per un rapporto più corretto col popolo rom

e se li lasciassimo liberi di organizzare la loro vita riconoscendo loro semplicemente tutti i loro diritti?

credere di far bene

 

 

 

 

 

 

 

 

 

parlando chiaramente e onestamente dovremmo riconoscere che il nostro non è mai stato un rapporto corretto con questo popolo, e questo sia in senso, per così dire, diacronico (guardando alla storia del nostro rapporto con loro), sia in senso sincronico (guardando al presente che riproduce in genere in forme più soft quello che nel passato ha rappresentato vere e proprie violenze, razzismo, disprezzo, … genocidio): la loro storia con noi può essere sintetizzata in forme, a volta a volta, di ‘esclusione’, di ‘reclusione’ , di ‘inclusione’ forzata pur di non riconoscere loro la libertà di organizzare liberamente la loro vita, lasciando loro la libertà di organizzarsi la vita come vogliono, semplicemente riconoscendo loro tutti quelli che sono i loro diritti

perfino ‘i migliori tra noi’, i meglio intenzionati ‘ a fare il loro bene’ hanno fatto spesso danni incalcolabili e irrecuperabili senza una presa di coscienza che il maggior danno che si può è sostituirsi ‘per il loro bene’ alla loro stessa libertà, creatività, cultura …

personalmente credo si debba un grazie particolare a Marcello Palagi per la pubblicazione (su faceboook) di una lucida riflessione in merito, e credo quanto mai opportuno ospitarla in questo sito per aiutare, chi fosse interessato, a focalizzare meglio la problematica:

Marcello

rom e assistenzialismo

lasciamoli liberi di decidere di se stessi

28 luglio 2014

Non se ne può più. dei sedicenti esperti e del volontariato beneficente, delle onlus a pagamento, degli amministratori democratici e fascisti,  e di tutti quelli che sanno  come si dovrebbero risolvere i problemi dei rom e dei sinti  cioè il problemi che abbiamo noi nei loro confronti. Lasciamoli perdere gli “zingari”, non occupiamocene e non preoccupiamocene più. Più ci si occupa e preoccupa di loro e più i loro problemi crescono, più li neghiamo, perseguitiamo, escludiamo, respingiamo ai margini più bassi della nostra società e più diventiamo il loro vero problema. Perchè considerandoci buoni e solidali, ci dedichiamo al loro bene, a igienizzarli, a edilizzarli, ad alfabetizzarli, a scolarizzarli, occuparli,  storiografarli, fotografarli, congressualizzarli, documentarizzarli, reportarizzarli, narrarli. E questo per  “tutelare” la loro cultura, inserirli nel mondo del lavoro, insegnargli a vivere come si deve, a educare i figlii,  a farli vivere e a renderli del tutto simili a noi.

bambino rom 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Esperti improvvisati

Uno va in un campo di “zingari” un paio di volte e, se non ci scrive subito un libro o gira un documentario per ammannirci la sue scoperte “antropologiche”, si sente autorizzato a far proposte e progetti su come risolvere i “loro” problemi, quelli – ripeto che noi abbiamo nei loro confronti – “civilizzarli” e assimilarli: meno figli, inserimento nelle case popolari, igiene e pulizia, scuola e doposcuola, lavoro in fabbrica o, preferibilmente, nell’agricoltura, alimentazione “corretta”, inesorabile rispetto delle leggie nel caso non mandino a scuola i figli, sfratto dall’abitazione o dall’area di sosta (figli compresi ovviamente). E poi sgomberi manu militari  e chiusura delle aree di sosta, abolizione del nomadismo, (dato che  non sarebbero mai stati nomadi  per scelta, ma perchè costretti a nomadizzare dai pregiudizi degli altri) e se dovessero perseverare nel  voler fare i nomadi, le assistenti sociali calino su di loro, e gli tolgano i figli per metterli in istituto o darli in adozione, tanto i tribunali dei minori sono quasi sempre consenzienti.

romni

 

 

Giustizia feroce

I rapporti della giustizia con i rom sono infatti quasi sempre sbrigativi e feroci. Perchè si pensa, anche a livello di tribunali, che i rom, siano quasi tutti dediti alla microcriminalità, per cui, anche a sparare nel mucchio, si farebbe sempre centro, Per i rom non scatta mai la prescrizione, venendo regolarmente processati per direttissima e se devono andare in galera ci vanno e stanno, altro che arresti domiciliari a 4 ore settimanali di “assistenza” a vecchi non autosufficienti!

Volontariato dannoso

Intorno ai rom e ai sinti  si muovono quasi esclusivamente improvvisatori buonisti che fanno più danni che la grandine, perchè sono convinti di sapere, loro, cos’è il bene per gli “zingari” e vogliono redimerli, salvarli, inserirli, perchè sono arretrati, devianti e incapaci di autoregolarsi. E non c’è improvvisatore che non di senta ispirato a fondare un gruppo di volontariato che faccia progetti su di loro, “senza fini di lucro”, ovviamente, ma a pagamento, perchè i progetti si pagano e così pure gli operatori volontari. C’è chi si è inventato il mestiere di assistente agli “zingari” e usufruisce di finanziamenti pubblici che gli permettono di campare non male sulla loro pelle.

 

Salvatori a progetto

Il volontariato, quello a pagamento, c’è andato a nozze: un progettino oggi e uno domani e il gioco è fatto. Incompetenti totali sono andati nei campi ad alfabetizzarli, a insegnargli i mestieri loro come la battitura del rame o il cucito alle donne,  a intrattenere  i bambini con giochi e metodi disciplinari che niente hanno a che fare con i loro modi di vivere ed educare le nuove generazioni. I più furbi dei volontari, poi, hanno stabilizzato il loro interventismo, mettendo in piedi onlus che organizzano convegni, si autoeleggono esperti e accedono ai finanziamenti pubblici con cui inviano inutilissimi e dannosi operatori nei campi,  elevano proteste in nome dei diritti dei rom e contro gli sgomberi e predicano la necessità che ai rom vengano dati appartamenti in case popolari, perchè, anche loro sono convinti che rom e sinti siano diventati nomadi perché costretti dai pregiudizi e dalle persecuzioni. Cazzate, ma i buonisti che si preoccupano del bene dei rom, le spacciano per verità indubitabili e le propalano grazie alla propria e altrui  ignoranza.

 

La “scienza” 
dell’omologazione

E gli antropologi accademici, che hanno a che fare, come consulenti, con gli enti pubblici e i loro emolumenti, mediano: ormai il nomadismo è finito, si tratta di una fase storica superata, sono i rom che vogliono avere una casa popolare, eliminiamo perciò i campi degradati e degradanti. Pontificano cioè sulla testa dei rom, contro il loro diritto di decidere di se stessi, se andare a stare in case o se continuare a vivere nei campi e a muoversi.

Quando fascisti e nazisti cominciarono ad occuparsi dei rom, aprirono i campi di concentramento e, dove gli riuscì, anche i forni.

E’ preoccupante questa crescita esponenziale dell’interesse buonista e assistenziale per i rom. Si preparano tempi sempre più bui per loro con tanta gente che li studia, li classifica, vuole fargli cambiare vita. Oggi rom e sinti sono diventati di moda e oggetto di studi e ricerche “nobili”, merce appetibile per tesi universitarie, carriere accademiche, promozione di convegni, progetti regionali e locali di scolarizzazione, socializzazione, inserimento, avviamento al lavoro, professionalizzazioni varie. Tutto sulla testa dei rom. Non sono loro a decidere e a prendere queste iniziative e i finanziamenti non vanno a loro.

 

Rom e intellettuali

Un  buon mezzo per capire quali sia il tono dei rapporti tra società stanziale e rom, è costituita da quelle opere di gagé che si propongono di parlarne e di rappresentarli in modo pregiudizialmente positivo. Non è possibile in questa sede fare un’analisi ampia di queste opere, saggi, romanzi, racconti, reportage, documentari, film, articoli, ci vorrebbero ricerche e tempi lunghi che qui non abbiamo.

Limitandomi ad alcune considerazioni generali, che mi sembra possano riguardare da vicino anche molte associazioni di volontariato e onlus, direi che anche in chi ha  molte simpatie per i rom e nutre pregiudizi positivi nei loro confronti, dominano i travisamenti e la incomprensioni.

Qui mi limiterò a citare alcuni esempi”, ma se ne potrebbero esaminare moltissimi altri. Non si tratta di  uomini e avvenimenti che abbiano qualcosa che li leghi tra di loro, salvo appunto l’incomprensione del mondo “zingaro”, nonostante che per scelta di parte sensibilità e/o mestiere, dobbiamo considerarli dei simpatizzanti.

 

Un cantautore

Leggo sul Manifesto che  un autore di canzoni, Pierpaolo Capovilla, ha pubblicato un disco “Obtorto collo” , la cui ispirazione deriva, dice, dagli “ultimi”, dagli “emarginati”.  L’autore ha “incontrato”, per caso Irene “fuori da un ospedale di Treviso. Una ragazzina bellissima vestita con gusto. A pochi metri la sua famiglia zingara, anzi romani. Cosa fanno questi ragazzini, come spiega bene Bianca Stancanelli nel suo libro La vergogna e la fortuna, soprattutto a scuola? Cercano di non essere riconosciuti come appartenenti alla comunità romani, perchè una volta riconosciuti come zingari, vengono discriminati, stigmatizzati.  Ecco alla vista di quella scena mi si è spezzato il cuore”. Non consiglierei mai la lettura del libro della Stancanelli (magari dirò perché in un’altra volta), ma una cosa appare evidente dalle parole di Capovilla che per lui la scuola deve essere la prima preoccupazione per “redimere” gli “zingari”  dalla discriminazione e stigmatizzazione e per impedire che gli si spezzi il cuore. Viene spontaneo un “Vaffa…

 

Altre logiche 
quelle dei rom

I rom si muovono sempre in terreni antropologicamente e culturalmente propri dove niente funziona come vorrebbero i gagé. La cultura rom è la cultura della flessibilità e dell’adattamento, secondo modalità proprie, alla “zingara”. Da una parte non vogliono farsi notare, perchè facili vittime di discriminazioni e persecuzioni, dall’altra  però vogliono e debbono invece rendersi ben visibili (basta pensare ai loro modi inequivocabili, di vestire), perchè, per questa via, confermano la loro identità, la loro cultura, le loro tradizioni al loro interno (egemonia dell’interno appunto), e, contemporaneamente, si propongono all’esterno, di fronte al mondo gagiò, come marginali, diversi, anche bisognosi di aiuti, di elemosine, di assistenza.

 

Dentro e  fuori

I rom vivono cioè fuori e dentro la nostra società (noi siamo il loro ecosistema) e risolvono i problemi di relazioni con noi e tra di loro secondo metodologie differenti dalle nostre, proprio per questa doppia appartenenza che poi potremmo anche definire plurima, perchè sono anche nomadi e stanziali, parlano lingue diverse oltre alla loro specifica variante romané, mandano i figli a scuola per necessità, ma non ci credono e formano i figli con altri metodi e ad altri valori, ecc. A seconda dell’ambiente i cui si muovono, quello esterno o quello interno, adottano quindi strategie di vita differenti, flessibili,  le più adatte in quel momento al contesto in cui si trovano. Se perciò ci si fa “spezzare il cuore”, pensando e credendo che loro, poverini, devono nascondere la loro identità a scuola, per non essere emarginati e discriminati,  senza tener conto di queste plurime appartenenze, si finisce per non capir niente di loro e si adotta il punto di vista dell’assistenzialismo buonista, cioè dei buoni che pensano e vogliono:  che rom e sinti diventino come lnoi e smettano di essere rom. Ma rom e sinti, fortunatamente, da secoli, e nonostante tutte le persecuzioni e genocidi subiti  continuano a resistere e a fare di testa loro, anche quando crediamo che ci prendano sul serio.

 

De André

Su un sito, che si fregia della denominazione di Onlus dedicata ai rom, vedo riportata ancora una volta la canzone di De Andrè,  Khorakhanè, da Anime Salve, con tanto di note che si trovano nel depliant di accompagnamento del disco. Sono quasi venti anni che ho scritto che la parte del testo di “Khorakhanè” in romané era in realtà in lingua harvata, sufficientemente diversa da quella dei Khorakhanè bosniaci e macedoni, a cui ho fatto sentire la canzone, tanto che non l’hanno compresa. In appendice al testo di Khorakhanè comparivano, poi, nel depliant di accompagnamento del disco, tre annotazioni, per spiegare il significato di  “khorakhanè”,  di “festa di San Giorgio” e di kampina, di cui si parla nella canzone. Tutte e tre  le spiegazioni erano sbagliate: il termine khorakhanè non indica una tribù (non ci sono tribù di rom e sinti) diffusa in Serbia e Montenegro, come dice il depliant, ma definisce i rom di religione musulmana sufi, probabilmente provenienti, chissa quando, dalla Turchia e molto più presenti in Bosnia, Macedonia, Kossovo, che non in Montenegro e in Serbia.

La festa di san Giorgio non è una festa annuale dei rom del sud della Francia, ma una festa ortodossa slava, che i rom dell’ex Iugoslavia  e anche i khorakhanè, mussulmani hanno fatto propria e celebrano regolarmente agli inizi di maggio, dovunque si trovino;  anche qui ad Avenza, perciò. Infine con la parola kampina non si indica una “baracca da campo dei rom”, o una tenda, ma la roulotte.

 

Sono solo canzonette?

Mi è stato risposto dalla Onlus in questione, a cui ho fatto notare queste cose, che si trattava solo di “imprecisioni” linguistiche e che loro vogliono bene a De André. Hanno capito tutto, evidentemente. Perchè degli “zingari” appunto si può parlare, sparlare, straparlare, inventare quello che si vuole tanto è lo stesso. E a chi gliene frega? Le leggende metropolitane su di loro circolano molto meglio che le conoscenze. Non si tratta di questioni e tanto meno di “imprecisioni” meramente linguistiche, ma di mancanza di rispetto verso i rom e di ignoranza, negazione, superficialità nei confronti  della loro cultura. De Andrè è sicuramente bravo, ma coi khorakhanè, oltre che per la retorica, ha toppato.

Anche per lui evidentemente non c’è bisogno di conoscere i rom e controllare quello che si dice su di loro, bastano i pregiudizi correnti: figli del vento, perseguitati, fieri della loro identità e cazzate del genere e se si confonde la festa slava e ortodossa di San Giorgio con quella delle Saintes Maries de la mer, in Provenza, che diferenza fa?  tanto sono rom.

Mi domando, ad esempio, quale sarebbe stata la reazione davanti al depliant illustrativo di una raccolta di canzoni in cui fosse stato scritto di De Andrè, “compositore francese”; del disco  “Anime sole”, “opera lirica” e della canzone “Khorakhanè”, “quartetto per archi”. Non penso che  autore ed editorei ne avrebbero permesso la diffusione.

 

I rom parlano 
lingue diverse

Va anche precisato che non esiste una lingua romané, ma esistono più parlate e lingue dei rom e dei sinti che hanno un fondamento comune, ma spesso sono anche così diversificate da non permettere la comunicazione tra i diversi parlanti. Il sardo o il siciliano, il francese o l’italiano, per capirci, sono  lingue neolatine, ma dubito che un parlante italiano o francese comprenda un sardo che parla la sua lingua. Ad esempio i rom bosniaci non si capiscono nel modo più assoluto con i sinti piemontesi e fanno fatica a capire un harvato.

La storia dei rapporti tra cantautori e rom è emblematica, segnata da innamoramenti improvvisi nei loro confronti (semplici, spontanei, fieri figli del vento, liberi, solidali, anarchici, disinteressati, fedeli alla tradizione e alla famiglia)   e da persistenti  travisamenti e pregiudizi, scambiati per sollecitudine verso di loro. In questi casi i rom vengono pensati e sognati dai gagè che ovviamente li pensano e sognano come vorrebbero che fossero, secondo stereotipi sostanzialmente assimilazionisti.

 

Pelù

Anche Pelù dedica ai rom una canzone. Il titolo  “Lacio drom” significa “buon viaggio”, un’espresione di augurio che non appartiene ai rom o ai  sinti. Siamo noi che l’abbiamo inventata ricalcandola sui nostri modi di esprimerci quando uno di noi parte. Anche Pelù  come De André,  ha evidenti simpatie per i rom, ma appena viene intervistato su di loro, ripete, come tanti, i luoghi comuni e i pregiudizi correnti, perbenisti e omologati, nei loro confronti. Per quanto non generalizzi, vede nei rom, prima di tutto il negativo, quello che tutti rimproverano loro, l’accattonaggio, il furto, la sporcizia, i costumi strani, la volontà di non farsi assimilare, la scarsa o nulla scolarizzazione, la devianza.

Una coincide piena con qunto dicono i razzisti, anche se lui non lo è.

 

Ma che ne sa?

“… Una cosa che non sopporto (ovvio non tutti sono così) è lo sfruttamento dei bambini, il fatto di mandarli a elemosinare o a vendere rose la notte nei ristoranti,  senza mandarli a scuola. Necessariamente – continua – viene fuori  una generazione che non saprà scrivere, leggere e non si inserirà mai in una realtà”. Ancora stereotipi negativi: accattonaggio contro scolarizzazione, sfuttamento contro promozione culturale.

 

Ho visto  zingari felici

Sarebbe necessario guardare le cose da un altro punto di vista meno omologato e moralistico e chiedersi, ad esempio, se l’accattonaggio sia avvertito e vissuto dagli “zingari” come comportamento vergognoso o no. E capire se i bambini vivano questa situazione come imposizione, lavoro e sfruttamento o non invece come divertimento, esperienza di vita, contatto anche gratificante con i non zingari che altrimenti  non avrebbero occasione di frequentare e conoscere mai.

E ci si dovrebbe chiedere, in via preliminare, se l’accattonaggio sia o non sia, in genere, sfruttamento di minore. e se gli zingari abbiano l’esigenza di educare le loro nuove generazioni alla scuola dei non zingari.

E, ancora, se la nostra scuola, anche solo a quella dell’obbligo, come auspica Pelù, sia strumento adeguato per “inserirli in una realtà” e soprattutto se debbano venir inseriti in “una realtà”.

 

Attore protesta 
e sdottora

L’attore Montesano, in questi giorni ha protestato col sindaco di Roma, perché esiste un campo nelle vicinanze della sua abitazione dove si bruciano a cielo aperto copertoni. Ha ogni ragione di protestare  sui fumi nocivi e tossici che lo possono investire, ma non è autorizzato a discutere di cose che non sa, di come si dovrebbero trattare gli “zingari”:  i campi rom – dice – sono come campi di concentramento, i rom dovrebbero invece integrarsi e decidere di andare ad abitare come tutti in case «con l”indirizzo, il numero civico, così si sa che mestiere fanno». Se invece sono nomadi non dovrebbero, secondo l’attore, star  fermi nè stanzializzarsi.

Un altro che ha capito tutto e vuole insegnare ai rom come devono vivere, basta che premetta, quando apre la bocca per queste banalità, “Io non sono razzista”, e si sente  autorizzata a cazzeggiare.

 

Pregiudizi positivi 

Ormai che ci sono dico anche questa. Il grande Moni Ovadia, che apprezzo molto, ha scritto una volta, ma lo ripete spesso, che i rom non hanno mai dichiarato guerre. Oggettivamente può sembrare vero e una volta ho anche pubblicato questa sua presa di posizione su questo giornale, ma non è con questo che si possa fare dei rom i rappresentanti della nonviolenza o della mitezza. Non sono pacifisti: hanno fatto anche i mercenari, quando gli se ne è presentata l’occasione, per lungo tempo. E se non hanno mai dichiarato guerre a qualche stato non è per amore della pace o della noviolenza, ma per il semplice motivo che non avevano uno stato e, ultimi nomadi giunti in Europa, quando ormai si erano consolidati gli stati, non erano sufficientemente forti e organizzati per invaderne uno. Sono come tutti, un misto di bene e di male. In altre parole Moni Ovadia utilizza un pregiudizio positivo per difendere i diritti dei rom contro i pregiudizi negativi che corrono su di loro, ma i pregiudizi positivi sono dannosi quanto quelli negativi, perchè suscitano aspettative che non si verificheranno e si rovesciano, per chi ne resta deluso, nel loro contrario. I pregiudizi positivi sono l’anticamenra di quelli negativi.

 

Ci si mette anche Durruti 

In questi giorni ho dovuto consultare, per altri motivi “La breve estate dell’anarchia Vita e morte di Buenaventura Durruti di Hans M. Enzensberger. Non  ricordavo, risalendo la mia lettura a più di quarant’anni fa, che da varie testimonianze lì raccolte e  indubitabili, perchè di anarchici al seguito di Durruti, viene fuori che anche questo grande, eroico  e generoso rivoluzionario e gli uomini che erano con lui nutrivano nei confronti degli “zingari”  profondi pregiudizi. Non solo la proibizione di Durruti di vestirsi alla “zingara” ricalcava quella  dei re spagnoli, presa,secoli prima, per cancellare, anche in questo modo, la sopravvivenza come comunità dei kalè (il nome spagnolo degli zingari), ma il tono irridente e sprezzante con cui questa storia si è svolta e viene narrata,  dimostra una grave, pregiudiziale e irremovibile mancanza  di rispetto e di comprensione dei diritti, delle libertà  e delle ragioni di questa minoranza.

 

Ricardo Sanz

Racconta Ricardo Sanz che sostituì  Durruti, dopo la sua morte, nel comando della  della Colonna:

«Durruti costituì una brigata di lavoro per la costruzione di strade. … Una delle nuove strade conduceva presso Pina de Ebro dall’arteria principale Lérida-Saragozza fino all’isolato villaggio di Monegrillo. … Questa strada è ancor oggi chiamata dagli abitanti “La strada degli zingari.” Infatti Durruti aveva trovato, nella sua zona d’operazione, un campo di zingari, ed era riuscito a persuadere il popolo migratore a lavorare per la costruzione della strada. Cosa che agli altri sembrava un miracolo, ma che gli zingari, naturalmente, chiamavano “una punizione di Dio».

 

Gaston Leval

Molto più esplicito e disteso il resoconto dell’anarchico Gaston Leval: “La colonna Durruti, avanzando verso l’Aragona, capitò su un campo di zingari. Intere famiglie erano attendate in piena campagna. La cosa era tanto più spiacevole, perché questa gente non si preoccupava minimamente dell’andamento della linea del fronte, e andava avanti e indietro a suo piacere. Non era escluso che si facessero utilizzare come spie da Franco.

Durruti rifletté sul problema. Poi andò dagli zingari e disse loro: “In primo luogo, signori miei, vi vestirete in modo diverso, nello stesso modo in cui ci vestiamo noi.” Allora i miliziani portavano tutti la blusa operaia, la tuta, e questo col caldo di luglio!

Gli zingari non furono precisamente entusiasti. “Fuori dai vostri stracci! Quello che portano gli operai va bene anche per voi.” Gli zingari si accorsero che Durruti non era dell’umore di scherzare, e si cambiarono. Ma non bastò. “Adesso che avete abiti da lavoratori, potete anche lavorare,” continuò Durruti. Ora sì che ci fu pianto e strider di denti! “I contadini di qui hanno fondato un collettivo e hanno deciso di costruire  una strada, in modo che il loro villaggio abbia uno sbocco su quella principale. Ecco pale e picconi, dateci dentro!” Che restava da fare agli zingari?

E di tempo in tempo, lo stesso Durruti passava a controllare come procedeva il lavoro.

Era felice come un matto di aver portato gli zingari al punto di servirsi delle proprie mani. “Viene il Seno’ Durruti!” si sussurravano gli zingari, col loro accento andaluso, e alzavano il braccio nel saluto antifascista; cioè, gli mettevano in faccia i pugni chiusi, e Durruti capiva benissimo quello che volevano dire» (op. cit. pgg. 200 – 201).

 

 

 

p. Maggi e Pagola commentano il vangelo

 

VENDE TUTTI I SUOI AVERI E COMPRA QUEL CAMPO


Mt 13,44-52

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».

 commento al Vangelo della domenica diciassettesima (27 luglio)
del tempo ordinario di p. Maggi: maggi

Gesù non parla mai di sacrifici per il regno, bensì di gioia. La parola “sacrifici” nel vangelo di Matteo appare solo due volte ed è per negarli. Gesù, rifacendosi all’espressione del profeta Osea, ribadisce che il Signore non chiede sacrifici rivolti a lui, ma misericordia, cioè lo stesso atteggiamento d’amore rivolto verso gli uomini. Se Gesù mai parla e richiede dei sacrifici per il regno, invece continuamente parla di gioia. Il termine “gioia” nel vangelo di Matteo appare sei volte. E qui lo ritroviamo alla fine delle sette parabole che riguardano il regno, al capitolo 13 di Matteo, versetti 44-52. Scrive l’evangelista: «Il regno dei cieli»”, ricordo che regno dei cieli è un’espressione tipica di Matteo che significa il regno di Dio, quindi non un regno nell’aldilà, ma il regno di qua, un’alternativa alla società che Gesù presenta. Ebbene Gesù presenta questa alternativa come «Simile a un tesoro»”, il termine tesoro apre e chiude il brano liturgico di oggi, «nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia»”, letteralmente “per la gioia”. E’ la motivazione. L’aver trovato nel messaggio di Gesù, nell’alternativa di società, la risposta al desiderio della propria pienezza di vita. “«Vende tutti i tuoi averi e compra quel campo»”. Quindi non è frutto di chissà quali sforzi o rinunce, ma è per la gioia. Non consiste nel lasciare qualcosa, ma nel trovare tutto. E qui non si parla di una ricompensa esterna, ma di una pienezza interiore. Quindi l’immagine del regno che Gesù presenta è quella di aver trovato nell’alternativa di società e nel suo messaggio, la risposta al desiderio di pienezza di vita che ogni uomo si porta dentro. Questo è fonte di gioia. Il rischio c’è, e l’abbiamo visto nei vangeli, ed è quello di lasciare senza trovare, allora si cerca di recuperare quello che si è perduto. Come quando Pietro dice: “Ecco noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito, che cosa ne avremo?” Ma chi lascia e trova questo tesoro, perché lo trova questo tesoro, ha una gioia incontenibile, una  gioia che è la caratteristica del credente. Ugualmente la seconda parabola. «Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose»”, il mercante è uno che se ne intende di affari, «trovata una perla di grande valore …»”, ne capisce l’importanza e tutto il resto perde valore. Anche Paolo nelle sue lettere, in quella ai Filippesi scrive “Quello che per me era un guadagno l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura”. Quindi Gesù invita a vedere nel suo messaggio la pienezza di vita alla quale ogni uomo aspira. E quando si trova questa pienezza di vita tutto il resto perde valore. La terza parabola è differente e parla del risultato di questa scelta. «Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie  ogni genere …»”, l’evangelista non scrive “di pesci”, è un’aggiunta del traduttore. Perché non scrive “di pesci” anche se di questi si tratta? Perché si rifà alla missione dei discepoli ad essere pescatori di uomini. Gesù li chiama a pescare gli uomini. Pescare un pesce significa tirare fuori dal suo habitat naturale nell’acqua dove hanno la vita per dargli la morte; pescare un uomo significa invece tirarlo fuori da ciò che può dargli la morte per dargli la vita. «Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via …»”, ecco qui l’evangelista non adopera il termine “cattivi”, che può indicare un giudizio, con un significato morale. L’evangelista adopera il termine “marcio”. I pescatori non danno un giudizio morale sui pesci, i buoni e i cattivi, ma si trovano quelli che sono pieni di vita, e quelli che invece sono già morti in stato di avanzata putrefazione. E’ la stessa espressione che Gesù ha usato per l’albero, un albero marcio che non può che produrre frutti cattivi. Quindi non è un giudizio quello di Gesù, ma una constatazione. Tra chi ha pienezza di vita e chi è invece nella putrefazione della morte. L’accoglienza del messaggio di Gesù conduce l’uomo ad una pienezza di vita tale che è quella definitiva; il rifiuto di questo messaggio, vivere soltanto per sé, porta alla morte definitiva, alla putrefazione della propria esistenza. E l’evangelista continua: «Così sarà alla fine dei tempi. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi»”, ma letteralmente il termine è maligni, quelli che si comportano come il loro padre, il maligno, il diavolo,  «dai buoni»”, letteralmente i giusti, «e li getteranno nella fornace ardente»”. Il termine fornace ardente l’evangelista lo prende dal libro di Daniele, capitolo 3, versetto 6, in cui rappresentava la pena per chi non adorava la statua di Nabucodonosor. Quella che era la pena per chi non adorava il potere diventa invece la fine per chi ha adorato il potere. Chi orienta la propria vita per il bene degli altri, si realizza. Chi ha pensato soltanto a sé, chi ha pensato al proprio potere in realtà si distrugge. Vediamo il finale. Scrive l’evangelista: «Dove sarà pianto e stridore di denti»”. E’ un’immagine biblica che indica la constatazione del fallimento della propria esistenza. Gesù già dirà “a che serve guadagnare il mondo intero e poi smarrire se stessi”! E Gesù chiede ai suoi discepoli: «Avete compreso tutte queste cose?» Gli risposero: «Sì». Ecco la conclusione nella quale l’evangelista probabilmente mette la sua firma. Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba»”, lo scriba è il grande teologo, colui che quando parlava era Dio stesso che parlava, era colui che aveva la più grande importanza, il più grande prestigio nel mondo di Israele. «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo»”. Gesù è abbastanza ironico. Lo scriba, colui che insegna, di fronte alla novità portata da Gesù, deve tornare scolaro, deve farsi discepolo. «Discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro»” – ecco il brano è iniziato col tesoro e termina col tesoro – “«cose nuove e cose antiche»”. E’ importante questa dinamica, prima le cose nuove. Il messaggio di Gesù ha la precedenza su quello di Mosè. E quello di Mosè si accoglie soltanto nella misura in cui è conforme al suo insegnamento.

LA DECISIONE PIÙ IMPORTANTE

il commento di p. Pagola:

 

Il vangelo raccoglie due brevi parabole di Gesù con uno stesso messaggio.
In entrambi i racconti, il protagonista scopre un tesoro enormemente prezioso o una perla di valore incalcolabile. Ed i due reagiscono allo stesso modo: vendono decisamente con gioia quello che hanno, e si impadroniscono del tesoro o la perla.

Secondo Gesù, così reagiscono quelli che scoprono il regno di Dio.
All’opinione, Gesù teme che la gente lo segue per interessi diversi, senza scoprire la cosa più attraente ed importante: quel progetto appassionante del Padre che consiste in condurre su una strada più giusta l’umanità verso un mondo, fraterno e felice, avviandolo così verso la sua salvezza definitiva in Dio.

Che cosa possiamo dire oggi dopo venti secoli di cristianesimo? Perché tanti cristiani buoni vivono rinchiusi nella loro pratica religiosa con la sensazione di non avere scoperto in lui nessun “tesoro”?. Dove sta la radice ultima di quella fetta di entusiasmo e di gioia in non pochi ambiti della nostra Chiesa, incapace di attrarre verso quel nucleo del Vangelo tanti uomini e donne che si vanno allontanando da essa, senza rinunciare però per questo motivo a Dio e a Gesù?

Dopo il Concilio, Paolo VI fece questa precisa affermazione: ” Solo il regno di Dio è assoluto. Tutto il resto è relativo”. Alcuni anni più tardi, Giovanni Paolo II lo riaffermò dicendo: “La Chiesa non vedrà mai la sua fine, perché è orientata verso il regno di Dio del quale è germe, segno e strumento”.

Papa Francesco ci va ripetendo: “Il progetto di Gesù è instaurare il regno di Dio.” Se questa è la fede della Chiesa, perché ci sono cristiani che neanche hanno sentito parlare di quel progetto che Gesù chiamava “regno di Dio?” Perché non sanno che la passione che incoraggiò tutta la vita di Gesù, fu la ragione di essere e l’obiettivo di tutta la sua attuazione, annunciare e promuovere quel progetto umanizzatore del Padre: cercare il regno di Dio e la sua giustizia!

La Chiesa non può rinnovarsi dalla sua radice se non scopre il “tesoro” del regno di Dio. Non è la stessa cosa richiamare i cristiani a collaborare con Dio nel suo grande progetto di fare un mondo più umano più tosto che vivere distratti in pratiche e abitudini che ci fanno dimenticare il vero nucleo del Vangelo.

Papa Francesco sta dicendoci che il regno di Dio ci “reclama”. Questo grido ci arriva dal cuore stesso di quel Vangelo. Dobbiamo ascoltarlo. Sicuramente, la decisione più importante che dobbiamo prendere oggi nella Chiesa e nelle nostre comunità cristiane è quella di recuperare il progetto del regno di Dio con gioia ed entusiasmo.

Cerca di scoprire il tesoro nascosto del regno di Dio.

José Antonio Pagola

“ti mando in coma”

 

Capo rom contro C. Stasolla’, presidente della 21 Luglio: “Se parli ancora della Barbuta ti mando in coma”

Minacce dal boss del ‘villaggio’ durante la presentazione del dossier Campo Nomadi Spa, nell’aula consiliare del VII Municipio
Carlo Stasolla: “A preoccuparmi è più il silenzio delle istituzioni”


“Non parli più del campo, se continua lo mando in coma”

così il rom del campo ‘la Barbuta’ si è rivolto pubblicamente, durante la presentazione del dossier ‘campo nomadi spa’, al presidente Carlo Stasolla dell’ ‘Associazione 21 luglio’ la onlus che si batte per la chiusura dei campi nomadi, e in questa  presentazione lo fa mostrando, cifre alle mano, quanto il Comune spende per un campo, e quali sono i risultati in termini di inclusione sociale dei rom 
di seguito la ricostruzione della presentazione del dossier e della minaccia di Sartana Halilovic così come resocontato dalla stampa e un breve scambio di idee che Marcello Palagi e Agostino R. Martir hanno avuto tra di loro e che non può non condividere chiunque  non si limiti ad osservare la realtà dei campi nomadi dal di fuori, per così dire, facendo progetti sulle teste dei rom, ma,  conoscendo la realtà dall’interno, costata da sempre che certi cosiddetti ‘beni rari’ suscitino l’interesse e l’appetito non solo di qualche ‘capo’ o ‘rappresentante’ autopromosso del popolo rom ,ma anche di organizzazioni che finiscono per sostituirsi, con altri metodi – ovviamente – a quelli, ma non proprio e sempre per il vero interesse dei rom nel rispetto delle loro modalità di organizzare la vita familiare e comunitaria e dei bisogni di ciascuno:
Parola del ‘boss’ de La Barbuta, Sartana Halilovic. Minacce alla luce del sole che irrompono tra un intervento e l’altro, gelando la platea che, giorni fa, ha riempito la sala consiliare del VII Municipio, per la presentazione del dossier Campo Nomadi Spa
IL “SISTEMA CAMPI” 
Le intimidazioni di Sartana, che nel ‘villaggio attrezzato’ di Ciampino sembra dettare legge, sono rivolte a Carlo Stasolla, rappresentante dell’associazione 21 Luglio. Da sempre schierata nella difesa dei diritti rom, la onlus si batte per la chiusura dei campi nomadi, e stavolta lo fa mostrando, cifre alle mano, quanto il Comune spende per un campo, e quali sono i risultati in termini di inclusione sociale dei rom. 
Per la gestione dei ‘villaggi attrezzati’, il Campidoglio avrebbe speso nel solo anno 2013 ben 24 milioni di euro. Troppe risorse, ma soprattutto gestite male, secondo l’associazione, perché destinate in minimissima parte, l’1%, a politiche di inserimento della comunità. Insomma, dalle cifre sciorinate durante la presentazione, emergono costi stellari per mantenere in vita la “spa”,  e progetti di inserimento abitativo, già sperimentati con successo in altre città, che invece se abbracciati consentirebbero di abbattere le spese con maggiori tutele e diritti per i destinatari. 
Ma non sono tanto i dati generici a innervosire il boss Sartana, che comunque si schiera in difesa dei campi. Il balzo dalla sedia e l’intervento choc arrivano con l’accenno a un altro studio che riguarda nello specifico La Barbuta e che verrà illustrato nel dettaglio dall’associazione in autunno.
UN NUOVO CAMPO A LA BARBUTA
“C’è in piedi un progetto tra il Comune, l’associazione Capodarco e la Leroy Merlin che prevede la costruzione di un nuovo campo in un’area vicina a quella attuale – spiega Stasolla – dove sorgerà invece un capannone industriale dell’azienda. Stiamo ancora studiando il progetto, ma il silenzio sulla questione è preoccupante”. Silenzio che è rimbombato anche in aula, e che allarma più delle minacce il presidente dell’associazione. 
“LA RESISTENZA DEI POTERI FORTI” 
 “Nessun rappresentante delle istituzioni presente ha aperto bocca, neanche una parola di solidarietà”. Ma non è un fulmine a ciel sereno. “Che ci siano molte resistenze da parte di forze politiche, sedicenti rappresentanti dei rom e associazioni lo sappiamo. Sono poteri forti, che hanno tutto l’interesse economico a far sì che la situazione resti com’è”.  

 

Il boss che ha minacciato di “mandarlo in coma”, ne sarebbe un esponente. “Siamo certi che non parli a nome della comunità rom, si definisce un ‘rappresentante’, ma in un sistema democratico qualunque, per parlare di rappresentanza, serve una votazione, una legittimazione da parte della comunità, che di fatto non c’è”. 

 

 

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Il 24/lug/2014 12:25 “Ecoapuano” <eco.apuano@virgilio.it> ha scritto:

 

Marcello

 

 

 

Succede, quando si decide per i rom, sulla loro testa. Allora,se serve, si  “scopre” e sputtana anche che esistono i boss del campo e si addossa loro la colpa del fallimento dei nostri progetti. I rom sono sempre buoni se si adeguano a noi, ritornano ad essere brutti, sporchi e  cattivi se invece vogliono fare di testa loro. Questo è il volontariato che si inventa il mestiere del protettore. E che si inventa anche una nuova democrazia, assumendosi la rappresentanza dei rom con le istituzioni e altre associazioni di gagé “per i rom” . Nessuno di loro è stato eletto dai rom a loro rappresentante, ma accusano e sputtanano i rom di avere dei boss non eletti: Ma loro , questi volontari, cos’altro sono se non nuovi, veri boss che sanno quale deve essere il bene dei rom e aspirano al potere di decidere per loro? Tanto più potenti, quanto più legati e dialoganti con le istituzioni. Devono invece essere i rom a organizzarsi, quando lo vorranno e ci riusciranno, e a decidere di se stessi, se stare nei campi o se andare nelle case popolari o altro ancora. Il fatto che Stasolla riduca il problema a una questione di soldi – Il comune, risparmierebbe se mettesse i rom nelle case popolari – chiarisce da che parte stia. Sono i soldi che decidono, non i diritti, la propria cultura, il proprio gruppo, l’identità a cui ciascuno tiene. Il cosidetto boss, vuole solo difendere il suo sacrosanto diritto di stare in un campo e di non farsi omologare da volontari e antropologi che hanno deciso che i rom non sono “nomadi” e che il comune deve risparmiare, perchè loro vogliono mettere i rom nelle case popolari… Sempre peggio.

Il giorno 24/lug/2014, alle ore 10.47, Agostino Rota Martir ha scritto:

http://m.romatoday.it/politica/minacce-carlo-stasolla-21-luglio-rom.html

p. agostino

Caro Marcello e’ proprio quello che penso anch’io. Volevo commentare anch’io, ma da una settimana faccio il “carrozziere”, sto lavorando sul camper in vista della revisione (tra  5 giorni), e con tutti qs temporali mi ritardano tanto.
Quando qs mattina ho trovato qs notizia, pubblicata solo su Roma..e qs. gia la dice lunga: 21 luglio divulga sul territorio nazionale solo i suoi “successi”.. dando per scontato di essere portavoce e depositario unico dei Rom. 

I  cosidetti “Boss” dentro i campi, che sempre ci sono stati e con i quali le amministrazioni hanno  dialogato in svariate occasioni, allora li chiamavano “portavoce” del campo. Li usavano anche per far fare a loro i lavori “sporchi” (controllo, allontanamento, spie..), poi quando non servivano piu’, perche’ subentravano associazioni gage’ ben piu’ affidabili, ecco che i portavoce rom diventano boss, pericolosi e un inciampo.

Che nei campi ci siano dei cosidetti ” boss” e’ vero, ma con caratteristiche e stili completamente diversi dal nostro immaginario usuale.

Ciao ago

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“le nostre mani grondano sangue”: lo scrivono 142 cittadini israeliani

Lettera di 142 cittadini israeliani alla famiglia di Mohammed Abu Khadr

 Gaza massacro
La carneficina che sta facendo a pezzi la gente di Gaza non fa parte di una guerra convenzionale. Uno degli eserciti più potenti del mondo s’è scagliato con tutta la sua ferocia contro persone lasciate sole dai governi “amici”, pronti semmai a chiudere loro, come sempre, ogni valico o via di fuga. Quel che accade in questi giorni a Gaza fa parte però di una guerra più grande, quella di tutti gli Stati e di tutti gli eserciti contro tutti i popoli. Sì, perfino contro quello che vive in Israele. Ce lo ricorda una splendida quanto emozionante lettera scritta da 142 cittadini israeliani capaci di vedere e capire l’orrore che provocano l’occupazione e la volontà di chi esercita il potere politico e militare nel loro paese. “Viviamo qui da troppo tempo perché si possa dire che non sapevamo, che non abbiamo capito prima o che non siamo stati in grado di prevederlo”. Quei cittadini scrivono alla famiglia di Mohammed Abu Khadr, il giovane palestinese arso vivo da un gruppo di coloni, ma scrivono anche al mondo intero. Sono parole che sfidano il pensiero dominante di una società che hanno visto diventare povera e perdersi nella cultura della violenza. Quelle parole coraggiose tengono aperta, anche quando tutto sembra perduto, la sola speranza di un cambiamento in profondità che potrebbe aver ragione dell’orrore  (Michel Sabbah Patriarca Emerito di Gerusalemme?
Gaza

 le nostre mani grondano sangue

 

Le nostre mani hanno dato fuoco a Mohammed. Le nostre mani hanno soffiato sulle fiamme. Viviamo qui da troppo tempo perché si possa dire “non lo sapevamo, non lo abbiamo capito prima, non eravamo in grado di prevederlo”. Siamo stati testimoni dell’enorme macchina di incitamento al razzismo e alla vendetta messa in moto dal governo, dai politici, dal sistema educativo e dai mezzi di informazione.

Abbiamo visto la società israeliana diventare povera e in stato di abbandono, fino a quando la chiamata alla violenza è diventata uno sfogo per molti, adulti e giovani senza distinzioni, in tutte le sue forme.

Abbiamo visto come l’essere “ebreo” sia stato totalmente svuotato di significato, e radicalmente ridotto a nazionalismo, militarismo, una lotta per la terra, odio per i non-ebrei, vergognoso sfruttamento dell’Olocausto e dell’“Insegnamento del Re (Davide, ndt)”.

Più di ogni altra cosa, siamo stati testimoni di come lo Stato di Israele, attraverso i suoi vari governi, ha approvato leggi razziste, messo in atto politiche discriminatorie, si è adoperato per custodire con forza il regime di occupazione, preferendo la violenza e le vittime da ambo le parti ad un accordo di pace.

Le nostre mani sono impregnate di questo sangue, e vogliamo esprimere le nostre condoglianze e il nostro dolore alla famiglia Abu Khadr, che sta vivendo una perdita inimmaginabile, e a tutta la popolazione palestinese.

Ci opponiamo alle politiche di occupazione del nostro governo, e siamo contro la violenza, il razzismo e l’istigazione che esiste nella società israeliana.

Rifiutiamo di lasciare che il nostro ebraismo venga identificato con questo odio, un ebraismo che include le parole del rabbino di Tripoli e di Aleppo, il saggio Hezekiah Shabtai che ha detto: “Ama il tuo prossimo come te stesso” (Levitico, XVIII).

Questo amore reciproco non si riferisce soltanto a quello di un ebreo verso un altro, ma anche verso i nostri vicini che non sono ebrei. E’ un amore che ci insegna a vivere con loro e insieme a loro perseguire il benessere e la sicurezza. Non è soltanto il buonsenso che ce lo richiede, ma è la Torah stessa, che ci ha ordina di condurre la vita in modo armonioso, nonostante e contro le azioni dello Stato e le parole dei nostri rappresentanti di governo.

Le nostre mani grondano di sangue.

Per questo ci impegniamo a continuare la nostra battaglia all’interno della società israeliana – ebrei e palestinesi – per cambiare la società dal suo interno, per lottare contro la sua militarizzazione e per diffondere una consapevolezza che oggi risiede soltanto in una esigua minoranza.

Lotteremo contro la scelta di muovere ancora guerre, contro l’indifferenza nei confronti dei diritti e delle vite dei palestinesi, e il continuo favorire gli ebrei in tutto questo ciclo di violenza.

Dobbiamo combattere per offrire un legame umano– un legame che sia anche politico, culturale, storico, israelo-palestinese ed arabo- ebraico; un legame che può essere raggiunto attraverso la storia di molti di noi che hanno origini ebraiche ed arabe, e per questo, fanno parte del mondo arabo.

La nostra scelta è quella della lotta per l’uguaglianza civile e il cambiamento economico, in nome dei gruppi emarginati e oppressi nella nostra società: arabi, etiopi, mizrahim (di discendenza araba), donne, religiosi, lavoratori migranti, rifugiati, richiedenti asilo e molti altri.

Di fronte a questa situazione il lato più forte è quello che ha la capacità di usare la nonviolenza per abbattere il regime razzista e il vortice di violenza. Di fronte alla compiacenza di molti israeliani, cerchiamo e scegliamo la nonviolenza, mentre gli altri preferiscono permettere al regime di ingiustizia di rimanere saldo al proprio posto, e aspettano soluzioni che in qualche modo fermino la spirale infinita di violenza – che mostra la sua faccia ora in questa nuova guerra contro Gaza – soltanto per avere nuove morti e appelli alla vendetta da ambo le parti e allontanando un possibile accordo sempre più lontano.

Le nostre mani grondano di sangue, e il nostro desiderio è quello di creare una lotta congiunta con qualsiasi palestinese che voglia unirsi a noi contro l’Occupazione, contro la violenza del nostro regime, contro il disprezzo dei diritti umani.

Questa sarà una lotta per mettere fine all’Occupazione, o con l’istituzione di uno Stato palestinese indipendente o attraverso la creazione di uno Stato unico in cui tutti saremo cittadini di pari diritti e dignità.

Le nostre mani sono piene di questo sangue. Affermandolo così forte nella nostra società saremo sempre accusati dalla propaganda nazionalista di essere unilaterali, e di condannare soltanto i crimini israeliani e non quelli commessi dai palestinesi.

A queste persone noi rispondiamo così: colui che sostiene o giustifica l’uccisione dei palestinesi, supporta e incoraggia di conseguenza anche l’uccisione degli israeliani ebrei. E viceversa. La giostra della violenza è grande e si muove velocemente, ma noi ci opponiamo ad essa, e crediamo che l’unica soluzione sia la nonviolenza.

 

Andare contro i metodi di Netanyahu non significa necessariamente sostenere Hamas: la realtà non è dicotomica. Altre opzioni esistono nell’asso tra questi due. Allora sottolineiamo ancora di più che siamo cittadini israeliani e il centro della nostra vita è Israele. Per questo la nostra più grande critica è rivolta alla società israeliana, che cerchiamo di cambiare.

Questi assassini si nascondono tra di noi, fanno parte di noi. Ci sono, ovviamente, spazi in cui si possono criticare anche le altre società. Ma crediamo, ciononostante, che il dovere di ogni persona sia di esaminare prima da vicino e in modo critico la propria società, e solo dopo si possa permettere di approcciarsi alle altre (…).

Le nostre mani grondano di questo sangue, e sappiamo che la maggior parte dei palestinesi innocenti uccisi negli ultimi 66 anni da noi israeliani ebrei non hanno mai ricevuto giustizia.

I loro assassini non sono stati arrestati, neanche processati, a differenza dei ragazzi sospettati per l’omicidio di Mohammed. La maggior parte di questi innocenti è morta per mano di uomini in uniforme mandati dal governo, dai militari, dalla polizia o dallo Shin Bet.

Questi omicidi, avvenuti per mezzo di aerei, artiglieria o di persona vengono definiti come “errori umani” o “problemi tecnici”. E quando ci si riferisce ad essi a volte si include soltanto una fiacca scusa. La maggior parte dei casi viene raramente posta sotto inchiesta e quasi tutti finiscono senza rinvii a giudizio, dissolvendosi nell’aria. Tanti, troppi sono ignorati dai media, dalle agenzie giudiziarie, dall’esercito.

La ragione per cui i sospettati della morte di Mohammed sono stati arrestati è semplice: non portavano un’uniforme.

Ad eccezione dei soldati condannati per il massacro di Kafr Qasam nel 1956 e rimasti in prigione per non più di un anno, raramente ci sono stati altri processi nelle Corti israeliane contro uomini dello Stato, anche per la maggior parte degli odiosi massacri a cui questa terra ha assistito.

Quando Benjamin Netanyahu esprime le sue condoglianze e condanna l’omicidio di Mohammed, lo fa con lo stesso respiro di sempre, comunicando una rivendicazione pericolosa e razzista sulla superiorità morale di Israele nei confronti dei suoi vicini.

“Non c’è posto per simili assassini nella nostra società. In questo noi ci distinguiamo dai nostri vicini. Nelle loro società questi assassini sono visti come eroi e hanno delle piazze dedicate ai loro nomi. Ma questa non è l’unica differenza. Noi perseguiamo coloro che incitano all’odio, mentre l’Autorità Palestinese, i loro media ufficiali e sistema educativo fanno appello alla distruzione di Israele”.

Netanyahu ha dimenticato che diverse persone sospettate di essere criminali di guerra hanno servito in vari governi israeliani, alcuni sotto la sua stessa leadership, e che il numero di persone innocenti assassinate negli ultimi 66 anni di conflitto dipinge un quadro molto diverso.

Quando guardiamo il numero di ebrei israeliani e di palestinesi uccisi, vediamo che il numero dei palestinesi è molto più elevato.

Netanyahu dimentica anche, o cerca di farci dimenticare, l’incitamento diffuso propagato dal suo governo nelle ultime settimane, e le sue parole di vendetta dopo la scoperta dei corpi dei tre ragazzi ebrei rapiti – Gilad Shaar, Naftali Fraenkel ed Eyal Yifrah – quando tutti noi eravamo in stato di profondo shock: “Satana non ha ancora inventato una vendetta per il sangue di un bambino, né per il sangue di questi ragazzi giovani e puri” (…).

Le nostre mani hanno sparso questo sangue, e invece di dichiarare giorni di digiuno, lutto e pentimento, il governo ha ora deciso di lanciare un’operazione militare a Gaza, che ha chiamato “Operazione Bordo Protettivo”.

Chiediamo al governo di fermare questa operazione subito e di lottare per una tregua e per un accordo di pace, a cui il governo israeliano si è sempre opposto negli ultimi anni.

Gaza è la storia di tutti noi; è anche l’oblio della nostra storia. E’ il posto più segnato dal dolore in Palestina e in Israele (…). Gaza è la nostra disperazione.

Le nostre origini comuni sembrano essere state spazzate via sempre più lontano: dopo 40 anni di possibilità di un compromesso storico doloroso tra i due movimenti nazionali, quello palestinese e quello sionista, questa opzione è gradualmente evaporata. Il conflitto viene reinterpretato in termini mitologici e teologici, in termini di vendetta, e tutto ciò che ora possiamo promettere ai nostri figli sono molte altre guerre per le generazioni a venire, nuove uccisioni tra entrambi i popoli, e la costruzione di un regime di apartheid che richiederà ancora più decenni per essere smantellato.

Le nostre mani hanno sparso questo sangue(…), cerchiamo di lavorare contro questa tendenza. Lo facciamo attraverso le varie comunità della nostra società: ebrei e palestinesi, arabi e israeliani, Mizrahi e Ashkenazi, tradizionalisti, religiosi, laici e ortodossi.

Abbiamo scelto di opporci ai muri, alle separazioni, alle espropriazioni e deportazioni, al razzismo e alla colonizzazione, per offrire un futuro comune come alternativa all’attuale stato depressivo, oppressivo e violento della nostra società.

Vogliamo costruire un avvenire che non si arrenda al ciclo di violenza e di vendetta, ma che al suo posto offra la giustizia, la riparazione, la pace e l’uguaglianza; un futuro che attinge agli elementi comuni della nostra cultura, umanità e tradizioni religiose in modo che le nostre mani non serviranno più a spargere sangue, ma a ricongiungerci l’uno con l’altro in pace, con l’aiuto di dio, Insha’Allah.f50e1d609a50a41c5a0f6a7067007f65-kWlD-U430201236893097IbH-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443

due popoli divisi dal loro odio

 

 

Gaza massacro 

“non guerra, ma massacro!”

“Quello che sta succedendo a Gaza” dichiara all’Agenzia Fides Sua Beatitudine Michel Sabbah, Patriarca emerito di Gerusalemme dei Latini, “non è una guerra, ma è piuttosto un massacro. Un massacro inutile, che non farà avanzare nemmeno di un passo Isrele verso la pace e la sicurezza. Al contrario, con tutti questi sacrifici umani, i cuori di israeliani e palestinesi si sono riempiti di nuovo odio”.
con l’aiuto del sito ‘finesettimana’ riporto qui sotto alcuni link che rimandano a interessanti articoli su questa tremenda realtà che va avanti da circa 60 anni:

Gaza

 

 

 

 

 

 

http://www.youtube.com/watch?v=VK758hUBnkE

a Gaza il massacro non fa crescere solo i morti ma anche l’odio verso Israele: così l’israeliano Geries Koury nel video qui sopra riportato

Gaza: smascherare le menzogne, rompere il muro dell’omertà di Ingrid Colanicchia in Adista n. 28 del 26 luglio 2014 (Notizie)

Il vero obiettivo di Israele è, secondo la maggior parte degli analisti, far naufragare il governo di unità nazionale Hamas-Fatah sancito dall’accordo di riconciliazione firmato ad aprile. D’altronde non è certo un’invenzione di Israele la strategia del divide et impera. Fermare il linguaggio violento. Stop alle armi italiane ad Israele. La disinformazione di massa.
«Ormai israeliani e palestinesi non si conoscono più, non si parlano più. Sono sempre più divisi, lontani. Non c’è niente di peggio. Quando arrivai in Israele, noi ebrei andavamo a fare trekking in Cisgiordania. Tel Aviv era piena di arabi. Palestinesi e israeliani condividevano molte cose. Era tutto diverso».
Ieri, quando il picchetto d’onore ha fatto il saluto militare al funerale di Eitan Barak, morto a vent’anni, ho capito fino a che punto avevamo sbagliato a pensare che la guerra in questo Paese fosse qualcosa che appartiene al passato…

GAZA: SMASCHERARE LE MENZOGNE

Gaza

ROMPERE IL MURO DELL’OMERTÀ

faccio mie le riflessioni che l’agenzia di stampa Adista fa in merito al teatro bellico e ai troppi massacri nella striscia di Gaza, e credo opportuno farle circolare per delle più precise e oggettive coordinate per meglio leggere questa realtà così cupa:

 

 Una cosa è certa: checché ne dicano i media mainstream piegati alla versione israeliana, nella punizione collettiva scatenata da Netanyahu in queste settimane, c’entrano ben poco i razzi lanciati dalla Striscia di Gaza. Il vero obiettivo di Israele è, secondo la maggior parte degli analisti, far naufragare il governo di unità nazionale Hamas-Fatah sancito dall’accordo di riconciliazione firmato ad aprile. D’altronde non è certo un’invenzione di Israele la strategia del divide et impera. Ma uno dei risultati dei fatti cui stiamo assistendo, e di processi già in atto da anni, potrebbe anche essere – come rileva Nahed Hattar su al-Akhbar (16/7) – la fine della cristallizzazione della politica palestinese attorno ai due poli costituiti da Hamas e Fatah, ognuno alle prese con i propri problemi interni e indotti alla riconciliazione proprio dal progressivo indebolimento. 

Quali scenari apra questa possibilità non è facile a dirsi, anche considerato che sul movimento politico palestinese pesa la mancanza di un vero leader in cui tutto il popolo possa riconoscersi. L’unico che abbia le caratteristiche necessarie, a detta di molti, è il prigioniero politico Marwan Barghouti che Israele, nonostante le pressioni internazionali (v. Adista Segni nuovi n. 26/14), non ha nessuna intenzione di liberare.

Ma se sul futuro gravano queste incognite, il presente, cadenzato dalla conta dei morti dell’operazione “Bordo di protezione”, è più cupo che mai. Ormai sepolte le speranze che la giornata di preghiera dell’8 giugno scorso possa avere risvolti concreti, papa Francesco, al termine dell’Angelus del 13 luglio, è tornato a rivolgere un accorato appello per la Terra Santa, parlando dei «tragici eventi» di questi giorni. Esortando autorità locali e internazionali «a non risparmiare la preghiera e alcuno sforzo per far cessare ogni ostilità», ha poi auspicato che non ci sia «mai più guerra» e ha invocato «il coraggio di compiere gesti concreti per costruire la pace»: «Rendici disponibili – ha detto – ad ascoltare il grido dei nostri cittadini che ci chiedono di trasformare le nostre armi in strumenti di pace, le nostre paure in fiducia e le nostre tensioni in perdono.». E ovviamente non è stato il solo. 

Il vero crimine è l’occupazione

«In Israele e Palestina – scrive la Commissione Giustizia e Pace dell’Assemblea degli Ordinari cattolici di Terra Santa in un documento diffuso l’8 luglio – riecheggia il pianto delle madri e dei padri, dei fratelli e delle sorelle, di quanti amavano uno dei giovani caduti vittima dell’ultimo round del ciclo di violenza che affligge questa terra. I volti di alcuni di loro sono ben noti perché i media hanno dato conto fin nel minimo dettaglio della loro vita, intervistando i genitori, facendoli vivere nella nostra immaginazione, mentre gli altri, di gran lunga più numerosi, sono mere statistiche, senza nome e senza volto». La Commissione Giustizia e Pace condanna quindi «il linguaggio violento» di chi in Israele «chiede vendetta», «alimentato da una leadership che porta avanti politiche discriminatorie che promuovono i diritti di un gruppo e l’occupazione, con tutte le sue disastrose conseguenze». «I leader coloniali sembrano credere che l’occupazione possa vincere schiacciando l’aspirazione del popolo alla libertà e alla dignità. Sembrano credere – prosegue Giustizia e Pace – che la loro determinazione alla fine metterà a tacere l’opposizione e renderà giusto ciò che è sbagliato». Allo stesso modo gli Ordinari cattolici condannano «il linguaggio violento» di chi in Palestina «chiede vendetta», «alimentato da coloro che hanno perso ogni speranza di vedere una giusta soluzione al conflitto attraverso i negoziati. Coloro che cercano di costruire una società monolitica e totalitaria, in cui non c’è spazio per alcuna differenza o diversità e che ottengono il sostegno popolare sfruttando questa situazione di disperazione». «Dobbiamo riconoscere – proseguono – che il rapimento e l’assassinio a sangue freddo dei tre giovani israeliani e il brutale assassinio per vendetta del giovane palestinese sono prodotti dall’ingiustizia e dall’odio che l’occupazione instilla nei cuori di chi compie simili gesti». «Utilizzare la morte di tre israeliani per compiere una punizione collettiva contro il popolo palestinese e il suo legittimo desiderio di libertà significa sfruttare una tragedia e si traduce in ancora più violenza e odio». 

Stessi richiami di Munib A. Younan, a capo della Chiesa evangelica luterana in Giordania e Terra Santa, il quale in un comunicato del 16 luglio scorso, ricorda che «questo Paese e la sua gente hanno attraversato 65 anni di violenza, rappresaglie e contro-rappresaglie», e sottolinea che «la situazione di stallo politico esistente tra Israele e Palestina non può essere risolta militarmente». 

E sulla stessa lunghezza d’onda è anche il segretario generale del World Council of Churches, Olav Fykse Tveit: «Condanniamo fermamente gli attacchi indiscriminati da parte dell’esercito israeliano contro la popolazione civile di Gaza, come condanniamo l’assurdo e immorale lancio di razzi da parte di militanti di Gaza verso zone abitate in Israele», si legge nel comunicato diffuso l’11 luglio scorso. «Quello che sta accadendo a Gaza non è una tragedia isolata», puntualizza Tveit: «Questi eventi devono essere visti nel contesto dell’occupazione dei Territori palestinesi iniziata nel 1967. Il World Council of Churches ha sempre chiesto di porre fine a questa occupazione illegale e al blocco imposto alla Striscia di Gaza da parte di Israele. Senza porre fine all’occupazione – conclude Tveit – il ciclo della violenza continuerà».

Il Wcc era già intervenuto l’8 luglio scorso con un documento che incoraggia le Chiese a fare scelte responsabili circa gli investimenti che hanno un impatto sulla regione, contribuendo «a ridurre la violenza e a promuovere la pace per entrambi i popoli», riconoscendo però il forte squilibrio di forze in campo, a tutto vantaggio di Israele. Il richiamo del Wcc è al boicottaggio di quelle aziende che traggono profitto dall’illegale occupazione della Cisgiordania, così come deciso recentemente sia dalla Chiesa presbiteriana che dalla Chiesa metodista statunitensi, con lo scopo, scrive il Wcc, di «portare una pace giusta che andrà a beneficio sia della Palestina che di Israele».

Stop alle armi italiane a Israele

Ben altro dovrebbe fare invece il nostro Paese che ha precise responsabilità in questo massacro considerato che Israele è uno dei nostri principali acquirenti di armi. Ed è precisamente su questo aspetto che verte l’appello al governo della Rete Italiana per il Disarmo, che raggruppa le principali organizzazioni italiane impegnate sui temi del disarmo e del controllo degli armamenti, e che insieme alla Rete della Pace il 16 luglio scorso ha organizzato fiaccolate, presidi e altre iniziative in circa 50 città italiane. «L’Italia – scrive la Rete – è oggi il maggiore esportatore dell’Unione europea di sistemi militari e di armi leggere verso Israele e proprio nei giorni scorsi, durante i raid aerei israeliani su Gaza, l’azienda Alenia Aermacchi del gruppo Finmeccanica ha inviato i primi due aerei addestratori M-346 alla Forza Aerea israeliana». Rete Disarmo «chiede che alle doverose parole di condanna degli attacchi aerei sulle aree civili faccia immediatamente seguito un’azione inequivocabile da parte del governo italiano come la sospensione dell’invio di sistemi militari e di armi nella zona. Il nostro governo, che in questo semestre ha l’incarico di presiedere il Consiglio dell’Unione europea, si faccia subito promotore di un’azione a livello comunitario per un embargo europeo di armi e sistemi militari verso tutte le parti in conflitto, per proteggere i civili inermi e riprendere il dialogo tra tutte le parti». 

Disinformazione di massa

Ma come sottolinea Pax Christi in un commento apparso sul sito il 14 luglio scorso – facendo eco alla dichiarazione diffusa in questi giorni da alcuni cooperanti italiani che vivono e lavorano in Palestina – parte del problema risiede altrove: nell’informazione totalmente manipolata dei media occidentali. «Chi legge i principali giornali o guarda i principali Tg dell’Occidente può farsi solo un’idea vaga e sbagliata di quello che sta succedendo. Ma questo è problema annoso nel caso della Palestina, lo sa bene chi da anni segue e magari periodicamente visita quella Terra che alcuni si ostinano a chiamare Santa». Ed ecco una piccola lista di perle della nostrana disinformazione: «Dopo i primi due giorni di bombardamenti il Tg1 in prima serata ha sostenuto che la cosa più grave fosse rappresentata dal lancio da Gaza di missili verso Tel Aviv. Lancio che non aveva  provocato alcun danno mentre a Gaza già più di 40 erano i morti, fra cui molti civili inermi. La Stampa ha pubblicato sul suo sito resoconti che sono vere e proprie traduzioni letterali delle comunicazioni di una delle due parti coinvolte: quella israeliana. Repubblica ha titolato a tutto campo che i razzi punterebbero minacciosamente alle centrali nucleari. Le centinaia di testate nucleari che lo Stato di Israele possiede non hanno mai avuto così tanta enfasi come i razzi artigianali che partono da Gaza senza una precisa destinazione». 

«Alla giusta empatia mostrata verso i tre ragazzi uccisi – prosegue il commento – non è corrisposta altrettanta commozione per i palestinesi morti prima, durante il rapimento e adesso nel bombardamento indiscriminato di Gaza. Anzi soprattutto della fase precedente non si ricorda nulla ma proprio nulla. Forse perché si trattava di provocazioni di ordinaria quotidianità». «Smascherare le falsità e rompere il muro d’omertà – conclude – è il compito unico che ci spetta, anziché occupare la nostra mente in sterili proposte di soluzione che non spettano a noi». (ingrid colanicchia)

 

Dio non è così

Alves

nella casa del Padre non si tiene la contabilità

 

 

 

Rubem Alves ci aiuta a delineare una immagine di Dio diversa da quella ritagliata a misura del nostro perbenismo o delle nostre piccolezzze d’animo

Dio non è così come lo dipinge il nostro buon senso o le nostre attese: per riscoprire il vero volto di un Dio davvereo liberante e sorprendente quale è il Dio di Gesù di Nazaret occorre  “dimenticare, dimenticare molto, cancellare quello che abbiamo imparato, grattare i colori… “

[…] Per tornare a Dio, è necessario dimenticare, dimenticare molto, cancellare quello che abbiamo imparato, grattare i colori… Coloro che non hanno perduto la memoria del mistero proveranno orrore davanti a questa nuova sfida umana. Sporgeranno denunce. C’è stato, infatti, chi ha gridato che Dio è morto […]. Ha gridato che noi siamo gli assassini di Dio. Fu accusato di ateismo. Ma ciò che voleva, in realtà, era rompere quelle maschere per contemplare di nuovo il mistero infinito. Anche Gesù si è comportato così: «Avete udito che è stato detto, ma io vi dico…». Il dio dipinto sulle pareti del tempio non era lo stesso che Gesù vedeva. Il dio del quale parlava era orrendo per le persone per bene, difensori dei buoni costumi. Egli diceva che le prostitute sarebbero entrate nel regno dei cieli prima degli uomini pii. Che i beati erano sepolcri vuoti: bianchi fuori, puzzolenti dentro. Che l’amore vale più della legge. Che i bambini sono più vicini a Dio degli adulti. Che Dio non ha bisogno di luoghi sacri, dal momento che ogni essere umano è un altare, non importa dove egli si trovi.

Egli raccontava storie in maniera pacifica. Ad una di queste, i pittori delle pareti hanno dato il nome di «parabola del figliol prodigo». Narra la storia di un padre e di due figli. Uno di loro, il maggiore, era pieno di certezze, ligio al dovere, lavoratore. L’altro, il minore, era un mascalzone e uno spendaccione. Prese la sua parte di eredità in anticipo e si mise a viaggiare, partecipando a molte feste e finendo con lo spendere tutto. Arrivò la fame e si mise a fare il guardiano dei porci. Si ricordò allora della casa paterna e gli venne in mente che là gli operai vivevano meglio di lui. Pensò che suo padre avrebbe potuto accettarlo come operaio, dal momento che non meritava più di essere considerato come un figlio. Fece ritorno. Il padre lo vide da lontano. Uscì correndogli incontro, lo abbracciò e ordinò di fare una grande festa.

Per i pittori della parete la storia potrebbe terminare qui. Una buona storia per esortare i peccatori a pentirsi. Dio perdona sempre. Ma la storia non è finita. C’è la parte del fratello maggiore. Egli fece ritorno dal lavoro, ascoltò la musica, sentì il profumo della carne alla brace, capì ciò che stava succedendo, si offese (con ragione) e s’infuriò con il padre. Suo padre non faceva distinzioni tra creditori e debitori. Il figlio che aveva sperperato tutto avrebbe dovuto almeno compiere una penitenza. La parabola finisce con un dialogo in sospeso tra il padre e il figlio «giusto». Ma la suspense si risolve se cerchiamo di capire i dialoghi. Disse, infatti, il figlio più giovane: «Padre, ho preso il denaro in anticipo e l’ho speso tutto. Io sono un debitore. Tu sei un creditore». Gli rispose il padre: «Figlio mio, io non tengo la contabilità dei debiti». Il figlio maggiore disse: «Padre, ho lavorato duramente, non ho mai ricevuto i miei salari, non ho mai fatto vacanze e tu non mi hai mai dato un capretto per fare festa con i miei amici. Io sono un creditore, tu sei un debitore». Gli rispose il padre: «Figlio mio, io non tengo la contabilità dei crediti». I due figli erano simili tra loro, e simili a noi: anch’essi tenevano la contabilità dei crediti e dei debiti. Il padre, invece, era diverso.

Gesù dipinge un volto di Dio che la saggezza umana non può capire. Egli non tiene la contabilità. Non fa la somma delle virtù e dei peccati. Così è l’amore. Non ha un perché. Esiste senza ragioni. Ama perché ama. Non tiene la contabilità né del male né del bene. Con un Dio così, l’universo diventa più pacifico. E le paure se ne vanno. Ecco un titolo adatto alla parabola: «un padre che non sa sommare». Oppure: «un padre che non ha memoria…».

21 luglio

si ricordano tante cose, il 21 Luglio… questa è una delle più importanti. E l’Associazione che ha preso il nome da questa data è, oggi, un patrimonio insostituibile dei movimenti antirazzisti e delle lotte contro le discriminazioni

personalmente, pur da altra prospettiva e modalità di approccio e relazione col popolo rom esprimo apprezzamento e plauso

Il #21luglio di alcuni anni fa una bambina ha subito abusi e maltrattamenti da quelle istituzioni che avrebbero dovuto difenderla e tutelarla. A ricordo di quel triste giorno è nata l’Associazione 21 luglio...http://bit.ly/1kyYJbm</p><br />
<p>In questo giorno vogliamo ringraziarvi uno per uno per il supporto e l'entusiasmo che ci avete dimostrato in questi 4 anni.

Il ‪#‎21luglio‬ di alcuni anni fa una bambina ha subito abusi e maltrattamenti da quelle istituzioni che avrebbero dovuto difenderla e tutelarla. A ricordo di quel triste giorno è nata l’Associazione 21 luglio…http://bit.ly/1kyYJbm

In questo giorno è spontaneo rivolgere a questa associazione un ringraziamento  per il supporto e l’entusiasmo che ci ha dimostrato quotidianamente in questi 4 anni.

la passione di Laura Halilovic per il cinema

Anteprima al Festival di Giffoni, poi sarà in sala il 24 luglio il film di Laura Halilovic, nata a Torino nell’89 da una famiglia Rom originaria della Bosnia-Erzegovina ma non ancora italiana per colpa della burocrazia. Storia autobiografica di una ragazza con la passione per i film, in una comunità troppo ancorata alle tradizioni

LAURA Halilovic aveva 8 anni quando ha visto Manhattan e “mi sono innamorata di Woody Allen. No, non in quanto uomo bello, ma mi sono innamorata del modo in cui racconta le storie, nei suoi film anche se una scena è drammatica lui con il suo spirito e la sua leggerezza riesce a renderla allegra”. È al telefono da Torino, dove vive e dove, dice, “sto frequentando un corso per ragazze straniere in attesa di cittadinanza”. Perché, anche se è nata a Torino nel 1989 da una famiglia Rom originaria della Bosnia-Erzegovina, per una serie di ragioni burocratiche Laura Halilovic non è ancora italiana.

L’amore per Allen ha significato l’amore per il cinema, una scelta ardua per una ragazza destinata per la sua cultura a sposarsi giovanissima e dedicarsi alla famiglia, come racconta nel suo primo film, Io rom romantica che, prodotto da Wildside con RaiCinema, dopo la presentazione al Festival di Giffoni il 21, uscirà con la Good Films il 24. La protagonista si chiama Gioia, vive con la famiglia rom a Falchera, alla periferia di Torino ed è la disperazione del padre, porta i pantaloni, ha preso le abitudini dei gagé – termine usato per tutti i non rom – e soprattutto rifiuta ogni pretendente, non vuole sposarsi. “Senza una famiglia non esisti, non sei nessuno”, le ripete il padre accorato e a disagio con la comunità che ironizza sulla figlia che vuole fare il cinema. Non è facile neanche per Gioia, per i rom è una gagé, per gli italiani resta una zingara.

Io rom romantica ha tutta la tenerezza, l’entusiasmo e le ingenuità di un’opera prima ma è un film importante e significativo di una difficile conquista sociale e culturale. È una storia autobiografica. “Gioia sono io, cresciuta in un campo nomadi prima di andare in una casa popolare. Ci sono io con il mio sogno di fare la regista e tutte le scene con il padre sono quelle che ho vissuto. È stato molto difficile all’inizio, il cinema per i rom è pornografia, purtroppo lo pensano in tanti, mio padre insisteva perché lasciassi perdere. Ma sono andata avanti lo stesso, non mi importava di quello che dicevano gli altri, sapevo che quello che facevo non è pornografia”. Dopo il corto Illusione, grazie al sostegno delle istituzioni educative di Torino, ha realizzato il documentario Io, la mia famiglia e Woody Allen, che accumulato premi in tanti festival non solo italiani.

“Ci sono riuscita perché sono molto determinata – dice con fierezza – ma dopo  il documentario mi ero bloccata e devo molto a Mario Gianani e alla Wildside che mi hanno aiutata a fare il film, senza di loro non sarei andata avanti. E devo ringraziare la mia famiglia, ho dimostrato che non faccio pornografia, ora mi accettano”. In un cast di rom – tra i pochi italiani Marco Bocci, Lorenza Indovina, Simone Coppo – la Halilovic sullo schermo è Claudia Ruza Djordievic, una ragazza dai bei lineamenti forti e lo sguardo intenso e volitivo, che vive nel campo rom di Salone vicino Roma. Nel film c’è anche il personaggio della nonna che si ribella all’idea di lasciare il campo per entrare “nel chiuso di una casa senza venti e senza libertà”. “La vita all’aperto fa parte della nostra cultura e c’è la tradizione di raccogliere le erbe per curarci, non usiamo medicinali, anch’io li odio. Purtroppo stiamo perdendo molte delle tradizioni nel bene e nel male. È un bene che molte ragazze non si sposino più a 14, 16 anni, io mi sono sposata a vent’anni, mio figlio ha due anni. Mi auguro che siano sempre più numerose”, ma quanto al problema dell’integrazione “secondo me non è mai cominciata. Ci sono associazioni e istituzioni che cercano un dialogo, ma è molto difficile entrare nella cultura rom e capirla. Ho visto alcuni film di Kusturica per esempio, non mi piace, racconta un mondo di fantasia che non è quello reale dei rom”. Lei lo farà, è troppo determinata per fermarsi.  

una tesina sulle proprie origini rom

Eros si diploma con una tesina sulle origini rom per battere i pregiudizi

a scelta di Eros Osmani per il diploma al Ruzza: i genitori sono fuggiti dal Kosovo. «C’è diffidenza: i miei lavorano, pagano le tasse e hanno un mutuo sulle spalle»

dal quotidiano ‘il Mattino’, a firma di S. Quaranta, il resoconto sulla tesina sulle proprie origini rom di Eros con una tesina sul suo popolo. Per i suoi compagni è stata una rivelazione. «Nessuno lo sapeva» racconta «a loro ho sempre detto solo di avere origini kosovare, per essere accettato. Poi mi sono accorto che, così facendo, ero io per primo a discriminare me stesso». Così ha deciso di dedicare alla questione un intero approfondimento: racconta le peripezie storiche, le usanze e le tradizioni. Non manca di sfatare qualche mito

  

PADOVA. Il suo bel nome suggerisce origini greche, ma il suo cognome, Osmani, è turco. Eros è un rom che “si è fermato italiano”, citando De André. I genitori sono scappati dal Kosovo, a causa della guerra, e lui è nato a Padova, dove ha sempre vissuto «in una casa normale, con una famiglia che lavora, paga le tasse e ha un mutuo da estinguere, come tanti altri» tiene a sottolineare.

Quest’anno si è diplomato al Ruzza, con una tesina sul suo popolo. Per i suoi compagni è stata una rivelazione. «Nessuno lo sapeva» racconta «a loro ho sempre detto solo di avere origini kosovare, per essere accettato. Poi mi sono accorto che, così facendo, ero io per primo a discriminare me stesso». Così ha deciso di dedicare alla questione un intero approfondimento: racconta le peripezie storiche, le usanze e le tradizioni. Non manca di sfatare qualche mito. «Prima di arrivare in Italia i miei genitori non avevano mai sentito la parola “campo nomadi”, in altre parti d’Europa non esistono. Molti di noi vivono normalmente, ma si nascondono, perché la fama di alcuni perseguita tutti gli altri. Anche il nomadismo non ha nessun legame intrinseco con la nostra cultura. I rom ripudiano la guerra: se c’è si spostano. In Kosovo eravamo stanziali da più di 500 anni». Convivere con l’etichetta del rom non è facile, ed Eros se n’è accorto fin dalla tenera età: «in prima elementare» spiega «mi hanno messo con i bambini che avevano bisogno del sostegno, per essere agevolati nell’integrazione. Ma io sono nato qui, ho sempre parlato l’italiano. Non aveva senso».

La famiglia Osmani vive non molto distante dal campo di via Longhin. E anche questo pesa. «È normale» ammette «ma non è giusto fare di tutta l’erba un fascio. Ci sono delinquenti e persone per bene, ovunque». Il più grande mito da sfatare, secondo Eros, riguarda «i rom che rubano i bambini. Lo sento dire da sempre, ma al contrario, teniamo moltissimo alla famiglia. Perché rubare i figli degli altri?».

Proprio nella famiglia, per Eros, sta il cuore della tradizione rom: «Siamo molto attaccati, e non concepiamo di essere divisi. I miei fratelli sono emigrati per lavoro, ma mia mamma li chiama tutti i giorni, anche più volte al giorno. E almeno una volta l’anno non può mancare la riunione di famiglia, di solito per Natale. Ogni occasione, anche un compleanno o la nascita di un bambino, va festeggiata insieme, con un pranzo o una cena, perché il cibo va condiviso ed è sinonimo di allegria». Per i prossimi due anni Eros sarà in giro per il mondo con i missionari mormoni, poi pensa all’Università: «mi piacerebbe studiare i diritti umani e battermi per quelli del mio popolo».