nella chiesa di papa Francesco una nuova riflessione sul celibato

 

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la chiesa di papa Francesco sembra aprire nuove prospettive, riaprire alla speranza, offrire possibilità nuove di dialogo e riflessione anche su tematiche su cui fino a pochi mesi fa ci si era irrigiditi e sordamente chiusi ad ogni dialogo o sguardo nuovo

una di queste tematiche riguarda il celibato del clero: per questo si offrono qui quattr0 contributi alla riflessione per un migliore approfondimento del significato di esso in vista anche della risoluzione di problemi concreti e di rimuovere ogni impressione di imposizione autoritaria di uno stile di vita  a chi sente di poter conciliare armonicamente il proprio sacerdozio con una vita affettiva coniugata

(i tre contributi sono presi dal preziosissimo sito ‘fine settimana’ che mai si finirebbe di apprezzare e ringraziare)

“Sono quasi otto anni che padre Patrick Ballan, 63 anni, è stato ordinato prete. E più di trenta che è sposato con Henriette. L’ex pastore della Chiesa calvinista di Ginevra, oggi responsabile di una “unità pastorale” nella diocesi di Malines-Bruxelles, in Belgio, fu nel 205 il primo uomo sposato a diventare prete cattolico in un paese francofono…”
“immaginare il modo in cui questi due modelli di prete possono essere complementari. In questa prospettiva, il teologo Paul Zulehner, professore all’Università di Vienna, distingue i preti che hanno seguito un discorso paolino (termine derivato da san Paolo) e preti che hanno seguito un percorso petrino (da san Pietro). I primi sono celibi. La vocazione dei secondi nasce in una parrocchia, e possono essere sposati”
“I primi ministri della Chiesa erano sposati… poi seguendo san Paolo, si privilegiano i ministri non sposati, perché si crede all’imminenza dell’avvento del Regno… Il prete viene visto spesso come l’uomo del sacro. Ma Gesù Cristo ci rivela che Dio, pur rispondendo alla ricerca di trascendenza, rompe la logica del sacro: Dio viene nella storia e il Vangelo agisce nella realtà del mondo”
Se il nodo da sciogliere non è di genere ma di potere, non deve forse essere rimesso in discussione il sacerdozio? La globalizzazione della indifferenza non dipende anche da una eccessiva spiritualizzazione della fede? La consapevolezza del proprio corpo non è anche consapevolezza del corpo dell’altro?

omaggio a dom Pedro Casaldaliga, la ‘speranza indignata’

Casaldaliga

Casaldaliga

catalano di nascita, brasiliano di adozione, vescovo, poeta e profeta, dom Pedro Casaldáliga, giunto a 86 anni, non solo ha segnato come pochissimi altri la storia della Chiesa latinoamericana, ma è davvero diventato un patrimonio dell’umanità intera

merita il più bell’omaggio per la grandezza del suo animo, per la generosità, la determinazione e creatività  con cui ha vissuto la vicinanza al suo popolo

personalmente credo di dovere a lui una svolta, per così dire, nella mia vita e nella mia vocazione francescana e sacerdotale, con la lettura di uno dei suoi primi libretti (‘nella fedeltà, ribelle!’) in cui racconta le difficoltà e il rischio della vita da lui vissuti nel collocarsi dalla parte dei poveri della sua diocesi contro i quali usavano violenza e sopraffazione i grandi latifondisti: ricordo di averlo letto versando  tante lacrime!

grazie a Claudia Fanti di Adista ho l’immenso piacere di ospitare in questo mio umilissimo sito una parte dei tanti meritatissimi omaggi tributati a dom Pedro specialmente a partire dal compimento dei suoi ottanta anni, l’omaggio rappresentato dall’articolo dell’antropologa Maria Júlia Gomes Andrade, a cui la rivista brasiliana Caros Amigos aveva dato l’incarico di tracciare un profilo del vescovo clarettiano:

 

Una vita al servizio della causa della liberazione

Omaggio a Pedro Casaldáliga, l’imprescindibile

 Non sorprende di certo il fatto che, negli ultimi anni, non si contino più gli omaggi a dom Pedro Casaldáliga: catalano di nascita, brasiliano di adozione, vescovo, poeta e profeta, dom Pedro, giunto a 86 anni, non solo ha segnato come pochissimi altri la storia della Chiesa latinoamericana, ma è davvero diventato un patrimonio dell’umanità intera. Non è possibile, tuttavia, rendergli omaggio senza mettere al centro le molte cause che hanno segnato la sua esistenza, come già avevano ben chiaro i suoi amici, quando, in occasione dei suoi 80 anni, hanno voluto festeggiarlo con un libro straordinario, che parla di lui attraverso le sue lotte: “Pedro Casaldáliga: le cause che danno senso alla sua vita. Ritratto di una personalità” (v. Adista nn. 20, 32, 36, 50, 54 e 58/08). Ed è quello di cui hanno potuto rendersi conto anche i tanti che hanno partecipato, nel novembre del 2013, in occasione del XXIV anniversario dei martiri della Uca di San Salvador, all’anteprima mondiale del film (già premiato in Francia) “Descalzo sobre la Tierra Roja”, che, tratto dall’omonimo libro di Francesc Escribano del 2002, racconta la vita di dom Pedro seguendo il filo rosso delle cause per cui si è totalmente speso, in linea con una delle più celebri frasi del vescovo: «Le mie cause valgono più della mia vita».

Un altro piccolo omaggio, in questa stessa prospettiva, viene dall’articolo dell’antropologa Maria Júlia Gomes Andrade, a cui la rivista brasiliana Caros Amigos aveva dato l’incarico di tracciare un profilo del vescovo clarettiano: un compito svolto, ancora una volta, in piena sintonia con la volontà di dom Pedro, privilegiando il «carattere comunitario» di tutta la sua lotta ed evidenziando come «le cause per le quali egli ha lottato dal suo arrivo in Brasile» siano «assai lontane da una soluzione». L’antropologa si sofferma allora sull’aspro conflitto in corso nel municipio di Luciara, nella regione dell’Araguaia, vicino a São Felix, dove lo scorso settembre fazendeiros e commercianti hanno scatenato un’ondata di terrore contro i retireiros, popolazione tradizionale rispettosa degli ecosistemi della regione e impegnata a rivendicare la creazione di una Riserva di Sviluppo Sostenibile. O sulla lotta del popolo xavante per rientrare in possesso del territorio indigeno di Maräiwatséde, tra i municipi di Alto da Boa Vista e São Félix do Araguaia, culminata con l’allontanamento di possidenti, fazendeiros e imprese disposto nel 2012 da un’ordinanza della Corte Suprema (la cosiddetta disintrusione). Una lotta sempre vigorosamente sostenuta da dom Pedro, il quale, nel dicembre del 2012, in seguito a nuove minacce di morte (dopo le tante ricevute negli anni del regime militare), è stato addirittura costretto a lasciare per alcuni giorni la sua casa a São Félix do Araguaia, dove vive dal 1968 e dove è voluto restare, malgrado le sue precarie condizioni di salute, anche dopo il pensionamento, nel 2005 (v. Adista Notizie n. 47/12). Una semplice casa del sertão dalle porte sempre aperte, dove, come racconta Maria Júlia Gomes Andrade, «per tutto il giorno passano persone a rendergli visita».

Di seguito, in una nostra traduzione dal portoghese, l’articolo dell’antropologa pubblicato da Caros Amigos nel numero 202 di gennaio e, in una nostra traduzione dallo spagnolo, l’intervento di Jon Sobrino tenuto il 14 novembre all’Università Centroamericana di San Salvador (Uca) durante l’anteprima del film “Descalzo sobre la Tierra Roja” (e pubblicato sul numero 643-644 della rivista Carta a las Iglesias). (claudia fanti)

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La speranza indignata

di Maria Julia Gomes Andrade

«Dovresti parlare della storia della regione», mi ha detto dom Pedro appena arrivata a casa sua, il 9 dicembre. Nell’apprendere che la rivista Caros Amigos mi aveva chiesto di tracciare un suo profilo per rendergli omaggio, Pedro mi aveva risposto per email: «Cara Maria Júlia, ti ringrazio per l’affetto, ma questo omaggio di Caros Amigos mi imbarazza molto. In ogni caso sei tu a rispondere di quello che scriverai. Io ti chiedo di dare risalto, soprattutto, al carattere comunitario di tutta la nostra lotta. Io sono solo un componente dell’ingranaggio».

Non riesco a vedere Pedro Casaldáliga meglio che in queste parole. È noto per chi minimamente conosce la storia della Teologia della Liberazione, della Chiesa cattolica brasiliana negli ultimi decenni e della regione dell’Araguaia che dom Pedro Casaldáliga è tra gli imprescindibili della poesia di Brecht. Ma egli si sente appena come un componente di un ingranaggio a servizio di qualcosa di più grande. «Le mie cause valgono più della mia vita», è del resto una delle sue frasi più famose. Concordando con Pedro, e rispettando il suo desiderio, è necessario evidenziare come le cause per le quali egli ha lottato dal suo arrivo in Brasile siano assai lontane da una soluzione. Le questioni di fondo che hanno permeato tutta l’azione del vescovo Pedro nella regione restano – purtroppo – estremamente attuali.

Il catalano Pedro Casaldáliga, ancora prete, arrivò nella regione dell’Araguaia nel 1968. Il suo viaggio da Goiânia a São Félix, che oggi dura in media 24 ore, richiese 8 giorni. Era un paesetto ai margini del Rio Araguaia che non aveva una scuola né un centro di salute. La prima scuola e il primo centro di assistenza sanitaria decente vennero costruiti proprio da lui e dalla sua équipe. La popolazione era costituita, essenzialmente, da piccoli contadini e da indigeni xavante, tapirapé e karajá. L’intera regione viveva l’intensa espansione del “progresso”, con territori divisi in lotti e venduti dal governo militare alle grandi compagnie agricole e zootecniche. Territori già abitati, come villaggi indigeni, paesini e persino interi municipi! Molto velocemente Pedro Casaldáliga comprese che era la terra la grande questione al centro del conflitto: indigeni e piccoli contadini da un lato, grandi fazendas latifondiste dall’altro. E si schierò. Dalla parte dei poveri.

Nel 1971 Pedro Casaldáliga viene consacrato vescovo, la regione in cui opera diventa una Prelatura, ed egli approfitta della visibilità del momento per lanciare un documento fondamentale in cui denuncia l’azione delle fazendas e la piena collaborazione di queste con il governo militare. “Una Chiesa dell’Amazzonia in conflitto con il latifondo e l’emarginazione sociale” è il titolo del testo, diventato immediatamente un punto di riferimento. Stampato e diffuso clandestinamente, il documento rivela le innumerevoli situazioni drammatiche vissute da contadini, indigeni e lavoratori di queste fazendas (in condizioni di lavoro schiavo). E quanto è ancora attuale ciò che Pedro scriveva nel 1971!

«Sentiamo, in coscienza, che anche noi dobbiamo contribuire alla demistificazione della proprietà privata. E che dobbiamo premere  – insieme a tante altre persone sensibilizzate – per una Riforma Agraria giusta, radicale, sociologicamente ispirata e tecnicamente realizzata senza ritardi esasperanti, senza intollerabili trucchi. L’ingiustizia ha un nome in questa terra: il Latifondo. E l’unico nome vero dello Sviluppo qui è Riforma Agraria».

La situazione è dolorosamente attuale: non stiamo parlando di storie del passato. Quest’anno si è registrata una situazione drammatica in un municipio vicino a São Félix, a Luciara, che ha coinvolto una popolazione tradizionale – i retireiros – e alcuni fazendeiros della regione. Di nuovo, il centro della questione è la terra. A settembre gli ingressi della città di Luciara sono stati tutti bloccati per protesta contro la creazione di una Riserva di Sviluppo Sostenibile (RDS), rivendicata dai retireiros. I quali, da circa un secolo, vivono dell’allevamento collettivo di bestiame in un’area di Luciara. Si tratta di circa 100 famiglie, per un totale di 450 persone, che utilizzano nei mesi in cui non piove (da maggio a settembre) il letto del Rio Araguaia, per il pascolo del bestiame. Durante la stagione della pioggia, quando il fiume sale, le famiglie si spostano verso la terra più alta, dove conducono il bestiame, traendo dai boschi diversi tipi di piante, sementi e radici per il consumo proprio e per le diverse necessità delle famiglie. Questa terra alta è un’area contesa. È una terra dell’Unione di cui si sono recentemente appropriati in maniera illegale i fazendeiros mirando alla coltivazione della soia.

Così, alla fine di settembre, in una situazione già tesa, (…) viene data alle fiamme la casa di due leader retireiros, vari dirigenti vengono minacciati e qualcuno spara contro la casa di Zecão e Rita.

José Raimundo, detto Zecão, e Rita, entrambi professori, si erano trasferiti a Luciara nel 1990, provenienti da São Paulo. Volevano unirsi all’esperienza della Prelatura. Erano venuti con le figlie di alcuni mesi appena: Dandara Terra e Naiara Terra. Alcuni anni dopo nasce Matheus Terra, figlioccio di Pedro. I tre bambini trascorrono tutta l’infanzia e l’adolescenza a Luciara e oggi vivono a São Paulo, dove lavorano e studiano. Poco più di 10 anni fa, Zecão viene consacrato diacono da dom Pedro. Zecão e Rita diventano in questi 20 anni e passa fra i leader più importanti della Chiesa della regione, e tra le persone più fidate di Pedro. Non è un caso che siano stati loro i più minacciati. Quando ha inizio l’assedio a Luciara erano fuori città. E la tensione giunge a un punto tale che non possono far ritorno. Gli amici di Luciara, preoccupati per le minacce, chiedevano loro di non tornare. Senza sapere dove andare, si recano allora a São Félix per parlare con Pedro sul da farsi.

Rita ricorda i dettagli di quei giorni oscuri: «Cosa facciamo?», era la domanda che si ponevano. «Pedro ci disse immediatamente: “Restate qui in casa con me”. Prese lui stesso tutti i contatti con il governo federale. Se non ci fosse stato questo contatto diretto in ambito federale, quanto avvenuto a Luciara non avrebbe avuto alcuna visibilità. E noi non saremmo mai potuti tornare a casa. Passammo un mese con quanto avevamo in valigia. Non tornammo a Luciara neppure per prendere il cambio. Ci mandavano tutto alcuni vicini solidali. Il gruppo federale di protezione dei testimoni venne qui a parlarci: “La situazione è ancora tesa, non potete tornare”. Pensavamo: perché si sente il bisogno di così tante cose? L’essenza della vita è essere giusti, essere onesti, essere pronti a denunciare. (…)».

Zecão aggiunge: «Un giorno in cui mi sentivo particolarmente a disagio per quanto ci stava succedendo, chiesi a Pedro come faceva a convivere con le minacce ricevute per tutta la sua vita. Pedro mi rispose: “Chiedo al Divino di trasformare la rabbia in speranza indignata. E così mi sento sollevato”. Il nostro cuore deve essere così, sempre più grande, e deve relativizzare. Non significa cedere politicamente, ma non nutrire odio. Io piango, mi emoziono, e questo mi rende più forte. Alcuni dicono che sono una persona molto emotiva. Ma una vita senza passione è come cibo senza condimento. È la passione che mi muove».

DALLA PARTE DEGLI XAVANTE

Questa situazione di Luciara si ricollega al caso della disintrusione, avvenuta nel 2012, dell’area xavante di Marãiwatsédé, situata a circa due ore da São Félix. In un documento del 1970, “Schiavitù e Feudalismo nel nord del Mato Grosso”, Pedro aveva già indicato: «In vari punti della regione, gli stessi indios sono stati letteralmente espulsi dall’invasione delle fazendas latifondiste». Ed è esattamente questa la storia degli xavante di Marãiwatsédé, espulsi con aerei della Fab (Forza Aerea Brasiliana) nel 1968 e reinsediati in un’area distante del Mato Grosso, in un viaggio in cui morirono decine di indigeni. Un fatto che avrebbe provocato probabilmente uno scandalo se non si fosse trattato di indigeni di una regione remota del Mato Grosso.

Gli xavante non hanno mai rinunciato all’idea di tornare a Marãiwatsédé, recandosi tante volte nell’area. Strategicamente, chiedevano agli amministratori della fazenda di poter visitare i cimiteri degli antenati, ma, una volta all’interno dell’area, mappavano ogni nuovo intervento, ogni disboscamento e ogni opera. All’inizio degli anni ‘90, quando presero la decisione di organizzarsi politicamente, disponevano di una mappa dettagliata di tutto ciò che era stato fatto nell’area negli ultimi 25 anni. Riuscirono ad avviare il processo di demarcazione e a ottenere l’omologazione nel 1998. Ma anche i politici locali si organizzarono, promuovendo l’occupazione di uno spazio nel cuore dell’area xavante, nel tentativo di impedire il ritorno degli indigeni. Inventarono da un giorno all’altro una città, Posto da Mata, sostenendo di vivere nella regione da molto più tempo di loro. Finché, nel 2012, il governo federale non coordinò la disintrusione dell’area restituendo definitivamente la terra agli xavante. La posizione di Pedro, nuovamente al lato degli indigeni, produsse, nel 2004, scritte offensive su un muro della Chiesa della città di Alto de Boa Vista – “Fuori il vescovo comunista” -, e minacce più serie alla fine del 2012, tali da indurlo, per la prima volta, ad accettare di allontanarsi da São Félix per qualche tempo, sotto la protezione della Polizia Federale. Ritornò subito, all’inizio del 2013: non voleva più restare lontano.

Questi stessi militanti anti-xavante di Posto da Mata si sono trasferiti quest’anno a Luciara per lanciare il loro allarme: «Fate attenzione, perché a voi può accadere quello che è avvenuto a noi. Vogliono cancellare Luciara e lasciare tutta la città ai retireiros». Parole come queste hanno sortito un effetto enorme: la quasi totalità della popolazione di Luciara è contro la Riserva di Sviluppo Sostenibile, malgrado si tratti di terra dell’Unione occupata illegalmente da mezza dozzina di fazendeiros. E, nel frattempo, i leader dei retireiros e i loro sostenitori continuano a ricevere intimidazioni. «La Riforma agraria, qui come in altre parti del Paese e del mondo, non è un’illusione sovversiva. Non può continuare a essere una frode pubblicitaria. Né può essere rinviata»: così affermava Pedro nel documento-denuncia del 1970. Ma in questo quadro è sicuro che la soluzione alla situazione dei retireiros venga rinviata. E i latifondisti grileiros ringraziano.

La verità è che la disintrusione dell’area xavante di Marãiwatsédé ha fatto emergere altre situazioni. La questione di fondo con cui abbiamo a che fare qui è l’avanzata della soia: la politica di trasformazione della regione del basso Araguaia nella nuova grande frontiera della soia del Mato Grosso. La terra xavante ha rappresentato un ostacolo all’espansione, un sassolino nella scarpa, così come la Chiesa di Pedro e dei suoi seguaci. E la RDS dei reitireiros costituisce una potenziale minaccia.

UNA CASA DALLE PORTE SEMPRE APERTE

Pedro è anche poeta. Il tema del popolo dell’Araguaia, con i suoi dolori e la sua vita, è uno dei più ricorrenti nelle sue poesie. Penso a quanto è avvenuto a Luciara, alla solidarietà di Pedro nei confronti degli amici e dei retireiros, e mi viene sempre in mente questa poesia, un’evocazione del «viandante, non c’è cammino, il cammino si fa camminando» del poeta spagnolo Antônio Machado:

«Retirante, l’unico cammino è quello che c’è. / Di campi e di case non ve ne sono più. / Neppure i sette palmi di terra di un tempo saranno per tutti! / Retirante, viandante, c’è un solo cammino. / Il cammino che siamo, il cammino che facciamo: / Per vivere, per andare; perché altri viandanti si uniscano. / Il cammino perché i disoccupati riprendano coraggio. / Perché chi si è perso si ritrovi./ Il cammino che siamo, il cammino che facciamo. / Se c’è uno steccato, non hai braccia e falce per distruggerlo? / Se la notte ti ha nascosto la direzione, cercala insieme ai fratelli: / un cuore in compagnia trova sempre il chiaro di luna. / Viandante, compagno, c’è un solo cammino: / il cammino che siamo, il cammino che facciamo! / Per ora, questo è quello che c’è… / Ma, un giorno, il mondo si ribalta e c’è quel che ci sarà!».

Dom Pedro Casaldáliga compie 86 anni a febbraio. Da 25 anni convive con “fratello Parkinson”, come gli piace dire. Questa prolungata convivenza gli ha portato molte limitazioni. Negli ultimi anni non gli è più possibile scrivere e, pertanto, rispondere personalmente ai tanti messaggi che riceve ogni giorno. Ma non sono mai mancate mani amiche per aiutarlo con la posta elettronica, mantenendo in tal modo la tradizione: tutti i messaggi trovano risposta.

Per tutto il giorno passano persone a rendergli visita a casa, che continua, letteralmente, a tenere le porte aperte. Le persone del popolo lo hanno sempre chiamato semplicemente Pedro. O, più raramente, “vescovo Pedro”, espressione pur sempre affettuosa. L’atteggiamento del popolo nei confronti di Pedro Casaldáliga dice molto della relazione che con esso egli ha stabilito. Mi ricordo sempre della prima volta che sono stata a São Félix, nel 2003, e delle risate che suscitavo quando lo chiamavo “Casaldáliga” o “dom Pedro Casaldáliga”. Sarebbe comprensibile se le difficoltà causategli dal Parkinson lo avessero reso una persona ombrosa e poco propensa a ricevere visite. Ma è esattamente il contrario. Pedro riceve tutti volentieri. Sempre e tutti. Fa domande sulle cose concrete della vita, dà la benedizione e scherza. Scherza molto! Nel 2009 passai di nuovo a casa sua per visitarlo e mi spaventai a vederlo usare, per la prima volta, il bastone. Egli certamente colse la mia espressione preoccupata e addolorata, perché mi guardò e disse: «È per spaventare i cani». Forse il suo senso dell’umorismo è stato in questo momento della sua vita una forma di protezione. Può essere. Egli non si lamenta della sua condizione, ma scherza. È qualcosa di assolutamente incredibile… I problemi di salute non gli hanno sottratto la sua caratteristica ironia, quella che lo fa parlare di “fratello-Parkinson”.

E la casa è così carica di significato! Una casa semplice, come quella di qualunque sertanejo. Verniciata solo esternamente, le pareti interne sono di mattoni a vista, ed è piena di quadri, oggetti indigeni, foto, manifesti, prodotti artigianali di diversi Paesi dove Pedro è stato o dove vivono tanti amici della Prelatura. «Qui nulla è stato messo a caso, Maria Júlia, tutto ha un significato», mi disse nel 2003, quando andai a casa sua per la prima volta e rimasi completamente incantata ad osservare ogni dettaglio, con la voglia di conoscere la storia di ogni oggetto. Per non stancare Pedro, non stavo sempre a far domande, ma come avrei voluto… So che la piccola croce di cuoio gli è stata data da Frei Betto, quando quest’ultimo si trovava nel carcere Tiradentes, all’inizio degli anni ‘70. So che la foto della vecchietta ricoperta completamente di rughe che ci guarda sorridente in cucina è stata scattata da Carlos Moura, uno degli operatori di pastorale più importanti della storia della Prelatura, durante un viaggio all’interno del Piauí. E so che ci sono molte decorazioni karajá, tapirapé e xavante: dimostrazioni di affetto e amicizia nei confronti del vecchio vescovo, grande compagno di strada durante i conflitti vissuti dagli indigeni nella regione. Tutti i giorni della settimana di dicembre in cui sono stata ad Araguaia sono passati indios karajá per la casa di Pedro. In un luogo tanto carico di pregiudizi contro gli indigeni come São Félix, il “palazzo episcopale” dalle porte aperte è sempre stato un rifugio per i karajá, i tapirapé e gli xavante di passaggio per la città.

La consacrazione episcopale di Pedro Casaldáliga non è stata solo un momento di denuncia. È stato compiuto in quell’occasione un gesto ancora più profondo di impegno pastorale e politico. Una simbologia incarnata della Teologia della Liberazione. Pedro rinunciò ad alcuni simboli classici: al posto della mitra, un cappello di paglia del sertão; al posto del baculo, un remo karajá, consegnato da un leader del popolo indigeno; al posto dell’anello d’oro, un anello di tucum. Dietro incoraggiamento di un’altra grande figura della Teologia della Liberazione, dom Tomás Balduíno, Pedro aveva accettato la nuova sfida del ministero episcopale. Ma con un diverso rituale. Nell’invito per la consacrazione, Pedro scrisse: «La tua mitra sarà un cappello di paglia sertanejo; il sole e la luna; la pioggia e il sereno; lo sguardo dei poveri con cui camminare e lo sguardo glorioso di Cristo, il Signore. Il tuo baculo sarà la Verità del Vangelo e la fiducia riposta in te dal tuo popolo. Il tuo anello sarà la fedeltà alla Nuova Alleanza del Dio liberatore e la fedeltà al popolo di questa terra».

L’anello di tucum diventò, da allora, un simbolo. In un primo momento, significava: chi usa questo anello sta assumendo la causa dei popoli indigeni. Ma poi diventò qualcosa di ancora più grande, passando a significare l’impegno con le cause dei poveri, degli emarginati, della trasformazione sociale. Molti militanti usano questo simbolo e, in qualche modo, si riconoscono. E quante coppie si sono scambiate l’anello di tucum al posto della fede? Il tucum è una palma molto comune in Amazzonia. È un legno duro, resistente. E il fusto della palma è pieno di spine, lunghe e acuminate. Come dice Pedro, sono spine intrepide; questo cammino non è una passeggiata… Nel film prodotto nel 1994 e ispirato a questa storia, dom Pedro, nel finale, spiega al protagonista il significato “di questo anello nero”: «È l’anello di tucum, una palma dell’Amazzonia, segno dell’alleanza con la causa indigena, con le cause popolari. Usare questo anello vuol dire normalmente assumere queste cause e le loro conseguenze». E chiede alla fine: «Tu accetteresti di portarlo? Accetti? Guarda, questo ti impegna, eh? Ti segna».

Voi accettate?

c’è un posto per le donne nella chiesa di papa Francesco?

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le donne cercano il loro posto nella chiesa

aria nuova nella chiesa di papa Francesco, maggiore spazio alle persone rispetto alle tradizioni irrigidite, alle strutture ossificate fino al punto di schiacciare le persone

maggiore spazio alle persone soprattutto a quelle che tradizionalmente sono state più trascurate, ignorate, bocciate, subordinate, emarginate, silenziate anche da un mondo teologico storicamente e tradizionalmente maschile

riusciranno nella chiesa di papa Francesco le donne e le teologhe a trovare il loro spazio da protagoniste? papa Francesco è disposto  a mettersi in ascolto della teologia elaborata dalle donne?

tante sono le questioni e ampia la problematica  legate a questo ambito: si offrono qui di seguito (utilizzando l’apporto prezioso di ‘finesettimana’) tre contributi per illustrare alcune delle attese che il mondo femminile oggi vive per cercare e trovare il proprio posto nella chiesa:

 

Lo spostamento del baricentro dalla dottrina alla prassi (la dottrina e il culto si inverano nella pratica della giustizia) richiedono un ripensamento complessivo della vita delle nostre comunità. Ripensare l’intera struttura ministeriale della chiesa, il rapporto sacro potere. Papa Francesco è disposto a mettersi in ascolto della teologia elaborata dalle donne?

In un mondo teologico storicamente e tradizionalmente maschile, in cui sono sempre stati gli uomini a creare dottrina, morale, leggi, spiritualità, a celebrare i sacramenti e a trasmettere il Vangelo, la sapienza femminile è rimasta inespressa, complice anche una misoginia – strisciante ma non troppo – di cui la teologia maschile si è fatta portatrice

Un interessante numero della rivista bimestrale “Legendaria” dedica  un notevole spazio al tema delle donne nella chiesa. Ha chiesto a 7 donne, credenti e non credenti di rivolgerea papa Francesco 3 domande. Già avevamo riportato quella di Mariella Gramaglia apparsa anche sul neoquotidiano “pagina99”. 1)Perché non riconoscere al femminismo il molto che ha fatto per le donne? 2)perché gli ecclesiastici esercitano una superiore autorità nei confronti battezzati? 3) che fare nei confronti della povertà diffusa livello mondiale?

Ratzinger rigetta speculazioni sulla sua ‘rinuncia’

Ratzinger: la mia rinuncia è valida, assurdo fare speculazioni

Benedetto XVI risponde con una lettera ad Andrea Tornielli: il noto vaticanista gli aveva inviato alcune domande a proposito di presunte pressioni e complotti che avrebbero provocato le dimissioni:
 

«Non c’è il minimo dubbio circa la validità della mia rinuncia al ministero petrino» e le «speculazioni» in proposito sono «semplicemente assurde». Joseph Ratzinger non è stato costretto a dimettersi, non l’ha fatto a seguito di pressioni o complotti: la sua rinuncia è valida e oggi nella Chiesa non esiste alcuna «diarchia», nessun doppio governo. C’è un Papa regnante nel pieno delle sue funzioni, Francesco, e un emerito che ha come «unico e ultimo scopo» delle sue giornate quello di pregare per il suo successore.
Dal monastero «Mater Ecclesiae» dentro le mura vaticane, il Papa emerito Benedetto XVI ha preso carta e penna per stroncare le interpretazioni sul suo storico gesto di un anno fa, rilanciate da diversi media e sul web in occasione del primo anniversario della rinuncia. Lo ha fatto rispondendo personalmente a una lettera con alcune domande che gli avevamo inviato nei giorni scorsi, dopo aver letto alcuni commenti sulla stampa italiana e internazionale riguardanti le sue dimissioni. In modo sintetico ma precisissimo, Ratzinger ha risposto, smentendo i presunti retroscena segreti della rinuncia e invitando a non caricare di significati impropri alcune scelte da lui compiute, come quella di mantenere l’abito bianco anche dopo aver lasciato il ministero di vescovo di Roma.
Come si ricorderà, con un clamoroso e inatteso annuncio, l’11 febbraio 2013 Benedetto XVI comunicava ai cardinali riuniti in concistoro la sua libera decisione di dimettersi «ingravescente aetate», per motivi di età: «Sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino». Annunciava anche che la sede apostolica sarebbe stata vacante a partire dalla sera del 28 febbraio: i cardinali si sarebbero riuniti per procedere con l’elezione del successore. Nei giorni successivi, Ratzinger faceva sapere che avrebbe mantenuto il nome di Benedetto XVI (che compare anche in calce alla fine della lettera), che si sarebbe definito d’ora in avanti «Papa emerito» (come risulta anche dall’intestazione a stampa della stessa lettera) e avrebbe continuato a indossare l’abito bianco, anche se semplificato rispetto a quello del Pontefice, vale a dire senza la mantelletta (chiamata «pellegrina») e senza la fascia.
Nel corso dell’ultima udienza del mercoledì, il 27 febbraio 2013, in una piazza San Pietro inondata di sole e gremita di fedeli, Benedetto XVI aveva detto: «In questi ultimi mesi, ho sentito che le mie forze erano diminuite, e ho chiesto a Dio con insistenza, nella preghiera, di illuminarmi con la sua luce per farmi prendere la decisione più giusta non per il mio bene, ma per il bene della Chiesa. Ho fatto questo passo nella piena consapevolezza della sua gravità e anche novità, ma con una profonda serenità d’animo. Amare la Chiesa significa anche avere il coraggio di fare scelte difficili, sofferte, avendo sempre davanti il bene della Chiesa e non se stessi».
E aveva aggiunto che il suo ritirarsi, «nascosto al mondo», non significava «ritornare nel privato». «La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero – aveva detto – non revoca questo. Non ritorno alla vita privata, a una vita di viaggi, incontri, ricevimenti, conferenze eccetera. Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore Crocifisso. Non porto più la potestà dell’officio per il governo della Chiesa, ma nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di San Pietro». Proprio queste parole circa il suo voler restare «nel recinto di San Pietro» hanno fatto ipotizzare ad alcuni che la rinuncia non sia stata davvero libera e dunque valida, quasi che Ratzinger si fosse voluto ritagliare un ruolo di «Papa ombra», cioè quanto di più lontano dalla sua sensibilità si possa immaginare.
Dopo l’elezione di Francesco, le novità del suo papato, la scossa che sta portando alla Chiesa con la sua parola e la sua testimonianza personale, era fisiologico che alcuni – com’è sempre peraltro accaduto in occasione di un cambio di pontificato – lo contrapponessero al predecessore. Una contrapposizione che lo stesso Benedetto XVI ha sempre rifiutato. Nelle ultime settimane, con l’avvicinarsi del primo anniversario della rinuncia, c’è chi è andato oltre, ipotizzando persino l’invalidità delle dimissioni di Benedetto e dunque un suo ruolo ancora attivo e istituzionale accanto al Papa regnante.
Lo scorso 16 febbraio, chi scrive ha inviato al Papa emerito un messaggio con alcune specifiche domande in merito a queste interpretazioni. Due giorni dopo è arrivata la risposta. «Non c’è il minimo dubbio – scrive Ratzinger nella missiva – circa la validità della mia rinuncia al ministero petrino. Unica condizione della validità è la piena libertà della decisione. Speculazioni circa la invalidità della rinuncia sono semplicemente assurde». Del resto, che la possibilità di dimettersi fosse tenuta in considerazione da molto tempo era ben noto alle persone più vicine a Ratzinger, e da lui stesso confermata nel libro intervista con il giornalista tedesco Peter Seewald («Luce del mondo», 2010): «Se un Papa si rende conto con chiarezza che non è più capace, fisicamente, psicologicamente e spiritualmente, di assolvere ai doveri del suo ufficio, allora ha il diritto e, in alcune circostanze, anche l’obbligo, di dimettersi».
È stato inevitabile, un anno fa, dopo l’annuncio – mai un Papa in duemila anni di storia della Chiesa aveva rinunciato per anzianità – collegare questo clamoroso gesto al clima mefitico di Vatileaks, dei complotti nella Curia romana. Tutto il pontificato di Benedetto XVI è stato una via Crucis, e in particolare gli ultimi anni: prima a motivo dello scandalo della pedofilia, da lui coraggiosamente affrontato senza incolpare le lobby o i «nemici esterni» della Chiesa, ma piuttosto la «persecuzione», il male che viene dal di dentro della Chiesa stessa. E poi a motivo della fuga di documenti prelevati dalla scrivania papale dal maggiordomo Paolo Gabriele. La rinuncia è stata dunque collegata a questi contesti. Ma Benedetto XVI aveva spiegato, sempre nel libro-intervista con Seewald, che non si lascia la nave mentre il mare è in tempesta. Per questo prima di annunciare le dimissioni, decisione presa da tempo e confidata ai più stretti collaboratori con mesi d’anticipo, Ratzinger ha atteso che la vicenda Vatileaks, il processo a Gabriele e l’inchiesta affidata ai tre cardinali si fossero conclusi. Soltanto dopo ha lasciato.
Nella lettera che ci ha inviato, il Papa emerito risponde anche alle domande sul significato dell’abito bianco e del nome papale. «Il mantenimento dell’abito bianco e del nome Benedetto – ci ha scritto – è una cosa semplicemente pratica. Nel momento della rinuncia non c’erano a disposizione altri vestiti. Del resto porto l’abito bianco in modo chiaramente distinto da quello del Papa. Anche qui si tratta di speculazioni senza il minimo fondamento».
Una chiara e quanto mai significativa testimonianza di questa affermazione, Benedetto XVI l’ha data sabato scorso, nel giorno del concistoro al quale era stato invitato da Francesco. Ratzinger non ha voluto un posto appartato e speciale, si è seduto in una sedia uguale a quella dei cardinali, in un angolo, nella fila dei porporati vescovi. Quando Francesco all’inizio e poi alla fine della cerimonia gli si è avvicinato per salutarlo e abbracciarlo, Benedetto si è tolto dal capo lo zucchetto per riverenza, e anche per attestare pubblicamente che il Papa è uno solo.
Nelle scorse settimane il teologo svizzero Hans Küng aveva citato alcune parole contenute in una lettera ricevuta da Benedetto XVI e riguardanti Francesco. Parole ancora una volta inequivocabili: «Io sono grato di poter essere legato da una grande identità di vedute e da un’amicizia di cuore a Papa Francesco. Io oggi vedo come mio unico e ultimo compito sostenere il suo Pontificato nella preghiera». Qualcuno, sul web, ha provato a mettere in dubbio l’autenticità della citazione o comunque ne ha paventato un uso strumentale. Anche di questo abbiamo chiesto conferma al Papa emerito: «Il prof. Küng ha citato letteralmente e correttamente le parole della mia lettera indirizzata a lui», ha precisato in modo lapidario. Prima di concludere con la speranza di aver risposto «in modo chiaro e sufficiente» alle domande che gli avevamo posto. 

ricrordando A. Zarri

zarri

Vita di una eremita

 

di Ilaria Napolitano

 in “Mosaico di pace” n° 2 del febbraio 2014

 

“Ogni vita comincia alla soglia di una tomba” scrisse diversi anni fa André Chouraqui all’inizio della sua stupenda autobiografia (Chouraqui, A., Forte come la morte è l’amore, Cinisello Balsamo 1994, pag. 8). Adriana, alla fine del suo resoconto di vita eremitica, conclude: “… appena il nome, per chi voglia cercarmi tra le tombe, e sotto: ‘Completa la sua resurrezione’. Ma non è necessario cercarmi. Mi basta il ricordo dell’erba che non mancherà di rinverdirmi. E non portatemi fiori: fioriranno le viole” (Zarri, A., Un eremo non è un guscio di lumaca, Torino 2011, pag. 197. Per tutte le successive citazioni si fa riferimento al medesimo testo).

Adriana Zarri: teologa, scrittrice, attenta osservatrice della nostra realtà politica ed ecclesiale, impegnata nelle grandi battaglie civili della storia recente del Paese, dal 1975 sceglie di ritirarsi in campagna abbracciando una forma di vita eremitica, coltivando la terra, occupandosi degli animali e, naturalmente, scrivendo. Informandone con una lettera “circolare” gli amici, sente il bisogno di difendere la sua scelta da due possibili malintesi: il primo che la preghiera, vissuta così radicalmente, possa essere vista come qualcosa di alienante, in antitesi a una piena partecipazione alle cose del mondo; il secondo, più legato alla sua storia personale, che il “ritirarsi”, dopo decenni di lotte e battaglie nell’arena pubblica, dato il “clima restauratore” del momento, possa essere letto come abbandono del campo per “delusione e stanchezza”. nel deserto . Niente di tutto questo: “Nel deserto si entra, si cammina, ci si immerge, assumendo la storia e i problemi di tutti. Impegnandosi e lottando contro le alienazioni di questo mondo, come ho sempre fatto e farò”. E ancora: “la preghiera, anzi, è la contestazione più profonda di questo nostro mondo utilitario, in quanto mette in crisi non già le forme d’espressione in cui si manifesta, ma il modello antropoculturale che le esprime: un modello essenzialmente efficientistico, privo di quegli spazi di fantasia, di poesia, di gratuità su cui si innesta appunto la preghiera”. Quanto alla stanchezza e alla delusione, Adriana chiarisce: “Ma nel silenzio non si entra per stanchezza. Per stanchezza ci si chiude nel mutismo, che è tutt’altra cosa. Né io sono delusa da  Dio, anche se posso esserlo di qualche uomo che tuttavia non può soffocare la speranza, alimentata dallo Spirito”. A distanza di qualche anno, avendo raccolto su richiesta dei suoi lettori in un libro le lettere dall’eremo già pubblicate ogni quindici giorni sulla rivista Rocca, dopo aver riportato la lettera di cui sopra, così commenterà: “Forse, oggi, quella lettera cercherei di farla più scarna, più pulita, forse addirittura meno monastica; e non perché sia diminuito l’amore per questa vita, ma perché è aumentate l’amore per la vita…”. Il resoconto di vita va da una stagione all’altra, da un autunno all’altro, seguendo e impastandosi ai colori, ai profumi, ai lavori in casa e fuori casa nell’orto e con gli animali, dove il “banale” quotidiano e il sublime si assommano e si compenetrano. La solitudine non esclude però i rapporti semplici ed essenziali con gli abitanti del luogo e gli amici ora lontani, perché “l’isolamento è un tagliarsi fuori ma la solitudine è un vivere dentro”. Non è tagliato fuori il mondo, grazie a giornali, riviste, corrispondenza: è proprio l’eremita che deve leggere, per non chiudersi ai drammi e al divenire della storia. A chi poi per caso arriva al Molinasso ed esclama: “Beata lei, che abita in questo paradiso, lontana dalla città e dalla cattiveria del mondo!”. Adriana chiede, non senza irritazione, ma anche un poco sorniona, se è disposto a tornarci d’inverno… l’invito è subito declinato all’apprendere che c’è umido, freddo, niente luce elettrica e diversi disagi. Anche all’eremo piove: “piove il cielo aggrondato e piove la vita, con tutti  i pesi e le fatiche che gravano su ogni dimora e su ogni uomo”. Eppure si è nella pace, quella pace simile a un lago profondo e appena increspato in superficie, che niente ha a che fare con la pace mondana del quieto vivere e dell’evitamento. Se all’eremo piove, la serenità non sta nell’aspettare, anche con pazienza, il bel tempo, ma credere che anche la nebbia è sereno e la pioggia sole. L’eremo non è però solo pregno di vicende e accadimenti umani ma, come ogni cascina che si rispetti, è piena di animali. Non mancano i corvi liberi di volare intorno e dentro la stalla, conigli, tacchini, paperi, polli. Fuori dalla stalla tortore, colombi, e naturalmente un cane e un gatto, anzi una gatta, Ottorina, che nelle gelide notti invernali si trasforma in una borsa calda sotto le coperte.

Chiede a un certo punto un lettore: “Come fa un monaco laico a mantenersi? Penso, infatti, che oggi la povertà non escluda l’indipendenza economica, che è dovere per tutti”. Semplice, lavorando. E il lavoro al Molinasso è duro: agosto insopportabilmente caldo, gennaio freddissimo, le zanzare torturano, l’attività della fienagione stanca sul serio, l’acqua spesso gela nella stalla e si è costretti a intervenire con il martello. Un lavoro tosto e scarsamente remunerativo, ma: “Il monachesimo, più o meno consciamente, forse ha intuito che, nell’armonia che si ritesse tra l’uomo e l’universo, il lavoro è un momento forte di dialogo. Perché uno dei frutti della vita monastica mi sembra proprio un grande senso di armonizzazione con le cose; e forse un altro è la scoperta e il gusto del lavoro”. la preghiera . Di fatto si lavora sempre con la fretta, proiettandosi alla fine del lavoro e poi ancora oltre, senza riuscire a stare veramente nel presente, a quello che ci occupa adesso. Una fuga più che un andare verso qualcosa: “Accade anche per il lavoro che l’erba del vicino (ed è magari l’erba del nostro ‘dopo’) ci pare sempre più verde; mentre è esattamente il contrario: l’erba più verde è la mia, quella che cresce nel mio orto, quella del mio ‘oggi’ del mio ‘ora’ perché soltanto quella è stata coltivata da Dio per me, e soltanto quella mi può nutrire di rugiada, di verde, di vita; non di illusioni e di velleità. La cosa più importante è sempre quella che sto facendo. Allora non debbo avere fretta”. È così che alla fine la preghiera stessa si fa indistinguibile dall’abitare il quotidiano: “E mi abbandono alla preghiera personale, senza formule fisse: parole che si smorzano spesso nel silenzio. Neanche sempre in cappella, sovente fuori, stesa sull’erba, immersa nelle cose e nella vita (e gli animali che mi camminano sopra, mi s’accucciano addosso, come un abbraccio caldo di pelo e di respiro). La preghiera non riesuma antichi testi ma è immersa nel mio oggi”. L’intellettuale “pura” di un tempo è divenuta un’intellettuale incarnata, “contaminata, sporca di vita materiale”, che non rinnega metà del suo lavoro, però può consapevolmente dire, giunta all’ultima stagione, che è più importante vivere che fare: “…La vita è una collana di possibilità perdute; e tanto più si fa densa, ricca di curiosità, di interessi, di spazi, tanto più le possibilità, le occasioni, le esistenze perdute aumentano. Ma esse non sono che modi del tutto secondari rispetto a qualche cosa che ci cresce e ci matura dentro, e che è appunto la vita”

La vita, semplicemente

 Adriana Zarri (San Lazzaro di Savena 1919 – Crotte di Strambino 2010) prende molto giovane i voti nella Compagnia di San Paolo a Milano. Ne esce dopo qualche anno, continuando ad approfondire gli studi di teologia, collaborando con riviste specializzate e tenendo conferenze in giro per l’Italia. È stata definita una teologa di linea conciliare molto prima del Concilio. Ha vissuto da eremita dal 1975 prima in una cascina del Canavese, poi a Crotte, paesino nei pressi di Ivrea. Tra gli scritti teologici: La Chiesa nostra figlia (1962); Impazienza di Abramo (1964); Nostro Signore del deserto (1978); Erba della mia erba (1981). Autrice anche di romanzi, tra cui Vita e morte senza miracoli di Celestino VI (2008).

*Ilaria Napolitano è laureata in filosofia, specializzata in educazione degli adulti e counseling clinico a indirizzo psicosintetico

 

per una chiesa credibile oggi

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“Anche nella postmodernità le persone sono alla ricerca di risposte alle domande essenziali. L’individualizzazione non ha portato, come si presupponeva nel XX secolo, ad una diminuzione della religiosità… Se la Chiesa, nel mondo di oggi, vuole essere convincente, non le basta attuare un cambiamento di strutture. L’istituzione di parrocchie taglia XXL può rispondere a problemi interni di personale e di sostenibilità finanziaria. Ma per le persone che sono alla ricerca di risposte per la propria vita servono testimoni e piccole comunità in cui potersi collocare”
così Dario Hülsmann in www.kath-kommentar.de del 21 febbraio 2014 (riportato meritoriamente da ‘fine settimana’:

 Come può rinascere la credibilità?

di Dario Hülsmann

 

La Chiesa cattolica è in crisi. Dopo aver richiesto per anni alla società elevati standard morali, ora mostra di aver perso la sua integrità morale avendo nascosto casi di abusi sessuali e mancando di trasparenza in ambito finanziario. Al contempo, non sembra che in Germania le Chiese riescano a trovare nel loro potenziale religioso delle risposte alla profonda crisi della società. In questa crisi, i cattolici continuano a discutere degli stessi temi: morale sessuale, difesa della vita, processo decisionale democratico nella Chiesa, equiparazione dei diritti. Non ci si può quindi meravigliare che anche i media continuino a riproporre posizioni ben note. Progressismo contro conservatorismo – modernità contro tradizionalismo. All’osservatore appare innanzitutto chiara una cosa: i principi valoriali della società non sono congruenti con quelli della dottrina cattolica. Ma le opinioni su chi delle due debba adattarsi all’altra, divergono.

La Chiesa cattolica sembra bloccata in un dibattito relativo alle strutture, anche se vorrebbe in realtà promuovere nella società i propri i contenuti di fede. Ma per uscire dalla crisi, deve trovare una nuova forma per trasmettere tali contenuti.  Due papi chiedono “smondanizzazione” e una Chiesa povera . Entrambi i papi   Francesco e  Benedetto XVI esortano ad una nuova forma di trasmissione della fede. Nel suo viaggio in Germania nel 2011, Benedetto XVI chiedeva ai vescovi tedeschi “smondanizzazione” della Chiesa tedesca. “La Chiesa liberata dal suo peso materiale e politico può rivolgersi meglio e in modo veramente cristiano a tutto il mondo, essere veramente aperta al mondo”, dichiarava Benedetto XVI allora. Il suo successore, papa Francesco, rafforza ulteriormente questa richiesta quando parla di un ideale di “Chiesa povera” e fa dell’accompagnamento pastorale delle persone la sua preoccupazione principale. L’ideale di povertà rappresenta per entrambi, il papa emerito come quello in carica, la garanzia per una nuova credibilità. Con un “più” di credibilità e di autenticità, vogliono far uscire la Chiesa dalla crisi di fede. Relazioni d’inchiesta esterne servono al rinnovamento e ad un cambio di orientamento . Se vogliono mettere in pratica queste idee ed essere credibili, i vescovi tedeschi, come rappresentanti della Chiesa, devono innanzitutto assumersi le loro responsabilità. Nei casi di abuso e negli scandali finanziari sono loro ad essere identificati come figure rappresentative per gli errori commessi. Con la relazione d’inchiesta della Causa Limburg e con il nuovo Studio relativo ai casi di abuso sessuale sono stati fatti due passi importanti. In due casi, nel 2010 con il vescovo Walter Mixa e presumibilmente nel 2014 con il vescovo Franz- Peter Tebartz-van Elst, in cui i vescovi dovrebbero trarre personalmente le conseguenze, diventa evidente che la Chiesa si assume seriamente le sue responsabilità. La pubblicizzazione della gestione del patrimonio delle sedi vescovili e la realizzazione di una prescrizione unitaria per la prevenzione contro gli abusi sessuali fanno sperare che le cose procedano così anche in futuro. Fare pulizia non basta .

Non ci si può però limitare all’ammissione di errori passati ed una più forte trasparenza. Accanto ai vescovi anche i gruppi ecclesiali in conflitto sono invitati a riconoscere le opportunità della crisi. Mentre sempre meno cattolici sono interessati all’offerta pastorale e l’influenza sociopolitica delle associazioni ecclesiali scompare, l’elaborazione degli errori passati apre uno spazio per riflettere sui contenuti centrali della propria comunità di fede. A partire da quella elaborazione si potrebbe ora sfruttare l’opportunità per rinnovare la Chiesa. Il bisogno di proposte di fede è sempre presente. Come può diventare credibile la Chiesa cattolica in una società critica nei confronti delle  chiese?  

Anche nella postmodernità le persone sono alla ricerca di risposte alle domande essenziali. L’individualizzazione non ha portato, come si presupponeva nel XX secolo, ad una diminuzione della religiosità. Il desiderio e la ricerca di spiritualità e di Dio vengono, è vero, spesso ignorati da chi è occupato a progettare strutture, ma in ampi strati della società sono rimasti presenti. Però questa ricerca non si esprime in dibattiti relativi a principi morali o forme di vita prefissate, ma piuttosto in una credibile proposta di valori e messaggi, verso cui il singolo si può liberamente orientare. Se perciò la Chiesa, nel mondo di oggi, vuole essere convincente, non le basta attuare un cambiamento di strutture. L’istituzione di parrocchie taglia XXL può rispondere a problemi interni di personale e di sostenibilità finanziaria. Ma per le persone che sono alla ricerca di risposte per la propria vita servono testimoni e piccole comunità in cui potersi collocare. Il messaggio di fede cristiano viene preso in considerazione quando viene vissuto da  perso ne  che  sono autentiche. L’ideale di povertà di Francesco si innesta qui. Ricorda ai rappresentanti della Chiesa la necessità di ricercare quegli autentici testimoni della fede e di sostenerli con il proprio sempio. La richiesta di “smondanizzazione” punta sulla potenzialità del messaggio cristiano di aprire accanto ai temi sociali un ulteriore orizzonte di senso. In questo si concretizza spesso, proprio in contrapposizione alle rappresentazioni di valori della società, l’unicità della speranza cristiana.

Sottolineando queste contrapposizioni e l’importanza delle singole perone, i papi sostengono che ulcro e caposaldo del superamento della crisi non sono le strutture, ma i contenuti. Rinnovamento e nuove comunità cristiane .   Mentre le direzioni diocesane e i rappresentanti dei laici ancora discutono su come affrontare il problema degli scandali e quali conseguenze devono essere tratte per le strutture organizzative della Chiesa, sono soprattutto piccole comunità cristiane a registrare una storia di successo. Da anni nascono all’interno della Chiesa cattolica una molteplicità di movimenti diversi che si diffondono anche in luoghi dove la cura pastorale è fortemente ridotta. Accanto a nuove comunità come ad esempio il Cammino neocatecumenale, con i migranti cristiani arrivano nelle diocesi tedesche anche molti altri rappresentanti di movimenti ecclesiali. Alimentano la loro vitalità non da unità pastorali o piani finanziari ma dalla propria spiritualità vissuta. Sarà opportuno che i “decision maker” tengano presenti queste comunità vivaci, in modo da favorire ed integrare la loro vitalità. Sono i cristiani praticanti a rendere credibili i valori cristiani e la chiesa cattolica nella società – e non possono essere sostituiti né da esigenze ecclesiali sociopolitiche né da strutture

p. Maggi e p.Pagola commentano il vangelo della domenica

p. Maggi

 

AMATE I VOSTRI NEMICI 

Commento al Vangelo della ottava domenica dell’anno liturgico di p. Alberto Maggi

 

Mt 5,38-48

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle. Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

 

Può sembrare scoraggiante l’invito che Gesù fa e che leggiamo nel vangelo di Matteo: “Siate perfetti come è il Padre vostro perfetto”, perché noi pensiamo subito alla perfezione di Dio, con tutto quello che immaginiamo, di potenza di grandezza di Dio. Vediamo invece cosa intende l’evangelista con questo invito alla perfezione. Il vangelo che commentiamo è il capitolo 5 di Matteo, dal versetto 38. Gesù continua a prendere le distanze dalla legislazione di Mosè per presentare un’alternativa di società e un modo nuovo per  rapportarsi con il Signore. E dice Gesù: «Avete inteso che fu detto: ‘ Occhio per occhio e dente per dente’». Questa legislazione di Mosè in realtà fu un grande passo avanti in quello che riguardava la gestione della vendetta che prima era illimitata. E’ famoso nella Bibbia il vanto di Lamec, che troviamo nel libro del Genesi, capitolo 4 versetto 24, dove Lamec si lamenta e dice: “Ho ucciso un uomo per una mia scalfitura e un ragazzo per un mio livido”. quindi la vendetta era illimitata. Mosè invece ha cercato di mettere un limite, occhio per occhio, dente per dente. Ebbene Gesù prende le distanze da questo e chiede di fare un passo in avanti. «Ma io vi dico: ‘Non opporvi al malvagio’ »”. Non significa questo invito di Gesù ad essere delle persone passive che accettano ogni prepotenza. Il cristiano non è questo, anzi. Ma significa spezzare il cerchio della violenza, proporre iniziative di bene, di amore e di pace, che disinneschino questo odio e questa violenza che si abbattono su di te. Per questo quando Gesù dice «Se uno di da uno schiaffo sulla guancia destra tu porgigli anche l’altra »”, non significa passare da stupidi. Gesù non ci chiede di essere stupidi, tonti, ma buoni fino in fondo. Di fatto l’unica volta nel vangelo di Giovanni che Gesù prende uno schiaffo, mica ha presentato l’altra guancia, ma ha detto: “Se ho sbagliato mostrami dove ho sbagliato, se non ho sbagliato perché questa violenza?” Quindi Gesù invita a non opporre alla violenza che viene addosso altra violenza,  altrimenti questa cresce e poi dopo diventa un crescendo interminabile di violenza che genera altra violenza. Per questo Gesù non chiede – ripeto – di essere tonti, ma di essere buoni, di disinnescare la violenza con proposte di bene ancora maggiore. Il credente è colui che, di fronte alla violenza dell’altro, gli fa comprendere: “Guarda la tua capacità di volermi fare del male non sarà mai così grande come la mia di volerti e farti del bene”. Questo è l’invito di Gesù. Poi Gesù passa a toccare uno dei piedistalli della spiritualità ebraica, «Avete inteso che fu detto: ‘Amerai il tuo prossimo …’ »”, l’amore la prossimo era un amore limitato, perché arrivava fino a dove esisteva il concetto di prossimo, che era molto relativo. Il concetto più stretto significava colui che appartiene al mio clan familiare, un po’ più largo a quello della mia tribù, un po’ più largo ancora alla nazione di Israele, ma non di più. Quindi era un amore che aveva dei limiti. “ «E odierai il tuo nemico’»”. L’odio al nemico era anormale in questa società, ma soprattutto era giustificato dall’odio che Dio aveva per i peccatori. E’ tipico il canto del salmista nel salmo 139, versetti 21-22 dove dice: “Quanto odio Signore quelli che ti odiano. Li odio con odio implacabile, li considero miei nemici”. Mai si odia con tanto gusto come quando si odia in nome di Dio, perché ci si sente giustificati in questo odio. Ebbene Gesù prende le distanze da tutto questo. «Ma io vi dico: ‘Amate i vostri nemici’»”. Quindi Gesù propone un amore di un livello superiore che non solo non conosce i limiti dell’amore che arriva fino al prossimo, ma li supera. E’ questa la novità esclusiva di Gesù, è un amore che arriva a inglobare anche il nemico. E per ‘amare’ Gesù non ha scelto il verbo greco fileo, da cui filosofia, filantropia, un amore di benevolenza che riceve qualcosa in cambio, ma il verbo agapao, da cui la parola agape che tutti conosciamo, che significa un amore che è indipendente dalla qualità di colui che lo riceve, è indipendente dalla risposta dell’altro. Quindi di un amore che non guarda i meriti della persona che viene amata, un amore che si genera per il bisogno dell’altro, non per la risposta che se ne può avere. «’E pregate per quelli che   perseguitano’»”, quindi è chiaro che per nemico si intende quello che perseguita la comunità cristiana. Ebbene Gesù chiede di fare un passo in avanti, questo amore non diventa reale finché non si trasforma in amore per quelli che lo perseguitano. Se c’è questo accade qualcosa che trasforma l’esistenza del credente, «Affinché siate figli del Padre vostro»”. Essere figlio in quella cultura significa colui che assomiglia al padre nel comportamento. Allora, se chi ama il nemico e prega per il nemico assomiglia al Padre, si vede che questa è la qualità d’amore di Dio, un amore di Dio che arriva a tutti quanti, anche a quelli che sono considerati i suoi nemici. E poi Gesù dà un’immagine di cosa significa questo amore, «Egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni »”,  è un’offerta di vita che è rivolta a tutti. Il Dio di Gesù non è buono, è esclusivamente buono, lui non guarda i meriti delle persone, ma guarda i loro bisogni. Non è il Dio che premia i giusti e castiga i malvagi, ma a tutti, giusti e malvagi, offre il suo amore. E poi Gesù fa un altro esempio, «E fa piovere sui giusti e sugli ingiusti»”. Quindi questi esempi, che sono comprensibili a tutti, il sole e la pioggia, vogliono dire che l’amore di Dio è un amore dal quale nessuna persona si può sentire esclusa. Gesù non discrimina tra meritevoli e no, tra puri e impuri, ma il suo amore si rivolge a tutti quanti. E poi Gesù dice: “Se amate e salutate”, e prende le categorie ritenute più lontane da Dio, i pubblicani, quelli che erano impuri fino all’essenza stessa della persona e i pagani, quelli che avevano altre divinità. “Se amate e salutate quelli che vi amano e vi salutano che fate di più? Siete come quelli che sono impuri profondamente e quelli che sono senza Dio, i pagani”. Ed ecco l’invito finale di Gesù: «Voi dunque siate perfetti …»”, che significa essere pieni, completi, “ «come è perfetto il Padre vostro celeste»”.  Ecco, dopo tutto questo, allora capiamo bene cosa significa questo invito alla perfezione. Significa essere buoni fino in fondo. E questa non è una virtù, un eroismo straordinario possibile soltanto ad alcuni, ma essere buoni fino in fondo è dentro le capacità e le possibilità di ogni persona. Quando si realizza questo la vita del credente si intreccia con quella di Dio e diventa una sola cosa; l’uomo permette a Dio di essergli Padre e sperimenta la sua presenza intima, profonda, in ogni avvenimento della propria esistenza e della propria vita.

UNA CHIAMATA SCANDALOSA

il commento di p. A. Pagola:
La chiamata all’amore è sempre seduttrice. Sicuramente, molti accoglievano con gusto la chiamata di Gesù ad amare Dio e il prossimo. Era la migliore sintesi della Legge. Ma quello che non potevano immaginare è che un giorno egli avrebbe detto loro di amare i nemici. Tuttavia, Gesù lo fece senza considerare alcuna delle tradizioni bibliche, prendendo le distanze dai salmi …di vendetta che alimentavano il discorso del suo popolo. Egli  affrontò il clima generale di odio che si respirava nel suo ambiente, proclamò con chiarezza assoluta la sua chiamata: “Io, invece, vi dico: Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano e pregate per quelli che vi calunniano.”
Il suo linguaggio è scandaloso e sorprendente, ma completamente coerente con la sua esperienza di Dio. Il Padre non è violento: ama perfino i suoi nemici, non cerca la distruzione di nessuno. La sua grandezza non consiste in vendicarsi bensì in amare incondizionatamente tutti. Chi si sente figlio di quel Dio, non introdurrà nel mondo odio né vorrà la distruzione di nessuno.   L’amore verso il nemico non è una forma di mediazione adottata da Gesù, diretta a persone chiamate ad una perfezione eroica, ma la sua chiamata vuole introdurre nella storia un atteggiamento nuovo verso il nemico, perché egli vuole eliminare nel mondo l’odio e la violenza distruttrice.
Chi vuole somigliare a Dio non alimenterà l’odio contro nessuno, cercherà il bene di tutti incluso quello verso i suoi nemici.
Quando Gesù parla dell’amore verso il nemico, non sta chiedendo che alimentiamo in noi sentimenti affettivi, simpatia o affetto verso chi ci fa del male, il nemico continua ad essere qualcuno del quale possiamo aspettarci dei danni, e alla luce di ciò, difficilmente questo può cambiare i sentimenti del nostro cuore. Amare il nemico significa, prima di tutto, non fargli del male, non cercare né desiderare di danneggiarlo. Non dobbiamo rimproverarci se non sentiamo amore alcuno verso di lui. È naturale che ci sentiamo feriti o vilipesi. Dobbiamo preoccuparci quando continuiamo ad alimentare l’odio e la sete di vendetta.   Ma non si tenta solo di non fargli del male. Possiamo addirittura fare dei passi fino ad essere disposti a fargli del bene se lo troviamo necessitato. Non dobbiamo dimenticare che siamo più umani quando perdoniamo che quando ci rallegriamo della sua disgrazia.
Il perdono sincero verso il nemico non è cosa facile. In alcune circostanze alla persona può essere fatto del male in un solo momento. Praticamente è impossibile liberarsi del rifiuto, delll’odio o della sete di vendetta. Non dobbiamo giudicare nessuno dal di fuori. Solamente Dio ci comprende e ci perdona in maniera incondizionata, perfino quando non siamo capaci di perdonare.   Costruisci dunque un mondo più fraterno e gentile.
José Antonio Pagola

Scalfari parla ancora di ‘rivoluzione’ di papa Francesco

Scalfari

La rivoluzione di Francesco contro i mandarini del Vaticano

 dopo la telefonata e il carteggio che ha avuto luogo nei primi mesi del  pontificato di papa Francesco tra questi e Scalfari, rapporto ravvicinato che ha fatto promettere ai due di continuarlo con impegno per la reciproca soddisfazione (ancorché assai di più quella di Scalfari che sembrava letteralmente toccare il cielo con un dito a un passo da una travolgente conversione!), il fondatore di ‘la Repubblica’ torna a riflettere sulla ‘rivoluzione’ di papa Francesco in questo lungo articolo:

in “la Repubblica” del 19 febbraio 2014

 

È passato quasi un anno dall’elezione di Jorge Bergoglio al soglio di Pietro ed ora tutta la Chiesa ha fiducia in lui, i fedeli soprattutto per la sua grande capacità di comunicatore, la sua apertura al dialogo, le sue immagini di una Chiesa povera e missionaria, la sua fede nel Dio misericordioso con tutti. Ma non solo i fedeli affollano le chiese e le piazze per ascoltarlo; anche le strutture istituzionali, in Italia e in tutto il mondo, lo appoggiano senza più le riserve iniziali che non erano né poche né marginali. Lo appoggiano e puntano sul successo della sua azione riformatrice i Vescovi di tutte le nazioni cristiane nell’America Latina, in quelle americane del Nord, in Europa, in Africa, in Asia, in Oceania; lo appoggiano i cardinali, la Curia, le Conferenze episcopali, i presbiteri, le Comunità, gli Ordini religiosi, le Università cattoliche, gli Oratori, i Protestanti. Lo stimano e vogliono dialogare con lui i rabbini e le comunità ebraiche, gli imam che predicano il Corano e perfino — perfino— i non credenti. Roma è ridiventata la capitale del mondo. Non l’Italia, ma Roma, la città di papa Francesco, è il centro del mondo; non Washington, non Brasilia, non Pechino, non Nuova Delhi, non Mosca, non Tokyo, ma Roma. Non avveniva da duemila anni, ma adesso è così. Dunque un trionfo in appena un anno non ancora compiuto. Apparentemente è così. Sostanzialmente anche, ma solo in parte e, aggiungo, in piccola parte almeno per ciò che riguarda la struttura vaticana e che Francesco chiama l’Istituzione: la Chiesa che ha come principale obiettivo la sua conservazione e il potere, il temporalismo che ne derivano. Quella che Francesco ha in notevole misura degradato al rango di “intendenza”, quella che deve fornire i necessari  servizi alla Chiesa combattente e missionaria. Insomma i mandarini, come li chiamerebbero in Cina. I mandarini nella Chiesa cattolica ci sono sempre stati dopo i primi tre secoli della Chiesa patristica. Hanno certamente avuto una funzione storica tutt’altro che trascurabile; hanno evangelizzato l’Europa e le Americhe, hanno continuamente aggiornato e riformato, modernizzato l’Istituzione e il suo linguaggio, il suo modo di proporsi al popolo dei fedeli e alle potenze politiche europee. Hanno combattuto guerre non solo teologiche ma con lance e spade e spingarde e cannoni e navi e cavalieri e inquisizioni e persecuzioni. Sconfitte e vittorie e scismi, eresie e vendette e intrighi e diplomazie e dogmi e scomuniche. Questa è stata la storia del Papato e della Chiesa; non ad intervalli, ma continuativamente. Una Chiesa verticale assai poco apostolica. Ventuno Concili in duemila anni; molti sinodi ma con pochi poteri. Intrecciata alla storia dei regni e dei poteri politici, Francia, Spagna, Inghilterra, principi elettori di Germania, Bizantini, Saraceni, imperatori e califfi. Spesso la Chiesa ha perso, spesso ha vinto, da sola con le scomuniche, o con le armi alleandosi col vincitore. Ma non è stata soltanto questo. È stata anche la Chiesa missionaria, la Chiesa povera, la Chiesa martire, la Chiesa dell’amore e della misericordia. Ma il nucleo di questo ampio ventaglio è sempre stato tenuto in mano dall’Istituzione. Ora – e per la prima volta – l’Istituzione è a rischio di perdere il rango di guida. In parte l’ha già perso ma non del tutto. I mandarini ci sono ancora. Hanno fatto atto di sottomissione, si sono allineati, ma ancora combattono. Come? Credono di convincere Francesco ad attuare buone riforme ma non una rivoluzione, giocando sulla doppia natura di papa Bergoglio che come tutti gli uomini che hanno testa e cuore e quindi contraddizioni dentro di sé possono da quelle contraddizioni ricavare ricchezza, pienezza e armonia tra intelletto ed anima oppure confusione e  incoerenza. I mandarini sono sempre stati al passo dei tempi ma con cautela, prudenza, compromessi nel rafforzamento del loro ruolo. Francesco, non dimentichiamolo, è nato e cresciuto nella Compagnia di Gesù. Si sente ancora gesuita? Ma ha scelto di chiamarsi Francesco, come finora non era mai avvenuto. Che cosa significa questa miscela? Come si può mettere insieme il poverello di Assisi e Ignazio di Loyola? Basta la fede in Cristo? Ma chi è Cristo per papa Francesco e chi è per i

mandarini che ancora allignano e non solo in Vaticano.

papa-francesco

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Ad una delle domande qui formulate una risposta me la sono data; naturalmente è la mia e deriva soltanto da quanto credo di aver capito di papa Francesco che, secondo me, è tuttora identificato con la cultura e la testimonianza che la Compagnia di Gesù ha dato della Chiesa per cinque secoli. Oggi la Compagnia è molto meno potente di un tempo, altre forze sono nate nel tessuto dell’Istituzione, il clero regolare ha perso parte del suo ruolo e i gesuiti non hanno più il primato della cultura e dell’educazione della gioventù cattolica. Il cosiddetto Papa nero, cioè il generale della Compagnia, è definitivamente tramontato e il “perinde ac cadaver”, che è ancora il motto della Compagnia, non ha più alcun reale significato. Del resto non l’ha mai avuto perché i contrasti tra il Papato e la Compagnia sono stati frequenti e per ben due volte portarono all’isolamento dei gesuiti e alla loro cacciata da alcuni paesi europei a cominciare dalla Francia, col beneplacito del Vaticano. Tuttavia la cultura gesuitica e soprattutto la prassi comportamentale che viene insegnata ai loro novizi e ai cattolici che frequentano le loro scuole, le loro università ed i loro esercizi spirituali è ancora di alto livello e di notevole suggestione. Consiste soprattutto in tre punti: la vocazione missionaria fondata non sul proselitismo ma sull’ascolto e sul dialogo con i diversi; la capacità di guidare, capire e in qualche modo influire sui processi della società dove la Compagnia è presente; dividersi tra di loro identificandosi con processi così diversi l’uno dall’altro restando tuttavia profondamente legati alla Compagnia e ai suoi organi centrali. Insomma una sorta di gioco delle parti nel quadro d’una rappresentazione della quale sono gli attori principali. Un tempo, l’ho già detto, la loro potenza nella Chiesa e nei paesi cattolici del nostro continente fu di altissimo livello; del resto la Compagnia fu fondata da Ignazio per combattere lo scisma luterano e limitarne le conseguenze. In che modo? Non opponendogli il conservatorismo ma una forte riforma. I laici e i protestanti la chiamarono controriforma dando un significato conservatore a quella parola, ma non era così e basta ricordare l’azione pastorale dei Borromeo, Carlo e Federico, del quale ultimo c’è ampio racconto nei Promessi Sposi del Manzoni. Papa Bergoglio è intrinseco della cultura e della prassi della Compagnia e non è certo un caso che sia il primo Pontefice che da essa proviene in una fase di estrema laicizzazione del mondo e di estremo isolamento della Chiesa. Vuole una Chiesa missionaria così come la Compagnia l’ha voluta e praticata; esorta i preti regolari e quelli secolari a comprendere l’ambiente in cui operano e adeguare ad esso la loro cura d’anime, ma li esorta anche a confrontarsi con culture religiosamente diverse, con particolare attenzione ad aperture di dialogo con non credenti e atei. E vuole, papa Bergoglio, trasformare in questo senso la Chiesa, il ruolo dei Vescovi e delle Conferenze episcopali, il ruolo della Curia, senza mai abbandonare la dottrina né smontare l’architettura  dogmatica, semmai interpretarne il significato. I gesuiti sono maestri nella casistica, anzi ne sono addirittura gli inventori e Bergoglio è, in quanto Papa, il maestro dei maestri. Nelle sue mani la casistica ha compiuto un salto di qualità ed è diventata una visione plurima del mondo, un ventaglio amplissimo di posizioni diverse e contraddittorie da gestire indirizzandole verso una convivenza proficua e di reciproca comprensione e rispetto. Ecco, una fedeltà alla Compagnia a 24 carati. Ma il gesuita Bergoglio eletto al soglio di Pietro non si chiama, come pure avrebbe potuto, Ignazio, bensì Francesco, con esplicito riferimento al santo di Assisi. Nessuno aveva mai preso quel nome nella storia del papato. Un gesuita si chiama papa Francesco. Qual è il significato e il senso di questa apparente contraddizione?

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Molti pensano che Francesco d’Assisi, dopo una “jeunesse dorée” finita piuttosto male, cui seguì una radicale conversione almeno agli inizi vissuta per il suo valore espiatorio, sia stato una sorta di fondamentalista della Chiesa dei poveri: piedi scalzi o con sandali anche nei più rigidi inverni, risorse individuali nessuna, risorse della comunità dei frati scarsissime e frutto di elemosine più spontanee che cercate e chieste, fedeltà totale a Cristo, fratellanza e amore tra i seguaci di Francesco, assenza di conventi accoglienti anteponendo un’itineranza pressoché continua, amore per il prossimo da soccorrere, scarsi contatti con la Chiesa ufficiale e istituzionale, identificazione con la virtù, la natura, la preghiera, la poesia che sgorga dall’anima, nessun timore per “sora nostra morte corporale” perché l’anima è immortale e la vita solo un transito. Questo racconto dell’iniziazione di Francesco e dei suoi compagni coglie senza dubbio alcuni aspetti comuni della Chiesa povera da loro praticata e predicata, ma ne tralascia altri non meno importanti. Per esempio i contatti che da un certo momento in poi Francesco ebbe e coltivò con i dignitari della Chiesa e col Papa quando decise di consolidare in un Ordine e nelle sue regole le comunità dei suoi seguaci, di dargli una sede, ferma restando la pratica itinerante intervallata però di soste non di riposo ma di contemplazione dello Spirito e di se stessi. I contatti con la Chiesa ufficiale furono lunghi e piuttosto complessi. La Curia non era molto propensa a riconoscere un Ordine di quella natura nel momento stesso in cui la Chiesa era già nel pieno delle sue lotte temporali e ancora alle prese con la secolare questione delle investiture, dopo  la piena vittoria a Canossa di papa Gregorio VII. Una lotta per il potere dalla quale Francesco e i suoi seguaci erano del tutto estranei, anzi del tutto avversi. Alla fine fu il Papa stesso a ricevere Francesco colmandolo di lodi e condividendo l’idea che ci fosse un Ordine come egli proponeva, ma condizionandone l’approvazione a modifiche non marginali delle regole proposte da Francesco. La  trattativa durò a lungo. Alla fine gran parte delle modifiche furono accettate dalla comunità francescana e l’Ordine nacque.

Sarebbe lungo e fuori posto in questa sede dar conto di questa complessa vicenda che del resto è stata ampiamente esaminata dagli storici della Chiesa. Ricordo però che Francesco ha avuto contatti col Papa e con i suoi dignitari ma la sua itineranza lo portò in varie regioni d’Italia e perfino in Terrasanta dove le Crociate avevano da tempo messo quelle terre a ferro e fuoco creando principati cristiani, eserciti stanziali e Ordini militari e religiosi insieme. Francesco ne conobbe i capi e molti cavalieri, ma conobbe anche alcuni dei capi saraceni e con alcuni di loro pregò il Dio che è universale e del cui nome nessuno dovrebbe appropriarsi e farne bandiera di guerra. Alcuni dei cristiani di Terrasanta si convinsero a quanto Francesco predicava e se ne convinsero perfino alcuni dei capi saraceni da lui incontrati che lo frequentarono ed anche lo ospitarono per qualche giorno dimostrando amicizia alla persona e rispetto per la fede da lui manifestata verso il “Dio di tutti”.

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Questi sono i tratti salienti sia pure accennati in modo estremamente sintetico, della Compagnia fondata da Ignazio e della Chiesa povera guidata dal santo di Assisi. Ci sono, tra i due Ordini e soprattutto tra i loro fondatori alcuni tratti comuni; soprattutto la fede in Gesù Cristo e nella Chiesa sua mistica sposa; ma le differenze sono di gran lunga prevalenti. Papa Francesco porta con sé e dentro di sé entrambe queste due possenti manifestazioni di religiosità, di ruolo e di comportamenti. Mi sono chiesto se si tratti di una contraddizione apparente o sostanziale e la risposta che mi do è: sostanziale.

Ignazio ebbe anche alcuni momenti di misticismo ma non è su di essi che poggiò la sua azione; amava i mistici, li riteneva indispensabili alla Chiesa, ma la sua fede era radicata nella sua testa e non soltanto nel suo cuore. Da questo punto di vista papa Francesco gli somiglia molto. Il santo di Assisi visse invece in uno stato di misticismo e di identificazione con Cristo quasi permanenti. Basterebbe il suo rapporto di dolcezza e di dialogo continuo con la natura “sive Deus”, le stimmate sulle sue mani, l’amore spirituale con Chiara che fu accanto a lui nel momento saliente della sua esistenza.

Che io sappia per quello che ho colto in papa Francesco, quest’aspetto saliente di  misticismo e trasfigurazione in lui non ci sono. C’è l’ammirazione e vorrei dire l’adorazione per il santo di cui ha preso il nome. L’identificazione tra queste due figure si realizza tuttavia su un piano altrettanto importante ed è quello dell’amore per il prossimo, della misericordia diffusa a tutte le anime, della Chiesa povera e missionaria che dialoga con tutti, che è vicina a tutti i deboli, a tutti i poveri, a tutti gli esclusi, dell’identificazione di questa Chiesa con il popolo di Dio e dei suoi presbiteri con cura di anime, dei Vescovi successori degli apostoli, delle Comunità dedicate al volontariato, delle pecore smarrite e dei “figli prodighi” che tornano perché hanno sentito nel loro profondo d’essere cercati.

La Chiesa-istituzione non è stata quella predicata da Gesù se non in parte. Per secoli e anzi millenni la priorità di ruolo l’ha avuta l’Istituzione consapevole del valore della Chiesa povera ma dedicata soprattutto all’esercizio del potere e quindi della temporalità, comunque aggiornata ai tempi ma dedita al rafforzamento e all’ampliamento della temporalità. Papa Francesco è sempre stato in guerra con la primazia della temporalità. È flessibile e consapevole ed esperto della forza dei suoi avversari, è astuto nella gradualità e nella necessità di compromessi, ma è anche sagace nel cogliere il momento dell’attacco radicale agli ostacoli che i mandarini gli oppongono. Insomma è una guerra e durerà a lungo. Ratzinger non si era accorto di questa realtà. I brevi anni del suo pontificato li ha vissuti come una sorta di Truman Show, una città del tutto fittizia costruita da una potente società televisiva e abitata da dipendenti di quella società della quale il protagonista era il solo a non sapere che tutto era finto, finte le famiglie, finto il lavoro degli artigiani, finta l’amicizia e il rispetto che tutti gli dimostravano in quel sito della terra che sembrava il più felice, onesto e agiato del mondo. Finto e inesistente fino a quando… Fino a quando Benedetto XVI si trovò coinvolto nello scandalo del “Corvo”, delle malefatte del suo maggiordomo, nelle ruberie dello Ior e nella complicità della Curia. E scoprì che il mondo in cui credeva d’aver vissuto celava un pantano morale. Ne capì la vastità e il radicamento; misurò la vastità di quel mondo e le proprie forze e decise che la sola cosa che doveva fare era denunciarne l’esistenza e dimettersi. L’energia di affrontare una guerra così lunga e complessa il suo corpo non l’aveva. Sperò e pregò affinché il Conclave seguito alle sue dimissioni scegliesse la persona adatta e così accadde un anno fa.

Il Papa che oggi conduce l’opera di bonifica e di trasformazione che Ratzinger non poté fare ha dentro di sé l’obiettivo del santo d’Assisi e la metodica di Ignazio. La contraddizione è questa: la bonifica della palude è uno scopo che anche Ignazio aveva ben presente ai suoi tempi ma la sua metodica si svolgeva nella palude, utilizzava la palude per rendere ancora più necessaria la presenza della Compagnia. Dopo Ignazio, la Compagnia trasformò la metodica da strumento in obiettivo sicché una parte di quell’Ordine alimentò la palude per sguazzarvi dentro. Ora si dà il caso che il gesuita Bergoglio abbia riportato la metodica gesuita da metodica a strumento. Per questo ha preso il nome di Francesco. Ma questa non è una posizione riformista che i mandarini tollererebbero e addirittura appoggerebbero. Questa è una rivoluzione. Un gesuita che sceglie quel nome è, forse contro le sue intenzioni, forse anche senza che ne sia  interamente consapevole, una bomba. Non era mai accaduto nella storia della Chiesa. Era accaduto invece che la Chiesa, dopo i primi secoli, si fosse impestata, corrotta, penetrata da quello che Dostoevskij chiama, lo “Spirito della terra” e cioè il demonio, la corruzione, la lotta per il potere.

Papa Francesco lo sa ed è questa la sua battaglia. Ha molte doti papa Francesco: carità spirituale, curiosità dei diversi, estrema socievolezza ed allegria di spirito, simpatia ed empatia. È la persona adatta per lo scopo che si prefigge. Oltre il novanta per cento dei fedeli è con lui, ma gli ostacoli sono numerosi e lo Spirito della terra, comunque lo si voglia identificare, è una muraglia di gomma difficilissima da sradicare.

I non credenti dal canto loro, hanno anch’essi un muro di gomma che protegge i malgoverni, gli interessi illeciti, la vanità dei potenti, la demagogia, il semplicismo, l’inconsapevolezza, l’irresponsabilità, il dispotismo e il privilegio.  Francesco è amico dei non credenti che combattono questa battaglia ed essi a loro volta sono suoi amici. Per quanto mi riguarda, io mi sento legato da profonda amicizia con papa Francesco e sono da tempo ammirato dalla predicazione e dalla vita di Gesù che considero un uomo e non un Dio, ma certo un personaggio d’eccezione quale ce lo raccontano i Vangeli che sono la sola fonte della sua esistenza storica. Ammesso che sia esistito un personaggio di quella fatta, l’Istituzione da lui ispirata dura da due millenni e dentro di essa se ne sono viste di tutti i colori ma anche quei principi di carità fraternità, responsabilità, sofferenza e gioie, desideri, amore, debolezza e forza che insieme ai loro contrari convivono dentro gli animali pensanti che noi siamo. Caro papa Francesco, su sponde diverse noi combattiamo la stessa battaglia. Purtroppo durerà fino a quando esisterà la nostra specie. I leoni e le formiche, i topi e le gazzelle non hanno i nostri problemi e le nostre contraddizioni. Anch’essi sopportano la fatica del vivere, la paura e la soddisfazione quando appagano i loro bisogni primari. La nostra fatica è diversa e forse maggiore della loro e questa è la nobiltà delle nostre umane vicende

previsioni meteo? guarda il tuo gattino

Che tempo fa? Scopri le previsioni meteo usando… il tuo gatto!

tramite  pianetablu un bel metodo per avere informazioni sulle variazioni meteorologiche: osservare semplicemente il proprio gattino di casa, … e sembra addirittura un metodo infallibile, provare per credere:

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Vortici polari, tempeste, venti equatoriali: diciamolo, nell’ultimo mese il tempo “pazzerello” ha messo a dura prova la nostra pazienza. Si dovrebbe smettere di ascoltare la scienza per le previsioni meteo e tornare a l’unica fonte di cui ci si può veramente fidare: il nostro gatto. Questo è il suggerimento di H.H.C. Dunwoody, un tenente dell’esercito che nel 1883 suggerì di seguire la saggezza degli animali, piuttosto che mettere la nostra fede nelle mani dei meteorologi che “non possono predire il tempo per un periodo più lungo di due o tre giorni, e spesso non più lunghi di 24 ore”. 

Nel suo libro Weather Proverbs (Proverbi meteo), Dunwoody documenta un lungo elenco di credenze popolari riguardo le previsioni meteo “animali”, tra cui i segnali di orsi, volpi e capre, ma si concentra in particolare sui gatti . Il TIME ha redatto una piccola guida per scoprire il tempo che farà usando il nostro amico felino.

1. Quando i gatti starnutiscono è un segno di pioggia.

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2. Il punto cardinale verso il quale un gatto si volta per lavarsi la faccia dopo la pioggia mostra la direzione da cui il vento soffierà.

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3. Se i gatti russano arriverà il brutto tempo.

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4. E’ un segnale di pioggia se il gatto si lava la testa passando la zampetta dietro l’orecchio.

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5. Quando i gatti si distendono a “pancia all’aria” con la testa storta verso la schiena, aspettatevi una tempesta.

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6. Quando un gatto si lava il viso con la schiena rivolta verso una fonte di calore aspettatevi il disgelo invernale.

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E a voi cosa dice il vostro amico felino? Se avete altri aneddoti legati al binomio meteo/gatto fatecelo sapere!

il ‘dio impotente’ di p. Alberto Maggi

p. Maggi

IL DIO IMPOTENTE

da una conferenza di p. Alberto Maggi:
Le opere di Gesù sono in una comunicazione vitale all’uomo che spetta poi all’uomo trasmettere. Dio non …si sostituisce all’uomo.  Vedete che non c’è bisogno di andare nelle azioni prodigiose, straordinarie di una divinità, ma nel comune quotidiano. Tutte le opere di Gesù, sono una Comunicazione incessante di vita perché quanti lo accolgono trasmettano vita agli altri.  In questa progressiva conoscenza del volto di Dio che Gesù ci fa, c’è una dichiarazione importante che troviamo in tutti i vangeli e che vedremo in due episodi importantissimi: quello della lavanda dei piedi di Gesù, che non è un gesto di umiltà, non è quello che fanno i nostri vescovi il giovedì santo quando fanno finta di lavare i piedi a gente che è una settimana che se li lava e poi dopo non hanno più nessun contatto con quelli. Gesù distrugge quella piramide costruita dalla società dove Dio sta in alto, tra quelli che comandano. No, Dio non sta in alto, Dio sta in basso con quelli che servono.   In questa progressiva conoscenza del volto di Dio, Gesù ha una dichiarazione importantissima che è ripresa in tutti i vangeli ed è fondamentale, ed è la prima ed unica volta nella storia di tutte le religioni che si manifesta una idea del genere.   Ricordate ieri sera quando ci rifacevamo alle domande del nostro catechismo: chi è Dio? Per quale fine ci ha creato? Ci ha creato per servirlo. Gesù non è d’accordo. Dio non crea l’umanità per essere servito, come se lui avesse bisogno di qualcosa. Ma è lui che crea per mettersi lui al servizio dell’umanità.   Questa è un’idea inaccettabile. E’ inaccettabile che Dio si metta a servizio dell’uomo, perché se la gente crede che Dio è al servizio degli uomini, tutti quelli che si sono messi tra Dio e gli uomini, pretendendo che gli uomini fossero a servizio di questo Dio e quindi a loro servizio, questi hanno i minuti contati.   La paura che prende le autorità giudaiche è quando Gesù apre gli occhi alla gente. Quando Gesù apre gli occhi al cieco nato, succede il panico, perché se la gente apre gli occhi, la prima cosa che si chiede è: “e a voi lì, chi vi ci ha messo, con queste maschere, con questi indumenti, con questi distintivi? Ci comandate, ci dite cosa dobbiamo fare, regolate la nostra vita. Ma chi vi ha messo lì in questo posto?” Il terrore delle autorità religiose è che la gente apra gli occhi. Se la gente apre gli occhi, per loro è finita. Tutta l’istituzione religiosa vigeva su questa idea che l’uomo doveva servire Dio. Come? Principalmente nel culto.  • Allora ci vuole un luogo, ed ecco il tempio; • ci vogliono degli ordinamenti per questo servizio, ecco la liturgia; • ci vogliono degli individui preposti a questo servizio, ecco i sacerdoti; • ci vogliono delle regole, ecco la legge. Tutto perché l’uomo deve servire Dio. L’uomo deve togliersi il pane per offrirlo a Dio, deve sacrificarsi per Dio e tutto questo rappresenta l’istituzione religiosa.   Gesù demolisce tutto questo. Gesù afferma che il Dio che lui ha sperimentato e che ci propone di accogliere, non è un Dio che vuol essere servito dagli uomini, ma è un Dio che si mette a servizio degli uomini.   La differenza fra Gesù e un profeta e un genio religioso, è che profeti e geni hanno dilatato al massimo grado la loro esperienza  religiosa, mistica e spirituale. Sono andati avanti anni dall’esperienza dei loro simili, ma sono rimasti sempre nell’ambito della religione.   Ciò che ha prodotto Gesù, è che ha distrutto l’idea stessa di religione. Ha estirpato le radici della religione e ne ha mostrato il marcio. La religione, non solo non permetteva la comunione con Dio, ma era ciò che lo impediva, per questa idea di sottomissione dell’uomo a Dio, di servizio dell’uomo a Dio, di un Dio esigente, mai contento, insaziabile.   Gesù nei vangeli dice: “Il figlio dell’uomo” – è la sua espressione nella quale dimostra la sua condizione divina – “non è venuto per farsi servire, ma per servire”. Il Dio che noi conosciamo è un Dio al servizio degli uomini. Ma non è vero allora che dobbiamo offrirgli delle cose? Ma cosa gli volete offrire a Dio, cosa volete offrire a Dio quando è lui che offre tutto?  C’è tra l’altro un gruppo, poverini – sono in buona fede, ma a me non cessa mai di stupire – si chiama: i volontari della sofferenza, offrono a Dio la sofferenza. Dio, una contentezza quando gli arrivano tutte queste sofferenze!! Dicono: ‘Io le sofferenze le offro al Signore’. Una goduria, il padreterno ci si ingrassa con queste sofferenze.  Cosa volete offrire a Dio? E’ Dio che si offre e chiede di essere accolto. Il Dio di Gesù non è più un Dio da cercare. Se uno cerca Dio, cerca una sua immagine di Dio e si smarrisce nei labirinti di tutte queste religioni, di questi misticismi. Con Gesù, Dio non è più da cercare, ma è da accogliere e con lui e come lui andare verso agli altri.  Questo è il senso della fede. Gesù dice: “Non sono venuto per essere servito, ma per servire”. Il nostro dramma è che non ci crediamo. Noi, che Dio sia al nostro servizio, non ci crediamo. Se soltanto arrivassimo a comprendere e a credere questo, la nostra vita cambia completamente.