l’amore per la politica: riaffermare la corresponsabilità, la centralità delle persone e del legame sociale

Ciotti

“le mafie sono forti in una società diseguale, dove i privilegi hanno preso il posto dei diritti e le persone più fragili vengono lasciate ai margini, quando non colpevolizzate e penalizzate

 

“una cosa è certa: non si possono contrastare le mafie se, contestualmente, non si rafforza lo Stato sociale; se non vengono promosse forti politiche sul lavoro; se non vengono costruite opportunità per le persone più deboli, per le famiglie più bisognose, se non si dedica un’attenzione autentica ai giovani.”

Costruire insieme: per interrogarci e interrogare, nel rispetto reciproco, nell’attenzione alle parole. Le parole sono importanti. Possono avvicinare o allontanare, incoraggiare o ferire, accogliere o emarginare. È importante allora parlare, anche denunciare, ma con rigore, competenza, spirito costruttivo.

Non per colpire le persone ma per rafforzare la ricerca di verità. Guai ad alimentare il disorientamento, la rassegnazione. Nel nostro cammino contano anche lo stile e il metodo.

La credibilità e l’autorevolezza di un progetto non vengono misurate dalla risonanza pubblica o dall’attenzione mediatica, ma dalla capacità di lasciare un segno duraturo nel tempo.

C’è un’Italia che ha compreso come il fenomeno mafioso sia un problema nazionale, non solo: internazionale. Da affrontare certo con l’intervento dei magistrati e delle forze dell’ordine. Ma che pretende, per essere risolto, una mobilitazione collettiva, un investimento educativo e culturale.

Ce lo ricordava sempre anche il caro Nino Caponnetto quando diceva: «La mafia teme la scuola più della giustizia. L’istruzione taglia l’erba sotto i piedi della cultura mafiosa». Educazione, cultura, informazione. Sono da sempre i pilastri del nostro impegno contro l’individualismo insofferente delle regole, l’indifferenza al bene comune, la crescita della corruzione, degli abusi, dell’illegalità.

Le mafie sono forti in una società diseguale, dove i privilegi hanno preso il posto dei diritti e le persone più fragili vengono lasciate ai margini, quando non colpevolizzate e penalizzate. Essere contro le mafie significa soprattutto riaffermare la corresponsabilità, la centralità delle persone e del legame sociale.

Significa esserci per riaffermare che l’io è per la vita, non la vita per l’io.  Sono i valori della Dichiarazione universale dei diritti umani, della Convenzione di Ginevra sui rifugiati, della Carta dei diritti del fanciullo. Sono i valori della nostra Costituzione.

Noi questo “dovere” lo abbiamo preso sul serio. […] la nostra Costituzione va vissuta e fatta vivere. Quei doveri e quei diritti non possono restare sulla carta, devono diventare “carne”, vita concreta delle persone.

«Una democrazia si fonda su buone leggi e buoni costumi» diceva un grande filosofo della politica, Norberto Bobbio. Noi abbiamo bisogno di buone leggi, quindi abbiamo bisogno di una buona politica. Una politica vicina ai bisogni fondamentali delle persone, capace di dare dignità e opportunità a tutti, di non lasciare indietro nessuno. Una politica consapevole che solo includendo – riconoscendo e valorizzando le diversità – si costruisce un mondo più sicuro, più giusto, più umano. Una politica che sappia incontrare la partecipazione dei cittadini e farsene arricchire. Nella cittadinanza ci deve essere sempre più politica e nella politica sempre più cittadinanza.

Una cosa è certa: non si possono contrastare le mafie se, contestualmente, non si rafforza lo Stato sociale; se non vengono promosse forti politiche sul lavoro; se non vengono costruite opportunità per le persone più deboli, per le famiglie più bisognose, se non si dedica un’attenzione autentica ai giovani.

Non si può fare lotta alle mafie senza veri interventi economici mirati alla diffusione e alla tutela dei diritti, senza un’efficace tutela dell’ambiente contro chi lo inquina e lo saccheggia.

Vorrei fosse chiaro che muoviamo questi rilievi non “contro” la politica ma per amore della politica. Perché intendiamo spenderci per una politica migliore insieme a chi la vive nel senso più alto del termine: come servizio agli altri, come contributo al bene comune, come doppia istanza etica che lega l’impegno verso la propria coscienza a quello verso la collettività, nella coerenza tra comportamenti pubblici e comportamenti privati.

da “www.liberainformazione.org”

la ‘carta di responsabilità’ di oltre trenta sacerdoti e religiosi impegnati contro le mafie

vangelo e legalità

denuncia e misericordia

Antonio Maria Mira

“Siamo sacerdoti, religiosi e religiose impegnati da anni con le nostre comunità e i nostri gruppi a far incontrare le fatiche degli uomini con la tenerezza di Dio”. «Sentiamo la responsabilità di ribadire insieme le nostre scelte, e con le nostre comunità, come Maria, vogliamo impegnarci a riconoscere e a essere strumenti dell’azione misericordiosa e capovolgente di Dio che ‘ rovescia i potenti dai troni e rimanda a mani vuote i ricchi’ ( Lc 1,52-53), perché anche noi come il profeta Geremia nello scrutare questi orizzonti incerti, con gli occhi pieni di speranza vogliamo sussurrare al mondo: ‘ Vedo un ramo di mandorlo’ ( Ger 1,11)»

Sono la frase iniziale e quella finale della «Carta di responsabilità e impegno. Scelte evangeliche per un cammino di liberazione» firmata da oltre trenta sacerdoti e religiosi che collaborano con l’associazione Libera, guidata da don Luigi Ciotti. Sono parroci, vicari espiscopali, direttori di Caritas, animatori di comunità. Vengono dal Sud e dal Nord, portano esperienze di lotta alle mafie ma anche storie di perdono. Per tre giorni hanno pregato e riflettuto nel bellissimo monastero benedettino olivetano di San Magno a Fondi, terra fortemente inquinata dalle mafie, ristrutturato e affidato a don Francesco Fiorillo, parroco attivissimo, che ne ha fatto un luogo di spiritualità. Perfetto per l’annuale incontro dei preti di Libera, quest’anno dedicato a «Misericordia e verità si incontreranno».monastero

Tre giorni di approfondimenti accompagnati dall’arcivescovo di Gaeta, Luigi Vari, dall’economista Leonardo Becchetti, dalla teologa Enrichetta Cesarale, dal direttore de Il Regno, Gianfranco Brunelli, e di riflessioni su fondamentali documenti della Chiesa italiana come Educare alla legalità (1991) e Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno (2010). E soprattutto riflessioni personali di pastori, storie di incontri e di fatiche. Partendo da chi ha messo in pratica la giustizia e la misericordia. «Il giudice Rosario Livatino aiutava le mogli di chi mandava in carcere. Rigido nell’applicare la legge ma pronto alla misericordia. Anche noi non abbiamo fatto sconti a nessuno ma anche immaginando percorsi di aiuto», ricorda don Luigi Ciotti. Così don Marcello Cozzi di Potenza racconta il suo cammino al fianco di tanti collaboratori di giustizia. «L’arma vincente contro le mafie è la ‘confisca’ del bene più prezioso, i loro uomini. Dobbiamo continuare a scommettere sempre di più su questo». Lo pensa anche per don Pino Demasi, parroco di Polistena (Rc): «La grande scommessa è la confisca dei loro affetti. Nel lavoro precedente abbiamo diviso buoni e cattivi, ora vanno raccontate storie di riscatto. Conciliare la chiara scomunica dei mafiosi pronunciata da papa Francesco con la misericordia. Tra Caino e Abele non c’è soluzione di continuità. Contribuisco a mandarli in carcere ma poi da lì mi scrivono di aiutare le loro famiglie».monastero1

Storie ed esperienze che diventano poi gli impegni della «Carta di Fondi» (il testo integrale della carta di Fondi è online sul sito di Avvenire). «Con lo stile di Maria, da figli del Risorto, insieme alle nostre comunità ci impegniamo a non tacere dinanzi alle ingiustizie e a ogni tipo di illegalità, a camminare al fianco delle vittime innocenti delle mafie e di quanti subiscono violenze e sopraffazioni, condividendo il loro dolore e la loro richiesta di giustizia e di verità, a contrastare ogni forma di corruzione perché cancro della civiltà e della democrazia, ad accompagnare il cammino di coloro che intendono pentirsi del male compiuto distinguendo il peccato dal peccatore». Impegni forti che si collegano alle forti parole del Papa. «Ci sentiamo sollecitati – si legge nell’introduzione della Carta – dal Magistero e dall’azione di papa Francesco a favore degli ultimi e degli emarginati, consapevoli che il momento attuale, portatore di grandi e profondi mutamenti, chiedendo la fatica della conversione, genera un diffuso clima di sospetto e spesso di chiusura e di indifferenza di fronte alla vita».

Non è un documento da ‘primi della classe’. E infatti, si legge ancora, «siamo certi che questi impegni già caratterizzano ogni credente radicato nel Vangelo e che tanti altri fratelli e sorelle, sacerdoti, religiosi e laici vogliano sottoscriverli insieme a noi». Non chiudendo le porte neanche ai mafiosi. «Serve un bagno di umiltà che non vuol dire fare silenzio – sottolinea il padovano don Giorgio De Checchi –. È annuncio di vita non all’acqua di rose, che riconosce limiti e fragilità, che il peccato ci appartiene ma l’amore ci redime».

«Dobbiamo distinguere, dire che il male è male, che la mafia è struttura di peccato ma volgendo lo sguardo a chi lo compie, salvando la sua humanitas », riflette don Ennio Stamile, responsabile calabrese di Libera e a lungo coordinatore delle Caritas regionali. Impegni concreti. Così don Ciotti ricorda come «in grande silenzio stiamo seguendo centinaia di ragazzi, ‘picciotti’, manovalanza dei mafiosi. Opportunità e incontri che spesso hanno cambiato la loro vita». Ma anche, aggiunge, «tante donne che vogliono rompere gli schemi mafiosi». Già tante parrocchie le stanno accogliendo ma, insiste don Luigi, «serve una norma, una ‘terza via’ per persone che non hanno commesso crimini, che vogliono iniziare una nuova vita e hanno bisogno di essere aiutate, anche cambiando nome per salvarle».

Richieste concrete e impegni anche di vita ecclesiale, contenuti nella Carta, «a evitare qualunque forma di religiosità ritualistica e alienante che deturpa il volto paterno di Dio, a vivere ogni manifestazione di pietà popolare nella logica della semplicità e della radicalità evangelica affinché non si trasformino in esaltazione di personaggi potenti e boss mafiosi, e in mortificazione di poveri ed ultimi». Un evidente riferimento ai noti casi di ‘inchini’ ai mafiosi durante le processioni e all’infiltrazione delle cosche nelle feste patronali.monastero2

Vengono poi altri impegni che si collegano direttamente al magistero di papa Francesco. Sul tema dell’immigrazione, «a realizzare luoghi nei quali trovino accoglienza uomini e donne senza nessun pregiudizio di tipo religioso, etnico e sociale, a vivere la misericordia come risposta a ogni tipo di violenza e come accoglienza agli ultimi, ai poveri, agli emarginati e ai migranti». Quello sull’ambiente, «a promuovere e ad affermare i princìpi di una cultura di ecologia integrale, a sentirci parte integrante dell’ambiente perché ogni aggressione a esso venga vissuta come una ferita inferta a ciascuno di noi, a denunciare ogni tipo di connivenza anche istituzionale che favorisce il degrado ambientale agevolando gli affari delle ecomafie». E poi ancora il rapporto con la politica «per non cadere nelle maglie di facili strumentalizzazioni», la promozione di «un’informazione che cerchi sempre la verità e tuteli gli ultimi», la denuncia di «quella finanza che uccide i poveri e crea disuguaglianze sociali su scala planetaria», orientando «le risorse economiche sempre verso il bene comune».

Centrale resta la Misericordia. «Il volto di Caino va rialzato’, dice il cosentino don Tommaso Scicchitano. Ricordando sempre, come sottolinea il friulano don Pierluigi Di Piazza, «che umiltà non è abbassare la testa ma riconoscere i propri limiti: non si abbassa la testa davanti ai soprusi». Pronti ad aprire le braccia al peccatore. Come don Giorgio Pisano, parroco di Portici, che celebra l’Eucaristia nella zona mercatale, «luogo di vita ma anche di profonda ingiustizia e illegalità», dove sta provando a far incontrare le famiglie degli assassini e quelle delle vittime.

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la chiesa e la mafia

 le tacite connivenze con la mafia

 

papa-francesco

 

 

 

 

non sono molti giorni che papa Francesco si è pronunciato durissimamente nei confronti delle mafie e in particolare della ‘ndrangheta, in occasione della sua visita pastorale in Calabria: una vera e propria scomunica

ciò ha provocato una singolare reazione: uno ‘sciopero della messa’ da parte di detenuti del carcere di Larino, nel Molise, che se per un verso può interpretarsi come un positivo prender atto della necessità di una conversione radicale per prendere parte fruttuosamente alle celebrazioni religiose, per altro verso sembra più vicino al vero interpretare questa reazione come un rifiuto di tale condanna

sicuramente non tiene conto delle parole del papa chi ha organizzato la processione con la Madonna ad Oppido Mamertino, in provincia di Reggio Calabria: durante la processione vi è stata la sosta e l’inchino di chi portava la statua della Madonna davanti alla casa del capo di una cosca ‘ndranghedista

la cosa, ovviamente, ha suscitato le più forti reazioni anche perché sembra che al clero presente alla processione questo non sia stato affatto vissuto come una cosa strana, anzi addirittura insostenibile al punto di dover prendere le distanze fino a uscire dalla processione stessa, come invece hanno fatto, meritoriamente, i carabinieri presenti

ciò non può che riproporre la riflessione sui rapporti chiesa-mafia e la stampa odierna riproduce bene l’intensità della problematica e relativa discussione

riproduco di seguito i link a diversi articoli apparsi sulla stampa odierna in riferimento a tutto ciò (con l’aiuto insostituibile della rassegna stampa di ‘finesettimana’):

 

“Può essere questo l’indizio che nel mondo della criminalità organizzata stia maturando l’orientamento ad allentare i rapporti con la religione della tradizione, a considerare i due poteri (mafia e chiesa) come meno intrecciati e collusi.” “Ma lo sciopero della messa attuato dai detenuti mafiosi … può anche essere letto da un’altra prospettiva: quella della negoziazione di un nuovo rapporto con la chiesa cattolica, della ricerca di uno “sconto di pena”
le parole di Papa Francesco non solo scuotono questa connivenza, questo avallo reciproco, questo patto silenzioso fra potere criminale e Chiesa locale – ed è già un fatto straordinario – ma entrano in uno spazio diverso, più sottile, più scoperto: quello della coscienza dei singoli. Agiscono su un terreno nuovo, che non riguarda solo una collettività, ma chiama in causa – uno per uno – chi ha creduto che la fede nel Dio dei cristiani e l’essere parte di un clan mafioso potessero coesistere.
quanto è accaduto a Oppido Mamertina, quel parroco che ha consentito che si mantenesse quel perverso intreccio tra sacro e sacrilego, denunciato con forza da Papa Francesco proprio in Calabria ha turbato la comunità cristiana. «Non c’è nessun margine e nessuna possibilità di commistione tra fede e malavita» ha commentato il vescovo di Cassano allo Jonio e segretario della Cei, monsignor Nunzio Galantino

Un gesto clamoroso di ribellione alla Chiesa», concordano vescovi e cappellani in prima linea contro le cosche. La scomunica di Francesco ai mafiosi fa effetto sui detenuti ad alta sicurezza del carcere di Larino, in quella provincia di Campobasso che sabato la visita del Papa ha trasformato in laboratorio del Vangelo sociale.
E’ inquietante, questa sincronia di tempi. L’inchino ai boss era stato addirittura «ufficialmente proibito» in un decreto del febbraio di quest’anno. Aver contravvenuto al provvedimento non è un gesto estemporaneo. È la mafia che non ci sta e non accetta la scomunica, come non accettò la «ribellione» di don Pino Puglisi che ignorava i «consigli» dei boss.

abbiamo a che fare con una mentalità radicata, una sorta di assuefazione a certi comportamenti. Non è che questo possa cambiare da un momento all’altro… Abbiamo bisogno di metterci tutti a lavorare, di impostare un processo di educazione, di purificazione della pietà popolare. Di non lasciare soli i sacerdoti, i parroci di frontiera del paesino dove tutti sanno chi è il mafioso. E non lasciare soli neanche i vescovi»
“coloro che commettono certi crimini omicidi, delitti di stampo mafioso etc – sono di per sé fuori dalla grazia di Dio e come tali non possono più accedere ai sacramenti. È un po’ la medesima cosa che accade, ovviamente con i dovuti distinguo, per un divorziato risposato. Questi non può accedere alla comunione a motivo di quanto ha fatto.” (ndr.: il divorziato risposato, con i dovuti distinguo, è come un mafioso assassino? Anzi, è peggio di un mafioso assassino, perché quest’ultimo può pentirsi e quindi ricevere i sacramenti, mentre il divorziato risposato no?)
Non accettano la scomunica di papa Francesco i detenuti del carcere di Larino e vogliono continuare a prendere i sacramenti. Per questo hanno avviato una protesta contro il cappellano del carcere, don Marco Colonna: «Padre, se non li possiamo più prendere, noi alla funzione religiosa non veniamo più».
Monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, ha detto «che la Madonna non si inchina ai malavitosi. Chi ha fatto fare l’inchino alla Madonna le ha fatto fare un gesto che la Madre di Dio non avrebbe mai fatto. Si è inchinata la statua, non la Madonna».
“Questo sciopero non dice: «Il Papa ci ha tolto la patente di cristiani, non possiamo più battere le strade della messa e della comunione ». Perché questo è falso. Papa Francesco nel suo viaggio in Calabria ha fatto un gesto comunicativamente geniale, è andato a trovare i detenuti nel carcere di Castrovillari e ha detto loro «anche io sbaglio, anche io ho bisogno di perdono»: è in questa frase la vera forza della sua dichiarazione di scomunica. Non è contro l’uomo che in carcere appartiene all’organizzazione ma contro l’organizzazione. La scomunica non è all’assassino, … La scomunica è all’assassinio… alla prassi mafiosa

Saviano: preti, mafia e papa Francesco

Saviano

in riferimento al ricevimento delle famiglie delle vittime della mafia da parte di papa Francesco, R. Saviano riflette opportunamente sulle parole del papa ritenendole ‘forti’, ‘definitive’, capaci di sgretolare quella ‘teologia’ che realmente c’è in genere dietro i comportamenti anche i più efferati degli uomini delle mafia

importanti anche perché evidenziano troppi comportamenti ecclesiali di ambiguità, di tolleranza, di silenzio e di tacita legittimazione della stessa mafia:

I preti e i boss

 

di Roberto Saviano

in “la Repubblica” del 22 marzo 2014

 

Le parole pronunciate dal Papa sono parole definitive. Tuonano forti non a San Pietro dove saranno risultate naturali, persino ovvie. Tuonano epocali a Locri, Casal di Principe, Natile di Careri, San Luca, Secondigliano, Gela, in quelle terre dove l’azione mafiosa si è sempre accompagnata ad atteggiamenti religiosi ostentati in pubblico. Chi non conosce i rapporti tra cosche e Chiesa potrà credere che sia evidente la contraddizione tra la parola di Cristo e il potere mafioso. Non è così. Per i capi delle organizzazioni criminali il loro comportamento è cristiano e cristiana è l’azione degli affiliati. In nome di Cristo e della Madonna si svolge la loro vita e la Santa Romana Chiesa è il riferimento  dell’organizzazione. Per quanto assurdo possa apparire il boss — come mi è capitato di scrivere già diverse volte — considera la propria azione paragonabile al calvario di Cristo, perché assume sulla propria coscienza il dolore e la colpa del peccato per il benessere degli uomini su cui comanda. Il “bene” è ottenuto quando le decisioni del boss sono a vantaggio di tutti gli affiliati del territorio su cui comanda. Il potere è espressione di un ordine provvidenziale: anche uccidere diventa un atto giusto e necessario, che Dio  perdonerà, se la vittima metteva a rischio la tranquillità, la pace, la sicurezza della “famiglia”. C’è tutta una ritualità distorta di provenienza religiosa che regola la cultura delle cosche. L’affiliazione alla ‘ndrangheta avviene attraverso la “santina”, l’effigie di un santo su carta, con una preghiera. San Michele Arcangelo è il santo che protegge le ‘ndrine: sulla sua figura si fa colare il sangue dell’affiliato nel rito dell’iniziazione. Padre Pio è il santo la cui icona è in ogni cella di camorrista, in ogni casa di camorrista, in ogni portafoglio di affiliato. Nicola, ex appartenente al clan Cesarano ha raccontato: “Mi sono salvato una volta, quando ero giovane, perché un proiettile è stato deviato. I medici mi hanno detto che è stata una costola a evitare che il colpo fosse mortale. Ma io non ci credo. Quello che mi ha sparato mi ha sparato al cuore, non è stata la costola, è stata la Madonna”. La Madonna, oggetto di preghiere: è a lei che ci si rivolge per sovrintendere gli omicidi. In quanto donna e madre di Cristo sopporta il dolore del sangue e perdona. Rosetta Cutolo veniva trovata in chiesa nelle ore delle mattanze ordinate da don Raffaele: pregava la Madonna di  intercedere presso Cristo per far comprendere che la condanna a morte e la violenza era necessaria. A Pignataro Maggiore esiste “la madonna della camorra” che il defunto boss Raffaele Lubrano ucciso in un agguato nel 2002, fece restaurare a sue spese, nella sala Moscati attigua alla chiesa madre. Anche Giovanni Paolo II aveva pronunciato — il 9 maggio del 1993 ad Agrigento — un attacco durissimo alla mafia: “convertitevi una volta verrà il giudizio di Dio”. Due mesi dopo i corleonesi misero una bomba a San Giovanni in Laterano. Ma Francesco I non parla solo a chi spara: ha abbracciato i parenti delle vittime della mafia, ha abbracciato don Luigi Ciotti, un sacerdote che non era mai stato accolto da un pontefice in Vaticano e con Libera è  diventato l’emblema di una chiesa di strada, che si impegna contro il potere criminale. La chiesa di don Diana, che fu lasciato solo a combattere la sua battaglia. Oggi Francesco invita a stare a fianco dei don Diana. Le sue parole rompono l’ambiguità in cui vivono quelle parti di chiesa che da sempre fanno finta di non vedere, che sono accondiscendenti verso le mafie, e che si giustificano in nome di una “vicinanza alle anime perdute”. Gli affiliati non temono l’inferno promesso dal Papa: lo conoscono in vita. Temono invece una chiesa che diventa prassi antimafiosa. Le parole di Francesco I potranno cambiare qualcosa davvero se la borghesia mafiosa sarà messa in crisi da questa presa di posizione, se l’opera pastorale della chiesa davvero inizierà a isolare il danaro criminale, il potere politico condizionato dai loro voti. Insomma se tutta la chiesa — e non solo pochi coraggiosi sacerdoti — sarà davvero parte attiva nella lotta ai capitali criminali. Dopo queste parole o sarà così o non sarà più

papa Francesco e un modo ecclesialmente più coinvolto di guardare alle mafie

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il 21 marzo i familiari delle vittime delle mafie saranno ricevuti da papa Francesco: sarà un giorno in cui i nomi di tutte le vittime delle mafie saranno evocati, nome per nome, uno a uno, in appello rivolto alle coscienze di tutti

il papa incontrerà ben 700 familiari delle vittime delle mafie che insanguinano l’Italia da troppo tempo e lo farà in occasione del 19° giorno della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie

(i titoli in rosso degli articoli –  che traggo dalla preziosa rassegna di ‘finesettimana’ – sono anche il link che rimanda al rispettivo articolo)

di Maria Antonietta Calabrò in Corriere della Sera del 16 marzo 2014

 «la disponibilità del Papa ad accompagnare i familiari a questo momento carico di dolore ma anche di speranza, è segno di un’attenzione e di una sensibilità che loro hanno colto sin dal primo momento. Attenzione verso tutta l’umanità fragile, ferita»

 

di Luigi Ciotti in La Stampa del 16 marzo 2014

Per i famigliari delle vittime innocenti delle mafie l’incontro con Papa Francesco è un dono. Un dono tanto più grande perché precede, anzi apre, la «Giornata della memoria e dell’impegno». Il 21 marzo è per loro – e sarebbe bello lo diventasse, istituzionalmente, per tutti gli italiani – il giorno in cui i loro cari, in tante città d’Italia, vengono chiamati per nome, uno a uno, in un appello rivolto alle coscienze di tutti.

  • Papa Francesco contro la mafia incontra i familiari delle vittime
  • di Giacomo Galeazzi in La Stampa del 16 marzo 2014
    Davanti al Papa i familiari leggeranno il lungo elenco delle vittime innocenti dei clan, poi Francesco prenderà la parola e la riflessione si alternerà a momenti di silenzio e preghiera. Un «martirologio» di chi ha pagato con la vita il rifiuto del potere mafioso. Bergoglio incontrerà 700 familiari delle vittime delle mafie che insanguinano l’Italia e pregherà con loro in una veglia nella chiesa romana di Gregorio VII

 

Il papa accoglie Libera e «benedice» l’antimafia

di Luca Kocci in il manifesto del 16 marzo 2014

Papa Bergoglio incontrerà i familiari delle vittime delle mafie venerdì prossimo, nella parrocchia romana di San Gregorio VII, a due passi dal Vaticano, durante una veglia di preghiera organizzata dall’associazione Libera, fondata da don Ciotti, in occasione della XIX Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie…

 Luigi di Carlo Lania in il manifesto del 16 marzo 2014

“Dobbiamo interrogarci sui silenzi e le reticenze del passato. Aveva ragione padre Bartolomeo Sorge quando, lasciando Palermo dopo molti anni, lui arrivò dopo le stragi, fece una dichiarazione che fa riflettere e che io condivido, perché molte prudenze, ritardi, sottovalutazioni e complicità sono presenti ancora oggi…”

il grido di R. Saviamo: proteggere la democrazia

 

 

 

bacino

Saviano lancia un vero allarme sulla necessità di proteggere la democrazia

alla mafia non interessano i soldi dei politici ma i soldi che i politici fanno guadagnare loro: la politica è solo un mezzo per velocizzare il profitto

è importante tener di conto questo mentre al senato sta votandosi il testo del nuovo articolo che regola in maniera complessiva i rapporti della politica con la mafia

(vedi link qui sotto)

 

PPROTEGGERE LA DEMOCRAZIA (Roberto Saviano)..

la donna mafiosa, il volto emergente delle mafie

 

 

10.6.2016

la mafia assume un volto sempre più femminile: se il maschio finisce in carcere tocca alla donna assumere la giuda delle cosche, passando così da ruoli gregari e marginali a ruoli organizzativi veri e propri, con l’affermazione,  immancabilmente, … che “la mafia non esiste”

papa

papa Francesco ancora una volta ci sorprende, pregando pubblicamente così: “preghiamo perché questi mafiosi e queste mafiose si convertano”

(vedi link qui sotto)

Se lui è in prigione tocca a lei guidare il clan