per G. Gutierrez la’teologia della liberazione’ non è affatto morta

«Morta la Teologia della Liberazione? Non ho visto il funerale»

 

 

 

Rss Feed 

Twitter 
Gustavo Gutiérrez
Gustavo Gutiérrez
Per la prima volta il teologo peruviano Gustavo Gutiérrez è stato accolto come relatore in Vaticano, durante la presentazione di un libro con prefazione del Papa

 

per la prima volta, Gustavo Gutiérrez, teologo peruviano e “padre” della Teologia della Liberazione, è stato relatore in una conferenza del Vaticano. Momento storico successo lo scorso 25 febbraio nella presentazione del libro “Povero e per i poveri”, firmato dal prefetto della Congregazione per la  Dottrina della Fede, Gerhard Ludwig Müller, e nel quale ci sono anche alcuni suoi testi. Un libro che ha la prefazione di Papa Francesco. Sono segni di un’evidente distensione con una corrente teologica che deve ancora affrontare accese polemiche in America Latina. Gutiérrez  ha parlato con Vatican Insider sulla sua partecipazione nella presentazione:

 

Come si è arrivati a questa “riconciliazione”?

«La parola riconciliazione è un po’ forte per quello che c’è stato. Ci furono certi problemi con alcune persone, e neanche tanto giusti. Non ci fu alcuna determinazione opposta, altrimenti non avrei continuato a scrivere, ma non è andata così. Certo, ci sono delle persone che non sono d’accordo (con me), e io le rispetto. Ci sono molte teologie che a me non piacciono, ma non le perseguito. Ma uno è diverso. E poi, la gente della Chiesa crede che tutto succede nella Chiesa, ma non è vero. La Teologia della Liberazione ha avuto dei problemi, sopratutto con i politici e i militari. Due esempi: nel dicembre 1987 c’è stata una riunione, a Buenos Aires, tra gli eserciti del Canada fino a quelli del Cile e l’Argentina, di tutto il continente. E lei sa quale è stato il problema? Il pericolo della Teologia della Liberazione. Lei ha mai sentito che gli eserciti dell’Europa si siano riuniti per parlare sulla teologia di Rahner o di Congar? Mai. Noi, invece, si. Chi uccidono? La società civile. Abbiamo centinaia di persone assassinate e questo sempre sfugge alle persone. Chi ha uciso Romero? Roberto d’Aubuisson Arrieta, un militare ormai morto. Ma quest’uomo non era un uomo di Chiesa, rispondeva soltanto a certi interessi politici».

 

Quindi, c’è un clima di comprensione diverso?

«Oggi si, certamente. E questo ha a che vedere con quello che ho appena detto, perché toglie le armi a coloro che, senza alcuna ragione cristiana, non si fidano della Teologia della Liberazione. Perché si rendono conto che hanno a che vedere con la Chiesa tutta. E ben diverso. Ma è molto frequente. Un altro esempio: per la campagna presidenziale di Reagan, nel 1980, c’erano delle persone, che poi sarebbero state ambasciatori presso l’America Latina, che hanno emesso un documento nel quale avvertivano nella Teologia della Liberazione uno dei pericoli più grandi della politica estera degli Stati Uniti. Io non ho mai visto nessuno che dica, almeno, che parla di Dio. E questo è molto grave, è questo il clima che uccide».

 

Non sarà che alcuni hanno strumentalizzato la Teologia della Liberazione?

«Tutto può essere strumentalizzato. Ma anche in Sudafrica è stato usato il cristianesimo con l’Apartheid. Io non posso impedirlo. Uno può rispondere per se stesso o per amici. Del resto, se qualcuno usa le proprie idee, cosa può fare? Ci sono stati molti problemi, ma ci sono stati molti di più e più gravi nell’ambito civile. Perché, quindi, parliamo di “martirio latinoamericano”? Stiamo parlando di situazioni politiche, militari dell’America Latina. Connazionali del continente. Come nel Brasile sotto la dittatura, con Videla nell’Argentina, in Uruguay. Questo succedeva tanto, e uno degli argomenti più usati era che quelli che parlavano di diritti umani e giustizia sociale erano marxisti. Non è che nella Chiesa non ci siano stati dei problemi, sto indicando quello che, secondo me, è più grave. E questo influisce anche nella Chiesa, che si trova in questo mondo».

 

Lei avrebbe mai pensato di avere un amico Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede?

«Né lo immaginavo né lo avevo scartato, perché non si sa mai. E io prevedo poche cose. Ma no, certo di no, ma chi lo poteva prevedere…».

Questo potrebbe essere provvidenziale per il suo lavoro?

«Sì, potrebbe essere utile per il lavoro. Ma quello che conta per me è cosa sarà di tutti i poveri dell’America Latina. Lei mi chiede se per loro sarà utile? Penso di sì. Utile per la Teologia della Liberazione? Certo. Sarei uno sciocco me ne infischiassi. Io, fino ai 40 anni, non avevo mai parlato della Teologia della Liberazione, perché non sapevo. Ma ero comunque cristiano. Allora, se ero cristiano prima, spero di esserlo anche dopo. La gente mi dice: “La  Teologia della Liberazione è morta”. E io rispondo: Può darsi, ma nessuno mi ha invitato al funerale”. La teologia non è decisiva, lo sono le persone».

capitano anche di questi vescovi, grazie a Dio!

 

L’arcivescovo di Tangeri: “Ateo, omosessuale, non importa. Gesù non chiedeva l’identità

Articolo pubblicato su Religion Digital (Spagna) il 27 febbraio 2014

si respira il vangelo in queste parole del vescovo francescano di Tangeri, Santiago Agrelo, rilasciate in un’intervista a proposito di profughi che scappano da una povertà insopportabile, di leggi ingiuste che i popoli ricchi fanno per tutelarsi e tenere lontani i poveri e i disperati, a proposito di una chiesa troppo poco dalla parte degli ultimi, che erge nei loro confronti steccati anche ideologici: “Nessuna persona deve rimanere alla porta della mia casa, che sia di altra religione, ateo, omosessuale o che altro. Gesù non chiedeva l’identità. Resta ancora molto da cambiare nella nostra mentalità”:

“Bisogna distinguere due mondi: il mondo degli interessi nazionali, che non so con quali criteri vengano determinati, e il mondo della fede, nel quale non ci sono frontiere”, sottolinea l’arcivescovo di Tangeri, Santiago Agrelo, in visita a Valencia. In un’intervista con Paco Cerdà, il prelato rimarca: “magari noi che diciamo di aver fede in Dio o che crediamo nel Vangelo ci muovessimo con la stessa forza che questo sogno dà ai subsahariani che scavalcano il recinto!”.

Per l’arcivescovo francescano “se metto un recinto e delle lame taglienti sulla frontiera è perché ritengo che per determinate persone essa debba essere invalicabile”. Ma “ho io maggior diritto di valicarla rispetto a quello che ha il povero?”.
“Quando si tratta di fare leggi che riguardano i poveri lo facciamo sempre noi ricchi, e sempre dalla nostra prospettiva e non in base alle loro necessità. Da questo punto di vista le frontiere sono logiche per i ricchi, ma sono irrazionali, assurde, opprimenti e discriminatorie per i poveri. Sarebbe possibile che al momento di legiferare avessimo la delicatezza di chiedere loro cosa sperano e come potremmo aiutarli? aggiunge Agrelo. Riguardo all’immigrazione, Agrelo denuncia che “ci vantiamo che ogni anno ci visitano 60 milioni di turisti, ma chiudiamo le frontiere a questi 4 o 5.000 immigrati”. Una politica “erroneamente economicista” a parere dell’arcivescovo di Tangeri, che aggiunge anche: “devono cambiare le politiche e le coscienze”.
“Nella mia vita sono sempre stati presenti omosessuali e divorziati. Li ho visti come amici, alcune volte come amici intimi. Nella Chiesa nessuno deve emettere giudizi”, aggiunge quando viene interrogato sul punto di vista della Chiesa riguardo a queste realtà. “Nessuna persona deve rimanere alla porta della mia casa, che sia di altra religione, ateo, omosessuale o che altro. Gesù non chiedeva l’identità. Resta ancora molto da cambiare nella nostra mentalità”.
Riguardo alla funzione della Chiesa, Agrelo puntualizza che “è molto di più che essere solo una ONG”, anche se riconosce che riguardo al potere “abbiamo un problema serio. Invece di essere lievito nella massa sociale -cioè dissolverci in essa- continuiamo a pretendere di essere organi di potere. Sotto questo aspetto la Chiesa deve ancora percorrere un cammino di discernimento, rinuncia e impoverimento. Noi ci sentiamo ancora potenti. Ma questo a Dio non piace”.
“La vicenda della pedofilia ha aperto una ferita sanguinante nella Chiesa, perché è un problema molto serio e molto doloroso per le vittime a causa del danno fatto a tante persone”, constata con dolore il prelato, e aggiunge che “è doloroso perché la Chiesa, in generale, è stata indicata come la responsabile di questo danno”. “Io ho trascorso la vita tra bambini e giovani, ho dato la vita in mezzo a loro. E anche se a me non è mai successo, è terribile entrare in un bar e sentirti dire ‘pederasta’. Oltre a questo, ci fa molto dispiacere che la Chiesa venga associata al PP”.
Perché? “Ci dispiace perché il Vangelo non è di destra. Non so se riesco a farmi capire quando dico che Dio è di sinistra. Con questo non intendo che sia del PSOE o della Sinistra Unita. Dio sarebbe di destra se si preoccupasse di se stesso, invece è di sinistra perché si preoccupa di te e di me. La Chiesa deve dimostrare che non si preoccupa  di se stessa né di Dio, ma dell’altro. In questo senso, ci dispiace che veniamo identificati con politiche che si preoccupano del denaro e di cose che non hanno importanza”.

il sesso difficile e sofferto dei nostri ‘giovanissimi’

continua il viaggio (costellato di apprezzamenti e di tante polemiche) di B. Borromeo (su ‘ilfattoquotidiano’) nel mondo dei giovanissimi, in particolare riferimento alla modalità di vivere la propria sessualità e fare sesso
mi piace riportare qui la terza ‘puntata’ che  evidenzia la particolare sofferenza e disagio di un ragazzo che a motivo della propria omosessualità ha conosciuto desiderio di nascondersi, depressione, vergogna anche di fronte alla famiglia, volontà anche di farla finita …

GAY A 14 ANNI: “MI NASCONDO E A VOLTE PENSO DI FARLA FINITA”

SEX AND THE TEENS
LA PAURA E L’OMOSESSUALITÀ 
La depressione dopo il coming out: “Ho cominciato ad avere attacchi di panico. Non riuscivo più a dormire. Ho iniziato anche a fare uso di sonniferi. Vorrei andare da uno psicologo, ma come faccio a chiedere i soldi alla mia famiglia senza rompere il tacito accordo di non dire la verità?”

Continua il viaggio del Fatto nel mondo dei ragazzi che si confrontano col sesso Per Tommaso è la frustrazione più grande: “Non ho mai baciato nessuno. Ho provato a uscire con una, ma non ce l’ho fatta. Vivo come un dodicenne che non sa gestire la propria sessualità. I miei genitori mi facevano giocare con le bambole, ma preferiscono non sapere Io so di essere un peso, non voglio creare problemi. Per fortuna ho qualche amico”
E poi il momento arriva: per non nascondersi più, per ammettere, almeno con se stessi, quel che si sa da anni. Per lasciare che il gesto di qualcun altro cambi anche la propria vita. Ottobre di tre anni fa, liceo classico Berchet, Milano. Come ogni autunno, é tempo di autogestione. C’è chi parla di insegnanti, chi di voti e chi di politica. Il microfono passa di mano in mano e l’aula magna è gremita. Poi prende la parola Alessandro e davanti a tutta la scuola dice, semplicemente, “sono gay”. “H0 realizzato così — racconta Tommaso, 14 anni, che quel pomeriggio era seduto per terra in fondo alla classe — che anche io, prima o poi, avrei potuto fare coming out. Ma ho sentito alcuni ragazzi, in corridoio, prendere in giro Ale. Dargli del frocio, dire che non poteva usare l’assemblea per raccontare certe cose. Ho avuto paura, non ero pronto”. Poi Alessandro diventa rappresentante d’istituto e la sua popolarità cresce di continuo. L’anno dopo, torna sull’argomento. “Quel ragazzo ha parlato della sua omosessualità davanti ai compagni, agli insegnanti, pure ai suoi nonni. E’ stato davvero straordinario”, ricorda il preside, Innocente Pessina, mentre guarda una foto scattata quel giorno. Allora Tommaso si decide: “Ho mandato una email ad Ale dicendogli che sono anche io gay. E’ incredibile: finché non senti la tua voce che lo dice, finché non leggi le tue parole sullo schermo del computer, non lo realizzi davvero. Appena ho cliccato ‘invio’, invece, mi é sembrato surreale il fatto di non averne mai parlato prima. Lui mi ha risposto con uno smiley”.

LA SCOPERTA

Tommaso giura che, senza Alessandro, sarebbe rimasto nell’ombra per anni. Forse per sempre: “Credo che mi sarei sposato, forse avrei avuto dei figli. So di essere omosessuale da quando avevo 12 o 13 anni. Ma la mente di un ragazzino gay fa miracoli: rimuove tutto, ignora i segnali. lo rifiutavo il pensiero, schiacciavo dentro di me ogni impulso, ero terrorizzato che gli altri sapessero. Eppure non bastava: già a 10 anni i bambini mi chiedevano se fossi gay, mi prendevano in giro. ‘Sono normale’, giuravo, ma a quell’età la cattiveria é pazzesca. Le medie sono state difficilissime”. E ancora fino a un anno fa Tommaso “commentava” le compagne di scuola come tutti gli altri: “Per far parte della conversazione, per non essere tagliato fuori. Mi ero anche imposto di uscire con una, ma non ho avuto il coraggio. Non ce la facevo più .

IL PANICO E I SONNIFERI

Tommaso beve un caffé in un bar buio a pochi passi dalla scuola, Intorno non c’e nessuno, eppure parla a voce cosi bassa che è quasi impossibile sentirlo. E’ un ragazzo alto e magro, seduto con la schiena curva. Giocherella con le dita lunghe come candele con le bustine dello zucchero, e si sfoga senza pause: “Ho letto le storie di Chiara e Mattia che avete pubblicato la scorsa settimana. Sapere che a qualcuno importa quello che pensiamo, e che viviamo, mi ha fatto stare bene. Io ho nascosto tutto fino a che il mio malessere é diventato così forte da non poterlo più ignorare. Poi sono esploso”. E proprio quando ha ammesso di essere gay, racconta Tommaso, le cose sono, inaspettatamente, peggiorate: “Si pensa che il coming out basti per stare meglio, per liberarsi. Invece io ho cominciato ad avere attacchi di panico. La mia inclinazione alla tristezza — mi sento inadeguato, brutto, sfigato, escluso dai gruppi piu popolari, più in vista — si é trasformata in depressione. Spesso sono completamente incapace di reagire”. Tommaso ripercorre l’apatia che lo accompagna di giorno e le crisi d’ansia che lo assalgono di notte, quando pensa alla sua vita, alla morte, al futuro che non riesce a immaginare: “Ho cominciato a fare use di sonniferi un paio di  mesi fa. Non ho preso davvero in considerazione il suicidio, ma non e escluso che possa succedere. Credo di no, perché ho tanti amici. Spero di no, ma non so”.

I GENITORI

Tommaso parla dei genitori come se toccasse a lui proteggerli, difenderli dalla sua omesessualità. Li racconta come persone aperte, semplici, che sanno di avere un figlio gay, ma scelgono di non confrontarsi. “Vedere il proprio bambino e sapere che é gay é un peso. E io non voglio pesare su nessuno. La mia omosessualità crea problemi e io non voglio essere un problema. I miei non hanno mai cercato di cambiarmi, volevo giocare con le bambole e me l’hanno permesso. Non ho ancora detto niente perché non so come gestire questa situazione, non voglio che mi vedano così disperato”. E parlare con uno psicologo, per Tommaso, spezzerebbe quel tacito accordo che c’è con la sua famiglia: “Dovrei chiedere loro i soldi e non saprei come giustificarlo. Per fortuna ho i miei amici, che sono gli unici a placare la mia angoscia”.

I TALK SHOW

Tommaso parla già da un’oretta e la luce che filtra nel bar pian piano sparisce. Per lui non é più un’intervista. Pare più un’autoanalisi, dove tutti i suoi dubbi emergono insieme. Ripercorre il primo dei suoi attacchi di panico, avvenuto mentre, in classe, si discuteva di bioetica e fecondazione assistita: “Di colpo ho pensato: ‘Avrò mai una famiglia? Come farò a sposarmi? Potrò adottare un bambino, o ricorrere all’utero in affitto? E soprattutto, è giusto che io abbia un figlio?’. Non so se posso essere genitore. Credo che sarei un bravo papà, non certo peggiore di un papà etero. Poi guardo la tv e vedo queste persone che descrivono quelli come me come esseri abominevoli, che rovinerebbero la vita dei propri figli. So che c’è gente per strada che mi picchierebbe. Se non mi insultano, in giro, é solo perché io non mostro la mia omosessualità. Mi vesto normalmente, mi comporto normalmente”.

MAI UN BACIO

Tommaso svela la sua frustrazione più profonda: “Non sono mai stato con un ragazzo. Nemmeno con una ragazza, a dire il vero. Non ho mai neanche baciato nessuno, a meno che non valgano quei baci a stampo durante il gioco della bottiglia, in seconda media. Ho 17 anni e sono come un preadolescente. Devo ricominciare tutto da capo: é come se avessi 12 anni, non so fare niente, mi sento completamente inadeguato”. E alle amiche, che insistono per accompagnarlo in un locale gay, risponde: “Perché devo andare in un posto pieno di sconosciuti, spesso molto più grandi di me? Per gli eterosessuali sperimentare é molto più semplice, e possono farlo con i coetanei. Io non me la sento di andare in quei locali. Soprattutto per via della mia più grande paura: che non succeda proprio niente. Che la vita passi senza che io la viva” .

—————————
UNA MADRE RACCONTA
“Mia figlia lesbica? Egoista, non doveva dirmelo”

La telefonata dura circa un quarto d‘ora. Poi la madre di Vera, avvocato sulla cinquantina, butta giù il telefono. Spiega come può la frustrazione che l’accompagna da quando sua figlia le ha raccontato di essere lesbica: “Vera mi ha detto che le piacciono le ragazze l’estate scorsa, il giorno del suo compleanno, L’ho trovata una delle cose più egoiste che potesse fare. Io lo sapevo già, i genitori queste cose le sanno sempre. E per anni le ho fatto capire che non me lo doveva dire, che doveva far finta di niente, almeno con me, Che bisogno c’era di rovinarmi la vita?”. Parole che, proprio perché vengono da una donna in carriera, ancora giovane, e con una figlia in gamba (ottimi voti a scuola e già due stage nel curriculum), stupiscono ancora di più. E svelano il punto di vista di una madre che non riesce ad accettare sua figlia, né a dirle pm che le vuole bene (“é ovvio che la amo, ma perché dovrei dirglielo? Potrebbe pensare che sono d’accordo con le sue scelte), né a capire che di scelte non si tratta. Claudia e Vera vivono a Vicenza e a pesare é anche il giudizio dei vicini di casa: “Parliamo sempre dei nostri figli e ora che lei mi ha detto che é lesbica non so più cosa fare. Devo mentire ai miei amici? O continuare a pretendere che non sia vero?”. E poi, più in profondità, la paura che la sua omosessualità possa pesare sul futuro: “Ma si rende conto che non potrà avere figli? E io non sarò mai nonna”. Claudia sa che questo comportamento ferisce la figlia, eppure insiste: “Capisco che per lei é difficile, ma a me chi ci pensa?”.

 

 

aiuto, papa Francesco, sono gay: non voglio sentirmi ‘fuori posto e fuori casa’

due omo

così grida un ragazzo gay che al momento della elezione di papa Francesco ha pianto come per un’intuizione di un “graduale percorso di apertura e avvicinamento alla questione omosessuale” del nuovo papa

vive da 29 anni “una serena e felice vita di coppia” e però sente di non essere accolto da una chiesa che lo fa sentire ‘fuori posto e fuori di casa’ e chiede perciò al papa  “una nuova pastorale per le famiglie che includa tutti”

vede troppo spesso le persone omosessuali  descritte come un obbrobrio, come una minaccia per la società, come un pericolo pubblico di “attentato alla famiglia”: “chi ci accoglierà? chi si prenderà cura di noi? … come la parrocchia potrà tornare casa per noi?”:

Caro papa Francesco,

ti confesso che dal momento della tua elezione ho sentito veramente lo Spirito soffiare. Non sapevo chi fossi, non avevo mai sentito prima il tuo nome, eppure ho pianto.  Ho pianto perché inspiegabilmente mi sono sentito dopo tanto tempo a casa, pur non avendo alcun elemento razionale che giustificasse questo sentimento.  Sono gay, e vivo da quasi 29 anni una felice e serena vita di coppia. E sto seguendo con grandissima speranza il tuo graduale percorso di apertura e avvicinamento alla questione omosessuale. Lo hai fatto sin da quella prima intervista, di ritorno da Rio, in cui quel “Chi sono io per giudicare un gay?” è risuonato sorprendente nella sua disarmante semplicità. Decenni di catechismo e magistero consolidati sulla questione omosessuale sono apparsi improvvisamente schiacciati sotto il peso dell’essere forse norme più scritte guardando a noi con gli occhi della legge che con gli occhi del cuore.  Fino ad oggi io e Dario abbiamo dovuto camminare in solitudine, inventandoci dal nulla cosa potesse essere una vita di coppia, non avendo alcun riferimento a disposizione, noi che ci siamo innamorati a metà degli anni ’80.  Abbiamo vissuto nascosti per oltre 15 anni, prima di capire ed accettare la bellezza e la fedeltà della nostra storia d’amore e smettere di temere tutto e tutti: la famiglia, gli amici, financo Dio di cui abbiamo finalmente riconquistato l’immagine di Padre spazzando via quella di Giudice. Finora, è vero, non si è ancora concretizzato un reale cambiamento. Le tue parole di accoglienza, apertura non hanno generato un nuovo catechismo, una nuova pastorale per le famiglie che includa tutti e non faccia sentire nessuno “fuori posto e fuori di casa”. Ma alcune cose, lette dall’interno e con il linguaggio e le modalità della chiesa cattolica, non possono che prefigurare l’inizio di un percorso: qualche mese fa è stato inviato a tutte le diocesi del mondo un questionario con l’obiettivo di raccogliere stimoli per il Sinodo straordinario sulla famiglia  dell’ottobre 2014. Per la prima volta, credo nella storia della chiesa cattolica, su un suo documento ufficiale è presente, nero su bianco, la dicitura “unioni di persone dello stesso sesso”, e si chiede quale attenzione pastorale sia necessario avere per queste unioni e addirittura per i bambini eventualmente adottati. Ecco, nominare le cose significa per me inaugurare, superando i principi, una nuova stagione animata da un desiderio reale di confronto. Finora, infatti, negli ambiti comunitari, nelle parrocchie, nei cammini di fede, l’omosessualità è stata trattata solamente come categoria morale o come problematica sociale. I ragazzi e le ragazze omosessuali si sono trovati, quindi, a vivere nel silenzio più assoluto la loro condizione, ad impiegare moltissime risorse personali a nascondere una parte importantissima della loro esistenza, a controllare tutto ciò che avveniva dentro loro, fuori loro. Insomma a comprimere la loro vita invece che ad espanderla, privati di tutta quella “normalità” (innamorarsi, condividere con gli amici il proprio innamoramento, sognare una persona, immaginarsi insieme, …) che costituisce parte integrante del percorso di crescita di un essere umano, e che alimenta quello slancio progettuale che dovrebbe essere appannaggio di tutti.

Dio ama gli omosessuali

Ho letto ieri che sembra tu ti stia accingendo a studiare le unioni gay. Ne sono contento. Finalmente sembra che siano stati presi in carico i nostri appelli, fatti a moltissime diocesi, e anche a te direttamente,  dai vari gruppi di gay credenti italiani (tra cui anche quello di cui faccio parte, Nuova Proposta) di conoscere in prima persona le nostre vite, le nostre storie. Non ti nascondo che negli anni passati neanche io (che pure ho fatto un cammino lungo per arrivare ad una serena esistenza in coppia) sono stato immune da un certo scoramento, sorto nel constatare che posto per noi nelle comunità cristiane non c’era. Non ce n’era soprattutto nel momento in cui ci si sarebbe dovuti presentare in coppia o, in alcuni casi, anche come genitori. Perché è proprio l’unione tra due persone dello stesso sesso che non esiste per le comunità cattoliche, a causa, purtroppo, di una terribile battaglia ideologica che si sta consumando a scapito delle esistenze di tante persone. Vedo “sentinelle in piedi” protestare contro la proposta di legge contro l’omofobia (che dovrebbe proteggere le persone dal bullismo, dalla violenza e dal dileggio. Vedo gruppi definirsi cattolici ed armarsi per combattere il pericolo dell’attentato alla famiglia che proverrebbe da due persone dello stesso sesso che decidono di amarsi senza nascondersi e, pertanto, richiedere alla società di cui fanno parte di condividere diritti e doveri come qualunque altra coppia. Vedo le persone omosessuali descritte come un obbrobrio, come una minaccia per la società. Le nostre vite di coppia, le nostre famiglie, con e senza figli, esistono già oggi, adesso. Non sono una minaccia che viene da un ipotetico futuro. Mi chiedo, come un figlio farebbe con un padre e facendo riferimento alla cura pastorale che deve essere dedicata ad ogni essere umano e declinata per la sua specifica esistenza: chi ci accoglierà? Chi si prenderà cura di noi? Potremmo avere anche noi bisogno di sostegno fraterno e spirituale dalla parrocchia, quella che per tanti anni abbiamo considerato una seconda casa? E parlando dei tanti figli di coppie omosessuali:  non devono anch’essi poter contare su un ambiente accogliente, in grado di sostenerli nel loro percorso di crescita spirituale e umana? Come la parrocchia potrà tornare ad essere casa per noi e per i nostri bambini? La speranza che soffia in me credo sia fortemente animata dallo Spirito. Spero in un cammino serio di confronto, di approfondimento senza pregiudizio. Spero in un sinodo che produca, nel 2015 una pastorale finalmente inclusiva e che porti “Tutti dentro!” come ci hai tu stesso ricordato in una delle tue omelie mattutine. Spero anche tu voglia, in questo percorso di conoscenza, incontrare alcuni di noi, omosessuali, transessuali, singoli o in coppia, con figli o senza figli, per contemplare insieme come il disegno di Dio possa essere creativo nel generare Bellezza nell’esistenza di ciascuno di noi e  ’interno della propria specificità.

 

 

 

E. Bianchi: puntualizzazioni sui vari ‘Gesù superstar’ e il nuovo ‘Son of Gog’

 il film ‘Son of God’, uscito nei giorni scorsi in America, fa il pieno ai botteghini: oltre 26 milioni di dollari nel primo week-end e sembra ormai vicino, negli ultimi giorni ai cinquanta milioni

ma le polemiche arrivano puntuali: dieci anni fa toccò a Mel Gibson e al suo ‘la passione di Cristo’ (seicento milioni di dollari): gli incassi crescono proporzionalmente ai veleni: “è un horror!”

“c’è voglia di religione”, giurano nei dibattiti gli esperti di fede dichiarata: in realtà c’è voglia di “un Messia che cammini in mezzo a noi”, come canta il rapper Kanye West, strappando urla di gioia tra il pubblico

di seguito, oltre all’analisi fenomenologica del vero e proprio ‘evento’ nell’articolo di M. Vincenzi, anche in merito opportune riflessioni di p. E. Bianchi

(i due titoli in colore viola sono anche i link che rimandano ai rispettivi articoli)

 

 

di Massimo Vincenzi in la Repubblica del 16 marzo 2014

Quando non ci sono più idee, serve un miracolo e chi meglio di Cristo? Un famoso manager di Hollywood commenta così il ritorno sulla scena americana di produzioni a sfondo religioso. E il miracolo arriva anche questa volta, l’ultimo della serie, Son of  God, fa il pieno ai botteghini Usa con oltre 26 milioni di dollari nel primo week-end…
Bianchi

di Enzo Bianchi in la Repubblica del 16 marzo 2014

Spesso si coglie in queste riscritture una simpatia per Gesù e una denuncia dell'”addomesticamento” che di lui è stato fatto. Queste riletture non a caso oggi valorizzano la dimensione umana che per secoli a Gesù è stata negata a favore della sua qualità divina. Si rilegge e si racconta di nuovo la vicenda di Gesù perché in essa si percepisce la presenza di un’umanità vera, profonda, semplice, praticabile

papa Francesco e un modo ecclesialmente più coinvolto di guardare alle mafie

piazza_san_pietro-vaticano

 

il 21 marzo i familiari delle vittime delle mafie saranno ricevuti da papa Francesco: sarà un giorno in cui i nomi di tutte le vittime delle mafie saranno evocati, nome per nome, uno a uno, in appello rivolto alle coscienze di tutti

il papa incontrerà ben 700 familiari delle vittime delle mafie che insanguinano l’Italia da troppo tempo e lo farà in occasione del 19° giorno della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie

(i titoli in rosso degli articoli –  che traggo dalla preziosa rassegna di ‘finesettimana’ – sono anche il link che rimanda al rispettivo articolo)

di Maria Antonietta Calabrò in Corriere della Sera del 16 marzo 2014

 «la disponibilità del Papa ad accompagnare i familiari a questo momento carico di dolore ma anche di speranza, è segno di un’attenzione e di una sensibilità che loro hanno colto sin dal primo momento. Attenzione verso tutta l’umanità fragile, ferita»

 

di Luigi Ciotti in La Stampa del 16 marzo 2014

Per i famigliari delle vittime innocenti delle mafie l’incontro con Papa Francesco è un dono. Un dono tanto più grande perché precede, anzi apre, la «Giornata della memoria e dell’impegno». Il 21 marzo è per loro – e sarebbe bello lo diventasse, istituzionalmente, per tutti gli italiani – il giorno in cui i loro cari, in tante città d’Italia, vengono chiamati per nome, uno a uno, in un appello rivolto alle coscienze di tutti.

  • Papa Francesco contro la mafia incontra i familiari delle vittime
  • di Giacomo Galeazzi in La Stampa del 16 marzo 2014
    Davanti al Papa i familiari leggeranno il lungo elenco delle vittime innocenti dei clan, poi Francesco prenderà la parola e la riflessione si alternerà a momenti di silenzio e preghiera. Un «martirologio» di chi ha pagato con la vita il rifiuto del potere mafioso. Bergoglio incontrerà 700 familiari delle vittime delle mafie che insanguinano l’Italia e pregherà con loro in una veglia nella chiesa romana di Gregorio VII

 

Il papa accoglie Libera e «benedice» l’antimafia

di Luca Kocci in il manifesto del 16 marzo 2014

Papa Bergoglio incontrerà i familiari delle vittime delle mafie venerdì prossimo, nella parrocchia romana di San Gregorio VII, a due passi dal Vaticano, durante una veglia di preghiera organizzata dall’associazione Libera, fondata da don Ciotti, in occasione della XIX Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie…

 Luigi di Carlo Lania in il manifesto del 16 marzo 2014

“Dobbiamo interrogarci sui silenzi e le reticenze del passato. Aveva ragione padre Bartolomeo Sorge quando, lasciando Palermo dopo molti anni, lui arrivò dopo le stragi, fece una dichiarazione che fa riflettere e che io condivido, perché molte prudenze, ritardi, sottovalutazioni e complicità sono presenti ancora oggi…”

L.Boff e la rottura di papa Francesco

 

 

di Leonardo Boff

( in Il sole 24 Ore del 16 marzo 2014)

Boff L.
la parola ‘rottura’ è la più adeguata per capire la novità che papa Francesco rappresenta. Tale parola non è stata bene accolta dai papi precedenti, che al contrario l’hanno evitata e perfino combattuta, sottolineando piuttosto la continuità del magistero pontificio tra il Concilio Vaticano I (1869-1870) e il Concilio Vaticano II (1962-1965). Occorre riconoscere, però, che tale insistenza non si giustifica di fronte a fatti che tutti possono verificare
(il titolo in rosso è il link che rimanda all’articolo di Boff)

ancora sull’anno ‘francescano’

papa-francesco

nel compimento di un anno di pontificato di papa Francesco mi piace ricordare la circostanza offrendo un ‘collage’ di riflessioni e articoli che in diverse testate sono comparsi
i vari ‘pezzi’ sono preceduti da una stupenda riflessione di papa Francesco stesso sul dialogo e sulla negatività di ogni fondamentalismo, anche cattolico: il dialogo non è relativismo, ma ‘logos’ che si vuole condividereo

ogni titolo in rosso è anche un link che rimanda al rispettivo articolo:

 il  papa Francesco in la Repubblica del 13 marzo 2014

un inedito tratto da “La bellezza educherà il mondo” di Francesco (Editrice Missionaria Italiana, pp. 64, euro 5,90), in libreria da oggi, a un anno esatto dall’elezione in conclave, “Chi si rifugia nel fondamentalismo è una persona che ha paura di mettersi in cammino per cercare la verità. Già «possiede» la verità, già l’ha acquisita e strumentalizzata come mezzo di difesa; perciò vive ogni discussione come un’aggressione personale.” ” Dialogo non significa relativismo, ma «logos» che si condivide” “Cercare la verità è diverso dal trovare formule per possederla e manipolarla a proprio piacimento. ” ” la verità non la si ha, non la si possiede: la si incontra”

di Andrea Riccardi in Corriere della Sera del 13 marzo 2014

“Nel suo parlare alla gente, Francesco ha messo al centro il Vangelo con l’accentuazione della misericordia. I temi etici sono entrati in un cono d’ombra, non perché il Papa li ripudi, ma è convinto che l’eccessiva insistenza su questi aspetti non sia necessaria, anzi riduca la capacità di parlare al cuore” ” Il Papa ha reso orizzontale il contatto con la Chiesa, rivolgendosi al popolo. Non appare indulgente verso il clericalismo e le mancanze del ceto ecclesiastico” ” Oggi l’opinione pubblica è con il Papa, ma le resistenze sono tra il clero e i vescovi “

di Henri Tincq in www.slate.fr del 12 marzo 2014 (nostra traduzione)

“Eletto un anno fa, Francesco ha rivoluzionato il modo di comunicare dei papi. Nei suoi tweet, nelle sue interviste alla grande stampa, nella sua omelia quotidiana, nelle sue telefonate senza intermediari, possiede l’arte delle frasi “cesellate”, agrodolci, che sconcertano, fanno sorridere o digrignare i denti”

di Vito Mancuso in la Repubblica del 14 marzo 2014

“l’epoca della fede dogmatico-ecclesiastica che implica l’accettazione di una dottrina e di un’autorità è ormai alla fine perché il metodo sperimentale della scienza è entrato anche nella vita spirituale….”  Al suo posto sta nascendo un cristianesimo non-dogmatico che dall’esteriorità dottrinale passa all’interiorità esistenziale,…. Il passaggio da Benedetto XVI a Francesco è una manifestazione di questo movimento epocale ” se il cristianesimo vuole tornare a essere percepito come una buona notizia …, si deve sottoporre a riforma” “Il suo fallimento (di Francesco) sarebbe la fine della luce che si è accesa nell’esistenza di tutti gli esseri umani non ancora rassegnati al cinismo e alla crudeltà della lotta per l’esistenza,… Se lo ricordino i cardinali, i monsignori e i teologi che stanno facendo di tutto per bloccare e far fallire l’azione riformatrice di papa Francesco.”

di Piergiorgio Cattani in Trentino del 14 marzo 2014

Oggi Bergoglio, forte della tradizione dei gesuiti, invita a annunciare il Vangelo “nell’idioma di ogni cultura; e ogni realtà, ogni lingua ha un ritmo diverso”. Cambiare ritmo. Questa la sfida. Anche per interpretare al meglio una globalizzazione che omologa il mondo al ribasso, mentre si acuiscono i nazionalismi e i disequilibri. Su questo versante Bergoglio porta a Roma le istanze della Chiesa latino-americana, in cui la fede si incarna nel bisogno di liberazione del popolo. Una Chiesa veramente universale, una Chiesa ecumenica è quella che non solo tollera, ma apprezza le differenze. Questa sembra essere la via indicata da Francesco.

di Nanni Delbecchi in il Fatto Quotidiano del 14 marzo 2014

Tre milioni di tiratura programmati per i primi cinque numeri, una stima di 300 mila copie vendute per il primo, mentre il secondo è appena uscito dalle rotative. Che Francesco, il papa dei poveri, fosse anche una specie di Re Mida, capace di trasformare in una miniera d’oro tutto ciò che lo riguarda (libri, dvd, dispense, gadget), lo si sapeva; ma il botto a sorpresa è arrivato in edicola.

intervista a Nancy Gibbs a cura di Elena Molinari in Avvenire del 13 marzo 2014

Parla il direttore del settimanale Usa «Time» che ha scelto Francesco come persona dell’anno «Ha rimesso in primo piano i temi della disuguaglianza, della povertà, della globalizzazione»  Nella scelta cerchiamo sempre un equilibrio fra potere istituzionale e potere individuale. In questo caso avevamo di fronte un uomo con enorme potere, ma che lo esercita dal basso, a partire dal suo contatto con la gente. Una persona che ha una posizione di immensa influenza ma che si presenta con grande umiltà. E la combinazione non risulta artefatta, ma assolutamente genuina e credibile.

di Luigi Sandri in Trentino del 13 marzo 2014

“la gente ha “sentito” che quelle parole traducevano una vita vissuta; non erano chiesastiche, ma evangeliche, punta di iceberg di un’esistenza che le incarnava rendendole carne e sangue. Questa, ci sembra, la chiave per comprendere l’eco travolgente che ha suscitato papa Francesco”. Il problema del rapporto tra dottrina fissa e pastorale mutevole. Il caso dei divorziati risposati e il concili di Nicea. ” il cammino intrapreso da Francesco porta a radicali cambiamenti nella Chiesa cattolica romana”. Le opposizioni cresceranno

di Gian Enrico Rusconi in La Stampa del 13 marzo 2014

In realtà il progetto di Papa Francesco è restaurare l’autorità (e l’attrattività) della Chiesa intesa come espressione di una autentica comunità di credenti, che ragionano e dialogano a partire dal vissuto quotidiano. Non una Chiesa che si avvolge nel mistero ma poi si esprime attraverso un apparato istituzionale che dal vertice distribuisce certezze con il rischio di diventare «una Chiesa fredda che dimentica la speranza e la tenerezza, che non sa dove andare e si imbroglia». Lo strumento per questo progetto è il linguaggio, che sembra introdurre una nuova ermeneutica della dottrina tradizionale, tutta da inventare

p. Maggi e p. Pagola commentano il vangelo

p. Maggi

IL SUO VOLTO BRILLO’ COME IL SOLE

commento al Vangelo della seconda domenica di quaresima di p. Alberto Maggi (16 marzo 2014)

Mt 17,1-9

Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

L’evangelista Matteo presenta la risposta di Gesù alle tentazioni nel deserto. La terza, l’ultima tentazione nel deserto, era stata quando il diavolo aveva portato Gesù su un monte alto – il monte alto indica la condizione divina – offrendogli tutti i regni e la gloria del mondo. Cioè l’invito, la seduzione, la tentazione verso Gesù di conquistare la condizione divina, ottenendo il potere per dominare. Per comprendere questa tentazione bisogna ricordare che, all’epoca, tutti quelli che detenevano si consideravano di condizione divina, come il faraone che era un Dio, l’imperatore romano che era figlio di un Dio, quindi il diavolo offre a Gesù la condizione divina attraverso il potere. Bene, l’episodio della trasfigurazione è la risposta di Gesù a questa tentazione. Vediamo il capitolo 17 del vangelo di Matteo. “Sei giorni dopo”, l’indicazione è preziosa. Sei giorni dopo richiama due importanti avvenimenti: la creazione dell’uomo nel libro della Genesi e quando Dio manifesta la sua gloria sul monte Sinai. Quindi la cifra “sei giorni” richiama due cose: la creazione dell’uomo e la gloria di Dio. L’evangelista vuole dimostrare che, in Gesù, si manifesta la pienezza della creazione e, con essa, la gloria di Dio. E vedremo il perché. “Gesù prese con sé Pietro”, il discepolo viene presentato con il suo soprannome negativo, che significa “l’ostinato, il testardo”, “Giacomo e Giovanni”.  Sono i tre discepoli difficili, sono quelli che lo tentano al potere. Quanto Gesù annunzierà che a Gerusalemme sarà messo a morte, saranno Giacomo e Giovanni che gli chiederanno di condividere con loro i posti più importanti. Ebbene, Gesù prende con sé Pietro, e Pietro, nell’episodio precedente, era stato oggetto della più violenta denuncia, del più violento epiteto rivolto da Gesù a un suo discepolo. Gesù l’aveva chiamato “satana”. “Vattene satana!” Le stesse parole con le quali Gesù aveva respinto la tentazione nel deserto. Ma a Pietro dà una possibilità, “Vattene satana, torna a metterti dietro di me”, perché Pietro voleva lui indicare la via di Gesù, e soprattutto Pietro rifiutava  l’idea di morte di Gesù, perché per Pietro la morte era la fine di tutto. Allora Gesù prende ora con sé il suo satana e risponde alla tentazione di Pietro e a quella del deserto. “E li condusse in disparte”, quando troviamo la formula ‘in disparte’, è un termine tecnico adoprato dagli evangelisti, che vuole indicare sempre ostilità, incomprensione, da parte di discepoli o altri, verso Gesù e il suo messaggio. “Su un alto monte”, ecco, come il diavolo aveva portato Gesù su un monte altissimo, ecco che Gesù porta il suo diavolo, il suo tentatore, Pietro,  su un alto monte, il luogo della condizione divina. “E fu trasfigurato davanti a loro”. La condizione divina, per Gesù, non si ottiene attraverso il potere, ma attraverso l’amore, non dominando, ma servendo, non togliendo la vita, ma offrendo la propria. L’effetto di questo orientamento della vita per il bene degli altri, è la trasformazione. La morte per Gesù non diminuisce la persona, ma è ciò che la trasforma. Quindi la morte è una trasformazione dell’individuo. “Fu trasfigurato davanti a loro, il suo volto brillò come il sole”, questo indica la condizione divina. Gesù aveva detto che i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre, “e le sue vesti divennero candide come la luce”, sono i colori dell’angelo che annuncia la risurrezione. Quindi in Gesù si manifestano gli effetti della risurrezione; la morte non distrugge la vita, ma è ciò che le permette di fiorire in una forma nuova, piena, completa e definitiva. Una forma che nell’esistenza terrena non è possibile raggiungere. “Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia”, Mosè ed Elia raffigurano rispettivamente la legge e i profeti, quello che noi chiamiamo Antico Testamento, “che conversavano con lui”. Mosè ed Elia sono i due personaggi che, nell’Antico Testamento, hanno parlato con Dio e adesso parlano con Gesù. Non hanno nulla da dire ai discepoli. Qui la traduzione dice “prendendo la parola”, invece l’evangelista scrive “reagì”, quindi è una reazione. “Il Pietro”, l’articolo determinativo richiama l’atteggiamento ostinato di questo discepolo, “reagì il Pietro e disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè, e una per Elia». C’è una festa in Israele tanto importante che non ha bisogno di essere nominata, è chiamata semplicemente ‘la festa’; è la festa per eccellenza, più importante anche della Pasqua. E’ la festa delle capanne che ricorda la liberazione dalla schiavitù egiziana, e per questa settimana, tra settembre e ottobre, si viveva sotto le capanne. Ebbene, in ricordo dell’antica liberazione, si aspettava e si sperava, si sarebbe manifestato e sarebbe giunto il liberatore. Quindi il messia si sarebbe manifestato durante la festa delle capanne. Allora ecco che Pietro continua nel suo ruolo di tentatore, il satana di Gesù. Perché, cosa fa?  Dice “se vuoi farò qui tre capanne”, era la festa nella quale il messia si sarebbe manifestato,  e notiamo l’ordine di queste capanne, “una per te, una per Mosè, una per Elia”. Quando ci sono tre personaggi, il più importante sta sempre al centro. Per Pietro l’importante è Mosè, non Gesù. Pietro riconosce in Gesù il messia, ma un messia secondo la linea dell’osservanza della legge imposta da  Mosè. Il messia sarebbe stato un pio devoto osservante di tutte le regole della legge, e soprattutto, come Elia. Elia è stato il profeta zelante, troppo zelante forse, che scannò personalmente quattrocentocinquanta sacerdoti di un’altra divinità. Quindi il messia che vuole Pietro è questo: uno che osservi la legge e la imponga con la violenza come Elia.“Egli stava ancora parlando, quando ecco una nube”, la nube nell’Antico Testamento, è immagine della presenza divina, “lo coprì con la sua ombra”. Quindi Dio non è d’accordo con quello che sta dicendo Pietro. Stava ancora parlando, quindi il Signore interrompe Pietro. “Ed ecco una voce che diceva”, è la voce di Dio, “«Questi è il Figlio mio »”, Figlio indica colui che assomiglia al Padre nel comportamento, non solo, “«l’amato»”, che indica l’erede, colui che eredita tutto, quindi colui che ha tutto del Padre.“«In lui ho posto il mio compiacimento»”. E’ la stessa identica espressione che Dio pronunziò su Gesù al momento del battesimo. L’evangelista vuole dimostrare in questo modo qual è l’effetto del battesimo. Nel battesimo Gesù si era preso l’impegno di manifestare la fedeltà all’amore del Padre, anche a costo della sua vita, la risposta di Dio a questo impegno è una vita che è capace di superare la morte. La morte non distrugge la persona, ma la potenzia. E poi ecco l’imperativo: “«Lui ascoltate»”. Quindi non devono ascoltare né Mosè, né tanto meno Elia; lui devono ascoltare, soltanto Gesù. Mosè ed Elia vengono relativizzati e posti in relazione con l’insegnamento con la vita di Gesù. Quello che concorda della legge o dei profeti con Gesù è ben accolto, quello che si distanzia, o è contrario, viene tralasciato. La reazione dei discepoli. “All’udire ciò i discepoli caddero con la faccia a terra”, cadere con la faccia a terra è segno di sconfitta, di fallimento, quindi sentono di aver fallito. Non è questo il messia che loro stanno seguendo, “e furono presi da grande timore”, quindi si sentono sconfitti perché il messia che loro seguono è il messia che non muore, che trionfa; invece devono dare ragione alle parole di Gesù che aveva annunziato che a Gerusalemme sarebbe andato a  morte. Per loro è un segno di sconfitta e ora hanno anche timore di quale può essere la reazione di Gesù che è stato da loro così contraddetto. “Ma Gesù si avvicinò, li toccò”, come ha fatto con gli infermi e i morti, “e disse: «Alzatevi e non temete»”. La risposta di Gesù è sempre una comunicazione di vita. “Alzando gli occhi non videro nessuno”,  Pietro, Giacomo e Giovanni ancora cercano Mosè ed Elia, perché è il passato, è la tradizione. E’ questo che da loro sicurezza; quindi cercano una conferma dei valori del passato. “Ma non videro nessuno, se non Gesù solo”. D’ora in poi dovranno affidarsi solo a Gesù, e non più fare affidamento su Mosè e la sua legge o sullo zelo profetico di Elia. “Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti»”. Questa immagine di un Gesù che passa attraverso la morte, una morte che, non solo non lo distrugge, ma lo potenzia, poteva essere  male interpretata, come un segno in senso trionfalistico da parte dei discepoli. Non sanno ancora che questa condizione Gesù la otterrà passando attraverso la morte più infamante, quella riservata ai maledetti da Dio, la morte di un croci

 croce

ASCOLTARE GESÙ

commento al vangelo di p. A. Pagola

Il centro di quel racconto complesso, chiamato tradizionalmente “La trasfigurazione di Gesù”, è occupato  da una Voce che viene da una strana “nuvola luminosa”, simbolo che si impiega nella Bibbia per parlare sempre della presenza misteriosa di Dio che si manifesta a noi e, contemporaneamente, si nasconde.   La Voce dice queste parole: “Questo è mio Figlio, l’amato, mio predilett…o. Ascoltatelo”. I discepoli non hanno da   confondere Gesù con nessuno, neanche con Mosé e con Elia, rappresentanti e testimoni dell’Antico Testamento. Solo Gesù è il Figlio caro di Dio, quello che ha il volto “risplendente come il sole”.  Ma la Voce aggiunge ancora qualcosa: “Ascoltatelo”. In altri tempi, Dio aveva rivelato la sua volontà per mezzo dei “dieci comandi ” della Legge. Ora la volontà di Dio si riassume e concreta in un solo comando: ascoltate Gesù. L’ascolto stabilisce la vera relazione tra i seguaci e Gesù. Ascoltato ciò, i discepoli cadono al suolo “pieni di spavento”. Sono impauriti a causa di quell’esperienza tanto vicina a Dio, ma anche spaventati per quello che hanno sentito con le proprie orecchie: potranno vivere ascoltando solo Gesù, riconoscendo solo in lui   la presenza misteriosa di Dio?   Allora, Gesù si avvicina e, toccandoli, dice loro: Alzatevi. Non abbiate paura”. Sa che devono sperimentare la sua   vicinanza umana: il contatto della sua mano, non solo lo splendore divino del suo viso. Ogni volta che ascoltiamo Gesù nel silenzio del nostro essere, le sue prime parole ci dicono: Alzati, non avere paura.   Molte persone solo conoscono Gesù per  sentito. Il suo nome risulta loro, forse, familiare, ma quello che sanno di lui non va oltre alcuni ricordi ed alcune impressioni della loro infanzia. Perfino, benché si chiamino cristiani, vivono senza ascoltare nel loro interiore la voce di Gesù. E, senza quell’esperienza, non è possibile conoscere la sua pace inconfondibile né la sua forza per incoraggiare e sostenere la nostra vita.   Quando un credente si intrattiene ad ascoltare in silenzio Gesù, all’interno della sua coscienza, ascolta sempre qualcosa come questa: “Non avere paura. Abbandonati con ogni semplicità nel mistero di Dio. La tua poca fede è imperfetta , non ti inquietare. Se tu ascolti, scoprirai che l’amore di Dio consiste nello stare sempre a perdonarti. E, se credi questo, la tua vita cambierà. Conoscerai la pace del cuore.”   Nel libro dell’Apocalisse può leggersi così: “Guarda, sto alla porta e chiamo; se alcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, entrerò nella sua casa”. Gesù suona alla porta di cristiani e non cristiani. Possiamo aprirgli la porta o possiamo respingerlo. Ma non è la stessa cosa vivere con Gesù che senza lui.   Annuncia Gesù.
José Antonio Pagola

 

un anno ‘francescano’

Udienza Generale del mercoledì di Papa Francesco

alcuni fra i tantissimi articoli che sono usciti sulla nostra stampa come primo bilancio di un anno di pontificato di papa Francesco
una piccola ‘antologia francescana’ che non è pensata e offerta con intento celebrativo ma, come è nello spirito di questo sito, come strumento informativo che aiuti la riflessione, e anche, se ove necessario, l’atteggiamento critico per quegli aspetti che a tutt’oggi sembrano ancora da affrontare con più chiarezza e determinazione o da superare decisamente

(la fonte è chiaramente l’insostituibile e impagabile sito di ‘finesettimana’)

ogni titolo di colore rosso è anche un link che rimanda al rispettivo articolo:

di Massimo Gramellini in La Stampa del 12 marzo 2014

“Se saprai accettare con cristiana rassegnazione e umana autoironia la tua condizione di Papa già santo da vivo… Se tutti diranno «ooh» quando metterai delle scarpe vecchie… ma tu continuerai a farlo lo stesso, senza vergognartene e neppure vantartene… Se aprirai uno spiffero sui diritti civili e sbarrerai le porte del Vaticano ai comportamenti incivili… Quel che più conta, sarai stato un uomo. Mestiere ancora più difficile, specie per chi debba conciliarlo con quello di Papa”

di Andrea Tornielli in La Stampa del 12 marzo 2014

“L’immagine di Francesco seduto in quarta fila, tra gli altri curiali che stanno facendo con lui gli esercizi spirituali ad Ariccia è emblematica di questo primo anno di pontificato. E testimonia visivamente che per lui l’autorità è innanzitutto servizio. Il cardinale Antonio Quarracino, che nel 1992 lo volle come braccio destro, era solito dire: «So sempre dove trovare il mio ausiliare Bergoglio. In ultima fila…»

di Giacomo Galeazzi in La Stampa del 12 marzo 2014

“A tempo di record, il primo a dissentire da Francesco è stato il giornalista e politico Magdi Cristiano Allam… in Italia non sono mancate le critiche, spesso innescate dal «decisionismo» di Bergoglio verso la Cei, lenta nel sintonizzarsi con il pontificato…  l’opposizione si esprime per lo più sui alcuni siti web… Ma critiche quotidiane si leggono anche sul quotidiano «Il Foglio»…  spaesati [sono] anche quei parlamentari che sui temi bioetici, con il supporto delle gerarchie, avevano costruito i loro percorsi politici”

di Paolo Mastrolilli in La Stampa del 12 marzo 2014

“da destra, gli attacchi vengono da due fronti: politico, che contesta le sue posizioni economiche; e teologico, che lo vorrebbe più tradizionalista… però, Francesco viene criticato anche dai liberal, che lo accusano di non fare abbastanza per rendere la Chiesa più progressista… o di aver compiuto pochi passi concreti per punire i responsabili degli abusi sessuali”

di Marco Ansaldo e Paolo Rodari in la Repubblica del 12 marzo 2014

“È tornato nella cappella così, spoglio, vestito con semplicità, con le scarpe nere con cui era arrivato da Buenos Aires. C’era lì un trono dove si doveva sedere per il saluto come prevede il cerimoniale; ma è rimasto in piedi, ha abbracciato i cardinali uno ad uno con una spontaneità meravigliosa». Era già Francesco che agiva”

di Enzo Bianchi in la Repubblica del 12 marzo 2014

“Nel matrimonio cristiano avviene un’alleanza… si sigilla una storia d’amore come unica. Questo è il vangelo, la buona notizia sul matrimonio che la Chiesa deve trasmettere e predicare con chiarezza ma anche con umiltà, mettendosi… in ginocchio davanti ai coniugi che hanno assunto quella loro storia d’amore così fragile, faticosa e difficile… Nella comunità cristiana oggi uomini e donne che si trovano in una situazione di lacerazione non costituiscono più un’eccezione, ma sono una presenza che interroga…”

di Luca Caracciolo in la Repubblica del 12 marzo 2014

“Francesco è stato chiamato al timone della barca di Pietro quand’era ridotta a sterile arca di Noè. Retta da una gerarchia introvertita, refrattaria ai segni dei tempi, trincerata a difesa di un fortino assediato, povera di spirito quanto ricca di mondanissimi rancori… Jorge Mario Bergoglio era la carta della disperazione di una Chiesa spenta. Un anno dopo, Francesco è il papa della speranza. Una guida spirituale che parla a tutti, oltre il recinto dei fedeli”

di  Redazione in religion.orf.at del 11 marzo 2014 (nostra traduzione)

“L’Iniziativa-parroci (Pfarrer-Iniziative) ha tracciato un bilancio con luci ed ombre ad un anno dall’elezione di papa Francesco. Il papa apre delle porte, però i vescovi non sfruttano questi spazi di libertà, afferma il portavoce della Iniziativa-parroci, Helmut Schüller”

di Jacques Noyers in Témoignage chrétien n. 3576 del 27 febbraio 2014

UN papa gesuita prende il nome di Francesco. Come troverà l’equilibrio tra la semplicità dell’uno e l’abilità dell’altro? Sarà un triste don Chisciotte o riuscirà ad essere semplicemente un cristiano? È la meditazione alla quale ci invita il vescovo emerito Jacques Noyers

di Domenico Rosati in l’Unità del 12 marzo 2014

Sono prevedibili tensioni e conflitti ” dopo l’esperienza di due pontificati -… – entrambi imperniati sul primato della dottrina come piattaforma di una presenza sociale (e politica) della Chiesa, da rivendicare e da affermare nella società.” “Lo stacco è enorme: non più una dottrina da accreditare, ma una misericordia da esercitare come missione di una Chiesa che si considera «ospedale da campo» e ripropone il nesso inscindibile tra annuncio del vangelo di Cristo e la promozione-liberazione dell’uomo in ogni campo.” Attacco dottrinale e sviamento consumistico

di Roberto Monteforte in l’Unità del 12 marzo 2014

È già suo malgrado, il Papa dei primati: il primo nella storia proveniente dalle Americhe, il primo gesuita e il primo che prende il nome di Francesco. Anche se fa della normalità la sua forza, l’aria nuova che ha portato nella Chiesa si fa sentire. Sono stati molti i cambiamenti introdotti dal Papa argentino: dal nodo della gestione finanziaria alla collegialità contro il potere curiale

di Franco Cardini in Europa del 12 marzo 2014

Una società che sta autodistruggendosi, Una chiesa-minoranza sale della terra. Compito immenso affidato a Bergoglio:  rilanciare il tema dell’unità con le altre Chiese cristiane,  dichiarare a voce alta e rafforzata da atti concreti che la Chiesa sta con gli “ultimi della terra”, con i poveri e gli sfruttati, e non può schierarsi accanto ai gruppi di potere… Francesco ha compiuto passi fondamentali e rivelatori in questo senso

di Luigi Accattoli in Corriere della Sera del 12 marzo 2014

L’uscita dalle comodità per andare ai poveri – come ama dire Bergoglio – è Vangelo puro, ma è un Vangelo che solo per i poveri è davvero un lieto annuncio. È dunque prevedibile lo sviluppo di un aperto conflitto con lo scatenamento degli egoismi che caratterizza il Nord del mondo. Fino a oggi avevamo visto l’Occidente che si allontanava dalle Chiese, con Papa Francesco iniziamo a vedere le Chiese che si allontanano dall’Occidente.