il vangelo della domenica

commento al vangelo della XXVII domenica del TEMPO ORDINARIO – 5 ottobre 2014

Mt 21,33-43

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo:  «Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.
Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.  Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».
E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”? Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».

DARA’ LA VIGNA IN AFFITTO AD ALTRI CONTADINI 

  commento al Vangelo di p. Alberto Maggi 

Dopo aver detto alle massime autorità religiose, ai sommi sacerdoti, agli anziani, che le categorie da loro ritenute escluse dall’azione divina, quali erano pubblicani e prostitute, avrebbero preso il loro posto nel regno di Dio, Gesù si rivolge alle massime autorità, sommi sacerdoti e anziani, dicendo: “Ascoltate”.
Non è un invito, ma un imperativo, un ordine. “Ascoltate un’altra parabola”. E’ la terza parabola che Gesù fa e che ha come protagonista la vigna. La vigna era l’immagine del popolo di Israele secondo la figura che si trova nel libro del profeta Isaia al capitolo 5.
Infatti è proprio una vigna la protagonista di questa parabola. C’era un uomo che possedeva un terreno, vi piantò una vigna e qui l’evangelista, con una serie di termini, indica la grande premura di questo signore per la vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e vi costruì una torre. Quindi indica la grande premura del padrone per questa vigna.
La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo dei frutti … i termine adoperato per esprimere il “tempo” significa “il tempo propizio”, il tempo opportuno, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare i suoi frutti.
L’evangelista insiste sul fatto che i frutti sono del padrone. Ma i contadini presero i servi, uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. E’ la sorte dei profeti. Continuamente Dio ha mandato profeti nel suo popolo e continuamente questi profeti sono stati rifiutati, perseguitati e spesso sono stati uccisi. Perché? I profeti da sempre invitano a un cambiamento, ma coloro che sono installati nel potere non desiderano cambiare, ma mantenere il loro privilegio, la loro posizione di prestigio.
Mandò di nuovo altri servi più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Sa ultimo mandò loro il proprio figlio. L’espressione indica l’unico figlio, che è quello che rappresenta il padre, che eredita tutto. Dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio”.
Che illusione! Le autorità religiose hanno rispetto soltanto per se stesse, ma non rispettano gli altri, perché tutto quello che loro fanno, come adesso Gesù denuncerà, è basato sulla loro convenienza e non sul bene degli altri.
Ma i contadini, visto il figlio, e il termine figlio appare per la terza volta, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!” Gesù smaschera il fatto che il vero Dio del tempio si chiama interesse, si chiama convenienza. Gesù non è morto perché questa fosse la volontà di Dio, ma è morto per l’interesse della casta sacerdotale al potere.
Quindi il calcolo che fanno questi contadini, che poi vedremo sono le autorità religiose, è basato soltanto sulla loro convenienza. Mentre Gesù, per il bene degli uomini, ha sacrificato la propria convenienza, le autorità per la propria convenienza, sacrificano il bene degli uomini e non esitano addirittura ad assassinare il figlio di Dio.
Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Essere cacciati fuori significa, secondo il libro del Levitico, capitolo 24, versetto 14, la condanna che era riservata ai bestemmiatori. Le massime autorità religiose del popolo, ritengono Gesù, il figlio di Dio, un nemico di Dio, un bestemmiatore. E come tale va eliminato.

“Quando verrà dunque il padrone della vigna, cosa farà ai contadini?”  E i sommi sacerdoti e gli anziani, ai quali Gesù ha rivolto la parabola, emettono la propria sentenza. “Quei malvagi li farà morire miseramente”. Per rendere meglio il testo greco bisognerebbe tradurre con “farà miserabilmente perire questi miserabili” oppure “quei malvagi malamente li distruggerà”.
Quindi si danno loro stessi la sentenza. “E darà in affitto la vigna ad altri contadini”, ai popoli pagani, “che gli consegneranno i frutti a suo tempo”.
E Gesù con profonda ironia, teniamo presente che si rivolge a persone pie, i sommi sacerdoti e gli anziani che conoscono la scrittura, come se fossero ignoranti, dice, citando il Salmo 118: “Non avete mai letto nelle Scritture: ‘la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo’”, la pietra che è stata scartata era in realtà la pietra più importante.
“Questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”. Ed ecco la sentenza di Gesù: “Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio”. Già Gesù lo aveva detto che le categorie ritenute dalla religione le più lontane, quali erano le prostitute e i pubblicani, sono passate avanti, non nel senso di precedere, ma di prendere il posto, adesso Gesù lo dice chiaramente “sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo”, si intende un popolo pagano, “ che ne produca i frutti”.
E’ una pena che nella versione liturgica sia stato tolto il versetto 45 che è quello che fa comprendere a chi è rivolta questa parabola. “Udite le sue parabole, i sommi sacerdoti e i farisei capirono che parlavano di loro e cercavano di catturarlo, ma avevano paura della folla che lo considerava un profeta”.
Le parole di Gesù non suscitano un desiderio di pentimento, le autorità non si pentono mai, ma soltanto l’eliminazione di chi le ha smascherate.Il nemico di Dio non è il peccato. Il peccatore che accoglie l’amore del Signore si può convertire. Il nemico di Dio nei vangeli si chiama convenienza. La convenienza rende refrattari e ostili all’azione divina. E’ quello che leggiamo nel vangelo di Matteo, capitolo 21, versetti 33-43
croce

CRISI RELIGIOSA

il commento di p. Pagola:

La parabola dei “vignaioli omicidi” è un racconto nel quale Gesù va scoprendo con accenti allegorici la storia di Dio con il suo popolo eletto. È una storia triste. Dio lo aveva curato dall’inizio con tutto l’affetto. Era la sua “vigna prediletta”. Sperava di fare di loro un popolo esemplare per la sua giustizia e la sua fedeltà. Sarebbero stati una “grande luce” per tutti i popoli.Tuttavia quel popolo andò rifiutando e uccidendo uno dopo l’altro i profeti che Dio gli inviava per raccogliere i frutti di una vita più giusta. Per ultimo in un gesto incredibile d’amore inviò loro il suo proprio Figlio. Ma i capi di quel popolo lo uccisero. Cosa può fare Dio con un popolo che delude in una maniera così cieca e ostinata le sue aspettative?I capi religiosi che stanno ascoltando attentamente il racconto rispondono spontaneamente negli stessi termini della parabola: il padrone della vigna non può far altro che uccidere quei lavoratori e dare la sua vigna in mano ad altri. Gesù tira rapidamente una conclusione che non aspettano: Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti.Esegeti e predicatori hanno interpretato frequentemente la parabola di Gesù come la riaffermazione della Chiesa cristianacome “il nuovo Israele” dopo il popolo giudeo che, in seguito alla distruzione di Gerusalemme l’anno settanta, si è disperso in tutto il mondo.Tuttavia, la parabola sta parlando anche di noi. Una lettura onesta del testo ci obbliga a porci gravi domande: stiamo producendo nei nostri tempi “i frutti” che Dio attende dal suo popolo: giustizia per gli esclusi, solidarietà, compassione verso chi soffre, perdono…?Perché Dio dovrebbe benedire un cristianesimo sterile dal quale non riceve i frutti che attende? Perché dovrebbe identificarsi con la nostra mediocrità, le nostre incoerenze, le deviazioni e la poca fedeltà? Se non rispondiamo alle sue aspettative, Dio continuerà ad aprire vie nuove al suo progetto di salvezza con altri che producano frutti di giustizia.Noi parliamo di “crisi religiosa”, “scristianizzazione”, “abbandono della pratica religiosa”… Non starà Dio preparando la via che renda possibile la nascita di una Chiesa più fedele al progetto del regno di Dio? Non è necessaria questa crisi perché nasca una Chiesa meno potente ma più evangelica, meno numerosa ma più impegnata a fare un mondo più umano? Non verranno nuove generazioni più fedeli a Dio?José Antonio Pagola.

il vangelo domenicale commentato da p.Maggie p.Pagola

maggi
SE TI ASCOLTERA’ AVRAI GUADAGNATO IL TUO FRATELLO 

commento al Vangelo della ventitreesima domenica del tempo ordinario (7 settembre) di p. Alberto Maggi 
Mt 18,15-20
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:  «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.
In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».
Dopo aver parlato dello scandalo della comunità verso i piccoli, cioè gli emarginati, che possono essere scandalizzati da quello che vedono all’interno della comunità in termini di ambizione, di superiorità, Gesù ora arriva a parlare dello scandalo dei dissidi all’interno della comunità. E’ quanto scrive Matteo al capitolo 18, versetti 15-20.
“«Se tuo fratello»”, quindi si tratta di un componente della comunità, “«commetterà una colpa contro di te, va’ e …»”, non ammoniscilo, come riporta questa traduzione, ma “«convincilo»”. Non è la posizione di un superiore verso un inferiore per ammonirlo, ma è la posizione del fratello che cerca di ricomporre l’unità, cerca di superare il dissidio. Sempre ricordando quanto Gesù già ha ammonito, cioè che prima di guardare la pagliuzza nell’occhio del fratello, occorre stare attenti che uno non abbia la trave conficcata nel suo (trave che deforma la sua realtà).
“«Tra te e lui solo»”, quindi al dissidio non deve essere data pubblicità, si deve risolvere il problema. Ed è la persona offesa che deve andare verso l’offensore, perché chi sbaglia, chi offende spesso non ha il coraggio, non ha la forza di chiedere scusa, di chiedere perdono. Allora deve essere la parte lesa, la persona offesa, che va verso l’offensore e ricomporre il dissidio.“«E se ti ascolterà avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi con te una o due persone»”; sono quelli che nella comunità svolgono il ruolo di costruttori di pace, “«perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni»”. Secondo quanto affermava il libro del Deuteronomio, capitolo 19, versetto 15, sulla validità di una testimonianza.
“«Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità»”. Il termine greco è ecclesia che rappresenta la comunità dei convocati, l’assemblea dei convocati da Gesù, “«E se non ascolterà neanche la comunità, sia per te»”, quindi non per la comunità, ma per te, “«come il pagano e il pubblicano»”. Cosa significa? Non significa che quest’individuo, causa del dissidio, vada escluso dall’amore della comunità, e neanche dal tuo amore, ma significa che questo amore sarà a senso unico.
Mentre nella comunità l’amore donato viene anche ricevuto, perché i fratelli si scambiano vicendevolmente questo amore, verso la persona che è causa del dissidio, l’amore va dato come quello verso i nemici. Gesù dirà di amare i nemici, dirà di pregare per i persecutori. Quindi non significa escludere questa persona dal tuo amore, ma amarlo in perdita, a senso unico.
E sempre parlando della tematica del perdono, Gesù assicura: “«In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo»”. Si tratta sempre del perdono, chi non perdona lega il perdono di Dio, “«E tutto quello che scioglierete in terra sarà sciolto in cielo»”. Si tratta del perdono, Il perdono di Dio diventa operativo ed efficace quando si traduce in perdono verso gli altri. Quindi chi non perdona lega il perdono di Dio, mentre chi perdona lo scioglie.
Al termine del capitolo, al versetto 35, infatti, Gesù dirà: “Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi se non perdonerete di cuore il vostro fratello”. Quindi questa affermazione di Gesù non riguarda la concessione alla sua comunità del potere di legiferare in ogni materia e in ogni campo, ma della responsabilità nel concedere il perdono: se non perdoni leghi il perdono di Dio.
E poi Gesù conclude: “«Ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo»”, il verbo mettere d’accordo è Sinfoneo, da cui la parola “sinfonia”. E’ importante perché indica la vita della comunità. Sinfonia significa che diverse voci, diversi strumenti suonano ciascuno dando il meglio di sé. Non ci deve essere una uniformità di voci e di suoni, ma c’è una varietà nell’unico spartito che è quello dell’amore. Quindi è l’amore vissuto nelle varie forme, fiorito nelle varie modalità.
“«Per chiedere qualunque cosa, il Padre mi oche è nei cieli gliela concederà. Perché dove due o tre …»”, ecco ritornano i due o tre che sono stati fautori della pace, coloro che sono andati a eliminare il dissidio, la loro funzione di costruttori di pace, rende manifesta la presenza del Signore. “«… sono riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro»”.
E ritorna la tematica cara all’evangelista, quella del Gesù, il Dio con noi. Mentre nella tradizione ebraica si diceva che dove due o tre si riuniscono per studiare la Torah, la legge, la Shekinà, cioè la gloria di Dio è in mezzo a loro, Gesù si sostituisce alla legge. L’adesione a Dio non avviene più attraverso una legge esterna all’uomo, ma nell’immedesimazione con una persona: Gesù, il Figlio di Dio, il modello dell’umanità. Gesù assicura che quando c’è questa unità, quando si ricompongono i dissidi all’interno della comunità, la sua presenza è ininterrotta e crescente.

croce
commento al vangelo di p. Pagola

Benché le parole di Gesù, raccolte da Matteo, sono di grande importanza per la vita delle comunità cristiane, poche volte attraggono l’attenzione di commentatori e predicatori. Questa è la promessa di Gesù: “Dove due o tre stanno riuniti nel mio nome, lì io sto in mezzo a loro”.
Gesù non sta pensando a celebrazioni massicce come quelle della Piazza di San Pietro a Roma. Benché solo siano due o tre, lì egli sta in mezzo a loro. Non è necessario che sia presente la gerarchia; non è necessario che siano molti i riuniti.

La cosa importante è che “siano” riuniti, non dispersi, né nemici tra loro: che non vivano disprezzandosi alcuni con gli altri. Egli è decisivo: “che si riuniscano nel suo nome”: che ascoltino la sua chiamata che vivano concordi col suo progetto del regno di Dio. Che Gesù sia il centro del suo piccolo gruppo, e questa presenza viva e reale di Gesù è quella che deve incoraggiare, guidare e sostenere le piccole comunità dei suoi seguaci. È Gesù che deve incoraggiare il loro discorso, le loro celebrazioni, progetti ed attività. Questa presenza è il “segreto” di ogni comunità cristiana viva.
Noi cristiani non possiamo riunirci oggi nei nostri gruppi e comunità in qualche generico modo: per abitudine, per inerzia o per compiere alcuni obblighi religiosi. Saremo molti o, forse, pochi, ma la cosa importante è che noi ci riuniamo nel suo nome, attratti dalla sua persona e dal suo progetto di fare un mondo più umano.
Dobbiamo ravvivare la nostra consapevolezza che siamo comunità di Gesù. Ci riuniamo per ascoltare il suo Vangelo, per mantenere vivo il suo ricordo, per contagiarci del suo Spirito, per accogliere in noi la sua gioia e la sua pace, per annunciare la sua Buona Notizia.

Il futuro della fede cristiana dipenderà in buona parte dalle cose concrete che noi cristiani faremo nelle nostre comunità nelle prossime decadi. Non basta quello che potrà fare Papa Francesco nel Vaticano, non possiamo neanche riporre le nostre speranze nel pugno di sacerdoti che potranno essere ordinati nei prossimi anni. La nostra unica speranza è Gesù Cristo.
Siamo noi quelli che dobbiamo centrare le nostre comunità cristiane nella persona di Gesù come l’unica forza capace di rigenerare la nostra fede consumata e abitudinaria. L’unico capace di attrarre gli uomini e le donne di oggi, l’unico capace di generare una fede nuova in questi tempi di incredulità.

Il rinnovamento delle istanze centrali della Chiesa è urgente. I decreti
e le riforme, necessarie. Ma niente di tanto decisivo come il ritornare con radicalità a Gesù Cristo.
Contribuisci a rigenerare la fede cristiana in Gesù.

José Antonio Pagola

commento al Vangelo domenicale

 

SE QUALCUNO VUOLE VENIRE DIETRO A ME, RINNEGHI SE STESSO 

Commento al Vangelo della ventiduesima domenica del tempo ordinario (31 agosto 2014) di p. Alberto Maggi

p. Maggi

Mt 16,21-27

In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!». Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».

Ai discepoli che seguono Gesù pensando che lui sia il messia trionfatore, vincitore, quello annunziato dalla tradizione, che a Gerusalemme avrebbe conquistato e preso il potere, Gesù per la prima volta parla apertamente di quello che l’attende a Gerusalemme. Siamo al capitolo 16 del vangelo di Matteo, dal versetto 21. “Da allora Gesù cominciò”, quindi significa una serie di insegnamenti che continuano lungo tutto il suo percorso, “a spiegare ai suoi discepoli che doveva …”, il verbo dovere è un verbo tecnico che indica la volontà di Dio, “andare a Gerusalemme e soffrire”. Questo verbo è una creazione degli evangelisti perché assomiglia molto al termine Pasqua, infatti il verbo soffrire in greco è Pàsco ed ha assonanza con il termine Pasca, che significa Pasqua, perché gli evangelisti hanno visto in Gesù il vero agnello pasquale. “Soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi”; tutti questi sono i componenti del sinedrio, il massimo organo giuridico di Israele, “venire ucciso”, quindi Gesù non andrà a conquistare il potere, ma sarà ucciso dai detentori del potere religioso. I massimi rappresentanti dell’istituzione religiosa saranno gli assassini di Gesù. Però aggiunge, “E risorgere il terzo giorno”. Il terzo giorno non è un’indicazione cronologica, il numero tre indica ciò che è pieno, ciò che è completo, quindi sarà ucciso, ma tornerà in vita pienamente. Ebbene, appena Gesù ha detto questo, Pietro entra in gioco. L’evangelista presenta Simone soltanto con il soprannome negativo, termine tecnico con il quale Matteo indica l’opposizione, la contrarietà di questo discepolo a quanto Gesù annunzia. “Pietro lo prese a sé”, quindi lo afferra e non appena Gesù ha cominciato a spiegare, Pietro comincia al sua resistenza. “E cominciò a rimproverarlo”, letteralmente sgridarlo, ed è il termine che si adopera per scacciare i demoni. Quindi per Pietro quello che Gesù ha detto non corrisponde alla volontà divina, ma è addirittura un pensiero satanico, un pensiero demoniaco. La traduzione traduce con “Dio non voglia”, ma letteralmente è «Ti perdoni»”, e si sottintende Dio. E’ un’espressione che veniva adoperata per quelli che avevano abbandonato Dio. Si trova anche nel profeta Geremia, capitolo 5, versetto 7. Quindi «Ti perdoni, Signore; questo non ti accadrà mai»”. Quindi per Pietro quello che Gesù sta dicendo è una cosa lontana da Dio, per cui Dio deve perdonarlo, addirittura un pensiero demoniaco. “Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana!»Sono gli stessi termini che Gesù ha adoperato nel deserto per rifiutare le seduzioni del tentatore. Come al tentatore, al diavolo, Gesù dice “Vattene”, però Gesù non rompe con il discepolo, gli dà una possibilità: “torna a metterti dietro di me”. Fintanto Pietro sta davanti e vuole lui indicare la traccia, la via, lui è il Satana, l’avversario. Allora Gesù dice «Vattene dietro di me, Satana! Tu mi sei di scandalo»”. Quello che Gesù aveva definito una pietra adatta per la costruzione della sua ecclesia, cioè la comunità dei credenti convocati dal Signore, quello che era stato chiamato ad essere un mattone per la costruzione, adesso diventa una pietra di inciampo, una pietra di scandalo. Perché? “«Perché non pensi secondo Dio»”, cioè le categorie dell’amore e del servizio, “«ma secondo gli uomini»”, cioè le categorie del potere e del dominio. Gesù comprende che non è solo Pietro ad avere questa mentalità, ma anche tutti i discepoli. Ecco allora che si rivolge a tutto il resto dei suoi. “Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me»”, Gesù ha invitato Pietro ad andare dietro di lui e ora fa comprendere quali sono le condizioni per poterlo seguire. «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso»”, rinnegare se stesso non significa mortificare la propria esistenza, ma rinunciare a questi pensieri di ambizione, di successo, di supremazia, e poi prosegue, letteralmente «e sollevi la sua croce»”. La croce non viene data da Dio, ma viene presa dagli uomini. L’evangelista adopera il termine “sollevare”, che indicava il momento nel quale il condannato doveva sollevare da terra il patibolo e caricarselo sulle spalle. Poi da lì, dal tribunale, uscire dalla porta della città per andare nel luogo dove doveva essere giustiziato. Era il momento più tremendo, il momento della solitudine. La gente aveva l’obbligo religioso di insultare e malmenare questa persona.  «Sollevi la sua croce»”, la croce era la pena di morte riservata ai rifiuti della società. Quindi Gesù non sta parlando di sofferenze e di dolore, ma sta parlando dello scandalo che seguire Gesù comporta, uno scandalo che arriva a far considerare Gesù e quelli che lo seguono rifiuti della società, persone addirittura rifiutate da Dio, perché la croce era il supplizio per i maledetti da Dio, «e mi segua»”. Gesù quindi non sta parlando della morte in croce, ma della via verso il supplizio, una via in solitudine, una via del disonore. Se i discepoli non sono pronti a perdere la propria reputazione – perché di questo si tratta – che non pensino a seguirlo, perché seguire Gesù significa andare incontro al massimo disonore. E poi Gesù aggiunge: «Perché chi vuole salvare la propria vita la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà»”. Chi vive per gli altri realizza pienamente la propria esistenza, chi vive centrato esclusivamente sui propri bisogni, sulle proprie necessità, la distrugge. Quindi questa è l’alternativa che Gesù offre. Vivere per gli altri, dare, non è perdere, ma guadagnare. Significa realizzare pienamente se stessi. E Gesù commenta: «Quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita?»A che serve guadagnare tanto, conquistare tanto e poi smarrire se stesso? Questo è il significato. E’ una critica che Gesù fa alle persone di potere, qualunque potere. Le persone che hanno conquistato il potere, divorati dalla loro ambizione, sono persone che hanno tanto, ma non hanno nulla perché hanno completamente smarrito se stesse. Sono persone alla deriva dalla vita, alla deriva dalla felicità. «Perché il Figlio dell’Uomo»”, Figlio dell’uomo indica Gesù nella pienezza della condizione divina, «Sta per venire nella gloria del Padre suo»”. Gesù contrappone al massimo disonore, la pena di morte alla quale è stato condannato dal sinedrio, quindi il massimo disonore dell’istituzione religiosa, il massimo onore da parte di Dio. Quindi “«nella gloria del Padre suo con i suoi angeli»”. E qui Gesù cita il libro dei Proverbi, capitolo 24, versetto 12, «e renderà a ciascuno secondo le sue azioni»”, letteralmente “la prassi”. L’uomo è valutato per la vita che ha praticato, per le opere che ha fatto, e non per le idee o le dottrine religiose che ha professato. E’ quello che si fa per gli altri che determina la propria esistenza. C’è un’altra parte che non è presente nella versione liturgica, ma è importante. Gesù annunzia che “I presenti non moriranno prima di aver visto arrivare il Figlio dell’uomo con il suo regno”. Infatti annunzia l’episodio che poi seguirà che è quello della trasfigurazione, in cui Gesù dimostra che la morte non distrugge la persona, ma la potenzia pienamente.

 

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IMPARARE A PERDERE

commento di p.José Antonio Pagola

 

Il detto è registrato nei Vangeli e ripetuto sei volte: “Se si vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà per causa mia, la troverà.” Gesù non sta parlando di un tema religioso. Egli sta insegnando a i suoi discepoli ciò che il vero valore della vita.
Il detto è espresso in modo paradossale e provocatorio. Ci sono due modi diversi di guidare la vita, uno conduce alla salvezza, l’altra alla distruzione. Gesù invita tutti a seguire il percorso che sembra più difficile e meno attraente, in quanto porta l’uomo alla salvezza finale.
Il primo modo è quello di aggrapparsi alla vita vivere solo per se stessi: per fare “sé” l’ultima ragione e il fine ultimo dell’esistenza. Questo modo di vita, sempre alla ricerca di sé guadagno o vantaggio, che porta alla distruzione dell’essere umano.
Il secondo modo è quello di saper perdere, vivere come Gesù, aperto al fine ultimo di umanizzare il Padre: cioè rinunciando alla propria sicurezza o di guadagno, cercando non solo proprio bene, ma il bene degli altri. In questo modo generoso di vita porta ad umana per essere la sua salvezza.
Gesù parla della sua fede in un Dio salvatore, ma le sue parole sono un serio monito per tutti. Quale futuro attende una umanità divisa e frammentata, dove i poteri economici cercano il loro proprio beneficio; paesi, il proprio benessere; individui, il loro interesse?
La logica che conduce in questo momento il modo in cui il mondo è irrazionale. I popoli e gli individui stanno lentamente cadendo in schiavitù “hanno sempre”. Niente è troppo per sentirsi soddisfatti. Per vivere bene, abbiamo sempre bisogno di più produttività, più consumi, comodità materiale, più potere sugli altri.
Insaziabilmente cercano il benessere, ma non stiamo sempre disumanizzante un po ‘di più? Vogliamo “progresso” sempre, ma ciò che il progresso è questo che ci porta ad abbandonare milioni di esseri umani in miseria, la fame e la malnutrizione? Quanti anni può godere il nostro benessere, chiudendo le nostre frontiere a chi ha fame?
Se solo i paesi ricchi cercano di “salvare” il nostro tenore di vita, a meno che non perdiamo il nostro potenziale economico, non dare mai passi verso la solidarietà globale. Ma non fare errore. Il mondo sarà sempre più pericoloso e inabitabile per tutti, noi compresi. Per salvare la vita umana nel mondo, dobbiamo imparare a perdere.
José Antonio Pagola

p. Maggi e Pagola commentano il vangelo

 

VENDE TUTTI I SUOI AVERI E COMPRA QUEL CAMPO


Mt 13,44-52

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».

 commento al Vangelo della domenica diciassettesima (27 luglio)
del tempo ordinario di p. Maggi: maggi

Gesù non parla mai di sacrifici per il regno, bensì di gioia. La parola “sacrifici” nel vangelo di Matteo appare solo due volte ed è per negarli. Gesù, rifacendosi all’espressione del profeta Osea, ribadisce che il Signore non chiede sacrifici rivolti a lui, ma misericordia, cioè lo stesso atteggiamento d’amore rivolto verso gli uomini. Se Gesù mai parla e richiede dei sacrifici per il regno, invece continuamente parla di gioia. Il termine “gioia” nel vangelo di Matteo appare sei volte. E qui lo ritroviamo alla fine delle sette parabole che riguardano il regno, al capitolo 13 di Matteo, versetti 44-52. Scrive l’evangelista: «Il regno dei cieli»”, ricordo che regno dei cieli è un’espressione tipica di Matteo che significa il regno di Dio, quindi non un regno nell’aldilà, ma il regno di qua, un’alternativa alla società che Gesù presenta. Ebbene Gesù presenta questa alternativa come «Simile a un tesoro»”, il termine tesoro apre e chiude il brano liturgico di oggi, «nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia»”, letteralmente “per la gioia”. E’ la motivazione. L’aver trovato nel messaggio di Gesù, nell’alternativa di società, la risposta al desiderio della propria pienezza di vita. “«Vende tutti i tuoi averi e compra quel campo»”. Quindi non è frutto di chissà quali sforzi o rinunce, ma è per la gioia. Non consiste nel lasciare qualcosa, ma nel trovare tutto. E qui non si parla di una ricompensa esterna, ma di una pienezza interiore. Quindi l’immagine del regno che Gesù presenta è quella di aver trovato nell’alternativa di società e nel suo messaggio, la risposta al desiderio di pienezza di vita che ogni uomo si porta dentro. Questo è fonte di gioia. Il rischio c’è, e l’abbiamo visto nei vangeli, ed è quello di lasciare senza trovare, allora si cerca di recuperare quello che si è perduto. Come quando Pietro dice: “Ecco noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito, che cosa ne avremo?” Ma chi lascia e trova questo tesoro, perché lo trova questo tesoro, ha una gioia incontenibile, una  gioia che è la caratteristica del credente. Ugualmente la seconda parabola. «Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose»”, il mercante è uno che se ne intende di affari, «trovata una perla di grande valore …»”, ne capisce l’importanza e tutto il resto perde valore. Anche Paolo nelle sue lettere, in quella ai Filippesi scrive “Quello che per me era un guadagno l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura”. Quindi Gesù invita a vedere nel suo messaggio la pienezza di vita alla quale ogni uomo aspira. E quando si trova questa pienezza di vita tutto il resto perde valore. La terza parabola è differente e parla del risultato di questa scelta. «Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie  ogni genere …»”, l’evangelista non scrive “di pesci”, è un’aggiunta del traduttore. Perché non scrive “di pesci” anche se di questi si tratta? Perché si rifà alla missione dei discepoli ad essere pescatori di uomini. Gesù li chiama a pescare gli uomini. Pescare un pesce significa tirare fuori dal suo habitat naturale nell’acqua dove hanno la vita per dargli la morte; pescare un uomo significa invece tirarlo fuori da ciò che può dargli la morte per dargli la vita. «Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via …»”, ecco qui l’evangelista non adopera il termine “cattivi”, che può indicare un giudizio, con un significato morale. L’evangelista adopera il termine “marcio”. I pescatori non danno un giudizio morale sui pesci, i buoni e i cattivi, ma si trovano quelli che sono pieni di vita, e quelli che invece sono già morti in stato di avanzata putrefazione. E’ la stessa espressione che Gesù ha usato per l’albero, un albero marcio che non può che produrre frutti cattivi. Quindi non è un giudizio quello di Gesù, ma una constatazione. Tra chi ha pienezza di vita e chi è invece nella putrefazione della morte. L’accoglienza del messaggio di Gesù conduce l’uomo ad una pienezza di vita tale che è quella definitiva; il rifiuto di questo messaggio, vivere soltanto per sé, porta alla morte definitiva, alla putrefazione della propria esistenza. E l’evangelista continua: «Così sarà alla fine dei tempi. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi»”, ma letteralmente il termine è maligni, quelli che si comportano come il loro padre, il maligno, il diavolo,  «dai buoni»”, letteralmente i giusti, «e li getteranno nella fornace ardente»”. Il termine fornace ardente l’evangelista lo prende dal libro di Daniele, capitolo 3, versetto 6, in cui rappresentava la pena per chi non adorava la statua di Nabucodonosor. Quella che era la pena per chi non adorava il potere diventa invece la fine per chi ha adorato il potere. Chi orienta la propria vita per il bene degli altri, si realizza. Chi ha pensato soltanto a sé, chi ha pensato al proprio potere in realtà si distrugge. Vediamo il finale. Scrive l’evangelista: «Dove sarà pianto e stridore di denti»”. E’ un’immagine biblica che indica la constatazione del fallimento della propria esistenza. Gesù già dirà “a che serve guadagnare il mondo intero e poi smarrire se stessi”! E Gesù chiede ai suoi discepoli: «Avete compreso tutte queste cose?» Gli risposero: «Sì». Ecco la conclusione nella quale l’evangelista probabilmente mette la sua firma. Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba»”, lo scriba è il grande teologo, colui che quando parlava era Dio stesso che parlava, era colui che aveva la più grande importanza, il più grande prestigio nel mondo di Israele. «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo»”. Gesù è abbastanza ironico. Lo scriba, colui che insegna, di fronte alla novità portata da Gesù, deve tornare scolaro, deve farsi discepolo. «Discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro»” – ecco il brano è iniziato col tesoro e termina col tesoro – “«cose nuove e cose antiche»”. E’ importante questa dinamica, prima le cose nuove. Il messaggio di Gesù ha la precedenza su quello di Mosè. E quello di Mosè si accoglie soltanto nella misura in cui è conforme al suo insegnamento.

LA DECISIONE PIÙ IMPORTANTE

il commento di p. Pagola:

 

Il vangelo raccoglie due brevi parabole di Gesù con uno stesso messaggio.
In entrambi i racconti, il protagonista scopre un tesoro enormemente prezioso o una perla di valore incalcolabile. Ed i due reagiscono allo stesso modo: vendono decisamente con gioia quello che hanno, e si impadroniscono del tesoro o la perla.

Secondo Gesù, così reagiscono quelli che scoprono il regno di Dio.
All’opinione, Gesù teme che la gente lo segue per interessi diversi, senza scoprire la cosa più attraente ed importante: quel progetto appassionante del Padre che consiste in condurre su una strada più giusta l’umanità verso un mondo, fraterno e felice, avviandolo così verso la sua salvezza definitiva in Dio.

Che cosa possiamo dire oggi dopo venti secoli di cristianesimo? Perché tanti cristiani buoni vivono rinchiusi nella loro pratica religiosa con la sensazione di non avere scoperto in lui nessun “tesoro”?. Dove sta la radice ultima di quella fetta di entusiasmo e di gioia in non pochi ambiti della nostra Chiesa, incapace di attrarre verso quel nucleo del Vangelo tanti uomini e donne che si vanno allontanando da essa, senza rinunciare però per questo motivo a Dio e a Gesù?

Dopo il Concilio, Paolo VI fece questa precisa affermazione: ” Solo il regno di Dio è assoluto. Tutto il resto è relativo”. Alcuni anni più tardi, Giovanni Paolo II lo riaffermò dicendo: “La Chiesa non vedrà mai la sua fine, perché è orientata verso il regno di Dio del quale è germe, segno e strumento”.

Papa Francesco ci va ripetendo: “Il progetto di Gesù è instaurare il regno di Dio.” Se questa è la fede della Chiesa, perché ci sono cristiani che neanche hanno sentito parlare di quel progetto che Gesù chiamava “regno di Dio?” Perché non sanno che la passione che incoraggiò tutta la vita di Gesù, fu la ragione di essere e l’obiettivo di tutta la sua attuazione, annunciare e promuovere quel progetto umanizzatore del Padre: cercare il regno di Dio e la sua giustizia!

La Chiesa non può rinnovarsi dalla sua radice se non scopre il “tesoro” del regno di Dio. Non è la stessa cosa richiamare i cristiani a collaborare con Dio nel suo grande progetto di fare un mondo più umano più tosto che vivere distratti in pratiche e abitudini che ci fanno dimenticare il vero nucleo del Vangelo.

Papa Francesco sta dicendoci che il regno di Dio ci “reclama”. Questo grido ci arriva dal cuore stesso di quel Vangelo. Dobbiamo ascoltarlo. Sicuramente, la decisione più importante che dobbiamo prendere oggi nella Chiesa e nelle nostre comunità cristiane è quella di recuperare il progetto del regno di Dio con gioia ed entusiasmo.

Cerca di scoprire il tesoro nascosto del regno di Dio.

José Antonio Pagola

il vangelo di Pentecoste commentato da p. Maggi e p. Pagola

 spirito santo

Gv 20,19-23

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si

trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a

voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.

Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi».

Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i

peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

COME IL PADRE HA MANDATO ME ANCH’IO MANDO VOI

Commento al Vangelo di p. Maggi:

maggi

Il mandato di cattura era stato non solo per Gesù, ma emesso per tutto il gruppo. Fu Gesù, che in una posizione di forza disse alle guardie: “Se cercate me lasciate che questi se ne vadano”. Gesù è stato il pastore che ha dato la vita per le sue pecore. Ma ora il pastore va in cerca delle sue pecore, quelle che si sono smarrite a causa del suo arresto e soprattutto della sua morte infamante. E Gesù ne va in cerca, per recuperarle. Nonostante sia già stato dato l’annunzio della risurrezione di Gesù, i discepoli stanno nascosti per paura delle autorità. Non basta sapere che Gesù è risuscitato, bisogna farne esperienza. E’ quello che ci dice l’evangelista Giovanni. Quindi, “la sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei …”. I Giudei non sono il popolo, ma in questo vangelo rappresentano i capi, le autorità religiose. “Venne Gesù, stette in mezzo”, ecco il posto di Gesù nella comunità è al centro. Lui è il punto di riferimento. E’ lui il fattore di unità di tutto il gruppo. Quelle che seguono sono le prime parole che Gesù pronunzia, una volta risuscitato, nella pienezza della condizione divina, ed è un augurio di piena felicità. Il termine “pace”, dall’ebraico Shalom, indica molto più della nostra pace, ma indica tutto quello che concorre alla piena felicità degli uomini. Ma Gesù non si limita ad un annuncio verbale, a un semplice augurio, dimostra perché devono essere pienamente felici. “Detto questo, infatti, mostrò loro le mani e il fianco”. Sono i segni indelebili del suo amore. L’amore che lo ha spinto a dare la vita per i suoi non è stato la risposta in un’occasione drammatica, ma il normale atteggiamento di Gesù all’interno della comunità. Gesù non interviene nei momenti di emergenza e risponde col suo amore ai bisogni della comunità. Ma Gesù in mezzo alla comunità protegge, difende, aiuta e aumenta la capacità d’amore dei suoi discepoli che accolgono il suo amore. E infatti i discepoli gioirono. Se infatti prima erano nel timore, adesso sono nella gioia “nel vedere il Signore. E Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi». Mentre la prima pace era stata motivata dal fatto che l’amore, dice Gesù, che mi ha spinto a dare la vita per voi continua, la seconda pace è motivata dal fatto di essere chiamati a prolungare la stessa azione di Gesù. La pace e la felicità dell’uomo vengono da quest’amore ricevuto da Dio, e Gesù ha mostrato le mani e il fianco, ma viene anche dall’amore che va comunicato, e per questo Gesù, alla seconda pace, al secondo invito alla felicità, dice: «Come il Padre ha mandato me»”, e il Padre ha mandato Gesù ad essere manifestazione visibile del suo amore, un amore incondizionato dal quale nessuna persona, qualunque sia il suo comportamento, la sua condotta, si possa sentire esclusa. Ebbene, «Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi»”, ecco la sorgente della felicità. I discepoli, ogni credente, è chiamato a prolungare la missione di Gesù a manifestare visibilmente l’amore del Padre. Questa è la fonte della gioia, della felicità piena. Quindi c’è un amore che viene comunicato, un amore che viene ricevuto da Dio, un amore che va comunicato agli altri. “Detto questo, soffiò”. L’evangelista ripete le stesse azioni di Dio sul primo uomo, quando si legge nel Libro del Genesi, capitolo 2, versetto 7, “Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere dal suolo, soffiò nelle sue narici, un alito di vita, e l’uomo divenne un essere vivente”. Ugualmente Gesù. Gesù completa la creazione, comunica all’uomo lo Spirito, cioè la stessa capacità d’amore che il Padre ha comunicato a Gesù e che ora Gesù comunica, ma non a tutti, a quanti accolgono il suo invito a prolungare con il loro amore l’amore che hanno ricevuto, quelli che vanno come il Padre ha mandato Gesù. «A coloro ai quali …»”, e qui non usa il verbo “perdonare”, ma “liberare dai peccati”. Per “peccato” l’evangelista non adopera quello che significa “colpa, sbaglio, mancanza”, ma una direzione sbagliata di vita. Cosa vuol dire l’evangelista? Qui Gesù non sta dando un potere ad alcuni, ma una responsabilità a tutta la comunità. La comunità deve essere questa luce dalla quale si effonde l’amore di Dio. Quanti, vivendo nell’ingiustizia, si sentono attratti da questa luce e vi entrano a far parte, hanno il passato (quello ingiusto) completamente cancellato. Invece coloro ai quali … e anche qui non c’è il verbo perdonare, ma “mantenere, trattenere, imputare”, «Resteranno imputati»”. Cosa vuol dire l’evangelista? Quanti fanno il male non amano la luce, ma vedendo brillare la luce, si ritraggono ancora di più nel cono d’ombra delle tenebre. Quindi non è un potere della comunità, ma una responsabilità: far brillare l’amore di Dio. Quanti se ne sentono attratti, hanno il passato completamente perdonato, quanti invece vedono in questo amore una minaccia ai loro interessi, alle loro convenienze, se ne ritraggono e sotto la cappa delle tenebre, sotto la cappa della morte.

 

VIVERE DIO DAL DIDENTRO

il commento di p. Pagola:

 

Alcuni anni fa, il gran teologo tedesco, Karl Rahner, osava affermare che il principale e più urgente problema della Chiesa del nostro tempo è la sua “mediocrità spirituale”. Queste erano le sue parole: il vero problema della Chiesa è “continuare a camminare con rassegnazione e noia ogni volta sempre su più strade comuni di una mediocrità spirituale.”
Il problema non ha fatto più che aggravarsi in queste ultime decadi. Di poco sono serviti i tentativi di rafforzare le istituzioni, salvaguardare la liturgia o vigilare l’ortodossia. Nel cuore di molti cristiani si sta spegnendo l’esperienza interiore di Dio.
La società moderna ha scommesso sull'”esteriore”. Tutto ci invita a vivere dal di fuori. Tutto ci pressa per
muoverci con fretta, quasi senza trattenersi in niente né in nessuno.
La pace non trova fenditure per penetrare fino al nostro cuore. Viviamo quasi sempre nella corteccia della vita. Ci stiamo dimenticando quello che è assaggiare la vita dal didentro. Per essere umana, alla nostra vita le manca una dimensione essenziale: l’interiorità.

È triste osservare che neanche nelle comunità cristiane sappiamo curare e promuovere la vita interiore. Molti non
sanno quello che è il silenzio del cuore, non ci si abitua a vivere la fede dal didentro. Privati dell’esperienza interiore,
sopravviviamo dimenticando la nostra anima: ascoltando parole con l’udito e pronunciando discorsi con le labbra, mentre il nostro cuore è assente.
Nella Chiesa si parla molto di Dio, ma, dove e quando noi credenti ascoltiamo la presenza silenziosa di Dio nel più profondo del nostro cuore? Dove e quando noi credenti accogliamo lo Spirito del Risuscitato nel nostro interiore? Quando viviamo in comunione col Mistero di Dio dal didentro?
Accogliere lo Spirito di Dio vuol dire smettere di parlare solo con un Dio il quale lo collochiamo quasi sempre lontano e al di fuori di noi, vuol dire anche imparare ad ascoltarlo nel silenzio del cuore. Smettere di pensare a Dio con la testa, ed imparare a percepirlo nella cosa più intima del nostro essere.
Questa esperienza interiore di Dio, reale e concreta, trasforma la nostra fede. Uno si sorprende di come è riuscito a vivere senza scoprirlo prima. Ora si sa perché è possibile credere perfino in una cultura confiscata. Ora si conosce una gioia interiore.Mi sembra molto difficile da mantenere per molto tempo la fede in Dio in mezzo all’agitazione e alle frivolezze della vita moderna, senza conoscere, benché sia in maniera umile e semplice, alcuna esperienza interiore di quel Mistero di Dio.Che l’agitazione non spenga la voce di Dio nel nostro interiore. .José Antonio Pagola

 

il commento di p. Maggi e p. Pagola al vangelo della domenica

Gv 14,15-21

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi.
Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.
Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».

PREGHERO’ IL PADRE E VI DARA’ UN ALTRO PARACLITO 

commento al Vangelo dell,a sesta donenica di pasqua (25 maggio 2014) di p. Alberto Maggi:

p. Maggi

Per la prima volta nel vangelo di Giovanni Gesù chiede amore verso se stesso. Ma lo fa soltanto dopo aver manifestato al massimo la sua capacità d’amore, facendosi servizio per i suoi, dopo aver lavato loro i piedi. Siamo al capitolo 14 del vangelo di Giovanni, dal versetto 15.
Gesù dice: “«Se mi amate»”, quindi per la prima volta chiede amore verso di sé, «osserverete i miei comandamenti»”. C’è un unico comandamento che Gesù ha lasciato nel corso della cena, cioè di amarsi gli uni gli altri come lui li ha amati, cioè come lui li ha serviti. Quindi Gesù dice: “Se mi amate servitevi gli uni gli altri”.
Non è un amore che Gesù chiede nei propri confronti, ma la prova dell’amore verso Gesù è l’amore scambievole che si fa servizio verso gli altri. Ebbene, come risposta a questo amore, Gesù annuncia che pregherà il Padre, “«Ed egli vi darà un altro Paraclito»”, un termine greco che è difficile tradurre nella nostra lingua, e significa “colui che viene in soccorso, colui che aiuta, che difende”, il protettore. Non è
un nome dello Spirito, ma una funzione. Gesù, fintanto che era vivo, provvedeva lui a questa funzione di pastore che protegge i suoi ed è pronto a dare la vita. Bene, ora che non ci sarà più, ci sarà il suo Spirito.
E sarà un vantaggio. Infatti Gesù dice “«perché rimanga con voi per sempre»”. Mentre Gesù non sempre poteva essere con i suoi discepoli, il suo Spirito sarà sempre nella sua comunità. Il fatto che rimane per sempre significa che l’azione di questo Spirito non interviene nei momenti di pericolo o nelle situazioni
di emergenza, ma le precede. E questo dà piena sicurezza e serenità alla comunità cristiana. Gesù definisce questo Spirito “l«o Spirito della verità»” – la verità è l’amore che si fa servizio – “«che il mondo non può ricevere»”.
Il mondo è il sistema di potere che è incompatibile con l’amore che si fa servizio. Infatti dice “perché non lo vede e non lo conosce”. In questo vangelo quelli che non conoscono Gesù, quelli che non conoscono il Padre, sono le autorità religiose. Chi vive in un ambito di potere non può neanche minimamente capire cosa significhi un amore che si fa servizio. E Dio è questo.
“«Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi»”. L’evangelista adopera lo stesso verbo dello Spirito che rimane su Gesù. “«E sarà in voi»”. Come lo Spirito rimane in Gesù, così questo Spirito rimane nella comunità dei credenti. E poi Gesù dà la sicurezza – sta annunziando la sua morte – “«Non vi lascerò orfani: verrò da voi.»” La sua non sarà un’assenza, ma una presenza ancora più intensa. “«Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più»”, il mondo di potere non lo potrà più vedere fisicamente, “«invece voi mi vedrete»”; cosa significa? La sintonia con la vita di Gesù lo rende presente, vivo e vivificante all’interno della sua comunità.
“«Perché io vivo e voi vivrete»”. Chi nella sua vita nutre gli altri sperimenterà sempre colui che si è fatto pane di vita per alimentare i suoi. “«In quel giorno»”, che è il giorno della morte e dell’effusione dello Spirito, “«Voi saprete che io sono nel Padre mio»”, nella pienezza della condizione divina, “«E voi in me e io in voi»”.
Si realizza quello che da sempre l’evangelista aveva annunziato: Dio è amore che chiede di essere accolto per fondersi con gli uomini e dilatarne la capacità d’amore in modo che la comunità diventi l’unico santuario visibile nel quale si irradia l’amore di Dio. Nella comunità dei credenti Dio assume il volto umano e gli uomini assumono il volto divino.
E Gesù conclude dicendo: “«Chi accoglie i miei comandamenti»”, sottolinea che sono i suoi comandamenti, e non quelli di Mosè. E l’unico comandamento, le attuazioni pratiche di questo unico comandamento dell’amore che si fa servizio, per Gesù sono importanti come i comandamenti. “«E li osserva, questi è colui che mi ama»”.
Quindi l’amore verso Gesù non è rivolto alla sua persona ma si dirige verso gli altri nella pratica dei suoi comandamenti, cioè nel far propri gli stessi valori di Gesù. Più gli uomini sono umani e più permetteranno al divino di affiorare in loro. Questa è la sintonia d’amore di Dio con gli uomini, e degli uomini con Dio.
E infine la conclusione, “«Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui»”. Quindi Gesù conferma che se c’è questo dinamismo di un amore ricevuto che si trasforma in amore comunicato, la comunità diventa l’unico santuario dove si manifesta l’amore del Padre. Quanto più grande sarà la risposta degli uomini praticando l’amore verso gli altri, tanto più grande sarà la risposta del Padre con una nuova effusione di Spirito e di nuove capacità d’amore ai suoi.

 

LO SPIRITO DELLA VERITÀ

commento al vangelo di p. Pagola:

Gesù sta salutando i suoi discepoli. Li vede tristi ed abbattuti. Presto non l’avranno più con loro. Chi potrà riempire il vuoto che egli lascerà?

Fino ad ora egli è stato colui che si è preso cura di loro, li ha difesi dagli scribi e dai farisei, ha sostenuto la loro fede debole e vacillante, loro hanno pian piano scoperto la verità di Dio ed egli li ha iniziati nel suo progetto umanizzatore.
Gesù parla loro appassionatamente dello Spirito. Non li vuole lasciare orfani. Egli stesso chiederà al Padre che non li abbandoni che dia loro “un altro difensore” affinché “stia” sempre con loro. Gesù lo chiama “lo Spirito della verità”. Che cosa si nasconde in queste parole di Gesù?
Questo “Spirito” della verità non bisogna confonderlo con una dottrina. Questa verità non bisogna cercarla nei libri dei teologi né nei documenti della gerarchia. È qualcosa di molto più profondo. Gesù dice che “vive con noi e sta in noi”. È alito, forza, luce, amore… che arriva a noi dal mistero ultimo di Dio. Dobbiamo accoglierlo con cuore semplice e fiducioso.
Questo “Spirito” della verità non ci trasforma in “proprietari” della verità. Non viene affinché imponiamo ad altri la nostra fede né affinché controlliamo la loro ortodossia. Viene per non lasciarci orfani di Gesù, e c’invita ad aprirci alla sua verità, ascoltando, accogliendo e vivendo il suo Vangelo.
Questo “Spirito” della verità non ci fa manco “portinai” della verità, bensì testimoni. La nostra faccenda non è disputare, combattere né sconfiggere avversari, bensì vivere la verità del Vangelo ed amare Gesù conservando i suoi “mandati.”
Questo “Spirito” della verità sta all’interno di ognuno di noi difendendoci da tutto quello che può separarci da Gesù. C’invita ad aprirci con semplicità al mistero di un Dio, Amico della vita. Chi cerca questo Dio con onestà e verità non sta lontano da lui. Gesù disse in una certa occasione: “Chiunque è della verità, ascolta la mia voce”. È certo.
Questo “Spirito” della verità c’invita a vivere nella verità di Gesù in mezzo ad una società dove frequentemente la bugia è chiamata strategia; lo sfruttamento, commercio; l’irresponsabilità, tolleranza; l’ingiustizia, ordine stabilito; l’arbitrio, libertà; la mancanza di rispetto, sincerità…
Che senso può avere la Chiesa di Gesù se lasciamo che si perda nelle nostre comunità lo “Spirito della verità”?. Chi potrà salvarla dall’autoinganno, dalle deviazioni e dalla mediocrità generalizzata? Chi annuncerà la Buona Notizia di Gesù in una società tanto necessitata di spirito e di sicurezza?
Contribuisci a diffondere lo “Spirito” della verità.

José Antonio Pagola

p. Maggi e p. Pagola commentano il vangelo

p. Maggi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IO SONO LA PORTA DELLE PECORE

Commento al Vangelo della quarta domenica (11 maggio 2014) dopo pasqua di p. Alberto Maggi:

Gv 10,1-10

In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».  Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».


Per aver aperto gli occhi al cieco nato, Gesù è stato considerato dai capi religiosi come un nemico di Dio, un peccatore. Allora adesso è Gesù che si rivolge a loro direttamente, Gesù parla ai farisei al capitolo 10 del vangelo di Giovanni, descrivendo i sedicenti pastori di Israele con le stesse caratteristiche dei lupi. Come i lupi, infatti, sono dei ladri e dei briganti. Ladri perché si sono impossessati di ciò che non è loro, e briganti perché usano la violenza per sottomettere il popolo. Ma vediamo questo brano importante di Giovanni che contiene un monito molto severo a quelli che pretendono essere i pastori del popolo. Gesù dichiara apertamente che tutti quelli che hanno preteso essere le guide del popolo, sono briganti – hanno usato la violenza – e sono dei ladri perché si sono impossessati del gregge che era di Dio, non certo loro. Ora invece appare Gesù, il legittimo pastore. E il legittimo pastore si descrive come colui che “entra dalla porta” e “le pecore ascoltano la sua voce”. Perché le pecore? Il gregge è immagine del popolo. Perché ascoltano la sua voce? Perché la gente riconosce nelle parole di Gesù la risposta di Dio al bisogno di pienezza di vita che ogni persona si porta dentro. Questa è la forza del messaggio di Gesù. Ebbene, quando si ascolta questa voce, si vede nel messaggio di Gesù la risposta al proprio bisogno di pienezza di vita, Gesù instaura un rapporto personale con ciascuno, “chiama ciascuna pecora per nome e le conduce fuori”. Il termine “condurre” è lo stesso adoperato nell’Antico Testamento per indicare l’esodo. Quella di Gesù è una liberazione, toglie il gregge dal recinto, dall’atrio dell’istituzione religiosa giudaica, non per rinchiuderle in un altro recinto, ma per dare loro la piena libertà. Infatti, scrive l’evangelista, che quando Gesù “ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti ad esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce”. Quello che mantiene la fedeltà alla sequela di Gesù è che nella voce di Gesù si sente la risposta ai bisogni dell’uomo. Quindi Gesù non rinchiude le pecore in un altro recinto, ma dona loro la libertà. Poi, più che una costatazione, è un consiglio quello che Gesù sembra dare, “Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui”. Fuggire, questo è il consiglio che Gesù dà. Fuggire da quelli che sembrano pastori, in realtà sono lupi. E, come tali, portano soltanto la distruzione. Fuggiranno via da lui perché? “Perché non conoscono la voce degli estranei”. Le pecore, il gregge, il popolo conosce la voce di chi le ama, ma non la voce di chi le vuole sfruttare. Sono estranei perché? Perché non ascoltano la voce del popolo, non sono vicini alla gente. Ecco allora che il popolo poi non ascolta la loro voce, perché non hanno nulla da dire loro. Ebbene, commenta l’evangelista, “Gesù disse loro”, ai farisei, “questa similitudine”, molto molto chiara e molto severa, “ma essi non capirono di che cosa parlava loro”. Come mai non capiscono? Perché non sono le sue pecore. Non hanno desiderio di pienezza di vita. Loro naturalmente non sono dei sordi, ma degli ostinati. Capiscono che, se accolgono il messaggio di Gesù, devono perdere tutto il loro potere, il loro prestigio, e, anziché dominare, devono mettersi, come sta facendo Gesù, a servizio degli altri. E questo le autorità, i capi, i farisei, non lo vogliono. Loro vogliono esercitare il dominio sul popolo, non il servizio. Allora Gesù, visto che non hanno capito, ancora in maniera più cruda e più chiara, rivendica di essere “la porta delle pecore”, e, afferma Gesù, “«Tutti quelli che sono venuti prima di me sono ladri e briganti; ma …»”, ecco la costatazione, “«… le pecore non li hanno ascoltati.»” Il popolo può essere sottomesso per paura, ma non per scelta. Il popolo può essere dominato, può essere soggiogato, ma quando finalmente ascolta il messaggio di libertà, ascolta un messaggio d’amore, ecco che il popolo rinasce. Quindi Gesù assicura che il popolo non li ha mai ascoltati. Loro hanno imposto il loro messaggio, lo hanno obbligato, ma non li hanno convinti. Gesù invece non impone il messaggio, proprio perché la sua parola convince. Questa è la caratteristica che contraddistingue il messaggio che viene da Dio e quello che non viene da Dio: il primo viene offerto, perché è un messaggio d’amore e l’amore può essere soltanto offerto, e mai imposto. Il messaggio delle autorità religiose invece viene imposto, è una dottrina che viene imposta, perché? Perché i capi sono i primi a non credere nei suoi benefici.  Se qualcosa è buono non c’è bisogno di imporla. E continua Gesù, rivendicando ancora di essere la porta, una porta che però non si chiude. Dice Gesù: “«Se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà …»”. Gesù non viene a rinchiudere in un altro recinto, ma a dare la piena libertà, perché, soltanto dove c’è la piena libertà c’è la dignità e la pienezza dell’uomo. E qui l’evangelista scrive che “«troverà pascolo»”. E adopera il termine pascolo che in greco è nomè, che assomiglia molto a nomos, che significa “legge”. In Gesù non si trova una dottrina da osservare, ma un pascolo, l’amore che alimenta la vita delle persone. E infine la conclusione di nuovo, “«Il ladro non viene
se non per rubare, uccidere e distruggere»”, quindi Gesù associa i pastori ai ladri, cioè ai lupi. Quelli che sembrano i pastori che dovrebbero difendere il gregge dai lupi, sono peggio dei lupi, perché uno dei lupi ha paura, invece di pastori si fida. E, conclude Gesù: “«Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza»”. I capi del popolo si sono impossessati della gente, portandola alla rovina. Sono loro che, in nome di Dio, hanno sfruttato il popolo, sacrificandolo alle loro ambizioni, alla loro sete di potere, insensibili ai sacrifici che impongono e alle sofferenze che causano. Ma ora è venuto Gesù è il suo messaggio è la risposta di Dio al bisogno di pienezza di vita che ogni persona si porta dentro. E, quando si ascolta questa voce, tutte le altre perdono importanza.

 

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NUOVA RELAZIONE CON GESÙ

il commento di p. Pagola:

Nelle comunità cristiane dobbiamo vivere un’esperienza nuova di Gesù ravvivando la nostra relazione con lui. Metterlo decisamente nel centro della nostra vita. Passare da un Gesù confessato in maniera routinaria ad un Gesù accolto vitalmente.

Il vangelo di Giovanni da alcuni suggerimenti importanti parlando della relazione delle pecore col suo Pastore.
La cosa prima è “ascoltare la sua voce” in tutta la sua freschezza ed originalità. Non confonderla col rispetto delle tradizioni né con la novità delle mode. Non lasciarci distrarre né stordire da altre voci strane che, benché si ascoltino nell’interno della Chiesa, non comunicano la sua Buona Notizia.
È importante sentirci chiamati da Gesù “con il nostro nome”. Lasciarci attrarre personalmente da lui. Scoprire poco a poco, ed ogni volta con più gioia che nessuno risponde come lui alle nostre domande più decisive, ai nostri aneliti più profondi e alle nostre necessità ultime.
È decisivo “seguire” Gesù. La fede cristiana non consiste in credere cose su Gesù, bensì in credergli: vivere confidando nella sua persona. Ispirarci al suo stile di vita per orientare la nostra propria esistenza con lucidità e responsabilità.

È vitale camminare avendo Gesù “davanti a” noi. non fare il percorso della nostra vita in solitudine. Sperimentare in qualche attimo, benché in maniera rozza che è possibile vivere la vita a partire dalla sua radice: da quel Dio che ci viene offerto in Gesù, più umano, più amico, più vicino e salvatore più delle nostre teorie.
Questa relazione viva con Gesù non nasce in noi in maniera automatica. Si va svegliando nel nostro interiore di forma fragile ed umile. Al principio, è quasi solo un desiderio. In generale, cresce circondata di dubbi, interroganti e di forma resistente. Ma, non so come, arriva un momento nel quale il contatto con Gesù incomincia a segnare decisivamente la nostra vita.
Sono convinto che il futuro della fede tra noi si sta decidendo, in buona parte, nella coscienza di chi in questi momenti si sente cristiano.

In breve, la fede si sta ravvivando o si va estinguendo nelle nostre parrocchie e comunità, nel cuore dei sacerdoti e dei fedeli che le formiamo.
La nostra diminuzione di fede incomincia a penetrare in noi dallo stesso momento in che la nostra relazione con Gesù perde forza, o rimane addormentata a causa della routine, dell’indifferenza e della superficialità. Per questo motivo, il Papa Francesco ha riconosciuto che “dobbiamo creare spazi motivanti e risanatori… posti dove rigenerare la fede in Gesù”.

Dobbiamo ascoltare la sua chiamata. Relazionati con Gesù, egli ti chiama con il tuo nome.

José Antonio Pagola

p. Maggi e p. Pagola commentano il vangelo della domenica

p. Maggi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3a domenica di Pasqua

  ( 4 maggio 2014)

 

Lc 24,13-35

Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro:
«Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo.
Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più
lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al
tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la
via, quando ci spiegava le Scritture?».
Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

Commento al Vangelo di p. Alberto Maggi:

lo riconobbero nello spezzare il pane

 

 

Dai vangeli traspare che i discepoli sembrano essere più delusi della risurrezione di Gesù che della sua morte. Nel vangelo più antico, che è quello di Marco, il testo termina con l’annunzio della risurrezione di Gesù alle donne, ma queste non dicono nulla a nessuno. La stessa delusione traspare dal vangelo di Luca con l’episodio dei discepoli di Emmaus. Perché questa delusione per la risurrezione di Gesù? Se Gesù è morto significa semplicemente che hanno sbagliato messia, perché il messia non può morire. Quindi se Gesù è morto, hanno sbagliato personaggio e c’è soltanto da attendere un nuovo messia. A quell’epoca i messia nascevano come funghi, quindi significava che s’erano sbagliati. Ma, ed è questa la delusione, se Gesù è risuscitato, allora tutte quelle speranze di restaurazione del regno di Israele, di dominio sopra gli altri popoli pagani, vanno a farsi benedire. Ecco la delusione che traspare in questo brano in cui ci sono questi discepoli che si recano dove? E’ importante la località. Èmmaus era un luogo importante perché era il paese dove c’era stata una battaglia tra Giuda Maccabeo e i pagani, ed era stata vinta dagli ebrei. Era il luogo della speranza del Dio liberatore, con la sconfitta dei pagani e la liberazione di Israele. Ebbene Èmmaus richiamava tutto questo, la vittoria sui pagani e la liberazione di Israele. Quindi, visto che Gesù è morto, e non era lui evidentemente il messia, ecco che questi discepoli se ne tornano nel luogo che per loro è quello della rivincita e della vendetta di Dio sui pagani. Di questi discepoli soltanto di uno viene detto un nome, che è tutto un programma. Si chiama Clèopa,
che è un’abbreviazione di Cleopatros, che significa “del padre  illustre, del padre glorioso”. Ecco, questi discepoli sono infarciti di ambizione, di gloria, di successo. E’ questo il messia che loro vogliono, il messia trionfatore. Incontrano Gesù e, naturalmente, non lo riconoscono. Loro guardano al passato e non possono scoprire il Gesù che si presenta nel nuovo e a lui confidano tutta la loro delusione. “Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele”. Ma Gesù non è venuto a liberare Israele, Gesù è il salvatore dell’umanità. Gesù non è venuto a restaurare il defunto regno di Davide, ma ad inaugurare il regno di Dio. E ancora negli Atti degli Apostoli si legge che, visto che i discepoli non hanno compreso questo, una volta risuscitato Gesù, per ben quaranta giorni li riunisce e parla loro di un’unica tematica: il regno di Dio.
Ebbene, al quarantesimo giorno, uno dei discepoli gli chiede “Ma è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno di Israele?” Gesù parla del regno di Dio, ma loro non intendono, sono ciechi e sordi, perché la  loro idea e la loro speranza è la restaurazione del regno di Israele. Allora Gesù “cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò…”
Il termine utilizzato dall’evangelista è quello da cui deriva il termine “ermeneutica”, termine tecnico che significa interpretazione. Quindi Gesù più che spiegare, interpreta la scrittura. Perché questo? Perché la scrittura può essere appresa soltanto con l’amore. Chi mette al primo posto, come valore assoluto, il bene dell’uomo, può comprendere la scrittura. Questa è la chiave d’interpretazione dell’antico e del nuovo.
Ebbene, quando sono vicini al villaggio – il villaggio nei vangeli è sempre simbolo di tradizione, di incomprensione del messaggio di Gesù – i discepoli sono diretti al villaggio, sono diretti alla tradizione, non riescono a comprendere il nuovo, mentre Gesù, scrive l’evangelista, “fece come se dovesse andare più lontano”. Gesù va verso il nuovo e loro invece vanno verso il vecchio. Comunque chiedono a Gesù di rimanere con loro. E “quando fu a tavola con loro, prese il pane”, come ha fatto nell’ultima cena, ripete gli stessi gesti, “recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro”. “Allora”,
scrive l’evangelista, “si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero”. Gesù è riconoscibile quando il pane viene preso e spezzato. Gesù, il figlio di Dio, si fa pane, spezza la sua vita per gli uomini, perché quanti lo accolgono e sono capaci a loro volta di farsi pane e alimento di vita per gli altri, diventino figli dello stesso Dio.
E’ questa l’esperienza che rende percepibile la presenza di Gesù. “Ma egli” … non sparì come è scritto nella traduzione, ma letteralmente “… divenne invisibile”. Gesù non è scomparso, ma è invisibile perché
Gesù ormai è visibile soltanto nel pane che si spezza, nel pane che è condiviso, nella comunità che si fa pane per gli altri. Infatti, quando tornano a Gerusalemme dagli altri discepoli, quello che i due di
Èmmaus raccontano … “narravano di ciò che era accaduto lungo la via”. “Lungo la via” era il luogo della semina sul terreno, che Gesù già aveva spiegato … “viene il satana”, che è l’immagine del potere che toglie via il messaggio. Ecco perché loro non avevano capito l’annunzio, le parole di Gesù, perché sono immersi in questa ideologia di potere che li rende refrattari alla parola del Signore. E come l’avevano riconosciuto? Nello spezzare del pane. Questo  criterio era valido allora ed è valido ancora oggi. Gesù è riconoscibile nel suo corpo e il suo corpo è la comunità che si riunisce per farsi alimento per gli altri.

commento al vangelo di p. A. Pagola:

accogliere la forza del vangelo

 

Due discepoli di Gesù vanno allontanandosi da Gerusalemme. Camminano tristi e desolati. Nel loro cuore si è spenta la speranza che avevano riposto in Gesù, quando lo hanno visto morire sulla croce. Tuttavia, continuano a vivere pensando a lui. Non possono dimenticarlo. Sarà stata tutta un’illusione?
Mentre conversano e discutono di tutta la cosa da loro vissuta, Gesù si avvicina e si mette a camminare con loro.

Tuttavia, i discepoli non lo riconoscono. Quel Gesù nel quale tanto avevano confidato e che avevano amato forse con passione, sembra loro ora un viandante strano.
Gesù si unisce alla loro conversazione. I viandanti lo ascoltano in un primo momento sorpresi, ma poi qualcosa si va a poco a poco svegliando nel loro cuore. Non sanno esattamente che. Più tardi diranno: “Non stava ardendo il nostro cuore mentre ci parlava per la strada?”
I viandanti si sentono attratti dalle parole di Gesù. Arriva il momento in cui hanno bisogno della sua compagnia. Non vogliono lasciarlo andare: “Rimani” con noi”.

Durante la cena, saranno aperti loro gli occhi e lo riconosceranno. Questo è il primo messaggio del racconto: Quando accogliamo Gesù come compagno del nostro cammino, le sue parole possono svegliare in noi la speranza persa.

Durante questi anni, molte persone hanno perso la loro fiducia in Gesù. A poco a poco, Egli è stato trasformato dentro di loro in un personaggio strano e irriconoscibile. Tutto quello che sanno di lui è quello che possono ricostruire, in maniera parziale e frammentaria, e tutto a partire da quello che hanno ascoltato da predicatori e catechisti.

Senza dubbio, l’omelia delle domeniche compie un compito insostituibile, ma risulta chiaramente insufficiente affinché le persone di oggi possano entrare in contatto diretto e vivo col Vangelo. Come si può portare a termine, davanti ad un popolo che deve rimanere muto, senza esporre le proprie inquietudini, domande,e problemi? E’ difficile che si riesca a rigenerare a volte la fede vacillante di tante persone che cercano, senza saperlo di ritrovarsi con Gesù.
Non è che sia arrivato il momento di instaurare, al di fuori del contesto della liturgia domenicale, uno spazio nuovo e differente per ascoltare insieme il Vangelo di Gesù?

Perché non riunirci laici e presbiteri , donne ed uomini, cristiani convinti e persone che sono interessati per mezzo della fede, ad ascoltare, condividere, dialogare ed accogliere il Vangelo di Gesù?
Dobbiamo dare al Vangelo l’opportunità di entrare con tutta la sua forza trasformatrice in contatto diretto ed immediato coi problemi, con le crisi, con le paure e le speranze della gente di oggi. Presto sarà troppo tardi per recuperare tra noi la freschezza originale del Vangelo.
José Antonio Pagola

p.Maggi e p. Pagola commentano il vangelo

p. Maggi

 

 SORGENTE DI ACQUA CHE ZAMPILLA PER LA VITA ETERNA 

Commento al vangelo della terza domenica di quaresima(23 marzo 2014) di p. Alberto Maggi 

Gv 4,5-42

In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani.
Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”,
tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?».
Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero».
Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».
In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna.
Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». Uscirono dalla città e andavano da lui.
Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete».
E i discepoli si domandavano l’un l’altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera.
Voi non dite forse: ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l’altro miete. Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica».
Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

Sono tre i personaggi femminili nel vangelo di Giovanni, ai quali Gesù si rivolge con l’appellativo “donna”, che significa “sposa, moglie” e rappresentano in qualche modo le spose di Dio. Il rapporto tra Dio e il suo popolo, attraverso i profeti, in particolare da Osea in poi, il profeta della Samaria, era raffigurato come quello di un matrimonio. Dio era lo sposo e il popolo la sua sposa.
Allora in questo vangelo Gesù si rivolge chiamandola “donna”, cioè “sposa”, la madre alle nozze di Cana, la madre rappresenta il popolo che è stato sempre fedele a Dio, testimone della nuova alleanza che Gesù verrà a proporre, perché in quella vecchia non c’è vino, cioè manca l’amore.
Poi Gesù, nel brano che adesso vediamo, si rivolge con lo stesso appellativo “donna”, moglie, alla donna adultera, la sposa adultera, che lo sposo va a riconquistare non attraverso delle minacce o dei castighi, ma con un’offerta ancora più grande di amore. Infine, il terzo ed ultimo personaggio femminile al quale Gesù si rivolgerà chiamandola “donna” è Maria di Magdala che rappresenta la nuova comunità, la sposa del Signore.
In questo brano c’è l’intenzione di Dio, che è Gesù, di recuperare la sposa adultera. Ecco perché nel versetto che purtroppo la liturgia ha eliminato da questa lettura (i versetti 3 e 4) si legge che “Gesù lasciò la Giudea, si diresse di nuovo verso la Galilea” e, scrive l’evangelista, “doveva perciò attraversare la Samaria”.
Questo “doveva attraversare la Samaria”, non si deve a un itinerario geografico. Normalmente dalla Giudea alla Galilea si percorreva la più comoda e tranquilla vallata del Giordano, perché, essendoci inimicizia tra galilei, giudei e samaritani, attraversando quella regione significare andare incontro a guai.
E spesso ci si lasciava la pelle. Allora questo “dover” da parte di Gesù “attraversare la Samaria”, non si deve a motivi di itinerario, ma a motivi teologici.
E’ lo sposo che va a recuperare la sposa adultera. L’evangelista ci presenta una donna samaritana, anonima. Quando i personaggi sono anonimi significa che sono personaggi rappresentativi di una realtà che l’evangelista vuole presentare. E Gesù, indifferente ai conflitti della razza, della religione e del sesso, si rivolge a questa donna chiedendole da bere. E’ una cosa che un uomo giudeo non avrebbe mai fatto, chiedere a una donna, e per di più ad una samaritana, una nemica, che è considerata impura.
Infatti la donna samaritana si meraviglia e chiede a Gesù: “«Come mai tu che sei giudei, chiedi da bere a me che sono donna»”, e lo sottolinea, un uomo non rivolge la parola a una donna, e poi questa è samaritana. I samaritani, per la loro idolatria che adesso vedremo, erano considerati impuri, nemici di Dio e nemici di tutti gli uomini. E l’evangelista diplomaticamente sottolinea: “I giudei infatti non hanno rapporti con i samaritani”, ovvero se le davano di santa ragione tutte le volte che si trovavano.
Bene, Gesù ha chiesto un minimo segno di accoglienza, di ospitalità, per poi rispondere lui con il suo dono. E “Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio»”. Lo sposo va a riconquistare la sposa adultera, non attraverso le minacce, ma con un’offerta ancora più grande del suo amore. E dice Gesù: “se tu conoscessi questo dono e colui che ti da da bere, tu stessa gli avresti chiesto acqua viva”, cioè l’acqua della sorgente.
Ed ecco che qui il dialogo si svolge tra due differenti termini che riguardano il luogo di quest’acqua.
Dispiace che i traduttori non ne tengano conto. Mentre la donna parla di pozzo, che significa un luogo dove c’è l’acqua, ma l’acqua non è viva e, soprattutto, esige lo sforzo dell’uomo, in questo caso della donna, per attingere l’acqua.
Il pozzo è l’immagine della legge e l’acqua è quella che da la vita. Mentre la donna parla di pozzo, cioè lei non conosce un dono gratuito, Gesù le parla di sorgente. Nella sorgente l’acqua è viva, l’acqua zampilla, e soprattutto non richiede nessuno sforzo da parte della donna che ha sete, se non quello di bere. Infatti Gesù le risponde: “«Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete»”, immagine della legge. La legge non riesce a rispondere al desiderio che ogni uomo porta dentro.
Perché, per la legge, l’uomo è sempre limitato, inadeguato, inadempiente. Ma Gesù dichiara: “«Chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno»”. Il suo messaggio, la sua persona, è la risposta di Dio al desiderio di pienezza che ogni persona si porta dentro. E, aggiunge Gesù: “«Anzi, l’acqua che io gli darò, diventerà in lui …»”, quindi non è più un’acqua esterna, ma un’acqua interiore “«… una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna»”. L’amore di Dio, che attraverso Gesù viene comunicato all’uomo, nella misura in cui l’uomo lo accoglie e lo trasmette agli altri, in questo dinamismo di un amore ricevuto e di un amore comunicato, realizza, fa crescere e matura la sua esistenza per sempre. Rende la vita indistruttibile.
Quindi non è un’esperienza di osservanza di una legge esterna all’uomo, ma l’esperienza di una forza interiore, perché Dio non governa gli uomini emanando leggi che questi devono osservare, ma comunicando loro la sua stessa capacità d’amore. A questo punto, stranamente, Gesù chiede alla donna di andare a chiamare il marito. La risposta della donna è che non ha marito. E Gesù le fa notare che ha avuto cinque mariti.
Cosa significa questo? Abbiamo visto che la donna è anonima; i personaggi anonimi sono personaggi rappresentativi, quindi la donna rappresenta la Samaria, e cosa sono questi cinque mariti? Questa regione era stata popolata da coloni provenienti da altre nazioni i quali avevano portato le loro divinità. Per cui su cinque monti c’erano cinque templi a cinque divinità. Poi, sul monte Garizim, il tempio a Jahvè.
Quindi adoravano Jahvè, ma insieme agli altri dei. E, nella lingua ebraica, “signore” e “marito” hanno lo stesso significato. La donna capisce. Capisce che quello che quello che ha chiamato Signore adesso è un profeta, e si richiama alla tradizione. “«I nostri padri hanno adorato su questo monte, voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare»”. Ha compreso il richiamo di Gesù ed è disposta a tornare al vero Dio.
Solo che vuole sapere dove. Ci sono tanti santuari, specialmente quello importante del Garizim, dove adorano il Dio di Israele, ma c’è anche quello di Gerusalemme . Allora lei è disposta a tornare a Dio, ma vuole sapere dove. Ecco la novità importante che Gesù proclama a questa donna samaritana, la fine del tempio, la fine del culto. “«Credimi o donna»”, le si rivolge chiamandola “donna”, sposa, “«Viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre».
Lei s’è richiamata ai padri, “i nostri padri”, Gesù la invita ad accogliere il Padre, lei pensava di andare in un luogo per offrire a Dio, ora è iniziata l’epoca in cui è Dio che si offre agli uomini, chiede di essere accolto per aumentare la loro capacità d’amore e renderli capaci di un amore generoso e incondizionato come il suo. Ecco l’importante annunzio di Gesù: “«Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità»”.
Spirito e verità è un’espressione che indica l’amore fedele. L’unico culto che Dio chiede non parte dagli uomini verso Dio, ma dal Padre verso gli uomini. E’ la comunicazione del suo amore che l’uomo fa proprio, e l’unico culto che Dio gli chiede è il prolungamento di questo amore. Spirito e verità significa un amore vero. Quand’è che l’amore è vero? Quando l’amore è fedele. Infatti … e qui c’è la traduzione della CEI … “«Infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano»”. E meglio andare al testo originale, dove l’evangelista dice: “«Infatti il Padre cerca tali adoratori»”
E’ tanta l’urgenza del Padre di manifestarsi agli uomini, che il Padre li cerca per realizzare il suo disegno d’amore. Ed ecco l’espressione stupenda di Gesù: “«Dio è spirito»”; Spirito non è qualcosa di astratto, ma significa l’energia vitale creatrice. “«E quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità»”, in amore fedele. Quindi Dio è energia d’amore creatrice che chiede soltanto di essere accolto dall’uomo per prolungare il suo amore per tutta l’umanità. Questa è la novità apportata da Gesù. E’ la fine del tempio, perché non c’è più bisogno del tempio, e la fine del culto, che era una diminuzione dell’uomo nei confronti di Dio. L’uomo doveva togliersi qualcosa per darla a Dio. Nel nuovo culto è Dio che si offre agli uomini perché con lui e come lui, si diano a tutta l’umanità.

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A GUSTO CON DIO

commento di p. Pagola:
La scena è avvincente. Stanco della strada, Gesù si siede vicino alla sorgente di Giacobbe. Poco dopo arriva una donna a tirare fuori acqua dal pozzo. Appartiene ad un popolo semi-pagano, disprezzato dagli ebrei.
Con molta spontaneità, Gesù inizia un dialogo con lei. Egli non sa guardare nessuno con disprezzo, e perciò lo fa con tenerezza grande. “Donna, dammi da bere.” La donna… rimane sorpresa. Come mai egli osa entrare in contatto con una samaritana? Come fa quell’uomo ad abbassarsi a parlare con una donna sconosciuta?. Le parole di Gesù la sorprenderanno ancora di più: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti chiede da bere, gli chiederesti tu stessa di dartene, ed egli ti darebbe dell’acqua della vita.”
Sono molte le persone che, durante questi anni, sono andate allontanandosi da Dio, senza per niente notare quello che realmente stava accadendo nel proprio interiore. Oggi Dio risulta per loro un “essere estraneo”. Tutto ciò che è relazionato con lui, sembra loro vuoto ed insensato: un mondo dell’infanzia sempre più lontano.
Li capisco. So quello che possono provare. Anche io mi sono ritrovato pian piano ad allontanarmi da quel “Dio” della mia infanzia che svegliava dentro me tante paure, prurito e malessere.
Probabilmente, senza Gesù non mi sarei ritrovato mai con un Dio che oggi è per me un Mistero di bontà: una presenza amichevole ed accogliente di cui posso fidarmi sempre.   Non mi ha mai attratto il duro compito di verificare la mia fede con prove scientifiche: credo che sia un errore trattare il mistero di Dio come se fosse un oggetto da laboratorio.
Neanche i dogmi religiosi mi hanno aiutato a ritrovarmi con Dio. Semplicemente mi sono lasciato condurre da una fiducia in Gesù che è continuata a crescere con gli anni.   Non saprei dire esattamente come si regge oggi la mia fede in mezzo ad una crisi religiosa che mi scuote, come d’altra parte scuote tutti. Posso dire solamente che Gesù mi ha portato a vivere la fede in Dio in maniera semplice dal profondo del mio essere.
Se io ascolto, Dio non tace. Se io mi apro, egli non si rinchiude. Se io mi affido, egli mi accoglie. Se io mi arrendo, egli mi sostiene. Se io affondo, egli mi rialza.
Credo che l’esperienza più importante e primaria è ritrovarci a gusto con Dio perché lo percepiamo come una “presenza salvifica”.
Quando una persona sa quello che è vivere si ritrova a gusto con Dio perché, nonostante la nostra mediocrità, i nostri errori ed i nostri egoismi, egli ci accoglie come siamo, e ci spinge ad affrontare la vita in pace, e difficilmente abbandoneremo la fede. Molte persone oggi stanno abbandonando Dio prima di conoscerlo realmente.
Se conoscessero l’esperienza di Dio che Gesù ci fa fare, lo cercherebbero.
Cerca di sperimentare il Dio che Gesù ti trasmette.
José Antonio Pagola

 

p. Maggi e p. Pagola commentano il vangelo

p. Maggi

IL SUO VOLTO BRILLO’ COME IL SOLE

commento al Vangelo della seconda domenica di quaresima di p. Alberto Maggi (16 marzo 2014)

Mt 17,1-9

Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

L’evangelista Matteo presenta la risposta di Gesù alle tentazioni nel deserto. La terza, l’ultima tentazione nel deserto, era stata quando il diavolo aveva portato Gesù su un monte alto – il monte alto indica la condizione divina – offrendogli tutti i regni e la gloria del mondo. Cioè l’invito, la seduzione, la tentazione verso Gesù di conquistare la condizione divina, ottenendo il potere per dominare. Per comprendere questa tentazione bisogna ricordare che, all’epoca, tutti quelli che detenevano si consideravano di condizione divina, come il faraone che era un Dio, l’imperatore romano che era figlio di un Dio, quindi il diavolo offre a Gesù la condizione divina attraverso il potere. Bene, l’episodio della trasfigurazione è la risposta di Gesù a questa tentazione. Vediamo il capitolo 17 del vangelo di Matteo. “Sei giorni dopo”, l’indicazione è preziosa. Sei giorni dopo richiama due importanti avvenimenti: la creazione dell’uomo nel libro della Genesi e quando Dio manifesta la sua gloria sul monte Sinai. Quindi la cifra “sei giorni” richiama due cose: la creazione dell’uomo e la gloria di Dio. L’evangelista vuole dimostrare che, in Gesù, si manifesta la pienezza della creazione e, con essa, la gloria di Dio. E vedremo il perché. “Gesù prese con sé Pietro”, il discepolo viene presentato con il suo soprannome negativo, che significa “l’ostinato, il testardo”, “Giacomo e Giovanni”.  Sono i tre discepoli difficili, sono quelli che lo tentano al potere. Quanto Gesù annunzierà che a Gerusalemme sarà messo a morte, saranno Giacomo e Giovanni che gli chiederanno di condividere con loro i posti più importanti. Ebbene, Gesù prende con sé Pietro, e Pietro, nell’episodio precedente, era stato oggetto della più violenta denuncia, del più violento epiteto rivolto da Gesù a un suo discepolo. Gesù l’aveva chiamato “satana”. “Vattene satana!” Le stesse parole con le quali Gesù aveva respinto la tentazione nel deserto. Ma a Pietro dà una possibilità, “Vattene satana, torna a metterti dietro di me”, perché Pietro voleva lui indicare la via di Gesù, e soprattutto Pietro rifiutava  l’idea di morte di Gesù, perché per Pietro la morte era la fine di tutto. Allora Gesù prende ora con sé il suo satana e risponde alla tentazione di Pietro e a quella del deserto. “E li condusse in disparte”, quando troviamo la formula ‘in disparte’, è un termine tecnico adoprato dagli evangelisti, che vuole indicare sempre ostilità, incomprensione, da parte di discepoli o altri, verso Gesù e il suo messaggio. “Su un alto monte”, ecco, come il diavolo aveva portato Gesù su un monte altissimo, ecco che Gesù porta il suo diavolo, il suo tentatore, Pietro,  su un alto monte, il luogo della condizione divina. “E fu trasfigurato davanti a loro”. La condizione divina, per Gesù, non si ottiene attraverso il potere, ma attraverso l’amore, non dominando, ma servendo, non togliendo la vita, ma offrendo la propria. L’effetto di questo orientamento della vita per il bene degli altri, è la trasformazione. La morte per Gesù non diminuisce la persona, ma è ciò che la trasforma. Quindi la morte è una trasformazione dell’individuo. “Fu trasfigurato davanti a loro, il suo volto brillò come il sole”, questo indica la condizione divina. Gesù aveva detto che i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre, “e le sue vesti divennero candide come la luce”, sono i colori dell’angelo che annuncia la risurrezione. Quindi in Gesù si manifestano gli effetti della risurrezione; la morte non distrugge la vita, ma è ciò che le permette di fiorire in una forma nuova, piena, completa e definitiva. Una forma che nell’esistenza terrena non è possibile raggiungere. “Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia”, Mosè ed Elia raffigurano rispettivamente la legge e i profeti, quello che noi chiamiamo Antico Testamento, “che conversavano con lui”. Mosè ed Elia sono i due personaggi che, nell’Antico Testamento, hanno parlato con Dio e adesso parlano con Gesù. Non hanno nulla da dire ai discepoli. Qui la traduzione dice “prendendo la parola”, invece l’evangelista scrive “reagì”, quindi è una reazione. “Il Pietro”, l’articolo determinativo richiama l’atteggiamento ostinato di questo discepolo, “reagì il Pietro e disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè, e una per Elia». C’è una festa in Israele tanto importante che non ha bisogno di essere nominata, è chiamata semplicemente ‘la festa’; è la festa per eccellenza, più importante anche della Pasqua. E’ la festa delle capanne che ricorda la liberazione dalla schiavitù egiziana, e per questa settimana, tra settembre e ottobre, si viveva sotto le capanne. Ebbene, in ricordo dell’antica liberazione, si aspettava e si sperava, si sarebbe manifestato e sarebbe giunto il liberatore. Quindi il messia si sarebbe manifestato durante la festa delle capanne. Allora ecco che Pietro continua nel suo ruolo di tentatore, il satana di Gesù. Perché, cosa fa?  Dice “se vuoi farò qui tre capanne”, era la festa nella quale il messia si sarebbe manifestato,  e notiamo l’ordine di queste capanne, “una per te, una per Mosè, una per Elia”. Quando ci sono tre personaggi, il più importante sta sempre al centro. Per Pietro l’importante è Mosè, non Gesù. Pietro riconosce in Gesù il messia, ma un messia secondo la linea dell’osservanza della legge imposta da  Mosè. Il messia sarebbe stato un pio devoto osservante di tutte le regole della legge, e soprattutto, come Elia. Elia è stato il profeta zelante, troppo zelante forse, che scannò personalmente quattrocentocinquanta sacerdoti di un’altra divinità. Quindi il messia che vuole Pietro è questo: uno che osservi la legge e la imponga con la violenza come Elia.“Egli stava ancora parlando, quando ecco una nube”, la nube nell’Antico Testamento, è immagine della presenza divina, “lo coprì con la sua ombra”. Quindi Dio non è d’accordo con quello che sta dicendo Pietro. Stava ancora parlando, quindi il Signore interrompe Pietro. “Ed ecco una voce che diceva”, è la voce di Dio, “«Questi è il Figlio mio »”, Figlio indica colui che assomiglia al Padre nel comportamento, non solo, “«l’amato»”, che indica l’erede, colui che eredita tutto, quindi colui che ha tutto del Padre.“«In lui ho posto il mio compiacimento»”. E’ la stessa identica espressione che Dio pronunziò su Gesù al momento del battesimo. L’evangelista vuole dimostrare in questo modo qual è l’effetto del battesimo. Nel battesimo Gesù si era preso l’impegno di manifestare la fedeltà all’amore del Padre, anche a costo della sua vita, la risposta di Dio a questo impegno è una vita che è capace di superare la morte. La morte non distrugge la persona, ma la potenzia. E poi ecco l’imperativo: “«Lui ascoltate»”. Quindi non devono ascoltare né Mosè, né tanto meno Elia; lui devono ascoltare, soltanto Gesù. Mosè ed Elia vengono relativizzati e posti in relazione con l’insegnamento con la vita di Gesù. Quello che concorda della legge o dei profeti con Gesù è ben accolto, quello che si distanzia, o è contrario, viene tralasciato. La reazione dei discepoli. “All’udire ciò i discepoli caddero con la faccia a terra”, cadere con la faccia a terra è segno di sconfitta, di fallimento, quindi sentono di aver fallito. Non è questo il messia che loro stanno seguendo, “e furono presi da grande timore”, quindi si sentono sconfitti perché il messia che loro seguono è il messia che non muore, che trionfa; invece devono dare ragione alle parole di Gesù che aveva annunziato che a Gerusalemme sarebbe andato a  morte. Per loro è un segno di sconfitta e ora hanno anche timore di quale può essere la reazione di Gesù che è stato da loro così contraddetto. “Ma Gesù si avvicinò, li toccò”, come ha fatto con gli infermi e i morti, “e disse: «Alzatevi e non temete»”. La risposta di Gesù è sempre una comunicazione di vita. “Alzando gli occhi non videro nessuno”,  Pietro, Giacomo e Giovanni ancora cercano Mosè ed Elia, perché è il passato, è la tradizione. E’ questo che da loro sicurezza; quindi cercano una conferma dei valori del passato. “Ma non videro nessuno, se non Gesù solo”. D’ora in poi dovranno affidarsi solo a Gesù, e non più fare affidamento su Mosè e la sua legge o sullo zelo profetico di Elia. “Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti»”. Questa immagine di un Gesù che passa attraverso la morte, una morte che, non solo non lo distrugge, ma lo potenzia, poteva essere  male interpretata, come un segno in senso trionfalistico da parte dei discepoli. Non sanno ancora che questa condizione Gesù la otterrà passando attraverso la morte più infamante, quella riservata ai maledetti da Dio, la morte di un croci

 croce

ASCOLTARE GESÙ

commento al vangelo di p. A. Pagola

Il centro di quel racconto complesso, chiamato tradizionalmente “La trasfigurazione di Gesù”, è occupato  da una Voce che viene da una strana “nuvola luminosa”, simbolo che si impiega nella Bibbia per parlare sempre della presenza misteriosa di Dio che si manifesta a noi e, contemporaneamente, si nasconde.   La Voce dice queste parole: “Questo è mio Figlio, l’amato, mio predilett…o. Ascoltatelo”. I discepoli non hanno da   confondere Gesù con nessuno, neanche con Mosé e con Elia, rappresentanti e testimoni dell’Antico Testamento. Solo Gesù è il Figlio caro di Dio, quello che ha il volto “risplendente come il sole”.  Ma la Voce aggiunge ancora qualcosa: “Ascoltatelo”. In altri tempi, Dio aveva rivelato la sua volontà per mezzo dei “dieci comandi ” della Legge. Ora la volontà di Dio si riassume e concreta in un solo comando: ascoltate Gesù. L’ascolto stabilisce la vera relazione tra i seguaci e Gesù. Ascoltato ciò, i discepoli cadono al suolo “pieni di spavento”. Sono impauriti a causa di quell’esperienza tanto vicina a Dio, ma anche spaventati per quello che hanno sentito con le proprie orecchie: potranno vivere ascoltando solo Gesù, riconoscendo solo in lui   la presenza misteriosa di Dio?   Allora, Gesù si avvicina e, toccandoli, dice loro: Alzatevi. Non abbiate paura”. Sa che devono sperimentare la sua   vicinanza umana: il contatto della sua mano, non solo lo splendore divino del suo viso. Ogni volta che ascoltiamo Gesù nel silenzio del nostro essere, le sue prime parole ci dicono: Alzati, non avere paura.   Molte persone solo conoscono Gesù per  sentito. Il suo nome risulta loro, forse, familiare, ma quello che sanno di lui non va oltre alcuni ricordi ed alcune impressioni della loro infanzia. Perfino, benché si chiamino cristiani, vivono senza ascoltare nel loro interiore la voce di Gesù. E, senza quell’esperienza, non è possibile conoscere la sua pace inconfondibile né la sua forza per incoraggiare e sostenere la nostra vita.   Quando un credente si intrattiene ad ascoltare in silenzio Gesù, all’interno della sua coscienza, ascolta sempre qualcosa come questa: “Non avere paura. Abbandonati con ogni semplicità nel mistero di Dio. La tua poca fede è imperfetta , non ti inquietare. Se tu ascolti, scoprirai che l’amore di Dio consiste nello stare sempre a perdonarti. E, se credi questo, la tua vita cambierà. Conoscerai la pace del cuore.”   Nel libro dell’Apocalisse può leggersi così: “Guarda, sto alla porta e chiamo; se alcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, entrerò nella sua casa”. Gesù suona alla porta di cristiani e non cristiani. Possiamo aprirgli la porta o possiamo respingerlo. Ma non è la stessa cosa vivere con Gesù che senza lui.   Annuncia Gesù.
José Antonio Pagola