c’è da sperare che il delirio delle armi non arrivi anche da noi …

fucili e corone di pallottole

quando il culto delle armi arriva in chiesa

gli adepti della setta del reverendo Moon considerano le armi un diritto dato da Dio per tutelare il genere umano

Armi in chiesa

armi in chiesa

La vergogna di un paese di un c’è un culto perfino religioso delle armi: così molti fedeli si sono presentati in chiesa con l’Ar-15, il fucile semiautomatico prodotto dalla compagnia statunitense Armalite e usata da Nikolas Cruz per compiere la strage nel liceo di Parkland.
Ma il fucile è considerato anche il simbolo della “verga di ferro” citata nel Libro dell’Apocalisse, secondo l’Associazione Spirituale per l’Unificazione del Mondo Cristiano (o Chiesa dell’unificazione, come è più nota a livello mondiale).
Per questo motivo i fedeli di questo credo (fondato dal reverendo coreano Sun Myung Moon, morto nel 2012) sono stati incoraggiati a portalo con sé nella cerimonia di rinnovo dei voti nuziali che ha avuto luogo mercoledì a Newfoundland, in Pennsylvania. Sposi e spose si sono presentati in massa: reggevano gli AR-15 e il capo di molti di loro era circondato da una corona metallica, in alcuni casi una corona fatta di pallottole.
Le armi erano scariche: un addetto alla porta le ha controllate tutte scrupolosamente. Uno dei vertici dell’Associazione ha puntualizzato alla stampa americana che si trattava di benedire le coppie e non «gli oggetti inanimati» considerandoli tuttavia dei semplici «corredi religiosi». Ma ovviamente non è v

contro una ‘lettura estetico-intimistica’ del vangelo

vangelo e politica

Il vangelo è un testo specificatamente politico. Intendendo con tale termine: l’atto di scegliere, di schierarsi affinché le problematiche della convivenza vengano decise secondo giustizia. Di sicuro invece il Vangelo non prevede tifo calcistico per un partito o peggio ancora l’appoggio per garantirsi dei privilegi anche quando il partito stesso si definisce cristiano/cattolico (e soprattutto quando profana, con le sue scelte scellerate, la croce inserita nel simbolo). Seguire Cristo ha poco a che fare anche con certi racconti bucolici che ci vengono propinati: fiorellini, tramonti e gite in montagne varie. Seguire Cristo è essenzialmente un’opzione. Significa camminare dove ha camminato Lui: negli stessi abissi e nelle stesse sofferenze. Significa morire come lui: senza applausi e consensi ma da reietti. I borghesi hanno l’idolo della legalità, i cristiani seguono un condannato a morte per sovversione. Per i seguaci di Cristo la legge della carità viene prima di tutte le leggi dell’Impero. I seguaci di Cristo, come il buon samaritano, si fermano a soccorrere i disperati, ad ospitarli a proteggerli anche se l’Impero lo vieta. I seguaci di Cristo non fanno come Pilato ma distinguono ciò che è resistenza e ciò che è repressione. I seguaci di Cristo si schierano con gli oppressi e non con il manganello anche nel caso abbia il permesso dell’Impero. Seguendo il loro Maestro i cristiani credono che le leggi siano fatte per l’uomo e non l’uomo per le leggi(1) e che quando è necessario “bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini”(2). I seguaci di Cristo costituiscono un problema per mammona (il potere) perché scelgono di contrapporsi e non di allearsi. Chi non agisce così, invece, si domandi chi segue.

(1)“Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato!” (Vangelo di Marco 2,27)

(2) Atti degli Apostoli 5,29

 da ‘altranarrazione’

la parabola del ‘ricco Epulone’ letta oggi

il ricco garantito e il precario Lazzaro

C’era un ricco garantito, che vestiva in giacca e cravatta perché fa tanto manager e tutti i giorni sfruttava lautamente. Un precario, di nome Lazzaro, attendeva alla sua porta, coperto di CV e di contratti a termine, bramoso di trovare un impiego dignitoso e quindi stabile. Arrivato finalmente il suo turno, venne introdotto in uno dei tanti ed ambiti templi del capitalismo. Il ricco garantito era oberato ma dimostrò, immediatamente, le sue qualità di problem solver, decidendo di riparare, senza ritardi, un bottone che ciondolava dalla sua giacca. Però, nell’ottica di valorizzazione delle risorse, l’intervento materiale con ago e filo venne affidato alla c.d. segretaria. Il ricco garantito si prese a cuore il bisogno del precario Lazzaro proponendo un contratto mensile (invece che di 15 giorni), per un totale di 3 ore settimanali (invece che di 2). Prima di congedarlo riempì Lazzaro di complimenti per il suo adattamento alle esigenze del mercato. Gli parlò abbondantemente della sua contrarietà al riconoscimento di un reddito di dignità per precari e disoccupati, sottolineando: «Carissimo, per garantire plusvalenze e profitti ci serve gente all’occorrenza e non oltre, e pure a basso costo. Il Sistema funziona  così. Ci dobbiamo adeguare”. Un giorno, il povero Lazzaro, proprio durante un colloquio di lavoro si accasciò a terra e morì. Fu portato dagli angeli davanti a Gesù che, dopo averlo fissato negli occhi, lo abbracciò. Morì anche il ricco garantito, nonostante le costosissime cure e l’assistenza all’avanguardia. Fu sepolto insieme alla vanità delle sue opere.  Fu portato dagli angeli davanti a Gesù e il ricco garantito, stupito disse: «Ci conosciamo? Ho l’impressione di averti già visto!». «Sì sono venuto molte volte nel tuo ufficio per i colloqui di lavoro», gli rispose Gesù.

I ricchi garantiti recitano sul palcoscenico della storia come se non conoscessero il finale. L’ultimo giorno, però, sarà il giorno degli oppressi. Il giorno della vittoria senza tempo.

vangelo di Luca

16, 19-31

C’era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando nell’inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura. Ma Abramo rispose: Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi non possono, né di costì si può attraversare fino a noi. E quegli replicò: Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento. Ma Abramo rispose: Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro. E lui: No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvedranno. Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi».

 da ‘altranarrazione’

solo i poveri ci salveranno …

i poveri

luogo di guarigione

Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.  (Vangelo di Matteo 25, 37-40)

Chi disprezza i poveri o è semplicemente indifferente ha una conoscenza distorta di Cristo. Nonostante tutti gli sforzi ascetici, le elucubrazioni dottrinarie, i ministeri esercitati, il consenso della comunità chi evita i poveri evita Dio. Alcune cose di se stesso Dio ha deciso di rivelarle solo attraverso di loro. È la sua scelta di abbassamento, di capovolgimento che meraviglia i piccoli e infastidisce gli ipocriti (quelli che recitano un ruolo diverso dal proprio essere). I poveri non sono solo un luogo teologico accanto alla Parola e all’Eucaristia ma sono anche un luogo di guarigione specifica.

Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo? Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza distogliere gli occhi da quelli della tua carne? Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto. (Isaia 58, 6-8)

Solo la relazione con i poveri può spezzare la catena dell’egoismo consentendoci l’esodo dall’autoreferenzialità che ci deforma all’alterità che ci fa scoprire la dignità della figliolanza. Ai poveri è stata consegnata la ricetta per curare la nostra ferita esistenziale. Sono i medici a cui dobbiamo rivolgerci per disintossicarci dagli idoli e per la profilassi contro l’infezione della indifferenza. Andiamo da loro per essere aiutati. Sono la nostra ultima speranza. Nella compassione ritroviamo l’immagine di Dio e constatiamo la brutalità delle seduzioni del mondo. I poveri portano sulle spalle il peccato sociale per questo Gesù si identifica con loro, sono i suoi fratelli più intimi perché i più simili a Lui.

Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se offrirai il pane all’affamato, se sazierai chi è digiuno, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio. Ti guiderà sempre il Signore, ti sazierà in terreni aridi, rinvigorirà le tue ossa; sarai come un giardino irrigato e come una sorgente le cui acque non inaridiscono. La tua gente riedificherà le antiche rovine, ricostruirai le fondamenta di epoche lontane. Ti chiameranno riparatore di brecce, restauratore di case in rovina per abitarvi. (Isaia 58, 9-12)

L’incontro con i poveri rischiara le nostre tenebre interiori, ci apre nuove prospettive, ci porta fuori dalle camere asettiche in cui ci nascondiamo inutilmente per conservarci. I poveri ci chiamano anche quando non parlano o non li vediamo. Sono l’eterno appello alla nostra autenticità. Ci spingono nel profondo, ci costringono a deporre le maschere e ad avvertire le nostre viscere. Le analisi, i sistemi, e tutte le retoriche devono lasciare spazio all’assurdità della sofferenza.

 da ‘altranarrazione’

contro gli ‘uomini-robot’

“siamo incapaci di giudizio critico, diamo credibilità in base alla simpatia”

 

Non siamo più capaci di immaginare il cambiamento. Ci sta bene il copione che ci hanno consegnato. Recitiamo qualsiasi parte e qualsiasi ruolo. In cambio chiediamo solo divertimento, cioè distrazione dall’impegno della parte e del ruolo. Non creiamo problemi, siamo perfetti esecutori materiali. Per questo possono sostituirci tranquillamente con i robot che non sporcano e non vanno in ferie. Se non disturbiamo il loro sfruttamento, la devastazione del pianeta, il commercio delle armi in cambio avremo partite in Tv, la sagra della salsiccia e qualche giorno al mare. Infatti tutti in piazza se ostacolano la movida, tutti in poltrona (o al massimo sul balcone) se delocalizzano o inventano nemici e quindi guerre. Comprano con poco e senza sforzo la rinuncia definitiva alla nostra umanità e così rimossa ogni personale aspirazione ci rendono loro complici. Siamo incapaci di giudizio critico, diamo credibilità in base alla simpatia. Ma il potere sta imparando ed infatti propone, secondo il loro squallido gergo, facce non divisive. Apparentemente innocue e quindi pericolosissime perché in grado di smorzare gli ultimi rimasugli di indignazione. Stanno ottenendo vittorie strepitose: controllano serenamente milioni di precari e disoccupati con gli aumenti comici degli zero virgola, ci fanno votare in Italia ma le politiche le decidono in Germania e negando l’accesso al reddito riconoscono libertà meramente formali. Siamo liberi di muoverci, intraprendere, inventare ma senza soldi non possiamo muoverci, intraprendere né realizzare ciò che inventiamo. Sembrano diritti ed invece sono scatole vuote. È solo sensazione di libertà che annebbia la nostra analisi: smorza la rabbia e ci convince della personale incapacità. Ieri gli schiavi avevano catene, oggi è sufficiente convincerli di essere liberi perché possono divertirsi.

 da ‘altranarrazione’

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