p. Maggi e don Luciano commentano il vangelo della domenica

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“PENTITOSI ANDO’ “

I PUBBLICANI E LE PROSTITUTE VI PASSANO AVANTI NEL REGNO DI DIO  

 commento al Vangelo della domenica ventiseiesima del tempo ordinario (28 settembre) di p. Alberto Maggi

Mt 21,28-32

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

I capi religiosi sono furibondi contro Gesù perché Gesù ha dichiarato che il tempio è un covo di ladri dando implicitamente a loro dei “banditi”. Allora si scagliano contro Gesù e chiedono con quale autorità Gesù faccia questo. E Gesù non risponde.
Gesù dice: “Prima ditemi voi con che autorità esercitava Giovanni il Battista. Veniva il suo insegnamento dal cielo”, cioè da Dio, “o dagli uomini?”.
E le autorità non rispondono. Non rispondono perché tutto quel che determina il comportamento delle autorità religiose è in base al loro unico Dio, quello che regola la loro esistenza, la convenienza. Tutto quello che fanno è per la loro convenienza.
Ed è in base alla loro convenienza che ragionano. Se diciamo “del cielo”, allora diranno “E perché non gli avete creduto?” Quindi confessano di non aver creduto all’inviato da Dio. Se diciamo “dalla terra”, la gente pensa che Giovanni è un profeta e quindi noi ci rimettiamo. Quindi non rispondono.
Allora è ad essi che Gesù rivolge questa parabola di Matteo, cap. 21,28-32.

Quindi quello che Gesù dice è rivolto alle massime autorità religiose. “«Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli, si rivolse al primo e disse: ‘Figlio… ‘» “
Il termine greco adoperato dall’evangelista è pieno di tenerezza. Potremmo tradurlo meglio con “Figliolino mio”. E’ lo stesso verbo da cui nasce la parola “partorire”, e quindi è un verbo di grande tenerezza materna. “«’Oggi vai a lavorare nella vigna’»”, la vigna si sa è immagine del popolo di Israele. “«Egli rispose: ‘Non ne ho voglia’, ma poi si pentì e vi andò»”.
Quindi c’è un primo figlio che risponde di no all’invito del Signore, ma poi si pente. “«Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: ‘Sì signore’»”. Mai fidarsi di quelli che dicono Si Signore! Questo secondo non ha un rapporto con il padre, non ha detto “Sì padre”, dice “Si signore”. Lui è un signore al quale obbedire.
“«Ma non vi andò»”. Nelle parole di Gesù c’è l’eco della denuncia ripresa dallo stesso Gesù del profeta Isaia: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me”. “Si, Signore”, ma non hanno nessuna intenzione di collaborare all’azione di questo signore al quale si rivolgono con tanto ossequio. E Gesù aveva detto: “Non chi mi dice Signore Signore …” Quindi queste persone si sa già che sono escluse dalla realtà di Dio.
E Gesù allora chiede alle autorità religiose, “«Quale dei due ha compiuto la volontà del padre?»” Ecco che appare il termine “Padre”. Sarebbe stato meglio che anche questa volta fossero stati zitti, che non avessero risposto. Invece rispondono. “«Risposero: ‘il primo’»”.
“E Gesù disse loro: «In verità…»” Quindi è un’affermazione solenne, importante, “«Io vi dico …»” E Gesù contrappone ai sommi sacerdoti anziani, i primi della società, gli intimi di Dio, pubblicani e prostitute, gli ultimi della società, gli esclusi da Dio.
“«Pubblicani e prostitute vi passano avanti»”. La costruzione del verbo greco , tradotto con “passare avanti”, non indica precedenza, cioè vi passano avanti e poi voi venite, ma indica esclusione, cioè vi hanno preso il posto.
 Quelli che voi pensate siano responsabili del ritardo del regno di Dio, loro ci sono già e voi siete rimasti fuori. E Gesù conclude: “«Giovanni»”, ecco che ritorna l’argomento del Battista, “«infatti venne a voi sulla via della giustizia e non gli avete creduto»”.
Mai le autorità religiose crederanno ad un inviato da Dio. Mai! Sono completamente refrattarie agli annunci divini. Sono completamente sordi alla parola del Signore. “«I pubblicani e le prostitute»”, cioè le categorie considerate da Dio, quelle per le quali si credeva fosse ritardato il regno, “invece gli hanno creduto”.
“«Voi al contrario avete visto queste cose ma poi non vi siete nemmeno pentiti»”. Ecco tre volte nel vangelo di Matteo appare il verbo “pentire”. Qui nella parabola del figlio che si pente, nel caso di Giuda il traditore che si pente, ma le autorità no. Le autorità non si pentiranno mai. Si è pentito Giuda, ma le autorità non si pentiranno mai., perché quello che determina il loro comportamento è la convenienza, l’unico Dio nel quale essi credono.
Non hanno altra divinità alla quale rispondere. L’evangelista ci fa comprendere che le autorità religiose sono completamente refrattarie alla buona notizia di Gesù perché dovrebbero perdere il loro potere, i loro privilegi e il loro prestigio. E la buona notizia di Gesù è un invito ad essere espressione dell’amore che si fa servizio per gli uomini.

IL MIRACOLO DEL PENTIMENTO   

il commento di don Luciano:
  La Parola di Dio è sempre molto incisiva e molto efficace.  Un uomo aveva due figli’. Si potrebbe tradurre così: un uomo aveva due stili di vita, due anime, due cuori: un cuore che dice sì; uno che dice no, che dice e poi si contraddice. Sì, siamo tutti così, contradditori e incerti. Siamo una contraddizione vivente, che S. Paolo stigmatizza in questo modo: ‘Non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio’ (Rm 7,19). Uno che dice di sì e uno che lo contraddice. Due figli, due figure contrastanti, che ci assomigliano moltissimo. Abbiamo tutti due anime, davanti a Dio e davanti agli uomini, quella dell’apparire (fingere), e quella dell’essere veri (anche se nessuno vede e sa); quando mettiamo la maschera e quando la togliamo.  Gesù sa molto bene come siamo fatti, non si illude! Nessuno dei due figli può vantare un’obbedienza perfetta.  Non esiste un terzo figlio ideale che, senza contraddizioni, dice e fa (Gesù a parte!). La nostra vita non ha un percorso lineare. Non esistono cristiani perfettamente coerenti nelle parole e con i fatti. E questo perché il nostro rapporto con Dio non è vissuto sempre in piena libertà, in quanto non è sempre un rapporto d’amore. Infatti, se noi, come questi due figli della parabola, riuscissimo a scoprire che Dio non è un padrone, ma un ‘padre vero’, con cui vivere un rapporto di amore, allora sì che troveremmo la libertà, saremmo felici e obbediremmo anche volentieri a un padre così.  E’ proprio vero: Dio non ha bisogno di schiavi che lavorino nella sua vigna, ma di figli… La differenza decisiva tra i due figli della parabola sta tutta qui: uno diventa figlio (il primo), è coinvolto nel fare la volontà del padre; l’altro (il secondo) rimane un servo, esecutore di ordini. Ma la parola più importante del Vangelo di oggi è: ‘si pentì’ e vi andò’. Ha riflettuto, si è messo in discussione e ha cambiato vita.  ‘Pentirsi’: mutare avviso, ri-credersi, ripensarci. Ma il primo figlio ha cambiato soprattutto il modo di vedere il padre. E così diventa veramente ‘figlio’. Quanto mi riempie il cuore di gioia la figura del primo figlio che si pente, ci ripensa, si ricrede e finalmente diventa ‘figlio’ nel vero senso della parola. Mi fa pensare che per Dio ‘non è mai troppo tardi’!  Si possono sempre riscattare tante pagine sbagliate della nostra storia. Finché siamo su questa terra, per noi è sempre possibile dare una sterzata, ‘raddrizzare la nostra vita’. Dio, soprattutto con il suo perdono, mi permette sempre di ricominciare e mai da zero.  ‘La nostra vita si rinnova in una serie di inizi che non finiscono mai’ (S. Gregorio di Nissa).  Guai se nel cammino di fede ci scoraggiamo e diciamo: ‘Sono fatto così, e non posso farci proprio nulla!’ oppure: ‘Lascio perdere tutto, perché, se continuo così, sono un ipocrita!’.  Dio non chiude mai il conto con noi: ogni giorno ci chiama alla conversione, basta che lo ascoltiamo e lo vogliamo! Un prete così ha risposto a chi gli confidava con tristezza la sua lontananza da Dio: ‘Ma io non riesco a credere in Dio’, gli veniva detto in un colloquio. E lui osservava: ‘Ciò che importa è che Dio creda in te!’. Dio crede in
noi sempre, nonostante i nostri errori e i nostri ritardi nel dire il ‘sì’ che lui attende.       Spesso nella nostra vita di cristiani c’è un’incoerenza cronica tra ciò che professiamo in chiesa e la nostra vita di fuori, in casa, per strada, al lavoro. Più volte nel Vangelo di Matteo Gesù dice che non bastano le parole, ma ciò che conta veramente è ‘fare’ la volontà di Dio. Paolo VI ha affermato in maniera molto forte che la rottura tra fede e vita è senza dubbio il dramma vero della nostra epoca. Il messaggio di Gesù è molto attuale.  La fede non può essere solo sentimento, devozione, emozione, slancio di un momento, che non entra mai nelle pieghe della vita. Quante volte in noi la fede rimane esclamazione sentimentale, fatta di parole dolci. Una fede che ci fa sentire buoni, devoti, lasciando intatte tutte le nostre povertà e ingiustizie che commettiamo ogni giorno.  Oppure: quante volte la nostra fede rimane esclusivamente liturgica, fatta di belle cerimonie, di momenti belli vissuti insieme, ma poi, usciti dalla chiesa, tutto finito! La fede è assumersi un impegno di vita e portarlo fino in fondo. Quante volte ci accorgiamo di essere più capaci di un grande sforzo che di una lunga perseveranza e di un lungo tirocinio evangelico. Sui principi siamo sempre tutti d’accordo e nelle azioni risultiamo sempre tutti peccatori: ciò che diversifica è l’atteggiamento che assumiamo quando siamo smascherati nella nostra doppiezza o superficialità. Perché invece non vedere queste situazioni, oggettivamente umilianti, come la modalità caparbia del Signore di rompere la nostra corazza che ci impedisce di accogliere profondamente la correzione? Che sia la Scrittura, che sia una vicenda in cui siamo coinvolti, che sia la parola franca di un fratello: possono essere tutti strumenti mediante i quali la nostra esistenza riacquista libertà e vigore, strappandoci alla cecità del nostro orgoglio e della nostra autosufficienza.       Com’è possibile allora che i nostri ‘sì’ rimangano ‘sì’ e non diventino ‘no’? I nostri ‘sì’ rimarranno ‘sì’ solo se la nostra amicizia con Gesù sarà sempre più forte e costante. Perché in lui c’è stato solo il ‘sì’. Lui è l’ Amen  di Dio, il testimone fedele. Nell’Amen di Cristo sulla croce i nostri ‘sì’ rimangono ‘sì’.      E Gesù disse loro: “In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli”. I pubblicani e le prostitute sono migliori di voi, sacerdoti e anziani del popolo, perché, nonostante i loro peccati, sono capaci di amare. Voi, invece, vi chiudete nella vostra presunta irresponsabilità, nel vostro perbenismo, legalismo e siete incapaci di amare e quindi di mettervi in discussione.  Il Signore non ha paura dei nostri peccati, della nostra debolezza. Il problema non è non sbagliare mai, il che è impossibile. Il problema è conservare in fondo al cuore, nonostante tutto, un angolino dove io possa essere ancora vero, dove possa commuovermi di fronte all’amore che mi insegue e cambiare. La Chiesa non ha mai avuto paura di proporre come modelli di vita cristiana dei grandi peccatori, che hanno talmente amato da pentirsi e diventare santi: S. Agostino, S. Camillo de Lellis, S. Margherita da Cortona… E’ più grande un uomo che sbaglia, ma conserva la capacità di pentirsi e quindi di amare, di commuoversi, di un uomo che, magari sbaglia di meno, ma è freddo, prigioniero delle sue regole e incapace di amare.
Le tue parole, Gesù, suonano come un insulto  per i devoti e gli osservanti di ieri e di oggi, per tutti quelli che ritengono di aver diritto ad un premio, ad un posto di riguardo nel Regno che tu annunci.
Prostitute e pubblicani non sono certamente stinchi di santi, eppure avvertono la necessità di pentirsi, di cambiar vita. Diversamente da noi che, molto spesso, ci siamo costruiti un sistema di vita impermeabile al tuo Vangelo, alla tua richiesta di mutare
direzione, atteggiamenti, stile di vita.
Ti abbiamo sulle labbra, ma il nostro cuore è lontano da te. Discutiamo di problemi teologici e pastorali, ma diamo per scontato che le nostre scelte siano le migliori, che le nostre idee siano quelle giuste, che non ci sia dunque nulla da togliere, da aggiustare, da trasformare nella nostra esistenza.
Signore,  fa’ che non siamo mai troppo sicuri di noi stessi, fa’ che sappiamo metterci in discussione, fa’ che ci convertiamo ogni giorno

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