il commento al vangelo della domenica

📖 Che cosa è impuro?” 
il commento di E. Bianchi al vangelo della ventiduesima domenica  (2 settembre 2018) del tempo ordinario:


Mc 7,1-8.14-15.21-23

 In quel tempo si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme. Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate  i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti -, quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?».
Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto:

Questo popolo mi onora con le labbra,
ma il suo cuore è lontano da me.
Invano mi rendono culto,
insegnando dottrine che sono precetti di uomini.

Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini». Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro». [ Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».

Dopo la lettura del capitolo sesto del vangelo secondo Giovanni, lungo cinque domeniche, lettura che è stata una vera catechesi su Gesù quale “parola e pane della vita”, ritorniamo alla proclamazione cursiva del vangelo secondo Marco. Lo avevamo lasciato con il racconto della prima moltiplicazione dei pani (cf. Mc 6,30-44), lo riprendiamo al capitolo settimo, dove Gesù entra in controversia con alcuni scribi e farisei.
Costoro sono “venuti da Gerusalemme” in Galilea, come già era avvenuto quando, durante una discussione con Gesù sul suo potere di scacciare i demoni, lo avevano giudicato posseduto dal principe dei demoni e ne avevano condannato l’operare (cf. Mc 3,22-30). Ora invece contestano la condotta concreta dei discepoli di Gesù e ne chiedono conto alla loro rabbi. Il problema riguarda l’halakah, la pratica di precetti e prescrizioni ricevuti dalla tradizione e, nello specifico, il fatto che i discepoli prendono il loro pasto (lett.: “mangiano dei pani”) senza essersi lavati le mani, dunque con mani impure (aggettivo koinós). In verità la Torah, la Legge, rivolgeva il comando dell’abluzione rituale delle mani solo ai sacerdoti che al tempio facevano l’offerta, il sacrificio (cf. Es 30,17-21). Ma al tempo di Gesù vi erano movimenti che radicalizzavano la Torah e moltiplicavano le prescrizioni della Legge, con una particolare ossessione per il tema della purità. Tra questi vi erano gli chaverim (compagni, amici) e i perushim (separati, farisei), i quali consideravano molto importante la prassi del lavarsi le mani e di altre abluzioni in vista della purità, che poteva essere infranta a causa di contatti con persone o realtà impure.

Gesù lasciava liberi i suoi discepoli da queste osservanze che non erano state richieste da Dio, ma imposte dagli interpreti delle sante Scritture, i quali le dichiaravano “la tradizione”, attribuendole la stessa autorità riservata alla parola di Dio. Gesù faceva un’attenta operazione di discernimento, distinguendo bene ciò che era espressione della volontà di Dio e ciò che invece era consuetudine umana, norma forgiata dagli uomini religiosi che, assolutizzata, diventa un ostacolo alla stessa parola di Dio e una perversione della sua immagine. La Legge deve ispirare il comportamento ma, con il passare del tempo, le consuetudini e le osservanze rischiano di contraddire il primato della Parola, la sua centralità nella vita del credente. E sovente quanti invocano le tradizioni, rendendole “la tradizione”, lo fanno perché sono proprio loro ad averle pensate e create. In questo caso, però, anziché essere a servizio dell’uomo e della sua relazione di comunione con Dio, queste norme finiscono per essere alienanti, soffocano la libertà dei credenti, erigono barriere e tracciano confini tra gli esseri umani.
Di fronte a queste contestazioni di scribi e farisei, Gesù risponde attaccandoli: “Ipocriti, Isaia ha detto bene di voi, come sta scritto: ‘Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono solo precetti umani’ (Is 29,13). Sì, voi trascurate il comandamento di Dio per aderire alla tradizione degli uomini”. Gesù conferma l’ammonizione rivolta dal profeta al popolo di Gerusalemme e denuncia l’ipocrisia della distanza tra labbra che aderiscono a Dio e cuore che invece ne resta lontano. In quegli scribi e farisei vi era certamente la frequenza al culto, l’assiduità alla liturgia, la confessione verbale del Dio vivente, ma mancava un’autentica adesione del cuore, quella che chiede di realizzare ciò che si dice con le parole. È questione di unità della persona, di un cuore unito, non diviso, non doppio (cf. Sal 12,3)!
La critica di Gesù si fa aspra e radicale: “Annullate la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi” (Mc 7,13). La volontà di Dio è misconosciuta, messa da parte, contraddetta, mentre il primato viene riservato alla pretesa tradizione. Proprio per questo il discernimento si fa urgente anche da parte del cristiano, e tale operazione si compie innanzitutto passando ogni osservanza e ogni prescrizione al vaglio del Vangelo, della parola e dell’azione di Gesù, e, di conseguenza, non dimenticando mai che è la carità il criterio ultimo capace di determinare la bontà o la perversione di ciò che viene richiesto. Scriveva Isacco della Stella, il grande abate cistercense del XII secolo: “Il criterio ultimo di ciò che deve essere conservato o cambiato nella vita della chiesa è sempre l’agápe, la carità”.

Gesù non ha mai contraddetto la Legge e le sue esigenze sulla volontà di Dio, anzi è sempre risalito all’intenzione del Legislatore, di Dio stesso, come già i profeti, affinché la Legge fosse accolta con il cuore e osservata nella libertà, con convinzione e amore. Ma di fronte alla tradizione e al moltiplicarsi dei suoi precetti, Gesù chiede ciò che egli stesso ha operato: il discernimento. La moltiplicazione dei precetti, infatti, accresce la possibilità di non osservarli, aumentando le occasioni di ipocrisia. “La parola del Signore rimane in eterno” (1Pt 1,22; Is 40,8), mentre le tradizioni evolvono in base ai mutamenti culturali e alle generazioni; e, seppur venerabili a causa dell’antichità, restano umane, involucro e rivestimento della parola di Dio.

Dopo aver indicato alcuni casi di contraddizione alla legge di Dio compiuti in nome dell’osservanza di precetti umani (cf. Mc 7,10-13), Gesù torna a rivolgersi alla folla chiamata attorno a sé e dice: “Ascoltatemi tutti e comprendete in profondità!”. Apertura autorevole e solenne che, in parallelo all’avvertimento conclusivo (“Se qualcuno ha orecchi per ascoltare, ascolti!”: Mc 7,16), mette in rilievo le parole rivelative di Gesù: “Non c’è nulla di esterno all’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Sono invece le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro”. Parole brevi e apodittiche. Non c’è niente che possa rendere impuro il discepolo tra le realtà che sono fuori del suo corpo: né il cibo, né il contatto, né le relazioni. Ciò che invece rende impuro l’uomo viene dal suo interno e si manifesta nel suo comportamento. Si faccia attenzione e non si finisca per opporre, sulla base di queste parole di Gesù, interiorità ed esteriorità, che in ogni essere umano sono dimensioni inseparabili. Per Gesù, come per tutte le Scritture, “il male, il peccato è accovacciato alla porta” (cf. Gen 4,7) del cuore di ogni uomo e dal cuore è generato fino a manifestarsi nei sentimenti, nelle parole e nelle azioni.

Questo insegnamento di Gesù appare però in contrasto con le preoccupazioni di molti scribi, che insistevano soprattutto sul comportamento esteriore. Le sue parole non sono facilmente comprensibili, dunque egli è costretto, una volta ritornato in casa, lontano dalla folla, a rimproverare i discepoli perplessi e a esplicitare i nomi delle pulsioni, dei pensieri e dei propositi che rendono impuri: una lista impressionante di peccati, una delle più dettagliate di tutto il Nuovo Testamento. Significativamente, però, essa riguarda i peccati consumati contro l’amore, contro il prossimo, perché il peccato si innesta sempre nei rapporti tra ciascuno di noi e gli altri (cf. Mt 25,31-46), nelle relazioni: è nei rapporti umani che la legge di Dio chiede carità, misericordia, sincerità e fedeltà. Il male, l’impurità non sta nelle realtà terrene ma sta in noi, là dove noi affermiamo solo noi stessi e non riconosciamo gli altri.

Infine, tenendo conto del fatto che l’intera controversia nasce da una questione relativa alla tavola, si può trarre dall’intero ragionamento di Gesù un importante monito: non possiamo escludere nessuno dalla tavola e, se lo faremo, saremo esclusi noi dalla tavola del Regno! Quanto poi alla tavola eucaristica, non ne è escluso chi è peccatore, si ritiene tale e porge umilmente la mano come un mendicante verso il corpo del Signore, mentre ne dovrebbe essere escluso chi non sa discernere il corpo di Cristo (cf. 1Cor 11,29) nel fratello e nella sorella, nel povero, nel peccatore, nell’ultimo, nel senza dignità.

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intorno a quelle navi si gioca la partita del nostro sentirci cristiani

i cattolici alla sfida dei migranti

di Giuseppe Lupo
in “Il Sole 24 Ore”

“Proprio intorno a quelle navi si gioca la partita del nostro sentirci cristiani: non solo Dio si traveste nei panni del migrante e del senza patria – è stato Cristo a raccontarcelo -, ma se avessimo più coraggio, se davvero fossimo convinti di ciò, andremmo a “inginocchiarci” ai piedi di costoro anziché tenerli in acque alla deriva o nelle gabbie dell’inciviltà e al termine del nostro operare finiremmo per ricevere dalle loro mani, paradossalmente, il battesimo di uomini”

È il caso di fissare bene le premesse di partenza, ma se i dati reali dovessero confermare quanto è stato annunciato dai recenti sondaggi – e cioè che l’elettorato di area cattolica simpatizzi apertamente per la linea dura del ministro Salvini sul tema degli immigrati tanto da raddoppiare i consensi all’interno di quell’area – ci sarebbe da chiedersi quanto ancora riesca a influire la presenza di una Chiesa, ufficialmente schierata su posizioni contrarie, nelle scelte di un ipotetico ritorno alle urne. Non che questo sia un discorso necessitante ai fini degli equilibri di una nazione, anzi è sempre stata negli auspici di un certo pensiero cristiano-riformista l’autonomia della politica rispetto a qualsiasi credo religioso. Qualcosa del genere, per esempio, è accaduto non tanto in occasione del referendum sull’aborto, quanto nella battaglia contro l’abrogazione della legge sul divorzio, nel 1974, anno chiave per la vicenda di un post-Sessantotto ancora tutto da digerire. In quella circostanza una certa parte dell’intellighenzia cattolica assunse posizioni non condivise dai vertici del clero e votò liberamente. Si trattò di un fenomeno le cui radici affondavano nei pronunciamenti di un cristianesimo dalle larghe vedute, ortodosso nella sostanza di fede ma disposto al dialogo con chi avesse opinioni opposte, per effetto di una temperie culturale che issava le sue bandiere nelle figure di Lorenzo Milani, Zeno Saltini, Giovanni Rossi, Ernesto Balducci, il cui apostolato trasse forza nei crismi di una testimonianza ad alto valore politico, riconoscendo nei poveri e nei sofferenti la più alta lezione evangelica. Quel che sta accadendo in queste settimane invece assomiglierebbe a una sorta di regressione rispetto ai principi di modernità a cui quelle lontane esperienze di fede ci avevano abituati. Vorrebbe dire, in altre parole, non riconoscere più il paradigma della solidarietà come forma di redenzione umana (tema sul quale Bruno Forte ha ammonito domenica su queste colonne), come veicolo attraverso cui la regola del vangelo possa approdare nel vissuto di tutti e poi, giorno dopo giorno, modificare per sempre le rotte della Storia. Sarebbe davvero un peccato che una nazione in grado di generare Cesare Beccaria cadesse nell’errore della dimenticanza. Il problema dunque va guardato alla radice, fuori dalla semplicistica verità di una cronaca che vede penalizzare soprattutto le regioni dove le questioni occupazionali diventano un dato asfissiante e dove il vissuto concreto della gente riflette uno stato di incertezza economica. Va discusso cioè in chiave etica, come effetto di un’incomprensione tra ciò che predicano i vertici della Chiesa – e anche alcuni organi di informazione come «Avvenire» e «Famiglia Cristiana» – e ciò che invece alligna in quel magma eterogeneo di persone che fa sua una contraddizione: vivere le pratiche religiose, dedicarsi a una delle tante associazione di volontariato per poi vestire i panni demagogici della paura che sfocia nell’accondiscendenza alla chiusura dei porti. Un fenomeno di questo tipo andrebbe a minare i caratteri di una nazione che ha fatto dell’accoglienza un principio riconosciuto nella propria carta morale, oltre che in quella costituzionale. L’atteggiamento degli ultimi tempi, questo regredire nella sfera del particulare, allontana i propositi di un cristianesimo che il Novecento ci aveva abituati a vivere nelle sue forme democratiche, facendolo uscire fuori dalle parrocchie e dalle sagrestie per avviarlo sulle strade di una cultura che si affidava alla matrice della carità, su cui la lezione di Paolo di Tarso poneva regole costitutive.

Penso a quanto fossero vicine alla carità le problematiche affrontate da Manzoni, il più illuminista degli intellettuali cristiani. Penso a quanto sia stato nelle profezie di un libro come Il quinto evangelio di Mario Pomilio, il cui desiderio di cercare Dio trovava realizzazione nell’indagine su un Dio ancora tutto da inseguire e da aspettare nei territori della memoria. Sembrerà strano evocare il nome di due scrittori dalla forte tempra morale in un contesto che riguarda navi cariche di uomini senza più terra, ma è proprio nelle pagine di questi autori che risiedono le risposte a quanto oggi ci indigna per la discrepanza tra l’azione di pronunciare parole vuote e subire il ricatto della paura o vivere nella malinconia del proprio tempo operando in nome di quelle stesse parole quando esse sono obbligate a diventare carne o Storia. Proprio intorno a quelle navi si gioca la partita del nostro sentirci cristiani: non solo Dio si traveste nei panni del migrante e del senza patria – è stato Cristo a raccontarcelo -, ma se avessimo più coraggio, se davvero fossimo convinti di ciò, andremmo a “inginocchiarci” ai piedi di costoro anziché tenerli in acque alla deriva o nelle gabbie dell’inciviltà e al termine del nostro operare finiremmo per ricevere dalle loro mani, paradossalmente, il battesimo di uomini.

il tentativo di far dimettere papa Francesco fallisce ancora una volta

i corvi reazionari all’assalto di papa Francesco: amareggiato ma non pensa alle dimissioni

un attacco concentrico che è partito dal dossier stilato da monsignor Viganò e proseguito dagli Stati Uniti

Il cardinale Francesco Montenegro con papa Francesco

il cardinale Francesco Montenegro con papa Francesco

Una manovra concentrica stile Vatileaks per screditare Francesco e spingerlo in un angolo raccontata e soprattutto spiegata nelle sue dinamiche su Globalist dal vaticanista Gianni Di Santo.
L’attacco del cardinale statunitense Raymond Leo Burke
“La richiesta di dimissioni del Papa in ogni caso è lecita; chiunque può avanzarla nei confronti di qualsiasi pastore che sbaglia gravemente nell`adempimento del suo ufficio, ma i fatti devono essere verificati”. Lo dice a ‘la Repubblica’ il cardinale statunitense Raymond Leo Burke, dopo l`uscita del dossier firmato dall`ex nunzio a Washington Carlo Maria Viganò che chiede le dimissioni di Bergoglio per non essere intervenuto a proposito dei rapporti sessuali avuti con più seminaristi dal cardinale Theodore Edgar McCarrick.
“Non ho niente di personale contro il Papa. Antagonista è qualcuno che ha qualcosa di personale contro un`altra persona. Io no. Tento semplicemente di difendere la verità della fede e la chiarezza nella presentazione della fede. È l’unica cosa che ho fatto e per questo mi hanno accusato di essere un nemico del Papa. Durante il Sinodo dei vescovi siccome ho difeso la costante prassi della Chiesa dicendo che è un peccato grave accedere all`eucaristia pur vivendo in una condizione oggettiva di peccato mortale mi hanno dipinto come un nemico”, ha aggiuhnto Burke.
Il dossier “mi ha scosso nel profondo perché l`insieme è gravissimo. Ho dovuto leggerlo più volte perché a una prima lettura mi ha lasciato veramente senza parole. Credo a questo punto che serva una risposta completa e oggettiva da parte del Papa e del Vaticano”, aggiunge Burke tra gli autori dei ‘Dubia’ con cui si chiedono chiarimenti sulla dottrina al Santo Padre.

Le accuse del Procuratore generale della Pennsylvania
anche il procuratore generale della Pennsylvania sostiene di avere di avere “le prove” che la Santa Sede sapeva della copertura degli abusi sessuali nella Chiesa Cattolica.
“Non c’erano solo abusi sessuali diffusi, stupri di bambini, c’era una sistematica copertura che arrivava fino in Vaticano”, ha detto Josh Shapiro, alla Nbc. “Abbiamo le prove che il Vaticano sapeva e ha coperto gli abusi. Non posso parlare specificatamente di papa Francesco”, ha poi aggiunto il procuratore.
Nel rapporto del grand giurì vengono riportati “scabrosi dettagli” che includono stupri, aborti, confessione e occultamenti. Alcune vittime erano adolescenti, mentre altre erano in età prepuberale. Diverse sono finite nel gorgo della dipendenza dall’alcol e droga e alcuni sono hanno tentato persino il suicidio.
È orribile pensare a quello che questi uomini di Dio hanno fatto a questi bambini e poi avere l’occultamento che è stato letteralmente intenzionale per proteggere i preti dalle forze dell’ordine”, ha detto Shapiro. La stragrande maggioranza dei preti già identificati è morta o i reati sono troppo vecchi per essere perseguiti in base alla legge dello Stato.

dove puoi davvero incontrare Cristo

incontrare Cristo

«Incontrerai Cristo, che siede in trono, in cielo.
Aspettalo quando egli è sotto i ponti, aspettalo quando ha fame e trema dal freddo, aspettalo come forestiero»

Sant’Agostino

 

Gesù incarnandosi scende nell’abisso, la Chiesa-istituzione tende a chiudersi nell’Iperuranio.

Noi, invece, vogliamo incontrare Cristo, siamo stanchi di ascoltare parole vuote, di maniera, patinate.

Allora usciamo e percorriamo strade a caso ma rigorosamente senza negozi, bancomat, dove non si svolgono passeggiate ostentate e non si scambiano sguardi di tipo economico.

Incontriamo Cristo che ci chiede una coperta per ripararsi dal freddo. Ha gli occhi bassi, persi nel vuoto, mentre ci racconta la sua disperazione di escluso, senza possibilità. Allontanato, identificato, colpevole di non essere annegato e di chiamare Dio con un altro nome.

Incontriamo Cristo all’alba, a nord della città, in fila per la distribuzione degli indumenti; lo incontriamo a pranzo, a sud della città, per la distribuzione del pasto; lo incontriamo, nel pomeriggio, ad est della città, per le pratiche dei documenti; lo incontriamo, la sera, ad ovest della città, nel dormitorio.

Incontriamo Cristo con due enormi buste di plastica piene di oggetti illegali. Nel Paese dell’impunità per mafiosi e corrotti, viene fermato alla quattordicesima ora di itineranza commerciale. Reati contestati: pellegrinaggio non autorizzato e concorrenza sleale alle multinazionali.

Poi incontriamo un uomo. È disteso in terra, sanguina. Qualcuno, coperto dalla bandiera della nostra civiltà, gli ha sparato. Un ragazzo, tra le persone sopraggiunte, chiede: “Conoscete il suo nome?”. Noi, con gli occhi bassi, raccontando la sua disperazione di escluso, senza possibilità, rispondiamo: “Si chiama Cristo”.

Sfiniti, entriamo in Chiesa per riprendere fiato, per trovare un po’ di pace e un po’ di senso. Vogliamo ascoltare la Parola di Dio, quella cioè rivolta agli orfani e alle vedove ed unirci a Colui che ha dato la vita perché agli ultimi fosse restituita.

a proposito del tentativo di golp contro papa Francesco

 

ecco i fatti e gli omissis del dossier Viganò contro Francesco

lettura ragionata del report dell’ex nunzio che chiede le dimissioni del Pontefice e delle sue contraddittorie conclusioni
di ANDREA TORNIELLI
“non si tratta semplicemente dello sfogo di un uomo di Chiesa stanco del marcio che ha visto attorno a lui, ma di un’operazione organizzata da tempo e con cura, nel tentativo di far dimettere il Pontefice e lo dimostrano il timing e il coinvolgimento della stessa rete mediatica internazionale che da anni propaga – spesso servendosi di anonimi – le istanze di coloro che vorrebbero rovesciare il risultato del conclave 2013″

2 maggio 2012, regnante Benedetto XVI, il nunzio Viganò partecipa all’assegnazione di un premio al cardinale al “sanzionato” cardinale McCarrick (foto tratta dal blog del cardinale Sean O’Malley)

 

«Credo che il comunicato di Viganò parli da sé, e voi avete la maturità professionale per trarre le conclusioni». Con queste parole, rivolte ai giornalisti sul volo di ritorno da Dublino, Francesco ha invitato a leggere il dossier di 11 pagine divulgato dall’ex nunzio negli Stati Uniti, Carlo Maria Viganò, che chiede le dimissioni del Papa accusandolo di aver coperto l’83enne cardinale emerito di Washington Theodore McCarrick, che aveva avuto relazioni omosessuali con seminaristi maggiorenni e sacerdoti. Bisogna dunque partire dalla lettura attenta testo, analizzarlo, separare i fatti riportati dalle opinioni e dalle interpretazioni. E soprattutto dalle omissioni.

La clamorosa decisione del diplomatico vaticano di violare il giuramento di fedeltà al Papa e il segreto d’ufficio rappresenta l’ennesima bordata contro Francesco portata avanti in modo organizzato dagli stessi ambienti che un anno fa avevano cercato di arrivare a una sorta di impeachment dottrinale, dopo la pubblicazione dell’esortazione “Amoris laetitiaˮ. Tentativo non riuscito. Viganò è infatti tra i firmatari della “Professioneˮ nella quale si afferma che il magistero di Papa Bergoglio diffonde il divorzio, ed è ben collegato agli ambienti più conservatori Oltreoceano e in Vaticano. Che non si tratti semplicemente dello sfogo di un uomo di Chiesa stanco del marcio che ha visto attorno a lui, ma di un’operazione organizzata da tempo e con cura, nel tentativo di far dimettere il Pontefice lo dimostrano il timing e il coinvolgimento della stessa rete mediatica internazionale che da anni propaga – spesso servendosi di anonimi – le istanze di coloro che vorrebbero rovesciare il risultato del conclave 2013. E lo attestano le stesse testimonianze scritte nei vari blog dai giornalisti che hanno pubblicato il dossier di Viganò: sempre in prima fila nella difesa della famiglia tradizionale, ma noncuranti di sganciare la “bombaˮ proprio nel giorno in cui Francesco concludeva con una grande messa l’incontro internazionale delle famiglie.

La denuncia del 2000

Innanzitutto, i fatti, presumendo che quanto affermato da Viganò sia vero. Il 22 novembre 2000 il frate domenicano Boniface Ramsey, scrive al nunzio apostolico negli Usa Gabriel Montalvo e lo informa di aver sentito voci secondo le quali McCarrick aveva «condiviso il letto con seminaristi». Un giorno prima, il 21 novembre, Giovani Paolo II nominava McCarrick arcivescovo di Washington. Viganò annota che questa segnalazione trasmessa dal nunzio alla Segreteria di Stato, guidata allora dal cardinale Angelo Sodano, non ebbe alcun seguito. Va notato: la prima denuncia che arriva in nunziatura e da qui in Vaticano è immediatamente successiva alla nomina a Washington. Ci si può comunque chiedere perché, se queste voci su MacCarrick erano così diffuse e insistenti, ciò non gli abbia precluso: la nomina ad ausiliare di New York (nel 1977, alla fine del pontificato di Paolo VI), quindi la nomina a vescovo di Metuchen (nel 1981, all’inizio del pontificato di Giovanni Paolo II), quindi il trasferimento all’arcidiocesi di Newark (nel 1986, sempre con Papa Wojtyla) e infine la promozione a Washington (2000) e la creazione cardinalizia (2001)

Tutta colpa di Sodano

L’anno successivo alla promozione a Washington dunque Wojtyla includeva McCarrick nel collegio cardinalizio. Nel suo dossier Viganò scarica – senza alcun indizio – la “colpaˮ della nomina su Sodano spiegando che il Papa all’epoca era già ammalato e quasi incapace di intendere e di governare la Chiesa. Chiunque abbia conoscenza di cose vaticane sa che ciò non è vero, almeno non era vero nell’anno 2000: Giovanni Paolo II vivrà per altri cinque anni. E sa anche che allora, nello stretto entourage wojtyliano che controllava le nomine, c’erano il segretario particolare del Papa Stanislaw Dziwisz (un nome che Viganò omette) e il Sostituto della Segreteria di Stato poi Prefetto dei vescovi Giovanni Battista Re (che Viganò nomina però scagionandolo). Quella prima segnalazione, senza denuncianti che se ne assumessero responsabilità in prima persona, forse non era ritenuta attendibile? O il potere – anche finanziario – di McCarrick è stato in grado di aprire porte vaticane che dovevano rimanere chiuse? Un dubbio può essere sollevato sulla nomina a Washington, ma perché nessuno ritiene di indagare prima dell’elevazione cardinalizia dell’anno successivo? Sodano non ha trasmesso la denuncia al Papa? Ma perché il nunzio, se era così certo degli abusi commessi sui seminaristi e preti (sempre maggiorenni), non ha insistito chiedendo udienza a Giovanni Paolo II?

Le “sanzioniˮ di Benedetto XVI

Nuove denunce arrivano nel 2006, quando il Papa è Benedetto, il Segretario di Stato è Tarcisio Bertone. Questa volta entra in scena un ex prete e abusatore di bambini Gregory Littleton, il quale fa avere al nunzio negli Usa (in quel momento monsignor Pietro Sambi) una memoria nella quale racconta di essere stato anch’egli molestato sessualmente da McCarrick (sempre da maggiorenne). Viganò prepara un appunto per i superiori, che non rispondono. Vale la pena di ricordare che in quel momento McCarrick è però già in pensione: il nuovo Papa Benedetto XVI il 16 maggio 2006 ha accolto le dimissioni doverosamente presentate l’anno precedente, il 7 luglio 2005, allo scoccare dei canonici 75 anni. Se le voci e le denunce erano così diffuse e note, perché McCarrick non è stato dimissionato subito, al compimento dei 75 anni? Nel 2008 circolano nuove accuse di comportamenti impropri McCarrick e di nuovo Viganò scrive di aver mandato ai superiori un ulteriore appunto. Questa volta qualcosa sembra essersi mosso, seppure con i tempi non celerissimi della burocrazia vaticana. Sarebbe infatti intervenuto un ordine sanzionatorio di Benedetto XVI contro il cardinale ormai emerito e pensionato. Sulla data di questa sanzione Viganò non può essere preciso: in quel momento ha infatti lasciato il posto in Segreteria di Stato, dove coordinava il lavoro del personale delle nunziature, ed è stato nominato segretario del Governatorato. Dunque, se Viganò afferma il vero – e dobbiamo presumere che lo faccia – «nel 2009 o nel 2010», Benedetto XVI sarebbe intervenuto ordinando a McCarrick di fare vita ritirata, di preghiera e di non abitare più nel seminario neocatecumenale Redemptoris Mater da lui aperto a Washington.

Restrizioni misteriose

Questo ordine di Benedetto non diventa pubblico e viene trasmesso dalla Santa Sede al nunzio a Washington (Sambi) perché lo comunichi all’interessato. Indulgenza per un cardinale ormai vecchio e in pensione al quale si vuole risparmiare l’onta della sanzione pubblica? Oppure le prove non sono state considerate sufficienti da Benedetto XVI, il quale, se è all’origine della sanzione, doveva ovviamente essere stato adeguatamente avvertito di quanto McCarrick aveva commesso? Papa Ratzinger dunque sapeva ma ritenne sufficiente raccomandare al cardinale già pensionato di starsene tranquillo in disparte. Vale la pena di ricordare: nessuno ha mai parlato, men che meno denunciato, abusi su minori. Stiamo parlando di molestie a persone maggiorenni, ma che si profilano come veri e propri abusi, dato che è il vescovo a invitare a letto i propri seminaristi o i propri preti: non esiste una situazione di parità, prima che sessuale, è un abuso di potere clericale. Anche se nessuno ha mai detto che per invitare a dormire con lui seminaristi ormai prossimi al sacerdozio e giovani preti, lo “zio Tedˮ (come McCarrick si faceva chiamare) abbia usato forme di violenza o minacce. Ci si può domandare: ma se questi fatti gravi erano così acclarati ed evidenti, perché non comminare al cardinale una sanzione esemplare e pubblica, chiedendogli di vivere ritirato in penitenza?

Perché nessuno vigila?

Qualche dubbio sul reale contenuto delle sanzioni è più che lecito, soprattutto alla luce di ciò che accade dopo. Il dossier di Viganò lascia intendere che negli ultimi tre o quattro anni del pontificato ratzingeriano McCarrick sia vissuto come un eremita o come un monaco di clausura e che soltanto dopo l’elezione di Francesco gli sia stata aperta la gabbia. Ancora una volta bisogna attenersi ai fatti documentati, e non è affatto così. La realtà è diversa e documentabile. A portata di tutti, basta cliccare sul web. Durante gli ultimi anni del pontificato di Raztinger McCarrick non cambia il suo modo di vivere: è vero che lascia il seminario dove risiedeva, ma celebra ordinazioni diaconali e sacerdotali a fianco di importanti porporati della Curia romana stretti collaboratori di Papa Ratzinger, tiene conferenze. Il 16 gennaio 2012 partecipa insieme ad altri vescovi statunitensi a un’udienza con Benedetto XVI in Vaticano e il suo nome tra i partecipanti viene segnalato nel bollettino della Sala Stampa della Santa Sede. Il 16 aprile 2012 incontra di nuovo Benedetto all’udienza della Papal Foundation e festeggia insieme a tutti i presenti il compleanno del Pontefice. Viaggia e torna a Roma nel febbraio del 2013 per accomiatarsi dal Papa dimissionario che gli stringe la mano sorridente (tutto immortalato dalle telecamere della TV vaticana). È evidente che la sua posizione non era ritenuta così grave, che gli indizi di colpevolezza non erano giudicati così evidenti e che le sanzioni non dovevano essere così restrittive.

Anche Viganò a fianco di McCarrick

E anche lo stesso Viganò, nel frattempo allontanato dal Vaticano per decisione di Benedetto XVI che lo “promuoveˮ nunzio a Washington, non appare affatto preoccupato della situazione. Sono documentate sue partecipazioni ad eventi pubblici con il porporato molestatore, come concelebrazioni negli Stati Uniti o come l’attribuzione di un premio a McCarrick (il 2 maggio 2012, Pierre Hotel in Manhattan), cerimonia durante la quale Viganò appare tutt’altro che indignato o imbarazzato di farsi fotografare a fianco del vecchio cardinale molestatore. Perché ora che aveva il potere di arrivare direttamente a Benedetto XVI, in qualità di suo rappresentante in una delle sedi diplomatiche più importanti del mondo, il nunzio Viganò non si ribella, non agisce, non chiede udienza, non fa rispettare le disposizioni restrittive?

Il coinvolgimento di Francesco

Il Papa attuale, vero e unico bersaglio dell’intera operazione, entra in scena nel giugno 2013, pochi mesi dopo la sua elezione. Ricordiamolo: McCarrick, ultraottantenne, non ha partecipato al conclave, è un cardinale pensionato ma iperattivo. Continua a viaggiare per il mondo, a tenere conferenze, a presiedere celebrazioni. Viganò va in udienza da Francesco. È il Papa a fargli una domanda su McCarrick e Viganò gli fa presente che il cardinale «ha corrotto generazioni di seminaristi e di sacerdoti» e che in Vaticano c’è un dossier che lo attesta. Attenzione: non è Viganò a parlare in modo preoccupato del cardinale. È il Papa che chiede un giudizio. Il nunzio non dice di aver consegnato a Bergoglio un appunto sulla vicenda né di avergli chiesto di intervenire. Oggi, indignato, Viganò scrive delle sanzioni di Benedetto XVI che nessuno conosce, ma – sempre ammesso che esistano – lui come nunzio non sembra aver agito per farle rispettare. Quella risposta è tutto ciò che dice al Papa.

McCarrick consigliere?

Viganò scrive ancora che il vecchio cardinale sarebbe diventato, nei primi anni del pontificato di Francesco, un suo consigliere, in particolare per le nomine americane. Non adduce, almeno fino a questo momento, alcuna prova. Sostiene invece – e anche qui non c’è ragione di non credergli – che in quel primo incontro del giugno 2013 il nuovo Papa gli avrebbe raccomandato: «I vescovi negli Stati Uniti non devono essere ideologizzati, devono essere dei pastori». Siccome nei mesi successivi anche McCarrick farà un’affermazione simile parlando con un monsignore della nunziatura (che lo riferisce poi a Viganò), l’ex nunzio che chiede le dimissioni del Pontefice ne deduce che vi sia proprio McCarrick dietro l’atteggiamento di Bergoglio nei confronti della Chiesa Usa. Una debolissima deduzione. È infatti molto più semplice e plausibile ipotizzare che di sua iniziativa Francesco – il quale conosceva la Chiesa americana – avesse ripetuto a varie persone che incontrava quella frase sui vescovi che «non devono essere ideologizzati» ma devono essere «pastori». Peraltro, per comprendere che proprio questo è uno dei punti insistenti del suo magistero sull’episcopato basta leggere i discorsi del Papa, che la pensava così ben prima del conclave del 2013.

La smentita dell’ex ambasciatore

Un’interessante confutazione della teoria di Viganò è arrivata ieri dall’ex ambasciatore statunitense presso la Santa Sede, Miguel Diaz, nominato nel maggio 2009, i quale si è detto sorpreso per aver letto le affermazioni di Viganò a proposito delle parole di Francesco sui vescovi americani, «perché mi hanno subito fatto venire in mente che durante il mio primo incontro con il nunzio Sambi nella sua residenza aWashington (siamo ancora nel pontificato di Benedetto XVI, ndr)» egli disse che «abbiamo bisogno di vescovi americani che siano meno politici e più pastorali, non cultural warriors (guerrieri culturali, ndr)». Dunque già sotto Papa Ratzinger l’indicazione che arrivava al nunzio apostolico negli Usa era quella di nominare vescovi pastori e non “guerrieri culturaliˮ. Evidentemente la questione dell’eccessivo collateralismo dell’episcopato Usa con certe posizioni politiche e un certo interesse unilaterale soltanto per alcune questioni etiche era sentita come problematica già alla fine del pontificato ratzingeriano.

La nuova denuncia 

Passano quattro anni e mezzo e nel 2018 Oltretevere arriva, per la prima volta, la notizia di un abuso su un minore commesso cinquant’anni prima da McCarrick, giovane prete. La denuncia non era mai stata presentata prima, né mai nessuno – stando al report di Viganò – aveva prima parlato di possibili abusi su minori che coinvolgessero McCarrick. Viene aperto celermente un regolare procedimento canonico da parte della diocesi di New York, con la trasmissione degli atti alla Congregazione per la dottrina della fede. Emergono anche nuove notizie, rese note dalla diocesi di Newark, riguardanti due patteggiamenti con risarcimento danni che McCarrick ha pagato, relative a denunce di molestie presentate da seminaristi maggiorenni all’epoca dei fatti. Con una decisione che non ha precedenti nella storia recente della Chiesa, Francesco non soltanto impone il silenzio e la vita ritirata a McCarrick (quel silenzio e quella vita ritirata che prima non gli era stato imposto o se gli era stato imposto nessuno aveva fatto sì che egli si attenesse agli ordini) ma gli toglie pure la berretta cardinalizia. Il cardinale emerito di Washington non è più cardinale, è stato “s-porporatoˮ.

I fatti e logica stravolta

Non c’è dunque soltanto da chiedersi se ciò che racconta Viganò sia vero (come ripetono a mo’ di mantra i media che chiedono a gran voce le dimissioni di Francesco). C’è da chiedersi se la sequenza descritta da Viganò, le sue considerazioni, le sue omissioni, le sue interpretazioni sono ragionevoli e portano davvero ad attribuire una qualche responsabilità al Pontefice oggi regnante. In ogni caso, per rimanere ai fatti puri e crudi, e presumendo che ogni dettaglio raccontato dell’ex nunzio sia vero, ecco che cosa è accaduto. C’è un Papa santo il cui entourage (molto meno santo) ha promosso e fatto cardinale un vescovo omosessuale che abusava del suo potere portandosi a letto i seminaristi, anche se non è chiaro quante infomazioni dirette fossero pervenute su questo all’orecchio di Giovanni Paolo II, allora perfettamente in grado di intendere e di volere, al quale certamente non poteva passare inosservata l’importanza della nomina dell’arcivescovo di Washington. C’è un altro Papa oggi emerito, Benedetto, che (forse) avrebbe ordinato a questo cardinale di vivere ritirato ma senza essere poi in grado di far rispettare i suoi ordini, senza battere ciglio vedendoselo arrivare in Vaticano in più occasioni, e senza che il suo nunzio negli Usa (Viganò) avesse alcun problema a farsi ritrarre insieme a lui, a concelebrare con lui, a cenare con lui, a pronunciare discorsi in sua presenza. E c’è infine un Papa, Francesco, che a quel cardinale – nonostante fosse anziano e pensionato da tempo – ha tolto d’imperio la porpora dopo averlo ridotto al silenzio proibendogli di celebrare in pubblico. Eppure è di quest’ultimo che l’ex nunzio oggi indignato chiede la testa, probabilmente soltanto perché Francesco ha “osatoˮ nominare negli Stati Uniti qualche vescovo meno conservatore rispetto a quelli nominati in precedenza, quando a consigliare sulle nomine americane erano cardinali come Bernard Law. La strumentalità dell’operazione è evidente a chiunque rifletta sulla successione dei fatti, senza il bisogno rivangare informazioni tendenti a screditare la figura di Viganò.

 

 

quando un sistema economico crea degli ‘scartati’ è disumanizzante

gli scartati

la denuncia di papa Francesco

«Bisogna pensare solo a se stessi e non curarsi degli altri che restano indietro: il principio cardine del business»

(N. Chomsky)

Il capitalismo genera esclusione e povertà concentrando la ricchezza nelle mani di pochi

La reificazione (vedi Marx e G. Lukacs) è una delle conseguenze più inquietanti del modo di produzione capitalistico. Non solo si determina lo spostamento di valore dalle persone alle cose ma i singoli stessi si valutano secondo parametri di utilità funzionale o produttiva.  Chi è in esubero secondo le esigenze del capitale, chi non può produrre o semplicemente non raggiunge risultati quantificabili in termini economici non serve e quindi può essere scartato. Questa visione antropologica, ad altissima capacità di propagazione, riduce e uccide. Fa leva sugli istinti peggiori quelli cioè che sembrano realizzare l’uomo ed invece lo deformano. Riuscire a far parte di un sistema lasciando morti e feriti dietro il proprio passaggio appaga solo il delirio di onnipotenza ed innesca un inarrestabile processo di svuotamento dei contenuti essenziali.

testo di Papa Francesco:

è inaccettabile, perché disumano, un sistema economico mondiale che scarta uomini, donne e bambini, per il fatto che questi sembrano non essere più utili secondo i criteri di redditività delle aziende o di altre organizzazioni. Proprio questo scarto delle persone costituisce il regresso e la disumanizzazione di qualsiasi sistema politico ed economico: coloro che causano o permettono lo scarto degli altri – rifugiati, bambini abusati o schiavizzati, poveri che muoiono per la strada quando fa freddo – diventano essi stessi come macchine senza anima, accettando implicitamente il principio che anche loro, prima o poi, verranno scartati – è un boomerang questo! Ma è la verità: prima o poi loro verranno scartati – quando non saranno più utili ad una società che ha messo al centro il dio denaro”.

(dal Discorso di Papa Francesco alla Delegazione della “Global Foundation“, 14/01/2017)

tentativo di golpe contro papa francesco

il cattolicesimo negli Stati Uniti e il tentato golpe contro papa Francesco

Pope Francis boards the plane before departing for Dublin, Ireland from Leonardo da Vinci-Fiumicino Airport in Rome, Italy August 25, 2018. Picture taken August 25, 2018. Vatican Media/Handout via REUTERS ATTENTION EDITORS - THIS IMAGE WAS PROVIDED BY A THIRD PARTY

di Massimo Faggioli professore di Storia del Cristianesimo, Villanova University

Nella sua lettera del 20 agosto a tutto il popolo di Dio, Francesco ha identificato nel clericalismo la vera piaga della chiesa: ne dà conferma il tentato colpo di stato del fine settimana, con il memoriale pubblicato dall’ex nunzio negli Stati Uniti, Carlo Maria Viganò. La manovra è stata studiata a tavolino sia nei tempi sia nei modi – specialmente guardando ai giornalisti ostili a Francesco che si sono prestati – ed è fallita, almeno quanto al tentativo di spingere il papa alle dimissioni. Ma per capire quanto sta succedendo nella chiesa, questo momento va analizzato sulla rotta tra Stati Uniti e Vaticano.

Da una parte la manovra mostra la saldatura tra un’agenda personale, frutto di sogni di carriera infranti da parte di cordate avverse nel piccolo mondo vaticano, e un vasto disegno ideologico e teologico che negli USA prende corpo fin dalle primissime settimane del pontificato di Francesco. Già nel luglio 2013, ancora prima che Francesco prenda le iniziative più significative del pontificato, una parte della chiesa e dell’episcopato statunitense non si fa remore a palesare il proprio malcontento per un pontificato, quello di Francesco, non abbastanza conservatore e non allineato al conservatorismo politico che si era radicalizzato fin dal 2008, ovvero dopo l’elezione alla presidenza di Barack Obama. Questi vescovi e intellettuali cattolici vedono fin dall’inizio in papa Francesco una specie di Obama della chiesa, e adottano con Francesco una tattica simile a quella adottata per Obama: la delegittimazione.

Alle prese con lo scandalo degli abusi sessuali in America fin dal 2002, i vescovi americani nominati da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI non possono prendersela col papato per aver creato una classe episcopale inetta a trattare la sola questione su cui avrebbero dovuto essere affidabili, ovvero “legge e ordine”. Il momento opportuno per attaccare Francesco viene offerto dalla tempesta perfetta dell’estate 2018 – i postumi del viaggio in Cile, le rivelazioni sull’ex cardinale Theodore McCarrick, le indagini su alcuni seminari negli Stati Uniti, e infine il rapporto del Grand Jury della Pennsylvania.

Chi pensa questa operazione accetta il rischio di puntare a papa Francesco senza curarsi del fatto che un attacco a Francesco sulla questione degli abusi avrebbe necessariamente coinvolto i suoi due immediati predecessori. Il tentato golpe contro Francesco dice dello stato in cui versa l’opposizione oltranzista contro Francesco, negli Stati Uniti specialmente: che la frangia tradizionalista accetti il rischio di danneggiare Benedetto XVI e Giovanni Paolo II – nel pantheon cattolico americano, visti come l’opposto di Francesco – dice molto della loro disperazione.

La scelta di papa Francesco di non difendersi dalle accuse contenute nel memoriale, durante la conferenza stampa di ritorno dall’Irlanda, va anche letta come il rifiuto di considerare le accuse contro altri – incluso Benedetto XVI – formulate in quel documento. Molti in Vaticano dovranno prima o poi dare delle spiegazioni: ma questa è questione che non tocca Francesco in prima persona, che è sempre rimasto alla larga dalle cordate curiali chiamate in causa dall’ex nunzio. Viganò e una certa destra cattolica negli Stati Uniti, che il nunzio a Washington frequenta tra 2011 e 2016, dando a volte l’impressione di lavorare più per gli ideologi di quella frangia che per il papa (come per la vicenda dell’incontro tra il papa e Kim Davis durante la visita di Francesco negli USA) si sono usati a vicenda. Sia Viganò sia quella parte della chiesa contestano a Francesco un diverso atteggiamento della chiesa verso la questione omosessuale, a loro avviso parte integrante del problema della pedofilia nella chiesa. Ma è una convergenza di interessi che nulla ha a che fare con la lotta contro la piaga degli abusi sessuali.

C’è poi un secondo elemento dell’operazione. Oltre a questa convergenza tra l’agenda personale di Viganò e l’agenda ideologica del mondo americano e anglosassone ostile a Francesco, l’altro elemento chiave per comprendere l’operazione e il motivo per cui è fallita è la transizione da un certo tipo di cattolicesimo conservatore a un altro negli Stati Uniti. Osservando le pubblicazioni e gli articoli di giovani giornalisti e intellettuali della nuova generazione di cattolici americani (nati negli anni ottanta-novanta) è percepibile come essi non rappresentino più il cattolicesimo neo-conservatore vecchia scuola (un nome per tutti, George Weigel), quello arrivato al potere col Partito repubblicano, specialmente con George W. Bush nel 2000 e nell’America post-11 settembre 2001. Ma oggi la nuova generazione di cattolici americani di destra (sia laici, sia preti e seminaristi, ma anche qualche vescovo) interpreta un cattolicesimo teologicamente neo-ortodosso, moralmente neo-integralista, politicamente anti-liberale e anti-internazionalista, esteticamente neo-medievale.

È il cattolicesimo sempre più visibile nella rivista-faro della reazione conservatrice alla teologia liberal, First Things, nella quale le due tendenze e le divergenze tra loro sono visibili. In questa transizione da un tipo di conservatorismo cattolico a un altro si nota una differenza di accenti nelle critiche a papa Francesco. Entrambi sono molto critici della teologia di papa Francesco. La nuova frangia oltranzista e neo-integralista, che ricorda per certi aspetti l’Action Francaise di Charles Maurras negli anni venti del secolo scorso (condannata da Pio XI), non si fa remore di identificare in papa Francesco un papa eretico o non cattolico. Ma la vecchia generazione di cattolici neo-conservatori non è disposta a fare macerie della chiesa pur di liberarsi di papa Francesco: ed è qui che è mancato il supporto all’operazione Viganò.

L’attacco a papa Francesco dello scorso fine settimana va letto anche all’interno della lotta per la supremazia all’interno del cattolicesimo americano conservatore, tra vecchia scuola neo-conservatrice e nuovo integralismo medievalista. L’attacco a papa Francesco è fallito, ma non è chiaro cosa sarà della cultura cattolica conservatrice negli Stati Uniti: se tornerà sui passi di un neo-conservatorismo che conserva ancora un qualche senso delle istituzioni (ecclesiastiche e non), oppure se prenderà la via di un giacobinismo cattolico che non ha paura di flirtare con l’idea di un nuovo scisma d’Occidente

il commento al vangelo della domenica

Gesù è maestro di libertà, non di «imposizioni»

il commento de E. Ronchi al vangelo della ventunesima domenica (26 agosto 2018) del tempo ordinario:

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In quel tempo, molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre». Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».

Il Vangelo riporta la cronaca di un insuccesso di Gesù, e proprio nella sua terra, tra i suoi, non tra i farisei o i funzionari della vecchia religione. Succede a Cafarnao, teatro di tanti miracoli e insegnamenti: molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui.
E motivano l’abbandono: questa parola è dura. Chi può ascoltarla? Dura non perché indichi un’altra parete vertiginosa da scalare (sul tipo: amate i vostri nemici), ma perché ti chiama a pensare in grande, a volare alto, a capovolgere l’immagine di Dio: un Dio che si fa lieve come un’ala o una parola, piccolo come un pezzo di pane, che ama l’umiltà del pane, e il suo silenzio e il suo scomparire… Un Dio capovolto.
La svolta del racconto avviene attorno alla domanda: forse volete andarvene anche voi? Gesù non suggerisce risposte, non impartisce ordini o lezioni: “ecco cosa devi oppure non devi fare”, ma ti porta a guardarti dentro, a cercare la verità del cuore: che cosa vuoi veramente? Qual è il desiderio che ti muove? Sono le domande del cuore, le sole che guariscono davvero. Appello alla libertà ultima di ogni discepolo: siete liberi, andate o restate; io non costringo nessuno; ora però è il momento di decidersi.
Meravigliosa la risposta di Pietro, che contiene l’essenza gioiosa della mia fede: Signore da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna.
Attorno a te ricomincia la vita, tu tocchi il cuore e lo fai ripartire, con la delicatezza potente della tua parola. Che è povera cosa, un soffio, una vibrazione nell’aria, una goccia d’inchiostro, che puoi ascoltare o rifiutare, fare tua o relegare nel repertorio delle follie. Tu hai parole: qualcosa che non schiaccia e non si impone, ma si propone e ti lascia libero. Gesù è maestro di libertà. E se l’accogli spalanca sepolcri, accende il cuore, insegna respiri, apre strade e carezze e incendi. Mette in moto la vita.
Parole che danno vita ad ogni parte di me. Danno vita al cuore, allargano, dilatano, purificano il cuore, ne sciolgono la durezza. Danno vita alla mente, perché la mente vive di verità altrimenti si ammala, vive di libertà altrimenti patisce. Danno vita allo spirito, perché custodiscono il nostro cromosoma divino. Danno più vita anche al corpo, agli occhi, alle mani, all’andare e al venire. Al dono e all’abbraccio.
Parole di vita eterna, che è la vita dell’Eterno, che ora è qui a creare con noi cose che meritano di non morire.
Volete andarvene anche voi? Io no, io non me ne vado, Signore. Io non ti lascio, io scelgo te.
Come Pietro, pronuncio anch’io la mia dichiarazione di amore: io voglio te, voglio vivere, e tu solo hai parole che fanno viva, finalmente, la vita.

il commento al vangelo della domenica


📖 Mangiare la carne e bere il sangue di Cristo 
il commento di p. E. Bianchi al vangelo della domenica ventesima (19 agosto 2019) del  tempo ordinario:


Gv 6,51-58

In quel tempo Gesù disse si suoi discepoli:« Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

Questa pagina del vangelo secondo Giovanni è tra le più scandalose di tutti i vangeli, può addirittura risultare ripugnante a chi non sta nello spazio “dentro” (éso), lo spazio dell’intimità con il Signore. Chi l’ha scritta ha faticato per far comprendere ciò che doveva affermare, di fronte a una fede gnostica che non accettava l’umanità, la carne umana nella sua debolezza quale luogo in cui incontrare Dio. Eppure, secondo il quarto vangelo, Dio ha scelto che la sua manifestazione definitiva, la sua rivelazione decisiva fosse l’umanità come carne debole di Gesù (cf. Gv 1,14.18), un galileo che andava verso la morte. Tentiamo dunque con molta umiltà di leggere questa pagina.

Gesù aveva detto: “Io sono il pane vivente, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. Questo annuncio appariva una pretesa intollerabile, un’affermazione irricevibile e, come tale, aveva suscitato mormorazione e discussione (cf. Gv 6,41-42). Qui nasce un’aspra discussione, una vera e propria battaglia verbale tra gli ascoltatori di Gesù: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?”. Ed egli risponde loro con espressioni ancora più scandalose, rendendo il suo annuncio più duro e urtante, in modo da togliere ogni possibilità di comprendere le sue parole in modo semplicemente parabolico, in modo intellettuale, raffinato ma gnostico: “Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete la vita eterna”.

Era già uno scandalo pensare di poter mangiare la carne del Figlio dell’uomo, ma bere il sangue è un’azione gravemente peccaminosa, vietata dalla Legge e dunque ripugnante per i credenti nell’alleanza sancita da Mosè. Su questo non c’erano dubbi. Nella Torah, infatti, sta scritto: “Ogni uomo, figlio di Israele o straniero, che mangi qualsiasi tipo di sangue, contro di lui, che ha mangiato il sangue, io volgerò il mio volto e lo eliminerò dal suo popolo. Poiché la vita (nephesh) della carne è nel sangue” (Lv 17,10-11). L’ebreo sapeva che l’umanità fino ai giorni di Noè non si era nutrita della carne di animali ma unicamente di vegetali e che solo nell’economia dopo il diluvio Dio aveva permesso e tollerato le carni animali come nutrimento, ma a una precisa condizione: “Soltanto non mangerete la carne con la sua vita (nephesh), cioè con il suo sangue” (Gen 9,4). Questo comando, che indica un rispetto della vita, rappresentata dal sangue, era talmente importante che gli apostoli lo manterranno anche per i cristiani provenienti dalle genti (cf. At 15,20.29; 21,25).

Eppure Gesù annuncia che per avere parte alla vita eterna, alla vita di Dio, per conoscere la salvezza, è necessario mangiare – o meglio “masticare”, stando al verbo greco utilizzato (trógo) – la carne del Figlio dell’uomo e bere il suo sangue? Perché questo realismo nelle parole di Gesù secondo il quarto vangelo, parole che non risuonano né negli altri vangeli né nel resto del Nuovo Testamento? Perché questo linguaggio proprio nel vangelo che non ricorda l’istituzione eucaristica, ma la sostituisce con il racconto della lavanda dei piedi (cf. Gv 13,1-17)? Certamente l’autore di questo racconto si serve di un linguaggio che vuole affermare come la partecipazione al pane e al calice di Gesù Cristo sia partecipazione al suo corpo e al suo sangue. Questo avviene sacramentalmente, cioè attraverso il mangiare i segni del pane e del vino, ma ciò che si riceve è tutta la vita del Figlio fattosi carne e sangue, nato da donna, manifestatosi uomo veramente uomo come noi che siamo suoi fratelli.

Lo sappiamo, fin dall’inizio della fede cristiana, non fu facile confessare la reale umanità di Gesù, e il corpo di Gesù fu immaginato solo apparenza e la sua carne come del tutto provvisoria. Un mero strumento per mostrarsima da abbandonare al più presto con la resurrezione. E invece “chi non riconosce Gesù nella carne, non è da Dio” (1Gv 4,3).

Ciò che questo linguaggio duro tenta di farci comprendere è che l’incarnazione, cioè l’umanizzazione di Dio, va accolta seriamente, senza riserve e senza pensieri che rispondono più al bisogno religioso dell’umanità che all’azione di Dio. La verità è che Dio si è fatto uomo in Gesù affinché lo cercassimo e lo trovassimo, per quanto ci è possibile, nella condizione umana. Dio ha voluto condividere con noi proprio la nostra umanità, la nostra stessa carne, perché noi potessimo realmente conoscere il suo amore, non come qualcosa da credere, ma come qualcosa che comprendiamo e sperimentiamo attraverso e nella nostra carne. Gesù è questa carne che possiamo incontrare nella nostra carne, è questo corpo che possiamo incontrare solo nella nostra corporeità. Perché noi potessimo partecipare alla vita di Dio – “diventare Dio”, come si esprimevano gli antichi padri della chiesa d’oriente – era necessario che Dio diventasse uomo e che carne e carne, corpo e corpo si incontrassero realmente. L’amore espresso solo a parole, anche nella rivelazione non era sufficiente: occorreva una carne umana che raccontasse (exeghésato: Gv 1,18) Dio, una carne umana che, amando la nostra umanità, ci narrasse l’amore di Dio, o meglio il “Dio” che “è amore” (1Gv 4,8.16). Questa nostra carne, che ci dice la nostra debolezza, la nostra fragilità, la nostra morte, questa carne che a volte pensiamo di negare o dimenticare in favore di una “vita spirituale”, per poter incontrare Dio, proprio questa carne è stata assunta da Dio e non è un ostacolo alla comunione con lui, ma anzi è il luogo ordinario dell’incontro con Dio.

Le parole eucaristiche di Gesù, in questo sesto capitolo di Giovanni, in profondità ci dicono che incarnazione di Dio, resurrezione della carne ed eucaristia esprimono insieme il mistero della nostra salvezza. Nella nostra povera carne, nel “corpo di miseria” (Fil 3,21) che noi siamo, proprio lì noi incontriamo Dio, perché in Gesù “abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2,9). Carne da masticare e sangue da bere sono la condizione in cui Gesù si consegna a noi, in cui Dio si dà a noi, raggiungendoci là dove siamo e non chiedendo a noi di salire alla sua condizione divina, azione per noi impossibile e solo frutti di un orgoglio religioso malato. Entrando in noi, la carne e il sangue di Cristo ci trasformano, per partecipazione in carne e sangue di Cristo, producendo ciò che a noi è impossibile: diventare il Figlio di Dio in Cristo stesso, l’Unigenito amato dall’amante, il Padre, con un amore infinito, lo Spirito santo. Chi mangia la carne e beve il sangue di Cristo conoscerà la resurrezione, vivrà per sempre, in una salda comunione con Cristo per la quale rimane, dimora (verbo méno) in Cristo, così come Cristo rimane, dimora in lui: corpo nel Corpo e Corpo nel corpo!

Lo stesso Giovanni nel prologo della sua Prima lettera, parlando dell’esperienza di Gesù da lui fatta, scrive: “Ciò che noi abbiamo ascoltato, visto e toccato del Verbo della vita…” (cf. 1Gv 1,1), cioè di Gesù. E in questa pagina del vangelo è come se arrivasse a dire: “Ciò che abbiamo mangiato, gustato di Gesù”, attraverso l’eucaristia, è la nostra vita!

Proprio per questo non dobbiamo isolare l’eucaristia come fosse un principio di riferimento, un realtà autosufficiente cui attribuire un potere proprio. No! L’eucaristia non è un secondo Gesù Cristo, non c’è un Cristo eucaristica separato dal Cristo della storia che è nato, è vissuto, è morto ed è risorto! Gesù Cristo è unico, e nell’eucaristia è totalmente presente, e se non si è capaci nella fede di cogliere questa unica soggettività, allora si cosifica l’eucaristia, la si riduce a cosa, a oggetto, attentando all’unica vita di Gesù Cristo! Ricevendo dunque l’eucaristia, come ammonisce con intelligenza cristiana il teologo Giuseppe Colombo, al cristiano è data la possibilità di vivere la vita come l’ha vissuta Gesù perché non vive più lui ma Cristo vive in lui (cf. Gal 2,20).

dello stesso vangelo due ‘letture’ contrapposte – chi ha ragione?

due visioni del vangelo

«Entrare nella logica della sequela di Gesù Cristo significa mettersi in fila dietro di Lui e lasciarsi devastare dalla gioia di offrire un servizio nelle retrovie»

don Tonino Bello

Per alcuni vivere il Vangelo significa impegnarsi nelle grandi battaglie contro l’aborto, l’eutanasia, il divorzio, la regolamentazione della unioni civili,

per altri significa stare vicino alla donna che ha abortito, a chi è esausto della propria malattia, a chi ha scelto di separarsi, a chi ha un orientamento morale, educativo e sessuale diverso.

Per alcuni significa testimoniare la verità di fede,

per altri la compassione e la misericordia di Dio verso la sofferenza e le fragilità umane.

Per alcuni significa organizzare convegni ed eventi,

per altri sostenere i poveri, visitare i malati e i carcerati, dedicare il proprio tempo ai c.d. disabili.

Per alcuni significa insegnare,

per altri ascoltare e condividere.

Per alcuni significa convincere,

per altri testimoniare.

Per alcuni significa aderire ad una fede,

per altri incontrare una Persona.

Per alcuni significa osservare,

per altri lasciarsi liberare.

Per alcuni significa sforzarsi,

per altri lasciarsi amare.

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