commento al Vangelo domenicale

 

SE QUALCUNO VUOLE VENIRE DIETRO A ME, RINNEGHI SE STESSO 

Commento al Vangelo della ventiduesima domenica del tempo ordinario (31 agosto 2014) di p. Alberto Maggi

p. Maggi

Mt 16,21-27

In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!». Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».

Ai discepoli che seguono Gesù pensando che lui sia il messia trionfatore, vincitore, quello annunziato dalla tradizione, che a Gerusalemme avrebbe conquistato e preso il potere, Gesù per la prima volta parla apertamente di quello che l’attende a Gerusalemme. Siamo al capitolo 16 del vangelo di Matteo, dal versetto 21. “Da allora Gesù cominciò”, quindi significa una serie di insegnamenti che continuano lungo tutto il suo percorso, “a spiegare ai suoi discepoli che doveva …”, il verbo dovere è un verbo tecnico che indica la volontà di Dio, “andare a Gerusalemme e soffrire”. Questo verbo è una creazione degli evangelisti perché assomiglia molto al termine Pasqua, infatti il verbo soffrire in greco è Pàsco ed ha assonanza con il termine Pasca, che significa Pasqua, perché gli evangelisti hanno visto in Gesù il vero agnello pasquale. “Soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi”; tutti questi sono i componenti del sinedrio, il massimo organo giuridico di Israele, “venire ucciso”, quindi Gesù non andrà a conquistare il potere, ma sarà ucciso dai detentori del potere religioso. I massimi rappresentanti dell’istituzione religiosa saranno gli assassini di Gesù. Però aggiunge, “E risorgere il terzo giorno”. Il terzo giorno non è un’indicazione cronologica, il numero tre indica ciò che è pieno, ciò che è completo, quindi sarà ucciso, ma tornerà in vita pienamente. Ebbene, appena Gesù ha detto questo, Pietro entra in gioco. L’evangelista presenta Simone soltanto con il soprannome negativo, termine tecnico con il quale Matteo indica l’opposizione, la contrarietà di questo discepolo a quanto Gesù annunzia. “Pietro lo prese a sé”, quindi lo afferra e non appena Gesù ha cominciato a spiegare, Pietro comincia al sua resistenza. “E cominciò a rimproverarlo”, letteralmente sgridarlo, ed è il termine che si adopera per scacciare i demoni. Quindi per Pietro quello che Gesù ha detto non corrisponde alla volontà divina, ma è addirittura un pensiero satanico, un pensiero demoniaco. La traduzione traduce con “Dio non voglia”, ma letteralmente è «Ti perdoni»”, e si sottintende Dio. E’ un’espressione che veniva adoperata per quelli che avevano abbandonato Dio. Si trova anche nel profeta Geremia, capitolo 5, versetto 7. Quindi «Ti perdoni, Signore; questo non ti accadrà mai»”. Quindi per Pietro quello che Gesù sta dicendo è una cosa lontana da Dio, per cui Dio deve perdonarlo, addirittura un pensiero demoniaco. “Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana!»Sono gli stessi termini che Gesù ha adoperato nel deserto per rifiutare le seduzioni del tentatore. Come al tentatore, al diavolo, Gesù dice “Vattene”, però Gesù non rompe con il discepolo, gli dà una possibilità: “torna a metterti dietro di me”. Fintanto Pietro sta davanti e vuole lui indicare la traccia, la via, lui è il Satana, l’avversario. Allora Gesù dice «Vattene dietro di me, Satana! Tu mi sei di scandalo»”. Quello che Gesù aveva definito una pietra adatta per la costruzione della sua ecclesia, cioè la comunità dei credenti convocati dal Signore, quello che era stato chiamato ad essere un mattone per la costruzione, adesso diventa una pietra di inciampo, una pietra di scandalo. Perché? “«Perché non pensi secondo Dio»”, cioè le categorie dell’amore e del servizio, “«ma secondo gli uomini»”, cioè le categorie del potere e del dominio. Gesù comprende che non è solo Pietro ad avere questa mentalità, ma anche tutti i discepoli. Ecco allora che si rivolge a tutto il resto dei suoi. “Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me»”, Gesù ha invitato Pietro ad andare dietro di lui e ora fa comprendere quali sono le condizioni per poterlo seguire. «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso»”, rinnegare se stesso non significa mortificare la propria esistenza, ma rinunciare a questi pensieri di ambizione, di successo, di supremazia, e poi prosegue, letteralmente «e sollevi la sua croce»”. La croce non viene data da Dio, ma viene presa dagli uomini. L’evangelista adopera il termine “sollevare”, che indicava il momento nel quale il condannato doveva sollevare da terra il patibolo e caricarselo sulle spalle. Poi da lì, dal tribunale, uscire dalla porta della città per andare nel luogo dove doveva essere giustiziato. Era il momento più tremendo, il momento della solitudine. La gente aveva l’obbligo religioso di insultare e malmenare questa persona.  «Sollevi la sua croce»”, la croce era la pena di morte riservata ai rifiuti della società. Quindi Gesù non sta parlando di sofferenze e di dolore, ma sta parlando dello scandalo che seguire Gesù comporta, uno scandalo che arriva a far considerare Gesù e quelli che lo seguono rifiuti della società, persone addirittura rifiutate da Dio, perché la croce era il supplizio per i maledetti da Dio, «e mi segua»”. Gesù quindi non sta parlando della morte in croce, ma della via verso il supplizio, una via in solitudine, una via del disonore. Se i discepoli non sono pronti a perdere la propria reputazione – perché di questo si tratta – che non pensino a seguirlo, perché seguire Gesù significa andare incontro al massimo disonore. E poi Gesù aggiunge: «Perché chi vuole salvare la propria vita la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà»”. Chi vive per gli altri realizza pienamente la propria esistenza, chi vive centrato esclusivamente sui propri bisogni, sulle proprie necessità, la distrugge. Quindi questa è l’alternativa che Gesù offre. Vivere per gli altri, dare, non è perdere, ma guadagnare. Significa realizzare pienamente se stessi. E Gesù commenta: «Quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita?»A che serve guadagnare tanto, conquistare tanto e poi smarrire se stesso? Questo è il significato. E’ una critica che Gesù fa alle persone di potere, qualunque potere. Le persone che hanno conquistato il potere, divorati dalla loro ambizione, sono persone che hanno tanto, ma non hanno nulla perché hanno completamente smarrito se stesse. Sono persone alla deriva dalla vita, alla deriva dalla felicità. «Perché il Figlio dell’Uomo»”, Figlio dell’uomo indica Gesù nella pienezza della condizione divina, «Sta per venire nella gloria del Padre suo»”. Gesù contrappone al massimo disonore, la pena di morte alla quale è stato condannato dal sinedrio, quindi il massimo disonore dell’istituzione religiosa, il massimo onore da parte di Dio. Quindi “«nella gloria del Padre suo con i suoi angeli»”. E qui Gesù cita il libro dei Proverbi, capitolo 24, versetto 12, «e renderà a ciascuno secondo le sue azioni»”, letteralmente “la prassi”. L’uomo è valutato per la vita che ha praticato, per le opere che ha fatto, e non per le idee o le dottrine religiose che ha professato. E’ quello che si fa per gli altri che determina la propria esistenza. C’è un’altra parte che non è presente nella versione liturgica, ma è importante. Gesù annunzia che “I presenti non moriranno prima di aver visto arrivare il Figlio dell’uomo con il suo regno”. Infatti annunzia l’episodio che poi seguirà che è quello della trasfigurazione, in cui Gesù dimostra che la morte non distrugge la persona, ma la potenzia pienamente.

 

croce

 

 

 

 

 

 

 

IMPARARE A PERDERE

commento di p.José Antonio Pagola

 

Il detto è registrato nei Vangeli e ripetuto sei volte: “Se si vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà per causa mia, la troverà.” Gesù non sta parlando di un tema religioso. Egli sta insegnando a i suoi discepoli ciò che il vero valore della vita.
Il detto è espresso in modo paradossale e provocatorio. Ci sono due modi diversi di guidare la vita, uno conduce alla salvezza, l’altra alla distruzione. Gesù invita tutti a seguire il percorso che sembra più difficile e meno attraente, in quanto porta l’uomo alla salvezza finale.
Il primo modo è quello di aggrapparsi alla vita vivere solo per se stessi: per fare “sé” l’ultima ragione e il fine ultimo dell’esistenza. Questo modo di vita, sempre alla ricerca di sé guadagno o vantaggio, che porta alla distruzione dell’essere umano.
Il secondo modo è quello di saper perdere, vivere come Gesù, aperto al fine ultimo di umanizzare il Padre: cioè rinunciando alla propria sicurezza o di guadagno, cercando non solo proprio bene, ma il bene degli altri. In questo modo generoso di vita porta ad umana per essere la sua salvezza.
Gesù parla della sua fede in un Dio salvatore, ma le sue parole sono un serio monito per tutti. Quale futuro attende una umanità divisa e frammentata, dove i poteri economici cercano il loro proprio beneficio; paesi, il proprio benessere; individui, il loro interesse?
La logica che conduce in questo momento il modo in cui il mondo è irrazionale. I popoli e gli individui stanno lentamente cadendo in schiavitù “hanno sempre”. Niente è troppo per sentirsi soddisfatti. Per vivere bene, abbiamo sempre bisogno di più produttività, più consumi, comodità materiale, più potere sugli altri.
Insaziabilmente cercano il benessere, ma non stiamo sempre disumanizzante un po ‘di più? Vogliamo “progresso” sempre, ma ciò che il progresso è questo che ci porta ad abbandonare milioni di esseri umani in miseria, la fame e la malnutrizione? Quanti anni può godere il nostro benessere, chiudendo le nostre frontiere a chi ha fame?
Se solo i paesi ricchi cercano di “salvare” il nostro tenore di vita, a meno che non perdiamo il nostro potenziale economico, non dare mai passi verso la solidarietà globale. Ma non fare errore. Il mondo sarà sempre più pericoloso e inabitabile per tutti, noi compresi. Per salvare la vita umana nel mondo, dobbiamo imparare a perdere.
José Antonio Pagola

p. Maggi e p. Agostino commentano il vangelo domenicale

TU SEI PIETRO, E A TE DARO’ LE CHIAVI DEL REGNO DEI CIELI  

Commento al Vangelo della domenica ventunesima del tempo ordinario (24 agosto 2014) di p. Alberto Maggi:

p. Maggi

 

 

 

 

 

 

 

 

Mt 16,13-20

In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.

Per tenere lontani i  suoi discepoli dal lievito dei farisei, cioè dalla dottrina dei farisei e dei sadducei, Gesù li porta lontano dall’istituzione religiosa giudaica e li conduce all’estremo nord del paese. E quanto scrive Matteo, nel capitolo 16, versetti 13-20.
“Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo”, Cesarea di Filippo è all’estremo nord del paese, è la città costruita da uno dei figli di Erode il Grande, Filippo, e, per distinguerla dall’altra Cesarea marittima, è stata chiamata Cesarèa di Filippo.
All’epoca di Gesù la città era in costruzione. Questo è un dettaglio da tener presente, nei pressi della città si trovava una delle tre sorgenti del fiume Giordano, che era anche ritenuta l’ingresso del regno dei morti. Quindi sono elementi che occorre tener presente per la comprensione di quello che l’evangelista ci narra.
Ebbene Gesù conduce i suoi discepoli così lontano dalla Giudea e anche dalla Galilea per porre loro una domanda. “Domandò ai suoi discepoli: «La gente»”, letteralmente “gli uomini”, “«chi dice che sia il Figlio dell’uomo?»” L’evangelista contrappone gli uomini al Figlio dell’uomo, l’uomo che ha la condizione divina, quindi l’uomo che ha lo spirito e quelli che non ce l’hanno.
Gesù vuole rendersi conto di quale sia stato l’effetto della predicazione dei discepoli che lui ha inviato ad annunziare la novità del regno. La risposta è deludente. “Risposero: «Alcuni dicono Giovani il Battista»”, perché si credeva che i martiri sarebbero subito risuscitati, “«altri Elìa»”. Elia, secondo la tradizione, non era morto, ma era stato rapito in cielo e sarebbe tornato all’arrivo del futuro messia.
“«Altri Geremia»”, sempre secondo la tradizione era scampato a un tentativo di lapidazione, “«o qualcuno dei profeti». Si aspettava uno dei profeti annunziato da Mosè, comunque tutti personaggi che riguardano l’antico. Nessuno, né i discepoli né la gente alla quale essi si sono rivolti, ha compreso la novità portata da Gesù.
Allora Gesù dice: “«Ma voi»”, quindi si rivolge a tutto il gruppo, “«Chi dite che io sia?»” Gesù si è rivolto a tutto il gruppo dei discepoli, ma è soltanto uno che prende l’iniziativa. “Rispose  Simon Pietro”, Simone è il nome, Pietro è un soprannome negativo che indica la sua testardaggine, e quando l’evangelista lo presenta con questo soprannome, significa che c’è qualcosa di contrario all’annunzio di Gesù.
“Rispose  Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente»”. Finalmente c’è uno dei discepoli che ha capito che Gesù non è il figlio di Davide, colui che con la violenza impone il regno, ma è il figlio del Dio (letteralmente) vivificante, cioè comunica vita. “E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone»”. Perché beato? Pietro è il puro di cuore e quindi può vedere Dio.
Gli dice “beato”, però lo chiama “«figlio di Giona»”. “Figlio”, nella cultura ebraica non indica soltanto chi è nato da qualcuno, ma chi gli assomiglia nel comportamento. E Gesù lo chiama “figlio di Giona”. Giona è l’unico tra i profeti dell’Antico Testamento che ha fatto esattamente il contrario di quello che il Signore gli aveva comandato. Infatti il Signore gli aveva detto: “Giona, vai a Ninive a predicare la conversione altrimenti io la distruggo” e Giona fece il contrario.
Anziché andare verso est, si imbarcò sulla nave e puntò ad ovest. Poi finalmente Giona si convertì. Quindi in questo figlio di Giona Gesù fa il ritratto di Pietro: farà sempre il contrario di quello che Gesù gli chiederà di fare, ma poi alla fine si convertirà.
“«Perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli.»” Ecco Pietro è il beato perché è il puro di cuore che può vedere Dio. “E io dico a te: «Tu sei Pietro»”, il termine greco adoperato dall’evangelista è Petros, che indica un mattone, un sasso, che può essere raccolto e usato per una costruzione. “«E su questa pietra»”. Pietra no è il femminile di Pietro. L’evangelista adopera il termine greco Petra che indica la roccia che è buona per le costruzioni. E’ lo stesso termine che Gesù, nel capitolo 7, ha scelto per la casa costruita sulla roccia.
Quindi Gesù dice a Simone: “Tu sei un mattone. Su questa roccia”, e la roccia è Gesù, “«Edificherò la mia chiesa»”. Il termine greco ecclesia non ha nulla di sacrale, ma è un termine profano che indica l’adunanza, l’assemblea di quelli che sono convocati. Quindi Gesù non viene a costruire una nuova  sinagoga, ma una nuova realtà che non ha connotazioni religiose, e per questo adopera questo termine laico. “«E le potenze»”, letteralmente “le porte”; le porte di una città indicavano la sua forza, la potenza. “«Degli inferi»”, cioè del regno dei morti. Ricordo che la scena si svolge vicino a una delle grotte che si pensava essere l’ingresso nel regno dei morti,  “«Non prevarranno contro di essa».
Quando una comunità è costruita su Gesù, il figlio del Dio vivente, quindi si comunica vita, le forze negative, le forze della morte, non avranno alcun potere.
“«A te darò le chiavi del regno dei cieli»”. Concedere le chiavi a qualcuno significava ritenerlo responsabile della sicurezza di quelli che stavano dentro. Abbiamo detto altre volte che il regno dei cieli nel vangelo di Matteo non significa un regno nei cieli, ma è il regno di Dio. Quindi Gesù non dà a Pietro le chiavi per l’accesso all’aldilà, non lo incarica di aprire o chiudere, ma lo ritiene responsabile di quelli che sono all’interno di questo regno, che è l’alternativa che Gesù è venuto a proporre.
“«Tutto ciò che legherai sulla terra»”, qui l’evangelista adopera un linguaggio rabbinico, che significa dichiarare autentica o meno una dottrina, “«sarà legato nei cieli»”, cioè in Dio, “«E tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli»”. Quello che Gesù ora dice a Pietro poi più tardi, al capitolo 18, lo dirà a tutti i discepoli.
Le ultime parole che Gesù adopererà in questo vangelo rappresentano l’invio dei discepoli ad andare ad insegnare “tutto ciò che vi ho comandato”. Quindi nell’insegnamento di Gesù, questo messaggio che comunica vita, c’è l’approvazione divina, da parte dei cieli. Però, ecco la sorpresa, “Ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo”.
Quando Gesù ordina significa che c’è resistenza. Nella risposta di Pietro c’era stata una parte positiva in quanto ha riconosciuto Gesù come il figlio del Dio che comunica vita, il Dio vivente, ma la parte negativa qual è? La gente ha detto che tu sei il Cristo, cioè il messia atteso dalla tradizione. Allora Gesù dice: “questo non lo dovete dire a nessuno”, perché lui non è il messia atteso dalla tradizione.
Gesù è Cristo, è il messia, ma in una forma completamente diversa, non adopererà il potere, ma l’amore; non il comando, ma il servizio. E questo provocherà adesso lo scontro proprio con Simone. Quello che era stato definito “pietra” da costruzione, diventerà una pietra di scandalo.

il commento di p. Agostino:

p. agostino

 

 

 Camminare .. domandando.

La gente, chi dice che sia il Figlio dell’Uomo?”

Ma era così necessario chiedere a loro, per sentire l’opinione che la gente aveva di Gesù’?

Che bisogno c’era, d’altronde Gesù’ già durante il suo Battesimo al Giordano, sentì bene quella voce che veniva dall’alto, aveva parlato chiaro e forte. Come avvenne anche sul monte della Trasfigurazione. Non c’era alcun dubbio: ” Tu sei il mio Figlio prediletto, ascoltatelo!”. Sono gli altri che lo devono star a sentire, non viceversa!

Perché Gesù’ sente il bisogno di sapere, cosa dice e pensa la gente di Lui?

Non certo per il gusto dei sondaggi, tipico di chi aspira al potere e fa di tutto per tenerselo stretto.

In fin dei conti e’ il Figlio di Dio, che bisogno ha di domandare conferma, di interrogare i suoi discepoli..non e’ forse una perdita di tempo e di credibilità: vatti poi a fidare dei commenti della gente! Tutto sommato a questa precisa domanda di Gesù, le risposte questa volta, non erano state del tutto negative: Elia, Geremia, Giovanni o uno dei profeti: tutte figure di rilievo. Altre volte invece, i commenti erano stati di tutt’altro genere!

 

Non e’ forse più urgente e importante affrettarsi ad annunciare il Regno, guarendo dentro i peccatori, curando i malati, amare i poveri..che fermarsi ad ascoltare quello che dice la gente?

 

“Sai cosa pensano di te, quelli del..?”

Varie volte i Rom del campo mi raccontano le voci, raccolte su di me da diverse persone: gage’, reom. In genere ci rimango un po’ male (ora un po’ meno), perché non sempre sono impressioni positive, a volte sono anche simpatiche, ma riconosco che c’e’ anche del vero. Credo sia utile lasciarmi “pensare” anche dagli altri, anche perché il loro punto di vista può aiutarmi/ci a mettere a fuoco aspetti dati per scontati, addirittura trascurati. Certo a volte e’ faticoso e anche doloroso, quando scopri di non essere stato capito proprio dall’amico, con il quale hai condiviso confidenze e fiducia.

Non e’ certo simpatico sentirsi ” spogliare”.

 

In questo brano Gesù’ sente il bisogno di confermare la sua identità, non attraverso il “colpo di illuminazione dall’alto”, ma in un modo del tutto umano, dal basso, attraverso la relazione con le persone e la gente che incontra lungo il suo cammino.

Anche il loro “punto di vista” interroga e aiuta Gesù a camminare e a scoprire la sua identità di uomo e di inviato dal Padre per manifestare la sua Misericordia. L’identità di Gesù, come la nostra è un cammino, non è un dato acquisito una volta per sempre, ma da cercare e costruire giorno per giorno, attraverso la fedeltà all’Amore e la compagnia degli uomini che Dio ci ha affidato: bravi e meno bravi, affidabili e no.

“Gesù cammina domandando” (Lidia Maggi).

E’ come un “lasciarsi fare dagli altri”, cosa non sempre facile, almeno per noi, più portati a dover essere sempre noi a voler fare per gli altri, soprattutto se questi, sono soggetti deboli e marginali.

Eppure Gesù domanda anche a ognuno di loro e a noi: “Ma voi, chi dite che io sia?”

 

 

23 Agosto 2014 – Campo Rom di Coltano (PI)

il commento al vangelo della domenica di p. Maggi e p. Agostino

croce

 

 

 

 

 

 

Mt 15,21-28

In quel tempo, partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

DONNA, GRANDE E’ LA TUA FEDE!

 commento al vangelo della domenica ventesima del tempo ordinario (17 agosto) di p. Alberto Maggi :

maggi

Gesù intende annunciare l’amore universale del Padre. Universale non soltanto per l’estensione (ovunque), ma per la qualità di questo amore (per tutti), ma incontra tanta resistenza. Ne incontra nel suo popolo, la incontra tra i discepoli e la incontra tra gli stessi pagani che si erano abituati all’idea della supremazia di Israele. Allora Gesù, già nel capitolo 8 del vangelo di Matteo, annunzia che nel banchetto del regno il pane che è stato rifiutato dai giudei, diverrà il cibo per i pagani. E Gesù dice: “Verranno da oriente e da occidente”, cioè da tutte le popolazioni pagane, “e prenderanno il vostro posto”. Poi Gesù nel capitolo 15 di Matteo affronta la questione importante del puro e dell’impuro. La affronta dal punto di vista alimentare, ma era la base che distingueva la gente pura dai pagani, che erano impuri. E Gesù, dopo aver contraddetto il libro del Levitico che si basa proprio su questa distinzione, deve fuggire all’estero perché ha detto che non è quello che entra nella bocca che ti rende impuro, ma quello che esce. Dopo questo Gesù deve fuggire all’estero. Qui l’evangelista ci presenta l’incontro con la donna Cananèa. Leggiamo Matteo capitolo 15, dal versetto 21. “Partito di là”, quindi dopo essere fuggito dalla terra di Israele ed entrato in terra pagana, “Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidone. Ed ecco una donna Cananèa”. I Cananèi erano i Fenici ed erano uno dei popoli che nel libro del Deuteronomio (cap 7), devono essere votati allo sterminio, e“tu le voterai allo sterminio”. Quindi è una popolazione pagana, è una popolazione disprezzata e va sottomessa da Israele. “Che veniva da quella regione si mise a gridare: «Pietà di me»”. E’ il kyrie eleison che poi entrò nella liturgia della chiesa. Ebbene l’espressione “Signore pietà” nei vangeli è un’invocazione riservata a quelli che non conoscono Gesù. Quelli che non conoscono Gesù, che non sanno chi è, gli si rivolgono con “Signore pietà”. Quando si conosce Gesù, quando si conosce il Padre, non si dice più “Signore pietà” o “Signore misericordia”, perché si è già sperimentata nella sua pienezza. E lo chiama «Signore, figlio di Davide»”, come i ciechi che abbiamo visto in  precedenza in questo vangelo e che poi dopo ritorneranno – i due ciechi che si rivolgono a Gesù chiamandolo figlio di Davide. Ma Gesù non è il figlio di Davide! Figlio di Davide significa il messia, il messia guerriero che con la violenza inaugurerà il regno di Israele e sottometterà i popoli pagani. Il motivo della richiesta della donna è che «Mia figlia è molto tormentata da un demonio. Ma egli non le rivolse neppure una parola»”. Come mai Gesù non risponde all’invocazione di questa donna? Perché lei si è rivolta al figlio di Davide e Gesù non è il figlio di Davide, Gesù è il figlio di Dio. Ecco perché non risponde. Teniamo presente che tutto questo brano non è tanto una cronaca, quanto una catechesi per la comunità cristiana che ancora fa resistenza nell’andare verso i pagani. “Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono”, qui la traduzione della CEI riporta “esaudiscila”, ma è invece letteralmente “mandala via”. E’ lo stesso verbo che è stato usato quando, nella condivisione dei pani, i discepoli dicono a Gesù “manda via la folla”. Quindi «Mandala via, perché ci viene dietro gridando!»Quindi i discepoli non tollerano questa vicinanza da parte dei pagani che chiedono soccorso al Signore. “Ma egli rispose …” A chi risponde? Risponde ai discepoli che condividono la  stessa mentalità. «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa di Israele»”. Questo è il messia, figlio di Davide, che è venuto per la casa di Israele ad inaugurare il regno e sottomettere i pagani. “Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui dicendo: «Signore, aiutami!»  già un progresso. Mentre prima s’è rivolta a Gesù invocandolo come figlio di Davide, adesso lo riconosce come Signore, ma chiede ancora di essere aiutata, quindi deve fare ancora un gradino in più per comprendere la pienezza dell’amore di Dio. “Ed egli rispose”, risponde sempre come figlio di Davide, «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini»”. I cagnolini non sono i cuccioli, ma i cani domestici che stavano in casa. Ebbene Gesù, secondo questa indicazione, distingue tra coloro che hanno diritto, i figli di Israele, e i cani, termine alquanto dispregiativo – il cane era un animale impuro – che indicava i pagani. Gesù, attraverso queste risposte, sta preparando i discepoli a quello che i discepoli non vorranno, a condividere il pane anche con i pagani. Gesù ha condiviso il pane con il popolo d’Israele e ora vuole portare i discepoli a condividere il pane con i pagani, ma loro non ci pensano, appunto perché i pagani sono considerati come i cani, esseri inferiori e impuri. Quindi nella crescita della fede della donna, l’evangelista vuole educare la crescita della fede dei discepoli, ma sappiamo che sarà più facile per Gesù convincere una persona pagana che i propri discepoli. E la risposta della donna è «E’ vero Signore – disse la donna -, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni»”. La donna comprende che la compassione e l’amore vanno al di là delle divisioni razziali, etniche e religiose che ci possono essere. «Donna, grande e la tua fede!»Gesù non elogia gli israeliti, gli ebrei, per la loro fede, ma sempre i pagani. Ha elogiato il centurione e adesso elogia una donna pagana. «Avvenga per te come desideri.» E da quell’istante sua figlia fu guarita”. Gesù non ha compiuto alcuna azione, Gesù non ha cacciato il demonio. La fede della donna è ciò che caccia il demonio, figura del pregiudizio religioso che discrimina le persone. Quindi, in questo brano l’evangelista vuole educare la comunità cristiana ad aprirsi ai pagani e far comprendere che i pagani non vanno dominati secondo la tradizione del messia figlio di Davide, ma vanno serviti secondo la novità del messia figlio di Dio.

una bella preghiera che, a commento di questo brano evangelico, p. Agostino eleva alla stessa donna cananea, per mezzo della quale Gesù è sollecitato ad una ‘conversione’ lasciandosi ‘evangelizzare’ da lei alla comprensione di un Dio presente ovunque, al di là di ogni steccato:

 

p. agostinoGrazie, donna Cananea, briciola di Dio

 

Hai spinto l’ebreo Gesù’ ad andare oltre gli steccati religiosi che ancora lo imprigionavano, che imponevano di diffidare degli stranieri, visti come pagani e a sentire la Fede nel Dio Liberatore come un monopolio di Israele.

Di fatto tu sei stata come una porta aperta, attraverso la quale Gesù’ si e’ sentito evangelizzato anche da una “pagana cananea”, scoprendo con gioia e meraviglia che Dio e’ veramente all’opera ovunque. Cosa hai sentito dentro di te quando lo hai visto avvicinarsi e passarti vicino? Senz’altro la preoccupazione per tua figlia malata era forte, doveva certo soffocarti dentro, chissà quanti tentativi, quante persone, dottori, santoni di ogni genere hai consultato..inutilmente.

 

E’ anche Grazie a te, che la luce del Vangelo oggi può brillare ovunque, anzi e’ viva e nascosta in ogni popolo e attende ancora di essere scoperta e mostrata a tutti.

 

Può essere nella “zingara” che chiede l’elemosina e supplica di essere aiutata, spesso ci da fastidio, non ci molla e ci segue supplicando un aiuto.. e’ lo stesso fastidio che hai dato tu a Gesù’, al punto che con poche parole stizzite ti ha invitato a stare al tuo posto, alla larga da Lui, a debita distanza.

Sapessi quante volte lo facciamo anche noi, ancora oggi. Non ci e’ facile scoprire ed accogliere il Vangelo che i lontani e gli stessi migranti portano nelle loro vite, sta a poca distanza da noi, eppure quasi sempre, notiamo e ci fermiamo solo al fastidio che ci procurano e non riusciamo ad andare oltre.

 

In fondo, anche noi crediamo di essere gli unici depositari di Dio, convinti che nel nostro zaino c’e’ già tutto di Dio, basta solo consegnarlo ai “pagani”, invece a volte dovremmo imparare ad andare da loro con lo zaino vuoto, perché possano loro: i poveri, i migranti, gli accattoni, i rom.. riempircelo delle ricchezze che Dio ha messo anche nelle loro mani e nelle loro vite.

Per noi e’ facile sentirci più portatori di Dio, che “scambiatori” di doni e di cammini aperti.

 

Tu hai come “sturato” la mente e il cuore di Gesù’, così che si aprisse un buco attraverso il quale, anche i pagani e gli stranieri potessero passare, superando così quei pregiudizi di Israele verso il tuo popolo, visto con disprezzo, perché pagano e straniero.

 

Per questo ti siamo riconoscenti, se anche oggi tu aiutassi pure noi ad allargare i nostri orizzonti, spesso ancora limitati e ristretti ai nostri campanili. Stimolaci a non temere di abbracciare quel Dio senza confini, come aiutasti quel giorno a farlo comprendere a quel Gesù’, che osò passare dalle tue parti, nella zona di Tiro e di Sidone..

Oggi sei tu che “sbarchi” (migranti, profughi) dalle nostre parti, ebbene noi ti supplichiamo, aiutaci a guarire i nostri cuori freddi e spesso senza vigore, a non temere di sedere insieme alla stessa tavola, per mangiare con gioia il pane della fiducia e scambiarci i reciproci doni.

Anche le briciole hanno lo stesso sapore del pane sulla tavola del Regno. Forse anche Gesù’ deve aver intuito che Dio suo Padre e di tutti (pagani compresi), piace sparpagliarsi così nel cuore della umanità, incurante dei nostri confini e dei nostri steccati religiosi.

E questo grazie anche a te, per la tua “grande fede”, tu semplice briciola di Dio, ma capace di far lievitare il cuore di Gesù, il Figlio di Dio.

 

15 Agosto 2014

 

Campo Rom di Coltano (PI)

in morte di Piero Colacicchi: il cordoglio di tanti, un ricordo personale

 

 

 

Se ne è andato Piero Colacicchi, il cordoglio del movimento antirazzista

pierocolacicchi

 

ho avuto la fortuna e il piacere (ormai tanti anni fa) di conoscerlo e di apprezzare la sua gentilezza, la stoffa buona di tutta la sua persona, la mitezza, la tenerezza verso gli ultimi, l’intelligenza, la disponibilità … ho pranzato molte volte a casa sua e mi ascoltava volentieri mentre gli facevo per così dire un consuntivo della  mia presenza in mezzo ai rom che avevo avuto durante la mattinata

vedevo che ogni volta di più si interessava a questa realtà ringraziandomi di averlo introdotto alla conoscenza e all’amicizia con questo popolo

avrebbe perfino voluto portami al Parlamento europeo per rappresentare disagi e difficoltà del popolo rom … il suo entusiasmo e la capacità di condivisione della sofferenza delle minoranze cui si dedicò nella seconda fase della sua vita lo faceva stravedere!

ricordo con gratitudine, fra i tanti momenti condivisi, una espressione della sua amicizia nei miei confronti che mi gratificò molto, e soprattutto ora che non è più tra noi è per me motivo perfino di … piccolo vanto (chiaramente tutta bontà sua!):

conosciutissimo e stimatissimo in Firenze, organizzò una volta, all’Isolotto, un incontro-dibattito frequentatissimo  sui rom ed ebbe la ‘incoscienza’ e la ‘temerarietà’ (ancora bontà sua, ne aveva davvero tanta!) di invitare me come improbabile ‘relatore’ : non riuscii a sottrarmi all’invito e andai

ebbi subito l’impressione di tanta gente ‘ di sinistra’ beneintenzionata e decisa a ‘risolvere’ una volta per tutte i ‘problemi’ dei rom … purché anche loro accettino le ‘soluzioni’ pensate ‘per loro’, ‘per il loro bene’ e finiscano di essere sempre parte del problema anziché della soluzione

ruppi l’imbarazzo e invitai tutti a riflettere sul fatto che “nessuno ha mai fatto più danni quanto quelli che credevano di far bene” e che non si trattava di problemi da risolvere con criteri stabiliti da noi sulle loro teste ma di intraprendere per così dire quasi un viaggio esistenziale e ‘spirituale’ per imparare, in una conoscenza sempre più raffinata e in un’amicizia cordiale, a scorgere aspetti, dimensioni, profili culturali e ‘spirituali’ , bisogni esistenziali e materiali … prima insospettabili

per meglio aiutarmi a far loro capire la diversità di un nuovo approccio a questa minoranza molto presente sul territorio fiorentino parlai di due atteggiamenti radicalmente diversi che possono assumersi nel relazionarci ai rom: l’atteggiamento del ‘missionario’ e quello dell’ ‘esploratore’: il primo (da non assumere in accezione necessariamente ‘spirituale’) è quello di chi ‘porta salvezza’, di chi vede l’altro come oggetto delle proprie cure sapendo già ciò di cui il ‘malato’ 0l’ ‘indigente’ o il ‘perduto’ ha bisogno; l’atteggiamento di chi ‘sa’, ‘da’, ‘fa’, ‘può’, ‘organizza’ ecc. sulla testa o in sostituzione del beneficiato al quale non resta che accettare passivamente, pena il rimprovero (quanto mai spendibile nei confronti dei rom): con loro non ci si può far nulla, non vogliono integrarsi …

il secondo atteggiamento è quello che mi piace chiamare dell’ ‘esploratore’: di colui che sa di non conoscere preventivamente, ma che ama scoprire, conoscere, inoltrandosi lentamente nel nuovo ambiente, non identificandolo a priori come ‘malato’ e oggetto di cure, ma possibile realtà che scoperta nelle sue dimensioni ed espressioni più vere, scevra da precomprensioni e pregiudizi, può arricchire la nostra conoscenza, instaurare rapporti di dialogo, anche di amicizia man mano che la conoscenza si approfondisce

mi sono accorto a un certo punto del mio dialogare che quella presunzione, tipica di certa ‘sinistra’ che mal tollera riflessioni più raffinate tutto riducendo a ‘soluzioni concrete’ andando ‘al sodo’ senza ‘chiacchiere inutili’, stava reagendo con espressioni di nervosismo e insofferenza cercando perfino di impedirmi nel proseguire la mia analisi e critica di certi modi di relazionarsi ai rom, critica che mi sembrava la più adeguata per l’uditorio che avevo davanti

confesso di aver vissuto alcuni attimi di imbarazzo: poteva saltare tutto: fu Piero stesso a sbloccare la situazione intervenendo con fermezza e imponendo, con l’autorevolezza e il prestigio da tutti riconosciutigli, la continuazione delle riflessioni critiche e anzi esprimendo chiaramente la sua adesione ad esse, non affatto riducibili a belle parole o a una ‘predichina spiritualistica’ che un prete aveva l’ardire di rivolgere a gente ‘concreta’

la cosa che meravigliò tutti (me compreso, ovviamente) fu il riconoscimento pubblico che mi tributò presentandomi nientemeno come il suo maestro e guida nel percorso di conoscenza del mondo rom e di avvicinamento concreto di esso nei campi nella zona di Firenze (ho già detto della sua grande ‘bontà’ per cui non mi sento ulteriormente costretto a ripetermi!): ricordare questo nel giorno della sua morte (dopo un lungo periodo di tempo nel quale la vita per forza di cose ci aveva un po’ separati) significa per me rivivere in modo grato la ricchezza della sua personalità e la gentilezza e delicatezza del suo porsi in ogni relazione umana, specie nei confronti di chi più vive disagio, grazie Piero, in questo mio finissimo maestro! 

 

E’ morto il professor Piero Colacicchi

 

Oggi ci ha lasciato Piero Colacicchi, un uomo impegnato fino alla fine nella difesa dei diritti degli ultimi, e in particolare dei rom.  Pubblico il ricordo di amici e compagni di strada che con infinita tristezza ne danno l’annuncio:
Con grande tristezza e dolore sono a comunicare la scomparsa di Piero Colacicchi, che molti, del movimento antirazzista e non solo, hanno avuto modo di conoscere e apprezzare per la qualità del suo lavoro di ricercatore e attivista nella difesa dei diritti di ogni minoranza.
Già presidente dell’Associazione per la Difesa dei Diritti delle Minoranze, ADDM, si è speso per decenni, sin dagli anni ottanta operando a tutela del popolo Rom, con presenza instancabile nei campi e nei villaggi. Poi impegnato in primo piano nell’associazione OsservAzione nell’attività di ricerca sulla legislazione e le direttive dell’Unione europea sul popolo Rom, collaborando a pubblicazioni e inchieste, oltre che ad ogni iniziativa rivendicativa di mobilitazione.
La sua mitezza era la sua forza ed anche fino a pochi mesi fa, pur aggredito dalla malattia, non si sottraeva dal partecipare a incontri e iniziative dove portava il suo qualificato, sempre utile e competente contributo.
Ciao grande compagno Piero,  dai calzini permanentemente rossi. Era bello parlare con te.
Ci mancherai profondamente.
Riccardo Torregiani, Rete Antirazzista
Oggi sono arrivate notizie vaghe, frammentarie, incoerenti: tanto che a lungo ho sperato che fossero solo dicerie. Purtroppo non è così: da stamattina Piero Colacicchi non è più con noi. Piero è stato il maestro, l’amico, il compagno di strada di un’intera generazione di attivisti impegnati per i diritti di rom e sinti in Italia. Per me è stato, davvero, un maestro. Quel poco che ho capito dei rom, lo devo soprattutto a lui: alla sua competenza, alla sua cultura, alla sua curiosità, al suo pensiero eterodosso e divergente. E anche alla sua infinita tenerezza. Ciao Piero.
Sergio Bontempelli, Africa Insieme

Oggi è morto Piero Colacicchi, compagno di strada impegnato nell’alleviare le fragilità degli ultimi. Con lui avevo un progetto, pensato un anno fa. Aveva visto il mio video “Gli zingari non si lavano (e altre cazzate)” e mi aveva proposto di realizzarne un altro sulle famiglie rom che invece già vivono, da anni e bene integrate, nelle case e nei condomini delle nostre città. Quelle famiglie che non potremmo riconoscere, se ci fermiamo allo stereotipo delle gonne grandi e dei vestiti sdruciti.
Caro Piero, mi mancheranno i tuoi contatti e i tuoi consigli, ma il video che s’era pensato prima o poi lo farò, e sarà dedicato a te. T’abbraccio caro Piero, tanto ci si rivedrà, tienimi un posto lì nei pressi.
Saverio Tommasi, videomaker

il vangelo della domenica commentato da p. Maggi e da p. Agostino

COMANDAMI DI VENIRE VERSO DI TE SULLE ACQUE

cp. Maggiommento al vangelo della diciannovesima domenica del tempo ordinario (10 agosto) di p. Alberto Maggi

Mt 14,22-33

[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

Il messaggio di Gesù è un messaggio universale. Lui non è venuto a restaurare il regno di Israele, ma a inaugurare il regno di Dio. Il regno di Dio significa che il suo amore è universale, non soltanto per estensione, ma per la qualità, è per tutti. E quindi Gesù vuole comunicare questo amore anche ai pagani, ma trova la resistenza dei discepoli. E’ quanto ci scrive Matteo nel capitolo 14, versetti 22-33. “Subito dopo”, sarebbe subito dopo la prima condivisione dei pani, “costrinse …”, Gesù deve costringere i discepoli a fare qualcosa che quindi loro non vogliono fare, “… a salire sulla barca”, la barca è immagine della comunità cristiana, “e a  precederlo sull’altra riva”. Ecco perché deve costringerli. L’altra riva, la riva orientale del lago di Tiberiade, è terra pagana e i discepoli non ne vogliono sapere di andare verso i pagani, e soprattutto non vogliono che l’episodio della condivisione dei pani, in cui Gesù aveva anticipato il suo farsi pane, alimento di vita per il suo popolo, fosse esteso anche ai pagani. “Congedata la folla salì sul monte”, il monte non né indicato e rappresenta il monte delle beatitudini, dove Gesù ha annunziato il suo messaggio, “in disparte”. In disparte è un termine tecnico adoperato dall’evangelista che indica sempre resistenza, ostilità da parte dei discepoli. “A pregare”. Gesù, nel vangelo di Matteo, prega unicamente due volte: qui e al Getsemani e sempre in momenti di crisi per il proprio gruppo. “Venuta la sera”, l’indicazione era già stata data e quindi è superflua, ma l’evangelista vuole richiamare l’effetto della cena del Signore, “egli se ne stava lassù da solo”. Come Gesù sarà solo nel Getsemani, sarà solo anche qui, i discepoli lo accompagnano ma non lo seguono. “La barca intanto distava gi molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario”. Cos’è questo vento? Il termine “vento” nel brano apparirà per ben tre volte, quindi significa la totalità. Il vento era contrario, quindi rappresenta la resistenza dei discepoli che non ne vogliono sapere di andare verso i pagani. Loro pensano alla supremazia di Israele, al dominio di Israele sopra i popoli pagani, e non pensano di andare a servire i popoli pagani. Ecco il vento contrario. “Sul finire della notte” … Dio è colui che soccorre allo spuntare dell’alba … “egli andò verso di loro camminando sul mare”. L’indicazione è preziosa perché nel libro di Giobbe si dice che Dio è l’unico, il solo che cammina sul mare. Il mare indicava il caos, quello che era impossibile all’uomo sottomettere, l’unico che poteva camminare sul mare era Dio. Quindi l’evangelista vuol dire che Gesù mostra la sua condizione divina. “Ma, vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «E’ un fantasma!» e gridarono dalla paura”. Perché questo? Perché per i discepoli, che non hanno ancora capito chi è Gesù, è impossibile per un uomo avere la condizione divina. Loro pensano che Gesù sia un inviato da Dio, un profeta, ma che Gesù sia Dio, ancora non l’hanno compreso. Quindi pensano che sia uno spirito perché è impossibile per l’uomo avere la condizione divina. Dio era talmente distante dagli uomini che immaginare che si potesse manifestare in una creatura umana per loro era inconcepibile. “Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, Io Sono»”, io sono è il nome di Dio, è il nome con il quale Dio ha risposto a Mosè nel famoso episodio del roveto ardente e nel libro del Deuteronomio il Signore dice “Vedrete che Io Sono e nessun altro Dio è accanto a me”. Quindi Gesù conferma la sua condizione divina, “Io sono”. «Coraggio, Io Sono, non abbiate paura»”. “Pietro”, cioè Simone presentato con il suo soprannome negativo che significa che sta facendo qualcosa di contrario a Gesù, “gli rispose: «Signore, se sei tu…»”, esattamente come il diavolo nel deserto “Se tu sei il figlio di Dio”. Pietro inizia la sua attività di tentatore di Gesù, di satana, sarà l’unico discepolo che meriterà da Gesù l’epiteto “satana”, “Satana, torna a metterti dietro di me!” E Pietro lo sfida, lo tenta, “Se sei tu”, esattamente come il diavolo nel deserto, «Comandami di venire a te sulle acque»”. Vuole avere la condizione divina, ma pensa che questo avvenga con un’imposizione dall’alto. Gesù lo invita, Pietro comincia a camminare sulle acque, “Ma, vedendo che il vento era forte  …”, il vento forte è quello che Gesù nella parabola della casa costruita sulla roccia indica come avversità normali che piombano sulla vita del credente, ma se la casa è fondata sulla roccia, questa rimane salda. Se invece è costruita sulla sabbia crolla. Ebbene, Pietro ha costruito la sua casa sulla sabbia. Vedendo quindi le difficoltà, “si impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!»Gesù aveva chiamato Simone ad essere pescatore di uomini ed è l’unico che deve essere pescato. Infatti “Gesù stese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede perché hai dubitato?»Pietro è l’unico che merita per due volte questo rimprovero “uomo di poca fede”. Quindi colui che era stato chiamato ad essere pescatore di uomini ha dovuto essere pescato da Gesù. “Appena saliti sulla barca, il vento cessò”, quando nella comunità c’è la presenza di Gesù ed è lui a guidare, a dirigere la comunità, le ostilità cessano. “Quelli che erano sulla barca, quindi non Pietro, si prostrarono”, riconoscendo in lui la condizione divina, dicendo: «Davvero tu sei figlio di Dio!»Manca l’articolo determinativo. Non è il figlio di Dio, quello atteso dalla tradizione, il messia violento, giustiziere, ma è figlio di Dio, una modalità di Dio di manifestarsi completamente nuova che sarà finalmente conosciuta dai discepoli qui e anche dai soldati al momento della risurrezione di Gesù.

il commento di p. Agostino Rota Martir:

p. agostino

Coraggio, IO SONO, non abbiate paura!

 

Subito dopo il segno (miracolo) della condivisione dei pani, ecco che Gesù costrinse i suoi discepoli a salire sulla barca e attenderlo all’altra riva (terra pagana!).

Perché Gesù li deve costringere? Perché non esortarli, incoraggiarli..immagino la paura o la resistenza dei dodici ad entrare in terra pagana, d’altronde la Legge parlava chiaro al riguardo: nessun contatto con stranieri e pagani, pena l’impurità e tutto ciò che ne conseguiva.

Costringere qualcuno a fare qualcosa, non è cosa di tutti i giorni, lo puoi fare con dei bambini capricciosi, ma con adulti ci vogliono serie motivazioni.

Insomma, mi urta con l’immagine di un Gesù tollerante, paziente, benevolo soprattutto con i peccatori, i poveri. Mi entusiasma il Gesù che appena qualche ora prima aveva sentito compassione di fronte alla folla che lo seguiva..ora all’improvviso c’è questo cambio di passo: lo stesso Gesù che pocanzi nutriva compassione, ora senza tanti giri di parole “costringe” i discepoli a salire in barca ed affrontare il mare.

  • Costringe perché voleva stare solo a pregare?
  • Costringe perché temeva qualcosa, qualcuno? Giovanni il Battista era appena stato ucciso da Erode.
  • Costringe perché vuole che i suoi discepoli entrino in contatto quanto prima, anche con il mondo pagano..perché il Regno di Dio riguarda anche loro?Il pensiero però mi si ferma sulle migliaia di persone (milioni) costrette anche loro dagli eventi ad andare via, ai profughi di oggi, costretti a lasciare le loro case, i villaggi della loro vita, per mancanza di lavoro, costretti a fuggire per una guerra in corso, perché perseguitati per la loro appartenenza religiosa, penso soprattutto ai cristiani di Mosul e di tanti villaggi Iracheni, a scappare di notte..costretti ad andare verso “un’altra riva del mare”, a dover attraversare confini, mari insidiosi come la tempesta del Vangelo di oggi. “Coraggio, sono io, non abbiate paura!” E’ un Dio dentro i sogni dei migranti, che si affidano proprio a Lui (non agli scafisti) al momento di imbarcarsi su poveri barconi per attraversare le acque del Mediterraneo. Coraggio, “Io sono” dentro di voi, dentro i vostri timori, dentro i vostri cuori, “Io sono” dentro i vostri piedi pronti a camminare sull’altra riva, “Io sono” il vostro desiderio di Vita. 9 Agosto 2014  
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  • Coltano – campo Rom –
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  • E’ un Dio che è dentro anche le nostre tempeste: si fa profugo con chi fugge, si fa disoccupato con chi ha perso il lavoro, si fa malato con chi è colpito da malattia, si fa mano tesa con chi si sente fallito, disperato e sente ormai la sua vita affondare sempre più.
  • Le tempeste fanno parte della vita, sono diverse e in genere imprevedibili, a volte spazzano come fuscelli le nostre certezze, convinzioni, ci obbligano a rivedere e cambiare le nostre direzioni..Sì è vero sono dure, difficili, anche pericolose ma necessarie.
  • Rimango con il mio interrogativo, anche perché il Vangelo di questa domenica tace e va subito oltre.

 

terra bruciata per i cristiani in Iraq

iraq

in Iraq è caccia ai cristiani

l’isis fa terra bruciata

di Cristina Scanu e Giuseppe Ciulla

in “il Fatto Quotidiano” del 8 agosto 2014

isis

L’uomo chiede un pezzo di carta e una penna. Fissa sul foglio bianco Mosul. Poi a ventaglio scrive i nomi dei villaggi e un numero accanto. Qaraqosh 200, Bartella 44, Alqosh 70, Tall kayf 46. In pochi minuti disegna la mappa della fuga. Le famiglie cristiane cacciate dall’Isis dalla capitale dell’autoproclamato Stato Islamico hanno raggiunto i paesi vicini a piedi. Quelle che invece avevano soldi a sufficienza per pagare un taxi o una macchina con cui fuggire sono arrivate fino a Erbil, la capitale del Kurdistan iracheno, 65 chilometri da Mosul. E si sono rifugiate a Ankawa, il quartiere a maggioranza cristiana. Hanno chiesto ospitalità a parenti e conoscenti. E se non avevano nessuno hanno bussato alle porte delle chiese. L’uomo della mappa è uno che conta nel governo del Kurdistan iracheno. Si chiama Paulos Shimaoun ma per tutti è Abuban ed è una figura centrale della comunità caldea, i cristiani che c’erano prima degli altri a Mosul, Bagdad, Kirkuk. “Gli sfollati un mese fa dormivano ovunque – dice – nelle chiese, nelle famiglie, nelle scuole. Li vedevi vagare per Ankawa coi loro furgoni pieni di roba. Adesso chi aveva dei soldi ha preso una casa in affitto, gli altri sono ancora accampati da amici o parenti”. È molto difficile fare una stima dell’esodo perché nessuno nell’emergenza ha fatto un censimento e perché questa è solo l’ultima ondata di una fuga iniziata ben prima del 10 giugno, il giorno della presa della città.

cristiani isis

Il terrore arriva da lontano. Lo conferma un cristiano che a Mosul faceva il poliziotto. Si chiama Ghanim e anche lui è fuggito con la sua famiglia, moglie, fratello e cinque bambini. “Era la fine del 2012 e avevo scoperto che i miliziani dell’Isis avevano mandato quattro uomini imbottiti di esplosivo per distruggere la chiesa di Marafram. Siamo riusciti ad arrivare in tempo e ne abbiamo arrestati tre. Uno invece è riuscito a fuggire. Da quando Daesh (termine arabo per indicare Isis, ndr) è arrivato, è diventato impossibile per noi vivere. I cristiani in Iraq non possono più starci. È un paese senza speranza. In un’altra circostanza ho assistito a una vera e propria esecuzione. Hanno ucciso un cristiano davanti ai miei occhi. Dopo hanno acceso un rogo e hanno bruciato il cadavere”. Da due settimane Ghanim vive accampato con la famiglia nella sede del partito comunista iracheno ad Ankawa. Con loro c’è anche una ragazza: Diana, di 18 anni, sfollata da Qaraqosh insieme con i suoi sei fratelli più piccoli. La madre è morta qualche mese fa. Il padre guadagna pochi dinari facendo il tassista. Lei non sorride mai. Vive col rimpianto di non essere riuscita, nella fretta della fuga, a portar via neanche una foto di sua madre.

grande fuga dei cristiani

I loro racconti si somigliano tutti. “Quando i miliziani hanno bombardato la città, abbiamo preso soldi e qualche vestito e siamo scappati”. Rispetto a tanti altri cristiani Diana è stata più fortunata, è riuscita a conservare il crocifisso d’oro. Per mostrarcelo scava dentro un sacco nero con dentro la biancheria pulita. Estrae dal fondo un pacchettino, lo apre, e tira fuori la sua catenina. Quell’oggetto nascosto come il pane in tempo di guerra, dà la misura della paura di perdere ogni cosa: quei pochi grammi d’oro, e la croce, simbolo di una minoranza che si sente dimenticata. “Vorrei restare a vivere qui ma i cristiani d’Europa devono aiutarci”. Lo ripetono tutti. Evocano l’Europa, i loro “fratelli nella croce” e Papa Francesco. I racconti della fuga sono laceranti. “Mentre Daesh bombardava la città sono salito all’ultimo piano della mia casa, ho pianto e pregato Dio perché salvasse la mia famiglia – dice Ghanim – Il giorno dopo siamo partiti. Siamo passati davanti alla chiesa, l’abbiamo guardata per l’ultima volta e tutta la famiglia è scoppiata in lacrime”. Qaraqosh, 50mila abitanti, quasi tutti cristiani è il simbolo di questo dramma. Mosul è a 27 chilometri ma la linea del fronte è a poche centinaia di metri. Da lì l’Isis ha bersagliato le case dei cristiani.

cristiani e musulmani pregano Quasi la metà degli abitanti è fuggita, solo in pochi sono tornati a casa, temono altre rappresaglie. Vedi le sventagliate delle mitragliatrici sulle porte e sui muri. Le famiglie rimaste sono le più povere, oppure quelle che da Mosul si erano spostate e non hanno soldi per andare altrove. Un uomo con una lunga tunica grigia e un rosario tra le mani vive con altri sfollati in una schiera di case ancora in costruzione: “Al check point i miliziani di Daesh ci hanno portato via tutto: gli abbiamo lasciato l’auto, l’oro, e 700mila dinari”. La casa è vuota, per terra ci sono solo dei materassi. “Dove sono i vostri vestiti?” – chiediamo. “Hanno preso anche quelli”.

 

i rom e gli ‘straccioni’ sono il nostro vero problema?

 

“Zingari”, turisti e gelatai

allontanare gli ‘straccioni’ che ci fanno fare brutta figura e allontanano i turisti dalle nostre città

allontanarli dalle stazioni ferroviarie dove ultimamente, con un gruppetto di rom, si sono resi noiosamente insistenti

come fare? così: a Roma e a Firenze l’accesso alle biglietterie è stato transennato, e i mendicanti sono stati allontanati dalle forze dell’ordine

tutto risolto? tutti felicemente superati i problemi italiani? no!, non sembra che i rom e gli ‘straccioni’ siano il vero problema del nostro paese

la pensa così anche S. Bontempelli che su questo ha scritto un lucido articolo che qui riporto:

 

barriere Le stazioni di Firenze e Roma cacciano i rom per attrarre i turisti. Ma tre gelati nella Capitale costano 42 euro. Da chi e da cosa vanno tutelati i turisti?

«Turisti ostaggio di rom e ladri» (Quotidiano Nazionale, 10 Luglio). «Firenze, assedio ai turisti in stazione» (Corriere della Sera, 7 Luglio). «Barriere anti-rom per salvare i turisti» (Il Giornale, 17 Luglio). A sentire i giornali di questi giorni, le “barriere anti-mendicanti” alla Stazione di Firenze dovrebbero proteggere i tanti visitatori che, soprattutto dall’estero, vengono a trascorrere le loro tranquille vacanze nel nostro Bel Paese.

Che questo sia lo scopo principale dell’iniziativa, lo conferma un comunicato di NTV, l’azienda che gestisce i famosi treni “Italo”: «l’immagine che offriamo alle migliaia di turisti», dice la nota, riferendosi ai mendicanti che chiedono l’elemosina alla stazione, «è una brutta cartolina del nostro Paese». E lo certifica anche il Sindaco di Firenze Dario Nardella, quando afferma che i rom «provocano un grave danno d’immagine alla città».

Insomma: se vogliamo rilanciare l’economia delle nostre città d’arte, se vogliamo valorizzare il patrimonio culturale e artistico del paese, bisognerà prendere iniziative che invitino a visitare l’Italia, che la presentino come un luogo attraente e pulito. E si dovranno, dunque, allontanare gli “straccioni” che ci fanno fare brutta figura nel mondo.

È per questo che la Prefettura, la Questura e il Comune, in accordo con l’azienda che gestisce la stazione ferroviaria, hanno preso il provvedimento che ha fatto tanto discutere: l’accesso alle biglietterie è stato transennato, e i mendicanti sono stati allontanati dalle forze dell’ordine. Ne ha parlato mezza Italia, e non staremo qui a dare per l’ennesima volta la notizia: ci interessa piuttosto soffermarci sull’impatto reale che una cosa del genere può avere sull’economia turistica delle nostre città.

Il turismo in crisi
Partiamo da un dato di fatto: non è un mistero che il turismo in Italia stia vivendo una drammatica fase di crisi. Ce lo dicono le cifre dell’organizzazione mondiale per il turismo (Unwto), che mostrano un crollo spaventoso del settore. Nel 1950 la quota di viaggiatori che sceglievano l’Italia per le loro vacanze era del 19%: nel mondo, dunque, un turista su cinque visitava il nostro paese. La cifra è scesa al 7,7% nel 1970, e al 6,1% nel 1990. Il picco negativo è stato raggiunto l’anno scorso (2013), quando la percentuale è crollata al 4,4%. Siamo passati da un turista su cinque a uno su ventitrè…

Si dirà: colpa della crisi economica. La gente non ha più soldi e viaggia sempre meno. Non è vero. Secondo un recente studio della Coldiretti, nel 2013 l’intera Europa ha registrato un incremento del +5% di flussi rispetto all’anno precedente. E il turismo, a livello globale, è uno dei pochi settori a non essere toccato dalla crisi. Tra l’altro, paesi in gravissima difficoltà economica hanno registrato incrementi significativi nel 2013: la Grecia il +13,2%, il Portogallo +7,1%.

Le ragioni del crollo…
Quali siano le ragioni del crollo, provano a spiegarcelo alcune inchieste dettagliate e ben fatte. Va detto che l’argomento è complesso, e i fattori sono tanti: vediamo di elencarne alcuni. La già citata indagine Coldiretti, ad esempio, ci spiega che l’Italia è la meta più costosa del Mediterraneo: qui da noi, alberghi e ristoranti costano il 10% in più rispetto alla media europea. Sempre a paragone con la media continentale, in Spagna si spende il 9% in meno, in Grecia -12%, Portogallo e Croazia viaggiano attorno a -20%, e così via.

Ma è soprattutto la qualità dell’offerta che lascia a desiderare. In proposito, un recente dossier del Touring Club (ben sintetizzato da Gian Antonio Stella sul Corriere) è letteralmente impietoso: prezzi alti, servizi scadenti e sciatti, scortesia diffusa, scarsa conoscenza delle lingue straniere da parte degli operatori. E poi musei e negozi chiusi nei giorni festivi, poca cultura dell’ospitalità, informazioni non chiare o inaccessibili. Infine, incapacità di innovare l’offerta: «come se tutto ci fosse dovuto», dice Stella, «in quanto “Paese più bello del mondo”». Per non parlare di Pompei che cade a pezzi (e stendiamo un velo pietoso).

… e i bidoni
Per chiudere questo simpatico quadretto, bisogna aggiungere che l’Italia è notoriamente il «paese dei bidoni». Soprattutto nelle città d’arte. Dove – è la notizia di questi giorni – tre gelati possono costare 42 euro (è successo a Roma). Dove un giro in gondola, nella romantica Venezia, può costare al turista straniero il doppio del dovuto (è accaduto pochi mesi fa). Dove per due lattine di coca e un caffè si rischia di spendere venti euro (è accaduto giusto giusto a Firenze, l’anno scorso, e l’ha denunciato lo scrittore Fabio Volo).

Queste cose i turisti le sanno, e grazie a internet e ai social network le notizie girano. Solo qualche anno fa, i quotidiani giapponesi lanciarono una vera e propria campagna contro lo Stivale, accusato di truffe ai danni dei visitatori stranieri, di prezzi insostenibili, di servizi scadenti, insomma delle cose che sappiamo e che sono sotto gli occhi di tutti.

Cosa c’entrano i rom?
Già, ma cosa c’entrano, in tutto questo discorso, gli “zingari”? Qui la faccenda è un po’ complicata, perché per un verso i rom – poveretti – non c’entrano nulla, per un altro verso sono loro i protagonisti di questa storia. Prima di spiegare il perché, partiamo da una domanda: cosa si dovrebbe fare per risollevare dalla crisi il settore turistico?

Come sempre, servirebbero risposte politiche complesse, articolate, multidimensionali. Bisognerebbe investire nella formazione degli operatori, nell’innovazione dell’offerta, nella competitività del sistema. Bisognerebbe aver cura del nostro patrimonio storico e artistico, vera e propria miniera d’oro su cui siamo seduti. Andrebbe avviata una politica dei prezzi che tenga conto dello straordinario valore delle nostre città d’arte, ma anche della ragionevolezza e dell’equità: tre gelati non possono costare 42 euro. E i nostri alberghi non possono essere i più cari del Mediterraneo…

Ma tutto questo è difficile, troppo difficile. Chi amministra la cosa pubblica è abituato a risposte semplici e schematiche, da dare in pasto a giornali e TV. E quindi, invece di avviare una discussione sulla crisi del turismo, si lancia un’iniziativa di sicuro effetto: cacciare gli “zingari”, i mendicanti, gli accattoni, gli “straccioni”. Prendersela con i poveri, si sa, funziona sempre. E non costa nulla.

Intendiamoci. Che molti turisti siano “infastiditi” dalle richieste di elemosina, è assai probabile. Il mendicante che chiede spiccioli alla Stazione non è – da che mondo è mondo – un “problema di sicurezza” (siamo seri, per favore!), ma può essere sicuramente motivo di fastidio: perché ti chiede soldi mentre stai cercando di capire come funziona quella maledetta biglietteria automatica che non ti ha dato il resto, perché magari insiste un po’ troppo, perché per dargli gli spiccioli dovresti cercare nelle tasche e hai altro da fare. O perché ti ripete in modo ossessivo che ha bisogno di denaro, mentre tu di denari ne hai già dati troppi a Trenitalia, al tassista, all’albergatore, al barista, al cameriere…

Insomma, per i mille motivi che sappiamo, un mendicante può essere fastidioso: è, comunque, meno molesto di un gelataio che esige 42 euro per tre coni striminziti. E però, siccome si vogliono “attrarre i turisti” senza irritare troppo i gelatai, la cosa più semplice da fare è prendersela coi soliti noti, i rom (invece che con i gelatai).

Ora, al di là di considerazioni etiche che tanto non ascolta più nessuno, il dubbio è che una strategia del genere non funzioni. Perché, certo, il turista sarà contento di avere i questuanti fuori dai piedi. Ma quando avrà visto i prezzi (e la qualità) dei treni, degli alberghi e dei gelati, è probabile che scappi a gambe levate dall’Italia. Vorrà dire che il prossimo anno gli spiegheremo che anche il gelataio, in fondo in fondo, è “zingaro”. E al prossimo gelato da 42 euro, sgombereremo un altro campo rom.

Sergio Bontempelli

gioia e fatica di vivere

 

 

bellezza e difficoltà del vivere umano

… e Dio?

la vita e il vivere sono cosa bella e buona: lo senti d’istinto, almeno in condizioni di normalità
la vita offre anche le sue difficoltà: non è decisamente sempre facile vivere, le difficoltà sembrano costituire un ostacolo alla fede e l’esistenza del male sembra negare l’influenza di Dio nella storia
il teologo C. Molari con l’acutezza che lo contraddistingue riflette opportunamente su questo: “per capire come vivere le situazioni di disagio e come attraversare in modo positivo le sofferenze è opportuno analizzare quali sono le loro radici e perché sono componenti essenziali del cammino. Esistono varie cause che rendono difficile la vita dell’uomo: il limite di tutte le creature, la incompiutezza della condizione umana, la casualità e la complessità degli eventi, il male e il peccato” :
Molari
LA BONTÀ DI DIO E LA DIFFICOLTÀ DI VIVERE
di Carlo Molari
La prima domanda che ci poniamo è se le difficoltà del vivere sono uno stimolo o
un impedimento alla fede in Dio. Nella pietà popolare molte ricorrenze religiose, a volte con larga partecipazione di popolo, si richiamano a situazioni tragiche della
storia passata: terremoti, incendi, pestilenze, guerre. Non pochi santuari sono legati a eventi ritenuti miracolosi quali la salvezza dalla peste, la fine di una carestia o della siccità, la sopravvivenza dopo guerre sanguinose ed eventi simili. Sembrerebbe che situazioni di sofferenza o di rischio estremo abbiano stimolato l’esercizio della fede in Dio. Oggi però ci chiediamo se questo tipo di fede sia ancora praticabile e da favorire. I processi culturali che stiamo vivendo portano infatti a considerare il problema in modo diverso. Le difficoltà del vivere sembrano costituire un ostacolo alla fede in Dio. L’esistenza del male resta uno degli argomenti più frequenti e gravi a cui gli atei ricorrono per negare Dio o almeno per contestare la sua influenza nella storia. La vita sulla terra è passata attraverso immani tragedie, il 90% delle specie viventi apparse sono scomparse per eventi catastrofici. Se Dio è creatore buono e misericordioso, come mai la creazione procede attraverso sofferenze, contrasti, tragedie, fallimenti? Per capire come vivere le situazioni di disagio e come attraversare in modo positivo le sofferenze è opportuno analizzare quali sono le loro radici e perché sono componenti essenziali del cammino. Esistono varie cause che rendono difficile la vita dell’uomo: il limite di tutte le creature, la incompiutezza della condizione umana, la casualità e la complessità degli eventi, il male e il peccato.
Il limite della creatura.
Spesso noi pensiamo che essendo Dio perfetto anche le creature debbano esserlo. La deduzione è completamente errata, perché le creature non sono Dio. Esse sono tempo e hanno spazi di accoglienza limitati. Possono perciò interiorizzare la perfezione solo a frammenti, lungo i complessi sviluppi dell’evoluzione. Tutti i processi creati, cosmici e storici, sono imperfetti perché si sviluppano nel tempo. Ciò vale a maggior ragione per la creatura umana, che essendo la più complessa della terra, è giunta a consapevolezza e avverte l’esigenza di perfezione. Spesso noi pretendiamo dagli altri e da noi stessi la perfezione: vorremmo che l’amore che esercitiamo fosse totalmente gratuito, che i nostri pensieri fossero adeguati alla realtà, che le nostre parole corrispondessero a quello che sentiamo. Invece cozziamo costantemente contro la durezza del reale e dobbiamo fare i conti con i suoi limiti. Essere consapevoli di questa condizione è fondamentale per capire la nostra situazione e per viverla bene. La condizione di incompiutezza. Appunto perché limitate, tutte le creature sono relative ad altre creature e hanno bisogno di essere completate. Il pensiero classico partiva dal presupposto che la realtà avesse una consistenza in sé e considerava la relazione come atto conseguente ad una perfezione già costituita. La scienza moderna invece constata che tutto è costituito in relazione e che le cose non sussistono in se stesse ma per il rapporto che hanno con altre. Più la creatura è complessa, come la nostra specie, più è intimamente connessa ad altre realtà e può svilupparsi soltanto alimentando relazioni con loro. Questa modalità di pensiero sconcerta le generazioni adulte, abituate al modello statico e al concetto di natura, ma è una mutazione oggi necessaria. Finché non si vivrà nella consapevolezza della rete vitale nella quale siamo strutturalmente inseriti e non si assumeranno gli atteggiamenti corrispondenti, si troveranno sempre difficoltà a vivere. Anche la fede in Dio può contribuire alla realizzazione di questa mutazione spirituale. Il caos. Caos in greco significa spazio vuoto, massa originaria informe. In fisica caos indica un sistema complesso ipersensibile nel quale fattori iniziali minimi lungo il processo generano grandi conseguenze non prevedibili. I fisici hanno appurato e cominciato a studiare i processi non lineari, nei quali cioè gli effetti influiscono sulla causa stessa modificando la prosecuzione dei processi in corso. Indica quindi un sistema nel quale le cause non appaiono regolari, le conseguenze non sono accertabili fin dall’inizio per cui le previsioni degli eventi possono essere fatte solo a breve termine come avviene per es. nei fenomeni atmosferici. Il determinismo scientifico – la convinzione che ad ogni causa corrisponda un dato effetto che possa essere previsto – è superato proprio dall’instabilità dei sistemi meccanici non lineari, nei quali a una determinata causalità corrisponde uno spettro probabile di effetti, senza poter determinare quale fra i tanti si realizzerà. Di qui deriva l’interesse attuale per i fenomeni caotici, ma insieme la constatazione dei limiti che derivano dalle conoscenze solo probabili e non certe. Prima si pensava che il limite fosse nella nostra conoscenza delle cause, oggi si è convinti che le stesse dinamiche sono aperte a soluzioni probabili diverse. Tutte le scienze sono coinvolte in questo cambiamento. Tutte le esperienze che compiamo sono ambito di processi caotici: le parole che diciamo, i gesti che compiamo, le decisioni che prendiamo hanno aloni di ambiguità. Dobbiamo accettare che molte azioni abbiano effetti diversi da quelli che prevediamo. Tutto questo non può essere evitato. La difficoltà del vivere dunque è al di là delle nostre responsabilità: la vita stessa crea difficoltà. Accettare il limite e l’ambiguità dell’esistenza è la condizione fondamentale per imparare a vivere. La fede in Dio ci consente di vivere tutte le situazioni in modo salvifico. Partendo da questo dato essa conduce all’esercizio della misericordia, della pazienza del tempo, alla capacità di accoglienza di tutti. Virtù che spesso, altrimenti non saremmo in grado di esercitare.
La casualità.
Ai processi non lineari e caotici si devono aggiungere gli eventi casuali. Sono eventi che non hanno una finalità in ordine al processo in cui si inseriscono. Essi hanno una causa efficiente ma non sono ordinati alla finalità per cui noi stiamo operando. Nell’evoluzione della vita e del cosmo spesso accadono eventi che non favoriscono anzi possono impedire e bloccare il processo in corso. Se per esempio cade un meteorite che provoca sconvolgimenti atmosferici e ambientali per cui scompaiono specie viventi. In ordine alla vita che si svolgeva sulla terra l’evento è casuale, non ha alcuna finalità in ordine alla vita. Può darsi che la vita si riprenda ma quell’evento come tale è contrario alle sue dinamiche. In questo senso casuale è l’evento che non si inserisce nei processi che sviluppano le dinamiche vitali, sul piano biologico, storico, personale. Alcuni sono stati educati a una visione provvidenziale, per cui pensano che tutto quello che capita sia voluto da Dio e che quindi abbia una finalità nascosta, favorevole alla vita alla crescita delle persone. Nei secoli scorsi non si considerava questa possibilità e si pensava che tutto ciò che accadeva fosse fissato e determinato. Si pensava di poter conoscere il passato e di poter prevedere il futuro quando fossero noti tutti i fattori in gioco, perché tutto sarebbe avvenuto con meccanismi fissi e determinati. Questa visione oggi è superata. Comprendiamo in modo radicalmente diverso la nostra condizione.
La complessità.
Un’altra componente della difficoltà nel vivere è la complessità. Essa connota due fattori diversi, uno oggettivo e l’altro soggettivo. L’aspetto oggettivo è la scoperta della condizione caotica di molte realtà che non hanno ancora raggiunto un ordine interno seppure vi potranno pervenire. Indica il vettore dell’evoluzione, la direzione assunta dal processo evolutivo che passa da forme elementari a forme sempre più organizzate, da legami forti e relativamente rigidi ad altri più deboli e flessibili. La relazione che intercorre tra complessità e energia dei legami tra le diverse componenti si colloca lungo una continuità e una sequenza logica, nella superficie dell’universo come nel nostro piccolo pianeta (Laslow). L’aspetto soggettivo della complessità indica la consapevolezza dell’impossibilità di gestire tutte le componenti del processo: non siamo in grado di gestire tutti i fenomeni nei quali siamo coinvolti. È caduta l’illusione di poter ridurre tutto a idee chiare e la realtà alle sue componenti elementari. Questa è una delle caratteristiche di quella che è chiamata la post-modernità. Il male. La sofferenza, il dolore, è una delle esperienze più sconcertanti per noi umani, anche in ordine alla fede in Dio: come mai la sofferenza? Quando poi si scopre che molta parte della sofferenza umana deriva dalla violenza, dall’incomprensione, dall’aggressività, dall’incapacità di comunione delle altre persone, diventa molto più concreta e quasi insopportabile la difficoltà di vivere. Nella concezione di Dio qualcuno ha parlato del Dio sofferente, io penso che sia un modo errato di proiettare la nostra condizione, però fa capire fino a che punto queste situazioni hanno sconvolto e hanno fatto pensare. Giovanni Battista Metz, teologo tedesco, ha sentito fortemente questa componente nel suo pensiero, soprattutto riferendosi a Auschwitz. Chi vuole riflettere su Dio non può dimenticare la sofferenza umana, il male della nostra vita. Metz si chiede: “è del tutto casuale che nella teologia si parli così tanto, in modo quasi euforico, di un Dio sofferente e compassionevole, proprio in un periodo in cui l’estetica e l’estetizzazione hanno assunto un ruolo chiave nella nostra cultura intellettuale? Parlando del Dio sofferente non si insinua forse nel nostro discorso qualcosa che può essere definita estetizzazione di ogni sofferenza? Soffrire è un mistero negativo che non può essere consegnato ad altri. Mi chiedo se non sottovalutiamo la negatività della sofferenza. La sofferenza nella sua radice è tutt’altro che compassione solidale, forte persino trionfante. Non è neanche espressione dell’amore, ma un indizio davvero terrificante che non siamo più capaci di amare. Soffrire porta al nulla se non è soffrire per Dio. Questo per me è uno dei motivi per cui esito a parlare di un Dio sofferente”. Io credo che abbia ragione. La sofferenza non può essere attribuita a Dio. In sé non è voluta da Dio ma è una conseguenza della nostra condizione incompiuta, imperfetta e transitoria. Quando le sofferenze sono causate da eventi naturali, come alluvioni o terremoti, sono occasioni per vivere la solidarietà. Spesso però la sofferenza è frutto della passione degli uomini e della loro violenza. Siamo noi stessi a provocare la sofferenza, la più insensata. Io credo che, tra qualche decennio o secolo, questa sarà considerata la deviazione più grave della nostra generazione: non ci rendiamo conto del male enorme che introduciamo nella storia attraverso le nostre scelte di guerra. Cominciamo dagli stati d’animo nei confronti degli altri: giudizi malevoli, aggressività, calunnie, atteggiamenti che introducono il male pensando di fare il bene. Noi troviamo sempre buone ragioni per fare il male. È la nostra condizione di imperfezione di cui dobbiamo prendere coscienza: stiamo facendo male, non trasmettiamo vita. Il nostro compito è sublime ma lo tradiamo continuamente.
Vivere la fede in Dio
Che cosa vuol dire vivere la fede in Dio in queste condizioni? Prima di tutto significa ritenere che esista la Vita in pienezza. Esiste il Bene, esiste la Verità, non siamo sospesi nel vuoto, c’è una realtà che non possiamo cogliere se non a piccoli frammenti ma è la roccia su cui siamo fondati. La fede è un percorso di accoglienza dei frammenti di vita che nelle diverse situazioni siamo in grado di interiorizzare. Il dato fondamentale della fede in Dio è la certezza che Dio è dalla nostra parte e non contro di noi. Non è là per vedere come noi ci comportiamo, ma dal di dentro ci sta alimentando e sostenendo perché possiamo pervenire alla vita piena. L’atteggiamento di fede, è appunto l’abbandono fiducioso alla forza che alimenta tutte le forme di vita, a quell’Amore “per cui tutti vivono” (cfr Lc. 20,38). Il secondo elemento concreto della fede è la convinzione che nessuna creatura ci può impedire di accogliere la forza di vita che in tutte le situazioni ci è offerta. Questo è fondamentale perché non troveremo mai condizioni di vita perfette quali noi desideriamo. A volte, anzi, proprio le situazioni più difficili e di maggiore sofferenza possono consentirci di accogliere più in profondità l’azione di Dio. In questo senso si capisce il significato che qualcuno attribuisce alla sofferenza. È possibile infatti in alcune esperienze dolorose, scoprire in modo nuovo la forza dell’azione di Dio. Ci possono essere situazioni di sofferenza che rendono possibile un’accoglienza straordinaria dell’amore di Dio, non perché si soffre, ma perché una forza di vita ci attraversa. La ragione della forza vitale non è la sofferenza che come tale è negativa, ma l’Amore che essa rende possibile. La conclusione è che in tutte le situazioni nelle quali ci veniamo a trovare possiamo esprimere potenza di vita, non solo accoglierla ma anche donarla. In questo flusso siamo costituiti viventi e siamo condotti alla pienezza. Noi siamo realmente in processo, per cui esistere non è semplicemente sviluppare ciò che siamo ma diventare ciò che ancora non siamo mai stati, per cui la difficoltà del vivere è il volto negativo della grandezza della vita. Proprio perché la vita è grande ci richiede di passare attraverso situazioni difficili. Questo è possibile affermarlo nella prospettiva di Dio: l’amore di Dio è così efficace e continuo che in tutte le situazioni ci offre vita: noi possiamo accoglierlo e donarlo, nessuna situazione ci può impedire di amare, cioè di accogliere l’amore di Dio e integrarlo nella nostra vita. Questo è il senso immediato e concreto della fede in Dio nelle situazioni difficili del vivere. Possiamo attraversare tutte le situazioni senza esserne schiacciati dal punto di vista spirituale, ma emergendo come figli di Dio. Questa è la nostra chiamata e il segreto della nostra gioia.

ad integrazione di queste riflessioni mi piace aggiungere anche quelle pronunciate nella Relazione tenuta a Cattolica al convegno “Amare e lasciarsi amare”, 2-6 gennaio 2010:

 

La forza della vita

rosa rossa bella

ABBANDONARSI ALL’AMORE

E’ questo atteggiamento che ora vorrei illustrare brevemente. Lo chiamiamo abbandono in Dio, fiducia, affidamento. Ho già detto che esso implica la convinzione che esista una Vita piena, una Verità assoluta, un Bene senza imperfezioni, un’energia creatrice. È un punto però da chiarire, perché parlando di forza arcana, si corre il rischio di pensare a un’energia impersonale che ci avvolge e rende possibile il nostro sviluppo. Certo per noi che crediamo in Cristo la cosa è molto più facile, perché in Gesù la forza creatrice si è rivelata come amore gratuito, radicale e universale. E l’amore suppone la dimensione personale: se il principio ama e suscita amore è certamente persona. Questa conclusione la condividono anche molti altri credenti. Quando possiamo sperimentare che l’azione creatrice, la forza della vita, può far fiorire l’amore in forme straordinarie, possiamo capire che essa ha un carattere personale. Per noi cristiani Gesù è icona di Dio, perché Egli è giunto ad una espressione di amore che ancora appare straordinario. Anche quelli che non riconoscono la messianicità di Gesù affermano che la sua proposta di amare i nemici e la testimonianza radicale che ne ha dato contraddice fondamentalmente l’istinto dell’uomo ed è impraticabile dalla totalità della gente. Questa posizione è continuamente contraddetta dalla presenza dei santi, quelle persone autentiche che mostrano la possibilità di pervenire a traguardi nuovi di amore e di dedizione al bene comune.
Questa è la convinzione di fondo della fede in Dio: esiste già il Bene che rende possibile l’amore umano anche nelle sue forme nuove e radicalmente innovatrici. Ma il punto è che non basta questa convinzione perché il cammino venga compiuto. È necessario che ci siano luoghi, ambiti, comunità, famiglie, dove i rapporti vengono vissuti in questo orizzonte, così da diffondere nel mondo modalità nuove di convivenza. È necessario, cioè, che molte persone vivano insieme nella consapevolezza che una forza più grande può far fiorire qualità nuove e possano incontrarsi capaci di offrirsi reciprocamente doni di vita.
Questa convinzione e l’atteggiamento corrispondente suppongono la legge della incarnazione: che cioè solo creature possono introdurre nella storia modalità nuove di vita. Molti credenti di fronte alla constatazione del degrado morale della società, dell’inquinamento fisico e biologico provocato dai comportamenti umani, affermano: è vero, ma alla fine Dio provvede. Questo modo di ragionare è errato e corrisponde a un’immagine di Dio insensata. Si è detto più volte in questi giorni che l’immagine di Dio deve continuamente cambiare, perché deve corrispondere ai modelli culturali e alle esperienze che gli uomini compiono. Ora nella prospettiva dinamico-evolutiva che ho cercato di richiamare, l’azione di Dio non sostituisce mai le creature, perché è un’azione che le alimenta e le costituisce. Dio crea perché le creature siano e operino secondo la loro propria natura. Dio non creerebbe se dovesse sempre operare al loro posto. La perfezione eterna creando si esprime sempre e solo nei limiti della creatura. Non c’è un amore sulla terra che non sia amore umano, non c’è pensiero che circola tra gli uomini che non abbia forma umana, non c’è azione che non sia compiuta da creature. Tutto ciò che esiste è sostenuto dall’azione divina ma ha una sua propria consistenza, distinta dalla realtà divina.
Se Dio nella creazione e nella storia opera sempre attraverso creature occorre rivedere il concetto di onnipotenza. Dio può essere detto onnipotente in sé, perché tutta la perfezione è offerta e accolta nelle relazioni e nelle dinamiche trinitarie. Ma Dio non è onnipotente nella creazione e nella storia. Spesso si dice “Dio può tutto”. Se ci riferisce ai processi della creazione e della storia, questa formula non è esatta. Dio è sempre legato al tempo e quindi al limite della creatura. In questo senso noi sì, chiamiamo Dio onnipotente nel Credo, ma Dio è onnipotente in sé, non nella storia, non nelle creature, perché nelle creature assume la modalità della creatura.
Affidarsi a Dio quindi vuol dire ritenere che la sua azione in noi diventa nostra capacità di agire, diventa nostro amore. Se non diventasse nostro amore, l’amore non esisterebbe sulla terra. L’azione divina come tale riguarda le persone ma non può intessere rapporti fra persone. L’amore di Dio quindi nelle creature deve diventare amore di creatura per esprimersi e l’amore delle creature è segnato sempre dal loro limite.
Questa è la legge dell’incarnazione. Gesù, che consideriamo incarnazione di Dio, non è un essere divino calato sulla terra che ha vissuto una perfezione divina. È la realtà umana fiorita all’interno di una comunità, il piccolo resto di Israele, che aprendosi con fiducia all’azione divina ha reso possibile una rivelazione inedita di Dio. Dal tronco di Jesse, è germinata una nuova umanità. Attraverso l’amore di coloro hanno fatto crescere Gesù, Dio ha potuto aprire un varco nuovo alla corrente di vita che nasce dal flusso del processo trinitario. Per questo amore Gesù “cresceva in sapienza, età e grazia” (Lc 2, 52). Egli è nato che non sapeva parlare, non sapeva amare, non sapeva camminare, non sapeva pregare. Giuseppe e Maria gli hanno insegnato a pregare, gli hanno insegnato a leggere le Scritture, gli hanno insegnato ad amare. L’ambiente in cui è cresciuto – un ambiente ristretto, ma qualitativamente molto ricco dal punto di vista spirituale – ha reso possibile la crescita di un uomo che è giunto ad un’espressione estrema di amore. Così ha introdotto una qualità nuova nella storia umana, ha aperto una strada inedita per il cammino degli uomini.
Questa avventura continua ancora e l’esperienza di Gesù resta il nostro riferimento. Non possiamo pensare che Dio possa fare qualcosa al nostro posto. Noi possiamo affidarci talmente, aprirci così all’azione di Dio in noi, alla forza della vita, a quell’energia che alimenta la storia, da diventare noi capaci di esprimere un amore inedito e da far crescer figli di Dio attorno a noi. È questa possibilità che richiede quell’affidamento totale, quell’apertura senza riserve di cui stiamo parlando.
Quando ci affidiamo all’Amore intendiamo consentire che l’energia creatrice diventi in noi azione nuova. Dio non può amare al nostro posto o aggiungere dall’esterno una qualità nuova alla nostra vita, o far piovere dal cielo una persona inedita. L’azione creatrice fa crescere l’umanità dal di dentro. È necessario perciò che vi siano ambiti in cui i rapporti sono vissuti nell’orizzonte teologale, nella convinzione, cioè che ciascuno possa offrire ad altri una forza di vita per la crescita definitiva. Posso vivere ogni rapporto nella consapevolezza che la persona che mi sta dinnanzi con il suo gesto, il suo pensiero, la sua esperienza offre doni di Vita per crescere. Anche se la persona è diversa da me, anche se pensa in modo opposto, al limite, anche se mi odia, posso vivere quella situazione in modo positivo, se mi affido, cioè se mi apro all’azione di Dio, che anche lì è presente. Non perché Dio voglia l’odio o il disprezzo, ma perché il suo amore è più forte dell’odio degli uomini. La sua azione perciò può farmi pervenire doni di vita anche in una situazione negativa o che io considero tale. Gesù è pervenuto ad un atto supremo di amore proprio in una situazione di violenza e di odio. Gesù è pervenuto a una forma radicale di amore perché la situazione di violenza e di odio esigeva una qualità d’amore, in altre circostanze forse mai richiesta. Credo si possa dire che il tipo di amore che Gesù ha esercitato sulla croce prima non l’aveva mai esercitato in quella profondità e in quella misura. Era una situazione che richiedeva e quindi rendeva possibile una fedeltà all’Amore, un’accoglienza dell’azione di Dio così profonda e radicale, da esprimersi in una misericordia straordinariamente efficace.
In questo senso la Croce è simbolo di un affidamento a Dio senza riserve, senza ipoteche, senza ricatti. Simbolo di gratuità pura. Quando l’amore giunge ad essere radicalmente gratuito esprime la piena maturità della persona.
Doppiamo però renderci conto che anche nella maturità il nostro cammino resta segnato dal limite, dalla debolezza e quindi dalla progressività. Non possiamo illuderci di potere realizzare progetti assoluti. Possiamo indicare qual è il traguardo verso il quale andiamo, ma consapevoli che i passi possibili sono passi compiuti nei ritmi del tempo, giorno dopo giorno. Il cammino implica quindi la fatica quindi di apprendere ad amare ogni giorno, per non venir meno al compito che ci è stato affidato. Non possiamo dire “ora ci sono, ora so, ora sono capace”. No, sono sempre in cammino, non posso mai fermarmi, né so quello che mi sarà chiesto il giorno dopo. Dovrò essere così aperto alla forza della vita, alla sua azione, da poter ogni giorno rispondere: “Eccomi, io vengo”. E questa risposta costituirà la struttura della nostra esistenza di creature. Accoglieremo il tempo e vedremo nella successione dei nostri giorni quell’opportunità straordinaria che la Vita ci offre, che Dio ci rinnova continuamente: la possibilità di diventare figli suoi.
 

il vangelo della domenica commentato da p. Maggi e p. Agostino

TUTTI MANGIARONO E FURONO SAZIATI 

 

 


 

Mt 14,13-21

In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte.
Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati. Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui».
E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

commento al Vangelo della domenica diciottesima del tempo ordinario (3 agosto) di p. Alberto Maggi

maggi

L’episodio della condivisione dei pani e dei pesci è talmente importante che tutti e quattro gli evangelisti lo riportano. Lo riportano perché in questo episodio non vedono soltanto un segno compiuto dal Signore, ma in esso raffigurano e anticipano la cena eucaristica. Quindi tutto il brano è un anticipo – ed è una comprensione – del significato profondo della cena eucaristica di Gesù.
Per questo l’evangelista mette delle indicazioni nel testo per far comprendere che – attenzione! – non sta narrando un semplice fatto di cronaca,  ma sta trasmettendo una verità teologica. Ecco perché in questo episodio che troviamo al capitolo 14 di Matteo, versetti 13-21, intanto l’evangelista indica lo stesso momento dell’ultima cena.
Dice che sul far della sera si avvicinano i discepoli, c’è la folla che ha seguito Gesù e ha iniziato il nuovo esodo, la nuova liberazione, e i discepoli, che non sono solidali con la gente e non capiscono, chiedono a Gesù di licenziare la folla perché vada a comprarsi da mangiare. Non hanno accolto ancora lo spirito delle beatitudini, della condivisione.

E Gesù replica, e qui c’è l’indicazione profonda del significato dell’eucaristia, “«Non occorre che vadano»”, e a quelli che hanno usato il verbo comprare Gesù replica con il verbo dare. Non c’è da comprare, ma c’è da condividere. Ma la particolare forma verbale adoperata dall’evangelista nell’esprimere questa frase ha un significato particolare.
Gesù dice: “«Voi stessi date loro da mangiare»”, letteralmente “date a loro voi da mangiare”. E’ il significato dell’eucaristia. Nell’eucaristia Gesù si fa pane, alimento di vita, perché quanti poi lo accolgono siano capaci a loro volta di farsi pane, alimento di vita per gli altri. Non basta dare il pane alla gente, ma occorre farsi pane per la gente. Ecco perché l’evangelista usa quest’espressione: “Date loro voi da mangiare”.
Questo è il significato dell’eucaristia. Nell’eucaristia non si dà soltanto del pane, ma ci si fa pane per gli altri. I discepoli replicano che quello che hanno è insufficiente, infatti dicono che non hanno che “«Cinque pani e due pesci»”. Raggiungono il numero sette che, nella simbologia ebraica, significa tutto quello che hanno. Quando si trattiene per sé quello che si ha sembra insufficiente; quando si condivide invece si crea l’abbondanza.
Infatti Gesù chiede di portarglieli, e ora ci sono le indicazioni del significato dell’eucaristia. Per prima cosa Gesù ordina, comanda, alla folla di sdraiarsi. Perché Gesù deve comandare? Comanda perché c’è resistenza. E perché chiede a questa folla di sdraiarsi? Non possono mangiare come meglio credono, seduti, in piedi?
Nei pranzi festivi, nei pranzi solenni, si mangiava ad uso romano sdraiati su dei lettucci. Ma chi poteva mangiare in questa maniera? Soltanto chi aveva dei servi che potevano servirlo. Ecco allora la preziosa indicazione che ci dà l’evangelista: l’eucaristia serve per far sentire le persone “signori”. Per cui i discepoli, che sono persone libere, si mettono a servizio degli altri, quelli che sono considerati servi dalla società, gli ultimi, gli emarginati, gli esclusi, per far riscoprire loro la piena dignità, quella di signore.
E perché Gesù deve ordinare? Perché c’è resistenza. Le persone amano essere sottomesse, ma non amano la libertà. E l’evangelista qui ci presenta gli stessi gesti che Gesù compirà nell’ultima cena. “Prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo”, significa comunicazione divina, “recitò la benedizione”, benedire significa che quello che si ha non è più possesso proprio, ma è dono ricevuto, e come tale condiviso per  moltiplicare gli effetti della creazione.
“Spezzò i pani e li diede ai discepoli”, gli stessi gesti che Gesù compirà nell’ultima cena quando prende i pani, benedice, li spezza, li dà ai discepoli, “e i discepoli alla folla”. I discepoli non sono i proprietari di questo pane, non sono amministratori, ma sono io servitori.  Il loro compito è prendere questo pane, che raffigura l’eucaristia, e distribuirlo alla folla, senza mettere condizioni e senza mettere limiti.
Soprattutto risalta l’assenza di un comando di Gesù. Perché Gesù non comanda alla folla di purificarsi? Prima di mangiare c’era un rito ben conosciuto, obbligatorio, che non era un semplice rituale igienico, non bastava essersi lavati le mani; bisognava purificarsi le mani seguendo determinati riti e determinate preghiere. Ebbene Gesù ogniqualvolta si trova a pranzo o a cena – e i pranzi e le cene nei vangeli anticipano sempre l’eucaristia – mai chiede o impone di lavarsi le mani.
Qual è il significato? Non è vero che gli uomini devono purificarsi per partecipare al banchetto del Signore, ma al contrario è partecipare al banchetto del Signore quello che li purifica. Questa è la grande novità portata da Gesù. L’uomo non dev’essere degno per partecipare al banchetto, ma è la partecipazione al banchetto che lo rende signore. Per questo Gesù si fa pane e chiede ai discepoli di essere donato, distribuito alla folla senza mettere condizioni.
Mangiano a sazietà, e avanzano dodici ceste. Il numero dodici è il numero delle tribù di Israele, e l’evangelista indica che attraverso la condivisione – e non l’accaparramento – si risolve la fame per tutto il popolo. Ed ecco infine un dettaglio prezioso. “Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini”.  L’evangelista riporta qui la stessa cifra di persone che erano i componenti, secondo gli Atti degli Apostoli, al capitolo 4, versetto 4, della primitiva comunità cristiana.
Ma perché proprio cinquemila? I multipli di cinquanta nella Bibbia indicano l’azione dello Spirito. I profeti, guidati dallo Spirito, andavano a gruppi di cinquanta. Pentecostè non significa altro che cinquantesimo, il cinquantesimo giorno dopo la Pasqua, ed è il giorno nel quale nella comunità cristiana scende lo spirito. Non  più una legge esterna da osservare, ma lo Spirito, una forza interiore da accogliere. Quindi i multipli di cinquanta indicano l’azione dello spirito.
Allora l’evangelista, attraverso questa cifra, vuol far comprendere che, con il pane, è stato comunicato lo spirito che era alla base del dono. E, infine, il dettaglio “senza contare le donne e i bambini”. Perché questo dettaglio? Perché nel culto sinagogale la celebrazione poteva iniziare soltanto quando erano presenti dieci maschi adulti; la sinagoga poteva essere piena di donne e bambini, ma finché non c’erano dieci maschi adulti non si poteva iniziare il culto.
Allora dando questa indicazione “senza contare le donne e i bambini”, che è una maniera di contare i partecipanti alla sinagoga,  l’evangelista vuol far comprendere che con Gesù, in questo episodio della condivisione dei pani, è nato il nuovo culto. Il nuovo culto non si esercita più in una sinagoga, ma ovunque esista la pratica delle beatitudini, la condivisione generosa. Il nuovo culto non parte più dagli uomini rivolta a Dio, ma parte da Dio ed è rivolto agli uomini, perché il Gesù di Matteo è il Dio con noi, che chiede di essere accolto perché con lui e come lui l’umanità vada ad essere alimento di vita, di forza, verso ogni uomo che ne ha bisogno.

il commento di p. Agostino Rota Martir:

p. agostino

“Voi stessi date loro da mangiare”

“Voi stessi siete il pane da distribuire per essere mangiato”

Il Vangelo di questa domenica è uno di quelli che mi sorprende, non tanto per il “miracolo” descritto, ma per la sua ordinarietà. Mi piace leggerlo attraverso questa lente, penso possa aiutare a capirlo meglio per evitare di restare catturati solo dall’evento della moltiplicazione.

Innanzitutto mi piace questo Gesù che sente la necessità di mettersi un po’ in disparte, solo a pensare (il vangelo di Matteo non dice che si ritira a pregare, come fanno ad esempio altri vangeli): aveva appena saputo della morte di Giovanni Battista. Deve essere stato un duro colpo anche per lui.

Caspita, anche Gesù sembra accusare il colpo! Che farà ora, le acque si stanno agitando: continuare quello che aveva intravisto al momento del Battesimo al Giordano? Oppure nascondersi fino a quando le acque si sarebbero calmate un pochino? E’ un momento delicato e problematico. Chissà quante volte anche a noi sarà capitato in certi momenti di sentire la necessità di trovare un posto tranquillo in disparte, lontano dai problemi che ci assillano, ci turbano, con la voglia di riflettere e di calma anche per pensare di fare il punto della nostra situazione..magari anche per pregare. Stare un po’ soli.

Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città..sceso dalla barca, sentì compassione per loro e guarì tanti malati.”

Certo, ognuno di noi non ha questa fiumana di gente che ci segue..non è questa la questione più importante. E’ un Gesù che si lascia disturbare proprio nel momento più riservato, lascia il suo spazio tranquillo per entrare in quello della gente, imprevedibile, esigente e spesse volte confuso e nello stesso tempo riesce ad “avere compassione”.

Penso a me, quante volte mi sento disturbato da chi mi cerca per motivi diversissimi e in nome del mio “spazio sacro” la fatica a “scendere dal piedistallo” e a nutrire vera compassione, non un fastidio camuffato da buona educazione. E’ facile la compassione quando siamo a distanza di sicurezza dal povero, dal malato, profugo, mendicante..dall’inquilino che abita al piano di sopra. Facile la compassione dal mio “piedistallo”, ma lontana dal cuore della gente, da lassù non arrivano i sussurri, i pianti e gli odori delle persone, comprese le loro pretese e furbizie. Penso alle folle che seguivano Gesù, senz’altro un mondo variegato di attese e di astuzie.

Per amore di quella folla Gesù abbandona l’idea di ritirarsi, senza recriminare, lascia la preghiera perché il rapporto con la folla è più importante. I discepoli, invece, sembrano infastiditi da quella folla e alla fine vorrebbero congedarla.” (don Luciano Cantini)

“Il luogo è deserto ed è ormai tardi, congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare”.

Oggi c’è una forte crisi economica, abbiamo già tanti problemi, c’è disoccupazione, chiudono tante fabbriche per mancanza di lavoro, non riusciamo ad arrivare a fine mese, la spesa sociale è diventata un peso insopportabile per le comunità..e la litania non finisce qui. Basta migranti, ne arrivano troppi, non ce la possiamo fare da soli, basta buonismo che finisce con il desertificare le nostre ormai poche risorse e privare i nostri poveri e i nostri pensionati di risorse utili. Rimandiamoli a casa, ai loro villaggi di origine è lì che dobbiamo aiutarli a rimanere a guadagnarsi il pane.

“Voi stessi siete il pane da distribuire per essere mangiato”. Non è forse anche questa la risposta di Gesù alla richiesta dei suoi discepoli? Diventare noi pane spezzato che si offre: saper dare senza aspettarsi niente, senza ricatto, senza calcolo, senza pretesa di cambiare l’altro..

Non è certo facile pensare e comportarsi così, sopratutto quando ormai la “compassione” sembra essere agli sgoccioli in questa nostra società, considerata inutile e insignificante.. di certo continuerà a stare dentro le nostre Chiesa fin quando le parole di Isaia riecheggeranno: “ Voi che non avete denaro, venite, comprate e mangiate: venite, comprate senza denaro, senza pagare, vino e latte.” (Is.55,1)

 

3 Agosto 2014