i ‘muri’ non ci difendono dai profughi …

basta muri sono castelli che scatenano nuovi assedi

di Roberto Saviano 

in “la Repubblica” del 15 febbraio 2016

Saviano

“davvero in Europa c’è ancora qualcuno che pensa di fermare le stragi dei migranti e l’orrore della jihad alzando l’ennesimo muro? Davvero c’è chi pensa di fermare gli esseri umani decretando la morte di Schengen? No, pretendere di proteggersi innalzando di nuovo i confini è un errore. Un madornale errore”

Dobbiamo fermare i soldi della criminalità non gli esseri umani Mentre i ministri delle Finanze dell’Unione si riunivano venerdì scorso a Bruxelles nelle stanze del Justus Lipsius, decretando con una firma la messa in mora sui profughi della povera Grecia, e dando praticamente il via al restringimento dell’Europa di Schengen, dall’altra parte del mondo — nell’ufficio lussuossimo di un grattacielo di Dubai, in un ranch blindatissimo del Nord Est messicano — il contabile di turno avrà stancamente cliccato sul tasto “send” di un personal computer, di un laptop, forse anche di un semplice smartphone: e per l’ennesima volta la marea di denaro più o meno sporco avrà investito, senza incontrare resistenza, le coste del continente. Ma sì, diciamolo subito. Davvero in Europa c’è ancora qualcuno che pensa di fermare le stragi dei migranti e l’orrore della jihad alzando l’ennesimo muro? Davvero c’è chi pensa di fermare gli esseri umani decretando la morte di Schengen? No, pretendere di proteggersi innalzando di nuovo i confini è un errore. Un madornale errore. Innanzitutto perché è dimostrato che le strutture militari, terroristiche non hanno bisogno di utilizzare canali clandestini. Riescono a strutturarsi e a essere operative in ogni Paese indipendentemente dai flussi migratori attuali. È ormai accertato che ad agire in queste strutture — l’abbiamo purtroppo visto nel caso del Bataclan e di Charlie Hebdo — sono uomini e donne di seconda generazione. E se in alcuni casi, è vero, ci siamo trovati di fronte a persone che avevano chiesto l’asilo politico e si sono poi trasformate in miliziani, si è trattato di una “ evoluzione” indipendente dalla struttura madre. È questa la premessa fondamentale per capire che fermare Schengen significherebbe soltanto distruggere l’integrazione europea. E non semplicemente nella declinazione dei diritti ma nella stessa formazione della struttura sociale. Fermare Schengen vorrebbe dire uccidere il grande progetto iniziale; cioè la costruzione degli “ stati uniti d’Europa”. Fermare Schengen sarebbe la vittoria di una visione che credevamo ormai superata: quella secondo la quale ci si possa difendere costruendo castelli e barriere. Noi italiani lo sappiamo bene. Non lo diceva già il Principe di Machiavelli? Costruire nuovi castelli genera solo nuovi assedi. Non basta. Il paradosso è ancora più grave. Perché questa è la politica che pretende di fermare i corpi ma non i flussi illegali e finanziari ormai senza più alcun controllo. Che cosa ha reso possibile la creazione di un vero e proprio potere terroristico in Belgio? I finanziamenti che da Dubai, dall’Arabia Saudita, dal Medio Oriente più in generale sono arrivati attraverso i vari canali finanziari più scoperti. La Francia ha il Lussemburgo. La Germania ha il Liechtenstein. La Spagna ha Andorra. L’Italia ha San Marino. Tutto il mondo ha la Svizzera. Stiamo parlando di isole finanziarie che non solo attraggono — nella migliori delle ipotesi — evasori fiscali. Stiamo parlando di centri che attraggono nel cuore d’Europa strategie criminali e finanziarie: basti pensare alla vicenda recente del Chapo, il re dei trafficanti di droga che faceva riciclare in Svizzera montagne di narcodollari che poi finivano in una banca di Vaduz, nel Liechtenstein. E allora smettiamola di credere a chi vuole convincerci che l’Europa paga il prezzo che paga — le immigrazioni senza controllo, il terrore senza limiti — perché è troppo esposta. Non è vero: l’Europa paga un prezzo altissimo per la sua incapacità di gestire i flussi finanziari e il riciclaggio. La riflessione da fare è tutta qua: il problema sono i capitali, non gli esseri umani. Sono i capitali che circolano senza controllo a compromettere la sicurezza dell’economia pulita e la tenuta sociale. È il risiko della finanza a rendere sempre meno sicura l’Europa. Riusciranno mai a capirlo lì nelle stanze del Justus Lipsius?

contro la violenza degli sgomberi forzati dei rom

#peccatocapitale, Roberto Saviano firma contro gli sgomberi forzati dei rom

l’autore di Gomorra e dei noti reportage-denuncia sulla criminalità organizzata ha sottoscritto la campagna lanciata dell’Associazione 21 Luglio: “Questo appello è prima di tutto un richiamo al nostro dovere”

Anche lo scrittore partenopeo, noto nel Paese per i suoi scritti-denuncia sul fenomeno della criminalità organizzata, ha sottoscritto #peccatocapitale, la campagna lanciata dall’Associazione 21 Luglio per denunciare la politica di sgomberi forzati ai danni delle comunità rom della città.

Come denunciato nel rapporto presentato il 5 Ottobre alla stampa, se ne contano in sette mesi “già 71”, con “circa 1100 persone” coinvolte e un costo per il Comune di 1.342.850 euro”. Il tutto da marzo 2015, da quando il Papa ha annunciato il Giubileo.

Di seguito riportiamo quanto pubblicato da Roberto Saviano sul suo blog. 

Ci sono persone a Roma che le istituzioni vorrebbero far sparire come la polvere. Sono le famiglie rom e sinti che vivono ai margini della capitale, in baracche fatiscenti. Eppure quelle baracche sono casa. L’unica per i loro figli.

Dal 13 marzo scorso gli sgomberi forzati di comunità rom a Roma sono triplicati. La data coincide con l’annuncio da parte di Papa Francesco del Giubileo della Misericordia. Il Giubileo inizierà l’8 dicembre e sembra che entro quella data si voglia far pulizia degli insediamenti informali in cui i rom vivono, togliendo il problema dalla vista, ma senza affrontarlo, senza provare a risolverlo.

Perché, come denuncia l’Associazione 21 luglio, che da anni si occupa della difesa dei diritti umanitari fondamentali disconosciuti alle comunità rom, gli sgomberi forzati violano i trattati internazionali e spostano il problema un po’ più in là, di qualche settimana o di qualche chilometro.

Gli sgomberi forzati sono una violazione dei diritti umani, avvengono in disaccordo con le procedure legali, contro la volontà di chi occupa gli alloggi, senza alcuna garanzia formale, senza offrire un’alternativa e lasciando intere famiglie senza tetto.

A farne le spese sono soprattutto i più piccoli, i bambini, che perdono continuamente un riferimento abitativo. Ma sono anche i municipi, le amministrazioni comunali, a cui gli sgomberi costano centinaia di migliaia di euro, denaro che potrebbe essere meglio investito nella ricerca di soluzioni definitive.

Invece si preferisce esacerbare le tensioni, creare muri tra queste comunità e le istituzioni. Innalzare barriere sempre più alte di diffidenza e paura, sentimenti che non hanno mai il pregio di risolvere, ma sempre di complicare situazioni complesse.

Impedire gli sgomberi forzati significa difendere il diritto a un alloggio adeguato, riconosciuto dai trattati internazionali sottoscritti anche dall’Italia. Significa impedire che si violi la legge oltre che la dignità umana.

L’Associazione 21 luglio ha lanciato la petizione #PeccatoCapitale contro quanto sta accadendo

 

 

Saviano: preti, mafia e papa Francesco

Saviano

in riferimento al ricevimento delle famiglie delle vittime della mafia da parte di papa Francesco, R. Saviano riflette opportunamente sulle parole del papa ritenendole ‘forti’, ‘definitive’, capaci di sgretolare quella ‘teologia’ che realmente c’è in genere dietro i comportamenti anche i più efferati degli uomini delle mafia

importanti anche perché evidenziano troppi comportamenti ecclesiali di ambiguità, di tolleranza, di silenzio e di tacita legittimazione della stessa mafia:

I preti e i boss

 

di Roberto Saviano

in “la Repubblica” del 22 marzo 2014

 

Le parole pronunciate dal Papa sono parole definitive. Tuonano forti non a San Pietro dove saranno risultate naturali, persino ovvie. Tuonano epocali a Locri, Casal di Principe, Natile di Careri, San Luca, Secondigliano, Gela, in quelle terre dove l’azione mafiosa si è sempre accompagnata ad atteggiamenti religiosi ostentati in pubblico. Chi non conosce i rapporti tra cosche e Chiesa potrà credere che sia evidente la contraddizione tra la parola di Cristo e il potere mafioso. Non è così. Per i capi delle organizzazioni criminali il loro comportamento è cristiano e cristiana è l’azione degli affiliati. In nome di Cristo e della Madonna si svolge la loro vita e la Santa Romana Chiesa è il riferimento  dell’organizzazione. Per quanto assurdo possa apparire il boss — come mi è capitato di scrivere già diverse volte — considera la propria azione paragonabile al calvario di Cristo, perché assume sulla propria coscienza il dolore e la colpa del peccato per il benessere degli uomini su cui comanda. Il “bene” è ottenuto quando le decisioni del boss sono a vantaggio di tutti gli affiliati del territorio su cui comanda. Il potere è espressione di un ordine provvidenziale: anche uccidere diventa un atto giusto e necessario, che Dio  perdonerà, se la vittima metteva a rischio la tranquillità, la pace, la sicurezza della “famiglia”. C’è tutta una ritualità distorta di provenienza religiosa che regola la cultura delle cosche. L’affiliazione alla ‘ndrangheta avviene attraverso la “santina”, l’effigie di un santo su carta, con una preghiera. San Michele Arcangelo è il santo che protegge le ‘ndrine: sulla sua figura si fa colare il sangue dell’affiliato nel rito dell’iniziazione. Padre Pio è il santo la cui icona è in ogni cella di camorrista, in ogni casa di camorrista, in ogni portafoglio di affiliato. Nicola, ex appartenente al clan Cesarano ha raccontato: “Mi sono salvato una volta, quando ero giovane, perché un proiettile è stato deviato. I medici mi hanno detto che è stata una costola a evitare che il colpo fosse mortale. Ma io non ci credo. Quello che mi ha sparato mi ha sparato al cuore, non è stata la costola, è stata la Madonna”. La Madonna, oggetto di preghiere: è a lei che ci si rivolge per sovrintendere gli omicidi. In quanto donna e madre di Cristo sopporta il dolore del sangue e perdona. Rosetta Cutolo veniva trovata in chiesa nelle ore delle mattanze ordinate da don Raffaele: pregava la Madonna di  intercedere presso Cristo per far comprendere che la condanna a morte e la violenza era necessaria. A Pignataro Maggiore esiste “la madonna della camorra” che il defunto boss Raffaele Lubrano ucciso in un agguato nel 2002, fece restaurare a sue spese, nella sala Moscati attigua alla chiesa madre. Anche Giovanni Paolo II aveva pronunciato — il 9 maggio del 1993 ad Agrigento — un attacco durissimo alla mafia: “convertitevi una volta verrà il giudizio di Dio”. Due mesi dopo i corleonesi misero una bomba a San Giovanni in Laterano. Ma Francesco I non parla solo a chi spara: ha abbracciato i parenti delle vittime della mafia, ha abbracciato don Luigi Ciotti, un sacerdote che non era mai stato accolto da un pontefice in Vaticano e con Libera è  diventato l’emblema di una chiesa di strada, che si impegna contro il potere criminale. La chiesa di don Diana, che fu lasciato solo a combattere la sua battaglia. Oggi Francesco invita a stare a fianco dei don Diana. Le sue parole rompono l’ambiguità in cui vivono quelle parti di chiesa che da sempre fanno finta di non vedere, che sono accondiscendenti verso le mafie, e che si giustificano in nome di una “vicinanza alle anime perdute”. Gli affiliati non temono l’inferno promesso dal Papa: lo conoscono in vita. Temono invece una chiesa che diventa prassi antimafiosa. Le parole di Francesco I potranno cambiare qualcosa davvero se la borghesia mafiosa sarà messa in crisi da questa presa di posizione, se l’opera pastorale della chiesa davvero inizierà a isolare il danaro criminale, il potere politico condizionato dai loro voti. Insomma se tutta la chiesa — e non solo pochi coraggiosi sacerdoti — sarà davvero parte attiva nella lotta ai capitali criminali. Dopo queste parole o sarà così o non sarà più

droghe leggere: ancora e sempre proibizionismo o che?

Saviano

 

posizioni a confronto:

    • l’opinione di R. Saviano
    • la posizione di una persona di destra, addirittura sulle posizioni politiche di Giovanardi ma favorevole alla legalizzazione
    • l’idea chiara e inossidabile di ‘Avvenire

 

Ho sempre detestato droghe leggere e pesanti. Sono quasi astemio, un occasionale bevitore di alcolici. Ma sono, invece, profondamente antiproibizionista. Indipendentemente dal mio rapporto con qualunque tipo di sostanza, dal mio stile di vita, dalle mie passioni e dalle mie repulsioni. Si ritiene, sbagliando, che essere antiproibizionisti significhi tifare per le droghe. Sottovalutarne gli effetti, incentivarne il consumo. Niente di più falso. Spesso, in Italia, le discussioni sui temi più delicati sono travolte da un furore ideologico che oscura i fatti e impedisce un dibattito sereno. È successo con l’aborto, con l’eutanasia, succede con le droghe. E non è possibile che una parte dei cittadini, che la parte maggiore delle istituzioni religiose – con il peso che la Chiesa Cattolica ha in Italia – e che la politica tutta, tranne pochissime eccezioni, si rifiutino di affrontare seriamente e con responsabilità questo tema. Non è possibile che la risposta alla tossicodipendenza sia nella maggior parte dei casi il carcere, che tracima di spacciatori e consumatori, ultimi ingranaggi di un meccanismo che irrora di danaro l’intero nostro Paese.

Proprio dalle pagine di Repubblica un grande giornalista scomparso prematuramente, Carlo Rivolta, raccontava di come la prima generazione di tossicodipendenti veri in Italia, quella degli anni Ottanta, fosse stata abbandonata a se stessa da uno Stato patrigno e non padre. Da uno Stato che preferiva considerare quei ragazzi zombie, morti viventi, tossici colpevoli. Ai quali nessuna mano andava tesa, e dei quali si aspettava solo la morte. Erano causa del loro male. Ci si domanda cosa sia cambiato a distanza di trent’anni, se nemmeno nel dibattito pubblico questi temi hanno trovato posto.

So che la legalizzazione delle droghe è un tema complicato, difficile da proporre e da affrontare. So che pone molti problemi soprattutto di carattere morale, ma un Paese come il nostro, che ha le mafie più potenti del mondo, non può eluderlo. Con tutti i problemi che ha il paese dobbiamo pensare alle canne, ai tossici e ai fattoni? Nulla di più superficiale che questo commento.

Bisognerebbe partire da una semplice, elementare constatazione: tre sono le forze proibizioniste più forti, e sono camorra, ‘ndrangheta e Cosa nostra. Del resto Maurizio Prestieri, boss di Secondigliano (rione Monterosa per la precisione) ora collaboratore di giustizia, mi disse una volta durante un’intervista: con tutto il fumo che i ragazzi “alternativi”  napoletani compravano da noi, sostenevamo le campagne elettorali di politici di centrodestra in provincia.

Il proibizionismo (degli alcolici) ha già condotto l’uomo e lo Stato nell’abisso cento anni fa: non ha senso ripetere errori già commessi. La legalizzazione non è un inno al consumo, anzi, è l’unico modo per sottrarre mercato ai narcotrafficanti che, da sempre, sostengono il proibizionismo. D’altronde, è grazie ai divieti che guidano l’azienda più florida al mondo con oltre 400 miliardi di dollari di fatturato annuo. Più della Shell, più della Samsung. Se esiste una merce che non resta invenduta è proprio la droga. L’unica che non conosce crisi, che nonostante sia illegale ha punti vendita ovunque. È la merce più reperibile del mondo disponibile a qualsiasi ora del giorno e della notte.

Nonostante questo, quando in Italia si arriva finalmente a discutere di antiproibizionismo, mancando la consuetudine, mancano finanche le informazioni basilari. I nostri ministri, sul narcotraffico, si limitano a fare encomi quando ci sono sequestri di droga, a elencare latitanti finiti in manette o ancora da arrestare. Eppure l’economia della droga è la prima economia: cemento, trasporti, negozi di ogni genere, grande distribuzione, appalti, camion, banche, compro oro, campagne elettorali – e l’elenco sarebbe interminabile – vengono alimentati dalle arterie del narcotraffico.

Gran parte della politica italiana (con poche eccezioni tra cui i Radicali da decenni impegnati nella lotta al proibizionismo) ritiene la questione legata esclusivamente alla repressione o alle dipendenze. Il dibattito si riduce a un problema di “drogati” o di “mafiosi” e in definitiva – questo è lo sbaglio maggiore – non si vede in che modo possa incidere nella vita quotidiana delle persone. Nulla di più falso.

La verità è che non abbiamo scelta: la situazione attuale impone un’analisi accurata del mercato delle droghe e l’attuazione di un programma che non sarà la soluzione definitiva e immediata, e che forse sarà un male minore, ma necessario. Lasciare il mercato delle droghe nelle mani delle organizzazioni criminali non renderà immacolate le coscienze di quanti ritengono che lo Stato non possa farsi carico di produrre e distribuire sostanze stupefacenti. È proprio questo il punto da affrontare e l’inganno da sfatare. Ad avere occhi per vedere.

Umberto Veronesi da anni si dichiara favorevole alla legalizzazione delle droghe leggere, pur nella consapevolezza di quanto queste possano essere dannose per gli organismi. Ma adduce ragioni di buon senso che condivido. La proibizione di qualsiasi sostanza crea mercato nero, quindi guadagni esponenziali per le mafie. Fa aumentare il costo delle sostanze stupefacenti, quindi chi ha dipendenza ma non i mezzi economici, finisce per rubare, prostituirsi o spacciare a sua volta. In ultimo le sostanze provenienti dal mercato nero non hanno alcun tipo di controllo e le morti spesso sono causate non da dosi eccessive, ma da sostanze letali usate per i tagli. All’altro capo del mondo, il magistrato brasiliano Maria Lucia Karam, membro del Leap (Law enforcement against prohibition), esprime, a favore della legalizzazione, le stesse motivazioni. Del resto, non dimenticherò mai quanto mi disse una assistente sociale del Nucleo Operativo Tossicodipendenze di Napoli riguardo ai danni che anche semplicemente l’assunzione prolungata di hashish e marijuana possono avere su individui sani. Mi disse che non si trattava semplicemente di capire che effetti avessero hashish e marijuana, ma un cocktail di sostanze incredibilmente varie spesso utilizzate per pompare i panetti di fumo o per rendere gli effetti dell’erba più pesanti. Plastica, cera per scarpe, grassi animali, pezzetti di vetro, ammoniaca. Esistono studi sugli effetti che le sostanze stupefacenti – allo stato puro – hanno sugli organismi; non esistono ovviamente studi per capire che effetti hanno sugli organismi la cera per scarpe o l’ammoniaca, se assunte regolarmente seppure in piccole dosi, ma per anni. E la risposta non può essere “che smettano di farsi se non vogliono essere avvelenati, se non vogliono morire”.

Ad aprile del 2012 a Cartagena, in Colombia, si è tenuta la sesta “Cumbre de las Americas” (Vertice delle Americhe) e si è discusso anche di legalizzazione delle droghe. Gli Usa, al tavolo del confronto – come Onu e Ue -, si sono dichiarati contrari alla legalizzazione. Ma hanno però preso atto che le “wars on drugs” sono destinate a fallire. Del resto in alcuni stati federali, la distribuzione di marijuana a scopi terapeutici è stata legalizzata, e a Denver la vendita è stata permessa tout court.

Secondo molti paesi latinoamericani, direttamente interessati dal fenomeno, la strada del proibizionismo non è quella giusta: per comprendere le loro posizioni bisognerebbe studiare a fondo le loro economie e mappare il peso che produzione e distribuzione di sostanze stupefacenti hanno al loro interno.

La Colombia vive una fase di crescita economica inaspettata. Se da un lato ha certamente contato la diminuzione della corruzione delle istituzioni, dall’altro la pressione dei cartelli e della guerriglia è diminuita non per gli interventi del governo americano, ma dei cartelli messicani che oggi sono i padroni delle piantagioni in Colombia distruggendo di fatto i più potenti narcos colombiani. Il presidente uruguayano José Mujica è arrivato alla legalizzazione perché si è reso conto che l’invasione dei cartelli messicani già avvenuta in Colombia, Cile e in Argentina avrebbe compromesso la vita sociale in Uruguay, come sta accadendo al Guatemala, al Belize, all’Honduras, al Salvador, al Perù, dove le fragili democrazie sono totalmente compromesse dal potere dei narcos. La legalizzazione è stato il gesto del governo uruguayano più determinante nel senso della salvaguardia dei propri mercati.

Io credo che la legalizzazione, e non la liberalizzazione, sia l’unica strada. Due termini simili che spesso vengono confusi, ma che indicano due visioni completamente diverse. Legalizzare significa spostare tutto quanto

riguarda la produzione, la distribuzione e la vendita di stupefacenti sotto il controllo dello Stato. Significa creare un tessuto di regole, diritti e doveri. Liberalizzazione è tutt’altro. È privare il commercio e l’uso di ogni significatività giuridica, lasciarlo senza vincoli, disinteressarsi del problema, zona franca. Invece legalizzare è l’unico modo per fermare quel silenzioso, smisurato, violento potere che oggi condiziona tutto il mondo: il narco-capitalismo.Io, cattolico di destra (tendenza Giovanardi), favorevole alla cannabis

‘da destra’ a favore  della legalizzazione delle droghe leggere:

Io sono un conservatore, sono un cattolico praticante, sono un uomo di destra (della destra divina, chiaro), e sono un potenziale elettore di Giovanardi (se collegi e leggi elettorali mi consentiranno di dare una preferenza personale al senatore modenese sicuramente gliela darò). Per ciò, e non a dispetto di ciò, sono moderatamente favorevole alla cannabis libera. L’avverbio è importante e fa l’uomo di destra che, conviene ricordarlo, si caratterizza per realismo e pessimismo: io non credo che legalizzare le canne conduca al paradiso in terra, sono mica un pannelliano. Io penso che legalizzarle sia quel male minore teorizzato da uomini infinitamente più santi e più sapienti di me, di Carlo Giovanardi e di Maurizio Gasparri messi insieme, e parlo di Agostino d’Ippona e Tommaso d’Aquino. Quindi non intendo accapigliarmi: in questa materia l’intreccio fra ragioni e torti è ancora più intricato del solito.

Resta che sono per la cannabis libera. E sono ancor più per rompere il cieco automatismo di un conservatorismo non realistico ma ideologico, contraddittorio in termini, secondo il quale chi dice no all’aborto e all’eutanasia e all’eugenetica deve per forza dire no alla droga: non vedo il nesso. La cosa che conta innanzitutto conservare è la ragione e vorrei che ogni sì e ogni no fosse singolarmente motivato. Secondo me il no pubblico ad alcune droghe non è motivato abbastanza, dietro certe indignazioni ci sento un riflesso pavloviano, qualcosa di canino più che di umano. Noi uomini d’ordine dovremmo invece gioire al pensiero che il problema venga strappato dalle mani degli spacciatori africani per essere affidato a quelle dei farmacisti italiani. E in quanto contribuenti dovremmo guardare con speranza a una legge capace di ridurre del 30 o 40 per cento il numero dei detenuti, sono così tanti quelli dentro per droga, esimendoci dal finanziare l’altrimenti inevitabile costruzione di nuove carceri. E’ molto più adeguatamente motivato il mio no personale: da quando Claudio Risé mi disse che la cannabis non è più quella di una volta, che le nuove varietà sono molto più potenti e pericolose per la psiche, mi impegno, durante le festicciole, a rifiutare svuotini e cannoni. Se ci fosse una droga, anche illegalissima, che fa diventare più intelligenti, la comprerei di corsa, ma una droga che fa diventare più deficienti (più deficienti ancora?) no grazie, nemmeno gratis. E pure questa accresciuta nocività della cannabis clandestina dimostra l’utilità della legalizzazione: per tenere sotto controllo i principi attivi bisogna produrli in modo controllato, non in modo vietato.

Da uomo di destra (della destra divina, ripeto, che di quella profana non so che farmene) mi sovviene soltanto che mentre nessun Padre della chiesa ha mai riprovato il black afghano, molti Padri della Destra, da Baudelaire a Jünger, furono consumatori e financo teorizzatori dei paradisi artificiali. Da cattolico praticante, da assiduo lettore, in privato e in pubblico, della Bibbia, cerco di capire come mai sua eccellenza Mogavero, sua eminenza Schönborn, sua onorevolenza Lupi (devo l’elenco a Mario Palmaro che più di me ha lo stomaco per seguire simili personaggi) sono in vario modo possibilisti sul riconoscimento delle coppie omosessuali, mentre dai medesimi pulpiti mai mi è giunta una parola buona circa la liberalizzazione di hashish e marijuana. L’unica risposta che sono riuscito a darmi si chiama apostasia: aderiscono, loro tre più i noti mangiaostie a tradimento che capeggiano partiti e governi, a una religione fai-da-te la cui morale riproduce tendenze mondane e convenienze politiche.

Liberalizzare la cannabis non metterebbe in discussione una virgola della Sacra Scrittura, viceversa l’approvazione (imminente?) del reato di omofobia metterebbe sotto scacco, a rischio di censura, l’intera Parola di Dio dalla Genesi alle Lettere di San Paolo. C’è tutto un mondo che si impunta su un dettaglio irrilevante pur di non battersi sull’essenziale. Libero di farlo, ma non di definirsi conservatore, o di destra, o cattolico, o cristiano

 

nonostante tutto la posizione di ‘Avvenire’ è decisamente (e ottusamente) contraria ad ogni apertura alla legalizzazione:

Menzogne e diserzioni

di Giuseppe Anzani

in “Avvenire” del 10 gennaio 2014

Lasciatelo dire a quelli che con la droga hanno avuto uno scontro duro e combattivo, una guerra

fatta di rimonte, una passione di estenuata fatica a tirarne fuori per i capelli le vittime ferite,

scontando nell’attività terapeutica la previa sconfitta dell’attività educativa. Fatelo dire a loro cos’è

la dipendenza, la compulsione, la fatica di uscirne, l’emorragia di vita sciupata. Questo periodico

ritorno delle ventate libertarie sullo spinello e sulla cannabis, presentate come sostanze innocue e

persino medicali, o il ritornello che chiama ‘riduzione del danno’ la legalizzazione che ne

regolerebbe l’uso e l’accesso ad una dispensa controllata invece che al mercato criminale, sono

argomenti già vecchi e fiacchi, cento volte confutati. Ma il loro ritorno di fiamma, con un piglio che

sembra ora vincente qua e là nel mondo (Uruguay, Colorado…) segnala qualcosa di nuovo: non che

sono diventati più forti, ma che la resistenza si sta facendo più debole. Per questo vanno presi sul

serio, per la parte di verità che contengono, e per la parte di verità che occultano.

Le chiamano droghe leggere. È vero, non sono così pesanti come l’eroina e la coca. Ma che siano

innocue o quasi, è falso. I danni al cervello, alcuni permanenti e gravi, sono descritti in numerosi

studi internazionali, e illustrati anche in casa nostra sul sito del Dipartimento politiche antidroga

cannabis.dronet.org

Ingannare i nostri figli adolescenti che farsi una canna non è niente, è da

incoscienti. E forse è anche per questa falsità messa in circolo, che uno su cinque la prova: una

statistica impressionante, che segnala un fallimento della funzione educativa del mondo adulto

verso l’adolescenza. Ma l’idea di allentare la dissuasione rinunciando alle regole di condotta intese

a prevenire il danno e a scongiurare rovine, mi sembra peggio di un fallimento, mi sembra una

diserzione.

Non dico che a prevenire i disastri si debba confidare nei castighi (anche qui, però, senza mentire:

da noi nessuno va in galera per il consumo personale di droga). No, non sono i castighi la risorsa: al

contrario, la persuasione ha bisogno di voci amiche, di intelligenza, di empatia; e però anche di

chiarezza, di fermezza, di responsabilità. Dove la droga seduce e incatena alla dipendenza, la

passione educativa forgia il carattere e libera. Ma manca a troppi adulti, fra noi, l’idea che la vita di

ognuno si intreccia a quella degli altri in legame sociale, e che dire ‘è mia’ (la salute, la vita) non

equivale a farne ciò che voglio, rovinandola, ma ciò che è giusto per me e per gli altri. E com’è

difficile far entrare in testa questo concetto solidale di autoprotezione, in un Paese dove per far

allacciare le cinture in auto si devono minacciare i punti della patente.

È questa la differenza dal protezionismo: è la libertà positivamente orientata alla vita; l’opposto

della corsa a imbrancarsi – lo fanno tutti – che è messaggio disfattista, bandiera bianca di una resa

fallimentare.

Chi pensa di risolvere il dramma delle droghe arrendendosi al fatto compiuto, dicendo che se si

cambia la legge non c’è più la trasgressione, cancella il male dal vocabolario, ma non dalla vita. La

droga resta male e resta nella vita. La droga è dannosa non perché illegale, ma è illegale (in tutto il

mondo, tranne ora qualche scucitura) perché è dannosa. Si può modulare in forme diverse la

dissuasione, la prevenzione, la repressione: ma non si può invogliare e facilitare lo scivolo dentro

l’imbuto di una sventura omologata dalla legge

 

 

 

il grido di R. Saviamo: proteggere la democrazia

 

 

 

bacino

Saviano lancia un vero allarme sulla necessità di proteggere la democrazia

alla mafia non interessano i soldi dei politici ma i soldi che i politici fanno guadagnare loro: la politica è solo un mezzo per velocizzare il profitto

è importante tener di conto questo mentre al senato sta votandosi il testo del nuovo articolo che regola in maniera complessiva i rapporti della politica con la mafia

(vedi link qui sotto)

 

PPROTEGGERE LA DEMOCRAZIA (Roberto Saviano)..

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