“i gesti capaci di fare impazzire di gioia il Padre Eterno”

santità quotidiana

don Ciotti:

“Essere misericordiosi, denunciare le ingiustizie, incontrare Dio negli ultimi”

 

Dio ha bisogno della nostra voce per denunciare le ingiustizie e delle nostre mani per soccorrere gli ultimi. Inoltre è Lui che fissa gli appuntamenti con le persone, a noi però chiede di aiutarlo a fissare questi appuntamenti. Così don Luigi Ciotti parla della “santità della porta accanto”

Un barbone incontrato a 17 anni su una panchina di Torino. Don Tonino Bello. Il clochard Bartolo con la sua casa di cartone. Il vescovo Michele Pellegrino. Suor Margherita, una vita spesa per gli ultimi. L’abbraccio delle madri. Quello della sua quando la baracca in cui vivevano viene spazzata via da un tornado; quelli delle mamme ripescate dal mare di Lampedusa, immortalate per sempre nell’ultimo disperato gesto di proteggere i loro bambini. Le lacrime dei sommozzatori che le riportavano in superficie. E’ un rosario quello sgranato il 15 gennaio da don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e dell’Associazione Libera, alla Pontificia Università Gregoriana dove è stato invitato per parlare di santità quotidiana nell’ambito del ciclo annuale di conferenze pubbliche promosso dal Centro fede e cultura “Alberto Hurtado” dell’Ateneo, ispirato all’esortazione apostolica “Gaudete et Exsultate” di Papa Francesco. Un rosario di gesti e immagini nel quale gli ultimi si saldano ai santi o sono santi essi stessi. Del resto, dice al Sir a margine dell’incontro:

“Dio ci chiede di essere santi nella concretezza di ogni giorno. Di essere misericordiosi, di soccorrere, aiutare, accogliere.

Come noi chiediamo a Lui misericordia, così Lui ci chiede di impegnarci per ungere di dignità, come dice Papa Francesco, la vita di tutte le persone”. “Non si ama Dio se non si ama il prossimo – avverte, e questo sarà il leit motiv della sua riflessione -. I comandamenti sono un invito a essere coerenti, credibili”. Il pensiero va a Lampedusa, anni fa, dove è spesso ritornato, e alla vicenda delle navi Sea Watch e Sea Eye bloccate nel Mediterraneo per 19 giorni: “Non si può respingere la vita delle persone; non si può restare indifferenti. Siamo chiamati a lottare per la vita che vuol dire lottare per la speranza di tutti.

E la speranza non è un reato, l’immigrazione non è un reato”.

Come non è un reato la povertà. Quella che a 17 anni gli ha mosso il cuore quando, emigrato con la sua famiglia “molto povera”, precisa, dal Veneto a Torino, andando a scuola vedeva tutti i giorni un “barbone” con tre cappotti logori addosso, che su una panchina leggeva libri e li sottolineava con la matita rossa e blu. “Avevo 17 anni e intuivo la disperazione di una persona ripiegata su se stessa ma non ne capivo il mistero”. Luigi gli chiese ogni giorno se avesse bisogno di qualcosa, ma l’uomo per dodici giorni non rispose. Il tredicesimo giorno “le prime parole tra un adolescente imbranato e fragile e un signore anziano; un medico di un paesone del nord Italia nella cui vita, come può capitare a ciascuno di noi, è arrivata all’improvviso la tempesta”. “A pezzi – ricorda con emozione don Ciotti – cominciò a raccontarmi la sua disperazione, oltre alla preoccupazione per la ‘bomba’ che i ragazzi si facevano al bar di fronte mischiando farmaci e alcol. Mi chiese di fare qualcosa per loro, lui che era vecchio e fragile non era in grado di aiutarli”. “Dopo qualche giorno – aggiunge con un filo di voce – il mio amico non c’era più, la panchina era vuota, ma a 18 anni ho fondato Gruppo Abele. E’ lui che mi ha permesso di fare uno scatto per andare incontro a chi fa più fatica. Dalla strada fatta di storie e volti ho imparato che è possibile cercare Dio per incontrare le persone, ma è anche possibile cercare le persone per incontrare Lui.

Attraverso gli ultimi ho incontrato Dio”.

“Un gigante e per me un maestro. Morendo mi ha voluto lasciare in dono la stola sacerdotale che lo ha accompagnato nel suo ultimo anno di vita”. Il secondo grano del rosario è don Tonino Bello con il quale don Ciotti ha avuto un lungo rapporto di amicizia. “Aveva un amico che a via della Conciliazione viveva in una scatola di cartone, si chiamava Bartolo – racconta -. Ogni volta che veniva a Roma don Tonino mi parlava di lui e diceva che in Bartolo c’è Dio. E nessuno doveva stupirsi. In Bartolo – assicurava – ci sono frammenti di santità, quei cartoni sono un ostensorio. Ricordando don Tonino penso davvero che

i cartoni di Bartolo e la panchina del mio amico di Torino erano un ostensorio.

La strada mi ha offerto un dono immenso: quelle scatole, quelle baracche, quelle tende mezze rotte dove vivono tante persone sono un ostensorio.

Sono la strada che ci indica il Vangelo.

Nato da pochi mesi, il Gruppo Abele inizia a strappare ragazze al marciapiede e giovani alla droga. Alla fine dello stesso anno, il 1965, Paolo VI nomina Michele Pellegrino arcivescovo di Torino. “Non l’ho mai dimenticato – dice don Ciotti -, vero testimone di santità della porta accanto. Evangelizzare i poveri è stato il suo motto e la sua scelta. Chiese di essere chiamato padre, né eccellenza né eminenza. Scelse una semplice croce di legno e un anello semplicissimo. La sua lettera pastorale “Camminare insieme” la realizzò ascoltando famiglie, giovani, operai, sacerdoti: è stata davvero un camminare insieme”.

Santità quotidiana sono le mamme con le loro fatiche e i loro sacrifici. E i loro abbracci.

Come la mamma di don Ciotti, che durante il tornado che nel 1953 spezzò la guglia della Mole antonelliana teneva stretti i suoi figli (Luigi aveva sei anni) mentre metà della povera baracca in cui vivevano veniva spazzata via dalla furia del vento. “Con le lacrime agli occhi ma immobile, per proteggerci. Non scorderò mai questa immagine”. E Lampedusa. “Ci vado spesso e non posso dimenticare quando su richiesta del programma tv ‘A Sua immagine’ abbiamo commentato il Vangelo con i sommozzatori che stavano recuperando i corpi degli annegati nel naufragio. Adulti, padri di famiglia che raccontavano con le lacrime agli occhi lo strazio di quei 20 giorni, il dover dividere le mamme dai loro bambini stretti in un ultimo, disperato abbraccio. Dicevano:

Li avremmo voluto lasciare lì, in quell’abbraccio.

Il rosario prosegue con suor Margherita, “una donna molto semplice che a Torino tutti conoscono”. Per lunghi anni caposala all’ospedale San Giovanni, ad un certo punto venne chiesto alle suore di lasciare il nosocomio. In un solo sabato mattina, al mercato di zona 4 mila persone firmarono perché potesse restare. “Vi è rimasta fino alla pensione ed ora, infaticabile, lavora con noi per gli ultimi”.

“Dio – conclude don Ciotti – ha bisogno della nostra voce per denunciare le ingiustizie e delle nostre mani per soccorrere. Inoltre è Lui che fissa gli appuntamenti con le persone, a noi però chiede di aiutarlo a fissare questi appuntamenti. Sono convinto che sono questi gesti a fare impazzire di gioia il Padre Eterno”.

“i muri, i fili spinati, le frontiere fortificate non sono solo disumani, sono anche inutili” dice don Ciotti

immigrati e accoglienza

non è questione di sicurezza o di ordine pubblico

 

Certe misure hanno l’evidente scopo di ostacolare l’accoglienza e rendere plausibili, anche sulla base di un’informazione tendenziosa o apertamente manipolata, azioni che trascendono ogni limite etico, ogni senso minimo di umanità.

Ne è convinto don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele, che interviene su un argomento di grande attualità in questi giorni, nel Dossier “Immigrati e accoglienza” del prossimo numero del mensile “Vita Pastorale” (dicembre 2018).

 il testo integrale della sua riflessione

 

Sull’accoglienza dei migranti le parole più profonde e vere le ha pronunciate papa Francesco. Lo scorso 14 gennaio, in occasione della Giornata del migrante e del rifugiato, ha parlato delle paure che suscita l’immigrazione. Paure “legittime, fondate su dubbi pienamente comprensibili da un punto di vista umano”, perché “non è facile entrare nella cultura altrui, mettersi nei panni di persone così diverse da noi, comprenderne i pensieri e le esperienze”. Paure, dunque, che non costituiscono un peccato, perché: “Peccato è lasciare che queste paure determinino le nostre risposte, condizionino le nostre scelte, compromettano il rispetto e la generosità. […] Peccato è rinunciare all’incontro con l’altro, con il diverso, con il prossimo, che di fatto è un’occasione privilegiata d’incontro con il Signore”.

Non si potrebbe dire di più e di meglio. Le parole del Papa sottolineano l’importanza dell’incontro con l’altro come fondamento del nostro essere umani. E c’invitano a impedire che la paura dello straniero diventi il criterio delle nostre scelte e dei nostri giudizi. Parole sulle quali tutti dovrebbero riflettere, ma in particolare chi sta cercando di trasformare una tragedia umanitaria in una questione di sicurezza e ordine pubblico.

Certe misure hanno l’evidente scopo di ostacolare l’accoglienza e rendere plausibili, anche sulla base di un’informazione tendenziosa o apertamente manipolata, azioni che trascendono ogni limite etico, ogni senso minimo di umanità.

L’obbiettivo è rappresentare il migrante come un pericolo e un potenziale criminale, comunque sia una persona da respingere, arrestare o scaricare di nascosto oltre frontiera alla stregua di uno scarto ingombrante e inquinante(accade lungo il confine ovest tra Francia e Italia).

Azioni favorite dal vuoto o dalla debolezza legislativa (un trattato come quello di Dublino va contro ogni principio di condivisione e corresponsabilità) e da accordi internazionali che appaltano la “gestione” dei migranti a dittature repressive come la Turchia o Stati in mano a bande armate e gruppi criminali come la Libia. Azioni infamanti di cui l’Europa – culla dei diritti umani e della democrazia – dovrà un giorno rendere conto.

È fondamentale allora, a fronte di tale emorragia di umanità, denunciare le violenze, le ipocrisie, le manipolazioni. Non si tratta – come dicono gli impresari della propaganda – di essere “buonisti”, ma di esercitare la ragione e l’analisi onesta delle cose, quindi proporre misure che tengano conto della realtà e non la occultino sotto la grancassa degli slogan.

L’immigrato non è il “nemico”, semmai la vittima. Le migrazioni ci sono sempre state, fanno parte della storia dell’umanità. Ma se hanno toccato negli ultimi trent’anni i picchi che conosciamo è a causa di un sistema politico ed economico che ha prodotto laceranti disuguaglianze, sfruttato e depredato intere regioni del pianeta, concentrato enormi patrimoni in poche mani, dichiarato guerre per l’appropriazione esclusiva delle materie prime. E, di conseguenza, costretto milioni di persone a lasciare gli affetti, i legami, le case. Ma se le cose stanno così, chi è il “nemico”: gli immigrati o un sistema economico che il Papa ha definito “ingiusto alla radice”, e una politica che l’ha favorito, spalleggiato, se non addirittura rappresentato?

Il corso della storia non si può fermare

I muri, i fili spinati, le frontiere fortificate non sono solo disumani, sono anche inutili. Il corso della storia non lo si può fermare, ma lo si può certo governare. E governare significa cominciare a ridurre le disuguaglianze e le ingiustizie, gli squilibri sociali e climatici, facendo in modo che ogni persona, a ogni latitudine, possa vivere una vita libera e dignitosa: lavorare, abitare, aver garantite istruzione e assistenza sanitaria. Solo così la migrazione può essere contenuta in limiti fisiologici, smettere di essere un disperato esodo di massa che nessun muro o legge potrà mai fermare.

Per governare fenomeni globali occorrono risposte globali, con buona pace della retorica “sovranista” e delle sue allarmanti derive nazionaliste, fasciste e razziste. C’è chi afferma che questa risposta globale sia un’utopia dettata appunto dal “buonismo”. Ma allora era buonismo anche quello che ha ispirato la Dichiarazione universale dei diritti umani e la nostra Costituzione nel1948 o la Convenzione di Ginevra sui rifugiati nel 1951. Documenti che hanno archiviato una stagione di barbarie, inaugurandone una di libertà e democrazia. Se questa è utopia, l’alternativa è la guerra, esito inevitabile degli egoismi degli Stati-nazione.

Se governata, l’immigrazione diventa per chi accoglie non solo un’opportunità ma una necessità. L’Europa – e il nostro Paese in particolare – è un continente di diffusa denatalità con conseguente innalzamento dell’età media della popolazione. A livello mondiale le tendenze demografiche sono destinate a spostare assetti consolidati.

Se la tendenza attuale troverà conferma, fra quindici anni, nel 2033, avremo una popolazione di 8,4 miliardi di abitanti (1,56 miliardi di più) di cui il 58% (4,9 miliardi) in Asia e il 19% in Africa (attualmente è il 9%). I Paesi sviluppati conosceranno nel loro insieme un forte calo: dal 17,6% al 7%! Non è allarmistico dire che, senza una decisa inversione di marcia, il rischio sui tempi lunghi è l’estinzione e su quelli brevi una sempre più marcata irrilevanza politica ed economica.

Diventa allora imprescindibile una “iniezione” di umanità giovane e anche “diversa”, e una politica che sappia guardare lontano, che voglia realizzare speranza e non speculare sulle paure. Per tornare a noi, il fallimento dello ius soli, una legge per costruire futuro e dare a 600mila bambini figli di genitori stranieri ma nati in Italia il diritto, la responsabilità e anche l’orgoglio di sentirsi italiani, è un esempio di come quella politica sia in Italia merce sempre più rara.

C’è, infine, l’aspetto etico che si lega alla citazione del Papa. Nessuno di noi, nel momento in cui è venuto al mondo, sarebbe sopravvissuto se non fosse stato accolto.

L’accoglienza è vita che sorregge la vita.

Anche Gesù è stato un profugo, un esiliato. Sta a noi, in un tempo avaro di accoglienza, riconoscere nel volto dei migranti quello di milioni di “poveri cristi” bisognosi come noi di accoglienza e di umanità.

don Ciotti e la perdita di umanità verso la barbarie

barbarie

Luigi Ciotti
Ci sono frangenti della storia in cui il silenzio e l’inerzia diventano complici del male. Questo è uno di quelli. Le conseguenze della crisi economica si stanno manifestando come crisi di civiltà. Sulla paura e il disorientamento della gente soffia il vento della propaganda. Demagoghi scaltri e senza scrupoli si ergono a paladini del «popolo» e della «nazione» e acquistano di giorno in giorno consenso, additando nemici di comodo: erano le democrazie e gli ebrei al tempo del fascismo, oggi sono l’Europa e i migranti.
Il sistema economico dominante – quello che Papa Francesco definisce senza mezzi termini «ingiusto alla radice», responsabile di una «economia di rapina» – ha certo enormi colpe, a cominciare da un’immigrazione forzata, di fatto una deportazione indotta dalle disuguaglianze. Ma la denuncia dei suoi mali e l’impegno per eliminarli non giustifica il ritorno a società chiuse, guardinghe, attraversate dal rancore e dalla paura, avvinghiate a un’idea equivoca di sovranità, perché in un mondo interconnesso non si tratta di isolarsi – posto che sia possibile – ma di imparare a convivere e a condividere con maggiore giustizia, realizzando i principi della Costituzione, della Dichiarazione universale dei diritti umani, della Convenzione di Ginevra e di tutti i documenti scritti per archiviare una stagione di violenza e di barbarie.
Ecco allora l’importanza di uscire e di muoversi, di denunciare la perdita di umanità ma anche di capacità e onestà politica, perché un fenomeno come l’immigrazione non si può reprimere o respingere con i muri e le espulsioni, si deve governare con lungimiranza, pragmatismo e, certo, umanità. Senza smettere di chiederci come vorremmo essere trattati se al posto dei migranti ci fossimo noi.
Mettersi nei panni degli altri è la chiave dell’etica evangelica, ma lo è anche di una società consapevole che la vita non ha confini, così come non hanno confini i bisogni, le speranze, i diritti delle persone.
Facciamo sentire la voce di un’Italia che per quei diritti non smette di lottare.

l’amore per la politica: riaffermare la corresponsabilità, la centralità delle persone e del legame sociale

Ciotti

“le mafie sono forti in una società diseguale, dove i privilegi hanno preso il posto dei diritti e le persone più fragili vengono lasciate ai margini, quando non colpevolizzate e penalizzate

 

“una cosa è certa: non si possono contrastare le mafie se, contestualmente, non si rafforza lo Stato sociale; se non vengono promosse forti politiche sul lavoro; se non vengono costruite opportunità per le persone più deboli, per le famiglie più bisognose, se non si dedica un’attenzione autentica ai giovani.”

Costruire insieme: per interrogarci e interrogare, nel rispetto reciproco, nell’attenzione alle parole. Le parole sono importanti. Possono avvicinare o allontanare, incoraggiare o ferire, accogliere o emarginare. È importante allora parlare, anche denunciare, ma con rigore, competenza, spirito costruttivo.

Non per colpire le persone ma per rafforzare la ricerca di verità. Guai ad alimentare il disorientamento, la rassegnazione. Nel nostro cammino contano anche lo stile e il metodo.

La credibilità e l’autorevolezza di un progetto non vengono misurate dalla risonanza pubblica o dall’attenzione mediatica, ma dalla capacità di lasciare un segno duraturo nel tempo.

C’è un’Italia che ha compreso come il fenomeno mafioso sia un problema nazionale, non solo: internazionale. Da affrontare certo con l’intervento dei magistrati e delle forze dell’ordine. Ma che pretende, per essere risolto, una mobilitazione collettiva, un investimento educativo e culturale.

Ce lo ricordava sempre anche il caro Nino Caponnetto quando diceva: «La mafia teme la scuola più della giustizia. L’istruzione taglia l’erba sotto i piedi della cultura mafiosa». Educazione, cultura, informazione. Sono da sempre i pilastri del nostro impegno contro l’individualismo insofferente delle regole, l’indifferenza al bene comune, la crescita della corruzione, degli abusi, dell’illegalità.

Le mafie sono forti in una società diseguale, dove i privilegi hanno preso il posto dei diritti e le persone più fragili vengono lasciate ai margini, quando non colpevolizzate e penalizzate. Essere contro le mafie significa soprattutto riaffermare la corresponsabilità, la centralità delle persone e del legame sociale.

Significa esserci per riaffermare che l’io è per la vita, non la vita per l’io.  Sono i valori della Dichiarazione universale dei diritti umani, della Convenzione di Ginevra sui rifugiati, della Carta dei diritti del fanciullo. Sono i valori della nostra Costituzione.

Noi questo “dovere” lo abbiamo preso sul serio. […] la nostra Costituzione va vissuta e fatta vivere. Quei doveri e quei diritti non possono restare sulla carta, devono diventare “carne”, vita concreta delle persone.

«Una democrazia si fonda su buone leggi e buoni costumi» diceva un grande filosofo della politica, Norberto Bobbio. Noi abbiamo bisogno di buone leggi, quindi abbiamo bisogno di una buona politica. Una politica vicina ai bisogni fondamentali delle persone, capace di dare dignità e opportunità a tutti, di non lasciare indietro nessuno. Una politica consapevole che solo includendo – riconoscendo e valorizzando le diversità – si costruisce un mondo più sicuro, più giusto, più umano. Una politica che sappia incontrare la partecipazione dei cittadini e farsene arricchire. Nella cittadinanza ci deve essere sempre più politica e nella politica sempre più cittadinanza.

Una cosa è certa: non si possono contrastare le mafie se, contestualmente, non si rafforza lo Stato sociale; se non vengono promosse forti politiche sul lavoro; se non vengono costruite opportunità per le persone più deboli, per le famiglie più bisognose, se non si dedica un’attenzione autentica ai giovani.

Non si può fare lotta alle mafie senza veri interventi economici mirati alla diffusione e alla tutela dei diritti, senza un’efficace tutela dell’ambiente contro chi lo inquina e lo saccheggia.

Vorrei fosse chiaro che muoviamo questi rilievi non “contro” la politica ma per amore della politica. Perché intendiamo spenderci per una politica migliore insieme a chi la vive nel senso più alto del termine: come servizio agli altri, come contributo al bene comune, come doppia istanza etica che lega l’impegno verso la propria coscienza a quello verso la collettività, nella coerenza tra comportamenti pubblici e comportamenti privati.

da “www.liberainformazione.org”

gli auguri inusuali di don Ciotti

“Vi auguro di essere eretici”

l’augurio di don Luigi Ciotti per il nuovo anno

Ciotti
 “Vorrei augurarvi il coraggio di essere eretici…” E’ un augurio inusuale, vivo, aperto. Un augurio che parte quel giorno, durante l’incontro “Rischiamo il coraggio” tenuto da don Ciotti nei giorni scorsi nella comunità di Romena. Un augurio da rilanciare proprio all’inizio di un nuovo anno, in un giorno dedicato alle promesse, alle speranze, alla voglia di cambiarsi e di cambiare…
Vi auguro di essere eretici. Eresia viene dal greco e vuol dire scelta. Eretico è la persona che sceglie e, in questo senso è colui che più della verità ama la ricerca della verità. E allora io ve lo auguro di cuore questo coraggio dell’eresia. Vi auguro l’eresia dei fatti prima che delle parole, l’eresia che sta nell’etica prima che nei discorsi. Vi auguro l’eresia della coerenza, del coraggio, della gratuità, della responsabilità e dell’impegno. Oggi è eretico chi mette la propria libertà al servizio degli altri. Chi impegna la propria libertà per chi ancora libero non è. Eretico è chi non si accontenta dei saperi di seconda mano, chi studia, chi approfondisce, chi si mette in gioco in quello che fa. Eretico è chi si ribella al sonno delle coscienze, chi non si rassegna alle ingiustizie. Chi non pensa che la povertà sia una fatalità. Eretico è chi non cede alla tentazione del cinismo e dell’indifferenza. Chi crede che solo nel noi, l’io possa trovare una realizzazione. Eretico è chi ha il coraggio di avere più coraggio.
da romenablog.wordpress.com

i ‘preti di strada’ abbracciati da papa Francesco

La rivincita dei “pretacci” presi per mano da Francesco

Il pontificato di Bergoglio rivaluta i sacerdoti delle periferie

Insieme Papa Francesco e don Luigi Ciotti entrano in chiesa mano nella mano alla veglia per le vittime della mafie

 

L’effige della svolta è l’abbraccio alla veglia per le vittime della mafia tra Francesco e don Luigi Ciotti. Sabato il successore di Pietro e il sacerdote-simbolo del cattolicesimo di frontiera sono entrati in chiesa tenendosi per mano. Stravolte forma e sostanza all’ombra del Cupolone, nelle diocesi e nei movimenti agli «apostoli degli ultimi» viene riservato un posto d’onore. Una «riabilitazione» a tutto tondo per i «pretacci» che in passato furono quasi in odore di eterodossia per l’insofferenza al conformismo del potere e la vicinanza ai tormenti della società contemporanea.

E’ la rivincita della chiesa «sgarruppata», insomma. Erano gli ultimi e ora, evangelicamente, sono diventati i primi. Nella Chiesa trasformata da Bergoglio in un «ospedale da campo dopo la battaglia» la rivoluzione copernicana in atto capovolge le gerarchie ecclesiastiche e di fatto mette al centro del pontificato «le periferie esistenziali e geografiche», tradizionali terre di missione dei sacerdoti di frontiera. Tra Francesco e don Maurizio Patriciello, parroco a Caiano, il feeling è scoppiato a settembre al centro per immigrati Astalli. «Si sente subito che è uno di noi, che viene dalle favelas – racconta don Maurizio, in prima fila nella lotta alla camorra della Terra dei fuochi-. Bergoglio parla in modo limpido, si schiera dalla parte dei poveri che lo Stato ha abbandonato. Ci serviva un Papa così, che dice le cose in modo meno teologico e più esistenziale. Non siamo più soli».

Don Gino Rigoldi, presidente della «Comunità Nuova» e cappellano del carcere minorile «Beccaria» di Milano, confida: «Nei giovani che prima erano distanti e ostili, molti sono interessati alla figura e alla predicazione di Francesco e alcuni mi hanno chiesto di essere battezzati». Sulla stessa linea nelle Marche il fondatore delle comunità anti-droga Oikos, don Giuliano Fiorentini: «I nostri ragazzi sentono di essere amati e non giudicati, sentono di avere Francesco dalla loro parte nel cammino di ricostruzione delle loro vite provate dal dolore e dalla dipendenza». Infatti «per tanto tempo ci siamo sentiti ai margini anche della Chiesa, ora invece Bergoglio ha messo al centro del suo magistero il nostro essere periferici».

Don Mimmo Battaglia, presidente della federazione italiana comunità terapeutiche, attribuisce alla «profezia» di Francesco il «riavvicinamento della Chiesa al popolo». Una «rivoluzione sulle orme di Gesù», chiarisce don Battaglia, che «qui a Catanzaro sperimentiamo quotidianamente nell’accresciuta attenzione dei lontani al magistero pontificio». E per chi da sempre opera «nella trincea della pastorale sociale» l’aiuto di Bergoglio assicura una «provvidenziale boccata di fiducia» e si traduce in «una prossimità che supera qualunque emarginazione». Infatti, «sapere di avere il Papa accanto rende meno difficile la navigazione nei mari del disagio».

Alla comunità Papa Giovanni XXIII è un ritorno alle origini. «L’insegnamento di Bergoglio ci rimanda al carisma della condivisione diretta con gli esclusi che ci ha trasmesso don Oreste Benzi- osserva don Aldo Buonaiuto-. La carica spirituale di Francesco non è una moda passeggera, è un potente sostegno nella carità. Noi troviamo in lui il portavoce di chi non ha voce e il modello da seguire ogni giorno contro la dittatura dell’indifferenza».

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