p. Maggi commenta il vangelo

p. Maggi

ANDO’, SI LAVO’ E TORNO’ CHE CI VEDEVA

 commento al Vangelo della quarta domenica di quaresima (30 marzo 2014)di p. Alberto Maggi

 

Gv 9,1-41

 

In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so». Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!». Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori. Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane».

 

Le autorità religiose che pretendono di essere la luce del popolo, le guide dei ciechi – come amavano farsi chiamare – in realtà sono esse stesse accecate dalla propria dottrina che impedisce loro di vedere le azioni del Dio creatore. E’ quanto formula il capitolo 9 del vangelo di Giovanni. In questo episodio Gesù restituisce la vista a un cieco nato, mandandolo alla piscina di Siloe. E l’evangelista specifica cosa significa “l’inviato”, che è Gesù stesso. Quindi Gesù, che si è definito “luce del mondo”, invita quest’individuo, che mai ha saputo cosa fosse la luce, ad andargli incontro. “Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva”. E qui cominciano i guai. Da miracolato, l’individuo si trova subito ad essere imputato. Anzitutto c’è la meraviglia dei vicini, di quelli che lo avevano visto prima, che era mendicante, che non lo riconoscono. E’ strano. Come fanno a non riconoscerlo? In fondo gli è solo tornata la luce agli occhi, non è che ha cambiato fisionomia. E’ che quando si incontra Gesù, e il suo messaggio restituisce dignità e libertà alle persone, si è quelli di prima, ma si è anche una persona completamente nuova. E’ questo il motivo per cui non riconoscono il cieco nato. E, di fronte alla disputa su “è lui o non è lui”, l’ex-cieco dice “«Io sono»”. E’ lo stesso modo con il quale Gesù rivendica la condizione divina. Quando si incontra Gesù, la condizione divina di Gesù è comunicata anche a quanti lo accolgono. Come aveva detto Giovanni nel su prologo “A quanti lo hanno accolto ha dato la capacità di diventare figli di Dio”. Ebbene, incomincia qui il problema per questo ex cieco. Per la prima volta, e ben sette volte – è questo il tema conduttore del brano – gli chiederanno come gli siano stati aperti gli occhi. Per comprendere questa domanda che cadenzerà tutto l’episodio per ben sette volte, bisogna ricordare che “aprire gli occhi” era immagine di una liberazione dall’oppressione, e sarebbe stato il compito del messia. Incapaci di avere un’opinione propria, che non fosse quella emanata dalle autorità e dai capi spirituali, conducono questo ex cieco dai farisei, i leader spirituali del popolo. Perché? Perché era sabato. Per la seconda volta Gesù guarisce qualcuno in un giorno in cui era proibito non solo curare gli ammalati, ma anche visitarli. Il sabato – lo sappiamo – era il comandamento più importante, quello che Dio stesso osservava. Quindi sono incapaci di giudicare questo avvenimento perché c’è indubbiamente un aspetto positivo, però c’è la trasgressione del comandamento più importante. Allora anche i farisei chiedono come quest’uomo abbia recuperato la vista. Non c’è nessuna allegria, nessun rallegramento rispetto al fatto che quest’uomo, cieco dalla nascita, avesse recuperato la vista. Ma vogliono sapere soltanto il come. E, abituati sempre a giudicare tutti e tutto con la legge in mano, che è l’unico loro criterio di giudizio, “alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo»”, cioè Gesù, “«non viene da Dio perché non osserva il sabato»”. L’unico criterio di giudizio per i farisei è l’osservanza della legge, non il bene dell’uomo. Per Gesù, invece, il criterio di giudizio è il bene dell’uomo. Chi giudica in base alla legge, alla dottrina, a un codice, è chiaro e sostiene che Gesù non viene da Dio. Altri chiedevano come potesse un peccatore operare questi segni. “Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu che cosa dici»”. Incapaci di dare una risposta, vogliono che se la dia l’ex cieco, «dal momento che ti ha aperto gli occhi»”, è questo che li preoccupa. Li preoccupa che l’uomo abbia aperto gli occhi perché l’istituzione religiosa può dominare le persone fintanto che il popolo è cieco, ma quando apre gli occhi e vede il volto di Dio e la dignità alla quale lo chiama, i primi a farne le spese sono quelli che presumono di essere rappresentanti di questo Dio e in realtà sono soltanto la tenebra che ostacola questa luce del mondo. Ebbene lui risponde: “«Viene da Dio». Mentre i farisei erano sicuri dicendo “Quest’uomo non viene da Dio”, il cieco – colui che era cieco vede invece coloro che vedevano sono ciechi – dice: “«E’ un profeta», cioè viene da Dio. Allora entrano in campo i giudei. Con questo termine l’evangelista indica i capi religiosi del popolo; ebbene, per difendere la loro dottrina, questi negano l’evidenza. “Non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse riacquistato la vista”. Per difendere la loro teologia, per difendere la loro dottrina, per difendere la legge, negano la vita,

negano l’evidenza, negano la vita. E intimidiscono i genitori dell’ex cieco e li interrogano. E’ un interrogatorio molto pesante, facendo intuire che sono degli imbroglioni e fanno due domande: «E’ questo il vostro figlio »”, quindi insinuano il dubbio che non fosse il loro figlio, «che voi dite essere nato cieco? Quindi sono due domande. “E’ vostro figlio?” e “E’ nato cieco? Come mai ora ci vede?” I genitori rispondono che è loro figlio, è nato cieco, e non sanno come abbia aperto gli occhi e dicono “ «Chiedetelo a lui, ha l’età»”.  Significa che è maggiorenne, è maggiore di tredici anni. E l’evangelista annota che dissero questo per paura delle autorità religiose perché avevano già deciso che, chiunque avesse riconosciuto Gesù come il messia, il Cristo, sarebbe stato espulso dalla sinagoga, cioè la morte civile. Con gli espulsi dalla sinagoga, considerati degli appestati, bisognava tenere una distanza di almeno due metri di sicurezza. Non contenti, “chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Dà gloria a Dio»”, espressione che significa “confessa, riconosci, sii sincero, anche magari a tue spese”. Ed ecco allora la sentenza: «Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore»Quindi il giudizio delle autorità deve essere più valido dell’esperienza dell’individuo. Per le autorità il popolo non può avere una propria opinione che non sia quella da loro emanata. Ebbene la risposta dell’ex cieco è ricca di humor. Dice: “Io non entro in questioni teologiche che non è mia la competenza” … «Se sia un peccatore non lo so»”, quindi non entra in questioni dottrinali, lui parla della propria esperienza, «Una cosa so: ero cieco e ora ci vedo»”, voi direte che quest’uomo è un peccatore, voi forse volete insinuare che per me sarebbe stato meglio rimanere cieco piuttosto che recuperare la vista da un peccatore, ma la mia esperienza è positiva: prima ero cieco e adesso ci vedo. L’evangelista sta dicendo che non la dottrina, ma l’esperienza dell’individuo è quella che ha la meglio. E’ il primato della propria coscienza sulla dottrina. La dottrina può dire quello che vuole, che la tua esperienza è negativa, che sei in peccato, ma se la tua vita ti dice che questo è positivo, se questo ti dà e comunica vita, questo è quello che conta. Quindi l’ex cieco ridicolizza l’atteggiamento di queste autorità. Dice “se sia un peccatore non lo so, ma so una cosa: ch ero cieco e ora ci vedo”. Ed ecco allora di nuovo l’insistenza della domanda: «Come ti ha aperto gli occhi? »”  Questo vogliono sapere, come ha fatto ad aprirgli gli occhi. E, con fine umorismo, il cieco dice: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato .. Volete forse anche voi diventare suoi discepoli?»Non l’avesse mai detto, “Lo insultarono”. Quando le autorità non sanno come rispondere, passano all’insulto. “E dissero: «Suo discepolo sei tu!Noi siamo discepoli di Mosè!»Loro non seguono un vivente, ma venerano un morto. «Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio, ma costui …»”, è interessante che nei vangeli le autorità religiose, i Giudei, i capi, quando si rivolgono a Gesù, o parlano di Gesù, evitano sempre di nominare il nome, e usano un termine dispregiativo “Costui”. “ «Costui non sappiamo di dove sia»”.  Non conoscono Gesù perché non conoscono Dio, non conoscono il Padre amante della vita. I difensori del Dio legislatore non possono comprendere le azioni del creatore che non si manifestano nella dottrina, ma nella vita. “Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: voi non sapete di dove sia eppure mi ha aperto gli occhi ”. Per la sesta volta notiamo l’insistenza di questo aprire gli occhi che il filo conduttore di tutto questo brano, e l’ex cieco, che è un mendicante, con il buon senso, ridicolizza le acrobazie teologiche dei capi. Tutti si rendono conto che c’è un intervento divino, meno le autorità. E con il buon senso replica, «Da che mondo è mondo non si è mai sentito che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla »”.  E’ una cosa elementare. E’ una cosa talmente chiara … Come fanno le autorità a non comprendere questo? La dottrina li ha accecati. Per loro, quello che interessa èi l bene della dottrina, quindi la difesa della loro istituzione, e non il bene dell’uomo. A loro il bene dell’uomo non interessa. Non desiderando apprendere, ma soltanto insegnare, gli replicano con violenza «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?» All’inizio del brano c’era la domanda dei discepoli se avesse peccato questo ragazzo o i suoi genitori per il fatto di essere cieco. La cecità era considerata una maledizione perché impediva lo studio della legge. Ebbene, i Giudei, i capi, non hanno dubbi. E’ nato nei peccati; l’uomo deve tornare cieco per dare loro ragione. “E lo cacciarono fuori”, cioè l’espulsione dalla sinagoga. Ma non è un gran danno: cacciato dalla religione, trova la fede. Infatti, cacciato dalla sinagoga, Gesù lo cerca e lo trova. I capi religiosi che scomunicano, in realtà sono loro i veri scomunicati.

 

i ‘preti di strada’ abbracciati da papa Francesco

La rivincita dei “pretacci” presi per mano da Francesco

Il pontificato di Bergoglio rivaluta i sacerdoti delle periferie

Insieme Papa Francesco e don Luigi Ciotti entrano in chiesa mano nella mano alla veglia per le vittime della mafie

 

L’effige della svolta è l’abbraccio alla veglia per le vittime della mafia tra Francesco e don Luigi Ciotti. Sabato il successore di Pietro e il sacerdote-simbolo del cattolicesimo di frontiera sono entrati in chiesa tenendosi per mano. Stravolte forma e sostanza all’ombra del Cupolone, nelle diocesi e nei movimenti agli «apostoli degli ultimi» viene riservato un posto d’onore. Una «riabilitazione» a tutto tondo per i «pretacci» che in passato furono quasi in odore di eterodossia per l’insofferenza al conformismo del potere e la vicinanza ai tormenti della società contemporanea.

E’ la rivincita della chiesa «sgarruppata», insomma. Erano gli ultimi e ora, evangelicamente, sono diventati i primi. Nella Chiesa trasformata da Bergoglio in un «ospedale da campo dopo la battaglia» la rivoluzione copernicana in atto capovolge le gerarchie ecclesiastiche e di fatto mette al centro del pontificato «le periferie esistenziali e geografiche», tradizionali terre di missione dei sacerdoti di frontiera. Tra Francesco e don Maurizio Patriciello, parroco a Caiano, il feeling è scoppiato a settembre al centro per immigrati Astalli. «Si sente subito che è uno di noi, che viene dalle favelas – racconta don Maurizio, in prima fila nella lotta alla camorra della Terra dei fuochi-. Bergoglio parla in modo limpido, si schiera dalla parte dei poveri che lo Stato ha abbandonato. Ci serviva un Papa così, che dice le cose in modo meno teologico e più esistenziale. Non siamo più soli».

Don Gino Rigoldi, presidente della «Comunità Nuova» e cappellano del carcere minorile «Beccaria» di Milano, confida: «Nei giovani che prima erano distanti e ostili, molti sono interessati alla figura e alla predicazione di Francesco e alcuni mi hanno chiesto di essere battezzati». Sulla stessa linea nelle Marche il fondatore delle comunità anti-droga Oikos, don Giuliano Fiorentini: «I nostri ragazzi sentono di essere amati e non giudicati, sentono di avere Francesco dalla loro parte nel cammino di ricostruzione delle loro vite provate dal dolore e dalla dipendenza». Infatti «per tanto tempo ci siamo sentiti ai margini anche della Chiesa, ora invece Bergoglio ha messo al centro del suo magistero il nostro essere periferici».

Don Mimmo Battaglia, presidente della federazione italiana comunità terapeutiche, attribuisce alla «profezia» di Francesco il «riavvicinamento della Chiesa al popolo». Una «rivoluzione sulle orme di Gesù», chiarisce don Battaglia, che «qui a Catanzaro sperimentiamo quotidianamente nell’accresciuta attenzione dei lontani al magistero pontificio». E per chi da sempre opera «nella trincea della pastorale sociale» l’aiuto di Bergoglio assicura una «provvidenziale boccata di fiducia» e si traduce in «una prossimità che supera qualunque emarginazione». Infatti, «sapere di avere il Papa accanto rende meno difficile la navigazione nei mari del disagio».

Alla comunità Papa Giovanni XXIII è un ritorno alle origini. «L’insegnamento di Bergoglio ci rimanda al carisma della condivisione diretta con gli esclusi che ci ha trasmesso don Oreste Benzi- osserva don Aldo Buonaiuto-. La carica spirituale di Francesco non è una moda passeggera, è un potente sostegno nella carità. Noi troviamo in lui il portavoce di chi non ha voce e il modello da seguire ogni giorno contro la dittatura dell’indifferenza».

la chiesa di Bagnasco non sembra in sintonia con la chiesa di Francesco

BAGNASCO ORDINA AL MINISTRO: “VIA QUEL LIBRETTO DA SCUOLA”

 

Bagnasco

 

con la elezione di papa Francesco e l’avvio di un nuovo corso in ambito ecclesiale più attento alle persone e ai loro problemi e meno a principi generali, astratti, ‘irrinunciabili’, in base ai quali instaurare sempre contrapposizioni e lotte ideologiche, il cardinal Bagnasco sembrava avviarsi, anche con maggiore silenzio e ascolto riflessivo, a far propria questa nuova modalità di rapportarsi ai problemi della gente: e invece sembra sia bastata la prima occasione (questa volta tre libretti di formazione ed educazione dei docenti all’accoglienza delle ‘diversità’, in quanto tali arricchenti) per ripartire in una contrapposizione frontale considerando tali libretti nocivi, pericolosi e strumenti di ‘indottrinamento’

maggiori dettagli in questi articoli de ‘ilfattoquotidiano’ (nel secondo si evidenzia l’allineamento del ministero alle pressioni del cardinale):

 

“DISTRUGGONO LA FAMIGLIA”

AL ROGO I LIBRETTI DEL DIAVOLO 
IL CARDINALE BAGNASCO CONTRO I TESTI DI “EDUCARE ALLA DIVERSITÀ” CHE INDICANO A INSEGNANTI E STUDENTI PERCORSI PER NON DISCRIMINARE.

Il presidente dei vescovi italiani chiede ai politici di mettere al bando i nuovi libri di testo per le elementari e le medie voluti dai governi Monti e Letta per combattere l’omofobia. Secondo il prelato, che ignora la laicità dello Stato, così si trasformano le aule in “campi di rieducazione”.

Allarme, la scuola italiana apre alla “dittatura di genere”. In altri termini alla normalizzazione dell’omosessualità. Parola del presidente della Cei, il cardinale Angelo Bagnasco. La “colpa” sarebbe di tre volumetti dal titolo Educare alla diversità a scuola destinati alle primarie e secondarie di secondo grado.

Il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Cei, sulle pagine di Avvenire non usa mezzi termini: la scuola pubblica sta diventando un immenso campo di rieducazione perché quei libretti “instillano preconcetti contro la famiglia e la fede religiosa”. Un monito indirizzato forte e chiaro al governo Renzi e al ministro competente. Di cosa si tratta? I volumi sono stati autorizzati dalla Presidenza del Consiglio dei ministri (Dipartimento per le Pari opportunità) all’epoca del governo Monti e dall’allora ministro del Lavoro con delega alle Pari opportunità, Elsa Fornero. Il governo di Enrico Letta ha dato seguito nell’ambito delle nuove strategie nazionali anti omofobia. A curare le pubblicazioni l’Unar, Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali. La realizzazione è dell’istituto Beck. LE TEMATICHE si sviluppano in cinque schede che trattano le “linee-guida per un insegnamento più accogliente e rispettoso delle differenze” attraverso altrettanti capitoli: le componenti dell’identità sessuale; omofobia: definizione, origini e mantenimento; omofobia interiorizzata: definizione e conseguenze fisiche e psicologiche; bullismo omofobico: come riconoscerlo e intervenire; adolescenza e omosessualità. Si legge che non basta più “Essere gay friendly (amichevoli nei confronti di gay e lesbiche), ma è necessario essere gay informed (informati sulle tematiche gay e lesbiche). Lo scopo è avere un manuale contro il bullismo che si accanisce contro i “diversi” tanto che a pagina 18   c’è un vero e proprio manifesto scolastico contro il bullismo. “Bisogna che l’insegnante riveda la scheda sul bullismo. È importante, inoltre, che l’insegnante sia molto chiaro e deciso nello spiegare ai suoi studenti i seguenti punti: la scuola non tollera questo tipo di comportamenti. Il bullismo è sbagliato. Prendere in giro, minacciare, picchiare qualcuno, farlo sentire escluso, perché è grasso, perché è un “secchione”, perché è diverso da noi, perché pensiamo che sia omosessuale, è sbagliato. Ognuno ha diritto di essere com’è, ognuno ha qualcosa da insegnarci. Quanto più qualcuno è diverso da noi, tanto più ha da insegnarci. Essere bulli non è “figo”, è stupido”. C’È POI UNO SPAZIO con le domande frequenti (faq) dove si risponde in modo schematico ai quesiti sulla sessualità. “I rapporti sessuali omosessuali sono naturali? Sì. Il sesso tra le persone dello stesso sesso è presente in tutta la storia dell’umanità, sin dall’antica Grecia. Inoltre, molti eterosessuali possono avere sporadiche fantasie omosessuali, così come molti omosessuali possono avere sporadiche fantasie eterosessuali. Un pregiudizio diffuso nei paesi di natura fortemente religiosa è che il sesso vada fatto solo per avere bambini. Di conseguenza tutte le altre forme di sesso, non finalizzate alla procreazione, sono da ritenersi sbagliate. Un altro pregiudizio è che con l’omosessualità si estinguerebbe la società. In realtà, come afferma l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la sessualità è un’espressione fondamentale dell’essere umano. L’unica cosa che conta è il rispetto reciproco dei partner. Quindi potremmo ribaltare la domanda chiedendoci: “i rapporti sessuali eterosessuali sono naturali?”. Qui si arriva al terreno di scontro con la Cei, perché sono questi e altri passaggi che hanno fatto fare un salto sulla sedia al cardinale Bagnasco ; ad esempio quelli che riguardano la televisione e i media “che discriminano le famiglie omosessuali”, invitando i docenti a chiedere agli alunni come mai “in Italia non ritraggono diverse strutture familiari”. Passaggio “delicato”, il tentativo di far immaginare “sentimenti ed emozioni che possono provare persone gay o lesbiche”; e la masturbazione fra ragazzi è presentata “come un gioco”. Bagnasco ha sparato a zero: “Strategia persecutoria contro la famiglia”. Ancora: “Viene da chiederci con amarezza se si vuol fare della scuola dei ‘campi di rieducazione’, di indottrinamento. Ma i genitori hanno ancora il diritto di educare i propri figli oppure sono stati esautorati?”. E conclude: “I genitori non si facciano intimidire…non c’è autorità che tenga”.

Da Il Fatto Quotidiano del 26/03/2014.

Sull’omofobia il ministero sceglie la linea di Bagnasco

di Valerio Cattano

Vauro Bagnasco

 

IL DICASTERO DELL’ISTRUZIONE: L’UFFICIO ANTI DISCRIMINAZIONE NON PUÒ DISTRIBUIRE NELLE SCUOLE I LIBRETTI SULLE DIVERSITÀ. L’UOMO IN PIÙ DELLA CHIESA È IL CIELLINO TOCCAFONDI.

Cosa ne è degli impegni assunti a livello comunitario? Si vuole o no mandare avanti la strategia LGBT e i suoi obiettivi?”. Sergio Lo Giudice , senatore del Pd e Componente della Commissione Diritti Umani, rilancia la questione riguardante la diffusione dei libretti “Educare alla diversità a scuola”. Interrogazione che sollecita una presa di posizione da parte del Ministero dell’Istruzione (Miur) e della responsabile, Stefania Giannini. Dal Ministero fanno sapere che una distribuzione nelle scuole non ci sarà e il motivo sta nel mancato confronto fra l’Unar (Ufficio nazionale anti discriminazione razziale) sulle tematiche inserite.

Quei libretti sono stati interpretati dall’arcivescovo Angelo Bagnasco, presidente della Cei (Conferenza episcopale italiana), come portatori di una “dittatura di genere”. POSIZIONE sostenuta dal sottosegretario Gabriele Toccafondi (Ncd) che pure ieri al microfono di Radio24 ha ribadito: “C’è questa cultura ‘gender’ fatta da molte associazioni Lgbt, che porta non solo la lotta alla discriminazione, ma – spiega – concetti riguardo alla famiglia composta da persone dello stesso sesso o possibilità per questa tipologia di famiglia di adottare figli. Non si può portare nelle scuole qualcosa che non sia conosciuto dal ministero”. Il motto di Tocca-fondi è: “Al servizio di tutti, servo di nessuno”. NEIGIORNISCORSI però è stato soprattutto al fianco della Cei per criticare i libretti che servivano come linee guida per insegnanti e studenti contro il bullismo (dato che questa forma di sopraffazione riguarda pure i giovani omosessuali, alcuni capitoli sono dedicati proprio a loro). Toccafondi nelle scorse settimane ha attaccato l’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali) che ha curato le pubblicazioni: “Il Ministero dell’Istruzione non sa niente di quanto viene deciso da questo ufficio, che invece produce materiale per le scuole, gli studenti e gli insegnanti, con un’impronta culturale a senso unico, tra l’altro destando preoccupazione e confusione su tutto il sistema educativo”. La Chiesa ringrazia e non si stupisce perchè Toccafondi fa parte della pattuglia di Comunione e Liberazione dentro il governo Renzi con cui ha comuni radici fiorentine. La carriera politica di Toccafondi si sviluppa proprio a Firenze: al Comune nel 2004 eletto con Forza Italia, già deputato dal 2008 con il Pdl. Oggi Toccafondi è sottosegretario del governo Renzi ma nel 2013 quando era coordinatore fiorentino del Pdl ne parlava così: “Matteo Renzi più che un sindaco sembra un mago televisivo come Otelma. Intanto a Firenze degrado, sicurezza, infrastrutture e mobilità rimangono ad aspettare. Renzi lancia qualche slogan, effetti speciali, aggettivi roboanti, frasi ad effetto e poi non resta niente”. Alla fine il mago Otelma ha impressionato Toccafondi tanto da convincerlo a mantenere il suo posto di sottosegretario all’Istruzione che si è distinto per una proposta di legge che prevede la concessione di un contributo a sostegno delle scuole paritarie in aggiunta ai fondi ordinari del Ministero. Del resto nel suo programma scrive: “Da sempre ripeto, anche alzando la voce, che il contributo alle scuole paritarie erroneamente definite private, non è un regalo come invece qualcuno continua a dipingerlo in manifestazioni di piazza, ma un aiuto per garantire la libertà di educazione”. Per sfuggire al caos romano il segretario si dedica al calcio. All’inizio di marzo ha partecipato a una partita, a Firenze: parlamentari contro una selezione del Comune. Toccafondi gioca da portiere: 3 a 0 secco per gli impiegati con l’ultimo gol, riportano le cronache, da attribuire a una “papera” dell’estremo difensore. L’allenatore dei parlamentari Picchio De Sisti, minimizza: “È entrato a freddo, Toccafondi è uno dei giocatori sicuri di questa squadra”. Lo pensa anche la Cei.

Da Il Fatto Quotidiano del 27/03/2014.

per ricordare Oscar Romero: brani scelti

Romero

era un vescovo molto tradizionalista, anzi un vero conservatore, all’inizio,  collocato a capo della diocesi El Salvador proprio in quanto tale, per arginare le linee più aperte e progressiste del clero e dei teologi della teologia della liberazione

ha saputo umilmente ascoltare il popolo e la sua sofferenza causata dalla dittatura e dagli squadroni della morte e tale ‘ascolto della realtà crocifissa’ lo ha accompagnato progressivamente ad una conversione profonda: si è lasciato davvero ‘convertire dal popolo’ lui che era partito per ‘convertire il popolo’

ha dato la sua vita per il suo popolo, come “il buon pastore che da la sua vita per le pecore” finendo la sua vita, trucidato dai colpi di arma da fuoco degli squadroni della morte, mentre celebrava la messa, sembra immediatamente dopo aver sollevato il calice del ‘sangue di Cristo’ anche quello versato per amore

il suo popolo non lo dimenticherà mai: nonostante sia stato sconfessato da Giovanni Paolo 2° e ignorato da Benedetto 16°, il suo popolo lo venera e lo acclama come ‘san Romero d’America martire’:

 

Alcuni brani da vari discorsi e scritti di Mons. Oscar Romero

“È inconcepibile che qualcuno si dica cristiano e non assuma, come Cristo, un’opzione preferenziale per i poveri. È uno scandalo che i cristiani di oggi critichino la Chiesa perché pensa “in favore” dei poveri. Questo non è cristianesimo!… Molti, carissimi fratelli, credono che quando la Chiesa dice “in favore dei poveri”, stia diventando comunista, stia facendo politica, sia opportunista. Non è così, perché questa è stata la dottrina di sempre. La lettura di oggi non è stata scritta nel 1979. San Giacomo scrisse venti secoli fa. Quel che succede, invece, è che noi, cristiani di oggi, ci siamo dimenticati di quali siano le letture chiamate a sostenere e indirizzare la vita dei cristiani… A tutti diciamo: “Prendiamo sul serio la causa dei poveri, come se fosse la nostra stessa causa, o ancor più, come in effetti poi è, la causa stessa di Gesù Cristo”.

Mons. Oscar Romero, omelia del 9 settembre 1979

mare fiore

“È una novità, nel nostro popolo, che i poveri vedano oggi nella Chiesa una fonte di speranza e un sostegno dato alla loro nobile lotta di liberazione. La speranza che la Chiesa sostiene non è ingenua né passiva. La speranza che predichiamo ai poveri è perché sia loro restituita la dignità, è per dare loro il coraggio di essere, essi stessi, gli autori del loro destino. In una parola, la Chiesa non solo si è voltata verso il povero, ma fa di lui il destinatario privilegiato della propria missione. La Chiesa non solo si è incarnata nel mondo dei poveri, dando loro una speranza, ma si è impegnata fermamente nella loro difesa…Esistono tra noi quanti vendono il giusto per denaro e il povero per un paio di sandali (cfr. Am 2,6); quanti accumulano violenza e rapina nei loro palazzi (Am 3,10); quanti schiacciano i poveri (Am 4,1); quanti affrettano il sopravvento della violenza, sdraiati su letti di avorio (Am 6,3-4); quanti aggiungono casa a casa e annettono campo a campo, fino a occupare tutto lo spazio e restare da soli nel paese (Is 5,8). Questi testi dei profeti Amos e Isaia non sono voci lontane di molti secoli fa, non sono solo testi che leggiamo con riverenza nella liturgia. Sono realtà quotidiane, la cui crudeltà e intensità sperimentiamo ogni giorno”.

Mons. Oscar Romero, discorso in occasione del conferimento della Laurea Honoris Causa, conferitagli dall’Università di Lovanio il 2 febbraio 1980. Per il discorso integrale: http://www.sicsal.it/padri/romero3.htm

bei fiori

Il 17 febbraio del 1980 Oscar Romero scrive al Presidente degli USA, Jimmy Carter, il cui governo intendeva aiutare militarmente il governo del Salvador: “Dal momento che lei è cristiano ed ha manifestato di voler difendere i diritti umani oso esporle il mio punto di vista pastorale su questa notizia e rivolgerle una petizione concreta. Mi preoccupa fortemente la notizia che il governo degli Stati Uniti stia studiando la maniera per favorire la corsa agli armamenti di El Salvador inviandogli equipaggiamenti militari e mezzi. Nel caso questa notizia giornalistica corrispondesse a realtà, il contributo del suo Governo invece di favorire una maggior giustizia e pace in El Salvador acutizzerebbe senza dubbio l’ingiustizia e la repressione contro il popolo organizzato, che da lungo tempo lotta perché vengano rispettati i suoi diritti umani fondamentali […]. Perciò, dal momento che, come salvadoregno ed Arcivescovo dell’Arcidiocesi di San Salvador, ho l’obbligo di vegliare perché regnino la fede e la giustizia nel mio Paese, le chiedo, se veramente vuole difendere i diritti dell’uomo, di impedire che venga fornito questo aiuto militare al Governo salvadoregno; garantire che il suo governo non interverrà direttamente o indirettamente con pressioni militari, economiche e diplomatiche, nella determinazione del destino del popolo salvadoregno […]. Spero che i suoi sentimenti religiosi e la sua sensibilità nella difesa dei diritti dell’ uomo la muovano ad accettare la mia petizione, evitando ulteriori spargimenti di sangue in questo paese che soffre tanto”.

Mons. Romero, lettera al Presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter del 17 febbraio 1980

albero fiorito

“…Vorrei fare un appello speciale agli uomini dell’esercito, in concreto alla base della Guardia Nazionale, della polizia, delle caserme. Fratelli, siete del nostro stesso popolo, perché uccidete i vostri fratelli campesinos? Davanti all’ordine di uccidere deve prevalere la legge di Dio che dice: non uccidere. Nessun soldato è obbligato a obbedire a un ordine che va contro la legge di Dio. Una legge immorale non ha l’obbligo di essere osservata. È tempo di recuperare la vostra coscienza e di obbedire prima alla vostra coscienza che all’ordine del peccato. La Chiesa, che difende i diritti di Dio, la Legge di Dio, la dignità umana, la persona, non può restare silenziosa davanti a tanta ignominia. Vogliamo che il Governo comprenda che non contano niente le riforme, se sono tinte di sangue. In nome di Dio, dunque, e in nome di questo popolo sofferente, i cui lamenti salgono fino al cielo ogni giorno più clamorosi, vi supplico, vi scongiuro, vi ordino in nome di Dio: cessi la repressione!”

Mons. Oscar Romero, Ultima omelia, 23 marzo 1980

le riflessioni di L. Boff sui salmi

Boff L.

I Salmi. Anatomia dell’anima umana

I salmi costituiscono una delle forme di preghiera più alte che l’umanità abbia mai prodotto

 

I salmi costituiscono una delle forme di preghiera più alte che l’umanità abbia mai prodotto. Milioni e milioni di persone, ebrei, cristiani, religiosi di ogni tradizione, tutti i giorni recitano o cantano i salmi, specialmente religiosi, religiose e sacerdoti che recitano il cosiddetto «Ufficio delle ore» giornaliero. Non sappiamo esattamente chi siano stati gli autori di queste orazioni, dato che essi hanno raccolto preghiere che circolavano in mezzo al popolo. Molte sono sicuramente di Davide (sec 10º a.C.). È considerato il Salmista per antonomasia. Era stato pastore, guerriero, profeta, poeta, musicista, e profondamente religioso. Conquistò il monte Sion dentro Gerusalemme e là, intorno all’Arca dell’Alleanza, organizzò il culto e introdusse i Salmi. Quando si dice «salmo di Davide» il più delle volte significa “composto sullo stile di Davide”. I salmi sono apparsi nell’arco di quasi 1000 anni in luoghi di culto e recitati dal popolo fino all’epoca dei Maccabei, ch ne fecero una raccolta (II sec a.C.). Il Salterio, è un microcosmo storico simile a una cattedrale del medioevo in costruzione per secoli: per generazioni e generazioni mani di uomini che assimilavano cambiamenti di stile architettonico delle varie epoche. Così ci sono salmi che rivelano differenti concezioni di Dio, proprie di una determinata epoca, come quelle, a noi estranee che esprimono desideri di vendetta e il giudizio implacabile di Dio. I salmi testimoniano la profonda convinzione che Dio, anche se abita in una luce inaccessibile, sta in mezzo a noi, abita in una specie di tenda (shekinah). Possiamo arrivare a lui con suppliche, lamentazioni, sentimenti di lode e ringraziamento. Lui è sempre pronto ad ascoltarci. Il luogo denso della sua presenza è il tempio dove si cantano i salmi. Ma In quanto creatore del cielo e della terra, sta in qualsiasi luogo, anche se nessun luogo può contenerlo. A ragione gli ebrei dicevano orgogliosi: nessun popolo ha un Dio vicino come noi! Vicino a ciascuno e in mezzo al popolo. I Salmi rivelano la coscienza della vicinanza divina ed il suo abbraccio consolatore. Per questo c’è in essi intimità personale, senza scadere nell’intimismo c’è una preghiera collettiva senza fare ombra all’esperienza personale. Una dimensione rafforza l’altra, perché ambedue sono vere. Non ci sono persone senza un popolo in mezzo al quale stiano inserite e non esiste un popolo senza persone libere che lo formino. Recitando i salmi, troveremo in essi la nostra radiografia spirituale, personale e collettiva. In essi identifichiamo i nostri stati d’animo: disperazione e allegria, paura e fiducia, lutto e danza, voglia di vendetta e desiderio di perdono, interiorità e fascino per la grandezza del cielo stellato. Egregiamente espresso dal riformatore Calvino (1509-1564). nell’introduzione al suo grandioso commentario ai salmi: «È mia abitudine definire questo libro come una anatomia di tutte le parti dell’anima, perché non esiste sentimento umano che non vi sia rappresentato come in uno specchio. Credo che lo spirito Santo ci ha messo dentro, al vivo, tutti i dolori, tutte le tristezze, tutti i timori, tutti i dubbi, tutte le speranze, tutte le preoccupazioni, tutte le perplessità e le emozioni più confuse che agitano abitualmente lo spirito umano”». Siccome rivelano la nostra autobiografia spirituale, i Salmi rappresentano la parola dell’essere umano a Dio e al tempo stesso parola di Dio all’essere umano. Il salterio è sempre servito come consolazione e segreta fonte di senso, specialmente quando irrompe nell’umanità la sua sprotezione, l’ingiustizia e la minaccia di morte. Il filosofo francese Henri Bergson (1859-1941) ha lasciato una insospettabile testimonianza: “Tra le centinaia di libri che ho letto, nessuno mi ha regalato tanta luce e conforto come questo versetto del salmo 23: “Il Signore è mio pastore, non mi manca nulla. Anche se sto attraversando una valle buia, non ho paura perché tu sei con me”. Un esempio. Un ebreo, circondato dai figli, veniva spinto verso la camera a gas ad Auschwitz, sapeva di andare incontro allo sterminio. Ciò nonostante, recitava a voce alta il salmo 23: “Il Signore è mio pastore anche se andassi per la valle più buia, di nulla avrei paura, perché tu resti al mio fianco”. La morte non rompe l’unione con Dio. È un passaggio, sia pure doloroso verso il grande abbraccio infinito della pace eterna. Insomma, i Salmi sono poesie religiose e mistiche della più pura forma. Come ogni poesia, crea di nuovo la realtà con metafore e immagini ricavate dall’immaginario. Questa obbedisce a una sua propria logica, differente da quella della “razionalità”. Con l’immaginario trasfiguriamo situazioni e fatti, scoprendo in essi sensi occulti e messaggi divini. Per questo diciamo che non solo abitiamo prosaicamente il mondo, ma cogliamo il senso più manifesto dello svolgersi abituale degli avvenimenti. I Salmi ci insegnano ad abitare poeticamente il mondo, vedendo l’altro lato delle cose e un altro mondo dentro al mondo di bellezza e incanto. Così la realtà si tramuta in un grande sacramento di Dio, piena di sapienza, di ammonimenti e lezioni che rendono più sicura la nostra camminata verso la Fonte come dice bene il salmo 138, 7-8) “quando cammino in mezzo ai pericoli, tu mi salvi la vita e resti al mio fianco”. Leonardo Boff e autore di O Senhor é meu pastor. Consolo divino para o desamparo humano, Vozes, 2001. o. Milioni e milioni di persone, ebrei, cristiani, religiosi di ogni tradizione, tutti i giorni recitano o cantano i salmi, specialmente religiosi, religiose e sacerdoti che recitano il cosiddetto «Ufficio delle ore» giornaliero.
Non sappiamo esattamente chi siano stati g…li autori di queste orazioni, dato che essi hanno raccolto preghiere che circolavano in mezzo al popolo. Molte sono sicuramente di Davide (sec 10º a.C.). È considerato il Salmista per antonomasia. Era stato pastore, guerriero, profeta, poeta, musicista, e profondamente religioso. Conquistò il monte Sion dentro Gerusalemme e là, intorno all’Arca dell’Alleanza, organizzò il culto e introdusse i Salmi.
Quando si dice «salmo di Davide» il più delle volte significa “composto sullo stile di Davide”.
I salmi sono apparsi nell’arco di quasi 1000 anni in luoghi di culto e recitati dal popolo fino all’epoca dei Maccabei, ch ne fecero una raccolta (II sec a.C.). Il Salterio, è un microcosmo storico simile a una cattedrale del medioevo in costruzione per secoli: per generazioni e generazioni mani di uomini che assimilavano cambiamenti di stile architettonico delle varie epoche. Così ci sono salmi che rivelano differenti concezioni di Dio, proprie di una determinata epoca, come quelle, a noi estranee che esprimono desideri di vendetta e il giudizio implacabile di Dio.
I salmi testimoniano la profonda convinzione che Dio, anche se abita in una luce inaccessibile, sta in mezzo a noi, abita in una specie di tenda (shekinah). Possiamo arrivare a lui con suppliche, lamentazioni, sentimenti di lode e ringraziamento. Lui è sempre pronto ad ascoltarci.
Il luogo denso della sua presenza è il tempio dove si cantano i salmi. Ma In quanto creatore del cielo e della terra, sta in qualsiasi luogo, anche se nessun luogo può contenerlo.
A ragione gli ebrei dicevano orgogliosi: nessun popolo ha un Dio vicino come noi! Vicino a ciascuno e in mezzo al popolo. I Salmi rivelano la coscienza della vicinanza divina ed il suo abbraccio consolatore. Per questo c’è in essi intimità personale, senza scadere nell’intimismo c’è una preghiera collettiva senza fare ombra all’esperienza personale. Una dimensione rafforza l’altra, perché ambedue sono vere. Non ci sono persone senza un popolo in mezzo al quale stiano inserite e non esiste un popolo senza persone libere che lo formino.
Recitando i salmi, troveremo in essi la nostra radiografia spirituale, personale e collettiva. In essi identifichiamo i nostri stati d’animo: disperazione e allegria, paura e fiducia, lutto e danza, voglia di vendetta e desiderio di perdono, interiorità e fascino per la grandezza del cielo stellato. Egregiamente espresso dal riformatore Calvino (1509-1564). nell’introduzione al suo grandioso commentario ai salmi:
«È mia abitudine definire questo libro come una anatomia di tutte le parti dell’anima, perché non esiste sentimento umano che non vi sia rappresentato come in uno specchio. Credo che lo spirito Santo ci ha messo dentro, al vivo, tutti i dolori, tutte le tristezze, tutti i timori, tutti i dubbi, tutte le speranze, tutte le preoccupazioni, tutte le perplessità e le emozioni più confuse che agitano abitualmente lo spirito umano”».
Siccome rivelano la nostra autobiografia spirituale, i Salmi rappresentano la parola dell’essere umano a Dio e al tempo stesso parola di Dio all’essere umano. Il salterio è sempre servito come consolazione e segreta fonte di senso, specialmente quando irrompe nell’umanità la sua sprotezione, l’ingiustizia e la minaccia di morte. Il filosofo francese Henri Bergson (1859-1941) ha lasciato una insospettabile testimonianza: “Tra le centinaia di libri che ho letto, nessuno mi ha regalato tanta luce e conforto come questo versetto del salmo 23: “Il Signore è mio pastore, non mi manca nulla. Anche se sto attraversando una valle buia, non ho paura perché tu sei con me”. Un esempio. Un ebreo, circondato dai figli, veniva spinto verso la camera a gas ad Auschwitz, sapeva di andare incontro allo sterminio. Ciò nonostante, recitava a voce alta il salmo 23: “Il Signore è mio pastore anche se andassi per la valle più buia, di nulla avrei paura, perché tu resti al mio fianco”. La morte non rompe l’unione con Dio. È un passaggio, sia pure doloroso verso il grande abbraccio infinito della pace eterna.
Insomma, i Salmi sono poesie religiose e mistiche della più pura forma. Come ogni poesia, crea di nuovo la realtà con metafore e immagini ricavate dall’immaginario. Questa obbedisce a una sua propria logica, differente da quella della “razionalità”. Con l’immaginario trasfiguriamo situazioni e fatti, scoprendo in essi sensi occulti e messaggi divini. Per questo diciamo che non solo abitiamo prosaicamente il mondo, ma cogliamo il senso più manifesto dello svolgersi abituale degli avvenimenti.
I Salmi ci insegnano ad abitare poeticamente il mondo, vedendo l’altro lato delle cose e un altro mondo dentro al mondo di bellezza e incanto. Così la realtà si tramuta in un grande sacramento di Dio, piena di sapienza, di ammonimenti e lezioni che rendono più sicura la nostra camminata verso la Fonte come dice bene il salmo 138, 7-8) “quando cammino in mezzo ai pericoli, tu mi salvi la vita e resti al mio fianco”.
Leonardo Boff è autore di O Senhor é meu pastor. Consolo divino para o desamparo humano, Vozes, 2001.

il teologo J.Sobrino e il ‘ritorno a Gesù di Nazareth’

Sobrino

J. Sobrino, da par suo, ci richiama all’estrema opportunità di un movimento biblico-teologico volto a recuperare il più possibile la vera persona, pensiero e atteggiamenti di Gesù di Nazareth: quello di ignorare di fatto la figura reale di Gesù è un pericolo e una tentazione che produce solo ‘spiritualismo’ e ‘devozionismo’: “C’è molto spiritualismo senza Gesù e molta devozione a Cristo senza il Gesù reale”:

 

Il ritorno a Gesù di Nazareth

di Jon Sobrino

La tentazione di ignorare Gesù di Nazareth è stata e continua a essere grande. C’è molto spiritualismo senza Gesù e molta devozione a Cristo senza il Gesù reale, quello del Vangelo di Marco e quello della lettera agli Ebrei, il Gesù storico, quello dei poveri, quello che ha illuminato molte menti, che ha spinto a lottare per la giustizia, a volte fino al sacrificio della propria vita.

In El Salvador c’è stato un ritorno a Gesù che è coinciso con l’epoca di monsignor Romero e dei martiri. Non suona bene dire che bisogna “tornare indietro”, ma se non lo facciamo difficilmente ci sarà quella riforma della Chiesa a cui lavora Francesco. E per quanto non sia necessario dirlo, a questo Gesù bisogna tornare, senza trascurare tutto il buono che abbiamo appreso dopo Monsignore.  Solo “tornare indietro” sarebbe insensato. Ma “non tornare” significherebbe distanziarci ancora di più da Gesù di Nazareth. Vediamo due denunce classiche di questo allontanamento.

Nella “Leggenda del grande inquisitore” de I Fratelli Karamazov di Dostoevskij, al Cristo che non dice una parola (il riferimento è a un Gesù reale con un messaggio reale) l’inquisitore rinfaccia l’errore di aver voluto portare la libertà, quando ciò che gli esseri umani realmente desiderano è la sicurezza. Quella che offre loro la Chiesa. In un primo momento gli annuncia che finirà sul rogo, ma alla fine lo lascia andar via: «Tante grazie per essere venuto 1.500 anni fa, ma ora di te non abbiamo più bisogno». E conclude con queste parole diventate celebri, che illustrano in maniera terribile il nostro tema. «In realtà ci sei di intralcio. Vattene e non tornare più». Gesù di Nazareth è espulso dalla Chiesa perché è di intralcio. Con lui non possiamo vivere in pace. Possiamo, sì, vivere in pace con un Cristo che si conforma ai nostri gusti e ai nostri interessi.

In parole non molto magniloquenti, ma non per questo meno serie, il Garaudy dell’epoca marxista chiedeva ai cristiani: «Uomini di Chiesa, restituiteci Gesù». La denuncia riguarda il fatto che i cristiani lo hanno trasformato in un proprio monopolio, per di più imprigionandolo. Senza Gesù potremo continuare a parlare di Cristo, ma senza introdurre nel mondo il potenziale umanizzatore di Gesù di Nazareth.

Senza Gesù di Nazareth non sappiamo chi è Cristo. Al Cristo non si può andare incontro senza camminare insieme a Gesù di Nazareth, riproducendo ciò che ha fatto lui: annunciare una buona notizia, denunciare l’oppressione, trasmettere l’esigenza di conversione, prendersi carico della croce. Tutto ciò riponendo la propria fiducia in un Dio che è Padre e offrendo la disponibilità a un Padre che è Dio.

Gesù di Nazareth è un eu-aggelion, una buona notizia. Quello che di Gesù doveva colpire la gente che si rivolgeva a lui da ogni dove erano le sue attività liberatrici, le guarigioni, le espulsioni di demoni; la sua accoglienza nei confronti dei peccatori e degli emarginati, delle donne e dei bambini; la sua prassi di denuncia e di smascheramento; le sue benedizioni ai poveri e le sue maledizioni ai potenti; la celebrazione della vita nella mensa condivisa con amici e gente di malaffare. In sintesi, quello che colpiva era il suo messaggio di speranza: «Il Regno di Dio si avvicina». Ma doveva colpire anche il suo specifico modo d’essere.

Gesù parlava con autorità, non come i politici che parlano a vuoto, né come i fanatici, né come funzionari al soldo. Attraeva i bisognosi con la sua compassione ed è per questo che essi, nelle loro tribolazioni, si rivolgevano a lui con un’argomentazione decisiva: «Signore, abbi compassione di me». I bambini non avevano paura di lui, e le donne trovavano in lui rispetto, comprensione, difesa, accoglienza, trattamento degno e affettuoso. In Gesù i poveri incontravano qualcuno che li amava e li difendeva, senza altra ragione che quella della loro necessità e delle loro sofferenze, dell’oppressione e del disprezzo che subivano. Alla fine della sua vita trovò in questa gente la sua migliore protezione, e per questo dovettero arrestarlo a tradimento, di notte e di nascosto.

E di Gesù colpivano l’integrità e la fedeltà. Insomma, la sua immensa coerenza. Compiva egli stesso, in maniera eccellente, quello che chiedeva agli altri: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso».

E ancor più doveva colpire e forse meravigliare il fatto di vedere unite in una persona realtà che difficilmente vanno insieme. Gesù fu un uomo di misericordia – «provo compassione per questa gente» – e di denuncia profetica dura: «Guai a voi, ricchi!». Uomo di grande forza – «chi mi vuole seguire prenda la sua croce» – e di delicatezza: «La tua fede ti ha salvato». Uomo che esige l’amore: «Non c’è comandamento più grande», e che si inginocchia per lavare i piedi agli altri. Uomo che ha fiducia, che riposa in un Dio che è Padre, “abba”, e che è solo dinanzi a un Padre che continua a essere Dio e che non lo lascia riposare: «Dio mio, perché mi hai abbandonato?».

Gesù di Nazareth ha colpito Ignacio Ellacuría come una buona notizia. Alcuni teologi della Liberazione, e tra i più prestigiosi, che usino o meno il termine, hanno visto Gesù, e lo hanno confessato, come eu-aggelion. E lasciamo al lettore decidere se in questo Gesù di Nazareth hanno sperimentato una buona notizia e più Vangelo che in dogmi e documenti ecclesiastici.

Questo è ciò che ha scritto Leonardo Boff. «Nel contatto con Gesù, ognuno incontra se stesso e ciò che vi è di meglio dentro di sé: chiunque è condotto a ciò che vi è di più essenziale. Per me la cosa più importante che si è detta di Gesù nel Nuovo Testamento non è tanto che egli è Dio, Figlio di Dio, Messia, ma che è passato per il mondo facendo il bene, curando gli uni e consolando gli altri. Come mi piacerebbe che si dicesse questo di tutti e anche di me».

Su Ignacio Ellacuría ha scritto uno dei suoi studenti: «In un corso di teologia, p. Ellacuría stava analizzando la vita di Gesù quando all’improvviso la razionalità se ne andò e straripò il cuore. E disse: “Il fatto è che Gesù ha dato prova di giustizia per andare fino in fondo e allo stesso tempo ha avuto occhi e viscere di misericordia per comprendere gli esseri umani”. Ellacu rimase zitto e concluse con queste parole: “È stato un grande uomo”».

Quanti vogliano riformare la Chiesa dovranno fare molte cose. Ma la più importante, a mio giudizio, è “tornare a Gesù di Nazareth”.

 

Saviano: preti, mafia e papa Francesco

Saviano

in riferimento al ricevimento delle famiglie delle vittime della mafia da parte di papa Francesco, R. Saviano riflette opportunamente sulle parole del papa ritenendole ‘forti’, ‘definitive’, capaci di sgretolare quella ‘teologia’ che realmente c’è in genere dietro i comportamenti anche i più efferati degli uomini delle mafia

importanti anche perché evidenziano troppi comportamenti ecclesiali di ambiguità, di tolleranza, di silenzio e di tacita legittimazione della stessa mafia:

I preti e i boss

 

di Roberto Saviano

in “la Repubblica” del 22 marzo 2014

 

Le parole pronunciate dal Papa sono parole definitive. Tuonano forti non a San Pietro dove saranno risultate naturali, persino ovvie. Tuonano epocali a Locri, Casal di Principe, Natile di Careri, San Luca, Secondigliano, Gela, in quelle terre dove l’azione mafiosa si è sempre accompagnata ad atteggiamenti religiosi ostentati in pubblico. Chi non conosce i rapporti tra cosche e Chiesa potrà credere che sia evidente la contraddizione tra la parola di Cristo e il potere mafioso. Non è così. Per i capi delle organizzazioni criminali il loro comportamento è cristiano e cristiana è l’azione degli affiliati. In nome di Cristo e della Madonna si svolge la loro vita e la Santa Romana Chiesa è il riferimento  dell’organizzazione. Per quanto assurdo possa apparire il boss — come mi è capitato di scrivere già diverse volte — considera la propria azione paragonabile al calvario di Cristo, perché assume sulla propria coscienza il dolore e la colpa del peccato per il benessere degli uomini su cui comanda. Il “bene” è ottenuto quando le decisioni del boss sono a vantaggio di tutti gli affiliati del territorio su cui comanda. Il potere è espressione di un ordine provvidenziale: anche uccidere diventa un atto giusto e necessario, che Dio  perdonerà, se la vittima metteva a rischio la tranquillità, la pace, la sicurezza della “famiglia”. C’è tutta una ritualità distorta di provenienza religiosa che regola la cultura delle cosche. L’affiliazione alla ‘ndrangheta avviene attraverso la “santina”, l’effigie di un santo su carta, con una preghiera. San Michele Arcangelo è il santo che protegge le ‘ndrine: sulla sua figura si fa colare il sangue dell’affiliato nel rito dell’iniziazione. Padre Pio è il santo la cui icona è in ogni cella di camorrista, in ogni casa di camorrista, in ogni portafoglio di affiliato. Nicola, ex appartenente al clan Cesarano ha raccontato: “Mi sono salvato una volta, quando ero giovane, perché un proiettile è stato deviato. I medici mi hanno detto che è stata una costola a evitare che il colpo fosse mortale. Ma io non ci credo. Quello che mi ha sparato mi ha sparato al cuore, non è stata la costola, è stata la Madonna”. La Madonna, oggetto di preghiere: è a lei che ci si rivolge per sovrintendere gli omicidi. In quanto donna e madre di Cristo sopporta il dolore del sangue e perdona. Rosetta Cutolo veniva trovata in chiesa nelle ore delle mattanze ordinate da don Raffaele: pregava la Madonna di  intercedere presso Cristo per far comprendere che la condanna a morte e la violenza era necessaria. A Pignataro Maggiore esiste “la madonna della camorra” che il defunto boss Raffaele Lubrano ucciso in un agguato nel 2002, fece restaurare a sue spese, nella sala Moscati attigua alla chiesa madre. Anche Giovanni Paolo II aveva pronunciato — il 9 maggio del 1993 ad Agrigento — un attacco durissimo alla mafia: “convertitevi una volta verrà il giudizio di Dio”. Due mesi dopo i corleonesi misero una bomba a San Giovanni in Laterano. Ma Francesco I non parla solo a chi spara: ha abbracciato i parenti delle vittime della mafia, ha abbracciato don Luigi Ciotti, un sacerdote che non era mai stato accolto da un pontefice in Vaticano e con Libera è  diventato l’emblema di una chiesa di strada, che si impegna contro il potere criminale. La chiesa di don Diana, che fu lasciato solo a combattere la sua battaglia. Oggi Francesco invita a stare a fianco dei don Diana. Le sue parole rompono l’ambiguità in cui vivono quelle parti di chiesa che da sempre fanno finta di non vedere, che sono accondiscendenti verso le mafie, e che si giustificano in nome di una “vicinanza alle anime perdute”. Gli affiliati non temono l’inferno promesso dal Papa: lo conoscono in vita. Temono invece una chiesa che diventa prassi antimafiosa. Le parole di Francesco I potranno cambiare qualcosa davvero se la borghesia mafiosa sarà messa in crisi da questa presa di posizione, se l’opera pastorale della chiesa davvero inizierà a isolare il danaro criminale, il potere politico condizionato dai loro voti. Insomma se tutta la chiesa — e non solo pochi coraggiosi sacerdoti — sarà davvero parte attiva nella lotta ai capitali criminali. Dopo queste parole o sarà così o non sarà più

p.Maggi e p. Pagola commentano il vangelo

p. Maggi

 

 SORGENTE DI ACQUA CHE ZAMPILLA PER LA VITA ETERNA 

Commento al vangelo della terza domenica di quaresima(23 marzo 2014) di p. Alberto Maggi 

Gv 4,5-42

In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani.
Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”,
tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?».
Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero».
Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».
In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna.
Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». Uscirono dalla città e andavano da lui.
Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete».
E i discepoli si domandavano l’un l’altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera.
Voi non dite forse: ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l’altro miete. Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica».
Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

Sono tre i personaggi femminili nel vangelo di Giovanni, ai quali Gesù si rivolge con l’appellativo “donna”, che significa “sposa, moglie” e rappresentano in qualche modo le spose di Dio. Il rapporto tra Dio e il suo popolo, attraverso i profeti, in particolare da Osea in poi, il profeta della Samaria, era raffigurato come quello di un matrimonio. Dio era lo sposo e il popolo la sua sposa.
Allora in questo vangelo Gesù si rivolge chiamandola “donna”, cioè “sposa”, la madre alle nozze di Cana, la madre rappresenta il popolo che è stato sempre fedele a Dio, testimone della nuova alleanza che Gesù verrà a proporre, perché in quella vecchia non c’è vino, cioè manca l’amore.
Poi Gesù, nel brano che adesso vediamo, si rivolge con lo stesso appellativo “donna”, moglie, alla donna adultera, la sposa adultera, che lo sposo va a riconquistare non attraverso delle minacce o dei castighi, ma con un’offerta ancora più grande di amore. Infine, il terzo ed ultimo personaggio femminile al quale Gesù si rivolgerà chiamandola “donna” è Maria di Magdala che rappresenta la nuova comunità, la sposa del Signore.
In questo brano c’è l’intenzione di Dio, che è Gesù, di recuperare la sposa adultera. Ecco perché nel versetto che purtroppo la liturgia ha eliminato da questa lettura (i versetti 3 e 4) si legge che “Gesù lasciò la Giudea, si diresse di nuovo verso la Galilea” e, scrive l’evangelista, “doveva perciò attraversare la Samaria”.
Questo “doveva attraversare la Samaria”, non si deve a un itinerario geografico. Normalmente dalla Giudea alla Galilea si percorreva la più comoda e tranquilla vallata del Giordano, perché, essendoci inimicizia tra galilei, giudei e samaritani, attraversando quella regione significare andare incontro a guai.
E spesso ci si lasciava la pelle. Allora questo “dover” da parte di Gesù “attraversare la Samaria”, non si deve a motivi di itinerario, ma a motivi teologici.
E’ lo sposo che va a recuperare la sposa adultera. L’evangelista ci presenta una donna samaritana, anonima. Quando i personaggi sono anonimi significa che sono personaggi rappresentativi di una realtà che l’evangelista vuole presentare. E Gesù, indifferente ai conflitti della razza, della religione e del sesso, si rivolge a questa donna chiedendole da bere. E’ una cosa che un uomo giudeo non avrebbe mai fatto, chiedere a una donna, e per di più ad una samaritana, una nemica, che è considerata impura.
Infatti la donna samaritana si meraviglia e chiede a Gesù: “«Come mai tu che sei giudei, chiedi da bere a me che sono donna»”, e lo sottolinea, un uomo non rivolge la parola a una donna, e poi questa è samaritana. I samaritani, per la loro idolatria che adesso vedremo, erano considerati impuri, nemici di Dio e nemici di tutti gli uomini. E l’evangelista diplomaticamente sottolinea: “I giudei infatti non hanno rapporti con i samaritani”, ovvero se le davano di santa ragione tutte le volte che si trovavano.
Bene, Gesù ha chiesto un minimo segno di accoglienza, di ospitalità, per poi rispondere lui con il suo dono. E “Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio»”. Lo sposo va a riconquistare la sposa adultera, non attraverso le minacce, ma con un’offerta ancora più grande del suo amore. E dice Gesù: “se tu conoscessi questo dono e colui che ti da da bere, tu stessa gli avresti chiesto acqua viva”, cioè l’acqua della sorgente.
Ed ecco che qui il dialogo si svolge tra due differenti termini che riguardano il luogo di quest’acqua.
Dispiace che i traduttori non ne tengano conto. Mentre la donna parla di pozzo, che significa un luogo dove c’è l’acqua, ma l’acqua non è viva e, soprattutto, esige lo sforzo dell’uomo, in questo caso della donna, per attingere l’acqua.
Il pozzo è l’immagine della legge e l’acqua è quella che da la vita. Mentre la donna parla di pozzo, cioè lei non conosce un dono gratuito, Gesù le parla di sorgente. Nella sorgente l’acqua è viva, l’acqua zampilla, e soprattutto non richiede nessuno sforzo da parte della donna che ha sete, se non quello di bere. Infatti Gesù le risponde: “«Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete»”, immagine della legge. La legge non riesce a rispondere al desiderio che ogni uomo porta dentro.
Perché, per la legge, l’uomo è sempre limitato, inadeguato, inadempiente. Ma Gesù dichiara: “«Chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno»”. Il suo messaggio, la sua persona, è la risposta di Dio al desiderio di pienezza che ogni persona si porta dentro. E, aggiunge Gesù: “«Anzi, l’acqua che io gli darò, diventerà in lui …»”, quindi non è più un’acqua esterna, ma un’acqua interiore “«… una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna»”. L’amore di Dio, che attraverso Gesù viene comunicato all’uomo, nella misura in cui l’uomo lo accoglie e lo trasmette agli altri, in questo dinamismo di un amore ricevuto e di un amore comunicato, realizza, fa crescere e matura la sua esistenza per sempre. Rende la vita indistruttibile.
Quindi non è un’esperienza di osservanza di una legge esterna all’uomo, ma l’esperienza di una forza interiore, perché Dio non governa gli uomini emanando leggi che questi devono osservare, ma comunicando loro la sua stessa capacità d’amore. A questo punto, stranamente, Gesù chiede alla donna di andare a chiamare il marito. La risposta della donna è che non ha marito. E Gesù le fa notare che ha avuto cinque mariti.
Cosa significa questo? Abbiamo visto che la donna è anonima; i personaggi anonimi sono personaggi rappresentativi, quindi la donna rappresenta la Samaria, e cosa sono questi cinque mariti? Questa regione era stata popolata da coloni provenienti da altre nazioni i quali avevano portato le loro divinità. Per cui su cinque monti c’erano cinque templi a cinque divinità. Poi, sul monte Garizim, il tempio a Jahvè.
Quindi adoravano Jahvè, ma insieme agli altri dei. E, nella lingua ebraica, “signore” e “marito” hanno lo stesso significato. La donna capisce. Capisce che quello che quello che ha chiamato Signore adesso è un profeta, e si richiama alla tradizione. “«I nostri padri hanno adorato su questo monte, voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare»”. Ha compreso il richiamo di Gesù ed è disposta a tornare al vero Dio.
Solo che vuole sapere dove. Ci sono tanti santuari, specialmente quello importante del Garizim, dove adorano il Dio di Israele, ma c’è anche quello di Gerusalemme . Allora lei è disposta a tornare a Dio, ma vuole sapere dove. Ecco la novità importante che Gesù proclama a questa donna samaritana, la fine del tempio, la fine del culto. “«Credimi o donna»”, le si rivolge chiamandola “donna”, sposa, “«Viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre».
Lei s’è richiamata ai padri, “i nostri padri”, Gesù la invita ad accogliere il Padre, lei pensava di andare in un luogo per offrire a Dio, ora è iniziata l’epoca in cui è Dio che si offre agli uomini, chiede di essere accolto per aumentare la loro capacità d’amore e renderli capaci di un amore generoso e incondizionato come il suo. Ecco l’importante annunzio di Gesù: “«Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità»”.
Spirito e verità è un’espressione che indica l’amore fedele. L’unico culto che Dio chiede non parte dagli uomini verso Dio, ma dal Padre verso gli uomini. E’ la comunicazione del suo amore che l’uomo fa proprio, e l’unico culto che Dio gli chiede è il prolungamento di questo amore. Spirito e verità significa un amore vero. Quand’è che l’amore è vero? Quando l’amore è fedele. Infatti … e qui c’è la traduzione della CEI … “«Infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano»”. E meglio andare al testo originale, dove l’evangelista dice: “«Infatti il Padre cerca tali adoratori»”
E’ tanta l’urgenza del Padre di manifestarsi agli uomini, che il Padre li cerca per realizzare il suo disegno d’amore. Ed ecco l’espressione stupenda di Gesù: “«Dio è spirito»”; Spirito non è qualcosa di astratto, ma significa l’energia vitale creatrice. “«E quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità»”, in amore fedele. Quindi Dio è energia d’amore creatrice che chiede soltanto di essere accolto dall’uomo per prolungare il suo amore per tutta l’umanità. Questa è la novità apportata da Gesù. E’ la fine del tempio, perché non c’è più bisogno del tempio, e la fine del culto, che era una diminuzione dell’uomo nei confronti di Dio. L’uomo doveva togliersi qualcosa per darla a Dio. Nel nuovo culto è Dio che si offre agli uomini perché con lui e come lui, si diano a tutta l’umanità.

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A GUSTO CON DIO

commento di p. Pagola:
La scena è avvincente. Stanco della strada, Gesù si siede vicino alla sorgente di Giacobbe. Poco dopo arriva una donna a tirare fuori acqua dal pozzo. Appartiene ad un popolo semi-pagano, disprezzato dagli ebrei.
Con molta spontaneità, Gesù inizia un dialogo con lei. Egli non sa guardare nessuno con disprezzo, e perciò lo fa con tenerezza grande. “Donna, dammi da bere.” La donna… rimane sorpresa. Come mai egli osa entrare in contatto con una samaritana? Come fa quell’uomo ad abbassarsi a parlare con una donna sconosciuta?. Le parole di Gesù la sorprenderanno ancora di più: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti chiede da bere, gli chiederesti tu stessa di dartene, ed egli ti darebbe dell’acqua della vita.”
Sono molte le persone che, durante questi anni, sono andate allontanandosi da Dio, senza per niente notare quello che realmente stava accadendo nel proprio interiore. Oggi Dio risulta per loro un “essere estraneo”. Tutto ciò che è relazionato con lui, sembra loro vuoto ed insensato: un mondo dell’infanzia sempre più lontano.
Li capisco. So quello che possono provare. Anche io mi sono ritrovato pian piano ad allontanarmi da quel “Dio” della mia infanzia che svegliava dentro me tante paure, prurito e malessere.
Probabilmente, senza Gesù non mi sarei ritrovato mai con un Dio che oggi è per me un Mistero di bontà: una presenza amichevole ed accogliente di cui posso fidarmi sempre.   Non mi ha mai attratto il duro compito di verificare la mia fede con prove scientifiche: credo che sia un errore trattare il mistero di Dio come se fosse un oggetto da laboratorio.
Neanche i dogmi religiosi mi hanno aiutato a ritrovarmi con Dio. Semplicemente mi sono lasciato condurre da una fiducia in Gesù che è continuata a crescere con gli anni.   Non saprei dire esattamente come si regge oggi la mia fede in mezzo ad una crisi religiosa che mi scuote, come d’altra parte scuote tutti. Posso dire solamente che Gesù mi ha portato a vivere la fede in Dio in maniera semplice dal profondo del mio essere.
Se io ascolto, Dio non tace. Se io mi apro, egli non si rinchiude. Se io mi affido, egli mi accoglie. Se io mi arrendo, egli mi sostiene. Se io affondo, egli mi rialza.
Credo che l’esperienza più importante e primaria è ritrovarci a gusto con Dio perché lo percepiamo come una “presenza salvifica”.
Quando una persona sa quello che è vivere si ritrova a gusto con Dio perché, nonostante la nostra mediocrità, i nostri errori ed i nostri egoismi, egli ci accoglie come siamo, e ci spinge ad affrontare la vita in pace, e difficilmente abbandoneremo la fede. Molte persone oggi stanno abbandonando Dio prima di conoscerlo realmente.
Se conoscessero l’esperienza di Dio che Gesù ci fa fare, lo cercherebbero.
Cerca di sperimentare il Dio che Gesù ti trasmette.
José Antonio Pagola

 

un preoccupante sfacciato razzismo contro i rom

 

Giornata contro il Razzismo

in alto, il cartello apparso sulla vetrina del panificio, a Roma

giustissima la protesta vigorosa dell’ ‘associazione  21 luglio’ per il gesto sfacciatamente razzista accaduto a Roma, quartiere Tuscolano, nei giorni scorsi: un cartello comparso fuori di una panetteria in cui si vietava. addirittura ‘severamente’ (!), agli zingari di entrare

giustissimo anche il riferimento – vedi la foto riportata – a quanto accadde per gli ebrei nella Germania nazista o a quanto accadeva per i neri, in Sudafrica, durante l’apartheid:

“È severamente vietato l’ingresso agli Zingari”. Un cartello recante questa scritta è apparso nei giorni scorsi sulla vetrina di un esercizio commerciale, a Roma. Ingresso vietato. Come per gli ebrei nella Germania nazista. Come per i neri, in Sudafrica, durante l’Apartheid.

In occasione della Giornata Mondiale contro il Razzismo, che si celebra domani, l’Associazione 21 luglio ha inviato una lettera al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per esprimere profonda preoccupazione per il livello di conflittualità e ostilità che si registra nei confronti delle comunità rom e sinte e per l’emergenza democratica e civile che attraversa il nostro Paese.

Il cartello anti-rom, comparso sulla vetrina di un esercizio commerciale a Roma, è stato rimosso dall’esercente grazie all’intervento diretto di alcuni attivisti. In seguito, l’area legale dell’Associazione 21 luglio ha inviato una lettera di chiarimenti all’esercente, per scoraggiare, in futuro, il ripetersi di simili gesti.

Nel 1938 a Berlino, e in seguito in Germania e in molti territori occupati, prendeva il via la cosiddetta “campagna dei cartelli” – si legge nell’appello inviato al Presidente Napolitano -. Davanti alle porte dei negozi si poteva leggere: “In questo locale gli ebrei non sono graditi”, “È vietato l’ingresso ai cani, ai mendicanti, agli ebrei”, “Per ragioni d’igiene è vietato l’accesso ai giudei”. In un altro angolo del mondo, quindici anni dopo, la politica di segregazione razziale, istituita nel dopoguerra dal governo di etnia bianca del Sudafrica, sanciva una netta separazione tra bianchi e neri nell’accesso a parchi, mezzi pubblici e magazzini. Nei negozi i bianchi dovevano tassativamente essere serviti prima dei neri e sulle porte di alcuni esercizi era esplicitamente dichiarato: “For use by white persons” .

«A Roma “è severamente vietato l’ingresso agli Zingari” come lo era a Berlino per gli ebrei e a Soweto per i neri? Oppure siamo forse così assuefatti a una certa terminologia da ritenerla innocua e non percepire più la gravità di alcune affermazioni?», si chiede l’Associazione 21 luglio, secondo la quale livelli così alti di ostilità verso rom e sinti sono la conseguenza delle politiche discriminatorie e segregative che le istituzioni italiane attuano nei confronti di tali comunità, nonostante i ripetuti richiami delle autorità europee.

«Il popolo rom e sinto rappresenta in Italia la minoranza più discriminata e meno tutelata a causa di perversi processi sociali che rischiano di avvitare le nostre città in una spirale di odio incontrollato e talvolta volutamente sottovalutato – afferma l’Associazione 21 luglio -. 40.000 rom vivono in Italia in condizioni di povertà estrema e di segregazione spaziale e sociale. Circa 140 mila rom e sinti vivono invece in abitazioni convenzionali e conducono una vita di apparente normalità, se tale può chiamarsi un’esistenza in cui spesso è necessario, al di là del proprio status giuridico, nascondere la cultura di origine perché siano garantiti i diritti fondamentali».

La costruzione e la gestione dei “campi nomadi”, spazi nei quali è stata istituzionalizzata la discriminazione e la segregazione su base etnica, le innumerevoli azioni di sgombero che non rispettano le garanzie procedurali previste dalle convenzioni internazionali, le discriminazioni che riguardano i bambini rom e sinti nell’accesso ai servizi socio sanitari o all’educazione/istruzione hanno spinto l’Associazione a promuovere da un anno la campagna denominata “Stop all’Apartheid dei Rom!”, una iniziativa di sensibilizzazione per combattere pregiudizi e stereotipi, per avvicinare la società maggioritaria al mondo rom, per conoscere e lottare contro parole e azioni di incitamento all’odio.

Questo “Stop” – conclude la lettera al Presidente della Repubblica – va gridato con forza e urgenza, soprattutto in occasione dell’imminente Giornata Mondiale contro il Razzismo. Dobbiamo farlo tutti, rappresentanti della società civile e delle istituzioni, con coraggio ma anche con la responsabilità e la consapevolezza di quanti ancora credono che un’Italia multietnica, e quindi anche un’Italia Romanì, sia non solo ineludibile ma anche auspicabile».

razzismo dal … panettiere a Roma

“vietato l’ingresso agli zingari”

come cani lasciati fuori!

 

un fatto di chiaro taglio di discriminazione razzista è segnalato dall’ ‘associazione 21 luglio’: un cartello con su scritto: “vietato l’ingresso agli zingari” in una vetrina di una panetteria del quartiere del Tuscolano:

 

Il cartello, affisso da un negoziante di Roma, è stato rimosso solo dopo la minaccia di un’azione legale. L’associazione 21 luglio scrive a Napolitano: “Stop all’apartheid, contro rom e sinti una spirale di odio incontrollato e sottovalutato”

 Vietato l’ingresso agli zingari.  Come se fossero cani da lasciare fuori, col guinzaglio attaccato a un gancio. Neri in Sudafrica durante l’apartheid. Ebrei in Germania e in Italia quando i regimi fascista e nazista avevano varato le leggi razziali…

Eppure quel divieto è comparso pochi giorni fa a Roma sulla vetrina di una panetteria del popoloso quartiere Tuscolano. “È severamente vietato l’ingresso agli zingari” ha scritto il titolare e, probabilmente ritenendosi padrone pure del marciapiede, ha aggiunto: “Anche davanti al negozio”.

A denunciare e documentare con una foto del cartello questa vergogna è l’Associazione 21 luglio , un’organizzazione non profit impegnata nella promozione dei diritti delle comunità rom e sinte in Italia. Ha anche un osservatorio antidiscriminazioni che porta avanti una costante attività di controllo su giornali locali e nazionali, blog e siti web.

“Il cartello ci è stato segnalato dai nostri attivisti e abbiamo subito diffidato il titolare della panetteria. C’è stato uno scambio di mail con i nostri legali, e solo quando abbiamo minacciato di portarlo in tribunale l’ha finalmente rimosso” racconta a Stranieriinitalia.it Carlo Stasolla, presidente dell’associazione. Perché il panettiere aveva messo quel cartello? “Non ce lo ha spiegato, forse aveva avuto qualche esperienza negativa con persone rom. Fatto sta che non c’è giustificazione che tenga, quel cartello era razzista e quindi non poteva essere affisso per alcun motivo”.

È la prima volta che l’Associazione 21 luglio si trova davanti a un caso di questo tipo, ma la lista di discriminazioni contro i rom denunciate negli anni è molto lunga. “Non siamo noi, ma una nutritissima letteratura scientifica a dimostrare che la più grande minoranza in Europa è anche principale vittima di razzismo” sottolinea Stasolla.

L’associazione ha scritto una lettera al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. “A Roma “è severamente vietato l’ingresso agli Zingari” come lo era a Berlino per gli ebrei e a Soweto per i neri? Oppure siamo forse così assuefatti a una certa terminologia da ritenerla innocua e non percepire più la gravità di alcune affermazioni?”, si chiede la onlus, secondo la quale livelli così alti di ostilità verso rom e sinti sono la conseguenza delle politiche discriminatorie e segregative che le istituzioni italiane attuano nei confronti di tali comunità, nonostante i ripetuti richiami delle autorità europee.

“Il popolo rom e sinto rappresenta in Italia la minoranza più discriminata e meno tutelata a causa di perversi processi sociali che rischiano di avvitare le nostre città in una spirale di odio incontrollato e talvolta volutamente sottovalutato – denuncia  l’Associazione 21 luglio -. 40.000 rom vivono in Italia in condizioni di povertà estrema e di segregazione spaziale e sociale. Circa 140 mila rom e sinti vivono invece in abitazioni convenzionali e conducono una vita di apparente normalità, se tale può chiamarsi un’esistenza in cui spesso è necessario, al di là del proprio status giuridico, nascondere la cultura di origine perché siano garantiti i diritti fondamentali”.

I“campi nomadi”, sarebbero “spazi nei quali è stata istituzionalizzata la discriminazione” .  “La segregazione su base etnica, le innumerevoli azioni di sgombero che non rispettano le garanzie procedurali previste dalle convenzioni internazionali, le discriminazioni che riguardano i bambini rom e sinti nell’accesso ai servizi socio sanitari o all’educazione/istruzione” hanno spinto l’Associazione a promuovere la campagna “Stop all’Apartheid dei Rom!”.

“Questo “Stop” – conclude la lettera al Presidente della Repubblica – va gridato con forza e urgenza, soprattutto in occasione dell’imminente Giornata Mondiale contro il Razzismo. Dobbiamo farlo tutti, rappresentanti della società civile e delle istituzioni, con coraggio ma anche con la responsabilità e la consapevolezza di quanti ancora credono che un’Italia multietnica, e quindi anche un’Italia Romanì, sia non solo ineludibile ma anche auspicabile”.