il venti per cento della popolazione rom in fuga dai paesi balcanici – circa un milione di persone oggi ai margini della società

la grande fuga dei rom verso l’ovest europeo

di Stefano Giantin 

in otto anni oltre 200 mila persone hanno cercato di lasciare la regione balcanica dove sono spesso escluse dal sistema sanitario e devono frequentare scuole separate

 Cinque rapporti che analizzano le condizioni della comunità nei Balcani. E una storia individuale che ne simboleggia l’esistenza. Un calvario che è quello dei rom balcanici, circa un milione di persone oggi ai margini della società in Serbia, Montenegro, Bosnia, Kosovo – dove ne sono rimasti circa 30mila, mentre prima della guerra se ne contavano almeno 150mila, tanti scacciati dopo il 1999 perché considerati filoserbi – Macedonia, Albania. Il tutto malgrado decine e decine di piani d’azione e strategie governative. E «milioni di euro» investiti in questi anni.

Sono loro i protagonisti della “collana” intitolata “The Wall on Anti-Gypsyism”, una serie di relazioni sulle loro condizioni di vita e sulle violazioni dei loro diritti prodotti dalla Ong Civil Rights Defenders e da poco resi pubblici. Ne esce un quadro fosco, che segnala come «il muro dell’anti-gypsismo» – il titolo della raccolta – è ben lontano dall’essere abbattuto. C’è qualche luce, come un aumento «di rom che finiscono le scuole secondarie e le università», meno rom apolidi, la costruzione di «centinaia di case per le famiglie più vulnerabili».

Ma non basta. Secondo i rapporti dell’Ong «le condizioni di vita della stragrande maggioranza dei rom» rimangono «inalterate», in fondo della piramide sociale. Lo confermano i numeri. Dal 2008 al 2016, un vero esercito ha tentato di andarsene dai Balcani per costruirsi una vita migliore nell’Ue. Secondo le stime, precisano i rapporti del Civil Rights Defenders, sono stati «più di 200mila rom» a scegliere questa strada, chiedendo «asilo politico» in Paesi dell’Europa occidentale, «circa il 20% della popolazione totale» rom della regione. Una fuga spiegabile con le condizioni di vita medievali. Dopo il collasso della Jugoslavia – si legge nei report – moltissimi si sono ritrovati impossibilitati a richiedere nuovi documenti e sono stati esclusi dall’assistenza sanitaria e dal sistema educativo. Nel mondo del lavoro rimangono ai margini, con tassi di disoccupazione spesso doppi rispetto a quelli dei “non rom”, con picchi del 58% in Kosovo, del 54% in Bosnia, del 53% in Macedonia.

Anche nelle scuole i rom hanno problemi, con «tassi di iscrizione e frequenza più bassi». E persino, con l’eccezione di Bosnia e Montenegro, con scuole o classi «speciali», di fatto “solo per rom”. E poi ancora abitazioni malsane, in insediamenti «insicuri e sovraffollati», sfratti forzati, accesso difficoltoso o impossibile all’assistenza sanitaria, come dimostra l’aspettativa di vita. Che è ad esempio di 55 anni per i rom in Montenegro, contro i 76 della media nazionale. O la capacità di acquistare medicine, ridotta del 50% fra i rom. Senza parlare di quella che la Ong definisce la generale discriminazione da parte della maggioranza, un fattore che ancora «domina la vita dei rom».

I dati riguardano una comunità che la settimana scorsa ha perduto peraltro uno dei suoi simboli. Come gli altri suoi membri, aveva fatto tutti i lavori possibili, anche quelli più umili, per sopravvivere e dare da mangiare alla propria famiglia. Aveva anche avuto una chance, diventare attore. Era riuscito persino a vincere uno dei maggiori premi per la categoria, l’Orso d’Argento a Berlino. Ma è comunque morto giovane, in miseria, dopo essere stato perfino costretto a vendere il trofeo, per racimolare qualche soldo. Si tratta di Nazif Mujic, rom bosniaco di soli 48 anni, spirato per malattia nel suo villaggio, non lontano da Tuzla. Una storia che ha commosso i Balcani. Mujic era salito agli onori delle cronache nel 2013, dopo aver partecipato, recitando se stesso, nel film “Un episodio nella vita di un raccoglitore di ferro”, capolavoro neorealista che raccontava la durezza della vita di Nazif, delle due figlie bambine e della moglie Senada, la cui gravidanza era stata interrotta per un aborto spontaneo. Priva di assicurazione sanitaria, senza i 980 marchi convertibili (490 euro) che sarebbero serviti per sottoporla all’intervento, era stata per questo respinta, piegata dal dolore, dall’ospedale. Storia crudele ma vera, comune nei Balcani fra i rom e i più poveri, trasferita su pellicola, alla quale manca l’epilogo scritto nella realtà, la scorsa settimana. Mujic aveva anche tentato, come tantissimi rom dei Balcani, di emigrare, chiedendo asilo politico nella Germania che lo aveva premiato, nel 2014. Ma era stato ricacciato indietro, come la maggior parte di chi ha tentato quella strada, e riconsegnato alla miseria più nera.

un nuovo-antico modo di essere chiesa oggi

quale modello di chiesa?

una proposta che viene da lontano

di Mariangela Regoliosi
in “Viandanti” – www.viandanti.org 

Papa Francesco, da quando è papa, invoca una riforma interiore della Chiesa, una chiesa che, con riferimento al bellissimo capitolo 2 della lettera ai Filippesi, si metta alla sequela di un Dio “svuotato” della sua gloria e potenza divina, fatto servo, umiliato e obbediente fino alla morte, e si adegui a quel modello, e non al modello del potere, della ricchezza, dell’autoritarismo. È un messaggio forte, ma, paradossalmente, non nuovo. È vecchio come il Vangelo, solo che ci voleva questo papa per farci ritrovare il senso autentico di parole e messaggi ormai consumati dall’uso e pertanto privi di forza. Ma è vecchio anche perché è stato ripetuto nei secoli da voci piene di saggezza e di passione ecclesiale, spesso soffocate da altre voci, ma poi riemerse e di nuovo sotterrate. Un fiume carsico di spirito evangelico che per fortuna anima da sempre la Chiesa. Voglio oggi far emergere una di queste voci, lontana nel tempo eppure ancora straordinariamente efficace.

L’innovativa ricerca dell’umanesimo

Il Quattrocento italiano è uno dei secoli della nostra storia peggio conosciuto e più misinterpretato. Considerato da una parte come “il secolo senza poesia”, dall’altra come un periodo di pura erudizione filologica. Gli studi seri hanno al contrario evidenziato la vivace attività letteraria di molti umanisti e, specialmente, la innovativa riflessione filosofico-teologica dei migliori intellettuali, indispensabile antecedente di molta, e più nota, successiva riflessione europea. Uno dei capostipiti di questa svolta ideologica è senz’altro Lorenzo Valla (1407-1457) e a lui si deve la lezione di ecclesiologia di cui intendo parlare. Lo scritto più immediatamente significativo in questo senso è certamente il De falso credita et ementita Constantini donatione (Intorno alla donazione di Costantino, falsamente ritenuta vera e inventata in modo menzognero). Fu composto nel 1440 “su commissione” del re presso cui il Valla allora viveva, Alfonso d’Aragona, per scardinare le rivendicazioni feudali di papa Eugenio IV sul Regno di Napoli, basate appunto sullo pseudo-documento, per secoli creduto autentico, della donazione da parte dell’imperatore Costantino alla chiesa di Roma dei possedimenti dell’intero Occidente. Ben lungi dall’essere un astioso pamphlet politico – come ancora taluni critici recenti vanno scrivendo – il De donatione è innanzitutto un testo scientifico, perché dimostra con prove inoppugnabili (storiche-logiche-linguistiche-stilistiche-ideologiche) la falsità del documento. Ma è anche – ciò che qui maggiormente interessa – un testo religioso di rinnovamento ecclesiale. Una denuncia contro il temporalismo In una serie di orazioni fittizie, messe in bocca ai protagonisti stessi della vicenda pseudo-storica (re e principi detentori del potere civile, i figli dell’imperatore Costantino, il Senato e il popolo di Roma, e infine il destinatario dell’ipotetica donazione, papa Silvestro) il Valla tende a dimostrare, oltre alle prove fattuali, la improbabilità, incredibilità, e quindi inverosimiglianza storica della cosiddetta donazione. In particolare, a fronte della essenza spirituale della Chiesa, quale emerge dalla Sacra Scrittura e dall’esempio del Cristo fondatore, risulta altamente improbabile, se non impossibile, che un papa abbia potuto liberamente accettare un dominio terreno in assoluto contrasto con la sua autentica vocazione religiosa. Anzi, è proprio da questa contrapposizione, tra la “logica” del potere umano e la “logica” di Dio, che scatta la inverosimiglianza della donazione. E quindi la visione ideale, esente da macchia, della Chiesa anima la stessa dimostrazione filologica e trasforma un testo apparentemente erudito in un’opera di denuncia contro il temporalismo della Chiesa reale e in un invito alla riforma: «Io non scrivo perché desideri perseguitare qualcuno […] ma per sradicare l’errore dalle menti degli uomini al fine di allontanarli, ammonendo o biasimando, dai vizi e dalle scelleratezze. […] Possa io, possa vedere un giorno […] che il papa sia soltanto vicario di Cristo e non anche di Cesare […]! Allora il papa sarà detto e sarà padre santo, padre di tutti, padre della Chiesa».

Un modello di Chiesa modernissimo

L’orazione messa in bocca a papa Silvestro è un vero capitolo di teologia ecclesiale, basata sulla Sacra Scrittura, unico punto di riferimento, al di là dei precetti della tradizione ecclesiale, e interpretata con discernimento critico, in taluni passi anche contro la tendenziosa interpretazione di parte ierocratica. Quale è la vera chiesa a cui il Valla aspira, nella speranza di un rinnovamento, che auspica con cuore sincero e fiducioso? – La chiesa deve avere un unico fondamento, Cristo. – Sul modello di Cristo, il papa deve essere il buon pastore, che svolge nei confronti delle pecore del gregge una funzione di amorosa protezione, e non di comando né di giudizio – Sempre su modello di Cristo, il papa e la chiesa devono essere poveri e generosamente disinteressati, remoti da ogni cupidigia terrena – Ancora su modello di Cristo, il papa e tutta la chiesa devono concepire il potere solo come servizio, poiché, secondo le parole di Gesù, il regno di Cristo «non è di questo mondo». Gravemente assurda e scellerata, addirittura empia, l’assimilazione del regnum Dei al regnum seculare, della chiesa al potere temporale, sia nella sostanza, sia nelle manifestazioni esterne, le vesti sfarzose e la pompa degli ornamenti, di cui la chiesa si è via via addobbata nei secoli, allontanandosi anche in questo dall’umiltà delle origini Ma la chiesa deve anche essere libera. È questo uno degli aspetti più caratterizzanti l’ecclesiologia del Valla. Egli rivendica una duplice libertas ecclesie. Certamente la libertà da un potere politico “amico”, ma “condizionante”; certamente la libertà di culto.

Libertà di parola e di critica

Ma il Valla propone anche un altro tipo di libertà: non la libertà da nemici esterni ma la libertà interna alla chiesa. Grave peccato contro il diritto umano e divino farebbe l’Autorità se non rispettasse la «libertà di parola» e la «buona coscienza». Facendo appello e riferimento alla chiesa primitiva, in cui vivace e da tutti rispettata era la dialettica interna, tra Paolo e Pietro, il Valla richiede all’Autorità, senza paura, il riconoscimento della libertà di parola e di critica, quando sostenuta da retta coscienza, quando basata sulla verità onestamente ricostruita e del tutto squadernata, ad opera di uno storico-filologo competente, verità che, come tale, da chiunque conquistata, ha valore sacrale: poiché – il Valla lo ripete insistentemente – «la verità viene da Dio». Autorità e tradizione della chiesa non sono mai esenti da errori: come Pietro è stato giustamente ripreso su alcuni questioni da Paolo, così anche potranno essere giustamente sottoposte a critica false credenze della tradizione, sia pure portate avanti nella convinzione di “proteggere” il popolo di Dio da deviazioni o di confermarlo nella fede (l’attacco del Valla alle falsità pseudo-agiografiche e alle loro pseudo-giustificazioni è spietato), ma soprattutto potranno e dovranno essere sottoposte a critica, con libera contestazione, verità presentate come tali e come tali difese per secoli dalle somme autorità curiali in modo obbligante, quasi verità di fede, se prove circostanziate evidenti, tratte alla luce anche da laici preparati, ne dimostrino l’inconsistenza e la contraddizione. Il Valla sottolinea, in sostanza, come l’autorità ecclesiale non vada seguita in quanto tale, ma solo se agisce con virtù e saggezza, nel rispetto della veritas e dell’autentica iustitia.

La filologia applicata alla Bibbia

In tale ambito di emancipazione dall’autorità ecclesiale rientra anche la revisione della traduzione della Vulgata del Nuovo Testamento, condotta dal Valla lungo molti anni e diffusa, ad opera del suo grande estimatore Erasmo, dopo la sua morte. Siamo ovviamente un secolo prima della categorica assolutizzazione della Vulgata da parte del Concilio di Trento, ma anche all’epoca del Valla la traduzione attribuita a Girolamo era considerata l’autentico testo della Bibbia, come tale intoccabile; e in particolare, comunque, sussisteva l’idea che solo il clero potesse occuparsene. Il Valla rivendica invece la liceità del proprio operato, in nome delle proprie competenze di filologo, conoscitore del latino e del greco. In un passo importantissimo, preliminare ad un’altra opera, il De professione religiosorum, il Valla, capovolgendo l’obiezione che un laico grammaticus non sia idoneo ad occuparsi di realtà religiose, dichiara che chiunque può scrivere di teologia e religione purché ne abbia gli strumenti intellettuali e linguistici adatti, strumenti che un laico agguerrito come lui possiede alla grande e che invece proprio gli uomini di chiesa spesso non posseggono, ignoranti di storia, di lingua latina, di capacità espositiva, di aggiornata competenza teologica.

L’uguaglianza di tutti i cristiani

Risulta evidente da questo insieme di atteggiamenti valliani una straordinaria (per i tempi! e per tutti i tempi?…) valorizzazione dei laici nella Chiesa. Non troviamo in lui dichiarazioni esplicite circa il “sacerdozio universale”, che sarebbe stato formulato in quanto tale ben successivamente, ma certamente individuiamo la convinzione della uguaglianza di tutti i cristiani, chierici e laici, dinanzi a Cristo. Il tema emerge con chiarezza nell’appena menzionato dialogo De professione religiosorum Il Valla vi osserva che, secondo una tradizione ecclesiale consolidata, ma che egli individua come ingiusta, i frati ritengono di essere gli unici autorizzati a chiamarsi “religiosi” e quindi, implicitamente, si considerano i “veri” religiosi. Ma religioso in senso cristiano significa fedele in Cristo e chiunque abbia il dono di questa fede, e la incarni nelle opere conseguenti, è religioso. «Che cos’è essere religioso se non essere cristiano e veramente cristiano? […] al punto che è la stessa cosa religione e fede e religioso e fedele». È il battesimo che garantisce l’unione con Cristo, ogni altro legame è accessorio ed inutile, e non crea distinzione né di grado né di qualità. Ed è la fede il fondamento, senza il quale nulla nell’uomo è valido, ed è la fede la sorgente della salvezza, salvezza che viene da Cristo, a tutti gli uomini, per gratuita misericordia di Dio. Si potrebbe continuare, enucleando altri importanti elementi della teologia ed ecclesiologia valliane, sparsi in altre opere, filtrati poi, come quelli finora presentati, attraverso Erasmo e attraverso Lutero, nella religiosità europea. Ma quello che mi pare importante rilevare è che noi moderni non possiamo guardare questi scritti come a qualcosa che ci sia indifferente. L’ammonimento che deriva dalle parole del Valla è rivolto anche la chiesa di tutti i tempi. Perché rifugga da una tentazione in essa sempre latente: la tentazione del potere, sia al suo interno che verso l’esterno.

Mariangela Regoliosi Già professoressa di Filologia medioevale e umanistica presso l’Università degli studi di Firenze. Membro del Gruppo di Riflessione e Proposta dell’Associazione Viandanti.

il commento al vangelo della domenica

 

QUESTI È IL FIGLIO MIO, L’AMATO

commento al vangelo della seconda domenica  di quaresima (25 febbraio 2018) di p. A. Maggi:

Mc 9,2-10

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

Nel vangelo della domenica scorsa, la prima domenica di Quaresima, la liturgia ci presentava l’inizio del vangelo di Marco con l’episodio delle tentazioni di Gesù nel deserto e scriveva Marco che Gesù rimase nel deserto quaranta giorni tentato dal satana. L’evangelista non intende presentare un episodio della vita di Gesù, ma riassume e anticipa tutta l’esistenza di Gesù. Il numero quaranta indica una generazione, quindi per tutta la vita Gesù è stato tentato dal satana. Ma chi è il satana? Si scoprirà andando avanti nel vangelo. Il satana in questo vangelo non è un agente esterno, spirituale, nemico di Dio, nemico dell’uomo, ma è il tentatore che fa parte proprio della cerchia dei discepoli di Gesù. Infatti quando si arriva il capitolo ottavo Gesù, quando per la prima volta questi discepoli, che non hanno capito chi stanno seguendo, loro sono sicuri di seguire il messia trionfatore, il figlio di Davide, quello che con la forza andrà a conquistare il potere e inaugurare il regno di Israele. Non sanno che invece Gesù non è il figlio di Davide, ma è il figlio di Dio, colui che con amore va a inaugurare il regno di Dio, cioè l’amore universale per tutti i popoli, e questo purtroppo porterà l’opposizione, la persecuzione da parte delle massime istituzioni religiose che lo ammazzeranno. Quindi Gesù per la prima volta annuncia che sarà ammazzato. Ebbene Simon Pietro afferra Gesù, lo sgrida, esattamente come si usava con i demoni, rimproverandolo di questo perché il messia non può morire. Simone vuole che Gesù conquisti il potere. Ebbene in questo episodio drammatico Gesù si rivolge al discepolo dicendogli “Vattene satana, torna a metterti dietro di me”. Ecco chi è il satana: colui che si oppone al disegno d’amore di Dio sull’umanità. Ebbene l’episodio di questa seconda domenica di Quaresima è l’episodio della trasfigurazione ed è in stretta relazione con quanto abbiamo visto. Vediamo cosa ci scrive l’evangelista che Sei giorni dopo, la data è importante, il sesto giorno è il giorno della creazione dell’uomo, è il giorno in cui Dio sul Sinai manifesta la sua gloria. In Gesù si manifesta la piena realizzazione del disegno di Dio sull’umanità. Gesù prese con sé, e prende i tre discepoli ai quali ha messo un soprannome negativo. Simone, al quale ha messo il nome di Pietro, Pietro significa il testardo, il cocciuto, colui che sarà sempre all’opposizione. E poi i due discepoli Giacomo e Giovanni fanatici, esaltati, arroganti, ambiziosi, ai quali me tra il nome “figli del tuono”, in aramaico Boanerges, dà l’idea proprio del tuono, del fulmine, e autoritari. Saranno quelli che, per la loro ambizione di avere i primi posti nel regno di Gesù, rischieranno di frantumare la comunità. Li condusse su un alto monte, il monte indica la condizione divina, e lì si trasfigura davanti a loro. Gesù mostra che il passaggio attraverso la morte non è la distruzione, come le loro pensavano e si opponevano alla morte di Gesù, ma la piena realizzazione della persona. Scrive l’evangelista, può sembrare un’ingenuità, nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche, cosa vuol dire? Che questa condizione non è frutto dello sforzo umano, ma effetto dell’azione divina. Quindi la morte non è una distruzione, ma un potenziamento della persona. Ebbene in questo momento apparve, scrive l’evangelista, Elia con Mosè, cosa sono Elia e Mosè? Mosè lo sappiamo è il grande legislatore, quello dell’alleanza tra Dio e il suo popolo, ed Elia è il profeta che con la violenza impose l’obbedienza a questa alleanza. Questi non hanno nulla a che dire ai discepoli di Gesù. Infatti conversano con Gesù. Ed ecco che di nuovo Simone, che ha il soprannome di Pietro, cioè il testardo, l’oppositore, continua nella sua azione di satana tentatore. Che cosa succede? Prendendo la parola letteralmente reagì Pietro e disse Gesù Rabbì. È strano che si rivolge a Gesù chiamandolo rabbì. In questo vangelo chiamano Gesù rabbì i due traditori, Giuda e Pietro. Rabbì significa colui che insegna secondo la tradizione, colui che insegna a osservare la legge, dice Rabbì è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, perché tre capanne? Qual è la tentazione? C’era una festa nel mondo ebraico e c’è tuttora, la festa delle capanne, che ricordava l’antica liberazione dalla schiavitù egiziana e per una settimana si viveva sotto le capanne. Ebbene si credeva che il messia, il nuovo liberatore si sarebbe manifestato nel giorno in cui si commemorava l’antica liberazione. Allora il ruolo di Pietro come satana tentatore e dice a Gesù: questo è il messia che io voglio, che si deve manifestare. E dice facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia. Al posto centrale non c’è Gesù ma c’è Mosè. Quando ci sono tre personaggi il più importante viene sempre collocato al centro. Ebbene per Pietro al centro non c’è Gesù. La tentazione che sta facendo Pietro a Gesù questo è il messia che io voglio, il messia secondo la legge di Mosè imposta con la violenza come ha fatto il profeta Elia. Ebbene nel momento che il diavolo tentatore, il Pietro, il satana continua a tentare Gesù ecco che venne una nube, è la presenza di Dio, e una voce, la voce di Dio, questi è il figlio mio l’amato colui che mi assomiglia ed è l’imperativo lui ascoltate. Non ascoltate né la legge, Mosè, né Elia, né i profeti, ma soltanto il figlio. Cosa significa? Tutto quello che è scritto nella legge e nei profeti che coincide con l’insegnamento e la vita di Gesù naturalmente va accolto, ma tutto quello che si discosta, tutto questo va tralasciato. Ebbene la reazione di questi tre discepoli qual è? È di sgomento. Guardandosi attorno non videro più nessuno se non Gesù solo con loro. Cercano ancora i loro punti di riferimento, cercano ancora la tradizione, cercano ancora Mosè e cercano ancora Elia e in realtà c’è Gesù solo. E questa delusione di Gesù che si distanzia dalla legge, si distanzia dalla violenza, sarà quella che poi porterà Pietro purtroppo a rinnegare completamente il suo maestro.

 

 

 

 

i migranti sono davvero il grande disastro italiano?

il grande male dell’Italia sono gli immigrati

A sentire questa campagna elettorale, pare che tutte le colpe del nostro disagio siano degli immigrati. E se, invece, il grande male dell’Italia fosse un altro: l’ipocrisia. La finzione, la falsità. Puntiamo – i partiti, ma anche noi cittadini – il dito altrove, contro dei poveracci indifesi e senza voce, per non affrontare i nostri mali: corruzione, mafie, evasione

Ascolti i battibecchi elettorali e ti pare che il grande, unico male dell’Italia siano gli immigrati.
Ascolti i programmi dei partiti – quasi tutti – e l’unico punto che ti rimane impresso sono gli immigrati.

Ma è proprio così? Vogliamo crederci davvero?
Nessuno nega che l’arrivo in massa di centinaia di migliaia di persone ponga problemi e richieda spese e investimenti. E, comunque, se la presenza dei migranti suscita allarme, è giusto tenere in considerazione il timore dei cittadini. Non liquidarlo con sufficienza.
Però bisogna ricordare i reali termini della questione. Affrontarla nella sua complessità, basandoci sui dati di fatto.   

Non è vero, come dicono molti, che gli immigrati sono la principale causa della crisi e dell’impoverimento del nostro Paese. Non sono il primo problema, nemmeno il secondo. E neppure il terzo. Le cifre variano, ognuno dà i numeri. L’accoglienza, secondo alcune stime, nel 2017 è costata intorno ai 5 miliardi. Tanto, certo. Mettiamo pure che ci costi il doppio, il triplo. Si potrebbe obiettare che il dovere morale di accoglienza e solidarietà nei confronti di altri essere umani (ammesso che gli immigrati vengano ancora considerati tali) possa valere questa cifra. Si potrebbe dire che i ricchi paesi occidentali posseggono tanto, troppo, e hanno l’obbligo di rinunciare a qualcosa a favore di chi ha un decimo, un centesimo di noi (il Pil pro capite dei paesi più poveri è una frazione infinitesimale del nostro). Si potrebbe ricordare che un europeo consuma anche dieci volte tanto le risorse del pianeta rispetto a un africano. Insomma, qualche sacrificio sarebbe doveroso, se volessimo accettare le nostre responsabilità di essere umani.
Ma restiamo ai dati dell’accoglienza: nello stesso 2017 l’evasione fiscale in Italia è stata quantificata in 111 miliardi. Venti volte quanto ci costa l’accoglienza. Insomma, se mancano i soldi per scuole, ospedali, assistenza sociale, sanità, infrastrutture non è colpa degli immigrati. Se volessimo essere onesti intellettualmente, dovremmo puntare il dito verso noi stessi.

Non è vero, come dice qualcuno, che dobbiamo chiudere le porte in faccia agli immigrati perché portano il crimine nel nostro Paese. E lasciamo perdere banalissime – ma doverose – considerazioni. Una per tutte: gli italiani non sono stinchi di santi. Siamo stati e siamo tra i maggiori esportatori al mondo di criminalità. Le nostre mafie hanno messo radici ovunque: America, Francia, Germania, soltanto per citare alcuni esempi. Ma atteniamoci ai numeri: nel 2016 i reati in Italia sono calati, proprio quando l’immigrazione aumentava. E’ vero che la micro-criminalità arruola manovalanza tra i disperati, quindi spesso tra i migranti. Ma, se vogliamo ancora essere onesti con noi stessi, crediamo davvero che il problema per la nostra sicurezza siano soltanto i piccoli criminali da strada?
No, la nostra sicurezza è minacciata prima di tutto dalle grandi mafie made in Italy. Che arruolano gli immigrati e li riforniscono di droga, che uccidono, corrompono, impoveriscono intere regioni del Sud, minano la salute dell’economia del Nord, si infiltrano nella politica e nell’impresa, e si mangiano ogni anno più di cento miliardi di euro. Mafia, ‘Ndrangheta, Camorra e Sacra Corona Unita sono mali di cui sono responsabili criminali italiani.
E che dire della corruzione? Ci costa oltre cento miliardi l’anno, di nuovo venti volte quanto dobbiamo investire per accogliere i migranti.  

Non è vero neanche che la piaga della disoccupazione che colpisce i giovani italiani dipenda dagli immigrati. Chi arriva fa spesso lavori che noi non accettiamo più. Non solo, come ha scritto Vladimiro Polchi su Repubblica, i contributi pagati dagli immigrati sostengono il nostro sistema previdenziale. Per non dire che decine di migliaia di stranieri tornano nei loro paesi senza prendere la pensione in Italia (quindi regalandoci miliardi di euro).

E’ vero, gli immigrati pongono dei problemi. C’è chi ci specula (ma anche tantissimi che lavorano onestamente per assistere chi soffre). E’ vero, ci costa del denaro, ma cerchiamo di essere davvero onesti: per secoli (dall’epoca delle Repubbliche Marinare al Fascismo) abbiamo depredato i paesi da cui provengono i migranti. Forse questo ci imporrebbe un dovere morale nei loro confronti. Ma se pure crediamo di non aver alcun debito nei confronti del nostro passato, guardiamo al presente: ci sono multinazionali italiane ed europee che oggi sono accusate di pagare mazzette miliardarie per sfruttare materie prime nei paesi poveri. Ci sembra giusto? Noi, se le accuse fossero confermate, diamo soldi ai governanti corrotti sottraendo ricchezze agli africani e poi facciamo le anime candide quando gli immigrati ci chiedono uno sforzo per assisterli?   

A sentire questa campagna elettorale, pare che tutte le colpe del nostro disagio siano degli immigrati. E se, invece, il grande male dell’Italia fosse un altro: l’ipocrisia. La finzione, la falsità. Puntiamo – i partiti, ma anche noi cittadini – il dito altrove, contro dei poveracci indifesi e senza voce, per non affrontare i nostri mali: corruzione, mafie, evasione. Mancanza di senso civile.
Essere un popolo, essere italiani (come si sente dire tanto spesso in tv), significa prima di tutto questo: sapere chi siamo e affrontare le nostre responsabilità. Lo facciamo davvero?

contro l’egocentrismo personale e collettivo

‘pensa agli altri’

Mentre prepari la tua colazione, pensa agli altri,
non dimenticare il cibo delle colombe.

Mentre fai le tue guerre, pensa agli altri,
non dimenticare coloro che chiedono la pace.

Mentre paghi la bolletta dell’acqua, pensa agli altri,
coloro che mungono le nuvole.

Mentre stai per tornare a casa, casa tua, pensa agli altri,
non dimenticare i popoli delle tende.

Mentre dormi contando i pianeti , pensa agli altri,
coloro che non trovano un posto dove dormire.

Mentre liberi te stesso con le metafore, pensa agli altri,
coloro che hanno perso il diritto di esprimersi.

Mentre pensi agli altri, quelli lontani, pensa a te stesso,
e dì: magari fossi una candela in mezzo al buio.

Mahmoud Darwish

via i clochard dalla nostra vista?

il «desiderio» di non vedere i clochard

la visibilità di poveri e senzatetto è un problema

 

l’ansia di decoro che è lato oscuro 


“c’è sempre dentro di noi un desiderio di ‘non’ vedere queste persone. Di non dover vedere quanto la malattia, l’alcol, la solitudine possano, e fino a che punto, devastare un uomo. Bisogna essere davvero molto distratti per non essere anche fuggevolmente feriti e interrogati da questa miseria, quando la incroci. C’è però chi questa domanda la rimuove, infastidito. Non vorrebbe vedere. Che li chiudano in ostelli, i clochard, che li nascondano, ma che non si mostrino a noi, cittadini ‘normali’ “

Caro Avvenire,
la visibilità di poveri e senzatetto è un problema. Di certo a nessuno piace vedere persone in precarie condizioni igieniche sedute sui marciapiedi ad elemosinare o, peggio, dormire per strada avvolte in stracci e coperte, tra cartoni e masserizie. Persone così non solo non vorremmo vederle, vorremmo che proprio non esistessero: comunque la si pensi, costituiscono una silenziosa, ma eloquente e sanguinante, ferita aperta che interroga e inquieta la coscienza, denuncia la nostra società e il nostro modello di sviluppo, ferisce la dignità umana e il decoro cittadino. No, persone in tali condizioni non devono proprio esserci: se sono reali indigenti vanno assolutamente aiutate perché non è accettabile, almeno nelle nostre città, una simile forbice tra la loro miseria e il nostro benessere; se invece si tratta di un disgustoso racket deve essere assolutamente bloccato e perseguito; se infine sono impostori vanno denunciati. E così il problema si risolve, semplice, no? Purtroppo no, semplice per nulla, come ben sanno tutti coloro che operano nel sociale e nel volontariato. Certamente dobbiamo dare tutto il possibile sostegno alle strutture della solidarietà e dell’assistenza sociale. Ma loro, i poveri stessi, i barboni… lasciarli lì, per le strade, o allontanarli, renderli meno visibili, inquietanti e, per qualcuno, anche meno fastidiosi. Non nego che anche io preferirei non vederli: faccio parte di coloro che, al solo pensiero dell’ingiustizia sociale, si sente terribilmente in colpa. Sì, queste persone preferirei proprio non vederle: magari col tempo finirei per dimenticarmene e forse potrei anche convincermi che non esistano più. Problema risolto. Ecco: proprio per questo è bene che i ‘poveri’, dato che esistono, restino visibili e continuino a turbarci. Per evitarci di dimenticare che miseria e abbandono sono laceranti, brutti, degradanti. Quanta poesia si è fatta sulla dignità della povertà. Non è così: la miseria è sporca, disgusta. Solo avendo un contatto diretto con i poveri, solo incrociandone lo sguardo, solo passando con la nostra scarpa vicino alla testa di un clochard buttato a terra o sentendone l’odore spesso sgradevole possiamo renderci conto del carico di dolore e di solitudine che porta con sé. Ed è ancora poco, molto poco, ma è almeno qualcosa. I poveri però sono parecchi, alcuni più e altri meno visibili. Chi aiutare, come, quanto o cosa dare loro? Difficile scegliere. Molto più comodo sarebbe se a questi nostri concittadini provvedessero le istituzioni, togliendoci così dall’imbarazzo. Si potrebbe fare un’offerta o devolvere parte delle tasse, una volta per tutte. Vero: vero però anche che questo sistema di delega ci renderebbe più cinici, più duri, più indifferenti, nella presunzione che ‘a far la carità’ ci pensa già qualcun altro: alla chiusura dei borsellini seguirebbe ben presto anche quella della mente e del cuore. No, non ci farebbe bene. La storia ce lo insegna. Il primo passo per negare un problema è nasconderlo. Ci sono stati (e ci sono ancora) regimi in cui semplicemente essere zingari, ebrei od omosessuali era un problema. Non dimentichiamoci di come è finita, perché il meccanismo mentale potrebbe ripetersi. Adesso tocca ai poveri? Non illudiamoci di poter espungere tutta la sofferenza dal nostro orizzonte quotidiano, non è possibile e non ci renderebbe nemmeno più felici.

Marina Del Fabbro
presidente Sezione Uciim di Trieste (Associazione professionale cattolica di insegnanti, dirigenti e formatori)

Mi è capitato qualche volta di passare per il centro di Milano attorno alle nove di sera, quando anche gli ultimi grandi magazzini stanno chiudendo. A quell’ora sotto i portici di VittorioEmanuele e nelle gallerie limitrofe si assiste all’insediamento dei clochard: soli, o a gruppi, o con un loro inseparabile cane, si sistemano per la notte. Sono probabilmente quelli che non accettano alcun tetto sulla testa, nemmeno quello di un ostello, per una notte. E mi viene in mente uno psicologo che studiava il comportamento di queste persone, che mi spiegò come per alcuni di loro il ricordo della vita in una casa sia così intollerabile, che non accettano più mura intorno a sé. I clochard di Vittorio Emanuele arrivano con sacchi a pelo e cartoni, si piazzano davanti alle vetrine scintillanti. In queste notti rigide ti domandi come facciano ad arrivare al mattino. So che ci sono volontari che passano con bevande calde, e coperte. Milano è ancora una città umana con questa gente. Ce ne sono altre dove si mettono sbarre di ferro sulle panchine, perché i barboni non si possano sdraiare, o si progetta di cacciarli. Perché ha ragione la signora Del Fabbro: c’è sempre dentro di noi un desiderio di ‘non’ vedere queste persone. Di non dover vedere quanto la malattia, l’alcol, la solitudine possano, e fino a che punto, devastare un uomo. Bisogna essere davvero molto distratti per non essere anche fuggevolmente feriti e interrogati da questa miseria, quando la incroci. C’è però chi questa domanda la rimuove, infastidito. Non vorrebbe vedere. Che li chiudano in ostelli, i clochard, che li nascondano, ma che non si mostrino a noi, cittadini ‘normali’. È un non voler vedere che riecheggia quello di chi vorrebbe togliere le prostitute dalle strade per spostarle in ‘case chiuse’, riempiendole di prostitute ragazzine ‘importate’ dall’Africa per il nostro ‘mercato’. C’è chi non vorrebbe vedere niente di quello che è sporco, penoso, miserabile. Ma se i nostri occhi potessero arrivare alle periferie delle grandi città del Terzo mondo, quanti di questi poveri incontreremmo, realtà ineludibile e tragica di quelle latitudini. Tanti miserabili, che sarebbe impossibile nasconderli. Forse da noi, dove sono relativamente ancora pochi, stonano con le nostre belle vie, i negozi costosi, i vestiti eleganti? Quell’ansia di renderli non visibili per ‘decoro’ mi fa pensare a una censura perbenista, e a un volere ignorare fino a che punto può arrivare il lato oscuro degli uomini. Forse perché temiamo troppo quell’angolo di oscurità, che è nel fondo di ciascuno di noi.

Marina Corradi da Avvenire

il commento al vangelo della domenica

 GESÙ, TENTATO DA SATANA, È SERVITO DAGLI ANGELI

commento al vangelo della prima domenica di quaresima (18 febbraio 2018) di p. Maggi:

Mc 1, 12-15

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

Il vangelo di Marco nel primo capitolo dal versetto 14 presenta l’inizio dell’attività di Gesù. Vediamo, sono due versetti, ma molto ricchi ed efficaci. Scrive l’evangelista Dopo che Giovanni, è Giovanni Battista, fu arrestato, perché fu arrestato Giovanni Battista? Nel capitolo sesto poi Marco racconterà il perché Giovanni il Battista che denunciava il re che s’era preso per moglie la sposa legittima di suo fratello, ma c’è un’altra versione che non contrasta, ma anzi la completa, e la troviamo nelle Antichità Giudaiche di Giuseppe Flavio ed è molto molto interessante, ci fa comprendere il motivo, il perché dell’uccisione di Giovanni Battista. Scrive Giuseppe Flavio che “Quando altri si affollavano attorno a lui perché con i suoi sermoni erano giunti al più alto grado”, quindi l’annuncio di Giovanni Battista ha raggiunto tutti i gradi della società, “Erode si allarmò”. Giovanni ha annunciato un messaggio di cambiamento, e chi detiene il potere non desidera cambiare, è la gente che vuole cambiare, ma i potenti no, perché? “Un’eloquenza che sugli uomini aveva effetti così grandi poteva portare a qualche forma di sedizione perché pareva che volessero essere guidati da Giovanni in qualunque cosa facessero”. Ed ecco il motivo che ci dice Giuseppe Flavio “Erode perciò decise che sarebbe stato molto meglio colpire in anticipo e liberarsi di lui prima che la sua attività portasse a una sollevazione, piuttosto che aspettare uno sconvolgimento e trovarsi in una situazione così difficile da pentirsene”. Quindi secondo Giuseppe Flavio Giovanni Battista è stato assassinato da Erode, il che non esclude anche la motivazione di Marco, perché la sua popolarità portava a un cambiamento nella società, e quindi Erode questo qui non lo voleva. Ma l’evangelista ci denuncia la stupidità del potere: ogni qual volta nella storia i potenti soffocano o eliminano una voce di denuncia, ebbene Dio ne suscita una ancora più grande. E quindi messa a tacere la voce di Giovanni Battista ecco che inizia la voce di Gesù molto, molto più potente. Allora Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea. Gesù si trovava in Giudea per il battesimo, ma questa regione tanto santa dove c’era Gerusalemme, la capitale con la casa di Dio nel tempio, tanto santa quanto pericolosa e assassina, è un luogo a rischio per Gesù, per cui Gesù va al nord in questa regione di cafoni, di bifolchi, la Galilea, e lì inizia la sua attività. Si recherà poi in Giudea soltanto alla fine per scontrarsi con l’istituzione sacerdotale e religiosa a Gerusalemme e lì essere ammazzato. Quindi Gesù andò nella Galilea proclamando il vangelo di Dio. Il termine vangelo, un termine greco che significa la buona notizia, sembra essere stato coniato in questo caso dall’evangelista per indicare il messaggio di Gesù. L’evangelista ha iniziato il suo libro, il suo racconto scrivendo “Inizio del vangelo”, cioè inizio della buona notizia, “di Gesù Cristo, figlio di Dio”. Qui l’evangelista scrive proclamando il vangelo di Dio. Prima ha detto il vangelo di Gesù Cristo, ora il vangelo di Dio, con questa maniera l’evangelista vuole identificare Gesù e Dio. Non si possono separare l’uno dall’altro: Dio si esprime, si manifesta nel suo figlio, in Gesù, e qual è questa buona notizia? La scopriremo lungo tutto il vangelo. È un Dio che non è buono, è esclusivamente buono e soprattutto, e questo sarà il motivo di contrasto con i discepoli, con la famiglia e con la popolazione, con l’autorità un amore universale, un amore che non si limita a un popolo prediletto, privilegiato, ma un amore che non riconosce quei confini che le nazioni, le religioni, le morali mettono. Quindi Gesù inizia proclamando questa buona notizia e diceva: “il tempo è compiuto”, il tempo dell’alleanza tra Dio e il suo popolo che non aveva dato purtroppo frutti perché Israele era diventata una nazione come tutte le altre, come le nazioni pagane con l’aggravante che l’ingiustizia si perpetrava in nome di Dio. Allora Gesù dice il tempo è caduto cioè è compiuto, è scaduto, e il regno di Dio è vicino, che cos’è questo “il regno di Dio”? Dio non voleva la monarchia per il suo popolo e dopo l’esperienza drammatica della monarchia con un re peggio degli altri e la monarchia si era praticamente dissolta nel popolo era arrivata l’attesa di un regno dove fosse Dio colui che governava. Ebbene questo è l’annuncio di Gesù: il regno di Dio è vicino. Ma come governa Dio? Dio non governa emanando leggi che i suoi sudditi devono osservare, ma Dio governa comunicando il suo spirito, la sua stessa capacità d’amore, l’accoglienza di questo amore. Il regno di Dio nel vangelo è una società alternativa, dove anziché accumulare per sé si condivide per gli altri, dove anziché comandare ci si mette al servizio. È vicino, perché non è arrivato? Perché per arrivare non scende dall’alto, c’è bisogno di un cambiamento, di una collaborazione da parte degli uomini. Ecco perché dice convertitevi e l’evangelista usa il verbo che non indica una conversione religiosa o ritorno a Dio. Con Gesù non c’è da ritornare a Dio, perché Dio è qui, ma c’è da accoglierlo e con lui e come lui andare verso gli altri. Allora adopera il verbo che indica un cambiamento di mentalità che incide profondamente nel comportamento, quindi cambiate vita, cambiate vita, convertitevi e credete nella buona notizia. Ecco questa è l’immagine di speranza, è l’immagine di certezza, credete che si può realizzare una società alternativa, credetelo fino in fondo perché questa è la buona notizia e la buona notizia è la risposta di Dio al desiderio di pienezza di vita che ogni persona si porta dentro.

l’ecologia di Boff nel messaggio quaresimale di papa Francesco

Boff finalmente “riabilitato” da papa Francesco

il messaggio di quaresima evoca suoi concetti

 

“Il Creato è testimone silenzioso di questo raffreddamento della carità: la terra è avvelenata da rifiuti gettati per incuria e interesse; i mari, anch’essi inquinati, devono purtroppo ricoprire i resti di tanti naufraghi delle migrazioni forzate; i cieli – che nel disegno di Dio cantano la sua gloria – sono solcati da macchine che fanno piovere strumenti di morte”.

Questo raffreddamento della carità, sul quale Papa Francesco si sofferma nel corso del Messaggio per la Quaresima 2018, e che, denuncia, investe ogni angolo del Creato, a cominciare dall’ambiente in cui viviamo, è uno dei temi centrali affrontati dal teologo brasiliano Leonardo Boff nel suo “La Terra è nelle nostre mani”, edito lo scorso ottobre da Edizioni Terra Santa.

Considerato uno dei padri della Teologia della Liberazione, Boff fu condannato 30 anni fa dalla Congregazione della Dottrina della Fede, allora guidata dal cardinale Joseph Ratzinger. Ma pur avendo lasciato dopo quel brutto processo sacerdozio e saio francescano, ha continuato nella sua preziosa elaborazione teologica e così ricollegandosi all’enciclica di Papa Francesco “Laudato si’” del 2015, che già in alcune pagine è chiaramente ispirata al suo pensiero, si interroga: “Quando smetteranno di salire i livelli di erosione della biodiversità, dalla quale dipendiamo perché ci sia garantito il nostro futuro? Nessuno, neanche uno tra gli esperti dei grandi centri che si occupano sistematicamente dello stato della Terra, osa pronunciarsi con assoluta certezza. Siamo come in volo, ma con visibilità nulla, sperando di non finire schiantati contro una montagna”. Tuttavia il grido di dolore del teologo brasiliano non è senza speranza, anzi trae conforto dalle parole stesse del Santo Padre che, pur cosciente dei rischi che la Terra e l’umanità stanno correndo, confida nel Dio Creatore ‘Signore, amante della vita’ e negli esseri umani, nella loro intelligenza e saggezza.

Il Papa nel Messaggio quaresimale indica in preghiera, elemosina e digiuno il rimedio che la Quaresima ci offre per liberare il nostro cuore e riaccendere il calore dell’amore verso Dio e verso i fratelli liberandoci dalla menzogna, dall’avidità e dalla nostra stessa violenza. Leonardo Boff nel suo testo si ferma a riflettere sulla duplice giustizia-ingiustizia, sociale ed ecologica, che ha messo a rischio la qualità della vita umana e sottoposto a una profondissima tensione sia il sistema-vita che il sistema-Terra e scrive: “in che direzione stiamo andando con questo tipo di strategia? Diffi-cilmente ci condurrà al Monte delle Beatitudini. Il rischio di arrivare sull’orlo di un abisso senza possibilità di tornare indietro è enorme”.

Ma c’è speranza, o meglio, abbiamo ancora possibilità di salvarci. Scrive Boff: “Si prende sul serio il grave avvertimento con cui si apre la Carta della Terra: «Ci troviamo ad una svolta critica nella storia del Pianeta, in un momento in cui l’umanità deve scegliere il suo futuro… La scelta sta a noi: o creiamo un’alleanza globale per proteggere la Terra e occuparci gli uni degli altri, oppure ri-schiamo la distruzione, la nostra e quella della diversità della vita». Come è facile dedurre, la si-tuazione è preoccupante e richiede la collaborazione di ognuno nella costruzione di un’Arca di Noè che possa salvarci tutti. Come abbiamo già detto, se il rischio è grande, maggiore dovrà essere la possibilità di salvezza, perché il senso prevale sull’assurdo e la vita avrà sempre l’ultima parola. È con questo spirito di urgenza che sono state elaborate le seguenti riflessioni, nella fiducia incrolla-bile che abbiamo ancora un futuro e che la Madre Terra potrà continuare generosamente ad ac-coglierci”.

Leonardo Boff (1938) si è sempre schierato dalla parte degli ultimi, nella convinzione che la povertà non sia uno stato naturale. Docente, scrittore e con-ferenziere, è autore di molti libri, in cui traspare anche il suo pensiero “ecologista” a favore di un’idea di sviluppo incentrata sulla convinzione che la Terra è un organismo vivente di cui l’uomo è parte integrante. Di fronte alle sfide del pianeta, l’avvento al soglio pontificio di Papa Francesco ha costituito per lui un segnale di grande speranza.

nella foto: Leonardo Boff con l’ex presidente del Brasile Dilma Rousseff

da: farodiroma.it

se la chiesa percorre un’altra strada rispetto a quella di Gesù

incontrare Cristo

Gesù incarnandosi scende nell’abisso, la Chiesa-istituzione tende a chiudersi nell’Iperuranio.

Noi, invece, vogliamo incontrare Cristo, siamo stanchi di ascoltare parole vuote, di maniera, patinate.

Allora usciamo e percorriamo strade a caso ma rigorosamente senza negozi, bancomat, dove non si svolgono passeggiate ostentate e non si scambiano sguardi di tipo economico.
Incontriamo Cristo che ci chiede una coperta per ripararsi dal freddo. Ha gli occhi bassi, persi nel vuoto, mentre ci racconta la sua disperazione di escluso, senza possibilità. Allontanato, identificato, colpevole di non essere annegato e di chiamare Dio con un altro nome.
Incontriamo Cristo all’alba, a nord della città, in fila per la distribuzione degli indumenti; lo incontriamo a pranzo, a sud della città, per la distribuzione del pasto; lo incontriamo, nel pomeriggio, a est della città, per le pratiche dei documenti; lo incontriamo, la sera, ad ovest della città, nel dormitorio.
Incontriamo Cristo con due enormi buste di plastica piene di oggetti illegali. Nel Paese dell’impunità per mafiosi e corrotti, viene fermato alla quattordicesima ora di itineranza commerciale. Reati contestati: pellegrinaggio non autorizzato e concorrenza sleale alle multinazionali.
Poi incontriamo un uomo. È disteso in terra, sanguina. Qualcuno, coperto dalla bandiera della nostra civiltà, gli ha sparato. Un ragazzo, tra le persone sopraggiunte, chiede: “Conoscete il suo nome?”. Noi, con gli occhi bassi, raccontando la sua disperazione di escluso, senza possibilità, rispondiamo: “Si chiama Cristo”.
Sfiniti, entriamo in Chiesa per riprendere fiato, per trovare un po’ di pace e un po’ di senso. Vogliamo ascoltare la Parola di Dio, quella cioè rivolta agli orfani e alle vedove ed unirci a Colui che ha dato la vita perché agli ultimi fosse restituita..

pubblicato da Altranarrazione

il senso vero della quaresima

la quaresima di Isaia

A carnevale dovremmo travestirci da poveri e mangiare in una mensa per comprendere l’alienazione del gusto e l’assenza di relazione: pancia (quasi) piena e cuore vuoto. Poi dovremmo travestirci da migrante, frequentare un luogo pubblico per ascoltare lo squallore del borghese medio: “non sono razzista, ma” e comprendere così gli effetti di una delle patologie rimaste ancora senza vaccino: la costruzione del nemico. Poi dovremmo travestirci da disoccupati o da precari ed ascoltare gli oligarchi, i loro servi, ed i garantiti spiegare che  se non hai lavoro non puoi pretendere di sopravvivere con un reddito di dignità.

Ma poi inizia la quaresima e diventiamo tutti penitenti sostituendo l’hamburger con la spigola oppure rinunciando davvero ad un pasto con quel crampetto allo stomaco che ci fa sentire così associati alla passione di Cristo. Partecipiamo pure tra uno sbadiglio e l’altro alla lectio divina organizzata nei giorni lasciati liberi dalla Champions League.
Intanto tutto il resto rimane inalterato: affari, sfruttamento, inquinamento e la solitudine di Cristo nel combattimento con il mistero dell’iniquità.

 le indicazioni per la quaresima si trovano in Isaia 58, 3-12:

“Ecco, nel giorno del vostro digiuno curate i vostri affari, angariate tutti i vostri operai. Ecco, voi digiunate fra litigi e alterchi e colpendo con pugni iniqui. Non digiunate più come fate oggi, così da fare udire in alto il vostro chiasso. È forse come questo il digiuno che bramo, il giorno in cui l’uomo si mortifica? Piegare come un giunco il proprio capo, usare sacco e cenere per letto, forse questo vorresti chiamare digiuno e giorno gradito al Signore? Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo? Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza distogliere gli occhi da quelli della tua carne? Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto. Davanti a te camminerà la tua giustizia, la gloria del Signore ti seguirà. Allora lo invocherai e il Signore ti risponderà; implorerai aiuto ed egli dirà: «Eccomi!».

Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se offrirai il pane all’affamato, se sazierai chi è digiuno, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio. Ti guiderà sempre il Signore, ti sazierà in terreni aridi, rinvigorirà le tue ossa; sarai come un giardino irrigato e come una sorgente le cui acque non inaridiscono. La tua gente riedificherà le antiche rovine, ricostruirai le fondamenta di epoche lontane. Ti chiameranno riparatore di brecce, restauratore di case in rovina per abitarvi”.

pubblicato da altranarrazione

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