare avanti”, non indica precedenza, cioè vi passano avanti e poi voi venite, ma indica esclusione, cioè vi hanno preso il posto.
 Quelli che voi pensate siano responsabili del ritardo del regno di Dio, loro ci sono già e voi siete rimasti fuori. E Gesù conclude: “«Giovanni»”, ecco che ritorna l’argomento del Battista, “«infatti venne a voi sulla via della giustizia e non gli avete creduto»”.
Mai le autorità religiose crederanno ad un inviato da Dio. Mai! Sono completamente refrattarie agli annunci divini. Sono completamente sordi alla parola del Signore. “«I pubblicani e le prostitute»”, cioè le categorie considerate da Dio, quelle per le quali si credeva fosse ritardato il regno, “invece gli hanno creduto”.
“«Voi al contrario avete visto queste cose ma poi non vi siete nemmeno pentiti»”. Ecco tre volte nel vangelo di Matteo appare il verbo “pentire”. Qui nella parabola del figlio che si pente, nel caso di Giuda il traditore che si pente, ma le autorità no. Le autorità non si pentiranno mai. Si è pentito Giuda, ma le autorità non si pentiranno mai., perché quello che determina il loro comportamento è la convenienza, l’unico Dio nel quale essi credono.
Non hanno altra divinità alla quale rispondere. L’evangelista ci fa comprendere che le autorità religiose sono completamente refrattarie alla buona notizia di Gesù perché dovrebbero perdere il loro potere, i loro privilegi e il loro prestigio. E la buona notizia di Gesù è un invito ad essere espressione dell’amore che si fa servizio per gli uomini.

IL MIRACOLO DEL PENTIMENTO   

il commento di don Luciano:
  La Parola di Dio è sempre molto incisiva e molto efficace.  Un uomo aveva due figli’. Si potrebbe tradurre così: un uomo aveva due stili di vita, due anime, due cuori: un cuore che dice sì; uno che dice no, che dice e poi si contraddice. Sì, siamo tutti così, contradditori e incerti. Siamo una contraddizione vivente, che S. Paolo stigmatizza in questo modo: ‘Non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio’ (Rm 7,19). Uno che dice di sì e uno che lo contraddice. Due figli, due figure contrastanti, che ci assomigliano moltissimo. Abbiamo tutti due anime, davanti a Dio e davanti agli uomini, quella dell’apparire (fingere), e quella dell’essere veri (anche se nessuno vede e sa); quando mettiamo la maschera e quando la togliamo.  Gesù sa molto bene come siamo fatti, non si illude! Nessuno dei due figli può vantare un’obbedienza perfetta.  Non esiste un terzo figlio ideale che, senza contraddizioni, dice e fa (Gesù a parte!). La nostra vita non ha un percorso lineare. Non esistono cristiani perfettamente coerenti nelle parole e con i fatti. E questo perché il nostro rapporto con Dio non è vissuto sempre in piena libertà, in quanto non è sempre un rapporto d’amore. Infatti, se noi, come questi due figli della parabola, riuscissimo a scoprire che Dio non è un padrone, ma un ‘padre vero’, con cui vivere un rapporto di amore, allora sì che troveremmo la libertà, saremmo felici e obbediremmo anche volentieri a un padre così.  E’ proprio vero: Dio non ha bisogno di schiavi che lavorino nella sua vigna, ma di figli… La differenza decisiva tra i due figli della parabola sta tutta qui: uno diventa figlio (il primo), è coinvolto nel fare la volontà del padre; l’altro (il secondo) rimane un servo, esecutore di ordini. Ma la parola più importante del Vangelo di oggi è: ‘si pentì’ e vi andò’. Ha riflettuto, si è messo in discussione e ha cambiato vita.  ‘Pentirsi’: mutare avviso, ri-credersi, ripensarci. Ma il primo figlio ha cambiato soprattutto il modo di vedere il padre. E così diventa veramente ‘figlio’. Quanto mi riempie il cuore di gioia la figura del primo figlio che si pente, ci ripensa, si ricrede e finalmente diventa ‘figlio’ nel vero senso della parola. Mi fa pensare che per Dio ‘non è mai troppo tardi’!  Si possono sempre riscattare tante pagine sbagliate della nostra storia. Finché siamo su questa terra, per noi è sempre possibile dare una sterzata, ‘raddrizzare la nostra vita’. Dio, soprattutto con il suo perdono, mi permette sempre di ricominciare e mai da zero.  ‘La nostra vita si rinnova in una serie di inizi che non finiscono mai’ (S. Gregorio di Nissa).  Guai se nel cammino di fede ci scoraggiamo e diciamo: ‘Sono fatto così, e non posso farci proprio nulla!’ oppure: ‘Lascio perdere tutto, perché, se continuo così, sono un ipocrita!’.  Dio non chiude mai il conto con noi: ogni giorno ci chiama alla conversione, basta che lo ascoltiamo e lo vogliamo! Un prete così ha risposto a chi gli confidava con tristezza la sua lontananza da Dio: ‘Ma io non riesco a credere in Dio’, gli veniva detto in un colloquio. E lui osservava: ‘Ciò che importa è che Dio creda in te!’. Dio crede in
noi sempre, nonostante i nostri errori e i nostri ritardi nel dire il ‘sì’ che lui attende.       Spesso nella nostra vita di cristiani c’è un’incoerenza cronica tra ciò che professiamo in chiesa e la nostra vita di fuori, in casa, per strada, al lavoro. Più volte nel Vangelo di Matteo Gesù dice che non bastano le parole, ma ciò che conta veramente è ‘fare’ la volontà di Dio. Paolo VI ha affermato in maniera molto forte che la rottura tra fede e vita è senza dubbio il dramma vero della nostra epoca. Il messaggio di Gesù è molto attuale.  La fede non può essere solo sentimento, devozione, emozione, slancio di un momento, che non entra mai nelle pieghe della vita. Quante volte in noi la fede rimane esclamazione sentimentale, fatta di parole dolci. Una fede che ci fa sentire buoni, devoti, lasciando intatte tutte le nostre povertà e ingiustizie che commettiamo ogni giorno.  Oppure: quante volte la nostra fede rimane esclusivamente liturgica, fatta di belle cerimonie, di momenti belli vissuti insieme, ma poi, usciti dalla chiesa, tutto finito! La fede è assumersi un impegno di vita e portarlo fino in fondo. Quante volte ci accorgiamo di essere più capaci di un grande sforzo che di una lunga perseveranza e di un lungo tirocinio evangelico. Sui principi siamo sempre tutti d’accordo e nelle azioni risultiamo sempre tutti peccatori: ciò che diversifica è l’atteggiamento che assumiamo quando siamo smascherati nella nostra doppiezza o superficialità. Perché invece non vedere queste situazioni, oggettivamente umilianti, come la modalità caparbia del Signore di rompere la nostra corazza che ci impedisce di accogliere profondamente la correzione? Che sia la Scrittura, che sia una vicenda in cui siamo coinvolti, che sia la parola franca di un fratello: possono essere tutti strumenti mediante i quali la nostra esistenza riacquista libertà e vigore, strappandoci alla cecità del nostro orgoglio e della nostra autosufficienza.       Com’è possibile allora che i nostri ‘sì’ rimangano ‘sì’ e non diventino ‘no’? I nostri ‘sì’ rimarranno ‘sì’ solo se la nostra amicizia con Gesù sarà sempre più forte e costante. Perché in lui c’è stato solo il ‘sì’. Lui è l’ Amen  di Dio, il testimone fedele. Nell’Amen di Cristo sulla croce i nostri ‘sì’ rimangono ‘sì’.      E Gesù disse loro: “In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli”. I pubblicani e le prostitute sono migliori di voi, sacerdoti e anziani del popolo, perché, nonostante i loro peccati, sono capaci di amare. Voi, invece, vi chiudete nella vostra presunta irresponsabilità, nel vostro perbenismo, legalismo e siete incapaci di amare e quindi di mettervi in discussione.  Il Signore non ha paura dei nostri peccati, della nostra debolezza. Il problema non è non sbagliare mai, il che è impossibile. Il problema è conservare in fondo al cuore, nonostante tutto, un angolino dove io possa essere ancora vero, dove possa commuovermi di fronte all’amore che mi insegue e cambiare. La Chiesa non ha mai avuto paura di proporre come modelli di vita cristiana dei grandi peccatori, che hanno talmente amato da pentirsi e diventare santi: S. Agostino, S. Camillo de Lellis, S. Margherita da Cortona… E’ più grande un uomo che sbaglia, ma conserva la capacità di pentirsi e quindi di amare, di commuoversi, di un uomo che, magari sbaglia di meno, ma è freddo, prigioniero delle sue regole e incapace di amare.
Le tue parole, Gesù, suonano come un insulto  per i devoti e gli osservanti di ieri e di oggi, per tutti quelli che ritengono di aver diritto ad un premio, ad un posto di riguardo nel Regno che tu annunci.
Prostitute e pubblicani non sono certamente stinchi di santi, eppure avvertono la necessità di pentirsi, di cambiar vita. Diversamente da noi che, molto spesso, ci siamo costruiti un sistema di vita impermeabile al tuo Vangelo, alla tua richiesta di mutare
direzione, atteggiamenti, stile di vita.
Ti abbiamo sulle labbra, ma il nostro cuore è lontano da te. Discutiamo di problemi teologici e pastorali, ma diamo per scontato che le nostre scelte siano le migliori, che le nostre idee siano quelle giuste, che non ci sia dunque nulla da togliere, da aggiustare, da trasformare nella nostra esistenza.
Signore,  fa’ che non siamo mai troppo sicuri di noi stessi, fa’ che sappiamo metterci in discussione, fa’ che ci convertiamo ogni giorno

una mamma rom di Pisa racconta

rom ruba bambini

 

 

anche questa è la città di Pisa oggi

un episodio di ordinaria e ‘normale’ discriminazione nei confronti dei rom

 

l’orco cattivo e la nostra luce

 

Era proprio una bella giornata, finalmente un bel sole dopo tanta pioggia, ma il sole mi brillava anche dentro. Quella mattina mio marito mi aveva illuminato, una bella notizia dopo un’ attesa di tanti anni, di delusioni e pianti, finalmente i nostri figli potranno riabbracciarlo presto a casa.

Non vedo l’ora di tornare a casa per dirlo agli altri. Papà a giorni tornerà a casa.

Prendo il bus che mi porta alla stazione, con me c’e’ anche mia figlia di 7 anni, sul mezzo ci sono 3 controllori. Da uno di loro compro il biglietto, a mia figlia non chiede niente e’ ancora piccola.

C’e’ tanta gente, io e mia figlia rimaniamo in piedi, ma non sento la fatica perché sono felice.

Osservo la gente che scende e sale alle fermate. Presso la fermata del mercato, ancora tanta gente che sale, vari di questi, appena si accorgono dei controllori subito scendono. E’ una scena che mi fa ridere, perché erano tutti italiani quelli che scappano alla vista dei controllori. Dentro di me penso che la colpa e’ della crisi economica, e rido pensando che a Pisa pare che solo i Rom non vogliono pagare il biglietto: allora stiamo diventando veramente uguali, e’ l’integrazione raggiunta!

Nel gruppo appena salito riconosco una giovane mamma Rom con suo figlio, e’ più piccolo della mia. E’ stata al mercato, infatti porta con se alcune borse della spesa. Il controllore le chiede il biglietto che lei gli mostra. Ma secondo lui e’ scaduto, la Rom ribatte che invece e’ ancora valido perché il tempo non era ancora scaduto. Infatti dopo il controllo risulta ancora valido. Bene, e’ proprio una bella giornata penso dentro di me: una rom viene trovata con il biglietto in regola. Ma ecco, che il controllore ribatte che anche il bambino deve pagare il biglietto. “Ma come? Lui e’ ancora piccolo. Mai ho pagato l’autobus per lui”. Risponde prontamente la giovane mamma Rom. Subito mi si stringe il cuore, perché mia figlia avrà di sicuro due anni piu’ del suo. Perché allora, lo stesso controllore non me l’ha fatto pagare, come all’altra mamma italiana con la figlia di dodici o tredici anni, salita qualche fermata prima? Intanto la discussione tra i due si e’ accesa e come altre volte e’ successo qui a Pisa, tocca ai Rom subire la prepotenza del controllore, anche quando sono nel torto. Il piccolo spaventato comincia a piangere.. Molti passeggeri seguono la scena, ma nessuno interviene per difenderla..e’ una Rom, di certo non può aver ragione, sarebbe il colmo.

Vorrei farlo, ma un nodo alla gola mi impedisce di parlare, anch’io sono una Rom. Allora lo guardo fisso negli occhi con po’ di rabbia e non abbasso lo sguardo, perché disapprovo il suo comportamento ingiusto e cattivo verso noi Rom. Seguono le solite minacce: chiamare la polizia o fermare l’autobus chiudendo le porte..alla fine arriva la multa di 40 €. Ma questo e’ un vero abuso, penso dentro di me..e la gente starsene in silenzio, indifferente a smaneggiare il loro telefonino.

Anche questa e’ la città di Pisa oggi. Mia figlia ha paura degli orchi delle favole, il controllore un pochino gli assomigliava. Ma oggi e’ una bella giornata e il sole brilla dentro e fuori di noi due e l’orco cattivo non potrà mai oscurarla, poverino lui, non sopporta la luce del sole.

 

Ciao a tutti,

una mamma Rom di Pisa..

 

 

mai utilizzare Dio per scopi di potere e violenza

 

Udienza Generale del mercoledì di Papa Francesco

Papa Francesco “Un sacrilegio uccidere in  nome di Dio”

così si è espresso papa Francesco ieri nella sua visita pastorale in Albania ricostruita nelle parole seguenti da A. Tornielli su  ‘La Stampa” del 22 settembre 2014:

«Uccidere in nome di Dio è un grande sacrilegio! Discriminare in nome di Dio è inumano!». Francesco compie una visita-lampo di dieci ore a Tirana, in Albania, Paese a maggioranza musulmana dove i cristiani di diverse confessioni e i seguaci dell’islam convivono pacificamente e collaborano, e da qui ricorda con parole forti che non si strumentalizza il nome di Dio per uccidere e discriminare. Francesco è nel cuore dei Balcani, nel suo primo viaggio in ambito europeo, ma il suo è un messaggio che si riferisce a tante situazioni del mondo, a cominciare da quella drammatica dell’Iraq. Nel Paese delle aquile, Jorge Mario Bergoglio ha voluto venire per due motivi: incoraggiare un modello di convivenza che è l’opposto dello scontro di civiltà, della guerra di religione fortemente voluta dai fondamentalisti e teorizzata come ineludibile da molti anche in Occidente. Il Papa ne parla in due momenti della breve e intensissima giornata albanese: rivolgendosi alle autorità politiche nel palazzo presidenziale di Tirana, e di fronte ai leader di cinque diverse comunità religiose, islamiche e cristiane, che incontra nell’università dei padri concezionisti. «Nessuno pensi di poter farsi scudo di Dio mentre progetta e compie atti di violenza e di sopraffazione! Nessuno prenda a pretesto la religione per le proprie azioni contrarie alla dignità dell’uomo!», afferma Francesco, che dice di rallegrarsi per la «felice caratteristica» dell’Albania (che in volo definisce «Paese europeo»), da preservare «con ogni cura e attenzione»: la pacifica convivenza e la collaborazione tra appartenenti a diverse religioni. Un bene, sottolinea il Papa, che «acquista un rilievo speciale in questo nostro tempo nel quale, da parte di gruppi estremisti, viene travisato l’autentico senso religioso e vengono distorte e strumentalizzate le differenze tra le diverse confessioni, facendone un pericoloso fattore di scontro e di violenza». «L’intolleranza verso chi ha convinzioni religiose diverse dalle proprie» è «un nemico molto insidioso», che oggi «purtroppo si va manifestando in diverse regioni del mondo», osserva il Papa. L’invito, che aggiunge a braccio, alzando gli occhi dal discorso preparato, è a camminare insieme, «a partire dalla propria identità, senza fare finta di averne un’altra» perché questo sarebbe «ipocrisia». Avendo come impegno comune tra le diverse fedi la risposta ai bisogni dei poveri e il cammino verso «una giustizia sociale più diffusa, verso uno sviluppo economico inclusivo». Al suo arrivo nella capitale albanese Francesco ha ricevuto un’accoglienza calorosa: 300 mila persone, certamente non solo i cattolici o i cristiani, si sono accalcati per salutarlo sulla strada dove  sono state innalzate le immagini di quaranta sacerdoti uccisi dal regime comunista, uno dei più terribili della storia, che aveva voluto inserire l’ateismo nella Costituzione. Poco prima che l’aereo papale atterrasse, in una moschea di Tirana, la comunità islamica si è riunita a pregare perché la visita riuscisse bene. E Papa Bergoglio ha sempre usato la papamobile scoperta, a dimostrazione che certi allarmi per la sua sicurezza rilanciati nei giorni scorsi sono eccessivi e che comunque lui non intende rinunciare al contatto con la gente. Tra rovesci improvvisi di pioggia e sprazzi di sole, nella piazza dedicata a un’albanese illustre, la beata Madre Teresa di Calcutta, Francesco ha celebrato la messa ricordando il sacrificio dei tanti martiri del Paese e ha detto di voler deporre il fiore di una preghiera nel luogo del cimitero di Scutari dove avvenivano le fucilazioni

 

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Le lacrime e l’abbraccio al prete sopravvissuto al comunismo

così ancora Andrea Tornielli  in “La Stampa” del 22 settembre 2014:

Francesco ascolta la sua testimonianza in silenzio, poi quando l’anziano sacerdote che ha trascorso 27 anni ai lavori forzati si inginocchia davanti a lui, lo risolleva, mette la fronte sulla sua e lo abbraccia a lungo, stringendolo a sé. Piange Papa Bergoglio, anche se non vuole darlo a vedere e prima di girarsi nuovamente verso i sacerdoti e le religiose che si stringono attorno a lui nella cattedrale di Tirana, si toglie gli occhiali asciugandosi gli occhi. È commosso per il racconto che ha appena ascoltato e per l’umiltà con cui quel vecchio prete, don Ernest Simoni, ha descritto la sua storia di vittima del comunismo. «Davvero sentire parlare un martire del proprio martirio è forte – dirà poco dopo il Papa ai giornalisti sul volo che da Tirana lo riporta a Roma – credo che eravamo tutti commossi per questi testimoni che parlavano con naturalezza e con un’umiltà, e sembravano quasi raccontare le storie della vita di un altro». Padre Simoni venne arrestato dalla polizia comunista nel 1963, avrebbe riassaporato la libertà soltanto nel 1990, dopo una vita ai lavori forzati. «Mi dissero: tu sarai impiccato come nemico perché hai detto al popolo che moriremo tutti per Cristo se è necessario». Lo hanno torturato, accusato di aver detto una messa di suffragio per l’anima del presidente Kennedy morto un mese prima, che «io celebrai secondo le indicazioni date da Paolo VI a tutti i sacerdoti del mondo». Nella cella d’isolamento portarono un suo amico col compito di spiarlo, e siccome don Ernest continuava a dire che «Gesù ha insegnato ad amare i nemici e a perdonarli, e che noi dobbiamo impegnarci per il bene del popolo», la pena di morte gli fu commutata ai lavori forzati. «Durante il periodo di prigionia, ho celebrato la messa in latino a memoria, così come ho confessato e distribuito la comunione di nascosto». «Con la venuta della libertà religiosa – ha concluso il sacerdote – il Signore mi ha aiutato a servire tanti villaggi e a riconciliare molte pe  one in vendetta con la croce di Cristo, allontanando l’odio e il diavolo dai cuori degli uomini».

 

 

il commento al vangelo domenicale di p. Maggi e di p. Agostino

SEI INVIDIOSO PERCHE’ IO SONO BUONO?

Commento al Vangelo della venticinquesima domenica del tempo ordinario (21 settembre) di p. Alberto Maggi

maggi

Mt 20,1-16

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

Non è facile accettare un Dio che anziché premiare i buoni e castigare i malvagi fa invece “sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni” (Mt 5,45), offrendo a tutti il suo amore. Un Dio del genere sembra ingiusto, come il padrone della parabola narrata da Gesù (Mt 20,1-15). In essa viene presentato un proprietario terriero che assolda dei braccianti per la sua vigna. L’importanza del lavoro fa sì che sia il padrone stesso a uscire da casa all’alba, per andare alla piazza del paese, e ingaggiare operai (Mt 20,1). La paga era un denaro il giorno, ed è questa che il padrone assicura ai lavoratori. La gran disponibilità di mano d’opera faceva sì che con una sola chiamata di operai si potesse soddisfare il fabbisogno dell’intera giornata.
Invece, a sorpresa, verso le nove del mattino, il padrone esce di nuovo, in cerca di altri operai. Non lo fa per la necessità della vigna, i primi chiamati sono più che sufficienti, ma li assolda perché essi sono ancora disoccupati, e senza lavoro, in quella società, significa non mangiare. È al loro bisogno che il padrone pensa. E a questi promette di dare un compenso in base al lavoro fatto (“quello che è giusto”, Mt 20,4).
A metà giornata, l’uomo torna di nuovo in piazza, e assolda altri operai, e lo stesso fa alle tre del pomeriggio. Ormai di operai nella vigna ce ne sono abbastanza, ma il padrone è più preoccupato dal fatto che ci siano persone senza lavoro che del suo interesse. Ed è ormai quasi il tramonto, verso le cinque del pomeriggio, quando il padrone si reca in cerca di altre persone che nessuno ha chiamato a lavorare. Manca soltanto un’ora al termine della giornata lavorativa, ormai nessuno li prenderà più. Non hanno lavorato, quindi non mangeranno. Se nessuno ha pensato a loro, se ne occupa il padrone della vigna, che chiama anche questi a lavorare, senza parlare però di alcun compenso: non lavoreranno neanche un’ora, e potranno essere ripagati con un tozzo di pane.
La piazza del paese è deserta. Nessun bracciante è in attesa del lavoro: sono tutti alla vigna, che sovrabbonda di operai. Quelli che hanno iniziato il lavoro all’alba, sono stati ben felici di veder arrivare durante tutto il giorno altre braccia per aiutarli nel lavoro; con il loro apporto la giornata non è stata pesante. La loro felicità si trasforma in entusiasmo quando vedono che il fattore comincia a pagare gli ultimi, quelli che hanno lavorato un’ora scarsa, e dare loro un denaro: non è una paga, ma un regalo. Se quelli che hanno lavorato un’ora ricevono quanto era stato pattuito con i primi lavoratori per una giornata intera, a quelli che hanno sopportato il peso della giornata e la calura certamente verrà dato almeno tre volte tanto.
Ma quando questi vedono che sono retribuiti con un denaro, come era stato pattuito, sfogano la loro delusione e il loro malumore, perché erano certi “che avrebbero ricevuto di più” (Mt 20,10), e ritengono il padrone ingiusto. Il signore della vigna non è stato ingiusto (quel che aveva pattuito è quel che è stato dato), ma generoso. Non toglie nulla a quelli che hanno lavorato dall’alba, ma vuole dare lo stesso salario anche agli ultimi. Difendendo il suo comportamento, il padrone della vigna si definisce buono (“Sei invidioso perché io sono buono?”, Mt 20,15). Nell’atteggiamento del proprietario della vigna, Gesù raffigura quello del Padre.
Dio non è un padrone severo, ma un signore generoso che non retribuisce gli uomini secondo i loro meriti, ma secondo i loro bisogni, perché il suo amore non è concesso come un premio, ma come un regalo. Quel che motiva il suo agire è la necessità dell’uomo, la sua felicità. E se a qualcuno questo comportamento può sembrare ingiusto, e non gli sta bene, è perché il suo è un “occhio maligno” (Mt 20,15), quello dell’avaro, dell’invidioso (Dt 15,9), di colui che fa tutto per la sua convenienza. Questi non potrà mai capire l’agire di un Dio che non “cerca il proprio interesse” (1 Cor 13,5), ma quello dell’uomo.

p. agostino

Dio germoglia dalla strada.

il commento di p. Agostino dalla sua convivenza coi rom di Coltano

Sembra proprio, alla luce di questa parabola dedicata al Regno dei cieli, che questi non sempre si concilia con il “merito”, parola chiave oggi in tanti nostri contesti sociali.

Oggi quasi tutto si misura in base al merito, al rendimento. Qualche anno fa circolava con disinvoltura quella bruttissima espressione: meritocrazia.

Vedo il rischio che la meritocrazia comprometta e annulli un’altra parola, quella della gratuità, della bontà, tipica dell’essere umano e del cuore di Dio. E questo può succedere anche in contesti religiosi, soprattutto quando ci si confronta con gli ultimi, che in nome di una carità efficiente e moderna (in sinergia, come si usa ripetere spesso)), si fa prevalere quasi sempre il merito, il risultato.

 

“Ti aiuto quando te lo meriti!

Se cambi (come voglio io), meriti la mia comprensione.

Se smetti di accattonare.

Se mandi i bambini a scuola.

Se ti cerchi un lavoro.

Se stai a quello che ti dico, potrai avere (meritare) qualcosa in cambio.

Se hai il Permesso di Soggiorno in regola puoi dormire qui.

Se.. se.. se..”

 

Più contabili e ragionieri che accompagnatori.

Noi spesso guardiamo gli ultimi dall’alto dei nostri meriti, delle nostre conquiste: dall’alto in basso. Il padrone della vigna, invece calcola partendo proprio dagli ultimi arrivati, dalle loro necessità. Non un Dio ragioniere, contabile. Noi riusciamo a farlo? Come traduciamo questo sguardo di bontà, questo atteggiamento anche nei nostri cammini pastorali?

Dio sembra guardare il mondo proprio attraverso gli occhi degli ultimi arrivati nella sua vigna. Anche oggi, questo provoca diverse reazioni dei “buoni-bravi”:

 

“ Ma come? Questi migranti appena arrivati, quanto ci costano! Lo stato gli dà 35 € al giorno e sono i nostri soldi, e noi che affrontiamo la crisi, lo stato non ci da niente!”

“Quanto sono furbi e insistenti..devono imparare a rispettare le regole!”

“La precedenza a noi, che abbiamo lavorato e faticato, poi quel che rimane a loro, che non hanno fatto niente.”

 

Amico, io non ti faccio torto..oppure sei invidioso perché io sono buono?”

 

Che ci piaccia o no, anche gli ultimi hanno una loro specifica “missione”: quella di scuotere e disturbare le nostre certezze granitiche, come il nostro sentirci “buoni” a distanza di sicurezza dagli ultimi e di credere di avere Dio sempre e solo dalla nostra parte.. Attraverso gli ultimi arrivati forse, lo stesso Dio ci sussurra, che ancora oggi Lui entra nella nostra storia sui loro passi:: “I miei pensieri non sono i vostri pensieri. Le vostre vie non sono le mie vie.” (Is. 55, 8)

E’ un Dio che manifesta e rivela la sua bontà partendo dagli ultimi, che (ci) guarda dal basso, dal fondo, mai sazio di uscire lungo le strade del mondo, capace di raggirare le nostre regole e continua ancora oggi a far germogliare il suo “magistero” dalla strada, proprio grazie a loro: gli ultimi arrivati!

 

Ebbene, quale Dio annunciamo nelle nostre assemblee, nei nostri convegni pastorali?

Il Dio visto con gli occhi dei “primi” o attraverso gli occhi degli “Ultimi”?

 

 

 

 

 

 

i nemici di papa Francesco sono i suoi più stretti collaboratori

intervista al cardinale Kasper:

«Vogliono la guerra al Sinodo, il Papa è il bersaglio»

fervono i preparativi in ambito cattolico per il sinodo straordinario del mese prossimo che nella mente di papa Francesco dovrebbe produrre quella ‘teologia in ginocchio’, in ascolto cioè dei problemi e delle sofferenze del mondo e dei fedeli della chiesa acattolica, ma l’ala più conservatrice della gerarchia (composta fra l’altro dai cardinali più rappresentativi della curia romana e da quelli che dovrebbero essere i più stretti collaboratori del papa – collocati in quei posti chiave da papa Ratzinger – ) parte all’attacco per mettere i bastoni fra le ruote contro ogni riforma o innovazione

senza mezzi termini il cardinale Kasper parla di ‘guerra’ portata al sinodo

di seguito l’intervista di A. Manzo (‘il Mattino’) col cardinale Kasper e una lunga serie di link che, coll’aiuto del preziosissimo sito ‘finesettimana’, ho messo insieme per documentare la preoccupazione che in ambito ecclesiale queste mosse conservatrici suscitano:

Francesco papa

 

 

«Alcuni al prossimo Sinodo vogliono una guerra ideologica. La dottrina della Chiesa è aperta, loro vogliono una verità cristallizzata. Il bersaglio delle polemiche non sono io, ma il Papa». Parla il cardinale Walter Kasper, il teologo che Francesco ha elevato a teorico contemporaneo della «teologia in ginocchio», capace di ascoltare la società e, soprattutto, i drammi esistenziali dell’uomo, «non per condannarlo ma per camminare insieme a lui».È lui che a febbraio scorso, al Concistoro straordinario, ha scritto e letto il documento introduttivo sulla famiglia che apre alla comunione per i divorziati e che ora ha indotto cinque cardinali a esprimere, in un libro, una netta chiusura all’appello. No, no all’accoglienza nella Chiesa «con fedeltà e misericordia» dei divorziati, anche quelli risposati solo con rito civile. «Non si può», dicono cinque cardinali di rango della Chiesa cattolica, autori di un libro, «Permanere nella verità di Cristo».Le firme sono quelle di Gerhard Ludwig Muller, il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, cioè il «custode» della Dottrina nel palazzo dell’ex Sant’Uffizio dove sedette anche Ratzinger; Raymond Leo Burke, prefetto della Segnatura apostolica, il capo di una sorta di Cassazione dell’interpretazione dottrinale della Chiesa; Walter Brandmuller, presidente emerito del Pontificio comitato di scienze storiche; Velasio De Paolis, presidente emerito della prefettura degli affari economici.

Infine Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna, uno dei teologici più ascoltati da Papa Giovanni Paolo II proprio sul tema della famiglia.

Il cardinale Kasper non lo ha ancora letto il libro, ma ne desume i contenuti dal dibattito acceso contro di lui fin nelle giornate successive al documento di febbraio scorso. Kasper è accusato di aver stravolto la dottrina sul matrimonio «indissolubile» nella relazione al Concistoro di febbraio scorso e, a mano a mano che si avvicina la data del Sinodo (5 ottobre), il suo nome ricorrerà sempre più spesso nel dibattito, non solo teologico ma anche sociale. Perché è lui che ha promosso il tema dei divorziati risposati, la possibilità che possano tornare ad accostarsi al sacramento della Comunione.

È lui che ha aperto a questioni inedite rimaste inesplorate nell’esortazione apostolica Familiaris Consortio di papa Wojtyla. È lui, infine, che ha giudicato la famiglia come «cellula centrale», e non più naturale, della Chiesa e della società: la famiglia come soggetto della condizione umana, fondata sull’amore umano che, scrisse nella relazione di base al Sinodo, «è qualcosa di grande e di bello, ma non è di per sé divino».

Cardinale Kasper, come sarà il Sinodo di ottobre, che si aprirà anche sui fondamenti teologici contenuti nella relazione di apertura da lei svolta al Concistoro straordinario sulla famiglia?
«Io spero che nel Sinodo si dia vita a uno scambio serio e tranquillo di opinioni e riflessioni».
Secondo gli oppositori, le sue riflessioni hanno messo in discussione la Dottrina della Chiesa.
«Non è in discussione la Dottrina della Chiesa che, invece, può essere approfondita. Ma la Dottrina non è chiusa. Si tratta di discutere dell’applicazione della Dottrina in situazioni complesse».

Ha letto il libro, considerato una replica alle sue tesi dottrinali e pastorali?
«Non ho visto il dibattito in corso, il documento lo hanno mandato ai giornalisti, ma non a me. È un po’ strano, i giornalisti ce l’hanno e io no».

Lei interverrà ai lavori del Sinodo?
«Sì, ma io sono un membro normale del Sinodo».

Ma perché alcuni suoi colleghi cardinali la contestano?
«Mi contestano perché dicono che il documento base è contro la Verità».

E lei come replica?
«Noi siamo tutti per la Verità».

(A. Manzo)

 papa-francesco

 

 

“il Sinodo è stato individuato da alcuni porporati come l’occasione per una rivincita sul Papa… mandare il Papa in minoranza al Sinodo e trattare così da posizioni di forza le molte e decisive nomine in agenda.” Si vuole bloccare, come 50 anni fa con Paolo VI, la via della collegialità ” la Chiesa non ha il problema di mettere la propria morale alla luce della modernità, per tenerla immobile o per cambiarla a basso prezzo; ma di mettere tutto alla luce del Vangelo. In quel tutto non esiste «la» famiglia ma esistono «le» famiglie”
papa Francesco: «Tra le condizioni che accomunano i partecipanti alla celebrazione eucaristica, due condizioni sono fondamentali per andare bene a Messa: tutti siamo peccatori e a tutti Dio dona la sua misericordia». Una posizione sul senso dei sacramenti che ricorda quella espressa dal cardinale Carlo Maria Martini…
«Gli autori di questo volume sono uniti nel sostenere fermamente che il Nuovo Testamento ci mostra Cristo che proibisce senza ambiguità divorzio e successive nuove nozze sulla base del piano originale di Dio sul matrimonio disposto da Dio in Gen. 1,27 e 2,24».
Su famiglia e matrimonio, i vescovi tedeschi stanno con il cardinale Walter Kasper. Le tesi del teologo scelto dal Papa per aprire in ambito concistoriale la discussione sui temi oggetto del Sinodo biennale ormai alle porte, sono appoggiate e condivise dalla grande maggioranza dell’episcopato di Germania. (ndr.: solito modo furbo, parziale e un po’ disonesto di presentare la situazione, in particolare sottolineando l’adesione entusiastica di quegli “scomunicati” di Noi Siamo Chiesa, tacendo le attese della stragrande maggioranza di battezzati almeno in Occidente per un profondo rinnovamento dottrinale e pastorale sui temi della famiglia e del matrimonio, con una maggiore fedeltà a tutta la tradizione della chiesa e delle chiese e con uno sguardo non solo negativo nei confronti del mondo di oggi)

“La cosa interessante è che lo schieramento dei vescovi e cardinali creati da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI si presenta al Sinodo con il diritto canonico in mano…” sideralmente lòontano dalla misericordia… Un consiglio: leggere quanto scriveva Pasolini sulle sentenze dei tribunali ecclesiastici di annullamento dei matrimoni…
All’avvicinarsi del Sinodo dei vescovi sulla famiglia, la pubblicazione di un libro in cui compaiono diversi cardinali di Curia che rifiutano la proposta nei confronti dei divorziati risposati del teologo Walter Kasper, irrita papa Francesco… secondo un’alta fonte, il papa avrebbe chiesto al cardinal Müller di non partecipare alla promozione del libro”
“Cinque cardinali – compreso il cardinal Gerhad Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede – hanno scritto un libro in cui esprimono la loro disapprovazione. Ma secondo quanto riportato in un articolo del quotidiano francese ‘La Croix’, si dice che il papa sia “irritato” per la loro decisione di pubblicare il libro proprio prima del Sinodo”

  • Attacco al Papa di Marco Politi in il Fatto Quotidiano del 18 settembre 2014
“I lupi si sono svegliati e muovono all’assalto del papa argentino. Enzo Bianchi, il monaco teologo, lo aveva previsto. “Verrà una brinata”, ha esclamato poche settimane fa ad un convegno a San Gimignano promosso dal sociologo delle religioni Arnaldo Nesti. “Perché l’opposizione al papa sta crescendo”, ha soggiunto.” “La reazione del papa argentino è di grande tranquillità. … La sua strategia è di creare un clima di libero dibattito come avvenne al concilio Vaticano II, in cui tutte le posizioni vengano allo scoperto e i vescovi si pronuncino sulla direzione da imboccare, rispondendone di fronte ai fedeli: il popolo di Dio.
Nell’ambito del dibattito sul prossimo Sinodo sulla famiglia convocato da papa Francesco, pubblichiamo in esclusiva un articolo a firma dell’arcivescovo di Milano, card. Angelo Scola. Nella forma integrale apparirà sul prossimo numero della testata bolognese ‘Il Regno’.
“L’inedita operazione mediatica – che ora vede anche aggiungersi… il contributo del cardinale Angelo Scola… e un libro del cardinale George Pell… – è presentata come una risposta alle aperture ipotizzate… dal cardinale Walter Kasper… nella relazione introduttiva del concistoro… nell’ultima parte del suo articolato intervento aveva ipotizzato – caso per caso, a determinate condizioni e dopo un percorso penitenziale – la possibilità di riammettere i divorziati risposati alla comunione”
“«Durante il Concilio Vaticano II e nel postconcilio c’erano le resistenze di alcuni cardinali a Papa Paolo VI, anche da parte dell’allora Prefetto del Sant’Uffizio. Però… non con questa modalità organizzata e pubblica. Se i cardinali che sono i più vicini collaboratori del Papa, intervengono in questo modo, almeno per ciò che riguarda la storia più recente della Chiesa, siamo di fronte a una situazione inedita»”
San Pietro, udienza generale, catechesi del Papa ai fedeli su ciò che significa Chiesa «cattolica» e «apostolica»: ovvero «universale» e quindi «proiettata all’incontro con tutti», «nata in uscita» come gli apostoli che non sono «rimasti nel Cenacolo», dice, come fosse un circolo per pochi eletti. Le parole di ieri danno il senso del pontificato di Francesco e ne rappresentano il programma.
Il pericolo proviene da altre parti, e non è tanto un conflitto aperto. Si annida in una «strategia del giunco» che alcuni alti prelati, a Roma e in Italia ma anche in altre realtà europee, stanno adottando, piegandosi al papato argentino come se fosse una tempesta destinata a passare entro pochi anni. Lascia indovinare un conflitto di culture e di modelli di Chiesa, che per ora convivono ma potrebbero divaricarsi.
 

il vangelo della domenica commentato da p.Maggi

p. Maggi

CHE SIA INNALZATO IL FIGLIO DELL’UOMO 

Commento al Vangelo della ESALTAZIONE DELLA CROCE  (14 settembre 2014, domenica ventiquattresima del tempo ordinario) di p. Alberto Maggi

Gv 3,13-17

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.»

Nel dialogo con il fariseo Nicodemo, capo dei Giudei, Gesù si rifà ad un episodio conosciuto della storia di Israele contenuto nel Libro dei Numeri.
Al capitolo 3, versetto 14 l’evangelista scrive: “«Come Mosè innalzò il serpente nel deserto»”; i serpenti erano stati inviati da Dio per castigare il popolo secondo lo schema classico di “castigo-salvezza/perdono”. In Gesù invece c’è soltanto salvezza.
“«Così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo»”, Gesù si riferisce alla sua futura morte in croce e parla del Figlio dell’uomo, cioè l’uomo che ha la pienezza della condizione divina.
“«Perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna»” – credere nel Figlio dell’uomo significa aspirare alla pienezza umana che risplende in questo figlio dell’uomo.
Per la prima volta appare in questo vangelo un tema molto caro all’evangelista, cioè quello della vita eterna. La vita eterna non è, come insegnavano i farisei, un premio futuro per la buona condotta tenuta nel presente, ma una qualità di vita già nel presente. E si chiama “eterna” non tanto per la durata senza fine, ma per la qualità indistruttibile.
E questa vita eterna non si avrà in futuro, ma si ha già. Chiunque da adesione a Gesù, quindi aspira alla pienezza umana che risplende in Gesù.
“«Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito»”, il Dio di Gesù non è un Dio che chiede, ma un Dio che offre, che arriva addirittura a offrire se stesso. “«Perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna»”.
La vita eterna non si ottiene, come insegnavano i farisei, osservando la legge, cioè un codice esterno all’uomo, ma dando adesione al Figlio dell’uomo. E Gesù appare qui come il dono dell’amore di Dio per l’umanità. Dio è amore che desidera manifestarsi e comunicare. E Gesù è la massima espressione di questa manifestazione e comunicazione di Dio. “«Dio infatti non ha mai mandato il Figlio nel mondo per condannare»”, anche se il verbo qui non è condannare, ma “«giudicare il mondo»”.
Di nuovo qui Gesù sta parlando con un fariseo, demolisce le attese di un messia giudice del popolo. Quindi il Figlio non è venuto per giudicare il mondo, “«ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui»”. Dio è amore e in lui non c’è né giudizio né condanna, ma c’è soltanto offerta di vita.

contro l’intolleranza e l’estremismo presenti anche oggi

coi tempi che corrono mi sembra di capitale importanza riflettere su questo appello che S. Morgan rivolge a tutte le fedi e le visioni della vita per sradicare da se stesse quel cancro che distrugge la vita stessa: “l’estremismo è un mostro… che sale dagli abissi più oscuri. Ieri, cristiano, erigeva roghi. Ateo, costruiva i gulag. Oggi è diventato spettacolare nell’islam … “

 tutte le fedi e le religioni e le visioni della vita hanno avuto e hanno tutt’ora la tentazione dell’estremismo: “oggi, lo spirito dell’Inquisizione non è morto. Forse non si innalzano più roghi, ma si continua a giudicare e a condannare… Basta vedere certi interventi dei patriarcati ortodossi, o di certi pastori  o preti conservatori, o leggere certi commenti di forum associati alla Manif pour tous per rendersi conto fino a che punto questo spirito è ancora vivo, fino a che punto vi sono persone che sognano un mondo in cui ogni uomo (e soprattutto ogni donna) sia rinchiuso in una casella ben definita. E tutto questo contribuisce a distruggere e a sfigurare ogni giorno di più il cristianesimo che, pure, quelle persone dicono di difendere”

 

 

Contro l’estremismo

appello alle persone di diverse spiritualità

di Sébastien Morgan

in “www.lemondedesreligions.fr” del 29 agosto 2014 (traduzione: www.finesettimana.org)

L’estremismo è più che mai attivo nelle nostre società. Come una peste, si diffonde in tutte le religioni senza distinzione, ma anche all’interno dell’ateismo che, con il pretesto della laicità, non esita a partire in crociata contro la spiritualità. L’estremismo è un mostro, una creatura infame che sale dagli abissi più oscuri. Ieri, cristiano, erigeva roghi. Ateo, costruiva i gulag. Oggi è diventato spettacolare nell’islam. La sua particolarità: è come le cellule cancerose che distruggono l’organo in cui sono generate. Esaltando apparentemente il pensiero nel quale nasce, l’estremismo snatura questo pensiero, lo svuota della sua sostanza, prima di rivoltarglielo contro, in un processo di distruzione e di annichilimento totale. La volontà di normalizzazione è spesso un segno di estremismo. Consiste nell’emanare delle regole tanto rigide quanto assurde nei contenuti e nel condannare chiunque non vi si conformi. Coloro che emanano tali leggi dispongono allora di una potere d’azione sulla popolazione che si trova in loro balia. Giocando sulla superstizione, sul senso di colpa e sulla paura irrazionale (dell’Inferno, del Diavolo, del fare male…), gli integralisti dettano le loro norme e condannano coloro che non vi si adeguano. Norme che, a loro dire, provengono da “leggi naturali”, dalla “volontà divina” o dalla conformità razionale e scientifica. Così, la caccia all’eresia e l’Inquisizione sono direttamente responsabili della perdita di credibilità della Chiesa e del cristianesimo in generale. Instaurando una polizia del pensiero, una Gestapo dogmatica, inventando il concetto di eresia, torturando povere ragazze innocenti, la Chiesa è riuscita a ridare corpo ai mostri che lo stesso Cristo aveva combattuto: il farisaismo mortale, il giudizio dell’altro e il patriarcato a cui è spesso associato. Le prime vittime dell’estremismo cristiano furono altri cristiani ritenuti devianti (ariani, gnostici, catari, protestanti, ecc…). Oggi, lo spirito dell’Inquisizione non è morto. Forse non si innalzano più roghi, ma si continua a giudicare e a condannare… Basta vedere certi interventi dei patriarcati ortodossi, o di certi pastori o preti conservatori, o leggere certi commenti di forum associati alla Manif pour tous per rendersi conto fino a che punto questo spirito è ancora vivo, fino a che punto vi sono persone che sognano un mondo in cui ogni uomo (e soprattutto ogni donna) sia rinchiuso in una casella ben definita. E tutto questo contribuisce a distruggere e a sfigurare ogni giorno di più il cristianesimo che, pure, quelle persone dicono di difendere. Nell’islam, l’estremismo ci sguazza, attaccando i cristiani che sono l’oggetto di un vero genocidio in Oriente, ma prendendosela anche e soprattutto con altri musulmani e con l’islam. In quanto cristiano, detesto lo spirito di Inquisizione che mi sembra essere agli antipodi dell’elevazione spirituale e della rigenerazione individuale proposta da Cristo. Immagino che ogni vero sufi che vive ontologicamente l’Amore di Dio, non possa che considerare con la stessa repulsione il terrorismo e la schiavitù della donna predicata dagli islamisti. Ci si potrebbe pure diffondere ampiamente sulle forme di estremismo ebraico che vanno contro lo spirito di universalità e di apertura presenti nell’anima ebraica, e parlare anche delle manifestazioni d’ombra in certe correnti buddiste o induiste. Che cosa dobbiamo concluderne? Che ogni religione possiede la propria parte d’ombra, la propria parte malefica? Oppure che ogni religione è come ogni individuo che, nel suo percorso spirituale, lotta con se stesso per far sbocciare l’immagine divina che è in lui. Immagine che deve portare alla somiglianza con Dio e trasformare ogni essere in fonte d’Amore e di Compassione. Le resistenze interiori a questa trasformazione fanno parte del processo che deve portare alla trasfigurazione.Sono come innumerevoli ferite e determinismi che, come immense dighe, bloccano la libera circolazione dell’Acqua Viva e del Soffio dello Spirito. Sono questi blocchi interiori che ognuno deve far saltare per diventare realmente libero e compiuto. Sono queste molteplici ferite che devono essere guarite perché si possa vivere Dio come Egli è, e liberarsi dall’immagine sbagliata che ci si fa di Lui. È ora che la civiltà guarisca dalla barbarie, è ora di incarnare l’amore divino quaggiù, è ora di vivere realmente Dio. I veri spirituali di ogni religione, donne e uomini di buona volontà, devono sentire la responsabilità di ergersi contro le idee di morte che nascondono il gioiello divino di cui sono custodi. Devono sentire la responsabilità di immergersi sempre più profondamente nel cuore della loro religione per farne scaturire la sorgente immortale per liberarla dalle scorie che la sfigurano.

*Sébastien Morgan è autore di: Devenir soi-même, chronique d’un chrétien du XXI siècle, 2013,

ed. Mercure Dauphinois.

polemica sui campi rom di Pisa e sgomberi

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l’intervento di Africa insieme e del Progetto Rebeldia sulle vicende riguardanti il dibattito e lo sgombero dei campi rom di Pisa

gli articoli cui si fa riferimento si possono leggere nei link in fondo all’intervento:

 

Come in un inquietante gioco dell’oca, la politica pisana torna di tanto in tanto alla casella di partenza, e si dimentica del percorso fatto. È quanto sta accadendo negli ultimi giorni, a proposito del dibattito sui rom: un dibattito pieno di discorsi vecchi e di stereotipi banali. Che però feriscono persone in carne e ossa, e creano esclusione e discriminazione.

Il direttore del Parco solleva il tema del (presunto) smaltimento irregolare di rifiuti nei campi nomadi: cita fatti gravi senza circostanziarli, e accusa l’intera comunità rom di episodi che – se accertati – sarebbero comunque responsabilità dei singoli. Confcommercio definisce “inaccettabile” il campo della Bigattiera, e ne chiede lo sgombero. 

sgomberi

Che i campi nomadi siano “inaccettabili”, lo dicono gli stessi rom che sono costretti ad abitarvi. I campi sono luoghi di segregazione – veri e propri “ghetti” – che rappresentano la vergogna dell’Italia, e che le istituzioni internazionali (Unione Europea, Consiglio d’Europa) ci chiedono di superare. 

“Superare i campi” non vuol dire però sgomberarli con la forza. Non è difficile capire che una famiglia allontanata da un campo, se priva di alternative, costruirà un altro campo a poche centinaia di metri. 

Gli sgomberi sono inutili, controproducenti (aggravano le condizioni di marginalità), e hanno costi altissimi a carico dei contribuenti: si calcola che ogni intervento costi decine di migliaia di euro. Per di più, sono illegali ai sensi del diritto internazionale, e non si può invocare la “legalità” solo quando fa comodo… 

Invece di ricorrere a stereotipi e frasi fatte, sarebbe utile ricordare un po’ di storia recente. L’UE ha stanziato fondi consistenti per “superare i campi”, e per garantire una sistemazione dignitosa alle famiglie che li abitano. I rom della Bigattiera, assieme a tante associazioni, chiedono che il Comune acceda a questi fondi, e avvii un programma di inserimento abitativo. Il Consiglio Comunale aveva approvato persino una mozione in questo senso, che è rimasta però lettera morta: ad oggi, i rom della Bigattiera vivono in un luogo senza luce, senza acqua e senza scuolabus per i bambini. Questa è la cosa davvero “inaccettabile”, che però non viene neanche menzionata nei comunicati di Gennai e di Confcommercio. E di questo si dovrebbe seriamente discutere. Si preferisce invece invocare gli sgomberi, e attizzare un po’ di odio verso i rom, invocando la “legalità” a sproposito (è ovvio che chi commette un reato debba essere perseguito, ma è altrettanto ovvio che le responsabilità sono personali, e non coinvolgono i rom come categoria). L’esito di queste dichiarazioni è scontato: vi saranno più controlli di polizia nei campi (come già è accaduto in questi giorni), e si farà qualche sgombero “muscolare” per accontentare chi protesta. Nel frattempo, i problemi rimarranno intatti sul tavolo, e i rom continueranno a restare senza acqua, senza luce e senza scuolabus. Un bel capolavoro.

PISA, 27 AGOSTO 2014

Associazione Africa Insieme

Progetto Rebeldia

 

29-08-2014 – Il Tirreno – Rifiuti pericolosi trovati nei campi nomadi”

28-08-2014 – Pagina Q – Campi rom: si accende la polemica sullo sgombero della Bigattiera

28-08-2014 Il Tirreno – Blitz nei campi nomadi di Coltano e della Bigattiera

28-08-2014 – La Nazione – Nomadi, blitz a Coltano e alla Bigattiera

27-08-2014 – La Nazione – “Via il campo nomadi sulla Bigattiera: è inaccettabile”

26-08-2014 – La Nazione – Nerini in azione “Basta rinvii su sicurezza e campi rom”

25-08-2014 – La Nazione – “Nei campi nomadi rifiuti pericolosi”

se ‘Rebeldia’ e ‘Africa insieme’ giustamente criticano la durezza e spietatezza usate troppo spesso nel demolire le baracche e le umilissime abitazioni dei campi rom e se certamente è vero che molte volte (per cause che sbrigativamente e superficialmente vengono ricondotte alle responsabiltà dei rom) appaiono come luoghi e abitazioni di degrado e di ghetto, certo è che la soluzione che si cerca di imporre con la teorizzazione del superamento dei campi nella teoria dell’ ‘oltre i campi’ (che vede come unica soluzione l’inserimento forzato in) è troppo rigida e poco rispettosa dei veri desideri e sensibilità e cultura di questo popolo
di questo pare sia convintissimo anche don Agostino la cui roulotte è stata abbattuta per ultima (vedi articolo de ‘la Nazione’ rortato in foto qui sopra), e che esprime il suo disagio, condiviso da diversi rom che  con lui abitavano quello spazio, col seguente grido:

“Ridatemi per cortesia il campo di prima!”

 
Da diverso tempo tutti gridano con disinvoltura e sicurezza che bisogna andare oltre i campi, che bisogna superare questa vergogna tipicamente italiana, e anche questo è falso! E’ un altro stereotipo, ma che si tiene volutamente nascosto. Perchè ognuno ha la sua ricetta magica da proporre.
Di campi o di terreni dove vivono famiglie Rom e Sinte ce ne sono in Francia, in Spagna, in Inghilterra e chissà dove altro. Toh, in Francia nomadizzare è previsto, non è scandaloso o offensivo. Le municipalità con oltre 10.000 (?) abitanti hanno l’obbligo di prevedere uno spazio riservato alle “genti di viaggio”.
Ma non voglio tifare per un modello a scapito di un altro..Credo invece che debbano essere loro, i Rom a scegliersi (liberamente) come e dove vivere la loro famiglia, che a noi piaccia o no. Quando si parla di smantellamento o di sgombero di campi Rom, l’unica prospettiva percorribile sembra essere quella della casa. Casa=integrazione, ma ne siamo così sicuri?
Mi domando: quando i Rom di Coltano stavano nel campo in baracche e roulotte “vivevano” meglio, rispetto ad ora che abitano in appartamenti del nuovo villaggio, sotto continuo ricatto e minaccia di allontanamento? Dove erano più felici, più veri? Andando a vivere in appartamenti cosa è cambiato in loro? E’ migliorata o peggiorata la loro vita?
Ora sono più integrati rispetto a prima? Non mi sembra proprio!
Casa=integrazione è un altro stereotipo!
Ciao Ago

 

 

 

le ruspe a Coltano

 

Pisa, in azione le ruspe nell’ex campo rom di Coltano

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sgomberi nei capi rom di Pisa: vergogna!

Due ruspe, di cui una grande e una piccola, quattro camion scarrabili, un furgone e nove operai. Sono le ”forze” messe in campo da ieri mattina da Pisamo e Avr impegnate nella pulizia e bonifica dell’ex campo rom di Coltano e da cui ieri mattina è stata allontana la penultima delle quattro famiglie che vi abitavano abusivamente (altre due, infatti, se ne erano già andate da tempo mentre l’ultima, non può essere allontanata in quanto in attesa di processo da parte dell’autorità giudiziaria), come previsto al momento della realizzazione delle casette minime, intervento che aveva come presupposto la chiusura e la bonifica della vecchia area di sosta.

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Un’operazione cominciata nella giornata di ieri e che, oltre ai mezzi impegnati nella bonifica, ha visto impegnati congiuntamente anche vigili urbani, carabinieri, polizia e guardia forestale oltre agli operatori della Società della Salute e della Croce Rossa. Che sta proseguendo oggi: fino ad ora sono stati portati via circa 360 quintali di rifiuti, quelli più voluminosi come le lamiere e gli altri materiali della baracca, del container del camper e delle due roulotte abbandonate che sono stati abbattuti. Rimasta al sul posto, invece, quella di padre Agostino Rota Martir, il sacerdote che da anni vive nell’insediamento.

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Uomini e mezzi sono ancora in azione per completare la pulizia: l’obiettivo, infatti, è quello di finire il lavoro nella giornata di oggi o, al più tardi, nella mattina di domani.