nel giorno della memoria dell’olocausto …

giornata della memoria

“non dimenticare l’orrore, perché l’ignoranza alimenta l’odio”

Il messaggio dell’Arci:

“Contro ogni razzismo e intolleranza affermare invece il valore della pace, della libertà, dei diritti umani”

i bambini ebrei rinchiusi nel lager di Auschwitz

i bambini ebrei rinchiusi nel lager di Auschwitz

Il messaggio dell’Arci (Associazione ricreativa e culturale italiana) vuole ricordare quanto successo nei lager, nel Giorno della Memoria:

“Si celebra  il Giorno della Memoria per ricordare il 27 gennaio 1945, quando le truppe sovietiche dell’Armata Rossa arrivarono ad Auschwitz mostrando al mondo l’orrore del campo di concentramento, uno dei luoghi del genocidio nazista, liberandone i pochi superstiti. Una giornata per non dimenticare l’Olocausto, a 76 anni di distanza, quanto mai attuale, in un momento in cui negazionismo, suprematismo, razzismo e antisemitismo continuano a rappresentare in molti paesi un pericolo da non sottovalutare. Neanche in Italia dove, solo pochi giorni fa, un’operazione della polizia negli ambienti dell’estrema destra suprematista ha portato all’arresto di un 22enne a Savona con l’accusa di aver costituito un’associazione neonazista finalizzata alla pianificazione di stragi, come quella di Utoya in Norvegia, e di aver creato delle chat dove istigava alla violenza contro gli ebrei. Una giornata per non dimenticare come dall’orrore dell’Olocausto sia nata anche la nostra Costituzione, per non permettere mai più il ripetersi di simili tragedie ma per affermare invece il valore della pace, della libertà, dei diritti umani. Sono questi i valori ai quali si richiama da sempre anche l’Arci, contro ogni fascismo, razzismo, odio, discriminazione e intolleranza”.

morire da soli è disumano anche in tempi di covid – una riflessione del teologo G. Piana

disumano continuare a

morire da soli

e non si dica che non si poteva fare diversamente

di G. Piana

l’assenza di una persona amica che ti sta accanto, che ti prende per mano o ti fa il dono di una carezza rende tutto molto più tragico e desolante

ANADOLU AGENCY VIA GETTY IMAGES
Ponte San Pietro, Bergamo. La prima fase dell’emergenza Covid (4 aprile 2020)

una riflessione di Giannino Piana, scrittore, teologo, già docente di Etica cristiana all’Istituto Superiore di Scienze Religiose della Libera Università di Urbino e di Etica ed economia alla Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Torino

Tra gli aspetti più gravi della pandemia da coronavirus nella quale siamo tuttora immersi quello più drammatico è stato (ed è) senz’altro costituito dallo stato di abbandono in cui si sono venuti a trovare negli ospedali e nelle case di riposo malati gravi ed anziani costretti a vivere le ultime ore della loro esistenza senza l’accompagnamento dei propri familiari o delle persone care che avrebbero voluto avere accanto.

Abbiamo tutti negli occhi – e non potremo a lungo cancellarla – l’immagine di quel macabro corteo di camion militari che portavano in cimiteri lontani dal paese di origine le casse di una serie di persone decedute senza poter ricevere l’ultimo saluto da parte dei propri congiunti ai quali, per un certo periodo, è stato persino impedito di partecipare a un rito di commiato.

Si sa che la morte è un’esperienza individuale, che comporta un livello marcato di solitudine, ma le modalità con cui è stata vissuta (ed è tuttora vissuta) da molti anziani (e non solo) in questo tempo di pandemia ha qualcosa di inquietante. L’assenza di una persona amica che ti sta accanto, che ti prende per mano o ti fa il dono di una carezza rende tutto molto più tragico e desolante. Per non dire del trauma non facilmente rimarginabile di chi è venuto a sapere della gravità della situazione del proprio congiunto di cui apprendeva in seguito, magari a distanza dal momento in cui era avvenuta, la notizia della scomparsa.

Si è toccato qui con evidenza il livello più basso di disumanizzazione di cui è capace la nostra civiltà tecnologica. E non si dica che non si poteva fare diversamente. Certo l’esigenza di salvaguardare dal rischio del contagio ambienti delicati come quelli che ospitano malati e anziani, evitando il diffondersi del virus, era una giusta precauzione alla quale occorreva far fronte. Ma forse una maggiore inventività avrebbe potuto trovare vie praticabili per combinare le misure necessarie a tutela della salute con le esigenze non meno importanti di garantire la vicinanza delle persone sofferenti ai propri affetti, non dimenticando che anche questo fa parte (e in misura rilevante) del processo di cura.

Per questa ragione merita un plauso particolare la giunta della Regione Toscana che, sollecitata dall’Associazione “Tutto è vita onlus” e dalla Fondazione Meyer, nonché dal parere della Commissione regionale di bioetica (CRB), ha approvato all’unanimità su proposta degli assessori alla Sanità Simone Berrini e agli Affari sociali Serena Spinelli una serie di dispositivi concreti che consentono ai pazienti ricoverati in ospedali, case di cura e residenze sanitarie di poter ricevere visite da parte dei loro familiari, pur nel rispetto delle norme anti-Covid.

Le misure previste, che riguardano in maniera prioritaria (ma non esclusiva) le persone affette da patologia grave o con prognosi infausta e che sono già in parte esecutive, sono la chiara testimonianza della possibilità di fare un passo avanti sul terreno della umanizzazione delle cure, e meritano di essere segnalate nella speranza che possano essere assunti provvedimenti analoghi anche nell’intero Paese. È in gioco il livello di civiltà della nostra società.

il Censis ci vede peggiorati – siamo più egoisti e cattivi per le regole anti-covid

“italiani in regressione psicologica collettiva, siamo diventati peggiori”

Giuseppe De Rita (Censis) sugli effetti delle regole anti-Covid

“dal rintanamento in sé nasce l’egoismo e da lì la cattiveria”

Più paurosi, passivi, cattivi. Sono gli italiani nella pandemia, visti da Giuseppe De Rita, presidente del Censis, intervistato da ‘Libero’. “Già nel rapporto Censis di dicembre veniva fuori che l’opinione sotterranea di molti italiani è ‘meglio sudditi che morti’. In nome della paura stiamo accettando vincoli e modi di comportamento che inibiscono la nostra vitalità e la ricerca di obiettivi comuni. Assistiamo così a un rannicchiarsi degli italiani entro se stessi, nel proprio egoismo, da cui derivano processi, se non di degrado, almeno di regressione psicologica collettiva”.

“Ciò riguarda soprattutto la condizione di vivere quasi da popolo internato -aggiunge De Rita-. Quando parliamo di internamento, pensiamo a un carcere, un manicomio, un convento di clausura. In tutti questi casi il meccanismo interno è l’infantilizzazione. Cioè si trattano le persone come bambini, dicendo loro: questa cosa non la puoi fare, questa cosa non la puoi mettere, ti devi lavare bene.
Ovviamente non viviamo in senso stretto in internamento, però molte assonanze ci sono: l’obbligo di rispettare regole di minimale comportamento igienico, l’uso della mascherina come divisa da internato, e l’idea che non si possa uscire neanche per andare al bar sono diventati fatti normali. E questo è molto pericoloso. Dal letargo, cioè dallo stato di indolenza, sarà più facile uscire, dall’internamento no”.

“La storia sociale di questo Paese non è mai stata pacifica. Non siamo gente tranquilla, ma persone che si sono odiate a morte, hanno fatto guerre civili. Questa tendenza si è acuita con la pandemia: ora ci sentiamo protetti solo quando siamo con noi stessi, e se c’è qualcuno intorno per noi è un pericolo. Dal rintanamento in sé nasce l’egoismo e da lì scatta la cattiveria”, conclude De Rita, secondo cui però alla fine “credo che prevarrà la propensione alla accettazione e non alla rivolta. La bontà del potere ci garantirà sempre la cassa integrazione, un ecobonus, un incentivo per fare smart working. E così, anziché contestare, accetteremo passivamente il declino”.

i leader della Chiesa cattolica di tutto il mondo contro le armi nucleari

il documento

 «armi nucleari fuorilegge, atto di pace e di giustizia»


Noi, leader della Chiesa cattolica di tutto il mondo, accogliamo con favore l’entrata in vigore il 22 gennaio 2021 del Trattato delle Nazioni Unite sulla proibizione delle armi nucleari.

Siamo incoraggiati dal fatto che la maggioranza degli Stati membri delle Nazioni Unite sostenga attivamente il nuovo trattato attraverso l’adozione, le firme e le ratifiche. È giusto che la Santa Sede sia stata tra i primi Stati ad aderire all’accordo nel 2017. Inoltre, i sondaggi dell’opinione pubblica mondiale dimostrano la convinzione globale che le armi nucleari debbano essere abolite. La peggiore di tutte le armi di distruzione di massa è stata da tempo giudicata immorale. Adesso è anche finalmente illegale.
Siamo preoccupati per il continuo rischio per l’umanità che possano essere utilizzate armi nucleari e per le conseguenze catastrofiche che ne deriverebbero. È incoraggiante che questo nuovo Trattato si basi su un crescente corpo di ricerca sulle catastrofiche conseguenze umanitarie ed ecologiche di attacchi nucleari, test e incidenti. Due esempi che parlano a tutte le persone sono gli impatti sproporzionati delle radiazioni su donne e ragazze e i gravi effetti sulle comunità indigene le cui terre sono state utilizzate per i test nucleari.

Noi sottoscritti sosteniamo la leadership che Papa Francesco sta esercitando a favore del disarmo nucleare. Durante la sua storica visita alle città bombardate di Hiroshima e Nagasaki nel novembre 2019 il Papa ha condannato sia l’uso che il possesso di armi nucleari da parte di qualsiasi Stato. La pace non può essere raggiunta attraverso «la minaccia dell’annientamento totale», ha detto. Papa Francesco ha sollecitato il sostegno per «i principali strumenti giuridici internazionali di disarmo nucleare e non proliferazione, compreso il Trattato delle Nazioni Unite sulla proibizione delle armi nucleari». Prima della sua visita, le Conferenze d

ei Vescovi Cattolici in Canada e Giappone hanno esortato i loro governi a firmare e ratificare il nuovo Trattato.

Come loro, alcuni di noi provengono da paesi alleati con una potenza nucleare o che dispongono di arsenali nucleari. Sicuramente, in quest’epoca di crescente interdipendenza e vulnerabilità globale, la nostra fede ci invita a cercare il bene comune e universale. «Siamo tutti salvati insieme o nessuno si salva», dice la nuova enciclica del Papa Fratelli tutti. «È possibile per noi essere aperti ai nostri vicini all’interno di una famiglia di nazioni?», chiede Francesco. La cooperazione internazionale è essenziale per affrontare la pandemia Covid-19, il cambiamento climatico, il divario tra ricchi e poveri e la minaccia universale delle armi nucleari.

Non importa da dove veniamo, ci uniamo ad esortare i governi a firmare e ratificare il Trattato delle Nazioni Unite sulla proibizione delle armi nucleari. Ringraziamo coloro che lo hanno già fatto e li esortiamo a invitare anche altri paesi ad aderire al Trattato.
Invitiamo i colleghi leader della Chiesa a discutere e deliberare sul ruolo significativo che la Chiesa può svolgere nel costruire il sostegno per questa nuova norma internazionale contro le armi nucleari. È particolarmente importante per le conferenze episcopali nazionali e regionali, nonché per le istituzioni e le fondazioni cattoliche, verificare se i fondi relativi alla Chiesa vengono investiti in società e banche coinvolte nella produzione di armi nucleari. In tal caso, intraprendere azioni correttive ponendo fine ai rapporti di finanziamento esistenti e cercare modi per il disinvestimento.

Crediamo che il dono della pace di Dio sia all’opera per scoraggiare la guerra e superare la violenza. Pertanto, in questo giorno storico, ci congratuliamo con i membri della Chiesa cattolica che per decenni sono stati in prima linea nei movimenti di base per opporsi alle armi nucleari e ai movimenti per la pace cattolici che fanno parte della Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari, vincitrice del Premio Nobel (Ican).

Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme
Jean-Claude Höllerich, Cardinale, Arcidiocesi di Lussemburgo, Presidente di Pax Christi Lussemburgo
Gualtiero Bassetti, Cardinale, Arcidiocesi di Perugia-Città della Pieve, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana
Malcolm McMahon, Arcivescovo di Liverpool, Presidente di Pax Christi di Inghilterra e Galles
Giovanni Ricchiuti, Arcivescovo, Diocesi di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti, Presidente di Pax Christi Italia
Antonio Ledesma, Arcivescovo di Cagayan de Oro, Presidente di Pax Christi Filippine
Joseph Mitsuaki Takami, Arcivescovo di Nagasaki, Presidente della Conferenza Episcopale Giapponese
González Nieves, Arcivescovo di San Juan, Porto Rico
José Domingo Ulloa Mendieta, Arcivescovo di Panama
Mare Stenger, Vescovo Emerito della Diocesi di Troyes, Francia, Co-presidente di Pax Christi Internazionale
Hubert Herbreteau, Vescovo, Diocesi di Agen, Presidente di Pax Christi Francia
Peter Kohlgraf, Vescovo, Diocesi di Mainz, Presidente di Pax Christi Germania
Gerard de Korte, Vescovo, Diocesi di Den Bosch, Paesi Bassi
Lode Van Hecke, Vescovo, Diocesi di Gand, Belgio
Luigi Bettazzi, Vescovo Emerito, Diocesi di Ivrea, ex Presidente di Pax Christi International e Pax Christi Italia
William Nolan, Vescovo, Diocesi di Galloway, Scozia
Brian McGee, Vescovo, Diocesi di Argyll e delle Isole, Scozia
Joseph Toal, Vescovo, Diocesi di Motherwell, Presidente dello Scottish Catholic International Aid Fund
John Stowe, Vescovo, Diocesi di Lexington, Presidente di Pax Christi Usa
Robert McElroy, Vescovo, Diocesi di San Diego, Stati Uniti
Terry Brady, Vescovo, Arcidiocesi di Sydney, Australia
Peter Cullinane, Vescovo Emerito, Diocesi di Palmerston North, Presidente di Pax Christi Aotearoa Nuova Zelanda
Alexis Mitsuru Shirahama, Vescovo, Diocesi di Hiroshima, Giappone
Wayne Berndt, Vescovo, Diocesi di Naha, Giappone
Bernard Taiji Katsuya, Vescovo, Diocesi di Sapporo, Giappone
Paul Daisuke Narui, Vescovo, Diocesi di Niigata, Giappone
Timothy Yu, Vescovo, Arcidiocesi di Seul, Corea del Sud
Allwyn D’Silva, Vescovo, Arcidiocesi di Bombay, India
Kevin Dowling, Vescovo, Diocesi di Rustenburg, Ex Co-Presidente di Pax Christi International, Sudafrica

segue una lunga lista di firme di laici, religiosi e religiose di una ventina di Paesi
(qui l’elenco completo).

l’Europa senza occhi e umanità

 

nel gelo della Bosnia da settimane ci sono un migliaio di migranti che seguono la “rotta balcanica”. A pochi chilometri c’è la Croazia, la porta d’ingresso dell’Europa, ma chi prova a passare viene violentemente picchiato, spesso derubato, seviziato e rimandato indietro

Qualcuno  molto furbo e poco umano deve avere capito da tempo, dalle parti del cuore del potere d’Europa, che il primo trucco per sfumare l’emergenza umanitaria legata ai flussi migratori sia quello di fare sparire i migranti. Per carità, non è mica una criminale eliminazione fisica diretta, come invece avviene impunemente in Libia con il silenzio criminale proprio dell’Europa, ma se i corpi non sbarcano sulle coste, non si fanno fotografare troppo, non si mischiano ad altri abitanti, non rimangono sotto i riflettori allora il problema si annacqua, interessa solo agli “specializzati del settore” (come se esistesse una specializzazione in dignità dell’uomo) e l’argomento, statene sicuri, rimane relegato nelle pagine minori, nelle discussioni minori, sfugge al chiassoso dibattito pubblico.

In fondo è il problema dei naufragi in mare, di quelle gran rompiballe delle Ong che insistono a buttare navi nel Mediterraneo per salvare e per essere testimoni, che regolarmente ci aggiornano sui resti che galleggiano sull’acqua o sulle prevaricazioni della Guardia costiera libica o sui mancati soccorsi delle autorità italiane.

Nel gelo della Bosnia da settimane ci sono un migliaio di persone, migranti che seguono la cosiddetta “rotta balcanica”, che si surgelano sotto il freddo tagliente di quei posti e di questa stagione, che appaiono nelle (poche) immagini che arrivano dalla stampa in fila emaciate con lo stesso respiro di un campo di concentramento in un’epoca che dice di avere cancellato quell’orrore.

Lo scorso 23 dicembre un incendio ha devastato il campo profughi di Lipa, un inferno a cielo aperto che proprio quel giorno doveva essere evacuato, e le persone del campo (nella maggior parte giovani di 23, 25 anni, qualche minorenne, provenienti dall’Afghanistan, dal Pakistan o dal Bangladesh) sono rimaste lì intorno, tra i resti carbonizzati dell’inferno che era, in tende di fortuna, dentro qualche casa abbandonata e sgarruppata, abbandonati a se stessi e in fila sotto il gelo per accaparrarsi il cibo donato dai volontari che anche loro per l’ingente neve in questi giorni faticano ad arrivare.

A pochi chilometri c’è la Croazia, la porta d’ingresso dell’Europa, ma chi prova a passare, indovinate un po’, viene violentemente picchiato, spesso derubato, seviziato e rimandato indietro. Gli orrori, raccontano i cronisti sul posto, avvengono alla luce del sole perché funzionino da monito a quelli che si mettono in testa la folle idea di provare a salvarsi. E le violenze, badate bene, avvengono in suolo europeo, di quell’Europa che professa valori che da anni non riesce minimamente a vigilare, di quell’Europa che non ha proprio voglia di spingere gli occhi fino ai suoi confini, dove un’umanità sfilacciata e disperata si ammassa come una crosta disperante.

«L’Ue non può restare indifferente – dice Pietro Bartolo, il medico che per trent’anni ha soccorso i naufraghi di Lampedusa e oggi è eurodeputato -. Questa colpa resterà nella storia, come queste immagini di corpi congelati. Che fine hanno fatto i soldi che abbiamo dato a questi Paesi perché s’occupassero dei migranti? Ai Balcani c’è il confine europeo della disumanità. Ci sono violenze inconcepibili, la Croazia, l’Italia e la Slovenia non si comportano da Paesi europei: negare le domande d’asilo va contro ogni convenzione interazionale, questa è la vittoria di fascisti e populisti balcanici con la complicità di molti governi».

È sempre il solito imbuto, è sempre il solito orrore. Subappaltare l’orrore (le chiamano “riammissioni” ma sono semplicemente un lasciare rotolare le persone fuori dai confini europei) facendo fare agli altri il lavoro sporco. Ma i marginali hanno il grande pregio di stare lontano dal cuore delle notizie e dei poteri. E molti sperano che il freddo geli anche la dignità, la curiosità e l’indignazione.

disastro umanitario e l’Europa pensa ai campi da sci

 

Balcani

profughi al gelo in Bosnia

Caritas: catastrofe umanitaria


Il campo di Lipa, che accoglieva 3mila migranti, distrutto da un incendio prima della chiusura per lavori. Il trasferimento nel campo di Bira bloccato dalla protesta degli abitanti

La denuncia di Caritas Italiana: una catastrofe umanitaria sulla rotta balcanica

La situazione già precaria dei migranti in Bosnia Erzegovina rischia di aggravarsi ulteriormente sia per il peggioramento delle condizioni meteo, sia per i continui trasferimenti da un campo profughi all’altro, in strutture dove mancano le condizioni minime per una sopravvivenza dignitosa.

Come avverte la Caritas Italiana in una nota, l’esito è una probabile catastrofe umanitaria che può condurre anche a violenze e gravi tensioni sociali.

È infatti appena cominciata la ricostruzione del campo di accoglienza Lipa, andato quasi completamente distrutto qualche giorno fa, con l’esercito che sta montando le prime tende. Lipa è però un luogo assolutamente inadatto all’accoglienza, soprattutto in questo periodo invernale. Era infatti stato chiuso la settimana scorsa perché altamente pericoloso per la vita delle persone che ospitava: è sprovvisto di elettricità, acqua potabile e riscaldamento, in una zona dove le temperature scendono sotto zero. Subito dopo la sua chiusura, un incendio aveva distrutto le poche tende rimaste nel campo.

Caritas riferisce che le 1.200 persone ospitate al momento della chiusura erano finite per strada senza una sistemazione alternativa. I tentativi di riaprire l’ex campo Bira (nella città di Bihac) o di allestire l’ex caserma in località Bradina (non distante da Sarajevo) da parte delle autorità locali sono falliti per le proteste dei cittadini e delle autorità locali.

Alla fine la soluzione è stata la riapertura del campo di Lipa, nonostante tutti gli attori internazionali fossero contrari, in quanto mette a rischio la vita di centinaia di persone, dal momento che in quel campo non potranno essere garantite in poco tempo le condizioni minime necessarie per vivere.

Bruxelles si aspetta che le autorità bosniache risolvano la situazione

La situazione dei migranti nel campo di Lipa e, più in generale, nel cantone dell’Una-Sana in Bosnia-Erzegovina “è inaccettabile e deve essere risolta immediatamente”. Si tratta di un “disastro umanitario che avrebbe potuto essere evitato se le autorità” del Paese balcanico “avessero agito come richiesto già prima del periodo natalizio” ha affermato un portavoce della Commissione Ue. Bruxelles si aspetta che “le autorità bosniache a tutti i livelli intraprendano azioni immediate per risolvere subito la situazione”, ha ammonito il portavoce, evidenziando che “si tratta di salvare la vita di centinaia di persone” e che il Paese balcanico ha “obblighi internazionali e umanitari”.

La Commissione Ue ha annunciato domenica lo stanziamento di ulteriori 3,5 milioni di euro per aiutare Sarajevo a gestire la situazione dei migranti, in aggiunta agli oltre 88 milioni stanziati dal 2018 a oggi.

“Sono necessarie soluzioni a lungo termine e le autorità della Bosnia-Erzegovina dovrebbero comportarsi come autorità di un Paese che aspira a entrare nell’Ue”, ha aggiunto il portavoce, sottolineando che “le vite delle persone non possono essere sacrificate per lotte politiche interne” e quanto accade “sta influenzando negativamente l’immagine della Bosnia-Erzegovina agli occhi degli Stati membri ma anche sulla scena internazionale”.

Mentre le istituzioni europee richiamano alla responsabilità la Bosnia, alcuni europarlamentari di + Europa richiamano “le stesse istituzioni europee a un’assunzione di responsabilità per affrontare, in prospettiva tanto d’urgenza quanto sistematica, le migrazioni lungo la rotta balcanica (ma non solo) con soluzioni che rispettino i diritti fondamentali dell’uomo di cui tanto si scrive in Carte costituzionali, Trattati e documenti vari”. “Ci vuole Più Europa – proseguono Benedetto Della Vedova, segretario di Più Europa, Manuela Zambrano, della segreteria di +Europa, e Dino Rinoldi, membro dell’Assemblea di +E – per salvaguardare la vita e la dignità di quanti si accalcano alle frontiere dell’Unione, per prevenire e reprimere la tratta di persone”.

L’Alto rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza, Josep Borrell, aveva già chiesto nei giorni scorsi alle autorità bosniache di garantire al più presto la sistemazione nel campo di Bira, a Bihac, dei migranti evacuati dall’altro campo di Lipa. “Siamo testimoni di una grave crisi umanitaria in Bosnia-Erzegovina”, aveva detto Borrell, citato dai media regionali.

“Più di 900 migranti sono rimasti senza una sistemazione in difficili condizioni invernali, dopo la chiusura del centro di accoglienza di Lipa. Ciò ha ulteriormente aggravato una situazione, nella quale circa 3mila migranti sono senza una adeguata sistemazione”, aveva aggiunto l’Alto rappresentante. Tale problema va risolto al più presto – aveva osservato Borrell, sottolineando che la Ue ha messo a disposizione 3,5 milioni di euro per il pieno allestimento del centro di accoglienza di Bira.

Il campo di Lipa, non lontano da Bihac, nel nord-ovest della Bosnia, era stato chiuso nei giorni scorsi dopo che gli stessi migranti ospitati lo hanno incendiato alla notizia che la struttura sarebbe stata temporaneamente chiusa per lavori di ristrutturazione e adattamento alle condizioni invernali. Gli abitanti di Bihac tuttavia, sostenuti dal sindaco, avevano protestato da giorni contro l’arrivo dei migranti nel campo di Bira (che si trova nel centro abitato), sostenendo che rappresentassero una minaccia alla loro sicurezza.

per un modello alternativo di vita dopo il covid-19 L. Boff e la proposta di papa Francesco

nel mondo post-vaccinazione: modelli
alternativi per il futuro della Madre Terra

Leonardo Boff 

una riflessione del famoso teologo brasiliano Leonardo
Boff, sul mondo “post-vaccinazione”. Ci offre pensieri
intensi, e originali, sul futuro del nostro pianeta.
Tutti si sono preoccupati per la scienza e per la ricerca
sfrenata di vaccini sicuri ed efficaci. Alla fine sono
apparsi. Pochi hanno parlato del contesto che ha dato
origine al Covid-19.

Ha significato il contrattacco della Madre Terra contro gli “umanoidi”, perché – come ha affermato chiaramente
Papa Francesco nella Laudato Sì:“non abbiamo mai maltrattato e ferito la Casa Comune come negli ultimi due secoli”
(n. 53). Il contesto del virus è nella voracità del nostro modo di produzione e consumo, nel modo attuale di
abitare il pianeta Terra, aggredendolo e sfruttandolo eccessivamente per l’ultra neoliberismo. Il Covid-19 ha
colpito come un fulmine questo sistema predatorio, uccidendo le vite della natura e dell’umanità. Ha
smantellato i suoi principali mantra: il profitto prima di tutto, la concorrenza, l’individualismo, l’uso meramente
utilitaristico della natura, la mancanza di cura che tutto esista e viva, la prevalenza del mercato sulla società, lo
stato minimo e la privatizzazione dei beni comuni. Se avessimo seguito questi mantra, l’umanità sarebbe in
grave pericolo.
La pandemia ha posto inequivocabilmente l’alternativa: vale più il profitto o la vita? Che cosa viene prima: salvare
l’economia o salvare vite umane? Quello che, infatti, ci sta salvando sono i valori che sono assenti o emarginati
in questo sistema globalizzato: è la vita al primo posto, è la cura tra tutti e della natura, è l’interdipendenza
l’uno dell’altro, è la collaborazione, è la solidarietà, è la corresponsabilità collettiva, è lo Stato sufficientemente
attrezzato per servire tutti, è la società sopra il mercato e il fatto che siamo esseri spirituali che possono
comprendere il significato dell’isolamento sociale nel senso di scoprire gli errori che ci hanno portato a questa
pandemia, i nuovi valori e le abitudini che dobbiamo incorporare se vogliamo avere un futuro sostenibile e
quindi imparare a rinunciare, come trattare la natura e la Madre Terra in modo amichevole, per realizzare il
significato della nostra vita e della nostra missione nell’insieme degli esseri: prendersi cura e custodire questa
sacra eredità che Dio e l’universo ci hanno affidato (Gen. 2,25) e infine, poiché siamo minacciati di morte dal
Covid-19, ci interroghiamo su una possibile vita oltre la vita e l’esistenza di quell’Essere che rende tutti gli
esseri, Dio.
Il Covid-19 ci ha rivelato la nostra vera umanità: siamo esseri fragili e non piccoli dei che possono fare tutto;
siamo esseri di relazione e per questo motivo dipendiamo l’uno dall’altro, siamo solidali e amorevoli per natura;
siamo parte della natura e non dei suoi proprietari e padroni. Questi valori universalizzati dalla Fratelli tutti ci
permettono di sognare un altro tipo di mondo diverso e necessario.
Ora che abbiamo una gamma di vaccini, inizia la disputa per il futuro della Terra che vogliamo abitare. Qui ci
sono diverse alternative.
L’intenzione di tornare a ciò che era prima sembra essere stata scartata, poiché torneremmo al mondo
dell’accumulazione sfrenata e alle ingiustizie sociali ed ecologiche che essa comporta. In questo senso, la Cina
ci sta dando il peggiore degli esempi prolungando il vecchio paradigma di crescita del PIL che è stato
seriamente danneggiato dal Covid-19 e che implica le dinamiche di sfruttamento dei beni e servizi naturali e
lo squilibrio del pianeta. La Cina non sembra aver imparato nulla dalla lezione che il virus ci ha lasciato:
dobbiamo cambiare se vogliamo salvare la vita e sopravvivere come specie umana. Qui vale la pena ascoltare
l’avvertimento del grande storico Eric Hobsbawm nell’ultima frase del suo libro Il secolo breve (1914-1991 (1): 
“Una cosa è chiara. Se l’umanità vuole avere un futuro accettabile, non può essere prolungando il passato o il presente. Se proviamo a costruire il terzo millennio su questa base, falliremo. Il prezzo del fallimento, cioè l’alternativa a cambiare la società è l’oscurità” (p.506). 

Ecco alcune alternative, poiché i signori del capitale e della finanza sono in furiosa articolazione l’uno con l’altro per salvaguardare i propri interessi, fortune e potere politico.
Il primo sarebbe il ritorno al sistema capitalista neoliberista estremamente radicale. Lo 0,1% dell’umanità (i
miliardari) userebbe l’intelligenza artificiale con miliardi e miliardi di algoritmi, in grado di controllare ogni
persona sul pianeta, dalla sua vita intima, privata e pubblica, al dentifricio che sta utilizzando. Sarebbe un
dispotismo di un altro ordine, cibernetico, sotto l’egida del controllo-dominio totale della vita delle persone.
Ma dobbiamo contare sul fatto che ogni potere provoca sempre un contro-potere. Sicuramente ci sarebbe una
grande resistenza e persino ribellioni causate dalla fame e dalla disperazione con migliaia e persino milioni di
vittime.
La seconda alternativa sarebbe il capitalismo verde che ha imparato la lezione dal coronavirus e ha
incorporato il fattore ecologico: riforestare la natura devastata e conservare il più possibile. Ma non
cambierebbe il modo di produzione e la ricerca del profitto. La green economy non discute la disuguaglianza
sociale perversa e farebbe di tutto ciò che è natura un’occasione di guadagno. Esempio: non solo approfittare
del miele delle api, ma anche della loro capacità di impollinare altri fiori. Il rapporto con la natura e la Terra
continuerebbe a essere utilitaristico e difficilmente riconoscerebbe i diritti, come dichiarato dall’ONU e il suo
valore intrinseco, a prescindere dagli esseri umani.
La terza sarebbe il comunismo di terza generazione, che non avrebbe nulla a che fare con le precedenti
esperienze, ponendo i beni e servizi del pianeta sotto l’amministrazione plurale e globale per ridistribuirli a
tutti. Potrebbe essere possibile, ma suppone una nuova coscienza ecologica, una governance globale, oltre a
dare centralità alla vita in tutte le sue forme, qualcosa che non è nel suo orizzonte. Sarebbe ancora
antropocentrico. Proposto dai filosofi Zizek e Badiou è poco rappresentativo, oltre al peso negativo delle
fallimentari esperienze precedenti, che lo portano a metterlo sotto sospetto.
Il quarto sarebbe l’eco-socialismo con maggiori possibilità. Suppone un contratto sociale mondiale con un
centro di governance plurale per risolvere i problemi globali dell’umanità. I beni e servizi naturali sarebbero
equamente distribuiti a tutti, in un consumo dignitoso e sobrio che includerebbe anche gli esseri viventi della
natura. Anche loro hanno bisogno di mezzi di sussistenza e riproduzione come l’acqua, il clima, i nutrienti e un
ambiente generale sano e sostenibile. Quest’alternativa sarebbe all’interno delle possibilità umane, purché
superi il socio-centrismo e incorpori i dati della nuova cosmologia e biologia, che considerano la Terra come
un momento del grande processo cosmo-genico, bio-genico e antropogenico.
La quinta alternativa sarebbe il bem viver e la convivenza provati per secoli dagli andini. È profondamente
ecologico, poiché considera tutti gli esseri portatori di diritti. L’asse di articolazione è l’armonia che inizia con
la famiglia, con la comunità, con la natura, con montagne e fiumi, con gli avi, con l’intero universo e con la
Divinità. Quest’alternativa ha un alto grado di utopia praticabile. Forse, quando l’umanità si trovasse come una
specie che vive in un’unica Casa Comune, sarebbe in grado di raggiungere il benessere e la convivenza per
tutta l’umanità e per l’intera comunità della vita. Sembra una scelta, non per ora, ma per il futuro comune della
Terra e dell’umanità.
La quinta alternativa sarebbe Fratelli tutti di Papa Francesco nella sua enciclica socio-ecologica. Il Papa è
chiaramente consapevole che questa volta “o ci salviamo tutti o nessuno si salva” (Ft n, 32). Dobbiamo capire
bene la sua reale possibilità. Afferma direttamente: “Se qualcuno pensa che si tratti solo di far funzionare quello
che abbiamo già fatto, o che l’unica lezione da imparare sia quella di migliorare i sistemi e le regole esistenti, sta
negando la realtà” (n.7).

Lui rifiuta il paradigma dominante che ha innescato l’intrusione del Covid-19.
Veniamo e siamo ancora all’interno di un paradigma antropocentrico che è alla base della modernità. È il regno
del dominus: l’essere umano come signore e padrone (maître et possesseur di Descartes) della natura e della
Terra. Questi hanno senso solo nella misura in cui si ordinano al suo volere. Ha cambiato la faccia della Terra,
ha portato molti vantaggi, ma ha anche creato un principio di autodistruzione. È l’attuale impasse delle “ombre 
dense” (Ft cap I). Siamo parte integrante della natura, non al di fuori o sopra di essa, ma al suo interno e al suo
fianco come fratelli e sorelle.
Di fronte a questa visione del mondo della modernità, l’enciclica Fratelli tutti contrappone un nuovo paradigma:
quello del frater, del fratello, della fraternità universale e dell’amicizia sociale (n. 6). L’essere umano, parte di essa,
ha legami di fraternità che uniscono tutti gli esseri, non solo perché cosi, lo visse Francesco di Assisi, grande
ispiratore di Francesco di Roma, ma soprattutto per il fatto scientifico che tutti gli esseri viventi hanno lo stesso
codice genetico di base. Siamo, quindi, tutti fratelli e sorelle, dalla cellula più primitiva di 3,8 miliardi di anni fa,
passando per i dinosauri fino a noi.
Se il Papa rifiuta l’ordine attuale, qual è la fonte da cui berrà per la sua alternativa? La cerca nella sorgente da
cui scaturisce il più umano dell’uomo, poiché i sistemi sperimentati “possono solo finire in disastri” (Laudato Si
n. 161). Resta solo l’umano in noi su cui troviamo una base solida, sostenibile e universale. E qual è il più
umano degli umani?
È l’amore che cessa di essere un’esperienza solo tra due esseri che si attraggono, per emergere come amore
sociale. È l’amicizia che acquista un’espressione sociale, “perché non esclude nessuno” (n.94) è la fraternità tra
tutti gli esseri umani, senza confini, inclusi, nello spirito di San Francesco, gli altri esseri della natura; è la
cooperazione aperta a tutti i paesi e a tutte le culture; è la cura, partendo da ciascuno (n.117) e allargandosi
a tutto ciò che esiste e vive; è la giustizia sociale, base della pace; è la compassione per chi è caduto nel
cammino. Tutto questo mondo di eccellenza è presente nell’essere umano.
Tali valori erano vissuti solo soggettivamente, nelle relazioni brevi e nella privacy della vita. La novità del Papa
è stata quella di generalizzare e universalizzare ciò che era soggettivo e individuale: è questo nuovo
paradigma, questa nuova visione del mondo che può salvarci dal disastro imminente.
Il Papa si rende conto dell’insolito della proposta, riconoscendo: “sembra un’utopia ingenua, ma non si può
rinunciare a questo sublime obiettivo” (n. 190). Non disponiamo di altra alternativa se non quella presente
nell’essere umano e ancora non sperimentata storicamente. Dobbiamo adesso metterla in moto.
O faremo questo cambiamento paradigmatico o non ci sarà futuro per la vita e l’esistenza umana su questo
pianeta. Possiamo scomparire come specie, poiché ogni anno 300 specie scompaiono naturalmente al loro
apice dopo milioni di anni sulla Terra. Sarà che non sia arrivato il nostro momento? La Terra continuerebbe per
milioni di anni a ruotare attorno al sole, ma senza di noi. Forse nel futuro dell’evoluzione emergerebbe un altro
essere capace di sostenere la coscienza e lo spirito e di provare un nuovo saggio di civilizzazione più benevolo
del nostro.
Ma non è questa la visione di Papa Francesco che vede il bio-regionalismo come una soluzione promettente
perché garantisce una reale sostenibilità e un nuovo rapporto amichevole con la natura. In questa prospettiva
lo soccorre il principio di speranza di Ernst Bloch, senza menzionare il suo nome ma assumendone il contenuto:
“la speranza ci parla di una realtà radicata nel profondo dell’essere umano, indipendentemente dalle circostanze
concrete e dalle condizioni storiche in cui vive” (n.55). Da questo principio nascono i veri sogni e i progetti
realizzabili che possono salvare noi e il sistema vitale. Ma le “ombre dense“, come dice, rimangono minacciose.
L’adesione dell’umanità a questa sua proposta promettente e al tempo stesso urgente di Papa Francesco è
incerta. Fratelli tutti non rimuove le “ombre immense”. Ma è una luce che ci indica la strada. Questo ci basta. Sta
a noi seguirlo.
Così afferma la Carta della Terra: “come mai prima nella storia, il destino comune ci chiama a un nuovo inizio. Ciò
richiede un cambiamento di mente e di cuore, un nuovo senso d’interdipendenza globale e responsabilità universale”
Credo che la proposta di Papa Francesco risponda a tutti questi requisiti e quindi emerge come
l’alternativa più promettente e salvifica di fronte alla tragedia provocata dal Covid-19.

Leonardo Boff è un eco-teologo, filosofo e ha scritto Un’etica della Madre Terra, Castelvecchi 2020 e Francesco
d’Assisi – Francesco di Roma, EMI 2014. (Traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)
(1) Eric J. Hobsbawm, The Age of Extremes: The Short Twentieth Century 1914-1991, London, Michael Joseph,
1994 traduzione in italiano Il secolo breve 1914-1991, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 20

la giornata della pace all’insegna della ‘cultura della cura’

LA CULTURA DELLA CURA COME PERCORSO DI PACE

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
PER LA CELEBRAZIONE DELLA LIV GIORNATA MONDIALE DELLA PACE 1° GENNAIO 2021

(una sintesi)

La vita e il ministero di Gesù incarnano l’apice della rivelazione dell’amore del Padre per l’umanità. Nella sinagoga di Nazaret, Gesù si è manifestato come Colui che il Signore ha consacrato e «mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi» (Lc 4,18). Nella sua compassione, Cristo si avvicina ai malati nel corpo e nello spirito e li guarisce; perdona i peccatori e dona loro una vita nuova. Gesù è il Buon Pastore che si prende cura delle pecore; è il Buon Samaritano che si china sull’uomo ferito, medica le sue piaghe e si prende cura di lui (cfr Lc 10,30-37).

Le opere di misericordia spirituale e corporale costituiscono il nucleo del servizio di carità della Chiesa primitiva. I cristiani della prima generazione praticavano la condivisione perché nessuno tra loro fosse bisognoso (cfr At 4,34-35) e si sforzavano di rendere la comunità una casa accogliente, aperta ad ogni situazione umana, disposta a farsi carico dei più fragili. Divenne così abituale fare offerte volontarie per sfamare i poveri, seppellire i morti e nutrire gli orfani, gli anziani e le vittime di disastri, come i naufraghi.
La diakonia delle origini, arricchita dalla riflessione dei Padri e animata, attraverso i secoli, dalla carità operosa di tanti testimoni luminosi della fede, è diventata il cuore pulsante della dottrina sociale della Chiesa, offrendosi a tutte le persone di buona volontà come un prezioso patrimonio di principi, criteri e indicazioni, da cui attingere la “grammatica” della cura: la promozione della dignità di ogni persona umana, la solidarietà con i poveri e gli indifesi, la sollecitudine per il bene comune, la salvaguardia del creato.
Ogni aspetto della vita sociale, politica ed economica trova il suo compimento quando si pone al servizio del bene comune, ossia dell’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente. La solidarietà esprime concretamente l’amore per l’altro, non come un sentimento vago, ma come determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno perché tutti siamo veramente responsabili di tutti.
Non può essere autentico un sentimento di intima unione con gli altri esseri della natura, se nello stesso tempo nel cuore non c’è tenerezza, compassione e preoccupazione per gli esseri umani. Pace, giustizia e salvaguardia del creato sono tre questioni del tutto connesse, che non si potranno separare in modo da essere trattate singolarmente, a pena di ricadere nuovamente nel riduzionismo.
La bussola dei principi sociali, necessaria a promuovere la cultura della cura, è indicativa per le relazioni tra le Nazioni, che dovrebbero essere ispirate alla fratellanza, al rispetto reciproco, alla solidarietà e all’osservanza del diritto internazionale. A tale proposito, vanno ribadite la tutela e la promozione dei diritti umani fondamentali, che sono inalienabili, universali e indivisibili. Va richiamato anche il rispetto del diritto umanitario, soprattutto in questa fase in cui conflitti e guerre si susseguono senza interruzione.
La promozione della cultura della cura richiede un processo educativo e la bussola dei principi sociali costituisce, a tale scopo, uno strumento affidabile per vari contesti tra loro correlati. Vorrei fornire al riguardo alcuni esempi. L’educazione alla cura nasce nella famiglia, nucleo naturale e fondamentale della società, dove s’impara a vivere in relazione e nel rispetto reciproco. Sempre in collaborazione con la famiglia, altri soggetti preposti all’educazione sono la scuola e l’università, e analogamente, per certi aspetti, i soggetti della comunicazione sociale. Le religioni in generale, e i leader religiosi in particolare, possono svolgere un ruolo insostituibile nel trasmettere ai fedeli e alla società i valori della solidarietà, del rispetto delle differenze, dell’accoglienza e della cura dei fratelli più fragili.
La cultura della cura, quale impegno comune, solidale e partecipativo per proteggere e promuovere la dignità e il bene di tutti, quale disposizione ad interessarsi, a prestare attenzione, alla compassione, alla riconciliazione e alla guarigione, al rispetto mutuo e all’accoglienza reciproca, costituisce una via privilegiata per la costruzione della pace.   In questo tempo, nel quale la barca dell’umanità, scossa dalla tempesta della crisi, procede faticosamente in cerca di un orizzonte più calmo e sereno, il timone della dignità della persona umana e la “bussola” dei principi sociali fondamentali ci possono permettere di navigare con una rotta sicura e comune. Come cristiani, teniamo lo sguardo rivolto alla Vergine Maria, Stella del mare e Madre della speranza. Tutti insieme collaboriamo per avanzare verso un nuovo orizzonte di amore e di pace, di fraternità e di solidarietà, di sostegno vicendevole e di accoglienza reciproca. Non cediamo alla tentazione di disinteressarci degli altri, specialmente dei più deboli, non abituiamoci a voltare lo sguardo, ma impegniamoci ogni giorno concretamente per «formare una comunità composta da fratelli che si accolgono reciprocamente, prendendosi cura gli uni degli altri

gli auguri natalizi … ma ‘sovversivi’ del vescovo Hélder Càmara

 

«Quando io do da mangiare a un povero, tutti mi chiamano santo. Ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti mi chiamano comunista.»
dom Hélder Câmara

“Mi piace pensare al Natale come ad un atto di sovversione… Un bambino povero, una ragazza madre, un papá adottivo…

Chi assiste alla sua nascita é gente messa ai margini della societá, i pastori. Riceve doni da persone di “altre religioni”.

La sua famiglia deve fuggire e cosí diventa un rifugiato politico, un profugo.

Poi ritornano, e vanno a vivere in periferia.

Il resto della storia noi la celebriamo nella Pasqua…ma con lo stesso carattere sovversivo.

La rivoluzione verrá dai poveri. Solo da loro potrá venire la salvezza.

BUON NATALE

Buona Sovversione…

Erber Camara

salvarsi insieme in tempo di covid – la consegna spirituale di p. Sorge

NOI E LA PANDEMIA 

IL TESTAMENTO DEL GESUITA PADRE SORGE

o insieme ci salviamo o insieme moriamo

UN DIALOGO  , UNA RIFLESSIONE SUL NOSTRO TEMPO NEL LIBRO POSTUMO DEL PADRE SORGE

DOPO IL COVID, OCCORRE “RIPENSARCI, RICOSTRUIRE UN’ITALIA E UN’EUROPA ATTORNO A UN NUOVO UMANESIMO, BASATO SU ETICA E SOLIDARIETÀ”

di Bartolomeo Sorge

In questo lungo periodo della pandemia, praticamente ho fatto vita da recluso o, più propriamente, da eremita. Infatti, il Superiore del nostro istituto Aloisianum a Gallarate, è stato molto rigido: nessun padre può uscire di casa e nessun estraneo vi può entrare. In pratica, ci ha messi tutti in quarantena!
Tanto rigore si spiega non solo in fedeltà alle disposizioni governative, ma anche perché l’istituto Aloisianum, antica sede della nostra facoltà filosofica, è stata trasformata in infermeria per i gesuiti anziani o ammalati: se vi entrasse il virus, sarebbe una strage! Del resto, il Covid ha fermato l’intera umanità, tanto che ho avuto la sensazione di assistere alle prove generali del Giudizio Universale! Molte volte mi sono chiesto: “Come farà l’intera umanità, una popolazione di miliardi e miliardi, a prendere visione e a rendere conto della storia intera di millenni, tutti insieme e nello stesso momento?”. Il fatto che un virus, minuscolo e invisibile, sia riuscito a bloccare contemporaneamente l’umanità intera, obbligando gli individui di tutte le latitudini a chiudersi in casa e a riflettere sulla gravità della situazione, mi ha fatto pensare istintivamente al Giudizio Universale. Infatti, tutti abbiamo preso consapevolezza del fatto che l’umanità è una sola grande famiglia, che c’è un destino comune di cui tutti siamo corresponsabili. (…) In altre parole, la pandemia ha smascherato l’inganno dell’individualismo, perché ci ha fatto toccare con mano che gli esseri umani sono fatti per darsi la mano tra di loro, per aiutarsi l’un l’altro in spirito di fraterna solidarietà: o ci salviamo tutti insieme o tutti insieme periamo. (…) Abbiamo bisogno di restituire alla nostra società un’anima etica, occorre cioè realizzare un nuovo umanesimo che ci raccolga tutti attorno al valore fondante della convivenza civile, che è la solidarietà. Questo binario – etica e solidarietà – è l’unica direzione verso cui andare, dopo l’esperienza del coronavirus, per ricostruire un’Italia e un’Europa secondo la volontà di Dio e in vista di un effettivo bene comune. Etica, cioè rispetto dei valori comuni con al centro la dignità della persona e i suoi diritti fondamentali inalienabili (che nessuno può togliere perché nessuno glieli dà se non Dio), e al tempo stesso solidarietà. Se non accettiamo questo binomio, non abbiamo appreso la lezione venuta dalla crisi della pandemia. Pertanto, il lavoro che dobbiamo fare a livello economico, giuridico, sanitario, artistico è riscoprire la dimensione etica e trascendente delle relazioni sociali, sapendo che nessuno riesce a salvarsi da solo, né tantomeno si potrà costruire un’umanità migliore, se non tutti insieme. (…) Ha ragione papa Francesco quando denuncia le gravi conseguenze della “cultura dello scarto”, quella cultura che si fonda sulla logica, oggi sempre più diffusa, dell’“usa e getta” e colpisce non solo gli esseri umani, come purtroppo è avvenuto con gli anziani in molte Rsa, ma anche gli oggetti che si trasformano velocemente in spazzatura. Perciò, applicando quanto il Papa scrive nell’enciclica Laudato si’, occorre che noi oggi sappiamo cogliere l’occasione dell’epidemia per diffondere una nuova “cultura della cura” o della responsabilità, attraverso un cambiamento profondo di mentalità e di stile di vita individuale, familiare e collettivo. (…) Teniamo a mente che la longevità è un privilegio, e lo dico con gratitudine pensando ai miei 91 anni. Quello su cui dobbiamo vigilare è la solitudine, come ci ha detto papa Francesco in occasione del I Congresso internazionale di pastorale degli anziani: “La vecchiaia non è una malattia, è un privilegio! La solitudine può essere una malattia, ma con la carità, la vicinanza e il conforto spirituale possiamo guarirla”. (…)
Il vero problema sta nel fatto che noi oggi abbiamo rimosso il pensiero della morte. In passato non era così. Con la morte avevamo imparato a convivere quotidianamente; e quanto ci tenevamo che una persona cara non morisse in ospedale, ma venisse a morire in casa! Oggi è cambiato il costume e muta anche l’aspetto esterno dei nostri cimiteri, sempre più simili a musei pieni di statue e di lapidi inneggianti alla vita che a “dormitori” dove i defunti giacciono in attesa della risurrezione! Il Covid, con le sue centinaia di morti ogni giorno, ci ha richiamati alla realtà. E qual è questa realtà? La nostra Costituzione riconosce la salute come un diritto fondamentale del singolo in relazione alla comunità. Infatti, all’art. 32 è scritto: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”. La salute, cioè, deve essere trattata come una questione di interesse collettivo, come un bene comune al pari ad esempio dell’istruzione o dell’ambiente. Se invece noi riduciamo la salute a merce, attorno alla quale sviluppare interessi economici e aziendali – così come avviene da diversi anni in alcune nostre Regioni – ne paghiamo le conseguenze, che sono sotto gli occhi di tutti.
È poi vero che anche il nostro rapporto con la salute si è modificato nel tempo, e di questo abbiamo perso la memoria. Una volta era quasi “normale” ammalarsi, e persino morire anche in giovane età, dato che le cure mediche a disposizione erano limitate. Ora forse si è caduti nell’eccesso opposto, cioè non prendiamo più in considerazione l’eventualità di ammalarsi, “pretendiamo” di essere sempre sani e abbiamo rimosso la morte dal nostro orizzonte di vita, oltre che dal discorso pubblico. La malattia e la morte oggi sono diventate un tabù! Mi piace ricordare che nell’atto costitutivo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, firmato a New York nel 1946, è scritto: “La salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non consiste soltanto in un’assenza di malattia o di infermità”. E come dimenticare le parole di papa Francesco, nel bel mezzo del lockdown del marzo 2020? “Siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri e del nostro pianeta. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato”. La salute nostra e del mondo intero è collegata a tutte le relazioni tra di noi esseri umani e anche con gli altri esseri viventi; e questo virus, probabilmente passato dal pipistrello all’uomo, ce lo dimostra!
Dinanzi a tutto quello che stiamo vivendo, invece di lasciarci prendere dall’ansia, che non aiuta e crea solo più confusione, chiediamoci piuttosto che cosa ci domanda di cambiare la pandemia. Ci chiede forse di ripensare il nostro rapporto con la salute, che non è solo assenza di malattia – e lo scrivo dall’infermeria di Gallarate! –, di misurarci con la morte?

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