Dio non è così …

l’alterità di Dio

«Dio viene respinto e brutalmente eliminato con la croce quando si avvicina troppo a noi e non ci è più possibile farcene un’immagine che ci convenga e che possiamo forgiare a nostro piacimento»

(D. Schellong)

 

Da tempo, forse da sempre, assistiamo al tentativo, della teologia dominante e dell’uomo religioso (nel senso di ossequioso), di ricondurre Dio nei nostri schemi razionali, invece di trascenderli per aprirsi alla sua creatività e alterità. In definitiva, si cerca solo un garante delle nostre tesi, non Qualcuno da incontrare e da cogliere nella sua totale alternatività valoriale ed esistenziale. Si confondono le elaborazioni soggettive – o comunitarie -, spesso poi successivamente corrette o smentite, con ciò che è stato rivelato da Cristo. Si preferiscono le ipotesi asfittiche, proprie dell’uomo, all’immaginazione sorprendente ed infinita di Dio. D’altronde, si tratta di costruire un Dio razionale per renderlo innocuo ed impedirgli di sovvertire l’ordine instaurato: così perfetto e così idolatrico. Si relega Dio nelle forme e nelle espressioni più o meno solenni, senza nessuna incidenza sulle decisioni della vita reale. Si riflette su Dio teorizzando la gratuità, la libertà e la compassione, mentre si fa esperienza di mercificazione, di sfruttamento, di competizione a cui ci si adegua giustificandosi con l’inevitabilità.
Ma si può essere seguaci di Cristo stando in pace di fronte all’oppressione?
Si trovano dei cristiani nei luoghi di assistenza, è vero, ma si registra una spaventosa latitanza nella critica dei responsabili dell’iniquità, come nei processi e nei conflitti per la liberazione degli ultimi. Si preferiscono i rapporti di buon vicinato con il Potere, invece dei gesti di solidarietà con gli oppressi. Dio, intanto, non si stanca dell’uomo e continua ad immaginare una convivenza diversa dall’attuale. Ci ha donato il mondo immaginandolo come un giardino, noi l’abbiamo trasformato in discarica. Ci ha donato i beni necessari e l’intelligenza per sopperire alle esigenze di tutti, noi, rinunciando alla collaborazione, abbiamo distribuito violentemente le risorse in modo diseguale. E non serve costruire un Paradiso come luogo di ricompensa, magari degli sforzi dell’ascetica muscolare, visto che troveremo un luogo di condivisione in cui continueremo a vivere la carità che abbiamo iniziato a praticare qui.

Testo di Pedro Casaldáliga

«Credo che oggi si possa vivere soltanto da ribelli. E credo che si possa essere cristiani solo se si è rivoluzionari perché non basta più pretendere di ‘riformare’ il mondo. I provvidenzialismi disincarnati, i neoliberalismi e i neocapitalismi e certe democrazie e altri cauti riformismi che mentono o si ingannano da sé –cinici o stupidi- servono unicamente a salvare il privilegio dei pochi privilegiati alle spalle della produttiva sottomissione dei molti morti di fame. E, per ciò stesso, mi sembrano oggettivamente iniqui»

(Pedro Casaldáliga, Credo nella giustizia e nella speranza, Quaderni Asal 27, Associazione per gli Studi e la documentazione dei problemi socio-religiosi dell’America Latina, Roma 1976, p. 197)

 

da ‘altranarrazione’

Dio non è così

Alves

nella casa del Padre non si tiene la contabilità

 

 

 

Rubem Alves ci aiuta a delineare una immagine di Dio diversa da quella ritagliata a misura del nostro perbenismo o delle nostre piccolezzze d’animo

Dio non è così come lo dipinge il nostro buon senso o le nostre attese: per riscoprire il vero volto di un Dio davvereo liberante e sorprendente quale è il Dio di Gesù di Nazaret occorre  “dimenticare, dimenticare molto, cancellare quello che abbiamo imparato, grattare i colori… “

[…] Per tornare a Dio, è necessario dimenticare, dimenticare molto, cancellare quello che abbiamo imparato, grattare i colori… Coloro che non hanno perduto la memoria del mistero proveranno orrore davanti a questa nuova sfida umana. Sporgeranno denunce. C’è stato, infatti, chi ha gridato che Dio è morto […]. Ha gridato che noi siamo gli assassini di Dio. Fu accusato di ateismo. Ma ciò che voleva, in realtà, era rompere quelle maschere per contemplare di nuovo il mistero infinito. Anche Gesù si è comportato così: «Avete udito che è stato detto, ma io vi dico…». Il dio dipinto sulle pareti del tempio non era lo stesso che Gesù vedeva. Il dio del quale parlava era orrendo per le persone per bene, difensori dei buoni costumi. Egli diceva che le prostitute sarebbero entrate nel regno dei cieli prima degli uomini pii. Che i beati erano sepolcri vuoti: bianchi fuori, puzzolenti dentro. Che l’amore vale più della legge. Che i bambini sono più vicini a Dio degli adulti. Che Dio non ha bisogno di luoghi sacri, dal momento che ogni essere umano è un altare, non importa dove egli si trovi.

Egli raccontava storie in maniera pacifica. Ad una di queste, i pittori delle pareti hanno dato il nome di «parabola del figliol prodigo». Narra la storia di un padre e di due figli. Uno di loro, il maggiore, era pieno di certezze, ligio al dovere, lavoratore. L’altro, il minore, era un mascalzone e uno spendaccione. Prese la sua parte di eredità in anticipo e si mise a viaggiare, partecipando a molte feste e finendo con lo spendere tutto. Arrivò la fame e si mise a fare il guardiano dei porci. Si ricordò allora della casa paterna e gli venne in mente che là gli operai vivevano meglio di lui. Pensò che suo padre avrebbe potuto accettarlo come operaio, dal momento che non meritava più di essere considerato come un figlio. Fece ritorno. Il padre lo vide da lontano. Uscì correndogli incontro, lo abbracciò e ordinò di fare una grande festa.

Per i pittori della parete la storia potrebbe terminare qui. Una buona storia per esortare i peccatori a pentirsi. Dio perdona sempre. Ma la storia non è finita. C’è la parte del fratello maggiore. Egli fece ritorno dal lavoro, ascoltò la musica, sentì il profumo della carne alla brace, capì ciò che stava succedendo, si offese (con ragione) e s’infuriò con il padre. Suo padre non faceva distinzioni tra creditori e debitori. Il figlio che aveva sperperato tutto avrebbe dovuto almeno compiere una penitenza. La parabola finisce con un dialogo in sospeso tra il padre e il figlio «giusto». Ma la suspense si risolve se cerchiamo di capire i dialoghi. Disse, infatti, il figlio più giovane: «Padre, ho preso il denaro in anticipo e l’ho speso tutto. Io sono un debitore. Tu sei un creditore». Gli rispose il padre: «Figlio mio, io non tengo la contabilità dei debiti». Il figlio maggiore disse: «Padre, ho lavorato duramente, non ho mai ricevuto i miei salari, non ho mai fatto vacanze e tu non mi hai mai dato un capretto per fare festa con i miei amici. Io sono un creditore, tu sei un debitore». Gli rispose il padre: «Figlio mio, io non tengo la contabilità dei crediti». I due figli erano simili tra loro, e simili a noi: anch’essi tenevano la contabilità dei crediti e dei debiti. Il padre, invece, era diverso.

Gesù dipinge un volto di Dio che la saggezza umana non può capire. Egli non tiene la contabilità. Non fa la somma delle virtù e dei peccati. Così è l’amore. Non ha un perché. Esiste senza ragioni. Ama perché ama. Non tiene la contabilità né del male né del bene. Con un Dio così, l’universo diventa più pacifico. E le paure se ne vanno. Ecco un titolo adatto alla parabola: «un padre che non sa sommare». Oppure: «un padre che non ha memoria…».

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