Il papa sdogana l’islam, ma l’islam sdogana la chiesa? – un auspicio

papa Francesco sdogana i musulmani

da infedeli a fratelli

Ottocento anni fa, durante le Crociate, tra sangue e spade, si levò forte la voce di San Francesco anche “contro” la Chiesa che quelle guerre capeggiava. Oggi sono le diplomazie e i gesti di Francesco Papa, che si reca nel cuore dell’Islam, a sottolineare l’importanza del dialogo, della fraternità e della pace fra i popoli.

La posta in gioco è altissima: parla a nuora perché suocera intenda. In tutto l’Islam il vero problema è il riconoscimento delle comunità cristiane e la costruzione dei luoghi di culto. È la loro possibilità di “vivere” allo scoperto manifestando liberamente la propria fede senza timore.

Ad Abu Dhabi tutto il mondo musulmano guarda con attenzione le parole e i gesti di Bergoglio. Ma anche i cristiani osservano con altrettanta attenzione quello che sta avvenendo.

La strada intrapresa dall’Argentino ricalca quella che Francesco d’Assisi segnò 800 anni fa: allora “infedeli” oggi fratelli.

Il Papa sdogana l’Islam, ma l’Islam sdogana la Chiesa? E’ l’auspicio e il punto di domanda di questo viaggio apostolico. Bergoglio lo ha fatto sin dall’inizio: “un fratello da voi per costruire sentieri di pace“. È questa la posta in gioco e lo si fa con le parole attribuite a san Francesco: fa di me uno strumento della tua pace.

Parole che affondano le loro radici nel testo della Regola non Bollata che allora la Chiesa non volle approvare:

Perciò tutti quei frati che per divina ispirazione vorranno andare tra i saraceni e altri infedeli… I frati poi che vanno tra gli infedeli possono comportarsi spiritualmente in mezzo a loro in due modi. Un modo è che non facciano liti né dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio (1 Pt2, 13) e confessino di essere cristiani. L’altro modo è che, quando vedranno che piace a Dio, annunzino la parola di Dio…”.

Parole dettate dall’assisiate dopo il viaggio a Damietta nel 1219, senza se e senza ma.

L’esortazione “Né liti né dispute” è fondamentale in quanto il Santo auspicava che i frati si distinguessero dai crociati in armi. Non la ricerca di uno scontro, ma la costruzione di un terreno comune e umano su cui far nascere un’amicizia.

Le immagini che arrivano oggi da Abu Dhabi: il Grande Imam di Al-Azhar, Mohamed Ahmed al-Tayeb, il principe ereditario lo sceicco Mohammed Bin Zayed al Nahyan, e Papa Francesco che camminano mano nella mano rimarranno nella storia.

Immagini che siglano l’amicizia invocata da Francesco d’Assisi 800 anni fa. Le linee guida di allora diventano gli atteggiamenti di oggi. Non la strada dell’imposizione ma quella della condivisione.

dovremmo … ed invece …

vocazione all’infinito e impegno nel tempo storico

Pregare per la comunione con Dio e praticare la giustizia per quella con i poveri nel simbolo del fiore e della corda.

preghiera e pratica della giustizia

Dovremmo attendere Colui che libera ed invece ci sediamo al tavolo dell’oppressore.
Dovremmo cercare Colui che si abbassa per Amore ed invece lo preghiamo di rimanere in cielo.
Dovremmo sperare ed invece programmiamo.
Dovremmo affidarci alla Provvidenza, guardare i gigli che non filano e non tessono (1) ed invece ci accordiamo con i potenti per ottenere sovvenzioni o con i padroni per ottenere sponsorizzazioni.
Dovremmo rincorrere ed imitare la creatività dello Spirito che soffia e parla dove vuole (2) ed invece produciamo ripetitività alienante.
Dovremmo essere segno di contraddizione come il Signore Gesù (3) ed invece siamo elemento di stabilizzazione dell’Iniquità.
Dovremmo utilizzare un linguaggio profetico ed autentico (4) ed invece denunciamo le disuguaglianze omettendo accuratamente di pronunciare i nomi dei responsabili.
Dovremmo essere pacifisti lottando per la giustizia sociale ed invece non ci schieriamo per lasciare in pace gli sfruttatori.
Dovremmo curare le nostre nevrosi egoistiche vivendo la compassione come proposto nel capitolo 25 del Vangelo di Matteo ed invece seguiamo il percorso formativo di disumanizzazione comandato dal Capitale.
Dovremmo nutrirci con la Parola di Dio e con l’Eucaristia, dissetarci con l’acqua viva donata da Cristo (5) ed invece ci riempiamo compulsivamente di distrazioni e di divertimento.
Dovremmo porre attenzione ai segni della presenza di Dio nella storia ed invece testimoniamo la sua assenza.
Dovremmo stare nelle strade del mondo ed invece ci barrichiamo nei palazzi.
Dovremmo promuovere un’altra narrazione ed invece assorbiamo quella degli idoli.

(1) Cfr. Vangelo di Luca 12,27
(2) Cfr. Vangelo di Giovanni 3,8
(3) Vangelo di Luca 2,34
(4) Cfr. Vangelo di Matteo 5,37
(5) Cfr. Vangelo di Giovanni 4,10

il grande peccato dell’indifferenza e della sottovalutazione

 

poi vennero a prendere anche noi

 

Prima di tutto vennero a dirci di lasciare affogare in mare i migranti e i disgraziati, così avremmo “combattuto i trafficanti di uomini”, e lasciammo fare, perché avevamo paura che ci togliessero il lavoro e costasse troppo mantenerli qui. A quelli di noi che insistevano con le “ideologie umanitarie” o ascoltavano quel pericoloso sovversivo comunista, il papa cattolico, ripetevano bruscamente: “E tu quanti ne ospiti a casa tua?”. E quelli, invece di rispondere “e tu quanti ne rimpatri coi tuoi soldi?”, tacevano, spaventati solo all’idea.

Poi vennero a dirci che il fascismo era morto e sepolto, e se c’erano gruppi che si radunavano nei cimiteri alzando il braccio, occupavano stabili, inneggiavano pubblicamente a dittatori criminali, picchiavano i giornalisti non c’era da preoccuparsi, ed eravamo esagerati, e noi tirammo un sospiro di sollievo, perché in realtà dei fascisti avevamo paura ed era più comodo pensare che no, non esistevano.

Poi vennero a dirci che “non esistevano più la destra e la sinistra”, e potevamo rilassarci, che il popolo lo avrebbero tutelato loro, quelli da sempre di destra alleati con quelli che obbedivano solo alla piattaforma privata d’un privato signore ispirato da un privato blog. E fummo contenti, perché mica lo capivamo bene, quali erano la destra e la sinistra, e sarebbe costata fatica, farlo davvero.

Poi schedarono gli scienziati, almeno quelli che non si erano dimessi dagli organismi pubblici, e non ci dispiacque, perché erano arroganti e boriosi, e ci ricordavano tutti i momenti che non è vero che uno vale uno, se uno è competente e l’altro no, e la scienza non è democratica, perché la curva delle epidemie o l’efficacia d’un farmaco non puoi stabilirli con una votazione online, e questo era duro da ammettere, perché molti di noi non avevano studiato e non avevano voglia di farlo.

Poi vennero a prendere anche noi, e non c’era rimasto nessuno a scrivere su un social #antifascistisempre e #facciamorete per proteggerci tutti assieme.

“non sono razzista ma … ” a proposito di migranti, un problema divisivo che ci fa riscoprire razzisti

Italiani brava gente. «Non sono razzista, ma...»

italiani brava gente

«non sono razzista, ma…»

 da: Adista Segni Nuovi n° 4 del 01/02/2019

Oggi porre il tema dell’immigrazione risulta essere divisivo. È paradossale come l’immagine di persone che lasciano il loro Paese e attraversano una condizione disperata e situazioni terrificanti, invece di suscitare unità e canalizzare energie e risorse in spirito di umanità, riesca a creare divisioni, fazioni contrapposte, ideologie che usano proprio quella situazione di fragilità per osteggiarsi se non addirittura combattersi, facendo emergere beceri razzismi o giudizi taglienti.

Se è vero che da un lato sembra continuare una sorta di comune denominatore che è un certo sentimento di insofferenza e razzismo, dall’altro tutto il resto è in continuo mutamento: punti di arrivo, circolari ministeriali, discussioni pubbliche, vissuti dei migranti. Pertanto ogni tentativo di semplificazione risulta essere fuorviante e ingiusto. Da una parte c’è una negazione netta e radicale all’arrivo dei migranti. Esagerazioni di numeri, di messaggi mediatici, la categorizzazione in stupratori o terroristi, la divisione in migranti economici e politici, fanno da contraltare invece all’uso dei migranti nella prostituzione e nel caporalato.

L’immigrazione oggi è sempre più un fenomeno complesso e come tutti i fenomeni complessi richiede analisi, percorsi, interpretazioni strutturate. Come il liquido di contrasto nelle analisi cliniche, il fenomeno migratorio riesce, con lucidità, a mettere in evidenza alcune criticità della nostra società. Ad esempio ha svelato spesso con brutale forza che l’argomento razzismo non può certo dirsi risolto pur a decenni di distanza dalle leggi razziali o dopo le esperienze di Martin Luther King o Nelson Mandela. Ci riscopriamo essere un popolo razzista. Certo cerchiamo sempre e subito di giustificare dicendo “Non sono razzista, ma..”. Basta andare davanti a un ufficio postale, davanti a un supermercato e osservare. Lì in un angolo appoggiato al muro un immigrato che chiede uno spicciolo, magari in cambio di un aiuto per portare la spesa e quella presenza genera commenti, giudizi, appellativi e nomignoli che hanno tutto il sapore del becero razzismo di piazza. Credo che la questione razzistica non sia affatto risolta, e l’afflusso, oggettivamente consistente, di persone provenienti da culture, lingue e religioni diverse abbia accentuato l’atteggiamento di chiusura, inacerbendo le menti, anziché promuovere un’occasione per sviluppare un multiculturalismo già presente da decenni nelle grandi metropoli europee. Così, credo, quest’aria di intolleranza del “diverso” in fondo renda noi “diversi”: incapaci di accogliere, incapaci di interagire con culture differenti, con l’atavica e infantile paura “dell’uomo nero”. Questo rivela che abbiamo ancora molta, moltissima strada da fare.

Altra criticità che emerge con virulenza è certamente la discrepanza all’interno del mondo cristiano, dove incontriamo sempre più frequentemente persone che si identificano con il messaggio cristiano e contemporaneamente aderiscono a forme politiche o di comune sentire che vanno in direzione diametralmente opposta. Così non è raro vedere persone che in chiesa pregano per i profughi e fuori firmano al banchetto di raccolta firme contro l’arrivo degli stessi in quartiere. Questa che chiamo schizofrenia religiosa è presente più di quanto pensiamo e rischia di scindere il nostro essere religiosi e credenti: «La grande tentazione è quella di diventare praticanti di pratiche religiose. Accendere candele e sostare un paio di minuti a mani giunte, per poi uscire di chiesa lasciando lì dentro le cose di Dio… È una sorta di dissociazione dell’anima, in cui con abilità sappiamo vestire mille facce tutte belle e tutte pronte all’occorrenza. Apriamo l’armadio e indossiamo l’abito più opportuno» (Luca Favarin, Animali da circo. I migranti obbedienti che vorremmo, ed. San Paolo, 2018 p. 112).

Infine, una terza criticità che mi sembra emergere chiaramente è che si continua a gestire, ma ancora prima a concepire e leggere, il fenomeno migratorio come un fatto emergenziale. È fallimentare considerare emergenziale ciò che è epocale. La gente si sposta perché dove si trova non sta ben. Lo fa perché è nella natura umana cercare soluzioni migliori per sé e per la propria famiglia. La migrazione trova giustificazione nell’animo umano. E in fondo è la stessa identica motivazione che spinge un giovane europeo a fare le valigie e tentare la fortuna in una grande metropoli occidentale.

In quest’ottica è fuorviante e, ridicolo, continuare ostinatamente a dividere i migranti in politici ed economici, come se dicessimo “Tu che scappi dalla guerra e dalle bombe vieni, ti accolgo, sei il benvenuto” e invece “Per te che scappi dalla miseria, dalla fame, dalla desertificazione e dalla deforestazione non c’è posto”. È una distinzione illusoria che non porta a nulla. Come vane restano le promesse e gli annunci che garantiscono rimpatri. A parte due o tre messe in scena il rimpatrio richiede una gestione che tra accordi bilaterali con ogni Paese, gestione dei transiti e personale necessario risulta essere fisicamente irrealizzabile.

C’è poi l’accoglienza che chiede di essere declinata: non è semplice gestione di strutture e servizi, significa avere a che fare con persone, con la loro storia, è chiamata a declinare una progettualità. E questo significa fare i conti con sogni, a volte sogni infranti o feriti, aspettative e desideri.

Ecco perché è più corretto parlare di “gestione” dell’accoglienza più che di “fare” accoglienza. Questa gestione dell’accoglienza richiede una professionalità di saperi, di pratiche, di metodologie. L’approccio che in questi anni stiamo sperimentando è un approccio olistico. Operatori con competenze e laurea diverse ci permettono di leggere in maniera più completa un fenomeno complesso. La storia del migrante e, soprattutto, il suo accompagnamento richiedono una molteplicità di conoscenze. Il lavoro di una buona équipe è essenziale. Il prendersi cura di colui che arriva dal Mediterraneo richiede grande umanità e professionalità. Un operatore in questo campo deve essere posto anche in continua formazione.

Sull’accoglienza, in Italia, si è fatto molto. Troppo, a mio avviso, guidati da una logica emergenziale. Le sbavature pesanti in termini di eticità dell’accoglienza che abbiamo visto a livello nazionale in più occasioni hanno rischiato di inficiare il lavoro di tutti. Come spesso avviene dove non si approfondisce, bastano gli errori di pochi per compromettere il buon lavoro dei molti. Certo è che la narrazione pesante, offensiva e volgare, distruttiva e maligna che viene fatta sulle ONG o sulle organizzazioni umanitarie non ha precedenti nella storia del nostro Paese. E offende tutti coloro che rimboccandosi le maniche ogni giorno e ogni notte si occupano di anziani, disabili, poveri, emarginati, immigrati, persone senza dimora e molto altro. Ogni organizzazione di servizio o di volontariato si occupa di un “piccolo pezzo di umanità”: lo fa con cura, con amore.

Lo Stato è chiamato a occuparsi del tutto. Sarebbe bello che le istituzioni ai massimi livelli invece di offendere, denigrare, screditare le organizzazioni, semplicemente le ringraziassero perché, liberamente e per amore, si occupano di umanità. Quella che a volte, sembra, abbiamo smarrito e che fatichiamo a ritrovare.

* Luca Favarin è prete di Padova, ha realizzato numerosi progetti in diversi Paesi africani, nonché con vittime di tratta, persone senza dimora e carcerati. Ha fondato ed è presidente di Percorso Vita onlus, organizzazione che si occupa di migranti, minori e forme estreme di povertà

* Parte superiore del libro di Luca Favarin, Animali da circo. I migranti obbedienti che vorremmo

“beati i migranti … ” secondo il vangelo

Beatitudini dei migranti

Beatitudini dei migranti

 da: Adista Segni Nuovi n° 4 del 01/02/2019

Beati voi, migranti, che sul mare, in gusci di noce, fuggite dalla fame e dalla guerra, perché vostra è la terra del bene e dei beni.

Beati voi, migranti, bagnati di lacrime e imbevuti di lungo dolore, perché vi consoleremo in quella terra.

Beati voi, migranti, che in mezzo al mare in tempesta tremate di freddo e terrore, perché vi asciugheremo nelle nostre case calde e vi faremo bere infusi di buone erbe.

Beati voi, che soffrite continua ingiustizia, perché otteremo con voi, sempre, finché avrete finalmente giustizia.

Ma…

Guai a voi, politici e popoli, che respingete quei migranti, perché sarete respinti dagli stessi vostri figli e dai figli dei vostri figli.

Guai a voi, che decretate la chiusura dei porti mentre dite che il vostro cuore è aperto: ipocriti! Non conta quello che voi dite ma quello che voi fate: il vostro cuore sarà il vostro inferno nel petto vostro.

Guai a voi che votate quei politici, diventando loro complici: piangerete e griderete perché non otterrete quel che volete e perderete tutto quello che ora avete.

 

* Carlo Sansonetti è co-fondatore e attuale presidente dell’Associazione Sulla Strada

* * Il discorso della Montagna, dipinto di Carl Bloch

rom e sinti e lo sterminio nazista

il Porajmos

lo sterminio nazista di rom e sinti, ci sia di lezione per l’oggi

di Annamaria Rivera

Soltanto nel corso degli ultimi decenni la persecuzione e lo sterminio nazi-fascisti della popolazione romaní (rom, sinti e caminanti) sono divenuti oggetto di studi e di commemorazioni in occasione del Giorno della Memoria (27 gennaio). D’altronde, basta dire che nel corso dello stesso Processo di Norimberga ai superstiti del Porajmos (traducibile dalla lingua romaní come “grande divoramento” o “devastazione”) fu rifiutata la costituzione quale parte civile.

Eppure a esserne vittime furono centinaia di migliaia di loro. Alcuni/e studiosi/e − in particolare il rom Ian Hancock, ottimo linguista ma anche strenuo attivista, nonché direttore del Romani Archives and Documentation Center, presso l’Università del Texas − sostengono si tratti di un numero che si aggirerebbe tra le 500mila e il milione e mezzo di martiri, se si comprendono coloro che perirono nel corso delle fucilazioni di massa in tutte le aree occupate dai nazisti, in particolare nei paesi baltici e balcanici, a opera non solo dei nazisti, ma anche dei collaborazionisti locali.

Quanto all’Italia fascista, già nel 1926 il ministero dell’Interno emanò una circolare volta a “epurare” il territorio nazionale dalla presenza di una minoranza considerata pericolosa “per la sicurezza e l’igiene pubblica” nonché per lo stile di vita: degli eterni randagi privi di senso morale”, come li avrebbe definiti Guido Landra, tra i più noti firmatari del Manifesto della Razza.

Con le leggi per “la difesa della razza” e l’entrata in guerra dell’Italia, si passò rapidamente dalle pratiche di schedatura, detenzione ed espulsione a quelle di persecuzione e deportazione, preceduta dall’internamento in lager riservati agli “zingari”: ve ne furono nei comuni di Agnone, Berra, Bojano, Chieti, Fontecchio negli Abruzzi, Gonars, Prignano sulla Secchia, Torino di Sangro, Tossicia, ma anche nelle isole Tremiti…

Il regime hitleriano, com’è ben noto, portò alle estreme conseguenze l’antiziganismo, che era assai diffuso, anche in forma istituzionale, perfino nella democratica Repubblica di Weimar: per fare un solo esempio, nel 1929 un centro di studi e controllo su questa minoranza, fu rinominato e convertito in Ufficio centrale per la lotta contro la piaga zingara. Subito dopo l’avvento del Terzo Reich, nel 1933, fu promulgata la legge Per la prevenzione di progenie affetta da malattie ereditarie, che introdusse la pratica della sterilizzazione forzata anche per rom e sinti, perfino per donne incinte e ragazzi, con esiti in non pochi casi letali.

Nel 1935 si aggiunsero le leggi razziste di Norimberga, che privarono la minoranza romanì della nazionalità e di qualsiasi pur elementare diritto. Tre anni dopo, una circolare emanata da Heinrich Himmler faceva riferimento alla “soluzione finale della questione zingara” e ordinava la schedatura di tutti gli “zingari”, che fossero nomadi o stanziali.

Già a partire da dicembre del 1941 cinquemila “zingari”, provenienti dal ghetto di Łódź, furono gasati nel campo di sterminio di Chelmno, al pari degli ebrei. Infine, il 16 dicembre 1942, Himmler firmò l’ordine d’internamento dei rom e sinti tedeschi nello Zigeunerlager del campo di Auschwitz-Birkenau, un lager nel lager. Qui anche dei bambini “zingari”, oltre a quelli ebrei, sarebbero stati selezionati per essere sottoposti agli orrendi esperimenti pseudo-scientifici di Josef Mengele.

Nondimeno gli “zingari” vendettero assai cara la pelle. Furono loro gli attori dell’unico episodio di resistenza compiuto in un lager. Il 16 maggio del 1944, avuta notizia dello sterminio imminente, un folto gruppo d’internati nello Zigeunerlager, armato di pietre e bastoni, riuscì a tenere testa alle SS, tanto da ucciderne undici e ferirne un buon numero. La loro rivolta durerà ben tre mesi, fino alla “soluzione finale”. Lì furono in 19.300 a perdere la vita: 5.600 finirono gasati; 13.700 morirono per fame, per malattie, per gli esiti delle sperimentazioni compiute dall’Angelo della Morte.

Tuttora, specialmente in Italia, rom, sinti e caminanti, sbrigativamente chiamati “zingari”, costituiscono la minoranza più disprezzata e stigmatizzata, discriminata ed emarginata, addirittura segregata: sono, si potrebbe dire, le vittime strutturali del razzismo. Si tenga conto che l’ordinamento italiano non contempla alcuna norma che riconosca questa popolazione quale minoranza etnico-linguistica, in quanto tale titolare di diritti poiché tutelata, tra l’altro, dall’art. 6 della Costituzione repubblicana.

Si aggiunga che l’Italia è il solo Paese in Europa ad aver elevato a vero e proprio sistema i cosiddetti campi-nomadi: materializzazione perfetta della discriminazione nonché del pregiudizio che vuole che essi siano nomadi per natura e vocazione. Si tratta di un sistema di ghetti, per lo più degradati e collocati in periferie urbane estreme, esse stesse degradate, che viene organizzato e sostenuto pubblicamente allo scopo di segregare gli “zingari”, privandoli della possibilità di lavorare, partecipare alla vita italiana, avere contatti e rapporti con la società maggioritaria.

Il repertorio di pregiudizi, atti discriminatori, violazioni di diritti umani fondamentali, minacce e aggressioni ai danni di rom e sinti, fino all’incitamento al linciaggio da parte di alcuni soggetti istituzionali e rappresentanti di partiti politici, è talmente vasto che non basterebbero alcuni tomi a contenerlo. Fra le altre cose, eventi abituali nella vita dei rom e dei sinti sono le irruzioni nei “campi-nomadi” delle forze di polizia, condotte con metodi tanto brutali da somigliare a rastrellamenti, nonché gli sgomberi forzati, la sistematica distruzione dei loro insediamenti e delle loro cose, spesso seguita dalla deportazione.

In Italia da alcuni anni la politica istituzionale antizigana, basata su sgomberi e deportazioni, si compie attraverso la periodica decretazione dello stato di emergenza, una misura che dovrebbe essere riservata solo ai casi di gravi calamità naturali quali i terremoti. L’”emergenza-nomadi” è in sostanza una misura che assimila a una catastrofe la presenza di poche migliaia di “indesiderabili”: basta pensare che i rom presenti a Roma, città che s’illustra per questo genere di politica, sono poco più di 4.500 persone su 4.355.725 abitanti (dati del 2018), vale a dire circa lo 0,1 per cento della popolazione.

Pochi dati fanno risaltare, per contrasto, di quante dicerie e leggende si nutrano la discriminazione e segregazione dei rom, sinti e caminanti, a cominciare dal mito del nomadismo: l’80% dei cosiddetti zingari dopo il XVI secolo non si sono mai allontanati dal proprio paese europeo di residenza; in alcune regioni italiane essi sono stanziali almeno dal XV secolo.

Secondo dati del 2018, sarebbero tra le 110mila e le 170mila le persone che s’identificano come rom, sinti o caminanti. Di loro circa 70mila sono di nazionalità italiana, per lo più discendenti da famiglie giunte in Italia nel tardo Medioevo. Gli altri provengono in gran parte da paesi dell’Est-Europa, soprattutto dalla Romania, quindi in quanto tali “regolari” e inespellibili. Checché ne pensi Beppe Grillo, che già nel 2007 definiva “una bomba a tempo” i rom di nazionalità romena e proponeva d’interdire loro la libera circolazione nell’Ue, onde salvaguardare “i sacri confini della Patria”.

A vivere nei campi sono in 26mila, dei quali 10mila in campi non autorizzati. Più della metà di loro è costituita da bambini e ragazzi al di sotto dei 16 anni. La fame, il freddo, l’emarginazione, le malattie, i roghi, la discriminazione negano loro il diritto di invecchiare: solo il 2% raggiunge i 60 anni di età.

Eppure la gran parte di questa minoranza, come ho detto, è parte integrante della popolazione e della storia italiane. Per limitarci a un dato relativo alla storia contemporanea, basta dire che numerosi rom e sinti parteciparono alla Resistenza contro il nazifascismo. Fra i pochi dei quali conosciamo le biografie, si può citare il sinto piemontese Amilcare Debar, detto Taro, scomparso il 12 dicembre 2010. A soli diciassette anni Taro fu staffetta partigiana; poi, sfuggito fortunosamente alla fucilazione, divenne partigiano combattente nelle Langhe e militò, con il nome di “Corsaro”, nel battaglione “Dante di Nanni” della 48ma Brigata Garibaldi, al comando di Pompeo Colajanni. Rastrellato dai nazisti nel 1944, fu deportato a Mathausen e ad Auschwitz e liberato nel 1945.

Nel dopoguerra egli fu rappresentante del suo popolo alle Nazioni Unite a Ginevra.

Benché onorato e pluridecorato, Taro, al pari di altri rom e sinti sopravvissuti ai campi di sterminio, visse fino alla fine dei suoi giorni in un “campo-nomadi”. Nel 2008 (ministro dell’Interno Maroni) nel corso di una vasta campagna istituzionale mirante alla schedatura “etnica” di massa, con rilevamento delle impronte digitali, dei rom, sinti e caminanti presenti sul territorio italiano, compresi i bambini, furono schedati anche ex-deportati ed ex-internati nei lager fascisti e nazisti.

Oggi, niente di buono per loro c’è da aspettarsi dal governo fascio-stellato. Appena insediatosi, Matteo Salvini, annunciando un censimento “etnico” alla maniera di Maroni, ne sparò una delle sue: “Se gli stranieri irregolari vanno espulsi, i rom italiani purtroppo te li devi tenere a casa”. Quanto alla famigerata legge sulla sicurezza, da lui fermamente voluta, rafforzando ed estendendo il “Daspo urbano” e altri dispositivi repressivi, essa ancor più espone la minoranza romaní a soprusi, discriminazioni, deportazioni.

l’web veicola molto antisemitismo

l’antisemitismo galoppa nel web

i messaggi offensivi sono aumentati del 27,4%

la rilvevazione è dell’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali) della Presidenza del Consiglio in occasione del Giorno della Memoria

Antisemitismo

Razzismo e, in partixcolare, anti-semitismo, sono fenomeno purtroppo sempre presenti e che non vengono combattuti con la dovuta efficacia: c’è stato un boom di messaggi offensivi antisemiti sul web.

Secondo i dati aggiornati forniti all’AdnKronos dall’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali) della Presidenza del Consiglio in occasione del Giorno della Memoria, nel 2018 l’Osservatorio Media & Web ha rilevato 10.229 messaggi con contenuti offensivi di natura antisemita rispetto ai 7.485 registrati nel 2017, con un aumento del 27,4% in un anno.
Da tempo l’Unar, attualmente presieduto da Luigi Manconi, effettua quotidianamente l’attività di monitoraggio ‘Media Monitoring’ allo scopo di individuare contenuti potenzialmente discriminatori diffusi su stampa, web, emittenti radio, tv e quotidiani. Dal 2015 è stato istituito anche l’Osservatorio Media & Web, con l’obiettivo di ricercare, monitorare ed analizzare i contenuti potenzialmente discriminatori provenienti dai social network (Facebook, Twitter, You tube e Google +) o che vengono pubblicati dai social media (blog con relativi commenti, siti di fake news, articoli su giornali on line).
Uno dei compiti dell’Osservatorio è quello di monitorare i flussi che circolano in rete, segnalando agli stessi social network, agli organi competenti (Oscad e Polizia Postale), ai direttori delle stesse testate digitali e all’Ordine dei Giornalisti i casi più pericolosi di aggressività on line, affinché vengano fatti oggetto di indagine giudiziaria o semplicemente rimossi da Internet.

“La verifica continua dei messaggi -sottolineano dall’Unar- è anche un modo per tutelare le vittime, denunciando alle autorità e ai responsabili dei social media i discorsi di odio maggiormente lesivi della dignità umana”. Per quanto riguarda il monitoraggio sull’antisemitismo, l’Osservatorio ha così rilevato nel 2018, 10.229 contenuti offensivi, rispetto ai 7.485 del 2017.

contro la deriva pericolosa del populismo “intellettuali di titto il mondo unitevi”

LETTERA DI UNA PROFESSORESSA

“intellettuali di tutto il mondo unitevi, contro la deriva pericolosa del populismo e della miseria”

“non ho vissuto l’età dei totalitarismi, l’età della morte del pensiero critico, ma oggi più che mai posso considerare quanto sia pericoloso il sonno della ragione”

da  Huffington Post

 

 la lettera di una professoressa, Antonella Botti, che esprime preoccupazione per la piega odierna del dibattito politico

 

Non ho vissuto l’età dei totalitarismi, l’età della morte del pensiero critico ma oggi più che mai posso considerare quanto sia pericoloso il sonno della ragione. Nell’età del ritorno dei Malvolio di montaliana memoria un semplice prendere le distanze non può bastare, non è piu possibile una “fuga immobile” anzi può rappresentare una scelta immorale, un disimpegno colpevole. Oggi non è più tempo di tacere, è tempo di prendere una posizione perché ogni esitazione potrebbe mettere a rischio le grandi conquiste culturali del secondo dopoguerra. La cooperazione internazionale, la democrazia, l’integrazione, la tolleranza non possono essere valori negoziabili. 

Quello che maggiormente preoccupa non è il ristretto e circoscritto disegno politico di Salvini ma la constatazione dei consensi numerosi che colleziona, non è di Di Maio che mi preoccupa e del suo serbatoio di voti “protestanti”, ma la constatazione che la protesta sinistroide abbia consegnato il paese ad una destra becera e livida e che una larga fetta anche di intellettuali non si sia resa ancora conto che si è prostituita alla peggiore delle destre, non a quella progressista e europeista, ma alla destra razzista e violenta di Salvini. Ad una destra incapace di cogliere i segni del tempo, incapace di progettare un mondo di uomini in grado di vivere insieme pacificamente nella consapevolezza che ogni vero progresso raggiunge la sua pienezza col contributo di molti e con l ‘inclusione di tutti, seguendo l’insegnamento terenziano alla base della nostra cultura occidentale: “Homo sum humani nihil a me alienum puto”.

Appartengo al mondo della formazione, sto, pertanto, in trincea a contatto con una generazione vivace, intelligente, elettronica e “veloce” che “vivendo in burrasca” rischia di precipitare nel baratro dell’indifferenza o, nella peggiore delle ipotesi, dell’intolleranza, dell’aggressività pericolosa e ignorante.

Questi stessi giovani, invece, meritano di essere salvati, meritano una cultura in grado di coniugare pathos e logos, una cultura che percepisca l ‘uomo come fine e non come mezzo, che consideri l'”altro da sé” una risorsa importante giammai una minaccia.

Nell’età delle interconnessioni non c ‘è niente di più assurdamente anacronistico dei muri e dei silenzi colpevoli. È solo nelle DIVERSITÀ che si può cogliere il vero senso della BELLEZZA e l’essenza di un impegno costruttivo che non è mai discriminante ma sempre inclusivo, totalizzante e interdipendente.

Non è neanche questione di destra o di sinistra, di rosso o nero ma il problema è, soprattutto, di carattere culturale. La vera emergenza è quella di costruire un argine contro ogni forma di populismo, contro la xenofobia, contro i nuovi razzismi in nome di una società civile che riparta dall’UOMO, non prima dall’uomo Italiano, né come in passato prima dall’uomo della Padania, ma dall’UOMO in quanto umanità È necessario che in ogni campo sia politico che economico, culturale e sociale non si perda mai di vista l’uomo, la sua dignità, il suo inestimabile valore e, al di là di ogni faglia e filo spinato, lo si consideri il fine ultimo di ogni progetto.

INTELLETTUALI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI,

c’è molto da fare, a partire dalla formazione scolastica. Se uniti si costituirà una forza inarrestabile, la forza della cultura, la sola che possa costituire un argine autentico contro la deriva pericolosa del populismo e della miseria, principalmente di quella della mente e dello spirito.

per una rifondazione del cristianesimo

 

 

Riformulare la Chiesa: un cammino urgente e necessario

riformulare la chiesa

un cammino urgente e necessario

 da: Adista Documenti n° 3 del 26/01/2019 

vino nuovo in otri nuovi

un cammino di rinnovamento per la chiesa cristiana
Claudia Fanti 

 da: Adista Documenti n° 3 del 26/01/2019

 Le riforme non bastano, serve un rinnovamento radicale e profondo. Serve, più precisamente, una riformulazione completa del messaggio cristiano, secondo parole e concetti propri della cultura in cui ci troviamo a vivere. Serve, insomma, «vino nuovo in otri nuovi». A chiederlo, tra molte altre figure della Chiesa convinte – pur con diversi gradi di radicalità – della necessità e dell’urgenza di intraprendere questo cammino, è p. Stefano Cartabia, oblato di Maria Immacolata, che, in un lungo intervento pubblicato su Eclesalia (8/6/18; eclesalia.wordpress.com), avanza le sue proposte per un rinnovamento a tutto campo di una Chiesa a cui egli afferma di essere tuttora profondamente legato. E non risparmia critiche al «“sistema” gerarchico e istituzionale», che, come qualunque “sistema”, afferma, è «tanto più difficile da decifrare e smantellare quanto più è invisibile, occulto e impersonale» e «tanto più difficile da spezzare quanto più si nasconde dietro una presunta autorità divina». Ma lo fa nel quadro di una riflessione aperta, «senza alcuna pretesa né intenti polemici», felice «con il Dio della vita che – dice – mi sorride in ogni cosa», volendo solo e semplicemente condividere in un’ottica di amore. E conclude: «Forse in alcuni potrà sorgere impellente una domanda: chi è questo che osa “riformulare la Chiesa”? Domanda lecita, forse. La risposta è: nessuno. Per questo oso farlo. È la suprema libertà del niente».

 

Qui sotto  ampi stralci della lunga riflessione di p. Cartabia

«Vino nuovo in otri nuovi» (Mc 2, 22). È questa l’immagine evangelica che a mio giudizio esprime meglio l’attuale situazione della Chiesa e del cristianesimo. Da ogni parte si chiede rinnovamento e in molti luoghi sorgono esperienze o tentativi che vanno in questa direzione. È la freschezza della spiritualità che si fa strada tra i sentieri quasi deserti di una religione in agonia: è il vino nuovo che si fa presente per donarci l’amore e celebrare la vita, ma che insistiamo a rinchiudere in otri vecchie. Questo è il dramma della Chiesa: aggrappata alle otri della dottrina e alle sue obsolete strutture, non sa approfittare né godere del vino nuovo. (…).

Abbiamo bisogno di otri nuovi per questo vino frizzante e delizioso (…). Un vino che ha tanta forza da rompere senza pietà gli otri consumati e crepati. È il vino nuovo che chiede la riformulazione del cristianesimo e della Chiesa.

“Riformulare la Chiesa”: proposta audace e rischiosa. Fedele al mio sentire e alla mia coscienza, lo ritengo un cammino necessario, urgente e imprescindibile. Anche perché è già in atto, da un lato in maniera naturale, a partire dalla base, dalla gente comune, dai laici e, dall’altro, grazie ad alcuni gesti di papa Francesco. Eppure, in generale, la gerarchia sembra “non sapere” o far finta di niente. E così anche la teologia “ufficiale” e il magistero. Accompagno molte persone e gruppi che non si sentono più rappresentati da questa Chiesa. Molti si allontanano a poco a poco cercando altre fonti di acqua viva e non cisterne screpolate (Ger 2, 13). Altri resistono e perseguono il cambiamento da dentro.

In ogni caso, qualcosa si sta muovendo, che la gerarchia lo sappia o no, che lo voglia o no. È in questa direzione che voglio offrire il mio contributo. Perché riformulare? Mi è sembrato il termine più corretto: rispettoso del passato e audace rispetto al futuro. (…).

La mia proposta per riformulare la Chiesa passa per sette cammini. Sette. Numero non casuale. Numero della pienezza che già siamo e a cui siamo chiamati. (…).

Cammino giuridico-istituzionale

La Chiesa istituzione è uno dei grandi ostacoli che incontrano gli esseri umani moderni e, spesso, anche i credenti. Le istituzioni in generale sono in crisi e sono malviste. Molte volte a ragione: ogni istituzione, con il passare del tempo, perde lo spirito originale e si smarrisce in una serie illimitata di incoerenze: carrierismo, corruzione, fanatismo, esteriorità, legalismo. Non servono esempi, mi pare.

L’istituzione Chiesa va ripensata e riformulata. Molto spesso si ha l’impressione che la Chiesa segua più il diritto canonico che il vangelo, si preoccupi più di rispettare regole e norme che di rispondere allo Spirito, più di difendere dottrine che di accompagnare l’essere umano nella sua ricerca e nel suo dolore.

Con ciò non si vuole negare la necessità di un certo livello istituzionale e giuridico. Ne abbiamo bisogno per la nostra esistenza concreta e fragile, segnata molte volte dall’egoismo. Ma non possiamo permettere che la sfera istituzionale soffochi, come purtroppo avviene in maniera ricorrente, lo Spirito genuino. (…).

La Chiesa istituzione funziona quasi come una monarchia. Il papa, protetto dal diritto, può fare praticamente qualunque cosa. E così i vescovi nelle loro diocesi. Qualsiasi organismo ecclesiale è semplicemente “consultivo”. In un mondo che, dopo tanta sofferenza, è approdato in larghe parti al modello democratico e partecipativo, una visione di Chiesa monarchica o quasi risulta inaccettabile. E questo al di là dei limiti dei sistemi democratici e del loro – senza dubbio – possibile e necessario miglioramento.

Ovviamente nella Chiesa si parla di comunione. Esiste persino un’ecclesiologia di comunione. In questo senso, vi sono esperienze importanti e positive, ma quasi sempre a partire dalla base. Per il resto, comunione sì, ma se lo decide la gerarchia e nei termini in cui lo decide. Strana comunione!

Come giustifica la Chiesa un modo di procedere così poco evangelico? (…).

Semplificando, il ragionamento è il seguente: la Chiesa afferma che la sua autorità le viene dalla Parola di Dio. E chi definisce e interpreta ciò che è Parola di Dio? La Chiesa. Un’argomentazione del genere (…) non resiste alla critica della ragione e all’autonomia dell’essere umano che è una delle grandi conquiste della modernità. (…).

Di più: molte leggi ecclesiastiche si fondano su interpretazioni di passaggi evangelici. Ma in tali interpretazioni spesso non c’è coerenza né uguaglianza di criteri. Le dottrine del papato, del peccato originale e dell’indissolubilità del matrimonio, per esempio, poggiano su assai pochi versetti, interpretati letteralmente o quasi.

Le domande si pongono da sole: perché alcuni versetti sono accettati in maniera letterale o interpretati rigidamente e altri no? (…). Pare che vi siano diversi criteri di interpretazione, a seconda che convengano o meno al potere stabilito o in base alla necessità o meno di confermare tesi teologiche e dottrinali. Un cammino verso una maggiore coerenza e autenticità è necessario.

La Chiesa, se vuole offrire al mondo una parola autentica, deve potersi aprire a un dialogo a 360 gradi con i suoi critici e con tutto il mondo. Deve poter offrire argomenti validi ancorati all’esperienza e alla ragione, non a una presunta autorità ricevuta da Dio (fideismo) e impossibile da comprovare.

Altri esempi possono risultare illuminanti: l’elezione del papa e dei vescovi e il magistero. L’elezione del papa è estremamente anti-democratica e non tiene in conto l’ecclesialità. Il papa sceglie i cardinali che, a loro volta, eleggeranno il papa successivo. Non c’è alcuna forma di partecipazione del popolo. E, neanche a dirlo, i cardinali sono tutti maschi. Il tutto fondato biblicamente. Un fondamento che naturalmente non esiste e che si cerca di creare stirando e manipolando i testi. L’elezione dei vescovi è sommamente autoritaria e manca totalmente di trasparenza. (…). Il popolo cristiano, l’enorme maggioranza dei cristiani, non ha praticamente alcuna voce in capitolo nell’elezione dei suoi pastori. E lo stesso si può dire, appena sfumando i termini, dei parroci.

Quanto al magistero, è anch’esso avvolto da una sacralità che non ha. Con Francesco – con le sue parole, i suoi gesti e le sue richieste di perdono – è risultato chiaro, per esempio, che la dottrina dell’infallibilità papale è insostenibile. La gerarchia esige l’obbedienza nei confronti del magistero: non si può pensare né esprimere opinioni in maniera distinta. Perlomeno “ufficialmente”. Si crea così una terribile crepa di ipocrisia. Vari vescovi e sacerdoti (e, molto di più, catechisti e laici) non concordano con le posizioni “ufficiali” della Chiesa ma non si azzardano a dirlo e, ancor meno, a metterlo sul tappeto. Sarebbe molto più onesto, umanizzante ed evangelico se il magistero perdesse il suo carattere assoluto e dogmatico per diventare aperto, dialogante e ispiratore.

Nella pratica, quello che in definitiva si vive nella Chiesa è autoritarismo, non autorità. L’autorità, lo sappiamo bene, non si impone ma si riconosce. E la gerarchia continua a esigere obbedienza e fedeltà a danno della libertà di coscienza. (…).

L’autenticità di una vita viene riconosciuta dalla gente senza necessità di imporre alcun tipo di autorità. Tutto ciò conduce al rispetto della coscienza, come affermato dal catechismo ma assai poco praticato dalla gerarchia. (…). Ovviamente tutta questa riflessione – suppongo – non piacerà molto all’istituzione gerachica: il suo potere viene minacciato. E sempre cercherà di sostenersi sulla tradizione e sulla soggettiva supposizione che la sua autorità le viene da Dio. Finché si farà scudo con questo argomento, qualsiasi dialogo sincero sarà impossibile. Anche perché questo “dio” da cui discenderebbe la sua autorità è morto. O, forse, non è mai esistito. E tutto questo si lega strettamente al secondo cammino.

Cammino teologico-dottrinale

(…). La teologia e la dottrina della Chiesa, dopo i pri- mi secoli di freschezza e di mistica, hanno impregnato la vita del cristiano. La Chiesa, insieme al potere politico, ha sviluppato la teologia e la dottrina sulla base delle caratteristiche proprie dell’Impero/Stato: potere legislativo, esecutivo, giudiziario. La liturgia stessa presenta un’importante derivazione imperiale… (…).

Eppure, leggendo il vangelo, non ci si sente soffocare da disquisizioni teologiche né opprimere da pesanti dottrine. Al contrario, emerge da ogni pagina libertà e freschezza. Quello che notiamo è un Gesù che ama la vita, un uomo libero e preoccupato di fare il bene e di rivelare il volto misericordioso del Padre.

Tutto questo ovviamente – non sono così ingenuo – non significa che teologia e dottrina non abbiano un loro posto e non siano anch’esse importanti. (…). Ma significa tornare a dare la priorità all’esperienza e alla vita (…): criterio chiave di ogni cammino spirituale, usato dallo stesso Gesù. (…).

Il cammino, a mio giudizio, ha due versanti. Da un lato, tornare a dare la priorità alla vita al di sopra della teologia e della dottrina. (…). A che serve un meraviglioso pensiero teologico o una fantastica dottrina se non trasformano la vita, non rendono le persone migliori e più capaci di amare? A che mi serve “sapere” (razionalmente) che Dio è Uno e Trino se la mia vita relazionale è un disastro e se non sono capace di rapportarmi agli altri? La fallacia essenziale è nella concezione della verità (…). La verità è diventata un enunciato/contenuto mentale, con poca o nulla relazione con la vita reale e concreta. Comprendere allora che la Verità non si può affermare né definire attraverso concetti è fondamentale. La Verità è inesauribile e indefinibile, ci abbraccia, ci sostiene, ci oltrepassa da tutti i lati. Come la Vita. Quando si opera l’indebita equiparazione tra dogma e verità stiamo riducendo la Verità ai nostri concetti, sempre relativi e condizionati. (…).

Tutto ciò ci porta al secondo versante. La stessa espressione della fede in dogmi e dottrine è condizionata e limitata dalla cultura, dall’epoca, dal linguaggio, dalle coordinate sociali, filosofiche e religiose. Solo per fare un esempio, il concetto di “persona” che è alla base di tutti i dogmi cristologici e trinitari affonda le sue radici nella cultura greca del primo secolo.

Il concetto di persona che abbiamo oggi – la coscienza umana evolve – è molto diverso, più completo, più profondo. (…).

La teologia e la dottrina cattolica continuano a sostenersi in buona parte sulla filosofia di Aristotele e sulla teologia di Sant’Agostino di Ippona e di San Tommaso d’Aquino. Senza dubbio grandi figure che hanno aperto strade e posto validi fondamenti. Ma vi sono anche aspetti che risultano superati, punti che bisogna abbandonare e altri che è necessario reinterpretare e attualizzare. (…). In molti casi quello che guida la teologia non è l’amore per la verità e la necessità innata dell’essere umano di comprendere, ma la paura. La paura di “perdere” la presunta fedeltà a una verità mentale ed espressa in dogmi.

Sono convinto che il punto più urgente alla base di tutto sia l’abbandono del “teismo”. Il teismo è una concezione religiosa che intende la divinità come un Essere separato che interviene nel mondo da fuori. È il modo di intendere Dio che ancora predomina nel cristianesimo e nella Chiesa. Tutta la liturgia, la morale, la vita di preghiera, la spiritualità sono impregnate di teismo. (…).

Il cammino evolutivo dell’umanità e il cambiamento di paradigma in atto ci invitano ad abbandonare il teismo e ad entrare in un’altra – più profonda e integrale – esperienza di Dio e del trascendente.

Non esiste ancora una parola chiave e condivisa che prenda il posto del “teismo” (…). Forse quella più accettata è “pan-en-teismo”: Dio è in tutto come principio, origine e sostegno. Ma non si confonde con il tutto, perché altrimenti sarebbe “panteismo”, da sempre tacciato dalla Chiesa di eresia.

Io preferisco usare un’altra parola, più semplice e comprensibile: “interiorità”. Dio è l’interiorità di tutto, il suo nucleo essenziale. Lo diceva già Sant’Agostino: «Dio è più intimo a me di me stesso».

È questa la chiave della nuova comprensione della divinità e del nuovo paradigma: tra Dio, l’essere umano e il mondo non c’è nessuna separazione, bensì una profonda unità/unicità. Unicità che non elimina la distinzione, ma costituisce il suo fondamento e in essa si esprime. (…). Alla luce del cambiamento di paradigma e dell’abbandono del modello teista è urgente reinterpretare due categorie fondamentali della nostra teologia: che significano rivelazione e incarnazione oggi? (…). Come leggerle dopo Newton e Einstein, per esempio? Le spiegazioni teologiche della rivelazione e dell’incarnazione (con il loro relativo peso dottrinale) ancora in vigore – perlomeno a livello di teologia ufficiale – non tengono conto del fatto che l’Universo è in continua espansione e che la luce può agire come un’onda o come un flusso di particelle a partire da un osservatore cosciente… come neppure considerano le scoperte della psicologia transpersonale e le esperienze dei “mistici” induisti e buddisti… (…).

Reinterpretare l’unicità di Cristo significa reinterpretare il concetto di salvezza. E tutto ciò che vi è lagato: inferno, paradiso, vita eterna. Cos’è la salvezza? Che significa che Cristo salva? Che significa l’unicità di Cristo? Le risposte dogmatiche e prefabbricate non sono più possibili né accettabili. (…). Le recenti scoperte legate alla neurobiologia e alla meccanica quantistica e l’approfondimento del tema della coscienza non possono restare fuori dal cammino della teologia. (…).

Cammino interiore-spirituale

Un’altra importante dimensione è la spiritualità. La tradizione della Chiesa ha offerto in questo senso un forte contribuito all’umanità ed esiste una grande ricchezza in termini di spiritualità nella storia della Chiesa. (…).

Anche in questa sfera è però necessaria una svolta: la spiritualità deve diventare l’asse del cammino cristiano. Senza spiritualità anche il culto e il rito diventano sterili. E anche il servizio concreto perde la sua forza e la sua dimensione trascendente. Mettere al centro la spiritualità significa dare la priorità all’interiorità. Spiritualità, interiorità, mistica sono profondamente connesse e guardano (…) a un’altra dimensione già citata: l’esperienza.

Nel nostro mondo postmoderno non si crede più per il principio di autorità o semplicemente per tradizione. Diventa centrale l’esperienza. Già lo aveva detto Pascal: «Dio non vuole essere pensato, vuole essere vissuto». (…).

Quando Karl Rahner, nel secolo passato, lanciò la sua famosa profezia: «Il cristiano del XX secolo sarà un mistico o non sarà», indicava proprio questa dimensione. Il cammino mistico è un cammino di immediatezza: cerchiamo di toccare la Vita così com’è e così come si presenta, senza le interpretazioni e i filtri dell’ego.

Le mediazioni – in un certo senso – passano in secondo piano. Ed è questo che preoccupa la Chiesa gerarchica: se la mediazione diventa secondaria – non diciamo non necessaria – il potere e il controllo della gerarchia si riducono considerevolmente.

Il cammino mistico, però, non significa la cancellazione della mediazione, al contrario: nell’ottica mistica tutto è mediazione e simbolo dell’Eterno. In tal senso anche la mediazione della Chiesa (…) trova il suo giusto significato a servizio dell’esperienza anziché in opposizione ad essa (…).

La spiritualità e la mistica si nutrono e vivono di interiorità. (…). L’interiorità si riferisce al nucleo invisibile ed essenziale di tutte le cose. «L’essenziale è invisibile agli occhi», ricordava il piccolo principe di Saint-Exupery. Questa essenza che non si vede racchiude il Mistero. (…).

Coltivare l’interiorità è allora il compito primario per vivere un’autentica spiritualità e addentrarci nel cammino mistico dal quale dipende, secondo Rahner, il nostro essere o meno cristiani. Di più: il nostro essere o meno umani. Coltivare l’interiorità passa necessariamente per il silenzio. Non a caso, tutti i mistici sono uomini e donne del silenzio. (…).

L’interiorità non si trasforma nel centro e nell’asse della nostra esistenza in maniera automatica. La Chiesa, che si autodefinisce “maestra ed esperta” in umanità e spiritualità, dovrebbe muovere un passo significativo in questa direzione e iniziare a proporre più seriamente cammini di autentica interiorità e spiritualità.

Possiamo imparare molto da altre tradizioni – buddismo e induismo per esemplo – che fanno del silenzio e dell’interiorità l’asse delle loro pratiche spirituali. Ma la Chiesa ha l’umiltà necessaria per imparare dagli altri? O preferisce rimanere con la “sua” verità? (…).

Cammino artistico-poetico

(…). Arte e poesia (non solo in senso letterale, ma come modo di vedere la vita, come forma di percepire la realtà) toccano dimensioni più profonde dell’essere umano e usano un altro linguaggio. La Chiesa – al di là della sua ricca storia in ambito artistico – si è fossilizzata specialmente sulla dimensione concettuale. Il modo di predicare e di annunciare e la catechesi sono in molti casi centrati sul livello razionale: si trasmettono concetti.

(…). Il linguaggio artistico e poetico è più simbolico, più diretto, più semplice e profondo al tempo stesso, più fedele all’esperienza e in grado di mettere in discussione e di rimuovere strati dell’essere umano più profondi di quello mentale. Tutta la sfera emotiva e affettiva – senza dubbio l’asse attorno a cui si muove l’essere umano – è raggiunta più facilmente e radicalmente dal linguaggio artistico e poetico.

Tutto questo invita a una profonda revisione. (…). Il linguaggio liturgico è, in molti casi, obsoleto e incomprensibile. E anche la sua ripetitività distante dalla vita reale diventa un ostacolo al momento di proporre un’esperienza. È ora di rivedere questo linguaggio e tentare nuovi cammini. Dando più spazio alla creatività e al “qui e ora” in cui la liturgia si sviluppa. (…).

Cammino realista-antropologico

(…). Spesso la Chiesa (…) continua a essere ancorata a una visione del mondo e a dottrine che non sono più adeguate all’essere umano contemporaneo e al cammino evolutivo dell’umanità. (…). Rispondiamo a domande che nessuno ha posto e non rispondiamo a quelle che ci vengono rivolte.

Accompagnando persone e gruppi – in generale “gente di Chiesa”– mi vengono poste questioni di fondo (morali, dottrinali, pastorali) che molti membri della gerarchia sospetto neppure immaginino, conservando l’illusione che il popolo di Dio continui ad accettare senza discutere tutto ciò che il magistero afferma e nel modo in cui lo afferma.

Non è così: molti cristiani, più di quanto pensiamo, stanno mettendo in discussione molti dei fondamenti del cristianesimo e della dottrina cattolica. Faremmo be ne a prendere sul serio le loro domande, le loro ricerche, i loro dubbi. Gesù scopriva Dio nella realtà e nella realtà Dio continua a manifestarsi e a rivelarsi. Ma cos’è questa benedetta realtà?

È quello che è. Così, in modo semplice e rivoluzionario. In “quello che è” Dio si sta rivelando e per questo la fedeltà al reale è fedeltà a questa interiorità nella quale e a partire dalla quale incontriamo il Mistero.

La fedeltà al reale è la chiave per poter agire e trasformare il mondo. Non si trasforma il mondo e la società combattendoli, ma amandoli. E l’amore comincia sempre con l’accettazione radicale. Il vangelo torna ripetutamente al “non giudicare”, che va interpretato a partire dalla saggezza ancestrale dell’umanità e non in un’ottica moralista. “Non giudicare” in primo luogo è: accettare, amare, non discriminare, guardare più in profondità. La parabola del grano e del loglio (Mt 13, 24-30) è un buon esempio di tutto ciò. La fedeltà al reale è allora essenziale. Ma mi sembra importante porre un’enfasi particolare sull’antropologia. Le scienze antropologiche sono avanzate molto negli ultimi secoli: nella filosofia, nella psicologia, nella psichiatria, nella neuroscienza, nella sociologia. Tutto questo bagaglio immenso bisogna incorporarlo all’antropologia cristiana. La Chiesa conserva spesso una visione antropologica obsoleta o bisognosa di attualizzazione. (…). Dove sta l’essere umano oggi? Questa è la domanda chiave, alla quale la Chiesa non vuole o non sa rispondere. Lo stare non è un luogo concreto, ovviamente. È il “luogo senza-luogo” di una dimensione spirituale. L’essere umano del terzo millennio non è lo stesso del tempo di Gesù o del Medioevo. Per quanto la sua essenza sia la stessa, sono cambiate totalmente le coordinate dell’espressione di tale essenza e dell’approccio ad essa. (…). Non possiamo camminare accanto all’essere umano senza conoscere, accettare e assumere queste coordinate.

Rivisitare l’antropologia e i suoi fondamenti è allora un cammino obbligato. Rivisitare per comprendere l’essere umano moderno e comunicare con un linguaggio comprensibile a tutti i figli e le figlie della terra. (…).

Cammino ecumenico e dialogico

Un altro cammino che si apre di fronte alla Chiesa e al cristianesimo è il cammino ecumenico e dialogico. Ecumenico specialmente in relazione alle altre confessioni cristiane e religiose o spirituali dell’umanità. E dialogico rispetto a un’apertura radicale di fronte a un mondo globalizzato in cui si moltiplicano le offerte spirituali. (…).

Anche in questo fondamentale aspetto i migliori risultati e i maggiori passi avanti vengono dalla base. (…). Le persone di buona volontà non si chiedono se il vicino è credente o meno, di che religione è, in cosa crede. La gente non separa, vive e ama. È solidale.

Le difficoltà nascono a livello di autorità, perché l’autorità ha qualcosa da difendere ed è convinta di avere le chiavi della verità e della salvezza. Mentre le chiavi le tiene la Vita stessa. Vita nella quale tutti siamo inclusi. Vita nella quale viviamo. (…).

Camminare radicalmente e sinceramente nel cammino ecumenico e dialogico significa comprendere che la Vita e la Verità ci precedono, ci superano e ci abbracciano. Che siamo semplici servitori della Verità. (…). Si riprende un’altra volta il nucleo del messaggio evangelico (…): il servizio nell’amore e nella verità. Nessun proselitismo, nessuna autorità imposta o pretesa, nessuna rigida struttura. Semplice vita, semplice amore, semplice servizio. (…).

Cammino pastorale e missionario

(…). Il cammino della pastorale (e delle pastorali) dovrebbe confluire in una più profonda e significativa unità. Tutto ciò è in stretta relazione con la struttura di base su cui è fondata la vita della Chiesa: la parrocchia.

(…). Senza dubbio la Chiesa ha bisogno di un vincolo con il territorio: lo richiede la necessità dell’essere umano e del vangelo di comunità, di relazioni umane vicine, affettive, solidali. Ma la struttura parrocchiale necessita di una svolta importante. (…).

In molte parrocchie è difficile vivere un’esperienza reale e concreta di comunità e di famiglia (…). Spesso la celebrazione della messa – che dovrebbe essere il momento centrale della vita della comunità – diventa qualcosa di impersonale, freddo e assai poco familiare (…). È questo che significa celebrare? (…).

Bisogna senza dubbio cercare cammini più leggeri, meno burocratici, più fraterni. E anteporre sempre la carità in tutte le sue espressioni alla burocrazia, alla struttura, alle regole. (…) Se poniamo al centro la Vita, come Gesù ci ha rivelato e come la coscienza umana viene scoprendo, le cose si semplificano e acquistano al tempo stesso profondità.

In fondo c’è una sola pastorale da vivere e annunciare: la Vita. Dio della Vita, Vita di Dio. (…). Dio passa per la vita, non per le strutture che sovrapponiamo alla vita.

Uno sguardo particolarmente attento merita la missione. (…). Sono convinto che anche la dimensione missionaria della Chiesa e del cristianesimo necessiti di una urgente e importante riformulazione. (…).

Se l’asse della rivelazione e dell’esperienza di Dio è la Vita – al di sopra di concetti, dottrine, catechismi, morale – il vecchio schema della missione cade da solo. (…). Gesù non annunciava né proponeva dottrine, per quel poco che possiamo scoprire dai vangeli. Il cammino mistico, che è sempre accompagnato dalla spiritualità – il vino nuovo –, scopre e rivela quello che è sempre stato: la centralità della Vita e del Reale. Da qui passa l’esperienza del Trascendente. (…).

Nel fondo non abbiamo nulla da annunciare e proporre: abbiamo una Vita da vivere. E questa stessa Vita vissuta si farà annuncio e proposta. Da qui la riformulazione della missione, con tutte le sue conseguenze pratiche (…).

Concludendo

«Tutte le verità passano attraverso tre stadi. Primo: vengono ridicolizzate; secondo: vengono violentemente contestate; terzo: vengono accettate dandole come evidenti» (Arthur Schopenhauer). Questa citazione del famoso filosofo tedesco giunge a proposito. La Chiesa è incorsa in questo errore molte volte nel corso della sua storia: ha ridicolizzato Galileo, lo ha condannato e alla fine ha accettato l’evidenza. Lo stesso si può dire di decine e decine di realtà. Inciampiamo sempre sulla stessa pietra.

Non sarà il momento di cambiare strada? Non sarà il momento di smettere di ridicolizzare e di contestare violentemente? Sospetto che qualcosa di simile stia avvenendo con il superamento del teismo: molti mettono in ridicolo la questione e altri reagiscono con aggressività. Entro alcuni decenni – speriamo meno – la Chiesa lo riconoscerà e l’assumerà.

Apprendere dalla storia – individuale e collettiva – sembrerebbe qualcosa di semplice e di normale. La realtà indica il contrario. A livello individuale e a livello sociale cadiamo ripetutamente negli stessi errori.

Apprendere non è facile: forse è la cosa più complicata. Si richiedono apertura e umiltà. Si richiede la detronizzazione dell’ego. «Imparare ad apprendere», evidenziava Juan Luis Segundo: è in questa tappa che ci troviamo. E forse resteremo sempre qui: a livello di apprendimento.

Le tradizioni mistiche evidenziano spesso questa dimensione e affermano che l’esperienza umana è un semplice e continuo apprendimento. Sono convinto che il problema sia questo: chiedere e cercare in questa meravigliosa avventura umana che chiamiamo “vita” più di ciò che è. Cerchiamo qualcosa di definitivo, cerchiamo un “significato” esterno alla vita stessa, cerchiamo di colmare desideri e bisogni.

Tutte queste ricerche dipendono in fondo dal nostro ego sempre insoddisfatto. E se la vita fosse più semplice? E, al tempo stesso, più piena e profonda? Vivere l’avventura umana – che dura quanto un soffio (Sal 39, 5) – come apprendimento dell’amore che siamo non sarebbe molto più umile e sereno?

Accettare che l’esistenza umana sia un semplice apprendimento è un duro colpo per l’ego, ma una volta entrati in questa visione ci si apre un fantastico panorama: la pienezza che siamo si manifesta nel momento presente come un regalo inatteso. (…). Abbiamo scoperto chi siamo: vita divina – “figli di Dio” – che si manifesta per un istante nell’effimero dell’esistenza. E viviamo, infine, radicalmente liberi.

i 90 anni di Casaldaliga (e la vendetta contro di lui)

Pedro Casaldáliga, la «speranza indignata»

Pedro Casaldáliga, la «speranza indignata»

 da: Adista Documenti n° 3 del 26/01/2019

 «Alla mia età, tutto rientra in una preghiera», aveva affermato in un suo messaggio del 2005 il profeta, poeta, mistico e vescovo dei poveri dom Pedro Casaldáliga. E ora che di anni ne ha quasi 91 e che “fratello Parkinson” ha lasciato segni profondi sul suo corpo, la preghiera in cui rientra la sua vita si esprime solo con gesti, con sguardi, con strette di mano, come riferisce la sua amica antropologa Maria Júlia Gomes Andrade, coordinatrice del Movimento pela Soberania Popular na Mineração, che è andato a trovarlo alla fine del 2018, «dopo quasi 16 anni dalla mia prima visita in quella terra ». Eppure, malgrado l’età e lo stadio avanzato della sua malattia, dom Pedro è ancora, nella desolante situazione in cui si è smarrito il Brasile, una figura scomoda. Non a caso, come raccontano all’antropologa gli amici di dom Pedro, quando, alla vigilia del primo turno delle elezioni, viene organizzato a São Félix do Araguaia un «corteo di macchine» a favore di Jair Bolsonaro, i simpatizzanti dell’esponente neofascista, passando davanti alla casa del vecchio vescovo, si scatenano con i clacson e lanciano urla dalle automobili. «Una sorta di vendetta contro Pedro e contro tutto ciò che egli rappresenta».

 

Qui sotto l’articolo di Maria Júlia Gomes Andrade sui 90 anni di vita del vescovo «dedicati alla resistenza contro il capitale e alla difesa dei poveri», pubblicato su Brasil de Fato il 19 dicembre

 

«Per riposare / io voglio solo/ questa croce di legno / come pioggia e sole / questi tre metri di terra / e la Resurrezione!»

(da Cemitério do Sertão, di dom Pedro Casaldáliga)

Circa vent’anni fa dom Pedro Casaldáliga celebrò una messa nel giorno dei defunti in uno dei cimiteri di São Félix do Araguaia, nel Mato Grosso. Alla fine, alla presenza del popolo e degli operatori di pastorale, disse: «Voglio che tutti voi ascoltiate attentamente, perché intendo parlare di qualcosa di molto serio: è qui che io voglio essere sepolto ». Il “qui” era ciò che il popolo della regione definisce come “Cimitero Karajá”, dove sono stati seppelliti molti indigeni e altrettanti lavoratori che provenivano da luoghi diversi e che erano sfruttati nelle fazendas dedite all’allevamento del bestiame. Il luogo dove trovava sepoltura la gente più umile di quella terra. Il cimitero dei più poveri.

Tra le cose che più colpirono dom Pedro quando giunse in questa regione del Mato Grosso nel 1968 c’era la situazione dei “peões”, i braccianti che emigravano da vari Stati nell’illusione che le loro condizioni di vita sarebbero migliorate con il lavoro nelle grandi fazendas. Chi li reclutava faceva loro tante promesse, ma già durante il viaggio e poi durante il loro lavoro molti debiti venivano loro imposti. La maledizione della schiavitù per debito. E le fughe venivano duramente represse, secondo la tradizione di tagliare le orecchie dei lavoratori che cercavano di sottrarsi a quel martirio. La situazione dei piccoli contadini e dei diversi popoli indigeni della regione non era molto diversa in questa terra caratterizzata durante la dittatura militare dalla maggiore concentrazione fondiaria. Nella Lettera Pastorale del 1971, “Una Chiesa dell’Amazzonia in conflitto con il latifondo e l’emarginazione sociale”, Pedro esprime una forte denuncia contro tutte queste situazioni legate a una regione dalla disuguaglianza così profonda, schierando la Chiesa – la neonata Prelazia di São Félix do Araguaia – dalla parte dei più poveri: «Tutti noi – vescovo, preti, suore, laici impegnati – siamo qui, tra l’Araguaia e lo Xingu, in questo mondo, reale e concreto, emarginato e accusatore, che ho presentato sommariamente. Se non rendiamo possibile l’incarnazione salvifica di Cristo in questo ambiente nel quale siamo stati mandati, significa che rinneghiamo la nostra Fede, ci vergogniamo del Vangelo e tradiamo i diritti e la speranza in agonia di questa gente che è anch’essa popolo di Dio: i sertanejos, i contadini, i braccianti; questo pezzo brasiliano dell’Amazzonia. Poiché ci troviamo qui, qui dobbiamo impegnarci. Chiaramente. Fino alla fine (c’è solamente una prova sincera, definitiva, dell’amore, secondo la parola e l’esempio di Cristo). Non vogliamo fare gli eroi. Né intendiamo dare lezioni a nessuno. Chiediamo soltanto la comprensione militante di coloro che condividono con noi la stessa Speranza».

Sono tornata a São Félix alla fine del 2018, dopo quasi 16 anni dalla mia prima visita in quella terra. Prima di tutto, per vedere Pedro. Durante quei giorni, facendo una ricerca nel monumentale Archivio della Prelazia, ho trovato uno scambio di messaggi con João Pedro Stédile, per il zione. Una di queste e-mail portava la data del 24 dicembre del 2002, e Pedro rispondeva a João Pedro scrivendo che non avrebbe potuto partecipare al Forum Sociale Mondiale del 2003, né alla presentazione del giornale Brasil de Fato che si sarebbe svolta durante quell’incontro. Aveva già un viaggio fissato per quel mese a Roma. E Pedro disse all’amico del Movimento dei Senza Terra: «Ci sono molte aspettative riguardo al governo Lula. Nessuno dubita sull’onestà del nostro compagno, ma siamo in molti a interrogarci con ansia sulle alleanze e sulle concessioni. Sarà un tempo nuovo di autocritica serena, ma libera. La Terra e tutta la sua problematica definirà in buona parte le sfide dell’alimentazione, dell’impiego, dell’alleggerimento delle città, della graduale correzione delle disuguaglianze sociali.

Il latifondo continua a essere il nemico numero uno!». Il latifondo continuava a essere al centro delle preoccupazioni di Pedro, 34 anni dopo il suo arrivo in Brasile. Pedro ha sempre riflettuto profondamente sul fatto che i cambiamenti strutturali non sarebbero avvenuti soltanto con un risultato elettorale in grado di spostare l’asse più a sinistra. Ma che i più grandi cambiamenti sarebbero dovuti venire dalla coscienza e dall’organizzazione del popolo. E la vita pastorale, per Pedro, passava fortemente per un contributo all’organizzazione del popolo nella sua lotta per i diritti, in questa regione del Mato Grosso in cui aveva scelto di vivere.

Eppure, a São Félix do Araguaia e nella regione, i sostenitori del presidente eletto, in queste elezioni presidenziali del 2018 spoliticizzate e manipolate, hanno letto tutta questa storia segnata da una grande profondità di riflessione e di azione politica come la storia di un “vescovo petista”. Un vescovo petista che deve essere ancora combattuto.

Durante questo viaggio alcuni operatori di pastorale della Prelazia mi hanno raccontato l’episodio del corteo di macchine pro-Bolsonaro. Alla vigilia del primo turno delle elezioni era stato organizzato un enorme corteo di macchine a favore di questo candidato, e le auto suonavano il clacson con più forza quando passavano davanti alla casa del vecchio vescovo. Molti gridavano dalle automobili. Una sorta di vendetta contro Pedro e contro tutto ciò che egli rappresenta, hanno pensato le persone della casa. Ma, riflettendo bene, e ricordando tutte le storie di questa Chiesa militante, una così radicata polarizzazione non è una novità in questa regione. In realtà di questo tipo soltanto i codardi non prendono posizione. E Pedro è ancora una figura scomoda, e molto. Cos’è che Pedro potrebbe dirci – e come potrebbe aiutarci a riflettere – su questa tempesta che si è abbattuta sul Brasile? Certamente direbbe molte cose. Una volta, in un mio articolo, definii Pedro come “la speranza indignata”. E leggendo durante questa visita lettere su lettere che Pedro scambiava con amici personali e con persone di Chiese e di movimenti di tutto il mondo, mi sono resa conto di quanto la parola “speranza” fosse comune in questi carteggi. Forse allora non è un caso che una delle canzoni preferite di Pedro sia “Sonho impossível”: “Sognare un altro sogno impossibile, lottare quando è facile cedere, vincere il nemico invincibile, dire no quando la regola è vendersi”. Una canzone che egli chiedeva sempre all’avvocata e operatrice di pastorale Zezé di cantare a cappella, con la sua bella voce, nelle attività della Prelazia.

E il vescovo Pedro, come viene chiamato in città, continua a stare qui. Il forte progredire del “Fratello Parkison” con cui convive da circa 20 anni lascia segni profondi. Anche i 90 anni (quasi 91!). Non si esprime più con l’antica profusione di parole e scritti, sempre tanto incisivi. E questa è certamente una grande sofferenza. Ma Pedro riesce a comunicare in altri modi, con gesti e sguardi, e ci stringe forte le mani e ci dà la benedizione con le sue. Sappiamo che è lì, che è Pedro, e che ci riconosce. E tratta bene chiunque arrivi in casa, che sia gente della città che viene a trovarlo, indigeni karajá (Iny) o persone che vengono in visita da lontano.

E la sua casa continua anche ad offrire un rifugio ai karajá che sono di passaggio per São Félix, provenienti da uno dei diversi villaggi che esistono nell’Isola del Bananal, dall’altro lato del Rio Araguaia. Sanno che lì troveranno un bicchiere di acqua fresca, che potranno contare su un luogo in cui riposare dai loro giri in città. E sanno che sempre verrà offerto loro un piatto di cibo all’ora di pranzo. Sono stata cinque giorni a São Félix e, durante tutto questo breve periodo, sono passati da lì alcuni iny, in maggioranza provenienti dal villaggio Santa Izabel, quello più vicino alla città. Durante il penultimo giorno, è arrivato in casa un giovane iny che non si sentiva bene. Sembrava provare un forte dolore e diceva di aver vomitato sangue. Siamo riusciti a parlare con la responsabile del distretto di salute indigena regionale, che ha mandato un’automobile a prenderlo. Quel giovane indigeno sapeva che avrebbe trovato un rifugio in quella casa, con il “popolo del vescovo Pedro”.

Nell’epigrafe di questo articolo appare soltanto la prima parte del componimento Cemitério do Sertão. Ma la poesia di Pedro continua: “Ma per vivere / io voglio già avere / la parte che mi spetta / nel suo latifondo / che la terra non è sua / dottor Nessuno. / Ma per vivere / terra e libertà / io devo avere”. La lotta di Pedro e della sua Chiesa militante è sempre stata per la giustizia e per la vita. Pedro è lotta. Pedro è ispirazione.

Pedro è esempio. E la malattia e la vecchiaia di Pedro non devono essere interpretate solamente come sofferenza. Devono suscitare in noi una «profonda riflessione sul significato di 90 anni di vita dedicati alla resistenza contro il capitale e alla difesa dei poveri», secondo le parole della docente e militante mineira Maria José Silva. E che, per tutte e tutti noi, si possa incontrare ispirazione in dom Pedro Casaldáliga per i tempi difficili che il nostro Paese attraversa e attraverserà. Che la speranza attiva e indignata ci guidi!