l’Italia si inginocchia poco …

ci sono vite per cui nessuno s’inginocchia

Alberto Negri

Ci sono vite per cui nessuno si inginocchia. I migranti che affogano in mare, i palestinesi uccisi da Israele, i curdi massacrati da Erdogan. Eppure stanno sotto casa nostra. Ma non ci inginocchiamo neppure per Giulio Regeni, anzi vendiamo armi al dittatore egiziano Al Sisi che il nostro governo definisce persino un «alleato».

Una solenne stupidaggine, sottolineava ieri Tommaso Di Francesco su il manifesto, eppure questo premier non dovrebbe rischiare di apparire a cavallo ma con una doppia sella.
Qui parliamo di stragi, di diritti negati, di terra rubata, di vite senza futuro. Iyad Hallaq, giovane autistico palestinese, la scorsa settimana è stato ucciso a bruciapelo a Gerusalemme: per gli arabi è la «normalità», oltre 130, ci informa Nena News, sono stati uccisi così nel 2019. Nessuno dei responsabili è stato mai punito.
Il premier canadese Justin Trudeau, che si era platealmente inginocchiato in tv per George Floyd, ora spalanca gli occhioni stupito davanti a un video del marzo scorso in cui i “suoi” poliziotti riempiono di botte un leader delle proteste dei nativi americani. Ma dove pensa di vivere il bel Trudeau? La lista è lunga, l’ipocrisia dilagante. Non è il momento per parlare di palestinesi, curdi, migranti africani e nemmeno di Regeni: sui media questo va di moda adesso, quindi se apri la tv, improvvisamente, vedi qualcuno, magari un potente, che si inginocchia.
Mai che questi li ho visti dire una parola per i palestinesi o i curdi. Forse un giorno arriverà una fuggevole genuflessione. Abbiamo lo schiavismo davanti a noi e nessuno fa nulla: 53 morti tra donne e bambini nel peschereccio di migranti affondato il 4 giugno nelle acque tunisine. Nessuno che per loro si inginocchi né qui né negli Usa, che da decenni conducono guerre devastanti, mettono sanzioni, stritolano intere popolazioni e provocano milioni di morti e di profughi.
Non è certo un male inginocchiarsi per un’altra causa – tutto il mondo ci riguarda – a patto che non diventi una sorta di moda (quante ne abbiamo viste) o peggio ancora un alibi che ci impedisce di vedere e di fare qualcosa per quanto accade a casa nostra. Oggi vorrebbero vietare alle Ong di salvare la gente in mare: è urgente ma non se ne occupa nessuno.
Per i curdi del Rojava massacrati da Erdogan l’anno scorso ci fu una certa mobilitazione, a parole: proseguiamo a vendere armi alla Turchia, così come all’Egitto del generalei Al Sisi i cui sgherri hanno massacrato Regeni e che dopo quattro anni non ha neppure imbastito un processo. Manco siamo capaci di ottenere giustizia per un nostro studente torturato e ucciso e in tv facciamo pure quelli solidali con la causa afro-americana? Diffiderei della solidarietà di un popolo come il nostro.
Tutto questo mentre il premier israeliano Netanyahu ribadiva l’intenzione di annettere la Valle del Giordano, cioè di prendersi altra terra ai palestinesi. Che verranno ridotti a vivere in bantustan, territori frammentati non collegati tra loro e senza diritto di cittadinanza: si chiama apartheid e nessuno di quelli che si inginocchiano adesso dice mai una parola in proposito.
Per fortuna la coalizione Black Lives Matter se ne è accorta e nella sua piattaforma prende di mira l’aiuto militare Usa a Israele che sta «perpetrando un genocidio e un apartheid» ed esprime sostegno alla campagna Bds, (Boicottaggio, Sanzioni e Disinvestimento) verso lo stato responsabile dell’occupazione illegale della Palestina. Quelli che si inginocchiano in tv lo sanno, oppure hanno avuto notizia della fresca sentenza della Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo?
Dice che le campagne a favore del boicottaggio dell’economia israeliana non costituiscono una manifestazione di antisemitismo ma rientrano nel legittimo esercizio della libertà di espressione. In tanti fanno finta di niente. Come ci spiegava due giorni fa Michele Giorgio, la Germania, il paese europeo più potente, che vanta relazioni speciali con Israele e primo luglio assumerà la presidenza mensile del Consiglio di sicurezza Onu e quella semestrale Ue, farà di tutto per scongiurare sanzioni contro lo stato ebraico per l’annessione «a pezzi» della Cisgiordania.
E allora inginocchiamoci tutti contriti e solidali: anche nella lotta al razzismo il doppio standard è salvo.

a proposito della defenestrazione di E. Bianchi dalla comunità di Bose

dietro il “mistero” di Bose

di Alberto Melloni
in “la Repubblica” del 28 maggio 2020

Per la chiesa italiana e per l’ecumenismo quella uscita la sera del 26 maggio non è una notizia: è una bomba – contenuta in un atto che ordina a Enzo Bianchi, di “separarsi” dal monastero di Bose di cui è fondatore. Il decreto è ad oggi ignoto, così come gli atti della visita apostolica da cui discende, le denunce che l’hanno preceduta. Si conosce solo un comunicato apparso sul sito di Bose (ma scritto in vaticanese) che dice poco e pone domande inquietanti. Ne cito quattro.

I) Nella prassi della Santa Sede si caccia da una casa religiosa chi si è macchiato di delitti turpi sostenuti da accuse e prove che oggi nessuno può o vuole più coprire.  Enzo Bianchi viene invece punito con l’esilio da Bose senza alcuna accusa infamante. Gli si imputa invece di aver esercitato “l’autorità del fondatore” in modo nocivo al “clima fraterno”: un “reato di caratteraccio” – definizione di un cardinale romano – che viene punito con una pena capitale e l’ordine di trasferirsi entro il 1° giugno a Praglia o a Bardolino o a Chevetogne. Ammesso che il clima fraterno fosse il punto, era col parricidio che Roma pensava di alleviare le tensioni a Bose?

II) Il provvedimento notificato all’ex priore è contenuto in un “decreto singolare” firmato dal cardinale Parolin il 13 maggio e approvato personalmente dal Papa “in forma specifica”: dunque un atto amministrativo mediante il quale vengono presi provvedimenti che “per loro natura non suppongono una petizione fatta da qualcuno” (can. 48). Eppure lo stesso comunicato del monastero allude a “serie preoccupazioni pervenute da più parti alla Santa Sede” relative a una “situazione tesa e problematica” a Bose. È dunque stato un pezzo di quella che un saggio vescovo italiano chiama la “faida vaticana contro Francesco” aver saputo usare la litigiosità monastica, la Segreteria di Stato e il Papa stesso per togliere di mezzo – come fu per l’allontanamento di don Dario Viganò dalla congregazione delle comunicazioni o del comandante Domenico Giani dalla Gendarmeria – persone vicine al pontefice?

III) La “visita apostolica” compiuta a Bose nell’inverno era ovvio che avrebbe portato a galla problemi e incertezze. Ma chi l’ha invocata o permessa ha capito che sarebbe stata usata per risucchiare Bose nella ordinarietà degli ordini e castrarne l’identità ecumenica? E si è chiesto quando padre Cencini, uno dei tre visitatori, è tornato a Bose per portare la sentenza è venuto come “delegato Pontificio ad nutum Sanctae Sedis, con pieni poteri” e dunque con la forza del successore di Pietro, laddove bastava il vescovo di Biella?

IV) Del provvedimento contro Enzo Bianchi nessuno ha prevenuto l’episcopato italiano e nessuno si è sentito in dovere di informare né il patriarca ecumenico né il patriarca di Mosca né le chiese con cui Bose aveva legami fraterni: ai primi questo dice che “nessuno è al sicuro”, come racconta qualche vescovo, e ai secondi si è offerta la versione più manesca del primato papale. C’è qualcuno che ha dimenticato di dire al Papa che Bose fa parte della storia di tutta della chiesa italiana ed è stato l’unico antidoto allo spiritualismo svenevole dell’ecumenismo italiano, si ami o detesti il profilo pubblico del suo ex priore? Questa tragedia, che fa stappare champagne agli integristi, va dunque catalogata insieme alle operazioni ecclesiastiche più sofisticate e tragiche del Novecento: perché con un solo spiedo ( agnosco stylum romanae curiae) infilza l’anomalia di Bose, il priore, l’ex priore, il mancato priore, l’ecumenismo, la terza loggia vaticana, i vescovi italiani, un lembo della tonaca del Papa e – per finire con una tocco di crudeltà – propone a Enzo Bianchi di andare in esilio nel monastero di Chevetogne, da cui il fondatore dom Lambert Beauduin, venne esiliato dal 1931 al 1951… Qualunque cosa accada di questa vicenda dolorosa bisogna dire che se qualcuno l’ha pensata, l’ha pensata bene. E se non l’ha pensata vien da chiedersi come diavolo ha fatto a riuscirci.

preoccupante analfabetismo religioso in Italia

 

Un italiano su 4 (il 26,4%) è convinto che la Bibbia sia stata scritta da Mosè, mentre il 20,4% ritiene che l’autore sia stato Gesù. Il 51,2% non sa chi ha dettato i dieci comandamenti, mentre solo il 14,3% conosce il sesto (“Non commettere atti impuri”). Un’ignoranza specifica che si intreccia con un’ignoranza molto più ampia, quella che porta a non conoscere la religione di Primo Levi (nel 39% dei casi) o a non aver mai sentito parlare di Martin Lutero (si va dal 49,5% del nord-est al 66, 3% del sud Italia). Eppure, soltanto il 15% degli italiani si dichiara ateo o non credente, mentre il 55% è interessato all’insegnamento di altre religioni e il 63,2 dice di essere favorevole all’apertura di moschee o altri luogo di culto.
Dov’è finito dunque quel 79% di cattolici che dovrebbe conoscere l’abc del proprio credo? In quella sorta di limbo che monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, ha definito nel corso della presentazione “fede light”, cioè un “frutto amaro ma evidente di un sentimento religioso che poggia su tracce cristiane infantilistiche, anche nel linguaggio e nelle immagini

Salvo Coco

il virus dei populismi avvelena il cristianesimo

“Dio? In fondo a destra”

quando il “virus dei populismi” avvelena il cristianesimo

In libreria il volume, edito da Emi, del vaticanista Iacopo Scaramuzzi: una mappa di usi, abusi e strumentalizzazioni della religione e dei suoi simboli in Italia, Ungheria, Usa, Francia, Brasile da parte di leader politici sovranisti

Quel rosario brandito da Matteo Salvini nel maggio di un anno fa, con tanto di schiocco delle labbra sulla coroncina mentre giurava da “premier” su un palco a Milano, era stato il caso più emblematico. Il massimo esempio di un virus che, prima del Covid-19, aveva infettato l’Italia, la fede, la politica: la strumentalizzazione del cattolicesimo e dei suoi simboli, con usi e abusi di rosari, crocifissi e Madonne, da parte di politici di destra. Un fenomeno cresciuto in Italia, ma che trova focolai anche nell’Ungheria di Viktor Orbán, nella Francia di Marine Le Pen, come pure nella Russia di Vladimir Putin, nel Brasile di Jair Bolsonaro e negli Stati Uniti di Donald Trump.
Questa mappa, puntellata di posizioni ideologiche, velleità da ancien régime e dalla continua ricerca di un nemico da combattere – l’immigrato come il gay o la donna emancipata, oppure la modernità e il multiculuralismo – è ricostruita in un libro edito da Emi “Dio? In fondo a destra”, disponibile in versione cartacea ed ebook. Il titolo gustoso già preannuncia l’acume analitico e la buona dose di ironia che caratterizzano queste 142 pagine scritte da Iacopo Scaramuzzi, vaticanista tra i migliori sul campo dell’agenzia Askanews e firma di punta di Vatican Insider.
Nel volume – che ha la prefazione di Gad Lerner – Scaramuzzi indaga fino a entrare nel vivo della questione, toccandone nervi scoperti e non risparmiando nomi, cognomi, date, luoghi che rivelano un albero genealogico di ideologie e affinità intellettuali. Dal libro si scopre chi, quando, dove, come ha manipolato la religione, sventolando rosari o invocando la Vergine, quella di Fatima o di Medjugorje (poco importa purché gli algoritmi dei social network si impennino), al fine solo di guadagnare voti, potere e prestigio. E soprattutto per accaparrarsi la fiducia dell’ampio elettorato cattolico, tanto smarrito quanto nostalgico, offrendogli l’illusione di avere un “proprio” rappresentante al governo.
«Usare simboli religiosi e popolari – scrive il giornalista – è un segnale di fumo destinato a un elettorato smarrito dalla globalizzazione e dalla crisi economica, una rassicurazione a buon mercato a chi mal sopporta una società secolarizzata, multiculturale e liquida, a quanti per paura di perdere i privilegi conquistati nel secondo dopoguerra cercano un nemico, che sia un immigrato musulmano, una coppia omosessuale che vuole sposarsi o una donna che rivendica la propria autonomia, a coloro che, per timore del futuro, hanno nostalgia di un piccolo mondo antico, voglia di strapaese».
Il focus si concentra sulla situazione in Italia, in particolare su colui che fino a prima del “crollo” veniva osannato, perlopiù dai suoi seguaci – inclusi blog cattolici conservatori da sempre ostili al Pontefice regnante -, come uno dei più alti rappresentanti del Paese, Matteo Salvini. L’autore ricorda il consenso suscitato dal bacio al rosario in piazza Duomo: fu lo stesso leader del Carroccio a rimanerne per primo sorpreso, come affermeranno mesi dopo gli «esegeti del salvinismo». «Divorziato, indifferente, a essere eufemistici, delle cose di Chiesa, né praticante né granché interessato alle tematiche bioetiche e tantomeno devoto (ammetterà di non pregare neppure il tanto esposto rosario), il leader della Lega diventa di punto in bianco il campione della simbologia cattolica», sottolinea Scaramuzzi. E questo «non solo per intercettare i voti di qualche movimento cattolico conservatore in cerca d’autore; non tanto per rimarcare ancora una volta la sua distanza dalla Lega secessionista di Umberto Bossi che, negli anni ruggenti, si scagliava contro i “vescovoni”, parte integrante di “Roma ladrona”, e solo tardivamente recuperò una qualche cordialità con il Vaticano di Benedetto XVI», testimoniata dalle magliette esibite a Pontida.
Di Salvini si ricorda anche l’affidamento al “Cuore Immacolato di Maria” perché intercedesse per il successo elettorale del suo partito. Un richiamo alle apparizioni di Fatima del 1917, «storia che intreccia devozione popolare e mitologia politica», ovvero la Madonna patrona dell’anticomunismo, venerata per questo anche dai lefebvriani. Scaramuzzi fa notare come negli stessi giorni, a migliaia di chilometri di distanza, il presidente Bolsonaro – lo stesso che strizza l’occhio alle correnti pentecostali – consacra il Brasile ad una statua raffigurante la medesima Vergine di Cova de Iria. È la dimostrazione che «quella del leader leghista non è una trovata estemporanea, ma scientemente si inserisce in una strategia ben coordinata dell’estrema destra globale. Che mescola i più recenti ritrovati del marketing politico alle icone novecentesche con spregiudicatezza, scaltrezza. E cialtroneria».
Il quadro, «inizialmente oscuro», si chiarisce quindi se si uniscono i puntini da Roma a Brasilia, da Washington a Budapest, da Parigi a Mosca. Nel libro si analizza l’ascesa di Trump negli Usa, paladino di fondamentalisti evangelical e cattolici integralisti uniti da una sorta di «ecumenismo dell’odio» già denunciato da Civiltà Cattolica; si ricostruisce la «conversione» di Orbán, quasi una «foga» di abbracciare il cristianesimo, che lo spinge a caricare di rabbia i suoi slogan anti-migranti; si osserva l’islamofobia del Front National guidato dalla Le Pen che negli anni ’70 contrastava gli immigrati e oggi mette all’indice i loro figli e nipoti, facendoli sentire «stranieri a casa loro».
Tutti personaggi, questi elencati, assurti a modello di credenti, laddove – rileva l’autore – nella vita personale mancano di una «normale» esperienza di fede. La destra mondiale, composta da una rete internazionale di «ideologi disinvolti» come anche da «atei bigotti», ha cercato «nei simboli e nei temi religiosi una patina di rispettabilità e di assonanza con il sentire comune», annota Scaramuzzi, che individua anche le cause di tale fenomeno: «Non c’è un comune ispiratore occulto, non c’è un burattinaio che tira le fila dall’Europa all’Asia alle Americhe. È lo spirito del tempo, la conseguenza del collasso della globalizzazione, l’onda lunga di una crisi economica epocale. Ma l’uso di Madonne, presepi e crocifissi non è neppure completamente spontaneo».
A corroborare la tesi sono riportati nel libro studi autorevoli e interviste con esperti religiosi e laici. Tra questi il cardinale Jean-Claude Hollerich, presidente dei vescovi europei, che critica l’uso «un po’ trionfalistico del concetto di radici cristiane» e parla di «nazional-cattolicesimo», versione ridotta della religione di un Dio incarnato che è il cristianesimo. «Non c’è più niente di vivo, è pietrificata, ed una religione pietrificata servirà magari una decina d’anni, poi sarà gettata via e sostituita da un’altra ideologia che può servire i populisti», afferma il porporato. Il rischio, afferma Scaramuzzi, è che il cristianesimo finisca per trasformarsi «in un monumento ai caduti».
A rompere equilibri e sbaragliare strategie è giunta ora la pandemia globale di coronavirus che è riuscita, come mai ha fatto la politica, a svelare l’inconsistenza del pensiero sovranista e dimostrare che «siamo tutti sulla stessa barca», usando le parole di Papa Francesco. Proprio lui è l’antidoto al veleno del populismo identitario: il Pontefice argentino che nel suo background porta il «mito» del popolo protagonista della storia e che nella Sicilia, dove l’anno scorso ha sfondato la Lega, ha tuonato che l’unico populismo accettabile è quello «cristiano», fatto di ascolto e servizio.
Papa Francesco, sottolinea Scaramuzzi, «non sottovaluta i populismi, non li demonizza, non li snobba. Ha la capacità di vedere i conflitti che ci sono dietro, l’emotività che li sostanzia, sa distinguere buone domande e cattive risposte. Capisce il popolo, viene dal popolo, è popolare non populista». E con il suo radicalismo evangelico, si impegna «ad annunciare la buona novella di un mondo più giusto, più misericordioso, più fraterno»

“Papa Francesco” in versione clochard che, povero fra i poveri, chiede l’elemosina disteso su un cartone

papa Francesco clochard sui muri di Milano

le nuove opere di aleXsandro Palombo denuncia la povertà

https://youmedia.fanpage.it/gallery/ah/5ec66e4fe4b054fbb9e62488?photo=5ec66e88e4b054fbb9e6248e

Un’opera per porre sotto i riflettori il problema della povertà che a Milano e in molte altre grandi città è aumentata a causa del Coronavirus: la scelta di aleXsandro Palombo è stata quella di rappresentare Papa Francesco come un clochard oltre che la Madonna come una mendicante con in braccio un bambino. Le opere formano la nuova serie ‘Caritas’ e si trovano in diverse zone della città.

 

di Chiara Ammendola

Alcune opere sono comparse in questi giorni per le strade di Milano, sono la nuova fatica dell’artista aleXsandro Palombo che prendono il nome di “Caritas”: un modo per richiamare l’attenzione sull’aggravarsi della povertà durante l’emergenza coronavirus. Una ritrae “Papa Francesco” in versione clochard che, povero fra i poveri, chiede l’elemosina disteso su un cartone, un’altra ritrae la “Madonna con bambino” mentre chiede la carità ai passanti. E ancora bicchieri con il logo Coca-Cola, simbolo del consumismo di massa e del capitalismo, trasformati in bicchieri per chiedere la carità.

“Questa crisi è la più grande opportunità che abbiamo per ridisegnare e umanizzare la società. Oggi più che mai bisogna accorgersi dell’altro, di chi si trova sul nostro cammino e che sta vivendo un momento di estrema necessità – spiega l’artista – ognuno di noi può fare la differenza nell’aiutare i più fragili e tutte quelle famiglie che in questo momento sono cadute in povertà. Questo è il momento di comprendere che il futuro è generosità e solidarietà”. Obiettivo delle sue opere è spostare l’attenzione dalla pandemia sanitaria alla pandemia della povertà, una potente riflessione sul drammatico aumento dei poveri in Italia e in tutto il mondo. I murales di Papa Francesco in versione clochard si trovano in diversi luoghi della città: in piazza San Gioachino angolo via Gustavo Fara 2, all’angolo di via Leopoldo Marangoni con via Vittor Pisani, tra via Vittor Pisani e viale Tunisia e in piazzale Oberdan. Mentre il murale della ‘Madonna con bambino’ compare sul muro esterno dell’albergo diurno Venezia, in Porta Venezia.

 https://milano.fanpage.it/papa-francesco-clochard-sui-muri-di-milano-le-nuove-opere-di-alexsandro-palombo-denuncia-la-poverta/

ripartire imparando dal corobavirus – un instant book di p. Giovanni Salonia

 

 

abitare i corpi e il presente: le parole nuove per il dopo-coronavirus
Ludovica Eugenio 

 da: Adista Documenti n° 20 del 23/05/2020

 «Il mondo non è un inferno invivibile né un paradiso intoccabile, ma rappresenta per ognuno di noi un insieme di possibilità reali poste tra desiderio e limite, uno spazio vivo e flessibile di sperimentazione e di prova. Qualcosa insomma che può essere rifatto…»

Di fronte alle sfide poste dal coronavirus e alle verità che ha portato, si avverte l’esigenza di poche parole nuove, che ci aiutino a riflettere e a cambiare»; così Antonio Sichera, nell’introduzione, spiega il senso dell’instant book di p. Giovanni Salonia, frate cappuccino, psicologo, tra i più affermati psicoterapeuti attivi nel mondo ecclesiale, Abitare i Corpi, Abbracciare la Terra. Lo sguardo della Gestalt nel tempo del coronavirus (GTK psicologia formazione ricerca, Ragusa 2020). Una sorta di percorso nel profondo a partire dalle varie tappe della pandemia, e sulla base della constatazione che il fenomeno coronavirus, afferma Salonia, «sembra essere iniziato come panico ma tende a diffondersi come terrore. L’importanza di dare un nome esatto alle cose che accadono facilita di molto il modo di affrontarle». Un’attenzione specifica viene poi riservata al vissuto dei bambini – cui è dedicata la seconda parte del libro – perché, «se gli adulti non riescono a contenere la paura dei bambini e la propria, nei più piccoli spesso si determina un vissuto di terrore e di angoscia».

Nel contributo riportato qui sotto, che guarda già al “dopo” pandemia, p. Salonia riflette sul fatto che «scopriremo che il contrarsi dei nostri corpi – riflesso condizionato dell’abbraccio trattenuto – genererà parole nuove, parole che hanno avuto il tempo di dimorare e di crescere nel corpo. E proprio perché sbocciate dal corpo, le parole sapranno creare calore e incontro».

impareremo ad abbracciare la terra…


di p.. Giovanni Salonia 

 da: Adista Documenti n° 20 del 23/05/2020

Il primo tratto di strada sembra compiuto. Adesso, a poco a poco, sgomitando, cercheremo di riprenderci la città, il mare, i campi, gli sguardi attesi, i corpi mancanti. Saranno la mascherina e la distanza sociale (oltre al telegiornale) a ricordarci però che è ancora vietato abbracciare. E sarà così per molto tempo. Dovremo vedere ancora i nipoti piangere per l’abbraccio impossibile alla nonna o alla zia, mentre gli amanti forse si diranno l’un l’altro: “Se ci amiamo dobbiamo correre qualche rischio”. Non è la passione più forte della morte? Che la dea dell’amore li protegga. Torneremo per strada e avvertiremo la paura che trasforma il distanziamento in distanza relazionale, che fa di ogni altro uomo (anche lontano un miglio) un possibile untore. Non sarà facile uscire da questa gabbia. I pessimisti parlano di qualche anno di abbracci mancati. Per non dire della depressione affettiva e – perché no – di quella economica che sembrano aspettarci al varco.

Molte preoccupazioni coesistono accanto all’entusiasmo del tornare (per chi può) a riavvicinarsi, a lavorare. E poi come non portarsi dietro il dolore, il tanto dolore di questi giorni? Nessuno potrà piangere solo il proprio pianto («d’un pianto solo mio non piango più» aveva detto il poeta). E se il mare del nostro tempo ha accumulato amaramente anche il sale delle lacrime dei fratelli annegati, come dimenticare tanti funerali mancati, tristi, solitari. Cantava Pessoa: «Il vaso prezioso è andato in pezzi, /e non valgono niente i cocci suoi, / la statua del tempio è crollata, /si è rotta. Era d’argilla. Ha perduto / i suoi fedeli. / Prova a incollare i cocci del vaso divino, /ma già non fanno un vaso». Le profezie appartengono solo ai poeti. Davvero la statua si è rotta, il vaso è in cocci. Le “malcelate verità” delle nostre sicurezze sono crollate. Non sappiamo cosa ci attende. Per restare umilmente nel qui-e-adesso forse potremmo iniziare a fare umilmente il punto: cosa abbiamo imparato in questo lungo giorno del coronavirus?

Giorni fa ci siamo riuniti: un webinar per cento terapeuti. Ci siamo chiesti: come cambieranno le sofferenze delle persone? Come è stato e come sarà per noi il prenderci cura in video chiamata? E come faremo a creare contatto malgrado distanze e mascherine? Qualche risposta è arrivata. Forse scopriremo come i sensi non sono cinque, ma sette, nove, e magari anche di più. Ci renderemo conto che si può supplire a ciò che manca amplificando quel che già si ha. Inventeremo musiche altre, diverse, ma capaci di creare contatto. Forse cominceremo rendendoci conto come a volte sia più difficile guardarsi negli occhi che abbracciarsi. E che uno sguardo può riscaldare a lungo un cuore. E il calore delle parole? Scopriremo che il contrarsi dei nostri corpi – riflesso condizionato dell’abbraccio trattenuto – genererà parole nuove, parole che hanno avuto il tempo di dimorare e di crescere nel corpo. E proprio perché sbocciate dal corpo, le parole sapranno creare calore e incontro. Non le parole divenute rituali senza forza, fatte apposta per non incontrarsi. Abbracci e parole. Meno abbracci, più sguardi profondi. Meno abbracci, più parole centrate, corporee. Gli spazi che ci separano possono farci ridurre gli spazi delle anime. Quanti abbracci dei corpi non raggiungono il cuore!

Dopo il coronavirus dovremo compilare un nuovo dizionario di parole e di gesti capaci di allargare le nostre possibilità. Forse le mamme e i papà che si prendono cura di bambini colpiti da deficit sensori potranno farci da maestri. Molte volte si sente dire: quel bambino ha dei problemi, ma la madre, il padre, il fratello lo capiscono a volo. Quante potenzialità inespresse nei nostri corpi in relazione! Quanto amore creativo inesplorato nei nostri cuori! Il punto è passare dal cogito ergo sum (penso, dunque sono) al cogito ergo sumus (penso, dunque siamo): dall’incontro con l’altro nascono i pensieri che tessono il ricamo di un’esistenza. L’altro che è il corpo. Il corpo della casa. Il corpo della città. Il corpo del creato. Perché il creato è il corpo di tutti, il “nostro” corpo. Il giorno in cui sentiremo il respiro degli alberi, la sensibilità di un fiore; il giorno in cui la bellezza della luna ci fermerà come Ciaula e ci farà cadere il peso della vita dalle spalle, o magari ci aiuterà a portarlo; in quel giorno scopriremo di essere tutti nella stessa aida, come dicono i saggi giapponesi, di essere tutti nella stessa orchestra. Compositore, direttore, ascoltatori, suonatori: di oggi e di ieri e di domani.

Ci aspetteranno altre giornate tristi, forse dovremo mangiare altre erbe amare, ma il creato addolcirà l’amaro. E se avesse avuto ragione colui che chiamava le creature “fratello”, “sorella”? Proprio lui ci aveva ammonito: la madre terra non solo ci sostenta ma ci “governa”. Ci alimenta, ma dobbiamo ubbidirle. Dobbiamo ubbidire alla terra. Forse questo tempo sarà un apprendistato. Ci servirà per imparare di nuovo ad abbracciare la terra: dimenticata, violentata, sfruttata. Forse solo quando saremo riusciti ad abbracciare la terra, ad ubbidirle, potremo tornare ad abbracciarci tra noi. “Si tratta di cogliere con grata / sorpresa minuscoli fiori di campo, / di estrarre essenze infinite / Da specie ordinarie lasciate / stupidamente a languire davanti / alla porta. Di cominciare a vivere, ecco di cosa si tratta», canta il poeta. E forse si tratta di fare del Cantico di Frate Sole la magna charta dei tempi nuovi che si stanno aprendo davanti ai nostri occhi. Il canto della terra e dei poveri. Il canto del creato che rinasce. Il canto di chi accoglie con umiltà l’altro e la vita.

contro il pericolo di una ‘mondanità spirituale’

 papa Francesco

Dio ci difenda dalla mondanità spirituale che corrompe la Chiesa

papa Francesco ha commentato il Vangelo di Gv 15, 18-21 in cui Gesù dice ai suoi discepoli: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia»

Gesù – ha detto Francesco – tante volte parla del mondo, parla dell’odio contro di Lui e i suoi discepoli e prega il Padre di non togliere i discepoli dal mondo ma di difenderli dallo spirito del mondo.
Il Papa si domanda: “Qual è lo spirito del mondo? Cosa è questa mondanità, capace di odiare, di distruggere Gesù e i suoi discepoli, anzi di corromperli e di corrompere la Chiesa?”. “È una proposta di vita, la mondanità”, “è una cultura, è una cultura dell’effimero, una cultura dell’apparire, del maquillage, una cultura ‘dell’oggi sì, domani no, domani sì e oggi no’. Ha dei valori superficiali. Una cultura che non conosce fedeltà, perché cambia secondo le circostanze, negozia tutto. Questa è la cultura mondana, la cultura delle mondanità”. E Gesù prega “perché il Padre ci difenda da questa cultura della mondanità. È una cultura dell’usa e getta”, secondo la convenienza. “È una cultura senza fedeltà” ed è “un modo di vivere anche di tanti che si dicono cristiani. Sono cristiani ma sono mondani”.
“Gesù nella Parabola del seme che cade in terra dice che le preoccupazioni del mondo”, cioè la mondanità, soffocano la Parola di Dio, non la lasciano crescere. Francesco cita un libro del padre de Lubac dove parla della mondanità spirituale, dicendo “che è il peggiore dei mali che può accadere alla Chiesa; e non esagera” descrivendo “alcuni mali che sono terribili”. La mondanità spirituale “è un’ermeneutica di vita, è un modo di vivere; anche un modo di vivere il cristianesimo. E per sopravvivere davanti alla predicazione del Vangelo, odia, uccide”. Il Papa parla dei martiri, uccisi in odio alla fede, ma non sono la maggioranza. La maggioranza sono uccisi dalla mondanità che odia la fede.
La mondanità – osserva Francesco – non è superficiale, ma ha “delle radici profonde” ed è “camaleontica, cambia”, a seconda delle circostanze, ma la sostanza è la stessa: una proposta di vita che entra dappertutto, anche nella Chiesa. La mondanità, l’ermeneutica mondana, il maquillage, tutto si trucca per essere così”.
Francesco ricorda il discorso di Paolo nell’Areopago di Atene, quando attira l’attenzione quando parla del “dio ignoto” e incomincia a predicare il Vangelo: “Ma quando arrivò alla croce e alla risurrezione si scandalizzarono e se ne andarono via. La mondanità c’è una cosa che non tollera: lo scandalo della Croce. Non lo tollera. E l’unica medicina contro lo spirito della mondanità è Cristo morto e risorto per noi, scandalo e stoltezza”.
L’Apostolo Giovanni dice che “la vittoria contro il mondo è la nostra fede”. L’unica vittoria è “la fede in Gesù Cristo, morto e risorto. E questo non significa essere fanatici”, smettere di dialogare con tutte le persone, ma sapere che la vittoria contro lo spirito mondano è la nostra fede, lo scandalo della Croce.
“Chiediamo allo Spirito Santo” – è la preghiera conclusiva di Papa Francesco – in questi ultimi giorni del tempo pasquale, “la grazia di discernere cosa è mondanità e cosa è Vangelo e di non lasciarci ingannare, perché il mondo ci odia, il mondo ha odiato Gesù e Gesù ha pregato perché il Padre ci difendesse dallo spirito del mondo”.

la prenotaziione della messa a Lucca in tempo di coronavirus

 

 a Lucca un sistema di prenotazioni per le messe festive

di Lorenzo Maffei 

l’arcivescovo Paolo Giulietti ha fatto predisporre nel sito diocesano la prenotazione per la Messa domenicale, che sarà indispensabile. Attivi anche quattro numeri telefonici

Online o per telefono. Nella Diocesi di Lucca i fedeli torneranno a partecipare alle Messe festive da domenica 24 ma segnalando la propria presenza tramite una telefonata a numeri appositi oppure con un click sul sito diocesano. Lo ha annunciato l’arcivescovo Paolo Giulietti con una nota nella quale invita tutti ad accogliere la possibilità di partecipare alle celebrazioni «con gioia e responsabilità».
A partire da ogni lunedì sera, dal 18 maggio, i fedeli potranno andare sul sito www.diocesilucca.it, cercare la chiesa e gli orari disponibili e poi, compilando una scheda online saranno chiamati a lasciare nome, cognome e mail alla quale sarà inviata in automatico la prenotazione. Potranno essere fatte prenotazioni anche per nuclei familiari. Chi non ha dimestichezza con le tecnologie avrà a disposizione quattro numeri telefonici che dalla mattina di martedì 19 maggio potranno essere chiamati per dichiarare a voce la propria presenza.
Gli operatori inseriranno tutto nel sistema informatico. Tre ore prima l’inizio di ogni celebrazione il sistema blocca in automatico le prenotazioni e invia ai parroci o ai loro collaboratori la lista dei presenti. Nella nota la Diocesi specifica che «è una “prima volta” da affrontare con la necessaria pazienza, in spirito di servizio e rispetto per sé e gli altri, da cittadini e cristiani responsabili». Tutto è stato pensato nel quadro delle norme anti Covid-19. Nelle chiese gruppi di volontari, oltre a vigilare che non si creino assembramenti, verificheranno l’effettiva prenotazione e inviteranno i fedeli a disporsi all’interno della chiesa nel rispetto delle distanze di sicurezza.

occorre rinnovare il modo di vivere la fede – Tomáš Halík: per una ripartenza del cristianesimo

«questo è il momento per prendere il largo»

di Tomáš Halík
in “Avvenire”

le chiese vuote di questa Pasqua interrogano la coscienza di noi cristiani? Hanno la capacità di dirci che presto saranno sempre così se non rinnoviamo il nostro modo di vivere la fede? Una riflessione del teologo e filosofo ceco Halík sulle risposte che richiede questo tempo

“comprendere il linguaggio di Dio negli eventi del nostro mondo richiede l’arte del discernimento spirituale, che a sua volta esige un distacco contemplativo dalle nostre emozioni e dai nostri pregiudizi sempre più forti, oltre che dalle proiezioni delle nostre paure e dei nostri desideri”

L’anno scorso, prima di Pasqua, la cattedrale di Notre–Dame a Parigi è andata in fiamme; quest’anno, in Quaresima, in centinaia di migliaia di chiese di diversi continenti, nonché in sinagoghe e moschee, non si svolgono funzioni. Da sacerdote e teologo rifletto su queste chiese vuote o chiuse come se fossero un segno e una sfida provenienti da Dio. Comprendere il linguaggio di Dio negli eventi del nostro mondo richiede l’arte del discernimento spirituale, che a sua volta esige un distacco contemplativo dalle nostre emozioni e dai nostri pregiudizi sempre più forti, oltre che dalle proiezioni delle nostre paure e dei nostri desideri. Nei momenti di calamità gli “agenti dormienti” di un Dio malvagio e vendicativo diffondono la paura e ne fanno un capitale religioso per i propri fini. La loro visione di Dio è acqua per il mulino dell’ateismo da secoli. Ma non vedo Dio, in un momento di calamità, come un regista irascibile, comodamente seduto dietro le quinte mentre gli eventi del nostro mondo precipitano, bensì come una fonte di forza operante in coloro che in tali situazioni danno prova di solidarietà e di un amore capace di sacrificio, compresi coloro, ebbene sì, le cui azioni non hanno una “motivazione religiosa”. Dio è amore umile e discreto. Non possiamo però fare a meno di chiederci se questo tempo di chiese vuote e chiuse non rappresenti una sorta di monito per ciò che potrebbe accadere in un futuro non molto lontano: fra pochi anni esse potrebbero apparire così in gran parte del nostro mondo. Non ne siamo già stati avvertiti più e più volte da quanto è avvenuto in molti Paesi, dove sempre più chiese, e il loro possibile futuro se non si compie un serio tentativo per mostrare al mondo un volto del cristianesimo completamente diverso. Abbiamo pensato troppo a convertire il “mondo” e meno a convertire noi stessi, che non significa un mero “migliorarci”, ma un radicale passaggio da uno statico “essere cristiani” a un dinamico “divenire cristiani”. La Chiesa medievale fece un eccessivo uso punitivo dell’interdetto, portando l’intera macchina ecclesiastica a una sorta di “sciopero generale” per cui non si tenevano funzioni e non si amministravano sacramenti. Come conseguenza, la gente iniziò a cercare sempre di più un rapporto personale con Dio, una fede “nuda”. Proliferarono confraternite laiche e si manifestò un’ondata di misticismo la quale contribuì senza dubbio a spianare la strada, da una parte, alla Riforma, non solo di Lutero e Calvino, ma, dall’altra, anche alla riforma cattolica legata ai gesuiti e all’espressione del misticismo spagnolo. Magari la scoperta della contemplazione potrebbe oggi contribuire al “percorso sinodale” verso un nuovo Concilio riformatore […] Agli inizi della sua storia, la Chiesa primitiva degli ebrei e dei pagani conobbe la distruzione del tempio in cui Gesù pregava e insegnava ai suoi discepoli. Gli ebrei di quei tempi trovarono una soluzione coraggiosa e creativa: sostituirono l’altare del tempio demolito con la tavola familiare, e la pratica del sacrificio con quella della preghiera privata e collettiva. Agli olocausti e ai sacrifici di sangue sostituirono il “sacrificio delle labbra”: la riflessione, la lode e lo studio della Scrittura. Più o meno nello stesso periodo il primo cristianesimo, bandito dalla sinagoga, cercò una nuova, sua propria, identità. Sulle rovine delle tradizioni, ebrei e cristiani impararono a leggere daccapo la Legge e i profeti, e diedero loro nuove interpretazioni. Non è una situazione simile a quella dei nostri giorni? Quando all’inizio del V secolo Roma cadde, ci fu chi trovò subito la spiegazione: per i pagani si trattava una punizione degli dei per l’adozione del cristianesimo, per i cristiani una punizione di Dio a Roma per avere continuato a essere la «prostituta di Babilonia».
Sant’Agostino rifiutò entrambe le interpretazioni e, in quel momento spartiacque, sviluppò la sua teologia della battaglia epocale fra due «città» contrapposte; non di cristiani e pagani, ma di due «amori » che risiedono nel cuore umano: l’amore di sé, chiuso alla trascendenza ( amor sui usque ad contemptum Dei), e l’amore che fa dono di sé e così trova Dio ( amor Dei usque ad contemptum sui). Questo nostro tempo di cambiamento a livello di civiltà non chiede forse una nuova teologia della storia contemporanea e una nuova visione della Chiesa? «Sappiamo dove la Chiesa è, ma non sappiamo dove non è», insegnava il teologo ortodosso Pavel Nikolaevic Evdokimov. Forse quello che l’ultimo Concilio ha detto sulla cattolicità e l’ecumenismo ha bisogno ora di acquisire un contenuto più profondo. È giunto il tempo per un ecumenismo più ampio, per una più audace ricerca di Dio «in tutte le cose». Possiamo naturalmente accettare questa Quaresima di chiese vuote e silenziose semplicemente come una breve misura temporanea che sarà presto dimenticata. Ma possiamo anche sfruttarla come kairós: un momento opportuno per «prendere il largo » e cercare una nuova identità per il cristianesimo in un mondo che cambia radicalmente sotto i nostri occhi. L’attuale pandemia non è certamente l’unica minaccia globale per il nostro mondo, ora e in futuro. Facciamo dell’avvicinarsi della Pasqua una sfida a cercare nuovamente Cristo. Non cerchiamo il Vivente fra i morti. Mettiamo coraggio e tenacia nel cercarlo, e non lasciamoci prendere alla sprovvista se ci appare come uno straniero. Lo riconosceremo dalle sue ferite, dalla sua voce quando ci parlerà intimamente, dallo Spirito che porta la pace e bandisce la paura.

il coronavirus ci costringe ad un nuovo e più rispettoso rapporto col territorio

mai più come prima
salviamo il paesaggio 

 da: Adista Documenti n° 18 del 09/05/2020

 

l’epidemia provocata dal nuovo virus SARS-CoV-2, con il suo tragico carico di morti e miseria, serva da insegnamento

lezioni dal coronavirus: la “normalità” di prima non la vuole nessuno

qui di seguito l’appello pubblicato sul sito del forum Salviamo il paesaggio (20/4) in occasione della giornata mondiale della Terra, il 22 aprile, firmato, tra gli altri, da Mario Agostinelli, Marco Bersani, Paolo Cacciari, Alberto Castagnola, Roberto Mancini, Daniela Padoan, Tonino Perna, Gianni Tamino, Guido Viale, Alex Zanotelli

 

La Terra è un macrorganismo vivente in cui tutto si tiene: biologia, ecologia, economia, istituzioni sociali, giuridiche e politiche. La salute di ciascun individuo è interconnessa e dipendente dal buon funzionamento dei cicli vitali del pianeta.

Il susseguirsi di malattie nuove e terribili sempre più frequenti e virulente (Ebola, HIV, influenza suina e aviaria, afta, febbre gialla, dengue, solo per citare le più note) sono la conseguenza della alterazione dei delicati equilibri naturali esistenti tra le differenti specie viventi e i loro relativi habitat. L’abbattimento e gli incendi delle foreste tropicali, il consumo di suolo vergine, lo sfruttamento minerario, la caccia e il consumo di fauna selvatica, la concentrazione di allevamenti animali, l’agricoltura superintensiva, il sovraffollamento urbano e lo spostamento continuo di merci e persone sono le cause primarie dello scatenamento delle pandemie. Come aveva scritto inascoltato un attento osservatore dei microrganismi patogeni: «Là dove si abbattono gli alberi e si uccide la fauna, i germi del posto si trovano a volare in giro come polvere che si alza dalle macerie» (David Quammen, Spillover, 2012).

Non c’è alcun “nemico invisibile”, tantomeno imprevisto e sconosciuto, che ha dichiarato guerra al genere umano. Nessuna “catastrofe naturale” e nessun “castigo di Dio” si sono abbattuti su di noi. Al contrario è il sistema economico dominante che provoca un progressivo deterioramento dei sistemi ecologici, l’estinzione di massa delle specie viventi, il surriscaldamento del clima. Tutto ciò aumenta i rischi e la vulnerabilità e abbassa le difese immunitarie degli individui. La retorica sui sacrifici necessari (a partire da quelli affrontati da medici e infermieri, spesso lasciati senza nemmeno i più elementari dispositivi di protezione individuale) non basta a coprire il tracollo del sistema sanitario.

La sottovalutazione dei fenomeni in atto, l’impreparazione e l’incompetenza delle istituzioni pubbliche ad ogni livello – laddove è prevalso il modello neoliberista – hanno indebolito i presidi socio-sanitari con definanziamenti e privatizzazioni. L’aziendalizzazione dei servizi è andata nella direzione opposta a una medicina di territorio. In particolare in Italia abbiamo dovuto constatare un tasso di letalità eccessivo, troppi contagi registrati tra gli operatori sanitari, insufficienza delle attrezzature, mancanza di scorte di strumenti di protezione, assenza di luoghi dedicati alla quarantena, inadeguatezza dei protocolli diagnostici e terapeutici e la mancanza di un piano di emergenza e prevenzione in caso di malattie epidemiche.

Per mascherare questi fallimenti – quasi fossero inevitabili – molti mass-media, politici e persino dirigenti sanitari hanno scelto di raccontare l’impegno per contenere la pandemia da coronavirus usando una terminologia bellica: “battaglie”, “armi”, “trincee”, “nemico”. Il linguaggio della medicina invece si esprime con parole di cura e di pace, non di guerra. Di salute psicofisica, di sollievo della sofferenza, di rispetto della dignità umana.

Le guerre vere, quelle che servono per accaparrare le terre e le risorse del pianeta, la cui violenza si abbatte sulla parte più debole della popolazione civile, continuano purtroppo a essere finanziate (si pensi alla costruzione dei bombardieri F35 e dei sottomarini U-212), preparate e messe in atto in molte parti del mondo causando distruzioni irreparabili all’ambiente e grandi spostamenti forzati di popolazioni. Ha dichiarato Antonio Guterres, segretario generale dell’ONU: «La furia del virus mostra la follia della guerra. Per questo chiedo un cessate il fuoco mondiale».

Le ripercussioni del lockdown sull’economia globalizzata porteranno ad una crisi senza precedenti con effetti catastrofici specie nei Paesi più periferici (rimasti senza commesse), nei ceti più poveri (rimasti senza reddito), tra i precari (rimasti senza lavoro), tra le donne madri (rimaste senza reti e servizi), tra le bambine e i bambini. Le pandemie non conoscono differenze di classe, ma si ripercuotono accentuando ancor di più le disuguaglianze e le ingiustizie sociali. Per uscirne non basterà inondare il mondo con una pioggia di denaro “a debito”. Bisognerà che quel denaro serva effettivamente ad avviare una profonda conversione ecologica e solidale degli apparati produttivi e dei comportamenti di consumo.

La salute è un bene comune globale. In quanto esseri umani siamo parte della natura.

Esistiamo gli-uni-con-gli-altri, in reciproca connessione. Ogni componente organica e inorganica, dai microorganismi agli esseri umani, concorre a formare un unico complesso sistema che mantiene le condizioni della vita sulla Terra. Ognuno di noi dipende dall’aria che respira, dai cibi con cui si nutre, dal tipo di energia che usa per muoversi, riscaldarsi e comunicare, dall’organizzazione sociale in cui è inserito. Siamo parte dell’universo biogeo- fisico ed energetico.

Il 2020 è l’anno dedicato dall’Onu alla biodiversità. Secondo l’ultimo Rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente, circa il 75% dell’ambiente terrestre e oltre il 60% dell’ambiente marino sono gravemente alterati. In più, come nota il Rapporto: «L’accelerazione dei cambiamenti climatici sarà probabilmente associata a un aumento dei rischi, in particolare per i gruppi vulnerabili». Il 2020 è l’anno della verifica dell’Accordo di Parigi sul clima, ma la Cop 26 prevista a Glasgow è stata rinviata al prossimo anno.

Sono già passati cinque anni dall’Agenda 2030 sullo sviluppo sostenibile dell’Onu e molti dei target intermedi fissati al 2020, nell’ambito dei suoi 17 macro obiettivi, sono stati clamorosamente disattesi. Sono passati cinque anni anche dalla pubblicazione dell’enciclica Laudato si’, ma il suo messaggio per un’ecologia integrale è stato ignorato.

Non possiamo più fingere di non vedere. La normalità del mondo dopo-coronavirus non può essere quella di prima. Tutto e subito deve cambiare direzione, parametri di misura, valori di riferimento. Non vogliamo essere testimoni muti. Mai come oggi è evidente che se volessimo trarre qualche insegnamento dalla tragedia della pandemia dovremmo trasformare alla radice il sistema socioeconomico dominante capitalista, che sta mostrando tutta la sua carica distruttiva e autodistruttiva, nella direzione di una società mondiale giusta e sostenibile.

Speriamo che la giornata della Terra del 22 aprile possa essere il momento di uscita dall’emergenza, di ricongiungimento degli affetti, di abbraccio simbolico dei parenti con i propri cari deceduti, di cordoglio di tutta la comunità, di ringraziamento per quanti si sono assunti rischi enormi nella cura dei malati e, per tutte e tutti, di un nuovo inizio dell’impegno per:

– restituire ai dinamismi naturali almeno il 50% del suolo e delle aree marine; – proteggere e promuovere la biodiversità e il rispetto di tutte le specie viventi; – ridurre da subito le emissioni che alterano il clima;

– fermare immediatamente tutte le guerre in corso, riconvertire le produzioni belliche e liberare risorse per la cura della salute;

– contingentare, tracciare e controllare l’estrazione di materiali vergini dal sottosuolo (combustibili fossili, metalli, altri minerali);

– fermare gli allevamenti intensivi, l’agrobusiness e promuovere l’agricoltura contadina;

– potenziare la ricerca, la prevenzione, la cura e la medicina di comunità;

– applicare sistematicamente il principio di precauzione alle trasformazioni tecnologiche che producono inquinamenti o che manipolano l’autonomia e la riservatezza personale su cui si fonda la democrazia;

– riconoscere la soggettività delle donne, il diritto alla sicurezza anche in famiglia, all’indipendenza economica e all’autodeterminazione nelle scelte riproduttive (unica vera risposta alla crescita della popolazione);

– riconoscere alle comunità locali il potere di decisione sui propri destini e rispettare i saperi e le forme di esistenza delle popolazioni indigene;

– promuovere i beni comuni e le pratiche sociali di gestione comunitaria delle risorse sociali e ambientali di un territorio con modi e forme che garantiscano l’integrazione e la solidarietà tra comunità civili nazionali, continentali e planetarie;

– riconoscere immediatamente i diritti civili e di accesso ai servizi sanitari e al welfare per tutti i cittadini stranieri che si trovano, per qualsiasi motivo, in Italia o in un paese dell’Unione europea;

– anteporre la cura della vita alle leggi del mercato tutelando il lavoro di cura; – garantire le condizioni di lavoro e la sicurezza di tutti i lavoratori e le lavoratrici;

– varare misure urgenti e strutturali per garantire a ogni persona un reddito di base per una vita dignitosa;

– modificare stili di vita, consumi e produzione nel rispetto della Terra e di tutti i suoi abitanti umani e non umani;

– garantire i diritti di tutte le bambine e di tutti i bambini come rappresentanti delle generazioni future.

Questa pandemia ha toccato profondamente le nostre vite.

Poniamo la vita e la cura della vita al centro.

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