auguri ad Hans Küng per i suoi 90 anni

Laici e credenti festeggiano i 90 anni di Hans Küng, gigante della teologia post conciliare

laici e credenti festeggiano i 90 anni di Hans Küng, gigante della teologia post conciliare

 
 da: Adista Notizie n° 10 del 17/03/2018

 Compie 90 anni, il 19 marzo, uno dei più grandi teologi del Novecento, certamente colui che ha suscitato il più intenso (e fecondo) dibattito nella Chiesa dal post-Concilio: si tratta di Hans Küng (nato a Sursee, in Svizzera, il 19 marzo 1928), prete, teologo, docente universitario costretto, sin dal dicembre 1979, a lasciare l’insegnamento alla Facoltà teologica di Tubinga per le sue tesi contro l’infallibilità papale.

La revoca della missio canonica, l’autorizzazione cioè ad insegnare negli atenei cattolici, fu uno dei primi atti del pontificato di Giovanni Paolo II. Certo, non si piò ascrivere a Wojtyla tutta la responsabilità di quella sanzione. Il processo canonico contro Küng era iniziato infatti sin dalla fase successiva alla pubblicazione (1970) del suo libro Infallibile? Una domanda, avvenuta sotto il pontificato di Paolo VI. Ma il fatto che l’atto finale sia stato firmato ed avallato da Giovanni Paolo II rendeva ad alcuni già all’epoca chiaro quale sarebbe stato il tratto distintivo degli anni a venire, ossia la restaurazione vaticanocentrica di ogni aspetto teologico e l’accentramento nel governo della Chiesa che, sotto i pontificati di Wojtyla prima e di Ratzinger poi, si sarebbero pienamente realizzati.

Ed è altrettanto sintomatico che tra le prime vittime di questo processo involutivo del Concilio fosse proprio Küng, che alla temperie culturale ed ecclesiale seguita alla svolta del Vaticano II aveva così intensamente partecipato e che era considerato tra i teologi di punta di quella stagione di rinnovamento.

Dopo gli studi liceali compiuti a Lucerna, Küng si era recato a Roma, per studiare filosofia e teologia presso la Pontificia Università Gregoriana. Ordinato prete nel 1954, aveva poi proseguito gli studi a Parigi, conseguendo il Dottorato in teologia presso l’Institut Catholique con una tesi sulla dottrina della giustificazione del teologo riformato Karl Barth. Poi, a soli 32 anni, nel 1960, venne nominato professore ordinario presso la Facoltà di Teologia cattolica all’Università di Tubinga in Germania, dove fonderà successivamente anche l’Istituto per la ricerca ecumenica. Arrivò quindi, nel 1962, il momento dell’apertura del Concilio cui Küng, giovanissimo, prese parte direttamente, nelle file degli esperti nominati da papa Giovanni XXIII. Tornato a Tubinga, invitò l’università ad assumere Joseph Ratzinger, che aveva conosciuto alla fine degli anni ’50 e ritrovato a Roma durante i lavori dell’ultima sessione del Concilio. Küng voleva che i suoi studenti ascoltassero le lezioni di un professore colto e di tendenza conciliare, seppure distante da lui su diverse questioni. Come spiegò a Gianni Valente (30giorni, maggio 2005) un altro teologo, professore a Tubinga di Teologia fondamentale, Max Seckler, «Küng sapeva che lui e Ratzinger su molte cose la pensavano diversamente, ma diceva: coi migliori si può trattare e collaborare, sono i meschini che creano problemi». Ratzinger, che era professore di teologia dogmatica a Münster, venne così assunto a Tubinga; la cooperazione tra lui e Küng terminò però bruscamente nel 1969; Ratzinger lasciò infatti la prestigiosa facoltà teologica del Baden-Württemberg, scossa dai movimenti studenteschi, per il più tranquillo ateneo di Ratisbona.

Nel secondo volume delle sue memorie Umstrittene Wahrheit. Erinnerungen (“Verità controverse. Ricordi”), che parte dal 1968, è contenuto un autentico atto d’accusa contro il futuro papa Benedetto XVI: «Ratzinger era professore di teologia con me – scrive Küng – ma poi si rivelò figlio di un gendarme, quale era. Si piegò alla Curia, mi denunciò come “non cattolico” e mi fece condannare. E lo fecefacendo il doppio gioco: mi scriveva lettere di riconciliazione e intanto preparava le sanzioni contro di me».

Dopo la revoca della missio canonica (continuerà comunque ad essere prete cattolico, mantenendo anche una cattedra presso il suo Istituto, separato però dalla facoltà teologica cattolica), Küng divenne tra i più lucidi e coerenti critici del pontificato di Giovanni Paolo II e del ruolo svolto, sotto quel papato, dal suo ex collega Ratzinger, che dal 1981 era frattanto diventato prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Proprio dal dicastero che aveva rimosso Küng dall’insegnamento partirono le condanne, le censure, le rimozioni che colpirono la parte più matura e avanzata del mondo teologico e dell’episcopato progressista cattolico.

Clima di sospetto. E i teologi tacciono

Dopo la morte di Wojtyla, Küng scrisse un articolo, pubblicato in Germania ed in Italia (Corriere della Sera, 2/1/2006) in cui evidenziava le tante, enormi contraddizioni del pontificato che si era appena concluso: «Come Pio XII fece perseguitare i più importanti teologi del suo tempo, allo stesso modo si comportano Giovanni Paolo II e il suo Grande Inquisitore Ratzinger con Schillebeeckx, Balasuriya, Boff, Bulányi, Curran, Fox, Drewermann e anche il vescovo di Evreux Gaillot e l’arcivescovo di Seattle Hunthausen. Nella vita pubblica mancano oggi intellettuali e teologi cattolici della levatura della generazione del Concilio. Questo è il risultato di un clima di sospetto, che circonda i pensatori critici di questo pontificato. I vescovi si sentono governatori romani invece che servitori del popolo della Chiesa. E troppi teologi scrivono in modo conformista oppure tacciono». «Quando verrà il momento – proseguiva l’articolo – il nuovo papa dovrà decidere di affrontare un cambio di rotta e dare alla Chiesa il coraggio di nuove spaccature, recuperando lo spirito di Giovanni XXIII e l’impulso riformistico del Concilio Vaticano II».

Cena per due

E chissà che Küng non abbia pensato che quel pontefice, nonostante tutto, potesse essere proprio il teologo suo ex collega a Tubinga, divenuto papa col nome di Benedetto XVI, quel Ratzinger che il Concilio lo aveva inizialmente abbracciato per poi cambiare decisamente rotta. Molti ipotizzarono questa possibile svolta nel rapporto tra i due il giorno che (24 settembre 2006) Küng accettò l’invito a cena di Benedetto XVI nella residenza estiva di Castel Gandolfo, conversando con lui per oltre due ore. In quella occasione, presentò al papa i risultati della sua ricerca degli ultimi anni, quella su un’etica mondiale

“non è l’uomo che è stato fatto per il ‘sabato’ ma il ‘sabato’ per l’uomo”

servire il vangelo o le strutture?

Nel Vangelo troviamo l’indirizzo di Dio. Possiamo sapere dove abita, che lavoro fa e cosa fare per aiutarlo. Dobbiamo però “rivedere” l’idea di Dio socialmente accettata e rinunciare alla recita del personaggio che ci siamo costruiti.  Dobbiamo accogliere un Dio che non viene per realizzare le nostre smanie ma il suo Regno che prevede opzioni precise e non negoziabili: la misericordia per le nostre miserie e la compassione per gli ultimi. Dobbiamo depositare le maschere e calarci con Lui nell’abisso scavato dal male.
Il Vangelo apre strade, percorsi per andare incontro a chi si è fermato; le strutture aprono sedi per ricevere quelli che si muovono. Il Vangelo non ha orari, agende, programmi; le strutture selezionano gli ingressi, accettano o respingono. Il Vangelo rende fratelli e sorelle; le strutture utenti. Il Vangelo risveglia e alimenta carismi; le strutture assegnano ruoli. Il Vangelo costruisce comunità; le strutture organizzano uffici.

È impossibile evangelizzare le strutture, visto che il Vangelo si arresta nel punto esatto in cui inizia la struttura. Fuori il Vangelo dentro lo statuto e le regole fatte a misura d’uomo. D’altronde il Vangelo è rinuncia o perdita di ogni status symbol, è abbassamento e non prevede l’esaltazione di se stessi utilizzando Dio. Le strutture costituiscono a tutt’oggi un’insuperabile pietra d’inciampo per molti. Occorre recuperare l’immediatezza dell’esperienza di fede, come relazione con Colui che non si stanca di attenderci sulle vie dell’Amore.

pubblicato da ‘altranarrazione’

“gli ultimi, gli scartati, devono essere i primi … ” così per papa Francesco

gli scartati

la denuncia di papa Francesco

«nessuno dovrebbe dire che si mantiene lontano dai poveri perché le sue scelte di vita comportano di prestare più attenzione ad altre incombenze»

(, Evangelii Gaudium, 201)

 

 La reificazione (vedi Marx e G. Lukacs) è una delle conseguenze più inquietanti del modo di produzione capitalistico. Non solo si determina lo spostamento di valore dalle persone alle cose ma i singoli stessi si valutano secondo parametri di utilità funzionale o produttiva.  Chi è in esubero secondo le esigenze del capitale, chi non può produrre o semplicemente non raggiunge risultati quantificabili in termini economici non serve e quindi può essere scartato. Questa visione antropologica, ad altissima capacità di propagazione, riduce e uccide. Fa leva sugli istinti peggiori quelli cioè che sembrano realizzare l’uomo ed invece lo deformano. Riuscire a far parte di un sistema lasciando morti e feriti dietro il proprio passaggio appaga solo il delirio di onnipotenza ed innesca un inarrestabile processo di svuotamento dei contenuti essenziali.

testo di papa Francesco:

…è inaccettabile, perché disumano, un sistema economico mondiale che scarta uomini, donne e bambini, per il fatto che questi sembrano non essere più utili secondo i criteri di redditività delle aziende o di altre organizzazioni. Proprio questo scarto delle persone costituisce il regresso e la disumanizzazione di qualsiasi sistema politico ed economico: coloro che causano o permettono lo scarto degli altri – rifugiati, bambini abusati o schiavizzati, poveri che muoiono per la strada quando fa freddo – diventano essi stessi come macchine senza anima, accettando implicitamente il principio che anche loro, prima o poi, verranno scartati – è un boomerang questo! Ma è la verità: prima o poi loro verranno scartati – quando non saranno più utili ad una società che ha messo al centro il dio denaro”.
(dal Discorso di Papa Francesco alla Delegazione della “Global Foundation“, 14/01/2017)

 da ‘altranarrazione

i primi cinque anni di papa Francesco

i cinque anni del papa che ha capovolto la chiesa

di Alberto Melloni
in “la Repubblica” del 12 marzo 2018

“chi vuole può sentire la commovente dolcezza del vangelo come vangelo, che alla chiesa pellegrina nella storia dà rimprovero e consolazione, fortezza e grazia”

Lo so. L’egocentrismo cattolico che non scolora la papolatria istintiva in Italia, lo iato morale che da decenni separa i pontefici da molti leader politici — tutto potrebbe far pensare che quello che si dice di Francesco da cinque anni lo si sarebbe detto di chiunque altro fosse stato eletto il 13 marzo 2013. Ma non è vero. Perché Francesco ha un baricentro peculiare, nudo, secco, perfino unilaterale: quello di un papato “kerygmatico”. Il “kèrygma” (annuncio), nel Nuovo Testamento è il nucleo del vangelo di Gesù. Non cancella la catechesi, la dottrina, le norme: queste Francesco le lascia ad altri, se sono capaci. Lui tiene per sé l’annuncio che smaschera l’idolo del potere, così da non sciupare quel che “Dio ha scelto”. Così quando tacciono i denigratori e quelli che lui chiama i “pappagalli bergogliani” (che cinguettano di “periferie”, di “chiesa in uscita” o di “migranti” sperandone una carriera), chi vuole può sentire la commovente dolcezza del vangelo come vangelo, che alla chiesa pellegrina nella storia dà rimprovero e consolazione, fortezza e grazia. Se nel marzo 2013 la maggioranza che Ratzinger sperava eleggesse il cardinale Scola fosse stata solida o sincera, in questi giorni festeggeremmo l’anno quinto di Paolo VII (dicono avrebbe scelto questo nome). Fine teologo, il “papa ciellino”, avrebbe scritto dotte encicliche. La causa di beatificazione di Giussani sarebbe avanzata. Renzi non avrebbe toccato Lupi. Parolin sarebbe nunzio in Venezuela e Bassetti vescovo emerito di Perugia, entrambi senza porpora. Chi campa lodando qualunque Papa, lo loderebbe; i critici sarebbero bastonati senza pietà. Unico dato comune: un fiume d’inchiostro avrebbe seguito i suoi atti sui beni mobiliari e immobiliari della chiesa, sulla riforma della curia e sui pedofili preti. Perché il disordine sistemico che aveva scosso la chiesa e Benedetto XVI aveva portato il Conclave a ritenere (sbagliando) che esso dipendesse solo dagli italiani e solo da queste tre piaghe purulente. Di quelle piaghe, in effetti, anche Francesco si è dunque dovuto occupare: e chi ne monitora i passi falsi credendo di smascherarne le debolezze, non ha capito che Francesco onora il capitolato conclavario col disincanto dell’uomo privo di ansie da prestazione religiosa. Il denaro, ad esempio, non è riformabile. Dopo Porta Pia fu pensato come un surrogato del potere temporale a difesa della chiesa: ma non si tenne conto (dice il cardinale Silvestrini) che quando appaiono i soldi i preti buoni sono spesso così buoni che si fidano dei delinquenti, e i preti delinquenti si fidano sempre dei delinquenti perché sono come loro. Dunque Francesco ha agito sullo Ior con troppe commissioni e troppe nomine: sapendo che però si può ottenere solo lo stesso grado di moralità che c’è nel mondo finanziario. Dicono non sia alto. Qualcosa di simile vale per la curia: la riforma in cantiere da un lustro riguarda i mansionari e lascerà alla bolla di promulgazione la sostanza teologica.

Ma Francesco sa che la curia si riforma non se il Papa si agita: ma se l’episcopato, senza coniglismi, entra nella logica di sinodalità che si apprende facendola. Quanto poi ai pedofili preti, coperti da vescovi eretici (ché se un vescovo segue la “ragion di chiesa” contro le vittime è posseduto da un demone anticristiano) Francesco sa che le grida sulla “tolleranza zero” non bastano e prima o poi permetteranno killeraggi mirati. Per cui, fatto tutto quello che è necessario sul piano giuridico, bisogna interrogarsi sulla elezione dei vescovi e sulla formazione dei preti: cioè guardare negli occhi la questione del ministero, che Francesco non ha voluto ancora affrontare. Questa attitudine non a tutti basta. Ma se uno guarda ai siti del fondamentalismo cattolico, troverà accuse febbricitanti, giochi di specchi social per far pensare che i nemici di Francesco siano tanti e pronti a deporlo. In realtà i nemici del Papa vorrebbero sembrare la metà della chiesa, ma sono pochi: una rumorosa armata in cerca di un cardinal Brancaleone, che li conduca al Conclave della rivincita che sperano vicino. Francesco, non senza crudeltà di un gesuita, glielo fa credere vicino da tempo, dicendo che si aspetta un papato corto, cinque anni. Adesso al quinto anno ci siamo: il Papa sta bene e la buona salute di Ratzinger impedisce ogni pensiero di rinunzia. Il magistero fragile del papa “kerygmatico” continua. Papa Bergoglio, sia chiaro, non ha un angelicato disinteresse per il domani: non dà posti cardinalizi ad alcuni perché quando il suo pontificato finirà — lo decida solo Dio o lo decidano insieme si vedrà — non li vuole al Conclave. Con la rarefazione dei cardinali italiani favorisce il primo papato italiano del secolo XXI, che prima o poi verrà. Ma non ha nessuna intenzione di manovrare e non fa neppure norme per proteggere quel che ha fatto o predicato. Se quel che fa viene da Dio, pensa, durerà. E il “kerygma” è da Dio. Se quel che ha fatto è fatto “in pace”, durerà: e l’uomo risolto in un mondo di maschi irrisolti, è in pace. Ma “ha fatto anche errori!”, dice la gauche caviar della teologia. Effettivamente se avesse fatto votare Amoris laetitia al sinodo avrebbe dato voce ad un organo fin qui muto e si sarebbe liberato delle polemiche bigotte di chi ignora la grande tradizione della chiesa. Se avesse voluto usare fino in fondo le sue prerogative di primate d’Italia avrebbe potuto impuntarsi perché i contenuti del suo potente discorso alla chiesa italiana a Firenze nel 2015 venissero almeno presi sul serio, se non proprio obbediti. Ma Francesco non ambisce all’Oscar come migliore attore protagonista del film della chiesa cattolica. Sa che il premio della fede è la fede. Crede che i processi di riforma riguardano le sfere della conversione che solo uno stupido politicismo penserebbe di poter misurare. E dunque fa “quel che crede” in senso stretto. Senza illusioni, senza posa, senza attivismi. Il papato kerygmatico varca la soglia dell’anno quinto e “la sua vita perentoria” insegna solo a chi sa ascoltare.

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