un invito ad una radicale conversione – il commento di ‘noi siamo chiesa’ alla ‘fratelli tutti’

“fratelli tutti”

un appassionato messaggio di invito alla conversione
che papa Francesco invia ai cristiani ed all’intera umanità

di Vittorio Bellavite
in “www.noisiamochiesa.org” del 11 ottobre 2020

L’ enciclica “Fratelli tutti” per la complessità e la molteplicità dei temi che tratta meriterà molta
attenzione di volta in volta sui vari blocchi di argomenti. Una prima lettura serve ad averne un’idea
generale senza in alcun modo esaurire la riflessione.

La situazione difficile del mondo

Essa, nelle sue linee generali, riprende ampiamente il messaggio culturale e sociopolitico di papa
Francesco, lo sistematizza e lo arricchisce. In particolare riprende ampiamente il documento di Abu
Dhabi del febbraio del 2019 “sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune”
firmato dal papa con il Grande Imam Abu Al-Tayyeb dell’Università Al-Azhar del Cairo. La prima
parte descrive la situazione del mondo constatandone il peggioramento per i nazionalismi
emergenti, la crescita delle radicalizzazioni e delle disuguaglianze, i razzismi, le nuove povertà, la
pandemia “che ci ha denudati” e ha gravemente penalizzato i più deboli, il rischio del “tutti contro
tutti”, il rifiuto dei migranti, i muri, invece dei ponti, che si costruiscono un po’ dovunque, le forme
ormai consolidate di schiavitù, la guerra mondiale a pezzi, i poteri economici che sovrastano i
soggetti politici che dovrebbero proteggere la “casa comune” dell’umanità. In questa descrizione si
può leggere un contributo abbastanza nuovo (cap. 44 e 45) sulle tante aggressività che si esprimono
mediante la comunicazione online e in tutto il mondo digitale che ha alle spalle interessi economici
enormi e che è capace di forme invasive e sottili di controllo e di manipolazione. In questa
descrizione non nuova delle tante cose negative dello scenario globale non vi è spazio (un solo
cenno) per un approfondimento della specifica condizione della donna che è pesante e diffusa
ovunque. I diversi aspetti della sua condizione di subordinazione fanno parte dei pesanti rapporti di
dominio esistenti al mondo che tutti l’enciclica condanna duramente. Questa assenza ci sembra il
limite principale dell’enciclica ed è coerente con la mancanza nel pontificato di papa Francesco di
un impegno non formale od episodico perché la condizione femminile sia tutelata e promossa nella
società e, a maggior ragione, nella Chiesa. La richiesta che l’enciclica si chiamasse “Sorelle e
fratelli tutti” ci sembrava del tutto giustificata (la citazione esatta delle parole di S. Francesco
poteva essere ripresa e spiegata nel testo). E’ stato anche rilevato che tra i grandi “maestri” citati tra
quelli che hanno ispirato l’enciclica (S. Francesco, Martin Luther King, Desmond Tutu, Mahatma
Gandhi, Charles de Foucauld) non c’è nessuna donna.

Il Samaritano, modello per la vita e per la società

L’enciclica passa poi ad un approfondimento del racconto evangelico del buon Samaritano, che
viene assunto come modello generale per nuovi rapporti tra gli uomini. Il testo è particolarmente
efficace nel descrivere i quattro soggetti presenti nella parabola, assunti a tipologie di
comportamenti diffusi. Partendo da qui si sviluppano le linee portanti dei principali messaggi di
Francesco. Essi riguardano: gli “ultimi”, i migranti, il potere economico che domina la politica, gli
individualismi generalizzati che chiudono le comunità e le società in sé stesse, la proprietà privata
che dovrebbe essere diritto secondario rispetto ai beni comuni ed al bene comune, i nazionalismi
fondati sulla xenofobia e via di questo passo. L’amore si deve praticare da una parte verso le
fragilità individuali nei rapporti interpersonali che ognuno di noi incontra nella propria vita,
dall’altra con quella che Francesco chiama “amicizia sociale” perché la carità si deve esprimere con
l’intervenire sulle situazioni di sofferenza della casa comune (con azioni di tipo sociale, politico,
culturale). Questa è la solidarietà. Poi l’enciclica fa un interessante discorso su Fraternità, Libertà e
Uguaglianza. Le tre parole d’ordine della Rivoluzione francese vengono naturalmente accettate (già
demonizzate dalla Chiesa a suo tempo) ma declinate in questo modo: la fraternità è la condizione
indispensabile perché libertà e uguaglianza siano veramente tali. Tutta l’enciclica ruota attorno alla
tutela e alla promozione dei diritti umani, a partire dagli ultimi, dagli esclusi, dai “non conosciuti”.
Qualcuno ha osservato che la Chiesa mentre li promuove con convinzione dovrebbe essere più
consapevole che al proprio interno essi meritano una ben maggiore tutela (per esempio quelli degli
abusati dal clero pedofilo) e che, in generale, tante strutture della Chiesa dovrebbero finalmente
cambiare nella direzione di quanto dice l’enciclica (per esempio nella gestione delle sue risorse
economiche, argomento di assoluta attualità).

Cosa si debba intendere per popolo

L’enciclica continua su come siano da gestire correttamente i valori di ogni popolo, mantenendo le
radici storiche, culturali, linguistiche ma dialogando con ogni altro paese per capire, accettare e
stabilire rapporti positivi a partire dal fatto che ogni popolo deve sentirsi parte della famiglia umana.
L’accoglienza e l’integrazione dei migranti sono la base per una nuova politica che esiga però
programmi globali internazionali. Il “locale” deve avere l’orizzonte del “globale” ed ogni paese
cerchi alleanze ed integrazioni coi paesi vicini per trattare con le grandi potenze. Il testo esamina
poi in modo critico il populismo e le forme liberali di gestione del potere e vi descrive gli aspetti
positivi del concetto di “popolo”. Ma qualsiasi impegno e soluzione – dice l’enciclica- “potrebbe
avere ben poca consistenza, se perdiamo la capacità di riconoscere il bisogno di un cambiamento
nei cuori umani, nelle abitudini e negli stili di vita. È quello che succede quando la propaganda
politica, i media e i costruttori di opinione pubblica insistono nel fomentare una cultura
individualistica e ingenua davanti agli interessi economici senza regole e all’organizzazione delle
società al servizio di quelli che hanno già troppo potere.”

La carità è l’impegno per il bene comune

Il discorso continua su un versante più direttamente politico. La crisi del 2008 è stata un’occasione
persa, gli Stati nazionali perdono potere e domina la finanza. Soprattutto – passo importante
dell’enciclica- è necessaria la riforma dell’ONU, il rilancio dei rapporti internazionali e del
multilateralismo che è in grave crisi dopo una fase in cui forme importanti di aggregazione si erano
sviluppate, per esempio in Europa e in America Latina. In questa situazione papa Francesco
richiama il ruolo dei movimenti popolari e sottolinea molto l’importanza delle organizzazioni della
società civile che si impegnano per la tutela dei diritti umani e per il bene comune. Questa è carità, è
amore, è l’impegno per il bene comune, per cambiare, per il dialogo, per ogni passo in avanti, anche
con risultati modesti. Ogni azione deve tendere a riconoscere l’altro, deve tendere a un processo
d’incontro tra differenze (senza fermare le rivendicazioni sociali), per una trasformazione degli stili
di vita, per nuovi rapporti sociali. Francesco propone un “artigianato della pace” che parta dal basso
e “lasci aperte sempre altre possibilità, altre considerazioni del reale, altre strade possibili, perfino dinanzi al
peccato e all’errore; sempre è invocata la pluralità, mai il relativismo, sempre il gusto delle differenze,
dell’inedito, del non ancora compreso; il poliedro, mai la torre di Babele, dalla pretesa unificante” (Raniero La
Valle).

La memoria e il perdono

Per completare il quadro l’enciclica parla del perdono e del suo rapporto con la giustizia e poi della
memoria. Non si costruisce per il futuro se non si ha sempre a mente la Shoah ed Hiroshima e
Nagasaki. L’enciclica dice: “E nemmeno vanno dimenticati le persecuzioni, il traffico di schiavi e i
massacri etnici che sono avvenuti e avvengono in diversi Paesi, e tanti altri fatti storici che ci fanno
vergognare di essere umani. Vanno ricordati sempre, sempre nuovamente, senza stancarci e senza
anestetizzarci. È facile oggi cadere nella tentazione di voltare pagina dicendo che ormai è passato
molto tempo e che bisogna guardare avanti. No, per amor di Dio! Senza memoria non si va mai
avanti, non si cresce senza una memoria integra e luminosa. Abbiamo bisogno di mantenere la
fiamma della coscienza collettiva, testimoniando alle generazioni successive l’orrore di ciò che è
accaduto», che «risveglia e conserva in questo modo la memoria delle vittime, affinché la coscienza
umana diventi sempre più forte di fronte ad ogni volontà di dominio e di distruzione” (messaggio
per la Giornata della pace 2020). Papa Francesco è anche esplicito sulla Chiesa e dice: “A volte mi
rattrista il fatto che la Chiesa ha avuto bisogno di tanto tempo per condannare con forza la schiavitù
e diverse forme di violenza.”

NO alla guerra giusta e alla pena di morte

Il papa riprende quanto già detto molte volte sulla ripresa della corsa al riarmo, in particolare per
quanto riguarda le armi nucleari e constata che negli ultimi decenni si è optato “ per la guerra
avanzando ogni tipo di scuse apparentemente umanitarie, difensive o preventive, ricorrendo anche
alla manipolazione dell’informazione. Di fatto, negli ultimi decenni tutte le guerre hanno preteso di
avere una giustificazione”. Di conseguenza la Chiesa ritiene superata la dottrina della guerra giusta
in certe circostanze e rilancia la proposta della Populorum Progressio per un Fondo mondiale
finanziato dalla riduzione delle spese militari per eliminare la fame e per lo sviluppo dei paesi
poveri. Questa posizione netta sulla guerra è una indiretta denuncia di tutti i facili consensi del
mondo cattolico nei confronti delle strutture militari ed addirittura di presenze al loro interno (nel
nostro paese i cappellani militari con l’Ordinario militare!). Ugualmente la Chiesa ha
definitivamente preso posizione contro la pena di morte in qualsiasi circostanza facendo così una
evidente autocritica rispetto alla sua posizione precedente. L’enciclica si conclude sul dialogo tra le
religioni e sull’identità cristiana. La Chiesa, che auspica la convergenza del mondo cristiano e di
tutte le religioni su queste grandi questioni, rivendica l’autonomia della politica ma «non può e non
deve neanche restare ai margini» nella costruzione di un mondo migliore, né trascurare di
«risvegliare le forze spirituali che possano fecondare tutta la vita sociale”. In questo modo si
contribuisce a combattere a oltranza quel terrorismo che strumentalizza la religione e che combatte
la libertà religiosa. Ci lascia però perplessi, al cap. 273 una citazione di papa Wojtyla che dice : “Se
non esiste una verità trascendente, obbedendo alla quale l’uomo acquista la sua piena identità, allora
non esiste nessun principio sicuro che garantisca giusti rapporti tra gli uomini”. Interpretato alla
lettera questo passo può indicare una “esclusiva” delle religioni nell’indicare le strade per la retta
convivenza sociale (e ciò è del tutto discutibile sia come affermazione di principio sia perché
smentibile osservando la storia).

“Fratelli tutti” completa il messaggio della Laudato Si

Mi pare che “Fratelli tutti” esprima il filone migliore e più universale di un pontificato che viene
ostacolato da tante strutture ecclesiastiche che sono retaggio dei due pontificati precedenti, di una
comprensione mummificata dell’Evangelo da parte di molti di una struttura piramidale
autoreferenziale e di un accentramento eccessivo del potere nella figura del papa. L’enciclica è
quindi “la voce di chi non ha voce” e sfugge anche a un certo dottrinarismo delle precedenti
encicliche sociali perché “morde” nella storia. Infatti nel suo lungo ragionare si leggono sottotraccia
tutte le situazioni di sofferenza esistenti e le potenzialità pure presenti nella Chiesa. Ognuno le può
facilmente vedere. A noi , per esempio, appare evidente quanto i suoi contenuti siano direttamente
in contrasto pesante con la linea della presidenza uscente degli USA (lo ha scritto il “Washington
Post”!) e, nel nostro paese, con l’arroganza della destra che si pretende cristiana perché “ci sono
ancora coloro che ritengono di sentirsi incoraggiati o almeno autorizzati dalla loro fede a sostenere
varie forme di nazionalismo chiuso e violento, atteggiamenti xenofobi, disprezzo e persino
maltrattamenti verso coloro che sono diversi”. L’enciclica fa un appello universale al mondo intero
perché il suo messaggio non sia ininfluente. Ma essa interessa soprattutto i cattolici perché si
impegnino a cercare di fare seguire alle parole i fatti, dando testimonianza dell’Evangelo, maggiore
credibilità alla loro Chiesa e così un forte contributo alla sua vera riforma ed alla sua conversione
che consiste nel seguire l’esempio del Samaritano.

Roma, 11 ottobre 2020 NOI SIAMO CHIESA




è possibile una politica all’insegna della gentilezza e della tenerezza? il commento di Boff alla ‘fratelli tutti’

 

 

‘fratelli tutti’

la politica come tenerezza e gentilezza

di Leonardo Boff

“Fratelli tutti” la nuova enciclica di Papa Bergoglio sta avendo una grande risonanza globale.
Sempre più Papa Francesco si sta confermando come un leader mondiale autorevole. Infatti è uno
dei pochi a riflettere sul mondo post-covid. L’enciclica è l’esposizione di un grande progetto
planetario della fraternità universale, da realizzare a partire dai poveri e con i poveri.
Dedicheremo, a questa enciclica, altri interventi. Oggi iniziamo con un protagonista della teologia
contemporanea, amico di Papa Francesco: il teologo della liberazione Leonardo Boff. Per gentile
concessione dell’autore pubblichiamo, in una nostra traduzione dal portoghese, questo
significativo testo del teologo brasiliano. Il testo è denso e ricco di spunti sul significato della
politica nella lettera enciclica “Fratelli tutti”.(Pierluigi Mele)
La nuova enciclica di Papa Francesco, firmata sulla tomba di Francesco d’Assisi, nella città di
Assisi, il 3 ottobre, sarà una pietra miliare nella dottrina sociale della Chiesa. È vasta e dettagliata
nella sua tematica, cercando sempre di aggiungere valori, anche dal liberalismo che critica
fortemente. Sarà certamente analizzata in dettaglio da cristiani e non cristiani poiché si rivolge a
tutte le persone di buona volontà. Sottolineerò in questo spazio ciò che considero innovativo
rispetto al precedente insegnamento dei Papi.
In primo luogo, deve essere chiaro che il Papa presenta un’alternativa paradigmatica al nostro modo
di abitare la Casa Comune, che è soggetta a molte minacce. Fa una descrizione delle “ombre
dense” che equivalgono, come lui stesso ha affermato in vari pronunciamenti, a “una terza guerra
mondiale a pezzi”. Attualmente non esiste un progetto comune per l’umanità (n. 18). Ma un filo
conduttore attraversa tutta l’enciclica: “essere coscienti che o ci salviamo tutti o nessuno si salva”
(n32). Questo è il progetto nuovo, espresso con queste parole: “Consegno questa enciclica sociale
come un umile contributo alla riflessione perché di fronte ai vari modi di eliminare o ignorare gli
altri, si sia capaci di reagire con un nuovo sogno di fraternità e amicizia sociale” (n.6).
Dobbiamo capire bene questa alternativa. Siamo arrivati e siamo ancora all’interno di un paradigma
che sta alla base della modernità. È antropocentrico. È il regno del dominus: l’essere umano come
signore e padrone della natura e della Terra che hanno senso solo nella misura in cui sono
subordinate a lui. Ha cambiato la faccia della Terra, ha portato molti vantaggi ma ha anche creato un
principio di autodistruzione. È l’attuale impasse delle “ombre dense”. Di fronte a questa visione del
cosmo, l’enciclica Fratelli tutti propone un nuovo paradigma: quello del fratello, la fraternità
universale e dell’amicizia sociale. Sposta il centro: da una civiltà tecno-industrialista e
individualista a una civiltà solidale, della preservazione e cura di ogni vita. Questa è l’intenzione
originale del Papa. In questa svolta sta la nostra salvezza; supereremo la visione apocalittica della
minaccia della fine della specie con una visione di speranza che possiamo e dobbiamo cambiare
rotta.
Per questo, dobbiamo alimentare la speranza. Dice il Papa: “vi invito alla speranza che ci parla di
una realtà radicata nel profondo dell’essere umano, indipendentemente dalle circostanze concrete e
dai condizionamenti storici in cui si vive” (n.55). Qui risuona il principio della speranza, che è più
della virtù della speranza, ma un principio, un motore interiore per proiettare sogni e visioni nuove,
così ben formulato da Ernst Bloch. Enfatizza: “l’affermazione che gli esseri umani sono fratelli e
sorelle, che non è un’astrazione ma che si fa carne e si concretizza, pone una serie di sfide che ci
spiazzano, ci costringono ad assumere nuove prospettive e sviluppare nuove reazioni”(n.128).
Come si deduce, si tratta di una nuova direzione, di una svolta paradigmatica.
Da dove cominciare? Qui il Papa rivela il suo atteggiamento di fondo, spesso ripetuto ai movimenti
sociali: “Non aspettatevi niente dall’alto perché viene sempre più o meno lo stesso o peggio;
cominciate da voi stessi”. Per questo suggerisce: “È possibile partire dal basso, da ciascuno,
lottare per cose più concrete e locali, fino all’ultimo angolo della patria e del mondo” (n.78). Il
Papa suggerisce quella che oggi è la punta del discorso ecologico: lavorare nella regione, il bioregionalismo che consente la vera sostenibilità e umanizzazione delle comunità e articola il locale
con l’universale (n. 147).
Ci sono lunghe riflessioni sull’economia e sulla politica, ma mette in risalto: “la politica non deve
sottomettersi all’economia e non deve sottomettersi ai dettami e al paradigma efficientista della
tecnocrazia” (n.177). Fa una franca critica al mercato: “Il mercato da solo non risolve tutto come
vogliono farci credere nel dogma della fede neoliberista; si tratta di un pensiero povero, ripetitivo,
che propone sempre le stesse ricette per qualsiasi sfida che si presenta; il neoliberismo si autoriproduce come l’unico cammino per risolvere i problemi sociali”(n. 168). La globalizzazione ci ha
resi più vicini ma non più fratelli (n.12). Crea solo soci ma non fratelli (n.101).
Mediante la parabola del buon Samaritano, compie un’analisi rigorosa dei vari personaggi che
entrano in scena e li applica all’economia politica, culminando nella domanda: “con chi ti
identifichi (con i feriti per strada, con il sacerdote, il levita o con il forestiero, il samaritano,
disprezzato dagli ebrei)? Questa domanda è cruda, diretta e decisiva. A chi di loro
assomigli ?”(n.64). Il buon Samaritano si fa modello di amore sociale e politico (n.66).
Il nuovo paradigma della fraternità e dell’amore sociale si dispiega nell’amore nella sua
realizzazione pubblica, nella cura dei più fragili, nella cultura dell’incontro e del dialogo, nella
politica come tenerezza e gentilezza.
Per quanto riguarda la cultura dell’incontro, ci prendiamo la libertà di citare il poeta brasiliano
Vinicius de Moraes nel suo Samba da Bênção nel brano “Encontro Au bon Gourmet” del 1962
dove dice: “La vita è l’arte dell’incontro anche se ci sono così tante discrepanze nella vita
”(n.215). La politica non si riduce alla disputa per il potere e alla divisione dei poteri. Con sorpresa
dice: “Anche in politica c’è posto per l’amore con tenerezza: per i più piccoli, i più deboli, i più
poveri; loro devono capirci e avere il “diritto” di riempire i nostri cuori e le nostre anime; sì, sono
nostri fratelli e come tali dobbiamo amarli e trattarli così”(194) E si chiede cos’è la tenerezza e
risponde: “è l’amore che si fa prossimo e concreto; è un movimento che parte dal cuore e arriva
agli occhi, alle orecchie, alle mani”(n.196). Questo ci ricorda la frase di Gandhi, una delle
ispirazioni del Papa, accanto a San Francesco, Luther King, Desmond Tutu: la politica è un gesto
d’amore verso le persone, la cura delle cose comuni.
Insieme alla tenerezza arriva l’amabilità che noi tradurremmo con gentilezza, ricordando il profeta
Gentileza che nelle strade di Rio de Janeiro ha proclamato a tutti i passanti “La gentilezza genera
gentilezza” e “Dio è gentilezza” come nello stile di San Francesco. Così definisce la gentilezza:
“uno stato d’animo che non è aspro, rude, duro ma affabile, morbido, che sostiene e rafforza; una
persona che possiede questa qualità aiuta gli altri a rendere più sopportabile la propria
esistenza”(n.223). Ecco una sfida ai politici, rivolta anche ai vescovi e sacerdoti: fare la rivoluzione
della tenerezza.
La solidarietà è uno dei fondamenti dell’umano e del sociale. Si “esprime concretamente nel
servizio che può assumere forme molto diverse e prendere per sé il peso degli altri; in gran parte è
prendersi cura della fragilità umana”(n.115). Questa solidarietà si è dimostrata assente e solo
successivamente efficace nella lotta al Covid-19. Essa impedisce all’umanità di biforcarsi tra “il
mio mondo” e gli “altri”, “loro” perché “molti non sono più considerati esseri umani con una
dignità inalienabile e diventano solo “loro”(n. 27). E conclude con un grande desiderio: “Spero che
alla fine non ci saranno“gli altri” ma un solo “noi”(n.35).
Per questa sfida di incarnare il sogno di una fratellanza universale e di amore sociale, chiama tutte
le religioni affinché “offrano un contributo prezioso alla costruzione della fraternità e per la difesa
della giustizia nella società” (n. 271).
Alla fine rievoca la figura del fratellino di Jesus Charles de Foucauld che nel deserto del Nord
Africa insieme alla popolazione mussulmana voleva essere “definitivamente il fratello
universale”(n. 287). Facendo suo questo proposito, Papa Francesco osserva: “Solo identificandosi
con gli ultimi è arrivato ad essere il fratello di tutti; che Dio ispiri questo sogno in ognuno di noi.
Amen”(n.288).
Siamo di fronte a un uomo, Papa Francesco, che seguendo la sua fonte ispiratrice, Francesco di
Assisi, è diventato anche un uomo universale, accogliendo tutti e identificandosi con i più
vulnerabili e invisibili del nostro mondo crudele e senza umanità. Lui suscita la speranza che
possiamo e dobbiamo alimentare il sogno di una fraternità senza confini e di un amore universale.
Lui ha fatto la sua parte. Sta a noi non lasciare che il sogno sia solo un sogno, ma sia l’inizio
seminale di un nuovo modo di vivere insieme, come fratelli e sorelle, più la natura, nella stessa Casa
Comune. Avremo tempo e saggezza per questo salto? Le “ombre dense” continueranno
sicuramente. Ma abbiamo una lampada con questa enciclica di speranza di Papa Francesco. Essa
non dissipa tutte le ombre. Ma è sufficiente per immaginare il cammino che tutti devono
intraprendere.
Leonardo Boff è eco-teologo, filosofo e scrittore brasiliano




una marcia ‘Perugia-Assisi’ in condizioni di pandemia

‘Perugia-Assisi’

 Mattarella: da questa catena umana un forte messaggio popolare di pace


di Luca Liverani
Al posto della tradizionale marcia, manifestazione nelle due città simbolo. Il messaggio del Papa: costruite la pace con il prossimo e con il Creato. Videolettera del presidente Ue David Sassoli

La catena umana Assisi-Perugia

la catena umana Assisi-Perugia 

Né la pandemia, né il vento gelido hanno impedito l’organizzazione della tradizionale manifestazione per la pace e la fraternità. Niente marcia, ma due lunghi tratti di catena umana, uno a Perugia e un altro che da Santa Maria degli Angeli si è snodato per chilometri fino ad Assisi, con oltre 2.000 partecipanti legati fra loro da corde intrecciate coi colori dell’arcobaleno. Time for peace, time to care: tempo di fare la pace e di prendersi cura gli uni degli altri, il tema di quest’anno. Tutti con la mascherina e ben distanziati. Davanti al Sacro Convento francescano la conclusione di una manifestazione dal forte significato simbolico: il popolo della pace – associazioni, volontari, movimenti – non ha rinunciato all’appuntamento biennale della Perugia-Assisi per riannodare, ricucire, ritessere i rapporti di un mondo diviso e di un tessuto sociale lacerato. «Questa è la gente che si prende cura degli altri. La cura che può cambiare la vita delle persone, le istituzioni, l’economia», ha detto il coordinatore della manifestazione Flavio Lotti

Parole forti di plauso e incoraggiamento sono arrivate da Papa Francesco, dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, dal presidente del Parlamento europeo David Sassoli. A leggere il messaggio del Papa è stato il custode del Sacro Convento, padre Mauro Gambetti. Papa Francesco ha auspicato che «la manifestazione susciti l’impegno nella promozione dell’autentica pace, che è pace con Dio, nel vivere la sua volontà e i valori morali; è pace interiore con se stessi; è pace con il prossimo e con il Creato». E ha assicurato la sua preghiera «affinché ciascuno si adoperi per la costruzione di una convivenza fraterna fondata sulla verità, sulla giustizia e sulla carità che rifiuta ogni estremismo». Invocando sui partecipanti la protezione della Vergine Maria, di San Francesco e del giovane Carlo Acutis, beatificato ieri qui ad Assisi.

Il presidente Mattarella nel messaggio letto dalla loggia del Sacro Convento ha affermato che «dalla Marcia Perugia-Assisi proviene ogni volta un messaggio popolare molto forte che scaturisce dalla consapevolezza del carattere integrale della pace e della stretta connessione tra i grandi temi globali, a cominciare dalla lotta alla povertà e alle disuguaglianze, dal contrasto al cambiamento climatico, dalla cooperazione necessaria per assicurare ai popoli quel diritto a uno sviluppo sostenibile che è parte del diritto stesso alla vita e al futuro». Per il capo dello Stato dunque è stato «importante che anche quest’anno la marcia sia stata confermata, nel rispetto delle condizioni di sicurezza imposte dalla pandemia, e che possa dare a tante persone e a tanti giovani la possibilità di esprimere la volontà di un domani migliore e l’impegno a farsi generatori di pace, a partire dalla realtà quotidiana».

Dal presidente dell’europarlamento David Sassoli un forte incoraggiamento al popolo della pace. Assieme alla sottolineatura del ruolo dell’Europa per il superamento delle diseguaglianze sociali e per affrontare i nodi dello sviluppo sostenibile e di un’economia per i popoli e non per la finanza: «Senza Europa – ha detto Sassoli – saremmo più poveri: nessuna grande sfida può essere affrontata dai nostri piccoli stati in questo mondo globalizzato».

Poi dalla loggia il ricordo di un grande operatore di pace, don Roberto Malgesini, il prete comasco ucciso da uno dei poveri che aiutava ogni giorno. Don Giusto Della Valle, un amico parroco, ha ricordato che «Don Roberto è stato strumento della tenerezza di Dio e ha cercato nell’altro la presenza di Dio.

A chiudere la manifestazione l’intervento del segretario della Fnsi Giuseppe Giulietti che ha chiesto libertà di stampa e tutela dei giornalisti minacciati, ma anche un uso responsabile della comunicazione sui social, perché le parole non diventino pietre. Mentre in cielo volava un aquilone col volto di Patrick Zaki, lo studente detenuto in Egitto.

«Questa catena umana per la pace e la fraternità è stata la conclusione migliore delle giornate storiche che abbiamo vissuto ad Assisi – ha commentato il portavoce del Sacro Convento padre Enzo Fortunato – con la firma il 3 ottobre dell’enciclica del Papa, la visita del premier Giuseppe Conte il 4 per la festa di San Francesco, la beatificazione di Carlo Acutis il 10. E questo messaggio “Fratelli tutti, felici tutti”, mostrato dai ragazzi qui davanti al Sacro Convento, idealmente annuncia l’incontro dal 19 al 21 novembre sull’Economia di Francesco, che vedrà confrontarsi duemila giovani economisti e imprenditori per il superamento di un modello economico fallimentare».




un commento di Leonardo Boff alla ‘fratelli tutti’ di papa Francesco

‘fratelli tutti’

la politica come tenerezza e gentilezza

un testo di Leonardo Boff

“Fratelli tutti” la nuova enciclica di Papa Bergoglio sta avendo una grande risonanza globale. Sempre più Papa  Francesco si sta confermando come un leader mondiale autorevole. Infatti è uno dei pochi a riflettere sul mondo post-covid. L’enciclica è l’esposizione di un grande progetto planetario della fraternità universale, da realizzare a partire dai poveri e con i poveri. Dedicheremo, a questa enciclica, altri interventi. Oggi iniziamo con un protagonista della teologia contemporanea, amico di Papa Francesco: il teologo della liberazione  Leonardo Boff. Per gentile concessione dell’autore pubblichiamo, in una nostra traduzione dal portoghese, questo significativo testo del teologo brasiliano. Il testo è denso e ricco di spunti sul significato della politica nella lettera enciclica “Fratelli tutti”.

La nuova enciclica di Papa Francesco, firmata sulla tomba di Francesco d’Assisi, nella città di Assisi, il 3 ottobre, sarà una pietra miliare nella dottrina sociale della Chiesa. È vasta e dettagliata nella sua tematica, cercando sempre di aggiungere valori, anche dal liberalismo che critica fortemente. Sarà certamente analizzata in dettaglio da cristiani e non cristiani poiché si rivolge a tutte le persone di buona volontà. Sottolineerò in questo spazio ciò che considero innovativo rispetto al precedente insegnamento dei Papi.

In primo luogo, deve essere chiaro che il Papa presenta un’alternativa paradigmatica al nostro modo di abitare la Casa Comune, che è soggetta a molte minacce. Fa una descrizione delle “ombre dense” che equivalgono, come lui stesso ha affermato in vari pronunciamenti, a “una terza guerra mondiale a pezzi”. Attualmente non esiste un progetto comune per l’umanità (n. 18). Ma un filo conduttore attraversa tutta l’enciclica: “essere coscienti che o ci salviamo tutti o nessuno si salva” (n32). Questo è il progetto nuovo, espresso con queste parole: “Consegno questa enciclica sociale come un umile contributo alla riflessione perché di fronte ai vari modi di eliminare o ignorare gli altri, si sia capaci di reagire con un nuovo sogno di fraternità e amicizia sociale” (n.6).

Dobbiamo capire bene questa alternativa. Siamo arrivati e siamo ancora all’interno di un paradigma che sta alla base della modernità. È antropocentrico. È il regno del dominus: l’essere umano come signore e padrone della natura e della Terra che hanno senso solo nella misura in cui sono subordinate a lui. Ha cambiato la faccia della Terra, ha portato molti vantaggi ma ha anche creato un principio di autodistruzione. È l’attuale impasse delle “ombre dense”. Di fronte a questa visione del cosmo, l’enciclica Fratelli tutti propone un nuovo paradigma: quello del fratello, la fraternità universale e dell’amicizia sociale. Sposta il centro: da una civiltà tecno-industrialista e individualista a una civiltà solidale, della preservazione e cura di ogni vita. Questa è l’intenzione originale del Papa. In questa svolta sta la nostra salvezza; supereremo la visione apocalittica della minaccia della fine della specie con una visione di speranza che possiamo e dobbiamo cambiare rotta.

Per questo, dobbiamo alimentare la speranza. Dice il Papa: “vi invito alla speranza che ci parla di una realtà radicata nel profondo dell’essere umano, indipendentemente dalle circostanze concrete e dai condizionamenti storici in cui si vive” (n.55). Qui risuona il principio della speranza, che è più della virtù della speranza, ma un principio, un motore interiore per proiettare sogni e visioni nuove, così ben formulato da Ernst Bloch. Enfatizza: “l’affermazione che gli esseri umani sono fratelli e sorelle, che non è un’astrazione ma che si fa carne e si concretizza, pone una serie di sfide che ci spiazzano, ci costringono ad assumere nuove prospettive e sviluppare nuove reazioni”(n.128). Come si deduce, si tratta di una nuova direzione, di una svolta paradigmatica.

Da dove cominciare? Qui il Papa rivela il suo atteggiamento di fondo, spesso ripetuto ai movimenti sociali: “Non aspettatevi niente dall’alto perché viene sempre più o meno lo stesso o peggio; cominciate da voi stessi”. Per questo suggerisce: “È possibile partire dal basso, da ciascuno, lottare per cose più concrete e locali, fino all’ultimo angolo della patria e del mondo” (n.78). Il Papa suggerisce quella che oggi è la punta del discorso ecologico: lavorare nella regione, il bio-regionalismo che consente la vera sostenibilità e umanizzazione delle comunità e articola il locale con l’universale (n. 147).

Ci sono lunghe riflessioni sull’economia e sulla politica, ma mette in risalto: “la politica non deve sottomettersi all’economia e non deve sottomettersi ai dettami e al paradigma efficientista della tecnocrazia” (n.177). Fa una franca critica al mercato: “Il mercato da solo non risolve tutto come vogliono farci credere nel dogma della fede neoliberista; si tratta di un pensiero povero, ripetitivo, che propone sempre le stesse ricette per qualsiasi sfida che si presenta; il neoliberismo si auto-riproduce come l’unico cammino per risolvere i problemi sociali”(n. 168). La globalizzazione ci ha resi più vicini ma non più fratelli (n.12). Crea solo soci ma non fratelli (n.101).

Mediante la parabola del buon Samaritano, compie un’analisi rigorosa dei vari personaggi che entrano in scena e li applica all’economia politica, culminando nella domanda: “con chi ti identifichi (con i feriti per strada, con il sacerdote, il levita o con il forestiero, il samaritano, disprezzato dagli ebrei)? Questa domanda è cruda, diretta e decisiva. A chi di loro assomigli ?”(n.64). Il buon Samaritano si fa modello di amore sociale e politico (n.66).

Il nuovo paradigma della fraternità e dell’amore sociale si dispiega nell’amore nella sua realizzazione pubblica, nella cura dei più fragili, nella cultura dell’incontro e del dialogo, nella politica come tenerezza e gentilezza.

Per quanto riguarda la cultura dell’incontro, ci prendiamo la libertà di citare il poeta brasiliano Vinicius de Moraes nel suo Samba da Bênção nel brano “Encontro Au bon Gourmet” del 1962 dove dice: “La vita è l’arte dell’incontro anche se ci sono così tante discrepanze nella vita ”(n.215). La politica non si riduce alla disputa per il potere e alla divisione dei poteri. Con sorpresa dice: “Anche in politica c’è posto per l’amore con tenerezza: per i più piccoli, i più deboli, i più poveri; loro devono capirci e avere il “diritto” di riempire i nostri cuori e le nostre anime; sì, sono nostri fratelli e come tali dobbiamo amarli e trattarli così”(194) E si chiede cos’è la tenerezza e risponde: “è l’amore che si fa prossimo e concreto; è un movimento che parte dal cuore e arriva agli occhi, alle orecchie, alle mani”(n.196). Questo ci ricorda la frase di Gandhi, una delle ispirazioni del Papa, accanto a San Francesco, Luther King, Desmond Tutu: la politica è un gesto d’amore verso le persone, la cura delle cose comuni.

Insieme alla tenerezza arriva l’amabilità che noi tradurremmo con gentilezza, ricordando il  profeta Gentileza che nelle strade di Rio de Janeiro ha proclamato a tutti i passanti “La gentilezza genera gentilezza” “Dio è gentilezza” come nello stile di San Francesco. Così definisce la gentilezza: “uno stato d’animo che non è aspro, rude, duro ma affabile, morbido, che sostiene e rafforza; una persona che possiede questa qualità aiuta gli altri a rendere più sopportabile la propria esistenza”(n.223). Ecco una sfida ai politici, rivolta anche ai vescovi e sacerdoti: fare la rivoluzione della tenerezza.

La solidarietà è uno dei fondamenti dell’umano e del sociale. Si “esprime concretamente nel servizio che può assumere forme molto diverse e prendere per sé il peso degli altri; in gran parte è prendersi cura della fragilità umana”(n.115). Questa solidarietà si è dimostrata assente e solo successivamente efficace nella lotta al Covid-19. Essa impedisce all’umanità di biforcarsi tra “il mio mondo” e gli “altri”, “loro” perché “molti non sono più considerati esseri umani con una dignità inalienabile e diventano solo “loro”(n. 27). E conclude con un grande desiderio: “Spero che alla fine non ci saranno“gli altri” ma un solo “noi”(n.35).

Per questa sfida di incarnare il sogno di una fratellanza universale e di amore sociale, chiama tutte le religioni affinché “offrano un contributo prezioso alla costruzione della fraternità e per la difesa della giustizia nella società” (n. 271).

Alla fine rievoca la figura del fratellino di Jesus Charles de Foucauld che nel deserto del Nord Africa insieme alla popolazione mussulmana voleva essere “definitivamente il fratello universale”(n. 287). Facendo suo questo proposito, Papa Francesco osserva: “Solo identificandosi con gli ultimi è arrivato ad essere il fratello di tutti; che Dio ispiri questo sogno in ognuno di noi. Amen”(n.288).

Siamo di fronte a un uomo, Papa Francesco, che seguendo la sua fonte ispiratrice, Francesco di Assisi, è diventato anche un uomo universale, accogliendo tutti e identificandosi con i più vulnerabili e invisibili del nostro mondo crudele e senza umanità. Lui suscita la speranza che possiamo e dobbiamo alimentare il sogno di una fraternità senza confini e di un amore universale.

Lui ha fatto la sua parte. Sta a noi non lasciare che il sogno sia solo un sogno, ma sia l’inizio seminale di un nuovo modo di vivere insieme, come fratelli e sorelle, più la natura, nella stessa Casa Comune. Avremo tempo e saggezza per questo salto? Le “ombre dense” continueranno sicuramente. Ma abbiamo una lampada con questa enciclica di speranza di Papa Francesco. Essa non dissipa tutte le ombre. Ma è sufficiente per immaginare il cammino che tutti devono intraprendere.

Leonardo Boff  è eco-teologo, filosofo e scrittore brasiliano. Autore de “Francesco d’Assisi, Francesco di Roma

(Traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

 




l’ enciclica di papa Francesco sulla fraternità universale

  «fratelli tutti»

la chiave di volta della fraternità universale


la nuova enciclica sociale di papa Francesco, firmata ad Assisi, per superare i mali e le ombre del mondo. 
i contenuti
di Stefania Falasca
Il Papa con un gruppo di giovani

Un manifesto per i nostri tempi. Con l’intento di «far rinascere un’aspirazione mondiale alla fraternità». La nuova lettera enciclica di papa Francesco che si rivolge «a tutti i fratelli e le sorelle», «a tutte le persone di buona volontà, al di là delle loro convinzioni religiose» è «uno spazio di riflessione sulla fraternità universale». Necessaria, nel solco della dottrina sociale della Chiesa, per un futuro «modellato dall’interdipendenza e dalla corresponsabilità nell’intera famiglia umana». Per «agire insieme e guarire dalla chiusura del consumismo, l’individualismo radicale e l’auto-protezione egoistica». Per superare «le ombre di un mondo chiuso» e conflittuale e «rendere possibile lo sviluppo di una comunità mondiale che viva l’amicizia sociale». Per la crescita di società eque e senza frontiere. Perché l’economia e la politica siano poste «al servizio del vero bene comune e non siano ostacolo al cammino verso un mondo diverso». Perché quanto stiamo attraversando con la pandemia «non sia l’ennesimo grave evento storico da cui non siamo stati capaci di imparare». Perché le religioni possono offrire «un prezioso apporto per la costruzione della fraternità e per la difesa della giustizia nella società».

La firma dell'enciclica sabato 3 ottobre ad Assisi

la firma dell’enciclica 

La fonte d’ispirazione per questa nuova pagina di dottrina sociale della Chiesa viene ancora una volta dal Santo dell’amore fraterno, il Povero d’Assisi «che – afferma il Papa – mi ha ispirato a scrivere l’enciclica Laudato si’, e nuovamente mi motiva a dedicare questa nuova enciclica alla fraternità e all’amicizia sociale».

Sulla scia dell’adagio terenziano ripreso da Paolo VI nella sua enciclica programmatica Ecclesiam Suam, papa Francesco ricorda nell’incipit stesso della sua lettera enciclica quanto «tutto ciò che è umano ci riguardi» e che «dovunque i consessi dei popoli si riuniscono per stabilire i diritti e i doveri dell’uomo, noi siamo onorati, quando ce lo consentono, di assiderci fra loro». La Chiesa del resto, affermava Paolo VI, «chiamata a incarnarsi in ogni situazione e ad essere presente attraverso i secoli in ogni luogo della terra – questo significa “cattolica” –, può comprendere, a partire dalla propria esperienza di grazia e di peccato, la bellezza dell’invito all’amore universale».

Francesco spiega poi che le questioni legate alla fraternità e all’amicizia sociale sono sempre state tra le sue preoccupazioni e che negli ultimi anni ha fatto riferimento ad esse più volte. L’enciclica raccoglie molti di questi interventi collocandoli in un contesto più ampio di riflessione. E se la redazione della Laudato si’ ha avuto una fonte di ispirazione dal suo fratello ortodosso Bartolomeo, il Patriarca ecumenico di Costantinopoli che ha proposto con molta forza la cura del creato, in questo caso si è sentito stimolato in modo speciale dal Grande Imam Ahmad Al-Tayyeb, con il quale il Papa si è incontrato nel febbraio del 2019 ad Abu Dhabi per ricordare che Dio «ha creato tutti gli esseri umani uguali nei diritti, nei doveri e nella dignità, e li ha chiamati a convivere come fratelli tra di loro».

Papa Francesco ricorda che quello non è stato «un mero atto diplomatico, bensì il frutto di una riflessione compiuta nel dialogo e di un impegno congiunto». E che questa enciclica, pertanto, raccoglie e sviluppa i grandi temi esposti in quel Documento firmato insieme e recepisce, nel suo linguaggio, «numerosi documenti e lettere ricevute da tante persone e gruppi di tutto il mondo». La genesi della lettera tuttavia è stata accelerata da un’emergenza: l’irruzione inattesa della pandemia del Covid-19, «che – come scrive Francesco – ha messo in luce le nostre false sicurezze, e al di là delle varie risposte che hanno dato i diversi Paesi, è apparsa evidente l’incapacità di agire insieme». Perché «malgrado si sia iper-connessi – spiega ancora il Papa – si è verificata una frammentazione che ha reso più difficile risolvere i problemi che ci toccano tutti». E adesso «se qualcuno pensa che si tratti solo di far funzionare meglio quello che già facevamo, o che l’unico messaggio sia che dobbiamo migliorare i sistemi e le regole già esistenti, sta negando la realtà».

Il Papa afferma inoltre che se ancora una volta si è sentito motivato specialmente da san Francesco d’Assisi, anche altri fratelli non cattolici sono stati ispiratori: Martin Luther King, Desmond Tutu, il Mahatma Gandhi. In particolare cita però il beato Charles de Foucauld. E prendendo a prestito la sue parole così chiosa la sua conclusione agli otto capitoli e 287 punti di Fratelli tutti: « “Pregate Iddio affinché io sia davvero il fratello di tutte le anime di questo paese”. Voleva essere, in definitiva, “il fratello universale”. Ma solo identificandosi con gli ultimi arrivò ad essere fratello di tutti. Che Dio ispiri questo ideale in ognuno di noi. Amen».

Le ombre di un mondo chiuso

Nel primo capitolo vengono passate in rassegna le tendenze del mondo attuale che ostacolano lo sviluppo della fraternità universale. Tra queste i diritti umani non sufficientemente universali, le nuove forme di colonizzazione culturale, lo scarto mondiale dove «certe parti dell’umanità sembrano sacrificabili a vantaggio di una selezione che favorisce un settore umano degno di vivere senza limiti». «Mentre, infatti, una parte dell’umanità vive nell’opulenza, un’altra parte vede la propria dignità disconosciuta, disprezzata o calpestata e i suoi diritti fondamentali ignorati o violati. «La storia – afferma il Papa – sta dando segni di un ritorno all’indietro. Si accendono conflitti anacronistici che si ritenevano superati, risorgono nazionalismi chiusi, esasperati, risentiti e aggressivi. Nuove forme di egoismo e di perdita del senso sociale mascherate da una presunta difesa degli interessi nazionali». «Abbiamo bisogno di costituirci in un “noi” che abita la Casa comune. Tale cura non interessa ai poteri economici che hanno bisogno di entrate veloci. Spesso le voci che si levano a difesa dell’ambiente sono messe a tacere o ridicolizzate, ammantando di razionalità quelli che sono solo interessi particolari. In questa cultura che stiamo producendo, vuota, protesa all’immediato e priva di un progetto comune, «è prevedibile che, di fronte all’esaurimento di alcune risorse, si vada creando uno scenario favorevole per nuove guerre, mascherate con nobili rivendicazioni». E non manca un’attenzione anche verso la condizione delle donne: «L’organizzazione delle società in tutto il mondo è ancora lontana dal rispecchiare con chiarezza che le donne hanno esattamente la stessa dignità e identici diritti degli uomini. A parole si affermano certe cose, ma le decisioni e la realtà gridano un altro messaggio». È un fatto che «doppiamente povere sono le donne che soffrono situazioni di esclusione, maltrattamento e violenza, perché spesso si trovano con minori possibilità di difendere i loro diritti».

L’esempio del Buon Samaritano

Per il superamento delle ombre il Papa indica la strada d’uscita nella figura del Buon Samaritano a cui dedica il secondo capitolo, sottolineando come in una società malata che volta le spalle al dolore e che è “analfabeta” nella cura dei deboli e dei fragili, tutti siamo chiamati – proprio come il Buon Samaritano – a farci prossimi all’altro, superando pregiudizi, interessi personali, barriere storiche o culturali. «È un richiamo sempre nuovo, benché sia scritto come legge fondamentale del nostro essere: che la società si incammini verso il perseguimento del bene comune e, a partire da questa finalità, ricostruisca sempre nuovamente il suo ordine politico e sociale, il suo tessuto di relazioni, il suo progetto umano». Dunque, afferma Francesco, «non dico più che ho dei “prossimi” da aiutare, ma che mi sento chiamato a diventare io un prossimo degli altri». E spiega che «in quelli che passano a distanza c’è un particolare che non possiamo ignorare: erano persone religiose. Questo indica che il fatto di credere in Dio e di adorarlo non garantisce di vivere come a Dio piace». «Una persona di fede – spiega – può non essere fedele a tutto ciò la fede stessa esige, e tuttavia può sentirsi vicina a Dio e ritenersi più degna degli altri. Ci sono invece dei modi di vivere la fede che favoriscono l’apertura del cuore ai fratelli, e quella sarà la garanzia di un’autentica apertura a Dio».

Società aperte che integrano tutti

«L’individualismo radicale – afferma Francesco nel terzo capitolo “Pensare e generare un mondo aperto” – è il virus più difficile da sconfiggere». «Ci fa credere che tutto consiste nel dare briglia sciolta alle proprie ambizioni, come se accumulando ambizioni e sicurezze individuali potessimo costruire il bene comune. Quando questo principio elementare non è salvaguardato, non c’è futuro né per la fraternità né per la sopravvivenza dell’umanità. Se la società si regge primariamente sui criteri della libertà di mercato e dell’efficienza, non c’è posto per costoro, e la fraternità sarà tutt’al più un’espressione romantica». Francesco indica la necessità di promuovere il bene morale e il valore della solidarietà: «È far fronte agli effetti distruttori dell’Impero del denaro. La solidarietà, intesa nel suo senso più profondo, è un modo di fare la storia, si tratta di un’altra logica – spiega – Se non ci si sforza di entrare in questa logica, le mie parole suoneranno come fantasie. Ma se si accetta il grande principio dei diritti che promanano dal solo fatto di possedere l’inalienabile dignità umana, è possibile desiderare un pianeta che assicuri terra, casa e lavoro a tutti. Questa è la vera via della pace, e non la strategia stolta e miope di seminare timore e diffidenza nei confronti di minacce esterne». Il diritto a vivere con dignità non può essere negato a nessuno, afferma ancora il Papa, e poiché i diritti sono senza frontiere, nessuno può rimanere escluso, a prescindere da dove sia nato. In quest’ottica, il Papa richiama anche a pensare ad «un’etica delle relazioni internazionali», perché ogni Paese è anche dello straniero ed i beni del territorio non si possono negare a chi ha bisogno e proviene da un altro luogo. Il diritto naturale alla proprietà privata sarà, quindi, secondario al principio della destinazione universale dei beni creati. Una sottolineatura specifica viene fatta anche per la questione del debito estero: fermo restando il principio che esso va saldato, si auspica tuttavia che ciò non comprometta la crescita e la sussistenza dei Paesi più poveri.

Interscambio e governance globale per i migranti

L’aiuto reciproco tra Paesi in definitiva va a beneficio di tutti e al tema delle migrazioni l’enciclica dedica l’intero quarto capitolo: Un cuore aperto al mondo intero”. L’altro diverso da noi è un dono ed un arricchimento per tutti – scrive Francesco – perché le differenze rappresentano una possibilità di crescita. Nello specifico, il Papa indica alcune risposte soprattutto per chi fugge da «gravi crisi umanitarie»: incrementare e semplificare la concessione di visti; aprire corridoi umanitari; assicurare alloggi, sicurezza e servizi essenziali; offrire possibilità di lavoro e formazione; favorire i ricongiungimenti familiari; tutelare i minori; garantire la libertà religiosa e promuovere l’inserimento sociale. Dal Papa anche l’invito a stabilire, nella società, il concetto di «piena cittadinanza», rinunciando all’uso discriminatorio del termine “minoranze”. «Quello che occorre soprattutto – si legge nel documento – è una governance globale, una collaborazione internazionale per le migrazioni che avvii progetti a lungo termine, andando oltre le singole emergenze, in nome di uno sviluppo solidale di tutti i popoli che sia basato sul principio della gratuità. In tal modo, i Paesi potranno pensare come una famiglia umana».

La politica di cui c’è bisogno e la riforma dell’ONU

“La migliore politica” è al centro del quinto capitolo. «Per rendere possibile lo sviluppo di una comunità mondiale – scrive Francesco – capace di realizzare la fraternità a partire da popoli e nazioni che vivano l’amicizia sociale, è necessaria la migliore politica, posta al servizio del vero bene comune. Purtroppo, invece, la politica oggi spesso assume forme che ostacolano il cammino verso un mondo diverso». «Mi permetto di ribadire – afferma – che la politica non deve sottomettersi all’economia e questa non deve sottomettersi ai dettami e al paradigma efficientista della tecnocrazia». «Non si può giustificare un’economia senza politica, che sarebbe incapace di propiziare un’altra logica in grado di governare i vari aspetti della crisi attuale». Al contrario, «abbiamo bisogno di una politica che pensi con una visione ampia, e che porti avanti un nuovo approccio integrale, includendo in un dialogo interdisciplinare i diversi aspetti della crisi». «Penso – afferma – a una sana politica, capace di riformare le istituzioni, coordinarle e dotarle di buone pratiche, che permettano di superare pressioni e inerzie viziose». Non si può chiedere ciò all’economia, né si può accettare che questa assuma il potere reale dello Stato. «Il mercato da solo non risolve tutto, benché a volte vogliano farci credere questo dogma di fede neoliberale. I politici sono chiamati a prendersi «cura della fragilità, della fragilità dei popoli e delle persone. Prendersi cura della fragilità e fecondità in mezzo a un modello funzionalista e privatista che conduce inesorabilmente alla “cultura dello scarto”.

Davanti a tante forme di politica meschine e tese all’interesse immediato, ricorda che «la grandezza politica si mostra quando, in momenti difficili, si opera sulla base di grandi principi e pensando al bene comune a lungo termine. Compito della politica, inoltre, è trovare una soluzione a tutto ciò che attenta contro i diritti umani fondamentali, come l’esclusione sociale; il traffico di organi, tessuti, armi e droga; lo sfruttamento sessuale; il lavoro schiavo; il terrorismo ed il crimine organizzato. L’appello del Papa si volge a eliminare definitivamente la tratta, «vergogna per l’umanità», e la fame, in quanto è «criminale». Un altro auspicio riguarda la riforma dell’Onu: di fronte al predominio della dimensione economica che annulla il potere del singolo Stato, infatti, il compito delle Nazioni Unite sarà quello di dare concretezza al concetto di «famiglia di nazioni» lavorando per il bene comune, lo sradicamento dell’indigenza e la tutela dei diritti umani. Ricorrendo «al negoziato, ai buoni uffici e all’arbitrato» – afferma il documento pontificio – l’Onu deve promuovere la forza del diritto sul diritto della forza, favorendo accordi multilaterali che tutelino al meglio anche gli Stati più deboli.

Dialogo e amicizia sociale

Il vero dialogo – si afferma nel sesto capitolo – è quello che permette di rispettare la verità della dignità umana. Quanti pretendono di portare la pace in una società non devono dimenticare che l’inequità e la mancanza di sviluppo umano integrale non permettono che si generi pace. Che «senza uguaglianza di opportunità, le diverse forme di aggressione e di guerra troveranno un terreno fertile che prima o poi provocherà l’esplosione. Quando la società – locale, nazionale o mondiale – abbandona nella periferia una parte di sé, non vi saranno programmi politici, né forze dell’ordine o di intelligence che possano assicurare illimitatamente la tranquillità». Per il Papa «se si tratta di ricominciare, sarà sempre a partire dagli ultimi».

L’artigianato della pace

Il settimo capitolo si sofferma sul valore e la promozione della pace. «La Shoah non va dimenticata – afferma – è il «simbolo di dove può arrivare la malvagità dell’uomo quando, fomentata da false ideologie, dimentica la dignità fondamentale di ogni persona, la quale merita rispetto assoluto qualunque sia il popolo a cui appartiene e la religione che professa». Non vanno neppure dimenticati i bombardamenti atomici a Hiroshima e Nagasaki. E nemmeno vanno dimenticati le persecuzioni, il traffico di schiavi e i massacri etnici che sono avvenuti e avvengono in diversi Paesi, e tanti altri fatti storici che ci fanno vergognare di essere umani. «Vanno ricordati sempre, sempre nuovamente. Per questo, non mi riferisco solo alla memoria degli orrori, ma anche al ricordo di quanti, in mezzo a un contesto avvelenato e corrotto, sono stati capaci di recuperare la dignità e con piccoli o grandi gesti hanno scelto la solidarietà, il perdono, la fraternità. Fa molto bene fare memoria del bene». E considerando che viviamo «una terza guerra mondiale a pezzi», perché tutti i conflitti sono connessi tra loro, l’eliminazione totale delle armi nucleari è «un imperativo morale ed umanitario». Piuttosto – suggerisce il Papa – con il denaro che si investe negli armamenti, si costituisca un Fondo mondiale per eliminare la fame. Non manca anche il riferimento alla pena di morte: «È inammissibile. È impossibile immaginare che oggi gli Stati non possano disporre di un altro mezzo che non sia la pena capitale per difendere dall’aggressore ingiusto la vita di altre persone».

Le religioni al servizio della fraternità

Le diverse religioni, a partire dal riconoscimento del valore di ogni persona umana come creatura chiamata ad essere figlio o figlia di Dio, offrono un prezioso apporto per la costruzione della fraternità e per la difesa della giustizia nella società. Il dialogo tra persone di religioni differenti non si fa solamente per diplomazia, cortesia o tolleranza. «Il comandamento della pace – spiega il Papa – è inscritto nel profondo delle tradizioni religiose che rappresentiamo. Come leader religiosi siamo chiamati ad essere veri “dialoganti”, ad agire nella costruzione della pace non come intermediari, ma come autentici mediatori. Come credenti ci vediamo provocati a tornare alle nostre fonti per concentrarci sull’essenziale: l’adorazione di Dio e l’amore del prossimo, in modo tale che alcuni aspetti della nostra dottrina, fuori dal loro contesto, non finiscano per alimentare forme di disprezzo, di odio, di xenofobia, di negazione dell’altro. La verità è che la violenza non trova base alcuna nelle convinzioni religiose fondamentali, bensì nelle loro deformazioni». Infine, richiamando i leader religiosi al loro ruolo di «mediatori autentici» che si spendono per costruire la pace, Francesco cita il “Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza”, firmato il 4 febbraio 2019 ad Abu Dhabi, insieme al Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyib. Dalla pietra miliare del dialogo interreligioso, il Papa riprende l’appello affinché, in nome della fratellanza umana, si adotti il dialogo come via, la collaborazione comune come condotta e la conoscenza reciproca come metodo e criterio. La conclusione dell’enciclica è affidata a due preghiere: una «al Creatore» e l’altra «cristiana ecumenica» per infondere «uno spirito di fratelli».




l’appello dei missionari contro lo sfruttamento dell’Africa

«fermate lo sfruttamento dell’Africa»

in campo le congregazioni religiose


di Giulio Albanese
per aiutare l’Africa a ripartire dopo il Covid, i missionari riuniti nel network Aefjn chiedono urgentemente una regolamentazione che tuteli i diritti umani
«serve un monitoraggio internazionale»
«Fermate lo sfruttamento dell’Africa». In campo le congregazioni religiose

La crisi economica generata dal Covid 19 nel Continente africano esige una decisa assunzione di responsabilità da parte del consesso delle nazioni. A pensarla così – e non da oggi – è Africa Europe Faith and Justice Network (Aefjn), un organismo internazionale composto da diverse congregazioni religiose e missionarie attive in Africa, che invoca la regolamentazione delle imprese multiPer aiutare l’Africa a ripartire dopo il #Covid, i missionari riuniti nel Africa Europe Faith and Justice Network chiedono una regolamentazione delle multinazionali che tuteli i diritti umani (ex. contro la manodopera infantile) e per la protezione e salvaguardia dell’ambiente.nazionali in riferimento alla sfera dei diritti umani.

Si tratta di un tema scottante, particolarmente in Africa, dove le popolazioni autoctone patiscono l’esclusione sociale nonostante il continente sia straordinariamente ricco di “commodity” (le materie prime). Stando alle testimonianze raccolte in diversi Paesi africani dal network congregazionale, le attività svolte negli ultimi decenni dalle multinazionali hanno avuto un impatto particolarmente negativo sul continente in diversi ambiti.

Anzitutto queste gigantesche aziende che operano nei più svariati settori economici sono ritenute colpevoli di trarre vantaggio dai deboli apparati giuridici dei Paesi africani che spesso, anche per effetto della dilagante corruzione, salvaguardano gli interessi societari più che quelli della società civile. Spesso le imprese multinazionali, con l’intento di massimizzare i profitti, si sono rese responsabili della violazione dei diritti fondamentali dell’uomo – in particolare dei diritti dei lavoratori – e dei principi internazionali in materia di protezione e salvaguardia dell’ambiente. È bene rammentare che per arginare questo fenomeno, a partire dagli anni Settanta, sono stati redatti dei Codici di condotta e delle Linee guida contenenti principi e regole adottati dai singoli Stati e dalle organizzazioni internazionali in relazione alle attività delle società multinazionali. Però tali normative, rientrando nella categoria della cosiddetta “soft-law”, non hanno un carattere vincolante.

E se da una parte il crescente interesse dell’opinione pubblica per la tematica in esame ha spinto le stesse imprese multinazionali ad approvare autonomamente dei codici di condotta per tutelare la propria immagine sul mercato, dall’altra il cammino è ancora lungo. Sono infatti molte le imprese che direttamente o indirettamente fanno uso di manodopera infantile, contravvenendo ai diritti dei lavoratori (incluso il diritto alla libertà di associazione). Emblematica è la condizione dei bambini impiegati ancor oggi nelle miniere di Kolwezi, la capitale mondiale delle terre rare (indispensabili, ad esempio, per la fabbricazione degli apparecchi elettronici) nel Sud della Repubblica democratica del Congo o nelle miniere di oro nella regione orientale del Kivu teatro spesso di tragedie di massa: due realtà a cui Avvenire peraltro ha già dato ampio spazio informativo. In molte di queste realtà lavorative le condizioni igieniche e di sicurezza risultano inappropriate; vengono usurpate sistematicamente parti di territorio e perpetrati atti di illegittima violenza tramite l’utilizzo di agenti di sicurezza privata, per non parlare dei danni ambientali.

In attesa di un trattato internazionale, sotto l’egida delle Nazioni Unite, su «Imprese e diritti umani» e in considerazione dell’adozione nel 2011 di Linee guida su questa materia da parte del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite di Ginevra, la rete di Aefjn – come ha giustamente rilevato il comboniano fratel Alberto Parise, vice presidente del Comitato Esecutivo di Aefjn – è fondamentale perché è necessario affermare una volta per tutte «l’obbligo per le imprese di dimostrare due diligence (diligenza); il rafforzamento della corporate liability (la responsabilità delle imprese); la previsione di rimedi efficaci contro le violazioni e un’efficace accesso alla giustizia; l’obbligo in capo agli Stati di prevedere assistenza legale reciproca; la creazione di meccanismi di monitoraggio ed esecuzione sia a livello nazionale che internazionale».




eppur si muove … qualcosa nella chiesa di papa Francesco

“eppur (la chiesa) si muove…”

di Alberto Maggi

 


come spiega su ilLibraio il biblista Alberto Maggi, “lentamente, in maniera quasi impercettibile, qualcosa si muove” nella Chiesa. Che, con papa Francesco, “da rigida istituzione regolata dall’immutabile dottrina, si trasforma in una comunità dinamica animata dallo Spirito…”

“Eppur si muove…!”. La conosciuta espressione, attribuita a Galileo Galilei, costretto dalla dottrina infallibile dell’Inquisizione a rinnegare il movimento della terra, ben si adatta alla Chiesa cattolica.
Questa è come un pachiderma che sembra immobile, appesantito e rallentato com’è da secoli di detriti e cascami teologici, così lontani dall’agilità dei vangeli, che esigono il continuo cambiamento per poter mettere il vino nuovo dello Spirito in otri nuovi (Mt 9,17).
Eppure, lentamente, in maniera quasi impercettibile, qualcosa si muove e la Chiesa, da rigida istituzione regolata dall’immutabile dottrina, si trasforma in una comunità dinamica animata dallo Spirito. Naturalmente i cambiamenti sono lievi, non avvengono mai in maniera traumatica, per non sembrare uno strappo o peggio una rottura con la tradizione. Così ci si muove a passi felpati, con molta diplomazia, e bisogna scoprire questi cambiamenti tra le righe. Un passo, che sembra piccolo invece è stato gigantesco, è quello compiuto da papa Francesco.
Sorprese tutti quando la sera della sua elezione si presentò al mondo intero come il “Vescovo di Roma”, senza tutti gli anacronistici orpelli, anche esteriori della sua carica di Sommo Pontefice. Era solo la premessa di un cambiamento del pontificato che avrebbe avuto come linea maestra la graduale conversione della Chiesa al vangelo, cammino che non sarà indolore.
Segno di questo mutamento sono i titoli del papa (dal greco papas, “padre”), pubblicati nell’Annuario pontificio 2020. Nelle precedenti edizioni, campeggiava sotto il nome del papa, il titolo grande di “Vicario di Gesù Cristo”, poi di seguito “Successore del Principe degli Apostoli”, “Sommo Pontefice della Chiesa Universale”, “Primate d’Italia”, “Arcivescovo e Metropolita della Provincia Romana”, “Sovrano dello Stato della Città del Vaticano” e, infine, per ultimo, “Servo dei Servi di Dio”.
Ora, pur rimanendo, questi titoli, sono stati delicatamente, ma significativamente spostati e separati, in modo che in una pagina bianca appare la scritta, su due righe, “Francesco – vescovo di Roma” e, nell’altra pagina, tutti gli altri titoli, con un carattere più piccolo, sotto una linea di demarcazione e la dicitura: “Titoli storici”. Ovvero titoli messi in soffitta, come certi mobili del passato, erano belli e ci si era affezionati, ma ormai ingombranti e inutilizzabili.
Ma quella che è indubbiamente significativa è la rimozione (in linguaggio curiale “spostamento”) del titolo “Vicario di Gesù Cristo”, denominazione che aveva reso di fatto ogni pontefice un essere semi-divino, “il dolce Cristo in terra”, trattato e venerato come una divinità, idolatrato come un faraone (basta pensare all’uso degli egizi flabelli, i grandi ventagli di piume bianche di struzzo che accompagnavano l’ingresso in portantina del papa in uso fino a Paolo VI, che finalmente l’abolì).
Come hanno potuto i papi attribuirsi il titolo di Vicarius Christi? Vicario è colui che rappresenta o sostituisce qualcuno che non è presente, ma può il Cristo essere assente? Dai vangeli si evince il contrario. Nel vangelo di Matteo, le ultime parole del Cristo risuscitato sono “Io sono con voi tutti i giorni” (Mt 28,20). Mentre Mosè sentendo prossima la sua fine, aveva nominato Giosuè come suo successore (Nm 27,18), Gesù, Risorto, non nomina alcun successore, e tantomeno suo vicario, ma, come scrive Marco, il Cristo risuscitato continua a essere presente con i suoi discepoli: “il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che lo accompagnavano” (Mc 16,20). Il Cristo è, pertanto, presente tra i credenti, chiede solo di essere accolto e di collaborare con lui all’incessante comunicazione di vita per ogni creatura. Certamente Gesù è invisibile, ma non assente, e sarà sempre visibile ogni volta che i suoi spezzeranno il pane per farne alimento di vita e di condivisione (“L’avevano riconosciuto nello spezzare il pane”, Lc 24,31.35).
Se si vuole usare l’espressione “vicario di Cristo”, questa è per i poveri, i bisognosi, gli emarginati, i carcerati, gli stranieri nei quali Gesù s’identifica (“Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”, Mt 25,40), e Padri della Chiesa, come San Gregorio di Nissa, affermavano che i poveri “ci rappresentano la Persona del Salvatore” (De pauperibus amandis, PG 46,460bc). Poi nel XII secolo, mentre brillava più che mai la luce di Francesco d’Assisi, il vero alter Christus, fu un papa, il bellicoso Innocenzo III, a mettere in secondo piano il titolo di “Vicario di Pietro” ed arrogarsi quello di “Vicario di Cristo”, fino allora attribuito ai poveri, designazione che fu sancita dal Concilio di Firenze (sec XV) con la bolla “Laetentur caeli”, dove si legge che il romano pontefice “ha il primato su tutto l’universo […]” e il papa è “autentico vicario di Cristo” (Denz. 1307)… poi venne papa Francesco.



una giornata per la cura del creato

VI Giornata del Creato

papa Francesco

dalla crisi impariamo nuovi modi di vivere


Riccardo Maccioni
nel Messaggio l’invito alla giustizia riparativa e un uso più fruttuoso ed equo delle risorse. L’appello a «cancellare il debito dei Paesi più fragili»

Il Papa: dalla crisi impariamo nuovi modi di vivere

Un tempo sacro per ricordare, ritornare, riposare, riparare e rallegrarsi. È Giublleo, il concetto, la parola chiave, il filo rosso che unisce e fa da guida al Messaggio del Papa per la VI Giornata mondiale di preghiera per il Creato, che si celebra oggi. Un richiamo al 50° anniversario, che cade appunto nel 2020, del Giorno delle Terra e che riprende il tema, “Giubileo della terra”, scelto dalle Chiese cristiane per il Tempo del Creato, un periodo, dal 1° settembre al 4 ottobre, in cui impegnarsi in modo speciale nella preghiera e nell’azione per la salvaguardia della casa comune. Punto di partenza della riflessione di Francesco è però la Sacra Scrittura, in particolare il celebre versetto del Levitico: «Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nella terra per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo» (Lv 25,10).

Un passo attorno al quale si articola la riflessione sui vari significati del Giubileo. Che è tempo «per ricordare», per «fare memoria della vocazione originaria del creato ad essere e prosperare come comunità d’amore» che esiste «solo attraverso le relazioni: con Dio creatore, con i fratelli e le sorelle in quanto membri di una famiglia comune, e con tutte le creature che abitano la nostra stessa casa». Ma strettamente legato al tema della memoria è il concetto di Giubileo come tempo del ritornare, per «tornare indietro e ravvedersi». C’è infatti bisogno, sottolinea il Papa, di risanare le relazioni danneggiate, di ricostruire i legami «che ci univano al Creatore, agli altri esseri umani e al resto del creato». In questo senso, il Giubileo «ci invita a pensare nuovamente agli altri, specialmente ai più poveri e ai più vulnerabili. È un tempo «per dare libertà agli oppressi e a tutti coloro che sono incatenati nei ceppi delle varie forme di schiavitù moderna, tra cui la tratta delle persone e il lavoro minorile». E di pari passo va l’ascolto della terra, il battito della creazione soffocato dai troppi comportamenti sconsiderati. «La disintegrazione della biodiversità, il vertiginoso aumento dei disastri climatici, il diseguale impatto della pandemia in atto sui più poveri e fragili sono» in questo senso «campanelli d’allarme di fronte all’avidità sfrenata dei consumi».
Ecco allora che anche la crisi più nera può portare in sé un insegnamento. «L’attuale pandemia ci ha portati in qualche modo a riscoprire stili di vita più semplici e sostenibili», in un certo senso, «ci ha dato la possibilità di sviluppare nuovi modi di vivere. È stato possibile constatare come la Terra riesca a recuperare se le permettiamo di riposare: l’aria è diventata più pulita, le acque più trasparenti, le specie animali sono ritornate in molti luoghi dai quali erano scomparse. La pandemia ci ha condotti a un bivio. Dobbiamo sfruttare questo momento decisivo per porre termine ad attività e finalità superflue e distruttive, e coltivare valori, legami e progetti generativi. Dobbiamo esaminare le nostre abitudini nell’uso dell’energia, nei consumi, nei trasporti e nell’alimentazione. Dobbiamo togliere dalle nostre economie aspetti non essenziali e nocivi, e dare vita a modalità fruttuose di commercio, produzione e trasporto dei beni».
Detto in altro modo Il Giubileo può diventare, dev’essere è un tempo «per riparare l’armonia originaria della creazione e per risanare rapporti umani compromessi». Ci invita, scrive il Papa, a stabilire relazioni sociali eque, restituendo a ciascuno la propria libertà e i propri beni, e condonando i debiti altrui. Non dovremmo perciò dimenticare la storia di sfruttamento del Sud del pianeta, che ha provocato un enorme debito ecologico, dovuto principalmente al depredamento delle risorse e all’uso eccessivo dello spazio ambientale comune per lo smaltimento dei rifiuti. «È il tempo di una giustizia riparativa. A tale proposito – aggiunge il Pontefice –, «rinnovo il mio appello a cancellare il debito dei Paesi più fragili alla luce dei gravi impatti delle crisi sanitarie, sociali ed economiche che devono affrontare a seguito del Covid-19. Occorre pure assicurare che gli incentivi per la ripresa, in corso di elaborazione e di attuazione a livello mondiale, regionale e nazionale, siano effettivamente efficaci, con politiche, legislazioni e investimenti incentrati sul benec omune e con la garanzia che gli obiettivi sociali e ambientali globali vengano conseguiti».
E, su scala più ampia, occorre lavorare al ripristino di un equilibrio climatico e della biodiversità «nel contesto di una scomparsa delle specie e di un degrado degli ecosistemi senza precedenti. È necessario sostenere l’appello delle Nazioni Unite a salvaguardare il 30% della Terra come habitat protetto entro il 2030, al fine di arginare l’allarmante tasso di perdita della biodiversità». Siamo cioè «tenuti a riparare secondo giustizia, assicurando che quanti hanno abitato una terra per generazioni possano riacquistarne pienamente l’utilizzo. Occorre proteggere le comunità indigene da compagnie, in particolare multinazionali, che, attraverso la deleteria estrazione d i combustibili fossili, minerali, legname e prodotti agroindustriali, «fanno nei Paesi meno sviluppati ciò che non possono fare nei Paesi che apportano loro capitale».
Tuttavia, a dispetto di questo grado generale, la Scrittura ci ricorda che il Giubileo è anche «un tempo per rallegrarsi». Guardando all’oggi infatti, osserva papa Francesco, «siamo testimoni di come lo Spirito Santo stia ispirando ovunque individui e comunità a unirsi per ricostruire la casa comune e difendere i più vulnerabili. Assistiamo al graduale emergere di una grande mobilitazione di persone, che dal basso e dalle periferie si stanno generosamente adoperando per la protezione della terra e dei poveri. Dà gioia vedere tanti giovani e comunità, in particolare indigene, in prima linea nel rispondere alla crisi ecologica». E c’è pure da rallegrarsi «nel constatare come l’Anno speciale di anniversario della Laudato si’ stia ispirando numerose iniziative a livello locale e globale per la cura della casa comune e dei poveri. Questo anno dovrebbe portare a piani operativi a lungo termine, per giungere a praticare un’ecologia integrale nelle famiglie, nelle parrocchie, nelle diocesi, negli Ordini religiosi, nelle scuole, nelle università, nell’assistenza sanitaria, nelle imprese, nelle aziende agricole e in molti altri ambiti». Un impegno che vede le comunità credenti convergere, in modo davvero ecumenico «per dare vita a un mondo più giusto, pacifico e sostenibile». Si tratta allora di continuare «a crescere nella consapevolezza che tutti noi abitiamo una casa comune in quanto membri della stessa famiglia!». E di rallegrarsi «perché, nel suo amore, il Creatore sostiene i nostri umili sforzi per la Terra», casa di Dio dove la sua Parola «si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» e luogo che «l’effusione dello Spirito Santo costantemente rinnova».

IL TESTO INTEGRALE DEL MESSAGGIO

MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ
PAPA FRANCESCO
PER LA CELEBRAZIONE DELLA
GIORNATA MONDIALE DI PREGHIERA PER LA CURA DEL CREATO

1° settembre 2020

«Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nella
terra per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo» (Lv 25,10)

Cari fratelli e sorelle,

Ogni anno, particolarmente dalla pubblicazione della Lettera enciclica Laudato si’ (LS, 24 maggio 2015), il primo giorno di settembre segna per la famiglia cristiana la Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato, con la quale inizia il Tempo del Creato, che si conclude il 4 ottobre, nel ricordo di san Francesco di Assisi. In questo periodo, i cristiani rinnovano in tutto il mondo la fede nel Dio creatore e si uniscono in modo speciale nella preghiera e nell’azione per la salvaguardia della casa comune.

Sono lieto che il tema scelto dalla famiglia ecumenica per la celebrazione del Tempo del Creato 2020 sia “Giubileo per la Terra”, proprio nell’anno in cui ricorre il cinquantesimo anniversario del Giorno della Terra.

Nella Sacra Scrittura, il Giubileo è un tempo sacro per ricordare, ritornare, riposare, riparare e rallegrarsi.

1. Un tempo per ricordare

Siamo invitati a ricordare soprattutto che il destino ultimo del creato è entrare nel “sabato eterno” di Dio. È un viaggio che ha luogo nel tempo, abbracciando il ritmo dei sette giorni della settimana, il ciclo dei sette anni e il grande Anno giubilare che giunge alla conclusione di sette anni sabbatici.

Il Giubileo è anche un tempo di grazia per fare memoria della vocazione originaria della creato ad essere e prosperare come comunità d’amore. Esistiamo solo attraverso le relazioni: con Dio creatore, con i fratelli e le sorelle in quanto membri di una famiglia comune, e con tutte le creature che abitano la nostra stessa casa. «Tutto è in relazione, e tutti noi esseri umani siamo uniti come fratelli e sorelle in un meraviglioso pellegrinaggio, legati dall’amore che Dio ha per ciascuna delle sue creature e che ci unisce anche tra noi, con tenero affetto, al fratello sole, alla sorella luna, al fratello fiume e alla madre terra» (LS, 92).

Il Giubileo, pertanto, è un tempo per il ricordo, dove custodire la memoria del nostro esistere inter-relazionale. Abbiamo costantemente bisogno di ricordare che «tutto è in relazione, e che la cura autentica della nostra stessa vita e delle nostre relazioni con la natura è inseparabile dalla fraternità, dalla giustizia e dalla fedeltà nei confronti degli altri» (LS, 70).

2. Un tempo per ritornare

Il Giubileo è un tempo per tornare indietro e ravvedersi. Abbiamo spezzato i legami che ci univano al Creatore, agli altri esseri umani e al resto del creato. Abbiamo bisogno di risanare queste relazioni danneggiate, che sono essenziali per sostenere noi stessi e l’intero tessuto della vita.

Il Giubileo è un tempo di ritorno a Dio, nostro amorevole creatore. Non si può vivere in armonia con il creato senza essere in pace col Creatore, fonte e origine di tutte le cose. Come ha osservato Papa Benedetto, «il consumo brutale della creazione inizia dove non c’è Dio, dove la materia è ormai soltanto materiale per noi, dove noi stessi siamo le ultime istanze, dove l’insieme è semplicemente proprietà nostra» (Incontro con il Clero della Diocesi di Bolzano-Bressanone, 6 agosto 2008).

Il Giubileo ci invita a pensare nuovamente agli altri, specialmente ai poveri e ai più vulnerabili. Siamo chiamati ad accogliere nuovamente il progetto originario e amorevole di Dio sul creato come un’eredità comune, un banchetto da condividere con tutti i fratelli e le sorelle in spirito di convivialità; non in una competizione scomposta, ma in una comunione gioiosa, dove ci si sostiene e ci si tutela a vicenda. Il Giubileo è un tempo per dare libertà agli oppressi e a tutti coloro che sono incatenati nei ceppi delle varie forme di schiavitù moderna, tra cui la tratta delle persone e il lavoro minorile.

Abbiamo bisogno di ritornare, inoltre, ad ascoltare la terra, indicata nella Scrittura come adamah, luogo dal quale l’uomo, Adam, è stato tratto. Oggi la voce del creato ci esorta, allarmata, a ritornare al giusto posto nell’ordine naturale, a ricordare che siamo parte, non padroni, della rete interconnessa della vita. La disintegrazione della biodiversità, il vertiginoso aumento dei disastri climatici, il diseguale impatto della pandemia in atto sui più poveri e fragili sono campanelli d’allarme di fronte all’avidità sfrenata dei consumi.

Particolarmente durante questo Tempo del Creato, ascoltiamo il battito della creazione. Essa, infatti, è stata data alla luce per manifestare e comunicare la gloria di Dio, per aiutarci a trovare nella sua bellezza il Signore di tutte le cose e ritornare a Lui (cfr San Bonaventura, In II Sent., I,2,2, q. 1, concl; Brevil., II,5.11). La terra dalla quale siamo stati tratti è dunque luogo di preghiera e di meditazione: «risvegliamo il senso estetico e contemplativo che Dio ha posto in noi» (Esort. ap. Querida Amazonia, 56). La capacità di meravigliarci e di contemplare è qualcosa che possiamo imparare specialmente dai fratelli e dalle sorelle indigeni, che vivono in armonia con la terra e con le sue molteplici forme di vita.

3. Un tempo per riposare

Nella sua sapienza, Dio ha riservato il giorno di sabato perché la terra e i suoi abitanti potessero riposare e rinfrancarsi. Oggi, tuttavia, i nostri stili di vita spingono il pianeta oltre i suoi limiti. La continua domanda di crescita e l’incessante ciclo della produzione e dei consumi stanno estenuando l’ambiente. Le foreste si dissolvono, il suolo è eroso, i campi spariscono, i deserti avanzano, i mari diventano acidi e le tempeste si intensificano: la creazione geme!

Durante il Giubileo, il Popolo di Dio era invitato a riposare dai lavori consueti, a lasciare, grazie al calo dei consumi abituali, che la terra si rigenerasse e il mondo si risistemasse. Ci occorre oggi trovare stili equi e sostenibili di vita, che restituiscano alla Terra il riposo che le spetta, vie di sostentamento sufficienti per tutti, senza distruggere gli ecosistemi che ci mantengono.

L’attuale pandemia ci ha portati in qualche modo a riscoprire stili di vita più semplici e sostenibili. La crisi, in un certo senso, ci ha dato la possibilità di sviluppare nuovi modi di vivere. È stato possibile constatare come la Terra riesca a recuperare se le permettiamo di riposare: l’aria è diventata più pulita, le acque più trasparenti, le specie animali sono ritornate in molti luoghi dai quali erano scomparse. La pandemia ci ha condotti a un bivio. Dobbiamo sfruttare questo momento decisivo per porre termine ad attività e finalità superflue e distruttive, e coltivare valori, legami e progetti generativi. Dobbiamo esaminare le nostre abitudini nell’uso dell’energia, nei consumi, nei trasporti e nell’alimentazione. Dobbiamo togliere dalle nostre economie aspetti non essenziali e nocivi, e dare vita a modalità fruttuose di commercio, produzione e trasporto dei beni.

4. Un tempo per riparare

Il Giubileo è un tempo per riparare l’armonia originaria della creazione e per risanare rapporti umani compromessi.

Esso invita a ristabilire relazioni sociali eque, restituendo a ciascuno la propria libertà e i propri beni, e condonando i debiti altrui. Non dovremmo perciò dimenticare la storia di sfruttamento del Sud del pianeta, che ha provocato un enorme debito ecologico, dovuto principalmente al depredamento delle risorse e all’uso eccessivo dello spazio ambientale comune per lo smaltimento dei rifiuti. È il tempo di una giustizia riparativa. A tale proposito, rinnovo il mio appello a cancellare il debito dei Paesi più fragili alla luce dei gravi impatti delle crisi sanitarie, sociali ed economiche che devono affrontare a seguito del Covid-19. Occorre pure assicurare che gli incentivi per la ripresa, in corso di elaborazione e di attuazione a livello mondiale, regionale e nazionale, siano effettivamente efficaci, con politiche, legislazioni e investimenti incentrati sul bene comune e con la garanzia che gli obiettivi sociali e ambientali globali vengano conseguiti.

È altresì necessario riparare la terra. Il ripristino di un equilibrio climatico è di estrema importanza, dal momento che ci troviamo nel mezzo di un’emergenza. Stiamo per esaurire il tempo, come i nostri figli e i giovani ci ricordano. Occorre fare tutto il possibile per limitare la crescita della temperatura media globale sotto la soglia di 1,5 gradi centigradi, come sancito nell’Accordo di Parigi sul Clima: andare oltre si rivelerà catastrofico, soprattutto per le comunità più povere in tutto il mondo. In questo momento critico è necessario promuovere una solidarietà intra-generazionale e inter-generazionale. In preparazione all’importante Summit sul Clima di Glasgow, nel Regno Unito (COP 26), invito ciascun Paese ad adottare traguardi nazionali più ambiziosi per ridurre le emissioni.

Il ripristino della biodiversità è altrettanto cruciale nel contesto di una scomparsa delle specie e di un degrado degli ecosistemi senza precedenti. È necessario sostenere l’appello delle Nazioni Unite a salvaguardare il 30% della Terra come habitat protetto entro il 2030, al fine di arginare l’allarmante tasso di perdita della biodiversità. Esorto la Comunità internazionale a collaborare per garantire che il Summit sulla Biodiversità (COP 15) di Kunming, in Cina, costituisca un punto di svolta verso il ristabilimento della Terra come casa dove la vita sia abbondante, secondo la volontà del Creatore.

Siamo tenuti a riparare secondo giustizia, assicurando che quanti hanno abitato una terra per generazioni possano riacquistarne pienamente l’utilizzo. Occorre proteggere le comunità indigene da compagnie, in particolare multinazionali, che, attraverso la deleteria estrazione di combustibili fossili, minerali, legname e prodotti agroindustriali, «fanno nei Paesi meno sviluppati ciò che non possono fare nei Paesi che apportano loro capitale» (LS, 51). Questa cattiva condotta aziendale rappresenta un «un nuovo tipo di colonialismo» (San Giovanni Paolo II, Discorso alla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, 27 aprile 2001, cit. in Querida Amazonia, 14), che sfrutta vergognosamente comunità e Paesi più poveri alla disperata ricerca di uno sviluppo economico. È necessario consolidare le legislazioni nazionali e internazionali, affinché regolino le attività delle compagnie di estrazione e garantiscano l’accesso alla giustizia a quanti sono danneggiati.

5. Un tempo per rallegrarsi

Nella tradizione biblica, il Giubileo rappresenta un evento gioioso, inaugurato da un suono di tromba che risuona per tutta la terra. Sappiamo che il grido della Terra e dei poveri è divenuto, negli scorsi anni, persino più rumoroso. Al contempo, siamo testimoni di come lo Spirito Santo stia ispirando ovunque individui e comunità a unirsi per ricostruire la casa comune e difendere i più vulnerabili. Assistiamo al graduale emergere di una grande mobilitazione di persone, che dal basso e dalle periferie si stanno generosamente adoperando per la protezione della terra e dei poveri. Dà gioia vedere tanti giovani e comunità, in particolare indigene, in prima linea nel rispondere alla crisi ecologica. Stanno facendo appello per un Giubileo della Terra e per un nuovo inizio, nella consapevolezza che «le cose possono cambiare» (LS, 13).

C’è pure da rallegrarsi nel constatare come l’Anno speciale di anniversario della Laudato si’ stia ispirando numerose iniziative a livello locale e globale per la cura della casa comune e dei poveri. Questo anno dovrebbe portare a piani operativi a lungo termine, per giungere a praticare un’ecologia integrale nelle famiglie, nelle parrocchie, nelle diocesi, negli Ordini religiosi, nelle scuole, nelle università, nell’assistenza sanitaria, nelle imprese, nelle aziende agricole e in molti altri ambiti.

Ci rallegriamo anche che le comunità credenti stiano convergendo per dare vita a un mondo più giusto, pacifico e sostenibile. È motivo di particolare gioia che il Tempo del Creato stia diventando un’iniziativa davvero ecumenica. Continuiamo a crescere nella consapevolezza che tutti noi abitiamo una casa comune in quanto membri della stessa famiglia!

Rallegriamoci perché, nel suo amore, il Creatore sostiene i nostri umili sforzi per la Terra. Essa è anche la casa di Dio, dove la sua Parola «si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14), il luogo che l’effusione dello Spirito Santo costantemente rinnova.

“Manda il tuo Spirito, Signore, e rinnova la faccia della terra” (cfr Sal 104,30).

Roma, San Giovanni in Laterano, 1° settembre 2020

FRANCESCO




papa Francesco e la malattia della nostra economia

  papa Francesco

la pandemia ha mostrato che l’economia è malata

“pochi ricchissimi possiedono più di tutto il resto dell’umanità” ed “è un’ingiustizia che grida al cielo”

Il Papa: la pandemia ha mostrato che l’economia è malata

In un mondo solcato da profonde disuguaglianze sociali, aggravate dalla pandemia, e da un modello economico spesso indifferente ai danni inflitti alla casa comune, il Papa esorta i cristiani a condividere i propri beni, mettendoli a frutto anche per gli altri, e si richiama, per questo, all’esperienza delle prime comunità cristiane che, anche vivendo tempi difficili, mettevano i loro beni in comuni, “consapevoli di formare un solo cuore e una sola anima”:

La pandemia ci ha messo tutti in crisi. Ma ricordatevi: da una crisi non si può uscire uguali. O usciamo migliori, o usciamo peggiori. Questa è la nostra opzione. Dopo la crisi, continueremo con questo sistema economico di ingiustizia sociale e di disprezzo per la cura dell’ambiente, del creato, della casa comune? Pensiamoci. Possano le comunità cristiane del ventunesimo secolo recuperare questa realtà, – la cura del creato e la giustizia sociale: vanno insieme… – dando così testimonianza della Risurrezione del Signore. Se ci prendiamo cura dei beni che il Creatore ci dona, se mettiamo in comune ciò che possediamo in modo che a nessuno manchi, allora davvero potremo ispirare speranza per rigenerare un mondo più sano e più equo.

La pandemia ha infatti aggravato le disuguaglianze, ribadisce più volte il Papa: alcuni bambini possono ancora ricevere un’educazione scolastica, per altri si è interrotta, alcune nazioni possono emettere moneta per affrontare l’emergenza, mentre per altre significherebbe ipotecare il futuro. Si tratta di sintomi di disuguaglianza che rivelano una precisa patologia: «Questi sintomi di disuguaglianza rivelano una malattia sociale; è un virus che viene da un’economia malata. E dobbiamo dirlo semplicemente: l’economia è malata. Si ammalò. E’ ammalata».

La malattia, afferma, è frutto di una “crescita economica iniqua” che prescinde dai valori umani fondamentali. “Nel mondo di oggi – sottolinea – pochi ricchissimi”, “un gruppetto”, “possiedono più di tutto il resto dell’umanità”. Si tratta, afferma di “un’ingiustizia che grida al cielo!”. D’altra parte questo modello di crescita economica sembra indifferente ai danni inflitti al creato, con conseguenze “gravi e irreversibili” come perdita della biodiversità, cambiamenti climatici, distruzione delle foreste tropicali. Disuguaglianze sociali e degrado ambientale hanno “la stessa radice”, segnala il Papa: il peccato di “voler possedere e dominare i fratelli e le sorelle, la natura e lo stesso Dio”. Di fronte a tutto questo, i cristiani non devono rimanere fermi: la speranza cristiana sostiene la volontà di condividere: «Quando l’ossessione di possedere e dominare esclude milioni di persone dai beni primari; quando la disuguaglianza economica e tecnologica è tale da lacerare il tessuto sociale; e quando la dipendenza da un progresso materiale illimitato minaccia la casa comune, allora non possiamo stare a guardare. No, questo è desolante. Non possiamo stare a guardare! Con lo sguardo fisso su Gesù (cfr Eb 12,2) e con la certezza che il suo amore opera mediante la comunità dei suoi discepoli, dobbiamo agire tutti insieme, nella speranza di generare qualcosa di diverso e di meglio».

Richiamandosi varie volte a Catechismo e al Libro del Genesi, Francesco ricorda che Dio ha chiesto all’uomo di dominare la terra coltivandola e custodendola. Non quindi “carta bianca per fare della terra ciò che si vuole”, nota il Papa, perché esiste una “relazione di reciprocità responsabile” fra noi e la natura. La terra infatti è stata data a tutto il genere umano e i suoi frutti devono arrivare a tutti, non solo ad alcuni. Come ricorda anche la Gaudium et spes del Concilio Vaticano II “l’uomo, usando di questi beni, deve considerare le cose esteriori che legittimamente possiede non solo come proprie, ma anche come comuni, nel senso che possano giovare non unicamente a lui ma anche agli altri”. Quindi, come un amministratore della Provvidenza, far fruttificare i doni perché anche gli altri ne beneficino.

In sintesi, proprietà e denaro sono “strumenti” che possono essere trasformati facilmente in “fini, individuali o collettivi” ma così – avverte – vengono intaccati i valori umani essenziali: «L’homo sapiens si deforma e diventa una specie di homo œconomicus – in senso deteriore – individualista, calcolatore e dominatore. Ci dimentichiamo che, essendo creati a immagine e somiglianza di Dio, siamo esseri sociali, creativi e solidali, con un’immensa capacità di amare. Di fatto, siamo gli esseri più cooperativi tra tutte le specie, e fioriamo in comunità, come si vede bene nell’esperienza dei santi».




un ricordo del vescovo santo Pedro Casaldàliga

Amazzonia

Pedro, il vescovo santo degli oppressi sepolto tra un operaio e una prostituta senza nome

di Fabrizio d’Esposito

Il suo epitaffio, scolpito su un pezzo di marmo ai piedi di una croce di legno, è questo: “Per riposare io voglio solo questa croce di legno, come pioggia e sole questi tre metri di terra e la Resurrezione!”. Ai lati della tomba – un cumulo di terra rossa – sono sepolti un operaio e una prostituta senza nome, come ha raccontato Salvatore Cernuzio su Vatican Insider della Stampa.
Dom Pedro Casaldáliga è stata una delle figure più belle del cattolicesimo novecentesco. Una santità luminosa da vescovo, profeta e poeta. Al servizio totale del Vangelo e degli ultimi, in Amazzonia. È morto l’8 agosto scorso. Aveva 92 anni, di cui gli ultimi otto vissuti da malato agli ordini di quello che chiamava “fratello Parkinson”, suo “superiore”. Alcuni versi di dom Casaldáliga tratti da Il tempo e la speranza sono citati da papa Francesco nella sua esortazione apostolica Querida Amazonia: “Galleggiano ombre di me, legni morti. Ma la stella nasce senza rimprovero sopra le mani di questo bambino, esperte, che conquistano le acque e la notte. Mi basti conoscere che Tu mi conosci interamente, prima dei miei giorni”.
Nato in Catalogna, arrivò in Brasile da missionario clarettiano nel 1968. Approdò in barca sulle rive di São Félix do Araguaia, nel Mato Grosso, e davanti a quella che sarebbe stata la sua abitazione trovò quattro neonati morti, in scatole di scarpe come bare. La sua reazione fu: “O ce ne andiamo via da qui oggi stesso o ci suicidiamo o troviamo una soluzione per tutto questo”. Tre anni dopo la sua casa divenne sede episcopale: Paolo VI lo nominò vescovo della prelatura di São Felix, “una zona periferica della foresta grande quanto metà dell’Italia” (Luciano Meli su manifesto4ottobre). Il suo motto da vescovo fu: “Nada possuir, nada carregar, nada pedir e, sobretudo, nada matar”: “Nulla possedere, nulla prendere a carico, nulla chiedere, nulla tacere e, soprattutto, non uccidere nessuno”.
Era il Brasile della dittatura militare (1964-1985) e la lotta di dom Pedro fu contro l’ingiustizia del latifondo e a favore degli indigeni e dei contadini sfruttati e oppressi nella fazendas amazzoniche. Il suo anello vescovile in legno di palma fu poi segno di riconoscimento per quanti credevano nella teologia della liberazione. Scampò a più attentati e il regime dei Gorillas se ne voleva liberare con l’espulsione dal Paese ma Paolo VI lo impedì: “Chi tocca Pietro (Pedro, ndr), tocca Paolo”. La sua radicalità rivoluzionaria contro il capitalismo e il colonialismo mise in luce le divisioni che attraversavano il cattolicesimo brasiliano, con i clericali di destra che appoggiavano i militari (si pensi al movimento Tradizione famiglia e proprietà di Plinio Corrêa de Oliveira) e oggi tornati di nuovo forti con Bolsonaro al potere. Peraltro Tfp fa parte del network fariseo e dottrinario che si oppone alla misericordia di papa Bergoglio.
Mercoledì scorso, dom Pedro Casaldáliga è stato salutato per l’ultima volta dal suo popolo a São Félix: il corpo deposto su una canoa indigena, con il remo che usava come pastorale (il “bastone” del vescovo). La scelta di essere sepolto nel cimitero di Karajá l’aveva annunciata da tempo, laddove era arrivato nel 1968, trovando quattro neonati morti.