i migranti – milioni di disperati senza diritti – una riflessione del vescovo Perego

un diritto negato

di Gian Carlo Perego 

in “Vita Pastorale” del febbrai2026

Purtroppo, a fronte della crescita delle persone in fuga, il diritto alla protezione internazionale ha
subìto un indebolimento grave, fino anche alla negazione nei Paesi dell’Occidente che ne erano
finora i garanti: Stati Uniti ed Europa

Il Rapporto Migrantes 2025 sul “Diritto d’asilo” è aperto dalle parole di papa Leone in un videomessaggio
agli abitanti di Lampedusa: «Davanti all’ingiustizia e al dolore innocente siamo più consapevoli, ma
rischiamo di stare fermi, silenziosi e tristi, vinti dalla sensazione che non ci sia niente da fare. Invece no: la
storia è devastata dai prepotenti, ma è salvata dagli umili, dai giusti e dai martiri». Ingiustizia, dolore,
prepotenza, accompagnate da «crisi permanenti e responsabilità rimosse» sulla tutela del diritto d’asilo e
dalla riduzione di aiuti sembrano camminare insieme ai richiedenti asilo, ai profughi, ai rifugiati che, l’anno
scorso, sono cresciuti ancora: oltre 123 milioni di persone in fuga, in maggioranza sfollati interni (73,5
milioni), 8 milioni e mezzo di richiedenti asilo, 43 milioni di rifugiati (cresciuti di quasi 12 milioni per le
vicende palestinesi). Venezuela, Siria e Afghanistan sono i Paesi con il maggior numero di rifugiati, a cui si
aggiungono l’Ucraina con oltre 5 milioni di rifugiati e il Sud Sudan con 2 milioni e mezzo.
Cosa alimenta il cammino di chi chiede la protezione internazionale? Guerre, violenze diffuse, cre
scente numero di morti (+27%) e situazioni di crisi restano la causa principale della fuga dalle
proprie case. Sono 31 le guerre in corso e 23 le crisi sparse in tutto il mondo, che interessano in
particolare l’Africa, l’Asia e il Medio Oriente. La guerra è tornata a essere presente nell’area europea
con il conflitto tra Ucraina e Russia e le tensioni in Kosovo, a Cipro e in Georgia.
Oltre che dalle guerre si fugge anche da persecuzioni, violazioni dei diritti umani, sfruttamento e
schiavitù in 91 Paesi con regimi autoritari, che superano come numero i Paesi democratici (88). Le
donne in Afghanistan continuano a essere escluse dalla vita pubblica e in Iran subiscono continue
violenze, come in alcuni Paesi le leggi criminalizzano le persone di diverso orientamento sessuale
(Ghana, Malawi, Uganda… e anche in Bulgaria). Anche la libertà religiosa è sistematicamente
negata in vari Paesi, con gravi violazioni in Afghanistan, Cina, Eritrea, India, Nigeria, Pakistan,
Russia. Crisi climatiche crescenti (siccità, desertificazione…) e disastri ambientali mettono in fuga
45 milioni di persone soprattutto negli Usa, nelle Filippine, in India, in Cina, in Bangladesh.
Purtroppo, a fronte della crescita delle persone in fuga, il diritto alla protezione internazionale ha
subìto un indebolimento grave, fmo anche alla negazione nei Paesi dell’Occidente che ne erano
fmora i garanti: Stati Uniti ed Europa.
Il Rapporto analizza gli effetti al confine con il Messico e negli Stati Uniti delle politiche di Trump sulla
popolazione in cerca o in attesa di asilo, oltre che sui lavoratori temporanei latinoamericani. A metà set
tembre 2025, l’amministrazione Trump — che in campagna elettorale aveva promesso di chiudere il confine
meridionale con un muro di confine e fare la più grande espulsione di stranieri dagli Usa — ha emanato
almeno dodici ordini esecutivi collegati alla migrazione, con un ingente investimento di risorse, quattro volte
superiori alla spesa annuale per l’immigrazione. I provvedimenti mirano a limitare le tutele alle frontiere e in
materia di asilo, a ridurre i programmi umanitari, a diminuire i finanziamenti destinati al sistema di
rifugiati e richiedenti asilo: quasi uno smantellamento del sistema asilo.
Si è assistito nei mesi scorsi a retate, alla moltiplicazione di centri di detenzione per migranti, a
divieti di viaggio (con la cancellazione di visti), a espulsioni verso Paesi terzi. Una vera e propria
caccia al migrante, che ha generato paura e fermi di persone migranti che non avevano fatto
violazioni o infrazioni minime, generando anche gravi ripercussioni sulle famiglie, sul lavoro, sulla
realtà sociale, sull’economia, sul sistema educativo, sulla partecipazione alla vita pubblica, anche
religiosa, dei migranti, ma anche sul benessere pubblico dei cittadini.
Le azioni contro i migranti si sono sommate a un linguaggio e a una retorica disumanizzante,
condita da falsità, che hanno alimentato la loro criminalizzazione, creando una divisione sociale.
Azioni accompagnate dalla diminuzione degli aiuti per la cooperazione allo sviluppo e all’aumento
delle spese militari.
La Conferenza episcopale degli Stati Uniti ha reagito ricordando che occorre trovare un equilibrio tra i
diritti degli individui alla sicurezza e alla dignità, il dovere degli Stati a proteggere il bene comune e la sicu
rezza, e l’obbligo di garantire che le leggi e le politiche siano umane e promuovano la solidarietà. Principi,
questi, che valgono anche per le leggi e le pratiche in materia di migrazione. Al tempo stesso, le comunità
cristiane, i gruppi religiosi, preti e vescovi hanno iniziato una testimonianza alternativa, che consiste nell’ac
compagnare le persone ai tribunali dell’immigrazione, a visitare gli immigrati nei centri di detenzione e a
opporsi alle azioni di contrasto che violano la dignità umana. La Chiesa negli Stati Uniti ha sviluppato,
inoltre, risposte pastorali all’incertezza e alla paura che molte comunità di immigrati stanno vivendo. Papa
Francesco, in una sua lettera, ha sostenuto l’atteggiamento e le ho. scelte della Chiesa americana.
La politica di Trump ha condizionato la politica europea. Anche l’Europa considera una priorità la
difesa e la competitività che ha un riflesso nella politica migratoria con la tendenza ad accrescere
l’esternalizzazione del controllo delle migrazioni e i rimpatri, guardando anche al modello Albania (in
realtà fallimentare), promosso dall’Italia. Anche in Europa si tende a ridurre la spesa umanitaria, la
protezione umanitaria, con l’escamotage dei cosiddetti “Paesi sicuri”, l’accelerazione dell’esame delle
domande d’asilo e la crescita dei rigetti, mediamente del 50% rispetto al numero delle domande (in Italia è al
64%).
Il Patto sulla migrazione e sull’asilo, che entrerà in vigore nel giugno di quest’anno — pesanti le
critiche di Caritas europea, degli Organismi ecclesiali impegnati nell’accompagnamento dei
migranti e richiedenti asilo, del Tavolo asilo in Italia… — sarà, purtroppo, un grave segnale di un
“indebolimento democratico” nella politica migratoria europea




i rom e la giornata della ‘memoria’ – una riflessione di Dijana Pavlovic

non dite “mai più lo sterminio”

la memoria non è acqua passata

di Dijana Pavlovic

in “l’Unità” del 27 gennaio 2026

Ogni anno, il 27 gennaio, scrivo più o meno le stesse cose. Racconto il Porrajmos, chiedo che venga
riconosciuto, ricordo che il genocidio dei rom è stato rimosso dalla memoria pubblica europea,
sottolineo che questa rimozione ha conseguenze concrete: oggi la discriminazione, la violenza e
l’esclusione contro i rom sono strutturali, istituzionali, normalizzate. E ogni anno mi chiedo se tutto
questo produca davvero qualche risultato reale.
N on sono tra quelli che dicono che non ha senso ricordare, al contrario. Ma bisogna essere ciechi
per non vedere che, mentre ricordiamo, il mondo va chiaramente in una direzione opposta. La
violenza aumenta, si consolida. È diventata linguaggio politico legittimo, pratica istituzionale,
consenso elettorale. È sempre più forte, visibile, accettata e persino rivendicata.
Sentiamo ripetere la formula: “ricordare perché non si ripeta mai più”. Ma cosa significa,
concretamente? Se per “non si ripeta” intendiamo che non si ripeta nelle stesse identiche forme
storiche, allora è ovvio: nessun evento della storia si ripete mai in modo identico. Se invece
intendiamo che non si ripeta nella sostanza, cioè nella logica di disumanizzazione, distruzione
collettiva, annientamento sistematico, allora il problema è evidente. Stiamo ricordando mentre sta
accadendo di nuovo.
Uno degli argomenti più frequenti è che il 27 gennaio “riguarda quel genocidio, in quel contesto
storico”, e che quindi si può parlare solo della Shoah e dei prigionieri politici, come previsto dalla
legge che istituisce il Giorno della Memoria. In alcuni contesti minori, e nonostante la legge non lo
preveda – e si guardi bene dal prevederlo – si ricorda anche il Porrajmos, pur essendo stato
realizzato con modalità identiche alla Shoah.
Ma parlare di ciò che succede oggi, per esempio a Gaza, sarebbe una provocazione, una forzatura,
una strumentalizzazione.
Questo però solleva una domanda: se la memoria può parlare solo del passato e non può nominare il
presente, a cosa serve davvero? Se ricordiamo solo ciò che è già concluso, ciò che è ormai
irreversibile, ciò su cui non possiamo più intervenire, allora la memoria è sterile e inutile. Serve a
onorare i morti, certo, ed è giusto. Ma non serve più a proteggere i vivi.
Nei luoghi della memoria colpiscono sempre le liste di nomi.
Migliaia, decine di migliaia, incisi sulle pareti. Leggerli è fisicamente faticoso. È una fatica che ha
senso: ogni nome restituisce l’idea che non si tratta di numeri, ma di persone. Di vite singole,
concrete, interrotte.
Pochi mesi fa è stato pubblicato un libro: I nomi della memoria del genocidio a Gaza. Contiene i
primi 58.383 nomi raccolti in 647 giorni. Se per ogni nome ci prendessimo solo dieci secondi –
dieci secondi per riconoscere che stiamo pronunciando il nome di una persona reale – ci vorrebbero
quasi sette giorni per leggerli tutti.
Sette giorni in cui, nel frattempo, continuano a morire altre persone.
Il paradosso è questo: il Giorno della Memoria nasce per dire “mai più”, ma funziona ormai
soprattutto come strumento di separazione tra passato e presente.
Serve a dire: quello è successo allora, lì; questo che accade oggi è un’altra cosa. Come se il
problema non fosse la logica che attraversa gli eventi, ma solo la loro collocazione storica.
Forse non basta ricordare. Forse non basta nominare i morti se non siamo in grado di riconoscere i
meccanismi che producono nuovi morti. È una memoria che ha smesso di svolgere la sua funzione
principale.
E allora, perdonatemi, perdonateci, non vogliamo offendere nessuno, oggi sì, ricordiamo i nostri
morti in silenzio. E proviamo a urlare i nomi di quelli di oggi, anche se qualcuno non vuole sentir




i giovani, la loro crisi, la violenza

i giovani e il confine invisibile della violenza

di Elisa Giordano
in “La Stampa” del 21 gennaio 2026

Quando l’orizzonte del successo appare chiuso, quando si smette di vedere il prossimo, la trasgressione diventa un’opzione plausibile, spesso aggressiva nei linguaggi, nelle posture, nelle relazioni. A indebolirsi sono il rispetto delle regole e la funzione culturale del limite. Occorre interrogarsi sulle forme simboliche con cui si racconta il successo, il fallimento e il potere.

Non c’è un momento preciso in cui la violenza entra in scena. È già presente, prima ancora che ce
ne accorgiamo: in una canzone che accompagna distrattamente una giornata qualunque, in una serie
televisiva consumata senza particolare attenzione, in parole pronunciate con leggerezza e subito
dimenticate. Nulla di clamoroso, nulla di apertamente trasgressivo. Eppure, nella somma di questi
dettagli minimi, prende forma un paesaggio culturale in cui il limite si dissolve lentamente. È in
questo spazio che la violenza esercita oggi il suo fascino più persistente, come linguaggio
semplificato capace di ridurre la complessità del reale a rapporti di forza immediati. In un mondo
competitivo, promette chiarezza, identità, rapidità, riconoscimento. Offre risposte veloci là dove il
percorso appare lungo, incerto, frustrante o precluso. Appare come una scorciatoia simbolica e non
come un’anomalia.
Gran parte dell’immaginario contemporaneo conferma questo richiamo. Già più di vent’anni fa il
rapper Frankie hi-nrg mc condensava il problema in una formula rimasta attuale: «Gli ultimi
saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili». Quando l’orizzonte del successo appare chiuso,
quando le distanze sembrano incolmabili, quando si smette di vedere il prossimo, la trasgressione
perde il carattere di eccezione e diventa, per alcuni, un’opzione plausibile che non è
necessariamente violenta nei fatti, ma spesso è aggressiva nei linguaggi, nelle posture, nelle
relazioni e nelle rappresentazioni. A indebolirsi sono il rispetto delle regole e della buona
educazione così come vera e propria funzione culturale del limite: quel confine interiore che
distingue tra ciò che può essere immaginato e ciò che può essere agito, tra rappresentazione e realtà,
tra desiderio e responsabilità. Una parte della produzione musicale e audiovisiva contemporanea
contribuisce a rendere questo confine meno riconoscibile, normalizzando estetiche dell’eccesso,
della sopraffazione e della volgarità. Questo non significa che possa produrre automaticamente
comportamenti conseguenti, ma potrebbe contribuire a costruire cornici di senso entro cui certe
possibilità diventano più familiari.
Salvatore Quasimodo scriveva in Uomo del mio tempo: «Sei ancora quello della pietra e della
fionda, uomo del mio tempo». Uomo capace di costruire e distruggere, chiamato a riconoscere il
male senza confonderlo con inevitabilità o normalità, natura umana che, nonostante millenni di
evoluzione sia in parte rimasta primitiva. Il richiamo della poesia è semplice e potente: riconoscere
la violenza significa comprenderla, delimitarla, non alimentarla e trasformare l’esperienza in
responsabilità consapevole. Riconoscere il limite e restituirgli centralità è la condizione per la vera
libertà. È ciò che impedisce al desiderio di trasformarsi in distruzione e alla forza di diventare
l’unico criterio di valore. Una società che fatica a rendere i suoi traguardi accessibili dovrebbe
interrogarsi sulle forme simboliche con cui racconta il successo, il fallimento e il potere.
La vera sfida del nostro tempo è imparare a riconoscere la violenza e a misurarne i confini e la
libertà autentica è la capacità di muoversi con consapevolezza dentro questi confini e di restare
umani quando tutto sembra invitare al contrario.




il mondo ridotto a giungla

col “metodo Trump” la legge del più forte sostituisce il diritto
internazionale

di Lucio Brunelli

Non è stato solo un blitz per catturare un dittatore cialtrone e impopolare. È un colpo di stato, come
forse non si era mai visto nella storia latinoamericana. Nel secolo scorso la Cia aveva agito
nell’ombra per provocare golpe militari ed assicurarsi in Brasile, Argentina, Salvador e Cile governi
“amici” di Washington che ne salvaguardassero gli interessi politici ed economici. In Venezuela
succede qualcosa di inedito: è lo stesso governo americano nella persona del presidente Trump che
ordina e rivendica pubblicamente il cambio di regime. Oggi la Casa Bianca dichiara apertamente
che gli Stati Uniti intendono “gestire” direttamente il Paese (fino a che siano maturi i tempi di una
transizione democratica) assumendo al contempo il controllo della produzione petrolifera. Trump è
stato molto schietto ponendo l’accento senza remore sui vantaggi economici derivanti dallo
sfruttamento dell’oro nero venezuelano (dopo le nazionalizzazioni dell’epoca di Chavez), facendo
riferimento ad una rinnovata Dottrina Monroe, che autorizzerebbe gli Stati Uniti ad intervenire con
la forza nel “cortile” latinoamericano laddove l’interesse nazionale fosse considerato in questione.
Vedremo dunque che forma prenderà (se la prenderà) il primo governo a stelle e strisce di una
nazione latinoamericana. La Chiesa cattolica avrebbe probabilmente seri motivi per gioire della
caduta di Maduro. Un regime storicamente ostile. È di poche settimane fa il divieto di espatrio
imposto al cardinale Baltazar Enrique Porras Cardozo, arcivescovo emerito di Caracas, al quale è
stato ritirato senza motivo il passaporto all’aeroporto. Solo l’ultimo di una serie di attacchi alla
gerarchia cattolica. Ne avrebbe, di motivi ancora maggiori, la Chiesa, per auspicare la caduta di altri
regimi ostili, primo fra tutti quello sandinista di Ortega in Nicaragua e quello comunista di Miguel
Diaz-Canel a Cuba. Paesi dove la vita delle comunità cattoliche patisce limitazioni e soprusi ancora
più gravi rispetto a quelli venezuelani.
Difficilmente però la Chiesa, sia quella che opera nel “continente della speranza” (come lo
chiamava un’era fa Giovanni Paolo II), sia nelle istanze centrali romane, potrà inneggiare al metodo
Trump per riportare la democrazia. Ne abbiamo avuto conferma domenica all’Angelus di Leone
XIV: il Papa ha espresso “preoccupazione” circa le notizie provenienti dal Venezuela e ha invocato
il rispetto della “sovranità” e dello “stato di diritto”. Principi che non sembrano corrispondere alla
logica dell’uomo solo al comando che, come un pistolero nei western di John Wayne, si fa la sua
lista dei buoni e cattivi e colpisce in totale solitudine, facendosi beffe dei “cavilli” della legge. Un
metodo che delegittima la stessa impalcatura del diritto internazionale, finendo con l’esporre in
futuro ogni Paese a possibili arbitrii; una consacrazione della legge del più forte che le pur migliori
intenzioni non possono giustificare. Un mondo che incute timore, quello in cui il senso di giustizia
fosse affidato solo alla misura, alquanto soggettiva, di chi ha più potere




messaggio del Papa per la giornata mondiale della pace

verso una pace disarmata e disarmante

di: Leone XIV

leone xiv

Papa Leone XIV (AP Photo/Alessandra Tarantino)

 

Messaggio del Santo Padre Leone XIV per la LIX Giornata mondiale della pace, «La pace sia con tutti voi. Verso una pace disarmata e disarmante», 1° gennaio 2026

«La pace sia con te!».

Questo antichissimo saluto, ancora oggi quotidiano in molte culture, la sera di Pasqua si è riempito di nuovo vigore sulle labbra di Gesù risorto. «Pace a voi» (Gv 20,19.21) è la sua Parola che non soltanto augura, ma realizza un definitivo cambiamento in chi la accoglie e così in tutta la realtà. Per questo i successori degli Apostoli danno voce ogni giorno e in tutto il mondo alla più silenziosa rivoluzione: «La pace sia con voi!». Fin dalla sera della mia elezione a Vescovo di Roma, ho voluto inserire il mio saluto in questo corale annuncio. E desidero ribadirlo: questa è la pace del Cristo risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente. [1]

La pace di Cristo risorto

Ad aver vinto la morte e abbattuto i muri di separazione fra gli esseri umani (cf. Ef 2,14) è il Buon Pastore, che dà la vita per il gregge e che ha molte pecore al di là del recinto dell’ovile (cf. Gv 10,11.16): Cristo, nostra pace. La sua presenza, il suo dono, la sua vittoria riverberano nella perseveranza di molti testimoni, per mezzo dei quali l’opera di Dio continua nel mondo, diventando persino più percepibile e luminosa nell’oscurità dei tempi.

Il contrasto fra tenebre e luce, infatti, non è soltanto un’immagine biblica per descrivere il travaglio da cui sta nascendo un mondo nuovo: è un’esperienza che ci attraversa e ci sconvolge in rapporto alle prove che incontriamo, nelle circostanze storiche in cui ci troviamo a vivere. Ebbene, vedere la luce e credere in essa è necessario per non sprofondare nel buio. Si tratta di un’esigenza che i discepoli di Gesù sono chiamati a vivere in modo unico e privilegiato, ma che per molte vie sa aprirsi un varco nel cuore di ogni essere umano.

La pace esiste, vuole abitarci, ha il mite potere di illuminare e allargare l’intelligenza, resiste alla violenza e la vince. La pace ha il respiro dell’eterno: mentre al male si grida «basta», alla pace si sussurra «per sempre». In questo orizzonte ci ha introdotti il Risorto. In questo presentimento vivono le operatrici e gli operatori di pace che, nel dramma di quella che Papa Francesco ha definito «terza guerra mondiale a pezzi», ancora resistono alla contaminazione delle tenebre, come sentinelle nella notte.

Il contrario, cioè dimenticare la luce, è purtroppo possibile: si perde allora di realismo, cedendo a una rappresentazione del mondo parziale e distorta, nel segno delle tenebre e della paura. Non sono pochi oggi a chiamare realistiche le narrazioni prive di speranza, cieche alla bellezza altrui, dimentiche della grazia di Dio che opera sempre nei cuori umani, per quanto feriti dal peccato. Sant’Agostino esortava i cristiani a intrecciare un’indissolubile amicizia con la pace, affinché, custodendola nell’intimo del loro spirito, potessero irradiarne tutt’intorno il luminoso calore. Egli, indirizzandosi alla sua comunità, così scriveva: «Se volete attirare gli altri alla pace, abbiatela voi per primi; siate voi anzitutto saldi nella pace. Per infiammarne gli altri dovete averne voi, all’interno, il lume acceso». [2]

Sia che abbiamo il dono della fede, sia che ci sembri di non averlo, cari fratelli e sorelle, apriamoci alla pace! Accogliamola e riconosciamola, piuttosto che considerarla lontana e impossibile. Prima di essere una meta, la pace è una presenza e un cammino. Seppure contrastata sia dentro sia fuori di noi, come una piccola fiamma minacciata dalla tempesta, custodiamola senza dimenticare i nomi e le storie di chi ce l’ha testimoniata. È un principio che guida e determina le nostre scelte. Anche nei luoghi in cui rimangono soltanto macerie e dove la disperazione sembra inevitabile, proprio oggi troviamo chi non ha dimenticato la pace. Come la sera di Pasqua Gesù entrò nel luogo dove si trovavano i discepoli, impauriti e scoraggiati, così la pace di Cristo risorto continua ad attraversare porte e barriere con le voci e i volti dei suoi testimoni. È il dono che consente di non dimenticare il bene, di riconoscerlo vincitore, di sceglierlo ancora e insieme.

Una pace disarmata

Poco prima di essere catturato, in un momento di intensa confidenza, Gesù disse a quelli che erano con Lui: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi». E subito aggiunse: «Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore» (Gv 14,27). Il turbamento e il timore potevano riguardare, certo, la violenza che si sarebbe presto abbattuta su di Lui. Più profondamente, i Vangeli non nascondono che a sconcertare i discepoli fu la sua risposta non violenta: una via che tutti, Pietro per primo, gli contestarono, ma sulla quale fino all’ultimo il Maestro chiese di seguirlo. La via di Gesù continua a essere motivo di turbamento e di timore. E Lui ripete con fermezza a chi vorrebbe difenderlo: «Rimetti la spada nel fodero» (Gv 18,11; cf. Mt 26,52). La pace di Gesù risorto è disarmata, perché disarmata fu la sua lotta, entro precise circostanze storiche, politiche, sociali. Di questa novità i cristiani devono farsi, insieme, profeticamente testimoni, memori delle tragedie di cui troppe volte si sono resi complici. La grande parabola del giudizio universale invita tutti i cristiani ad agire con misericordia in questa consapevolezza (cf. Mt 25,31-46). E nel farlo, essi troveranno al loro fianco fratelli e sorelle che, per vie diverse, hanno saputo ascoltare il dolore altrui e si sono interiormente liberati dall’inganno della violenza.

Sebbene non siano poche, oggi, le persone col cuore pronto alla pace, un grande senso di impotenza le pervade di fronte al corso degli avvenimenti, sempre più incerto. Già Sant’Agostino, in effetti, segnalava un particolare paradosso: «Non è difficile possedere la pace. È, al limite, più difficile lodarla. Se la vogliamo lodare, abbiamo bisogno di avere capacità che forse ci mancano; andiamo in cerca delle idee giuste, soppesiamo le frasi. Se invece la vogliamo avere, essa è lì, a nostra portata di mano e possiamo possederla senza alcuna fatica». [3]

Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra per raggiungere la pace. Sembrano mancare le idee giuste, le frasi soppesate, la capacità di dire che la pace è vicina. Se la pace non è una realtà sperimentata e da custodire e da coltivare, l’aggressività si diffonde nella vita domestica e in quella pubblica. Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze. Molto al di là del principio di legittima difesa, sul piano politico tale logica contrappositiva è il dato più attuale in una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità. Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui. Infatti, la forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza. «In conseguenza – come già scriveva dei suoi tempi San Giovanni XXIII – gli esseri umani vivono sotto l’incubo di un uragano che potrebbe scatenarsi ad ogni istante con una travolgenza inimmaginabile. Giacché le armi ci sono; e se è difficile persuadersi che vi siano persone capaci di assumersi la responsabilità delle distruzioni e dei dolori che una guerra causerebbe, non è escluso che un fatto imprevedibile ed incontrollabile possa far scoccare la scintilla che metta in moto l’apparato bellico». [4]

Ebbene, nel corso del 2024 le spese militari a livello mondiale sono aumentate del 9,4% rispetto all’anno precedente, confermando la tendenza ininterrotta da dieci anni e raggiungendo la cifra di 2.718 miliardi di dollari, ovvero il 2,5% del PIL mondiale. [5] Per di più, oggi alle nuove sfide pare si voglia rispondere, oltre che con l’enorme sforzo economico per il riarmo, con un riallineamento delle politiche educative: invece di una cultura della memoria, che custodisca le consapevolezze maturate nel Novecento e non ne dimentichi i milioni di vittime, si promuovono campagne di comunicazione e programmi educativi, in scuole e università, così come nei media, che diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza.

Tuttavia, «chi ama veramente la pace ama anche i nemici della pace». [6] Così Sant’Agostino raccomandava di non distruggere i ponti e di non insistere col registro del rimprovero, preferendo la via dell’ascolto e, per quanto possibile, dell’incontro con le ragioni altrui. Sessant’anni fa, il Concilio Vaticano II si concludeva nella consapevolezza di un urgente dialogo fra Chiesa e mondo contemporaneo. In particolare, la Costituzione Gaudium et spes portava l’attenzione sull’evoluzione della pratica bellica: «Il rischio caratteristico della guerra moderna consiste nel fatto che essa offre quasi l’occasione a coloro che posseggono le più moderne armi scientifiche di compiere tali delitti e, per una certa inesorabile concatenazione, può sospingere le volontà degli uomini alle più atroci decisioni. Affinché dunque non debba mai più accadere questo in futuro, i vescovi di tutto il mondo, ora riuniti, scongiurano tutti, in modo particolare i governanti e i supremi comandanti militari, a voler continuamente considerare, davanti a Dio e davanti all’umanità intera, l’enorme peso della loro responsabilità». [7]

Nel ribadire l’appello dei Padri conciliari e stimando la via del dialogo come la più efficace ad ogni livello, constatiamo come l’ulteriore avanzamento tecnologico e l’applicazione in ambito militare delle intelligenze artificiali abbiano radicalizzato la tragicità dei conflitti armati. Si va persino delineando un processo di deresponsabilizzazione dei leader politici e militari, a motivo del crescente “delegare” alle macchine decisioni riguardanti la vita e la morte di persone umane. È una spirale distruttiva, senza precedenti, dell’umanesimo giuridico e filosofico su cui poggia e da cui è custodita qualsiasi civiltà. Occorre denunciare le enormi concentrazioni di interessi economici e finanziari privati che vanno sospingendo gli Stati in questa direzione; ma ciò non basta, se contemporaneamente non viene favorito il risveglio delle coscienze e del pensiero critico. L’Enciclica Fratelli tutti presenta San Francesco d’Assisi come esempio di un tale risveglio: «In quel mondo pieno di torri di guardia e di mura difensive, le città vivevano guerre sanguinose tra famiglie potenti, mentre crescevano le zone miserabili delle periferie escluse. Là Francesco ricevette dentro di sé la vera pace, si liberò da ogni desiderio di dominio sugli altri, si fece uno degli ultimi e cercò di vivere in armonia con tutti». [8] È una storia che vuole continuare in noi, e che richiede di unire gli sforzi per contribuire a vicenda a una pace disarmante, una pace che nasce dall’apertura e dall’umiltà evangelica.

Una pace disarmante

La bontà è disarmante. Forse per questo Dio si è fatto bambino. Il mistero dell’Incarnazione, che ha il suo punto di più estremo abbassamento nella discesa agli inferi, comincia nel grembo di una giovane madre e si manifesta nella mangiatoia di Betlemme. «Pace in terra» cantano gli angeli, annunciando la presenza di un Dio senza difese, dal quale l’umanità può scoprirsi amata soltanto prendendosene cura (cf. Lc 2,13-14). Nulla ha la capacità di cambiarci quanto un figlio. E forse è proprio il pensiero ai nostri figli, ai bambini e anche a chi è fragile come loro, a trafiggerci il cuore (cf. At 2,37). Al riguardo, il mio venerato Predecessore scriveva che «la fragilità umana ha il potere di renderci più lucidi rispetto a ciò che dura e a ciò che passa, a ciò che fa vivere e a ciò che uccide. Forse per questo tendiamo così spesso a negare i limiti e a sfuggire le persone fragili e ferite: hanno il potere di mettere in discussione la direzione che abbiamo scelto, come singoli e come comunità». [9]

Giovanni XXIII introdusse per primo la prospettiva di un disarmo integrale, che si può affermare soltanto attraverso il rinnovamento del cuore e dell’intelligenza. Così scriveva nella Pacem in terris: «Occorre riconoscere che l’arresto agli armamenti a scopi bellici, la loro effettiva riduzione, e, a maggior ragione, la loro eliminazione sono impossibili o quasi, se nello stesso tempo non si procedesse ad un disarmo integrale; se cioè non si smontano anche gli spiriti, adoprandosi sinceramente a dissolvere, in essi, la psicosi bellica: il che comporta, a sua volta, che al criterio della pace che si regge sull’equilibrio degli armamenti, si sostituisca il principio che la vera pace si può costruire soltanto nella vicendevole fiducia. Noi riteniamo che si tratti di un obiettivo che può essere conseguito. Giacché esso è reclamato dalla retta ragione, è desideratissimo, ed è della più alta utilità». [10]

È questo un servizio fondamentale che le religioni devono rendere all’umanità sofferente, vigilando sul crescente tentativo di trasformare in armi persino i pensieri e le parole. Le grandi tradizioni spirituali, così come il retto uso della ragione, ci fanno andare oltre i legami di sangue o etnici, oltre quelle fratellanze che riconoscono solo chi è simile e respingono chi è diverso. Oggi vediamo come questo non sia scontato. Purtroppo, fa sempre più parte del panorama contemporaneo trascinare le parole della fede nel combattimento politico, benedire il nazionalismo e giustificare religiosamente la violenza e la lotta armata. I credenti devono smentire attivamente, anzitutto con la vita, queste forme di blasfemia che oscurano il Nome Santo di Dio. Perciò, insieme all’azione, è più che mai necessario coltivare la preghiera, la spiritualità, il dialogo ecumenico e interreligioso come vie di pace e linguaggi dell’incontro fra tradizioni e culture. In tutto il mondo è auspicabile che «ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono». [11] Oggi più che mai, infatti, occorre mostrare che la pace non è un’utopia, mediante una creatività pastorale attenta e generativa.

D’altra parte, ciò non deve distogliere l’attenzione di tutti dall’importanza della dimensione politica. Quanti sono chiamati a responsabilità pubbliche nelle sedi più alte e qualificate, «considerino a fondo il problema della ricomposizione pacifica dei rapporti tra le comunità politiche su piano mondiale: ricomposizione fondata sulla mutua fiducia, sulla sincerità nelle trattative, sulla fedeltà agli impegni assunti. Scrutino il problema fino a individuare il punto donde è possibile iniziare l’avvio verso intese leali, durature, feconde». [12]È la via disarmante della diplomazia, della mediazione, del diritto internazionale, smentita purtroppo da sempre più frequenti violazioni di accordi faticosamente raggiunti, in un contesto che richiederebbe non la delegittimazione, ma piuttosto il rafforzamento delle istituzioni sovranazionali.

Oggi, la giustizia e la dignità umana sono più che mai esposte agli squilibri di potere tra i più forti. Come abitare un tempo di destabilizzazione e di conflitti liberandosi dal male? Occorre motivare e sostenere ogni iniziativa spirituale, culturale e politica che tenga viva la speranza, contrastando il diffondersi di «atteggiamenti fatalistici, come se le dinamiche in atto fossero prodotte da anonime forze impersonali e da strutture indipendenti dalla volontà umana». [13] Se infatti «il modo migliore per dominare e avanzare senza limiti è seminare la mancanza di speranza e suscitare la sfiducia costante, benché mascherata con la difesa di alcuni valori», [14] a una simile strategia va opposto lo sviluppo di società civili consapevoli, di forme di associazionismo responsabile, di esperienze di partecipazione non violenta, di pratiche di giustizia riparativa su piccola e su larga scala. Lo evidenziava già con chiarezza Leone XIII nell’Enciclica Rerum novarum: «Il sentimento della propria debolezza spinge l’uomo a voler unire la sua opera all’altrui. La Scrittura dice: È meglio essere in due che uno solo; perché due hanno maggior vantaggio nel loro lavoro. Se uno cade, è sostenuto dall’altro. Guai a chi è solo; se cade non ha una mano che lo sollevi (Eccl 4,9-10). E altrove: il fratello aiutato dal fratello è simile a una città fortificata (Prov 18,19)». [15]

Possa essere questo un frutto del Giubileo della Speranza, che ha sollecitato milioni di esseri umani a riscoprirsi pellegrini e ad avviare in sé stessi quel disarmo del cuore, della mente e della vita cui Dio non tarderà a rispondere adempiendo le sue promesse: «Egli sarà giudice fra le genti e arbitro fra molti popoli. Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra. Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore» (Is 2,4-5).

Dal Vaticano, 8 dicembre 2025

Leone PP. XIV


[1] Cf. Benedizione apostolica “Urbi et Orbi” e primo saluto, Loggia centrale della Basilica di San Pietro (8 maggio 2025).

[2] Agostino d’Ippona, Discorso 357, 3.

[3] Ibid., 1.

[4] Giovanni XXIII, Lett. enc. Pacem in terris (11 aprile 1963), 60.

[5] Cf. SIPRI Yearbook: Armaments, Disarmament and International Security (2025).

[6] Agostino d’Ippona, Discorso 357, 1.

[7] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 80.

[8] Francesco, Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 4.

[9] Id., Lettera al Direttore del Corriere della Sera (14 marzo 2025).

[10] Giovanni XXIII, Lett. enc. Pacem in terris (11 aprile 1963), 61.

[11] Discorso ai Vescovi della Conferenza Episcopale Italiana (17 giugno 2025).

[12] Giovanni XXIII, Lett. enc. Pacem in terris (11 aprile 1963), 63.

[13] Benedetto XVI, Lett. enc. Caritas in veritate (29 giugno 2009), 42.

[14] Francesco, Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 15.

[15] Leone XIII, Lett. enc. Rerum novarum (15 maggio 1891), 37.




la bestemmia di usare Dio per legittimare la guerra

papa Leone:

“troppe guerre in nome di Dio

di Redazione
in “La Stampa” del 24 novembre 2025

«In un mondo diviso e lacerato da molti conflitti, l’unica comunità cristiana universale può essere
segno di pace e strumento di riconciliazione contribuendo in modo decisivo a un impegno mondiale
per la pace». Nell’ultimo Angelus prima della partenza per il suo primo viaggio apostolico da dove,
in Turchia, farà tappa a Nicea per i 1.700 anni dal Concilio, Papa Leone XIV pubblica una lettera
apostolica “In Unitate Fidei” che non solo guarda all’ecumenismo ma rappresenta anche una
summa del suo programma per il pontificato. E offre un mea culpa: «Oggi, per molti, Dio e la
questione di Dio non hanno quasi più significato nella vita. Il Concilio Vaticano II ha rimarcato che
i cristiani sono almeno in parte responsabili di questa situazione, perché non testimoniano la vera
fede e nascondono il vero volto di Dio con stili di vita e azioni lontane dal Vangelo. Si sono
combattute guerre, si è ucciso, perseguitato e discriminato in nome di Dio. Invece di annunciare un
Dio misericordioso, si è parlato di un Dio vendicatore che incute terrore e punisce».
Inoltre, il Pontefice sostiene che «dobbiamo lasciarci alle spalle controversie teologiche che hanno
perso la loro ragion d’essere per acquisire un pensiero comune e ancor più una preghiera comune
allo Spirito Santo, perché ci raduni tutti insieme in un’unica fede e un unico amore».




guerra giusta o pace giusta? nessuna guerra secondo il vangelo

qualche riflessione sulla pace

di Luca Baratto
in “Riforma” – settimanale delle chiese evangeliche battiste metodiste e valdesi – del28 novembre
2025

Care ascoltatrici e ascoltatori, oggi parliamo insieme di pace.
Lo so, non è un tema su cui si possa dire una qualunque cosa intelligente nei tre minuti di questo
spazio radiofonico. Vorrei però condividere con voi alcune considerazioni che ho ricavato dalla
lettura di un bel libro, che abbiamo già presentato al “Culto evangelico” quest’estate: I cristiani, la
violenza e le armi, scritto dal professor Massimo Rubboli. Una lunga cavalcata sul tema, dal
primissimo cristianesimo fino a oggi. Dalla lettura sono emersi alcuni elementi costanti.

Il primo è che più il cristianesimo si è avvicinato al potere, o è esso stesso diventato fonte di potere,
più i cristiani hanno avallato la guerra. Nel primissimo cristianesimo, quando i cristiani sentivano di
non poter conciliare la fedeltà a Dio e quella all’Impero romano, soprattutto alla pretesa
dell’Imperatore di essere una divinità, la guerra era vista come inconciliabile con la fede – non da
tutti, naturalmente, ma da teologi di primo piano come Tertulliano. Quando Costantino ha invece
reso il cristianesimo costitutivo dell’Impero, questa inconciliabilità è pian piano svanita e la
domanda centrale non era più se a un cristiano fosse consentito combattere, quanto piuttosto come
un cristiano dovesse comportarsi in battaglia. E da allora è stato così, fino alla benedizione dei
cannoni nelle Guerre mondiali e anche nell’attuale guerra d’invasione in Ucraina, benedetta dai
vertici della Chiesa ortodossa russa.

Il secondo elemento è che, comunque si guardi la questione, non è possibile giustificare una guerra
basandosi sulle parole di Gesù.
Tutti i movimenti nonviolenti o pacifisti cristiani – dai valdesi agli anabattisti – sono partiti
dall’ascolto del sermone sul monte, quello in cui Gesù dice di non resistere al malvagio, di porgere
l’altra guancia, di amare i propri nemici. Gesù e la guerra non stanno insieme.
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Il terzo è che sebbene nel corso dei secoli siano stati più numerosi i cristiani che hanno combattuto
di quelli che hanno rifiutato la guerra, tuttavia la nonviolenza e il pacifismo sono sempre stati
presenti nel cristianesimo come un fiume carsico, a tratti sotterraneo, altre volte ben visibile.

L’ultimo elemento è che, sebbene la storia del pacifismo non costituisca un percorso lineare e che
oggi la guerra nel mondo e anche in Europa sia purtroppo una realtà concreta, tuttavia per la prima
volta nella storia si è compiuto un cambiamento concettuale considerevole: per secoli i cristiani
hanno discusso sulla guerra giusta, cioè su come definire la legittimità di un conflitto per potervi
prendere parte con buona coscienza. Oggi invece è emerso il concetto di pace giusta. Si è cioè
prima di tutto definito che i cristiani non devono primariamente riflettere e discutere di guerra, ma
che il loro tema è la pace. E non una pace qualsiasi ma una pace basata sulla giustizia, una pace
giusta.
Se volete saperne di più, vi consiglio il bel libro del professor Rubboli, I cristiani, la violenza e le
armi.




occhio non vede, cuore non sente …

i dispersi che il mondo non vede: migliaia di corpi palestinesi sotto le
macerie

di Eman Abu Zayed
in “il manifesto” del 26 novembre 2025

Terra rimossa Israele blocca i macchinari necessari al recupero, le famiglie sospese in un’attesa insopportabile. L’impotenza dei soccorritori, costretti a scavare a mani nude o con mezzi rudimentali

Dalla fase iniziale della guerra a Gaza, i dati del ministero della sanità indicano che oltre 7mila
persone sono presumibilmente sepolte sotto le macerie. Tra queste, circa 3.600 famiglie hanno
denunciato la scomparsa dei propri cari, una tragedia umana immensa che va ben oltre le cifre
ufficiali delle vittime.

IN MEZZO A QUESTI numeri dolorosi, porto anch’io una parte di questa tragedia. La famiglia di
mio padre è tra i dispersi sotto le macerie fin dai primi mesi della guerra. Dieci persone, tra cui
bambini, sono ancora lì, senza che abbiamo potuto salutarli. A oggi non abbiamo potuto garantir
loro una sepoltura dignitosa, né pregare su di loro; non esiste una tomba da visitare, né un luogo che
possa alleviare il peso di questa perdita. Attendere per mesi un segno, una notizia, un indizio, è un
dolore che non appare in nessuna statistica, ma che abita la vita di chiunque abbia qualcuno ancora
sotto le macerie.
Le squadre di soccorso a Gaza lavorano in una delle condizioni umanitarie più difficili al mondo.
Per raggiungere i dispersi servono macchinari pesanti per sollevare e rimuovere le macerie, ma la
maggior parte di queste attrezzature non è disponibile o è fuori uso a causa dei bombardamenti,
della mancanza di carburante e dell’assenza di pezzi di ricambio.
Molti edifici sono crollati uno sull’altro, creando strati enormi di cemento impossibili da penetrare
con strumenti rudimentali. Inoltre, le zone di ricerca vengono spesso bombardate, costringendo i
soccorritori a fermarsi o a ritirarsi per proteggere la propria vita. Il recupero dei dispersi
estremamente difficile e lento lascia migliaia di famiglie in un’attesa estenuante.
In una breve conversazione con Mohammed al-Madhoun, uno dei soccorritori, la stanchezza nella
sua voce era evidente ancora prima delle parole. Mi ha raccontato che la parte più difficile non è
solo il peso delle macerie, ma il peso del momento stesso: quando sentono la voce di un bambino
che chiede aiuto da sotto il cemento e non hanno gli strumenti adeguati per raggiungerlo
rapidamente.

MOLTE OPERAZIONI vengono svolte a mani nude o con attrezzi semplicissimi, del tutto
insufficienti rispetto alla portata della catastrofe, e nonostante ciò continuano a tentare, un passo
dopo l’altro. Mohammed mi ha parlato delle ore passate con i colleghi nelle zone bombardate,
muovendosi pur sapendo che ogni istante potrebbe essere l’ultimo. Eppure si dirigono sempre verso
i luoghi dove si pensa possano esserci dei bambini, convinti che salvare anche una sola vita valga
ogni rischio.
Mi ha descritto i suoi compagni come persone che «entrano nei siti come se entrassero nelle loro
case», senza pensare ad altro che a raggiungere quella voce, quel respiro nascosto tra le macerie. Si
sono mobilitati sforzi straordinari per recuperare i resti di ventotto israeliani, mentre migliaia di
palestinesi rimangono sotto le macerie senza squadre di soccorso, senza mezzi, senza il minimo
interesse globale. Questo divario non riflette solo un pregiudizio politico, ma un’idea gerarchica del
valore umano, in cui la vita di alcuni riceve priorità assoluta mentre altre vengono lasciate a un
destino silenzioso, percepito solo dalle loro famiglie.
Un’ingiustizia che colpisce profondamente la psiche delle persone, costrette a vivere tra perdita e
incertezza, private perfino del diritto basilare di seppellire i propri cari, come se la loro morte non
meriti riconoscimento né compassione. Lasciare migliaia di vittime sotto le macerie non è un
destino inevitabile, ma il risultato diretto dell’assenza di giustizia e della decisione del mondo di
voltarsi dall’altra parte rispetto alla sofferenza di un popolo che chiede soltanto dignità.

C’È UN BISOGNO urgente di meccanismi umanitari indipendenti e di un intervento internazionale
che ponga fine a questa disuguaglianza e che restituisca ai morti il loro diritto a essere ritrovati,
identificati e sepolti con dignità. Restituire dignità ai morti è il primo passo per restituirla ai vivi e
per costruire una memoria fondata non sulla rimozione, ma sul riconoscimento e sulla giustizia




giustizia e misericordia a proposito della violenza sessuale sui minori

ipocrisia, non misericordia

di Enzo Bianchi
in “il Blog di Enzo Bianchi” – E il gallo cantò… – del 16 novembre 2025

Mai si è predicata la misericordia come negli ultimi tempi e non dimentichiamo che Papa Francesco
volle dedicare un intero anno alla contemplazione del mistero dell’inesauribile misericordia di Dio.
Eppure la mia attenta lettura della vita ecclesiale mi spinge a dire che, in verità, oggi domina troppo
spesso l’esercizio di una giustizia farisaica, di atteggiamenti ipocriti che ammorbano tutto il corpo
ecclesiale, vescovi, presbiteri, ma anche le comunità cristiane. Si cita frequentemente la
misericordia del Signore, si ricordano gli insegnamenti dati da Gesù su di essa attraverso le parabole
e gli incontri con i peccatori ma poi non si fa misericordia. Non dico che non si eserciti facilmente il
perdono verso chi ha recato personale offesa, ma non si accetta che chi ha peccato, una volta
scontata la pena e dati segni di conversione, sia giudicato capace di una nuova vita e dunque non sia
ritenuto imperdonabile.
Molti vescovi, soprattutto per paura dell’opinione pubblica e dei mass media, di fronte a delitti
come gli abusi sessuali assumono posizioni di assoluta rigidità, condannano spesso senza pietà i
loro preti e anziché pensare a itinerari di cura che aiutino il colpevole verso la redenzione lo
espellono dalla diocesi e si rifiutano di accompagnarlo come il pastore deve fare con la pecora
malata. Sì, ci sono purtroppo alcuni vescovi che rifiutano la piena integrazione nel presbiterio anche
di chi ha scontato la pena secondo la giustizia canonica e quella civile. E le comunità, sovente
influenzate non solo dalla stampa laica ma anche da quella cattolica o dai siti cattolici (che
sembrano specializzati nella caccia e nella pubblicazione di notizie circa abusi sessuali), protestano
senza rendersi conto di assomigliare in tutto a quegli scribi e farisei che accusavano l’adultera
portata davanti a Gesù e giudicata da loro degna della morte. Sì, in questi tempi talvolta le comunità
hanno atteggiamenti che gridano vendetta al cospetto di Dio.
È per la loro responsabilità che è stato accusato un uomo di Dio come il cardinal Philippe Barbarin,
già arcivescovo di Lione, successivamente assolto ma troppo tardi. Roma stessa aveva recepito quel
brusio calunnioso che ostacolava il suo ministero episcopale. Sempre le comunità hanno fatto
dimettere l’arcivescovo di Parigi, monsignor Michel Aupetit, per un chiacchiericcio (che comunque
non riguardava una colpa morale!) e ultimamente sono le comunità alle quali si è aggiunta anche la
Conferenza episcopale francese che biasimano l’arcivescovo di Tolosa, monsignor Guy André
Marie de Kérimel, per aver nominato cancelliere un prete giudicato e condannato vent’anni fa per
abuso sessuale. No, non sono d’accordo con questo neofariseismo che avvelena la vita ecclesiale.
Non dimentichiamo che anche alla chiesa di oggi Gesù dice: Voglio misericordia, non la giustizia da
farisei, la conoscenza di Dio piuttosto della rigidità della legge!
Gli abusi sessuali sui minori vanno certamente sanzionati dalla legge canonica e da quella civile e
occorre rendere inoffensivo chi si è macchiato di tali crimini, ma anche il peccatore più infernale ha
accesso alla misericordia di Dio che si fa carne e si fa prassi nella chiesa. Una chiesa senza
misericordia è un’assemblea settaria, non la chiesa del Signore Gesù Cristo!




in che mani siamo!

 

Trump, re d’Israele

di Raniero La Valle
in “Prima Loro” del 17 novembre 2025

 trascriviamo qui di seguito la lettera con cui Trump il 12 novembre scorso ha chiesto a Herzog la
grazia per Netanyahu, che è sotto accusa dei tribunali israeliani, perché essa dice più di molti
discorsi sull’attuale stato del mondo:

“Caro Signor Presidente Isaac Herzog,
È un onore per me scriverle in questo momento storico, poiché insieme abbiamo appena assicurato
una pace che è stata cercata per almeno 3.000 anni. La ringrazio, e ringrazio tutti gli israeliani,
ancora una volta per la vostra ospitalità gentile e calorosa, e affronto un tema chiave del mio
discorso alla Knesset.
Mentre il Grande Stato di Israele e l’incredibile Popolo Ebraico superano i tempi terribilmente
difficili degli ultimi tre anni, la invito a concedere piena grazia a Benjamin Netanyahu, che è stato
un Primo Ministro in tempo di guerra formidabile e decisivo, e ora sta guidando Israele verso un
tempo di pace, che include il mio continuo lavoro con i principali leader del Medio Oriente per
aggiungere molti altri paesi agli Accordi di Abramo che stanno cambiando il mondo.
Il Primo Ministro Netanyahu si è mantenuto saldo per Israele di fronte a forti avversari e a
probabilità sfavorevoli, e la sua attenzione non può essere deviata inutilmente.
Pur rispettando assolutamente l’indipendenza del sistema giudiziario israeliano e le sue esigenze,
credo che questo “caso” contro Bibi, che ha combattuto al mio fianco per molto tempo, incluso
contro il nemico molto duro di Israele, l’Iran, sia una persecuzione politica e ingiustificata.
Isaac, abbiamo stabilito un grande rapporto, per il quale sono molto grato e onorato, e abbiamo
concordato fin da quando sono stato insediato a gennaio che l’attenzione deve concentrarsi
finalmente sul riportare a casa gli ostaggi e concludere l’accordo di pace.
Ora che abbiamo raggiunto questi successi senza precedenti, e stiamo tenendo Hamas sotto
controllo, è tempo di lasciare che Bibi unisca Israele concedendogli la grazia e ponendo fine alla
guerra legale una volta per tutte.
Grazie per la sua attenzione a questa questione.
Cordiali saluti,
Donald J. Trump, Presidente degli Stati Uniti d’America.”

Questa lettera conferma, come avevamo scritto in un articolo per Rocca, poi non pubblicato, che il
piano di pace in 20 punti per Gaza lanciato da Trump in coppia con Netanyahu, aveva rivelato una
realtà gravida di molte implicazioni, e cioè che sta in America il vero governo dello Stato di Israele.
Si pensava fino ad allora che quella degli Stati Uniti fosse un’autorevole ma non determinante
influenza su Israele di un potente alleato: per esempio le raccomandazioni prudenziali di Biden
erano state disattese da Netanyahu dopo gli eventi del 7 ottobre. Ora invece si tratta di una vera e
propria sostituzione: Trump re d’Israele. Lo si era visto quando gli Stati Uniti, mettendosi al posto
di Israele bombardarono con i B-2 i siti nucleari iraniani, lo si è visto quando Trump ha deciso di
subentrare nel “lavoro” che Netanyahu non riusciva a finire a Gaza, pretendendo l’immediata resa
di Hamas senza nemmeno il disturbo di chiederglielo, per assumersi poi direttamente il governo di
Gaza o in alternativa per portare rapidamente a termine il genocidio e pervenire alla soluzione finale
della questione palestinese nel senso voluto da Israele; e lo si vede ora con la pretesa di una “piena
grazia a Benjamin Netanyahu”. Ma per quale reato? Per il banale reato, purtroppo frequente in
politica, di corruzione e profitto privato ossia, come dice Trump fuori onda, champagne e orologi?
Queste sono scemenze, questa è, scrive Trump, “una persecuzione politica e ingiustificata” ai danni
di uno che “è stato un Primo Ministro in tempo di guerra formidabile e decisivo, e ora sta guidando
Israele verso un tempo di pace”, insieme con me “per aggiungere molti altri paesi agli Accordi di
Abramo che stanno cambiando il mondo”.
Ebbene, la grazia che mette fuori gioco le procedure giudiziarie (e che Herzog per decenza non
poteva non opporre a Trump) è la massima espressione della “sovranità” dei Capi di Stato che
secolarizzando un concetto teologico, come dice Carl Schmitt, fa sì che essi non rispondano a
nessuno ed esercitino un’onnipotenza, su vita e morte dei sudditi, pari a quella attribuita alla grazia
di Dio. Rivendicando questo potere Trump si propone perciò come il vero sovrano d’Israele, tale da
restaurare una pace che mancando a suo dire da 3000 anni è evidentemente quella del regno biblico
di David. Ma a questo punto non è più in gioco solo la pace per Israele, gli Emirati arabi e il Medio
Oriente: è in gioco il compito, di conserva con Netanyahu, di “cambiare il mondo”, di dargli un
governo finalmente felice. Ciò, nella cultura e nella tradizione di Israele, in cui Trump si inserisce
come la vera guida lungamente attesa, vuol dire la realizzazione delle promesse messianiche, della
“Geulah” o redenzione del mondo che finora i rabbini avevano asserito dover essere opera non
mondana, ma divina, a costo di fare della vita ebraica una “vita vissuta nel differimento”. È il
sionismo della destra religiosa che ha attuato questa “forzatura” messianica nello Stato di Israele; è
questa l’elezione ufficialmente recepita e sancita nella legge fondamentale di Israele del 2018, che
riserva Gerusalemme e tutta la Palestina al solo Israele ed esclude una cittadinanza statuale e
politica (l’ “autodeterminazione”) per qualsiasi altro popolo che non sia il popolo ebraico; è questo
il sionismo politico che si è fatto le ossa col terrorismo dell’Irgun di Begin e dell’Haganah e che
Netanyahu ha fatto proprio e celebrato presentandosi all’Assemblea dell’ONU il 27 settembre
dell’anno scorso attribuendosi lo stesso compito di Mosè al suo affacciarsi alla Terra promessa,
quello di lasciare alle generazioni future la benedizione o la maledizione: cosa che il Primo ministro
israeliano fece presentando alla sbigottita assemblea delle Nazioni Unite due mappe, una con i Paesi
benedetti e l’altra con i popoli maledetti, musulmani od arabi, dall’Iran alla Siria all’Iraq,
addossando così a Dio stesso un improbabile mandato di sterminio; ed è questo il Netanyahu che “si
è mantenuto saldo per Israele” lanciando l’IDF (l’esercito di Israele) nel “lavoro” dell’eliminazione
dei palestinesi a Gaza, chiamandola “operazione carri di Gedeone”, il mitico “giudice” e
condottiero di Israele che ridusse i Madianiti in suo potere, benché non con carri (sottinteso
“armati”) ma con trombe e fiaccole, finendo poi nell’idolatria.
Dunque Trump si colloca al termine della linea messianica, ma non del messianismo sacerdotale o
profetico o apocalittico, bensì del messianismo regale e davidico, che inaugura “un tempo di pace”,
propiziato da una guerra condotta dal “grande Stato di Israele” in modo “formidabile e decisivo”,
una guerra che è un genocidio, ed è anche il vero crimine di Netanyahu per il quale è indagato dalla
Corte Penale Internazionale.
La pretesa della grazia a Netanyahu giunge dunque da parte di Trump sulle ali di una vera e propria
apologia del genocidio. E questo è il “cambiamento del mondo”, che viene annunciato: esso sta nel
passare dal “mai più” che l’umanità intera aveva proclamato dopo lo sterminio degli Ebrei, degli
Zingari e degli altri reietti compiuto dal nazismo, alla reintegrazione, normalizzazione e
omologazione del genocidio come ormai assimilato alla guerra e all’eccidio, non più come “danno
collaterale” dello stesso popolo “nemico”.
Giunti a questo punto, può la politica distrarsi, e parlare d’altro