non un’altra chiesa ma una chiesa altra secoindo un vangelo non «presentabile in società»

la chiesa che nasce dai poveri

dagli scritti di Gustavo Gutierrez

 

«Quelli che la bibbia chiama i poveri non sono soltanto i destinatari privilegiati del vangelo; sono pure, e per ciò stesso, i suoi portatori. Dei “condannati della terra” è il regno dei cieli»

Gustavo Gutierrez

Il Vangelo è un elemento di contraddizione dove c’è oppressione e sfruttamento.

Promuove la giusta indignazione, non addormenta le coscienze.

Il Vangelo è il libro della liberazione e non legittima nessun schiacciamento  dell’uomo sull’uomo.

Quando la chiesa-istituzione appoggia le classi dominanti significa che c’è qualcosa che non funziona.

Cercare o mantenere una posizione di rendita vuol dire porsi fuori dalla testimonianza evangelica.

La Chiesa, per vocazione, deve disturbare socialmente sia i governi che adottano politiche inique sia le classi sociali che ne traggono beneficio.

Se si toglie l’aspetto profetico rimane solo la burocrazia: e gli effetti di tale deformazione sono noti.

testo di Gustavo Gutierrez:

“Il Vangelo letto a partire dal povero, dalle classi sfruttate e dalla solidarietà attiva con le sue lotte per la liberazione, porta alla convocazione di una Chiesa popolare; porta ad una Chiesa che nasce dai poveri, dall’emarginazione […] che nasce dal popolo, da un popolo che strappa il Vangelo dalle mani dei dominatori, che impedisce la sua utilizzazione come elemento giustificante di una situazione contraria alla volontà del Dio liberatore….”. L’Evangelizzazione sarà realmente liberatrice quando gli stessi poveri saranno i suoi portatori. Allora sì, annunciare il Vangelo sarà pietra di scandalo, sarà un Vangelo non «presentabile in società»,  si esprimerà in modo poco raffinato, puzzerà….”.

(Gustavo Gutiérrez, La forza storica dei poveri, trad. C. Delpero, Queriniana, Brescia, 1979, p. 27-28)

il ‘credo cristiano’ e le sue implicazioini

credo profetico

«Il male è socializzato, istituzionalizzato e militante. Il Regno di Dio e le sue leggi più alte possono destabilizzarlo solo attraverso il conflitto»

W. Rauschenbusch

 

-Rinunci all’accumulo di ricchezze, allo sfruttamento degli altri e all’inquinamento ambientale?

Rinuncio.

-Rinunci a tutte le opere che generano iniquità e oppressione?

Rinuncio.

-Rinunci a tutte le seduzioni del consumismo?

Rinuncio.

-Credi in Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra, Padre degli orfani, difensore delle vedove e liberatore degli oppressi?

Credo.

-Credi in Gesù Cristo, suo unico Figlio, nostro Signore, che nacque da Maria Vergine, si è identificato con i poveri, i forestieri, i malati, i carcerati, morì e fu sepolto, è risuscitato dai morti e siede alla destra del Padre?

Credo.

-Credi nello Spirito Santo che ha parlato per mezzo dei profeti, la santa Chiesa Cattolica Povera e dei Poveri, la comunione dei santi, la remissione dei peccati, la risurrezione della carne e la vita eterna?

Credo

e dicono che il razzismo in Italia non è un problema serio …

quegli otto spari sui migranti in tutta Italia

di Fiorenza Sarzanini
in “Corriere della sera” del 28 luglio 2018

In un mese e mezzo ci sono stati otto casi. E a questo punto sembra davvero difficile parlare di coincidenze. Perché è vero che gli episodi sono accaduti in città diverse — anche se a Caserta e Forlì è già accaduto per due volte — e differenti sono le modalità. Ma gli spari contro gli stranieri, con armi a pallini o ad aria compressa, sono sempre più frequenti e tanto basta per far scattare l’allerta negli apparati di sicurezza. I controlli sui social L’ipotesi valutata al momento è quella dell’emulazione, ma senza escludere che dietro alcuni «attacchi» possa esserci una matrice di odio razziale. Ecco perché carabinieri e polizia stanno cercando di ricostruire nei dettagli ogni vicenda, concentrandosi sulla possibilità che qualcuno possa essere stato fomentato attraverso la «rete» dei social. Un lavoro affidato alla Postale che sta monitorando «profili» e siti proprio per trovare tracce utili. Verifiche che si affiancano a quelle svolte da commissariati e stazioni dell’Arma per scoprire se dietro alcuni fatti possa esserci un’unica regia.

Senza dimenticare quanto accaduto a Macerata nel febbraio scorso quando Luca Traini sparò e ferì sei stranieri «per vendicare l’omicidio di Pamela Mastropietro», la giovane che era stata adescata da un gruppo di nigeriani. Gli spari in Campania L’11 giugno scorso c’è la prima denuncia. Due ragazzi maliani — ospiti di una struttura per migranti — si presentano alla questura di Caserta e raccontano di essere stati colpiti da una raffica di colpi di pistola ad aria compressa sparati da una Panda nera in corsa. Uno ha una ferita all’addome. Parlano di tre aggressori, raccontano che inneggiavano a Matteo Salvini. Scattano le verifiche, intanto nove giorni dopo un altro giovane maliano viene colpito a Napoli da due ragazzi armati di un fucile a piombini mentre sono a bordo di un’auto per le vie del centro. L’ultimo caso ancora a Caserta è di ieri, con il ragazzo della Guinea, ospite in un centro di accoglienza, che racconta di essere stato colpito al volto con la pistola ad aria compressa. A Forlì sono due gli assalti contro gli stranieri. Il primo viene denunciato il 2 luglio da una donna nigeriana ferita a un piede. In realtà quando si presenta spiega che l’episodio è accaduto qualche giorno prima, ma spiega di aver avuto paura. Appena tre giorni dopo c’è un nuovo caso. Questa volta ad essere colpito all’addome è un ivoriano di 33 anni. Il suo racconto è preciso: mentre stava in bicicletta è stato affiancato da un’auto e qualcuno si è sporto dal finestrino sparando con una pistola modello softair. È lo stesso tipo di arma usato dai tre ragazzi denunciati mentre vengono sorpresi a fare fuoco contro le macchine in corsa. E gli investigatori non escludono che siano proprio loro, o comunque qualcuno a loro collegato, ad aver agito.

Il Lazio e i rom L’11 luglio vengono presi di mira due nigeriani mentre aspettano l’autobus a Latina Scalo da sconosciuti a bordo di una vettura scura. Il sindaco Damiano Coletta non crede alla causalità, parla subito di «matrice discriminatoria». Più cauti sono i magistrati di Roma che indagano sul ferimento della bimba rom di 15 mesi colpita il 17 luglio in una strada trafficata mentre è in braccio alla mamma. Perché, spiegano, l’ex dipendente del Senato che ha sparato dal balcone del suo appartamento non mostra di avere alcuna tendenza razzista. Resta però da capire come mai non si sia presentato ai carabinieri pur avendo saputo di aver ferito la piccola e soprattutto perché avesse modificato l’arma per potenziarla. Non ha avuto il coraggio di dire che «volevo sparare a un piccione» come ha sostenuto l’uomo che in Veneto due giorni fa ha colpito alla schiena un operaio di Capoverde. Ma anche la giustificazione del «colpo partito per sbaglio» appare poco credibile.

che pena l’uomo-zerbino!

così sia

«Non idolatrate i potenti, non strisciate davanti a loro in atteggiamento di servaggio, non è dignitoso questo; è meglio sopportare la fame piuttosto che abbassarsi a lucidare le scarpe alla gente»

don Tonino Bello

 

«Sui potenti sovrasta un’indagine rigorosa

Sapienza 6,8

Con la dignità tipica del ragionier Fantozzi esaltano i potenti e disprezzano i subalterni, quelli, cioè, che si trovano poco sotto di loro nella piramide dell’oppressione.

Il Sistema prima ridicolizza e umilia, sottomettendo ai suoi capricci, poi fornisce il modello vincente su cui proiettare le proprie frustrazioni per dissimularle.

L’oppressione si regge sulla violenza psicologica supinamente accettata e presuppone la massiccia presenza di inetti dal punto di vista etico e pavidi dal punto di vista esistenziale.

Tra il solidale e l’arrampicatore, l’uomo-zerbino sceglie ed imita l’arrampicatore. Tra il giusto e il manipolatore, l’uomo-zerbino sceglie ed imita il manipolatore.

L’uomo-zerbino, infatti, ammira il successo in sé, guardando al fine e non ai mezzi. Archiviano, con facilità, la morte fisica dei lavoratori uccisi dalla scarsa sicurezza e dalla precarietà. E si abituano alla loro quotidiana agonia spirituale causata dalla ripetitività dei gesti. Ripuliscono in fretta i profitti dei padroni dal sangue degli operai e i privilegi delle élite dal sangue dei poveri e chiudono le orecchie ai loro lamenti. La morte, invece, dell’uomo di successo li lascia sgomenti. Quella sì, sembra ingiusta. Era così bravo e buono, al TG ne parlano con tanta enfasi e commozione. Tocca morire pure ai potenti, come uomini qualsiasi. Incredibile!
Solo Uno (che noi di solito chiamiamo Dio) sembra uscire dal coro. Pare, infatti, che rifocilli l’oppresso e faccia attendere il potente.
Che consoli l’oppresso e interroghi il potente.

E questa è la nostra speranza.

Così sia

la croce è ben altro che un orpello da portare al collo o un identificativo da esibire …

la croce

«Dio viene respinto e brutalmente eliminato con la croce quando si avvicina troppo a noi e non ci è più possibile farcene un’immagine che ci convenga e che possiamo forgiare a nostro piacimento»

D. Schellong

Il venerdì santo è il giorno in cui l’uomo rifiuta la convivenza, fondata sull’amore e sul riconoscimento reciproco, immaginata da Dio, preferendo le dinamiche conflittuali e di sopraffazione imposte dal Potere. È il giorno in cui prevale l’antropologia deformata sulla narrazione veritiera. È il giorno di cui non sperimentiamo ancora del tutto la fine. È il giorno in cui siamo chiamati ad abbracciare la croce per ribadire il nostro impegno per la giustizia di Dio e cioè per l’instaurazione del suo Regno. È il giorno in cui siamo chiamati a ribadire da che parte stiamo: sulla croce con i crocifissi o con i manipolatori, i falsi testimoni, i pusillanimi, con la ragione di Stato e di religione, con chi deride gli sventurati. La croce è il testimone che il Dio difensore degli orfani e delle vedove ci ha lasciato. Chi lo ama prosegue il tragitto prendendola su di sé. La croce non come strumento di penitenza, o peggio come simbolo di remissività verso le iniquità del mondo, ma come possibile conseguenza dell’impegno per le vittime della disumanizzazione accettata (per convenienza) dalla maggioranza. La croce rappresenta il sogno infranto di Dio che il discepolo è chiamato a far rivivere. A qualunque costo. Anche della vita. Le croci si trovano sulle strade solitarie ed impervie percorse dai profeti. Chi, invece, non alza la voce contro l’oppressione, chi pronuncia parola di compromesso, generiche e mai di denuncia dei responsabili del malessere sociale incontra incarichi e poltrone, non certo croci.

il commento al vangelo della domenica

“La legge della generosità: il pane condiviso non finisce”

il commento di p. E. Ronchi della diciassettesima domenica (29 luglio 2018) del tempo ordinario:

Giovanni 6,1-6

In quel tempo, Gesù (…) salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». (…) Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato (….).

C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci… Ma che cos’è questo per tanta gente? Quel ragazzo ha capito tutto, nessuno gli chiede nulla e lui mette tutto a disposizione: la prima soluzione davanti alla fame dei cinquemila, quella sera sul lago e sempre, è condividere. E allora: io comincio da me, metto la mia parte, per quanto poco sia. E Gesù, non appena gli riferiscono la poesia e il coraggio di questo ragazzo, esulta: Fateli sedere! Adesso sì che è possibile cominciare ad affrontare la fame. Come avvengano certi miracoli non lo sapremo mai. Ci sono e basta. Ci sono, quando a vincere è la legge della generosità. Poco pane condiviso tra tutti è misteriosamente sufficiente; quando invece io tengo stretto il mio pane per me, comincia la fame.
«Nel mondo c’è pane sufficiente per la fame di tutti, ma insufficiente per l’avidità di pochi» (Gandhi).
Il Vangelo neppure parla di moltiplicazione ma di distribuzione, di un pane che non finisce. E mentre lo distribuivano, il pane non veniva a mancare; e mentre passava di mano in mano restava in ogni mano.
Gesù non è venuto a portare la soluzione dei problemi dell’umanità, ma a indicare la direzione. Il cristiano è chiamato a fornire al mondo lievito più che pane (Miguel de Unamuno): a fornire ideali, motivazioni per agire, il sogno che un altro mondo è possibile. Alla tavola dell’umanità il vangelo non assicura maggiori beni economici, ma un lievito di generosità e di condivisione, profezia di giustizia. Non intende realizzare una moltiplicazione di beni materiali, ma dare un senso, una direzione a quei beni, perché diventino sacramenti vitali.
Gesù prese i pani e dopo aver reso grazie li diede a quelli che erano seduti.
Tre verbi benedetti: prendere, rendere grazie, donare. Noi non siamo i padroni delle cose. Se ci consideriamo tali, profaniamo le cose: l’aria, l’acqua, la terra, il pane, tutto quello che incontriamo, non è nostro, è vita che viene in dono da altrove, da prima di noi e va oltre noi. Chiede cura e attenzione, come per il pane del miracolo («raccogliete i pezzi avanzati perché nulla vada perduto…e riempirono dodici canestri»), le cose hanno una sacralità, c’è una santità perfino nella materia, perfino nelle briciole della materia: niente deve andare perduto.
Il pane non è solo spirituale, rappresenta tutto ciò che ci mantiene in vita, qui e ora. E di cui il Signore si preoccupa: «La religione non esiste solo per preparare le anime per il cielo: Dio desidera la felicità dei suoi figli anche su questa terra (Evangelii gaudium 182)». Donaci Signore il pane, l’amore e la vita, perché per il pane, per la vita e per l’amore tu ci hai creati.

la ‘partigianeria’ di Dio

 

prima gli oppressi

Ogni lacrima degli oppressi è stata annotata con la mano di un ragioniere scrupoloso, mentre del bilancio dei peccati sembra che se ne siano perse le tracce. È fatto così il nostro Dio: diligente nel medicare ferite, negligente nell’assegnare colpe.

 

Se gli oppressi non hanno dove posare il capo, hanno però un luogo dove trovare consolazione*. Il cuore di Dio è innanzitutto per loro. Gli altri dovranno attendere prima di essere ammessi. Udranno parole uniche che Dio rivolgerà solo a loro. Nessun altro potrà ascoltarle, neanche origliando. Riceveranno spiegazioni, ogni interrogativo troverà risposta, e scopriranno che Dio non ha dimenticato nulla della loro sofferenza. Ogni lacrima degli oppressi è stata annotata con la mano di un ragioniere scrupoloso, mentre del bilancio dei peccati sembra che se ne siano perse le tracce. È fatto così il nostro Dio: diligente nel medicare ferite, negligente nell’assegnare colpe. D’altronde sembra abitare più in un ambulatorio che in uno di quei lussuosi palazzi dove si emettono sentenze civili o religiose. Ma sempre “umane”, nel senso di terrene. Com’è diverso il senso della Giustizia nella sua logica: per Lui significa riscattare l’infelicità di quest’esilio vissuto dai suoi figli al buio ed esposti ad ogni genere di male. Se per l’uomo giustizia è punire per il Signore è guarire.

Attualmente però Dio è impegnato nella ricerca di persone che si rendano disponibili ad anticipare il suo conforto agli ultimi, qui sulla terra. Le selezioni sono molto difficili e vanno spesso deserte per gli improrogabili impegni degli uomini: accumulare denaro, programmi televisivi, partite di calcio**. È così che a Dio gli tocca vedere morire i suoi figli prediletti nella solitudine. Questa assurda separazione, che ci fa rinviare le dinamiche del Regno all’aldilà, produce molte vittime. Il rinvio è il lago in cui sguazza il male. Non servono lamenti ed invocazioni se non ci convertiamo dalla passività e ci continuiamo a dimenticare che non solo la terra ma anche i nostri/e fratelli/sorelle ci sono stati affidati in custodia.

* “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro” (Vangelo di Matteo 11,28)

** Vangelo di Matteo 22,1-14

il vero e unico posto della chiesa nel mondo

il motto della Chiesa

«La scelta a favore dei poveri, come segno della diaconia profetica, dovrebbe rappresentare per le chiese un imperativo di rottura con le forze e le classi dominanti, responsabili della morte dei poveri»

frei Betto

la via della salvezza passa tra gli scartati

 

«Dove sono i poveri, lì ci troverete» sarà il motto con cui la Chiesa tornerà a convertirsi a Cristo e al Vangelo. Ed inizierà, finalmente, a contrapporsi al grande peccato fattosi struttura. Quel peccato che ha messo su una croce il Salvatore, sconfiggendolo, però, solo per tre giorni. Quel peccato che ancora mette su una croce gli oppressi, sconfiggendoli, però, solo per i tre giorni del tempo storico. La Chiesa tornerà dal suo Signore, si rimetterà alla sua sequela abbandonando le dottrine costruite da menti umane che l’hanno irrigidita, sostituendo la Giustizia di Dio verso i piccoli e gli umili con la giustizia che condanna chi trasgredisce norme. La Chiesa riunirà finalmente le mense dell’epifania di Dio: quella della Parola che annuncia la salvezza, quella dell’Eucaristia e degli altri sacramenti che l’attualizza e quella dei poveri che realizza il Regno di Dio.

«Saremo giudicati sull’amore concreto e sulla misericordia, non su quello cantato o recitato. Convinciamoci che non possiamo dividere le tre mense che fanno la nostra identità cristiana: la mensa della Parola, quella dell’Eucarestia e quella dei poveri. Se ne manca una le altre due sono falsate e non c’è comunità. Né basta scusarsi dicendo che c’è il gruppo della carità. Perché la carità è di tutti e non si può delegare. Ogni mensa rimanda all’altra: la Parola fa desiderare l’Eucarestia che fa sentire il bisogno di muoversi verso il povero» (1).

La Chiesa non testimonierà più semplicemente l’esistenza di Dio ma la sua Volontà: ossia un diverso paradigma da quello predicato dal mondo e che è chiamata a rifiutare. La Chiesa, così, rigetterà la mercificazione generata dagli attuali modelli economici e predicherà la gratuità, rigetterà il potere e vivrà il dono di se stessa ponendosi, come Cristo, tra gli scartati. La Chiesa si presenterà come radicale alternativa alla cultura dell’utilità e della funzione e testimonierà che la dignità risiede nella scelta di com-patire e nella prassi conseguente.

«La pietra che i costruttori hanno scartato è divenuta la pietra angolare, sasso d’inciampo e pietra di scandalo» (2).

Riconoscere il Figlio di Dio in quell’uomo dileggiato, sconfitto dal Potere, ed amaramente abbandonato dai discepoli non era impresa semplice. È un monito sempre valido per la Chiesa che è chiamata alla disponibilità, dimostrata dal centurione (3), ad accogliere l’assurdo di Dio, rispetto alle certezze dei saggi che diventano chiusure. La Chiesa, ancora oggi,  deve avere l’umiltà di imparare la fede da chi non ha fede e mettersi davanti ai reietti e riconoscere in essi il Figlio di Dio “che soffre nella storia” (4).

(1) card. Francesco Montenegro, Discorso pronunciato in occasione dell’apertura del Giubileo della Misericordia nell’arcidiocesi di Agrigento, Chiesa Concattedrale Santa Croce di Agrigento, 13/12/2015

(2) Prima lettera di Pietro 2, 7-8

(3) «Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!”» (Vangelo di Marco 15,39)

(4) «Voi siete l’immagine del Crocifisso. Sono venuto a dirvi che voi siete il Cristo che soffre nella storia» (Oscar Romero ai campesinos, in Ettore Masina, L’arcivescovo deve morire. Oscar Romero e il suo popolo, Il Margine, Trento 2011, p. 98)

la logica del ‘prima i nostri’ è ipocrita essendo noi i predoni dell’Africa – parola di vescovo

 

l’arcivescovo di Palermo:

“Siamo noi i predoni dell’Africa che affamano milioni di poveri”

 

vibrante discorso alla città di monsignor Corrado Lorefice 

«La logica del “prima noi” mostra in questa Europa tutta la sua fallacia. La Chiesa non può restare in silenzio»

l’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, durante “il discorso alla città” per la festa di Santa Rosalia

Non ostenta mezze misure, monsignor Corrado Lorefice, nel descrivere quelli che Giovanni XXIII definiva «i segni dei tempi». Ed è per questo che, nel suo discorso alla città di Palermo, in occasione della processione della patrona Santa Rosalia,afferma che «non è tempo di dormire, ma di stare svegli!». Con l’immagine del vascello e della navigazione – desunti simbolicamente dai festeggiamenti in onore della “Santuzza” – il presule descrive la navigazione difficile di tre «velieri»: la città di Palermo, l’Italia e l’Europa.   

Il primo vascello, quella della città di Palermo, naviga in un mare perennemente agitato, e prevale la paura, perché – afferma Lorefice – «il lavoro manca, drammaticamente e, a volte, tragicamente; perché i nostri giovani perdono la speranza e si sentono costretti a partire, privandoci della loro presenza, della loro giovinezza forte e creativa; perché nelle nostre periferie cresce il disagio, aumentano i poveri». Ma il vero pericolo non è la paura, sottolinea l’arcivescovo, bensì «la rabbia, la rassegnazione, l’evasione».    

A venticinque anni dal suo martirio, il messaggio di don Pino Puglisi deve risuonare a Palermo, afferma Lorefice: «Don Pino diceva che “è tempo di rimboccarsi le maniche”, di passare “dalle parole ai fatti”, di fare una proposta diversa rispetto alla “cultura dell’illegalità” promossa dai mafiosi, di adottare un nuovo “stile di vita”». L’arcivescovo, poi, ricorda il sacrificio di Libero Grassi e di Piersanti Mattarella:

«Ad aiutarvi nella verità – precisa – non è il politico che vi promette favori, il prete che vi raccomanda, il potente che vi chiede in contraccambio il sacrificio della vostra libertà, non è chi vi dice che risolverà in modo semplicistico e sommario i vostri problemi! Ad aiutarvi è chiunque vi ricordi la bellezza di essere giovani, chiunque abbia rispetto e fiducia in voi, chiunque sia disposto a fare un passo indietro per cedervi strada, chiunque rinnovi in voi la forza dello stare assieme».   

Al timone del” secondo vascello” c’è l’Italia, che soffre anch’essa paure e povertà, e dove si sta diffondendo, evidenzia il presule, una pericolosa illusione: «Che la chiusura, lo stare serrati, la contrapposizione all’altro siano una soluzione. Ma una civiltà che si fondi sul “mors tua, vita mea”, una civiltà in cui sia normale che qualcuno viva perché un altro muore, è una civiltà che si avvia alla fine. È questo che vogliamo?». Più volte il pastore di Palermo viene interrotto da diversi applausi, persino quelli delle autorità civili e militari presenti; nelle sue parole c’è spazio per ricordare anche il patrono d’Italia, San Francesco d’Assisi, e il Papa che ne porta il nome, oltre che la sensibilità verso l’indigenza degli altri.   

Il “terzo vascello”, chiarisce ancora Lorefice, è quello dell’Europa: «La nave che tutti ci comprende in virtù di una geniale intuizione dei nostri padri. La logica del “prima noi” mostra in questa Europa tutta la sua fallacia. Rischiamo fratture insanabili proprio perché ogni Paese europeo comincia a ritenere che il suo benessere venga prima, senza capire che se la casa comune si distrugge tutti resteremo all’addiaccio, privi di un tetto. È la miopia dell’egoismo politico, propugnato da governanti e da politici europei che spesso si vantano – soprattutto nell’Est – di costruire regimi privi delle garanzie e fuori dai confini minimi della democrazia. Di fronte a tutto questo, care sorelle e cari fratelli, la Chiesa non può restare in silenzio, io non posso restare in silenzio».    

Monsignor Lorefice ricorda ancora la figura di Giorgio La Pira, siciliano d’origine, il quale «faceva delle “attese della povera gente” il suo faro e la sua guida, contro ogni esaltazione del mercato senza regole, dell’individualismo economico. E questa convinzione, animata in lui da una fede profonda nell’Evangelo, se la portò dietro a Firenze, dove fu il sindaco dei poveri, dei disoccupati, degli ultimi. Oggi La Pira ci inviterebbe a guardare alle tante navi che dirigono la loro prua verso l’Europa come alle navi della speranza».   

Da qui l’affondo finale: «Tutti dobbiamo sapere che lungo i decenni e soprattutto in questi ultimi trent’anni l’Africa – che è il continente più ricco del mondo – è stata sfruttata dall’Occidente, depredata delle sue materie prime. Ce le siamo portate via, anzi le multinazionali l’hanno fatto per noi, senza pagare un soldo. E abbiamo tenuto in vita governi fantoccio, che non fossero in grado di difendere i diritti della gente. Le potenze occidentali mantengono inoltre in Africa una condizione di guerra perenne che rende più facile lo sfruttamento e consente un fiorente commercio di armi».   

«Siamo noi i predoni dell’Africa!», tuona l’arcivescovo di Palermo, «siamo noi i ladri che, affamando e distruggendo la vita di milioni di poveri, li costringiamo a partire per non morire: bambini senza genitori, padri e madri senza figli. Un esodo epocale si abbatte sull’Europa, che ha deciso di non rilasciare più permessi per entrare regolarmente nel nostro continente. E allora questo esercito di poveri, che non può arrivare da noi in aereo, in nave, in treno, prova ad arrivarci sui barconi dei trafficanti di uomini…».   

Quelli che vengono chiamati centri di smistamento, di detenzione – sottolinea Lorefice – «quei centri che i nostri governi sollecitano e finanziano per “bloccare” il flusso migratorio, spesso richiamano i campi di concentramento. E se settant’anni fa si poté invocare una mancanza di informazione, oggi no. Non lo possiamo fare, perché ci sono le prove, nella carne martoriata di questa gente, nei filmati, nei reportage di giornalisti coraggiosi (mentre giornali e telegiornali di altra fatta parlano dei migranti sulle navi come di un “carico” alla maniera delle merci e delle banane!). Noi sappiamo, e siamo responsabili. E dobbiamo levarci!»   

«Il Vangelo non è un’utopia, ma una regola, una forma di vita, e l’Eucaristia – come ricordava Paolo VI contiene la forma vitae dei popoli», rimarca il prelato. «La stessa cosa di cui era convinto Benedetto da Norcia, patrono d’Europa. Pertanto – conclude – questo è il messaggio su cui ritornare a scommettere:

«Non è questione di accoglienza, non si tratta di essere buoni, ma di essere giusti. Non di fare opere buone, ma di rispettare e, se necessario, ripensare il diritto dei popoli. È in nome del Vangelo che ogni uomo e ogni donna hanno diritto alla vita e alla felicità». 

 

M. NASCA

mettiamoci nei panni dei poveri …

pace e inquietudine

«Chi si lascia provocare dalle necessità degli uomini, leggerà il vangelo non altrimenti che con gli occhi della misericordia e scoprirà la fede conseguente»

O. Fuchs

Vieni, sediamoci ed iniziamo a guardare la nostra vita con gli occhi dei poveri. Togliamoci le lenti ricevute in dotazione dal Sistema. Deformano la realtà: non colgono i contorni della persona ma solo competenze ed attitudini professionali. E togliamoci pure le cuffie ricevute in dotazione dal sistema. Deformano la realtà: infatti, trasmettono, ininterrottamente, la narrazione necessaria alla giustificazione dell’indifferenza e dell’esclusione. Ascoltiamo prima, prendiamo visione e informiamoci, controllando le fonti, poi, verifichiamo i risultati e confrontiamoli con quello che ci hanno iniettato fin da piccoli. È un lungo cammino di disintossicazione, alla fine potremmo ritrovarci soli, ma scopriremo il dono promesso da Dio: la pace interiore. Che non ha nulla a che fare con l’impassibilità frutto di pratiche ascetiche, ma è quella sensazione di giustizia creatrice di senso per la nostra vita. Una pace interiore determinata dal perseguimento della giustizia che si accompagna, dunque, necessariamente, all’inquietudine profetica non certo al disimpegno dei defilati, anche se devoti.

«Hai visto molte cose, ma senza farvi attenzione, hai aperto gli orecchi, ma senza sentire» (Isaia 42, 20)

Mettiamoci nei panni dei poveri, comprendiamo l’assenza di opportunità e la violenza di un’economia fondata sulla funzionalità, un’economia che assorbe uomini e restituisce mansioni, un’economia che non riconosce persone ma solo ruoli. Spogliamoci dei privilegi derivanti dalla condizione sociale, rifiutiamo le dinamiche di asservimento che contraddicono, totalmente, la natura gratuita del nostro essere. Rifiutiamo il servizio all’iniquità e non contribuiamo alla ferocia della reiterazione. Le strutture che producono oppressione (c.d. strutture di peccato) non nascono dal caso e non sono fenomeni naturali, ma camminano sulle gambe di chi sceglie la disumanizzazione e funzionano con le braccia di chi sceglie lo sfruttamento.

Condividiamo il rifiuto che subiscono i poveri e la negazione di un riscatto. Mettiamoci nella condizioni di comprendere la violenza dei “ti faremo sapere”, “ripassa domani”, “torna a casa tua”. Camminiamo con loro per trovare due spiccioli, fatichiamo con loro per una burocrazia fantozziana, proviamo con loro la tristezza di una mensa. Lottiamo non solo per loro ma con loro. Uniamo la nostra voce alla loro e diventiamo la voce di chi è stato ammutolito.

 

Vieni, mettiamoci tra i poveri: non ritroveremo solo Dio ma anche la nostra umanità.

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