O. Romero nel ricordo di Turoldo e T.Bello

il ricordo di Oscar Romero nelle parole di don Tonino Bello e di David Maria Turoldo

omelia pronunciata da don Tonino Bello nella Basilica dei Santi Apostoli in Roma nel settimo anniversario del martirio di Oscar Romero
 
Carissimi fratelli e sorelle, 
ci siamo riuniti in questa stupenda basilica dei Dodici Apostoli in Roma per celebrare non l’exploit degli uomini, ma l’exploit di Dio. 
Ricordare un martire, infatti, significa individuare il punto in cui la Parola si gonfia così tanto, che la sua piena rompe gli argini e straripa in colate di sangue. Che è sempre il sangue di Cristo: quello del martire ne è come il sacramento. 
Oscar Romero, perciò, è solo lo squarcio della diga. Gli innumerevoli testimoni che hanno dato la vita per Cristo, e che stasera ricordiamo in questa liturgia pasquale, sono solo il varco da cui il Dio dell’alleanza fa sgorgare sulla terra, in cento rigagnoli, i fiotti della sua fedeltà. 
Al Dio dei martiri, quindi, più che ai martiri di Dio, gloria, onore e benedizione. 
Se, però, il sangue dei martiri, è sacramento del sangue di Cristo, ci sarà pur lecito stasera sostare in riverente contemplazione dinanzi a questo sangue. 

in memoria del vescovo Romero di David Maria Turoldo

In nome di Dio vi prego, vi scongiuro,

vi ordino: non uccidete!

Soldati, gettate le armi…

Chi ti ricorda ancora, fratello Romero?

Ucciso infinite volte

dal loro piombo e dal nostro silenzio.

Ucciso per tutti gli uccisi;

neppure uomo,

sacerdozio che tutte le vittime

riassumi e consacri.

Ucciso perché fatto popolo:

ucciso perché facevi

cascare le braccia

ai poveri armati,

più poveri degli stessi uccisi:

per questo ancora e sempre ucciso.

Romero, tu sarai sempre ucciso,

e mai ci sarà un Etiope

che supplichi qualcuno

ad avere pietà.

Non ci sarà un potente, mai,

che abbia pietà

di queste turbe, Signore?

nessuno che non venga ucciso?

Sarà sempre così, Signore?

 

 

Boff e la ‘cultura della pace’

alla cultura della violenza opponiamo la cultura della pace

Leonardo Boff

 


LEONARDO-BOFFIl mio sentimento del mondo mi dice che viviamo all’interno di una violenza mondiale sistemica. Troppo lungo enumerare tutti i tipi di violenza, che però è così globalizzata, che il vescovo di Roma, il papa Francesco ha affermato per tre volte, che siamo dentro a una terza guerra mondiale. Non è impossibile che una nuova guerra fredda tra USA, Russia e Cina finisca per scatenare un conflitto nucleare.

Se si verifica questa tragica eventualità, sarà la fine del sistema vita e della specie umana. Questo stato di permanente belligeranza deriva dalla logica del paradigma civilizzatore affermatosi lentamente per secoli fino, ad arrivare alla forma parossistica dei nostri giorni: l’illusione che l’essere umano sia un “piccolo dio” che si colloca al di sopra delle cose per dominarle e accumulare benefici a costo di danneggiare la natura e intere popolazioni. Abbiamo perso la nozione di appartenenza alla terra e che siamo parte della natura. Tale coscienza ci porterebbe a una confraternizzazione con tutti gli esseri di questo magnifico pianeta.

Urge un nuovo rapporto con la natura e con la Terra, rapporto fatto di sinergia, rispetto, convivenza, attenzioni e senso di responsabilità collettiva.

Questa relazione conviviale è sempre stata viva in tutte le culture dell’Occidente e dell’Oriente, specialmente tra i nostri popoli nativi, che nutrono un profondo rispetto verso la Terra.

Nella nostra cultura abbiamo la figura emblematica di San Francesco di Assisi aggiornata dal vescovo di Roma Francesco, nella sua enciclica Laudato si: cura della Casa Comune. Proclama il poverello di Assisi “Santo Patrono di tutti coloro che studiano e lavorano nel campo dell’ecologia…Per Francesco, qualsiasi creatura era sorella unita a lui con vincoli di amore. Per questo si sentiva chiamato a prendersi cura di tutto quello che esiste”(n.10 e 11). Con un certo humor ricorda che “Francesco chiedeva che in convento si lasciasse sempre una parte dell’orto dedicata alle piante selvatiche (n.12), perché anch’esse, a modo loro, lodano Dio.

Questo atteggiamento di tenerezza lo conduceva a spostare, durante le passeggiate, eventuali lombrichi che rischiavano di essere schiacciati lungo il sentiero.

Per San Francesco tutti gli esseri sono animati e personalizzati. Per intuizione spirituale scoperse quello che noi sappiamo oggi per via scientifica (Crick e Dowson, quelli che hanno decifrato il DNA) che tutti noi viventi siamo parenti, cugini, fratelli e sorelle: il sole, la luna, il, lupo di Gubbio perfino la morte. Questa visione supera la cultura della violenza e inaugura la cultura dell’amore e della pace.

San Francesco realizzò pienamente la splendida definizione che la Carta della Terra ha trovato per la pace: “E’ quella pienezza creata da relazioni corrette con se stessi, con le altre persone, altre culture, altre vite, con la Terra, con il Tutto più grande di cui siamo parte”(n.16).

Il papa Francesco pare aver realizzato le condizioni per la pace come predica dappertutto e personalmente dimostra. Ha espresso emotivamente un pensiero che sempre ritorna nell’enciclica: “Tutto sta in relazione, e tutti noi esseri umani camminiamo uniti, fratelli e sorelle in un meraviglioso cammino, abbracciati nell’amore che Dio ha per le sue creature e che ci unisce pure con sentimenti di tenero affetto al fratello Sole, alla sorella Luna, al fratello fiume, e alla Madre Terra” (n.92).

Altrove ha trovato la seguente formulazione, ora critica: “E’ necessario risvegliare la coscienza che siamo un’unica famiglia umana. Non ci sono frontiere né barriere politiche o sociali che permettano di isolarsi e perciò stesso, è proprio per questo non c’è spazio per globalizzare l’indifferenza (n.52).

Da questo atteggiamento di totale apertura, che tutti abbraccia e nessuno viene escluso è nata una pace imperturbabile, senza paura né minacce, pace di coloro che si sentono sempre in casa con genitori, fratelli, sorelle con tutte le creature.

Invece di violenza, pone i fondamenti della cultura della pace: amore, capacità di sopportare le contraddizioni, perdono, misericordia e riconciliazione al di là di ogni presupposto e esigenza previa.

Quando l’enciclica abborda il problema della pace, il vescovo di Roma, Francesco, ripete quello che Gandhi e altri avevano già detto: “La pace non è assenza di guerra. La pace interiore delle persone ha molto a che vedere con la cura, con l’ecologia e il bene comune, perché quando è vissuta autenticamente riflette un equilibrato stile di vita, alleato alla capacità di ammirazione che porta alla profondità della vita, la natura è piena di parole e di amore (n.225). In un altro passo afferma: “La gratuità ci conduce ad amare e accettare il vento, il sole, le nuvole, anche se non stanno sotto il nostro controllo. Così possiamo parlare di fratellanza universale” (n.228).

Con questa sua visione della pace e della gratuità, egli rappresenta un altro modo di-essere- e-di-stare-nel-mondo-con gli altri, una alternativa al modo di essere della modernità che sta fuori e sopra gli altri non insieme con gli altri convivendo nella stessa Casa Comune.

La scoperta e l’esperienza vissuta di questa fratellanza cosmica ci aiuterà a uscire dalla crisi attuale, ci renderà l’innocenza perduta e ci farà venire la nostalgia del paradiso terrestre, i cui segni possiamo anticipare.


*Leonardo Boff è columnist del JB on line e ha scritto Francesco d’Assisi, Francesco di Roma. Una nuova primavera per la Chiesa, EMI 2014.

Traduzione di Romano Baraglia e Lidia Arato

originale in: https://leonardoboff.wordpress.com/2017/03/21/alla-cultura-della-violenza-opponiamo-la-cultura-della-pace/

superare i ‘campi-ghetto’ per i rom: ma come nel rispetto delle singole persone?

 rom

torna la stagione dei campi-ghetto

anzi, non si è mai fermata

 
Rom, torna la stagione dei campi-ghetto. Anzi, non si è mai fermata
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presidente Associazione 21 luglio
Il ritorno alla triste stagione dei campi rom è dietro l’angolo e diverse amministrazioni – le stesse che in campagna elettorale sulla questione avevano promesso una discontinuità con il passato – stanno cedendo alla tentazione di continuare a investire sui ghetti etnici.Secondo una mappatura che prossimamente verrà resa pubblica da Associazione 21 luglio, sono 149 in Italia, gli insediamenti per soli rom progettati, realizzati e gestiti dalle amministrazioni locali. Espressione architettonica di una politica fondata sulla discriminazione e sul disprezzo, rappresentano, per numero e diffusione, la stortura di un Paese definito, a partire dal 2000, “Campland”, il Paese dei campi. Sono dappertutto, da Nord a Sud e al loro interno sono concentrati cittadini italiani e stranieri, extracomunitari e rumeni, tutti accomunati dalla stessa origine rom.   

L’Europa dei diritti umani li ha chiamati “spazi di segregazione istituzionale”; noi preferiamo forme più colorite e bizzarre: “villaggi attrezzati”, “campi sosta”, “villaggi della solidarietà”, “aree sosta”, “campeggi”. Termini bucolici che addolciscono immagini di vite alienate di generazioni che hanno visto le loro esistenze consumarsi dentro non-luoghi. Buchi neri senza fondo che per anni hanno incanalano risorse pubbliche fuori controllo, frequentati da quanti hanno barattato illeciti guadagni con la violazione dei diritti umani.

La loro massima diffusione è avvenuta nel periodo della cosiddetta “Emergenza nomadi” quando, nel 2008, il ministro dell’Interno leghista Roberto Maroni paragonò la presenza di 12.000 rom in 5 regioni italiane a una catastrofe naturale e 100 milioni furono destinati a costruire nuovi ghetti dove concentrare esseri umani in nome della sicurezza nazionale. Quel triennium horribile finì sotto la scure della Consiglio di Stato che ne decretò l’illegittimità. L’Italia doveva uscire da quella vergogna e nel 2012, presentando la Strategia nazionale per l’inclusione dei Rom, si impegnò davanti all’Europa a raggiungere entro il 2020 il definitivo “superamento dei mega insediamenti monoetnici”. Ma da quel giorno si è assistito, in 22 Comuni italiani, alla costruzione di nuovi campi per una spesa complessiva di quasi 32 milioni di euro: circa 30.000 euro per ogni famiglia interessata. Invano l’Onu anche lo scorso anno, ha esplicitamente richiamato l’Italia, intimando la “cessazione di qualsiasi piano volto a predisporre nuovi campi segregati che separino i rom dal resto della società”.  

La Capitale, con i suoi sette “villaggi” e undici “campi tollerati” detiene il triste primato di città con il più alto numero di insediamenti. Nessuna giunta si è sottratta a mantenere in vita il perverso sistema. E’ dei giorni scorsi la notizia che l’amministrazione pentastellata realizzerà un nuovo insediamento per soli rom nel XV Municipio: un milione e mezzo di euro di soldi pubblici per discriminare. Perché questo sono i “villaggi romani”: luoghi di discriminazione istituzionale. Non lo dichiarano le associazioni per i diritti umani ma lo ha sentenziato un giudice del Tribunale Civile nel 2015. Anche il Comune di Napoli non è da meno e tra poche settimane inaugurerà l’insediamento in via del Riposo realizzato con una spesa superiore al mezzo milione di euro.

Nell’ultimo mese ho incontrato gli assessori alle politiche sociali delle due metropoli. “Non si tratta di nuovi campi – hanno tenuto a precisare all’unisono – perché la loro apertura comporterà la chiusura di altri. E poi, si tratta di campi provvisori fatti per evitare di buttare famiglie per strada”. Considerazione banale e ingenua perché dimentica del fatto che è sempre stato così: è la storia di un nomadismo forzato da un campo all’altro. Prima lo si faceva in nome della sicurezza, oggi si ha l’ipocrisia di invocare i diritti delle persone. E’ in fondo questa la discontinuità di amministrazioni governate da movimenti e liste civiche dalle quali ci si aspettava ben altro. Non è un caso che altre città, come Torino e Cagliari, anch’esse governate da forze politiche di rottura rispetto al passato, stiano seriamente prendendo in esame l’opzione di ripartire da nuovi campi per soli rom.

E’ questa l’altra faccia di un razzismo di Stato con cui dobbiamo abituarci a fare i conti. Non quello prevedibile che invoca sgomberi e promette ruspe, ma quello strisciante che costruisce gabbie per senso di bontà e solidarietà, che promette che sarà l’ultima volta perché i rom vanno inclusi ma gradualmente e senza fretta, perché “noi mica siamo come gli altri”. Di questo, purtroppo, ce ne siamo accorti.

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