tempi brutti per i rom – la storia triste dell’Europa si sta ripetendo a Roma con politiche di esclusione per i rom

Roma è un laboratorio delle politiche di esclusione dei rom

all’interno del Camping River, Roma, il 24 luglio 2018

Nel primo pomeriggio del 17 luglio 2018 un uomo si è affacciato dalla sua casa al settimo piano di un palazzo di via Palmiro Togliatti, a Roma, e ha sparato con una carabina ad aria compressa colpendo una bambina di 15 mesi, Cirasela, che era in braccio a sua madre sul marciapiede della strada a scorrimento veloce nella periferia orientale della capitale.

Con il marito e i figli la donna stava rientrando nella sua baracca, costruita in un affossamento sotto il ciglio della strada, in un campo nascosto alla vista dei passanti dietro a dei cespugli di erbe infestanti e a una recinzione, in cui vive da qualche anno.

Si è sentito uno sparo, la bimba è scoppiata a piangere e i genitori si sono accorti che perdeva sangue da una spalla: è stata subito chiamata un’ambulanza che ha portato Cirasela all’ospedale dove è stata operata d’urgenza. Dalla schiena della bambina è stato estratto “un corpo metallico molto simile a un piombino di una pistola ad aria compressa”. Dopo qualche giorno di ricovero in terapia intensiva all’ospedale Bambin Gesù di Roma, la bambina è stata trasferita nel reparto in cui è ancora ricoverata. Rischia danni permanenti alla deambulazione a causa di una lesione vertebrale che ha toccato il midollo spinale.

Il clima di ostilità verso i rom in città si nutre della mancanza strutturale di politiche pubbliche di inclusione

Qualche giorno dopo la sparatoria, i carabinieri hanno individuato l’uomo che ha sparato. Si tratta di un pensionato di sessant’anni, ex impiegato del senato, che ha ammesso di aver usato la sua carabina ad aria compressa, ma assicura di aver colpito la bambina per errore.

Il padre di Cirasela, Otet Alinna, non è convinto che si sia trattato di un errore: “Se fosse stato solo uno sbaglio, l’uomo sarebbe venuto in ospedale, ci avrebbe chiesto scusa. Io lo avrei capito”, dice Alinna. Invece i genitori di Cirasela hanno saputo che lo sparo era stato esploso da un appartamento al settimo piano di un palazzo solo qualche giorno dopo l’accaduto, all’inizio avevano pensato a qualcuno che aveva sparato da un’auto in corsa. Ora hanno paura che la salute di Cirasela sia compromessa per sempre.

Anche le altre famiglie rom che abitano nella zona e frequentano un parco alberato a pochi passi dall’accampamento temono che i loro bambini possano essere di nuovo attaccati da qualcuno. L’accusa contro l’uomo che ha sparato è di lesioni aggravate, ma per ora gli inquirenti escludono il movente razzista.

Per le associazioni che si occupano dei rom nella capitale, tuttavia, il clima di ostilità verso i rom in città si nutre della mancanza strutturale di politiche pubbliche di inclusione. A Roma, anzi, ancora resiste il “sistema dei campi” per cui l’Italia è stata richiamata diverse volte dalle autorità europee. L’Italia è uno dei paesi dell’Unione europea dove abitano meno rom (tra le 120mila e le 180mila persone, lo 0,2 per cento della popolazione). Dagli anni ottanta, in alcune città italiane si è deciso di sgomberare gli accampamenti spontanei e di confinare i rom, i sinti e i camminanti all’interno di campi di container gestiti dallo stato, lontano dalle città. Roma è la città con più campi statali e in questi insediamenti vivono circa cinquemila persone. Oltre ai campi riconosciuti ci sono poi molti campi informali.

Da diversi anni una sessantina di persone vive nell’accampamento informale in cui stava Cirasela con i suoi genitori: sono famiglie di rom romeni arrivati in Italia dopo l’entrata della Romania nell’Unione europea nel 2007, lavoratori stagionali arrivati nella capitale con l’idea di rimanere per un breve periodo. Vivono in campi informali senza servizi, sempre a rischio di essere sgomberati, in particolare nel quadrante orientale della città in cui c’è una presenza storica della comunità rom.

I sette campi rom ufficiali a Roma -

i sette campi rom a Roma

 

Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio, racconta come già lo scorso anno proprio in quell’insediamento fosse scoppiata una forte tensione tra gli abitanti del quartiere e le famiglie rom. Nel luglio del 2017 il campo era stato distrutto da un incendio partito da un centro sportivo nelle vicinanze. Le fiamme avevano costretto le famiglie a trasferirsi temporaneamente nel parco vicino e poi in altre piazzole lungo via Palmiro Togliatti. Quando poi è rinata l’erba nello spazio in cui sorgeva il primo accampamento, le famiglie sono tornate a viverci.

Tuttavia, nel corso dell’estate la permanenza delle famiglie nel parco giochi aveva infastidito gli abitanti dei palazzi limitrofi che avevano protestato con le autorità cittadine. Ma invece di trovare una soluzione per le famiglie rom in emergenza abitativa, le autorità avevano deciso di chiudere la fontanella di acqua potabile nel parco giochi in modo da rendere ancora più inospitale lo spazio. “Con le temperature estive molto alte e la situazione difficile delle famiglie la chiusura della fontanella è stato un accanimento, senza che fosse risolta la tensione che si era creata con gli abitanti dei palazzi”, dice Stasolla.

Per il presidente della 21 luglio ci sono “responsabilità dell’amministrazione” perché l’insediamento di Palmiro Togliatti esiste da circa otto anni, è poverissimo e viene ciclicamente sgomberato, senza che sia trovata una soluzione definitiva per le persone che ci abitano, che finiscono per spostarsi di pochi metri lungo via della Serenissima per poi tornare dopo poco tempo nel vecchio insediamento.

Il presidente dell’Associazione 21 luglio conferma che sono circa 1.800 i rom che nella capitale vivono in campi informali in una situazione di emergenza abitativa, ma accusa anche l’amministrazione capitolina di non avere nessun piano per il superamento di questa situazione. Anzi negli ultimi mesi gli sgomberi sono aumentati e i rom che vivono in emergenza abitativa sono tornati a essere strumentalizzati in “una vera e propria operazione di propaganda” dell’amministrazione capitolina che ha l’appoggio del governo nazionale, accusa Stasolla.

Lo sgombero del Camping river

Esemplificativo di questa strategia è lo sgombero del Camping River, un campo rom a Prima Porta, nella zona settentrionale della città, avvenuto il 26 luglio, nonostante la Corte europea dei diritti umani ne avesse chiesto la sospensione. Circa duecento famiglie sono finite per strada, cacciate dall’unico campo rom della città in cui le condizioni di vita erano accettabili e dove c’era un alto tasso di scolarizzazione tra i bambini.

Il campo era da tempo sotto minaccia di sgombero, ma negli ultimi mesi la situazione aveva subìto un’accelerazione fino a quando la mattina del 26 luglio è andata in scena l’evacuazione e la demolizione del campo da parte delle forze dell’ordine, dopo un incontro tra il ministro dell’interno Matteo Salvini e la sindaca di Roma Virginia Raggi in cui il ministro ha garantito il suo sostegno politico all’operazione. Per motivare lo sgombero, l’amministrazione capitolina ha portato ragioni igienico-sanitarie. Mentre l’operazione era in corso il ministro Salvini ha twittato: “Finalmente si sgombera il Camping River”.

Ma il Camping River non era un campo spontaneo, era stato allestito dall’amministrazione comunale. Era un’ex rimessa di camper in cui nel 2005 la giunta di Walter Veltroni aveva allestito dei container per dare alloggio a duecento persone che erano state sgomberate da un insediamento informale nella zona dell’ex Snia, nel quartiere Prenestino. Nel campo erano in seguito state trasferite famiglie rom romene e dell’ex Jugoslavia. Nel 2010 al gruppo iniziale di famiglie si era aggiunto un altro gruppo di sessanta persone di origine kosovara appena sgomberate dal campo Casilino 900, nella periferia est della città.

Il campo sorgeva su un’area privata e il comune aveva sottoscritto una convenzione con il proprietario del Camping River Massimo Fagiolari che veniva pagato per i servizi che offriva tra cui la guardiania. “Dopo l’esplosione dell’inchiesta Mafia capitale nel 2014 (anche se il Camping River non è stato direttamente coinvolto), c’è stata una maggiore attenzione dell’Autorità nazionale anticorruzione (Anac) perché nel caso del River c’era stata un’assegnazione diretta”, spiega Carlo Stasolla. Per questo, prima il commissario Francesco Paolo Tronca e poi la sindaca Virginia Raggi hanno indetto un bando per l’assegnazione della convenzione.

“Il bando sembrava fatto ad hoc per il Camping River, infatti l’organizzazione che lo gestiva fu l’unica a partecipare”, racconta Stasolla. Nella primavera del 2017 il bando fu però dichiarato inidoneo e poche settimane più tardi, il 31 maggio 2017, la sindaca Raggi presentò il piano rom, nel quale qualche giorno dopo incluse con una delibera specifica anche il Camping River. Nel progetto si annunciava che entro il 2020 sarebbero stati chiusi tre campi, quello della Barbuta, quello di Monachina e il Camping River, usando 3,8 milioni di euro stanziati dall’Unione europea.

Dal 1 luglio al 30 settembre 2017 è partita la prima sperimentazione e si è cominciato proprio con il Camping River. L’ufficio rom, sinti e caminanti del comune di Roma aveva mandato una lettera a tutti gli abitanti del campo – che all’epoca erano più di quattrocento – fissando al 30 settembre la chiusura del campo e in contemporanea aveva cominciato le indagini patrimoniali sulle famiglie per capire chi avesse diritto a entrare nel piano rom. Era emerso che la maggioranza (370 persone) degli abitanti del campo aveva un reddito e un patrimonio inferiore ai diecimila euro all’anno e perciò aveva diritto a entrare nel piano che prevedeva alcune misure di sostegno come un buono affitto fino a ottocento euro al mese per due anni.

Dopo le elezioni si è capito che in breve tempo si sarebbe arrivati a uno sgombero anche in assenza di sistemazioni alternative

Quando sono cominciati i colloqui con le famiglie si è compreso subito che in così poco tempo non era possibile trovare delle case in affitto, così la chiusura era stata spostata al 31 dicembre 2017. “Molte famiglie durante i colloqui chiedevano come potevano trovare un affitto dato che nessuno avrebbe mai affittato una casa a una famiglia rom senza reddito”, racconta Stasolla. E infatti nel corso dei mesi solo pochissime persone sono riuscite a firmare un contratto di affitto e a beneficiare del piano.

Tuttavia, dopo le elezioni di marzo 2018 la situazione è precipitata e si è capito che in breve tempo si sarebbe arrivati a uno sgombero anche in assenza di sistemazioni alternative per gli abitanti del campo. “Il 26 aprile è cominciato il presidio permanente dei vigili al campo e quello di solito è il segnale che lo sgombero è imminente”, racconta Stasolla.

Il 13 luglio la sindaca Raggi ha firmato un’ordinanza in cui chiedeva alle famiglie del River di lasciare il campo entro 48 ore dalla notifica del provvedimento. Lo sgombero è arrivato la mattina del 26 luglio, le persone sono state fatte uscire dal campo, 38 di loro hanno accettato i posti in accoglienza messi a disposizione dalla Sala operativa sociale. Una soluzione che è temporanea (dura al massimo per due mesi) ed è destinata solo alle persone più vulnerabili come le donne con i bambini.

Le donne hanno dovuto però accettare di essere separate dai mariti e di entrare nei centri solo con i loro figli minorenni. Diciannove persone hanno accettato di partecipare ai programmi di rimpatrio volontario in Romania, ma la maggior parte degli sgomberati del Camping River ha dovuto trovare un’altra sistemazione temporanea a casa di amici oppure è rimasto a dormire per strada.

Per prendere le distanze da Salvini, Raggi ha spesso parlato di “terza via” per risolvere la situazione dei rom a Roma: né campi né sgomberi sembrava essere la posizione della sindaca. Ma di fatto nel progetto pilota del Camping River è avvenuto uno sgombero forzato senza che nessuna terza via fosse di fatto sperimentata.

“Se volessimo tirare le fila di tredici mesi di lavoro dell’amministrazione capitolina per superare il Camping River secondo la strategia d’inclusione rom restano, al di là delle violazioni dei diritti umani, i numeri: delle 359 persone ammesse alle azioni del piano rom, alla fine solo il 9 per cento è rientrato nei programmi di rimpatrio assistito o sostegno all’affitto”, sottolinea Carlo Stasolla.

“Il 52 per cento delle famiglie non ha trovato alcuna soluzione e ora è in strada, mentre al 30 luglio 2018 risultano 123 le persone collocate in strutture di emergenza, dove, come da accordi verbali, resteranno solo fino al 30 settembre 2018. Per questa accoglienza il comune di Roma dovrà spendere una cifra stimata di circa 400mila euro”, continua.

“Quello che più ci allarma sono le falsità raccontate ai cittadini durante lo sgombero, una serie di affermazioni che ci fanno pensare alla propaganda e dobbiamo sempre ricordare che di solito le politiche che sono sperimentate sui rom poi vengono applicate anche ad altri settori della società, a partire da quelli più marginali. Ora vedremo che succederà nei grandi campi di Monachina e Barbuta”, conclude Stasolla.

rischiamo davvero l’imbestialimento della politica

attenti ai lupi

così la politica in Italia ed Europa si bestializza


di Marco Morosini
linguaggi sempre più aggressivi e contenuti violenti
la nuova destra “istintiva” si batte contro i più poveri

Una manifestazione in Germania contro i migranti

una manifestazione in Germania contro i migranti

“Libera la bestia che c’è in te”. “Volete restare pecore? O volete diventare lupi e farli a pezzi? (i delinquenti tra i migranti, ndr) Aspettiamoli sotto casa. Occhio per occhio, dente per dente!”

Dobbiamo a due politici eletti, rispettivamente in Italia e in Germania, questi due incitamenti espliciti a “bestializzare” la politica. Non è folclore. Sono parole che dobbiamo prendere sul serio, perché è così che in Europa cominciarono derive che finirono in tragedie. Questi incitamenti potrebbero essere solo l’inizio di ciò che ci aspetta se i politici che attizzano l’odio diventassero egemoni in altri Paesi – oltre che già in Italia e Ungheria – e nel Parlamento Europeo. Le cause “scatenanti” di questo imbestialimento sono la paura – solo in parte comprensibile – e la reazione – sbagliata – al fenomeno di portata storica delle migrazioni verso l’Europa. La crescente esasperazione che esso genera in una parte degli europei è per certi aspetti paragonabile a quella provocata negli anni 20 e 30 dai rancori postbellici, dalla crisi economica del 1929 e dalla conseguente disoccupazione e povertà. Anche allora furono le estreme destre nazionaliste a profittare dell’astio di massa. Anche allora troppi dissero: non dobbiamo demonizzarli, se no facciamo il loro gioco. Si sa come andò a finire. Sta accadendo qualcosa di simile, ora?

Un ministro “fuori controllo”

Il motto “Libera la bestia che c’è in te” è riconducibile al Vicepresidente del Consiglio e Ministro degli Interni Matteo Salvini. Un’esortazione sorprendente da parte di chi è responsabile di mantenere l’ordine nel Paese. L’incitamento è nella testata de “Il populista”, il giornale on line della Lega fondato da Salvini (e diretto da Marco Dozio e Alessandro Morelli), e nell’immagine di copertina della sua pagina Facebook. La bestia da liberare è simbolizzata dalla fronte di un lupo dagli occhi gialli minacciosi, messo lì come un logo. Il sottotitolo de “Il populista” è: “Audace, istintivo, fuori controllo”. Il secondo incitamento «… o volete diventare lupi e farli a pezzi? Occhio per occhio, dente per dente! Aspettiamoli sotto casa!» è di David Köckert, il politico e consigliere comunale di un partito tedesco, che il 9 settembre ha arringato con queste parole una folla di 2.500 manifestati anti-immigrati nella cittadina tedesca di Köthen. Non è da meno un altro politico nelle istituzioni, il deputato leghista Giuseppe Bellachioma, che ha scritto rivolgendosi ai giudici: «Se toccate il Capitano (Salvini, ndr) vi veniamo a prendere sotto casa… occhio!».

Le violenze razziste

Chi pensasse “lupo che abbaia non morde” sbaglierebbe. In Italia, infatti, crescono da tre mesi le violenze razziste. Il giornalista Luigi Mastrodonato ha creato e aggiorna una carta interattiva dell’Italia (su Google Maps) con le “Aggressioni razziste dall’1 giugno 2018”. Vi si leggono i luoghi e gli articoli relativi a ogni episodio violento: finora due omicidi e 60 aggressioni. Ogni due giorni una o più persone, spesso extraeuropee e con la pelle scura, sono state aggredite con pugni, spranghe, armi, a volte anche al grido di “Salvini, Salvini”, come a Caserta l’11 giugno. A Macerata, il 3 febbraio, otto persone di colore sono state ferite a rivoltellate da Luca Traini, candidato leghista nel 2017. Sulle crescenti aggressioni razziste in Italia l’Onu sta aprendo un’inchiesta.

Il ruolo di Steve Bannon

Le estreme destre guadagnano consensi e puntano ora a conquistare l’Unione Europea per smantellarla dall’interno. L’orchestratore di questo disegno è lo statunitense Steve Bannon, ex-stratega di Donald Trump. Così come portò Trump alla Casa Bianca Bannon si è dato ora la missione di favorire la presa del potere in Europa delle destre estreme. Con questo dichiarato obiettivo ha aperto a Bruxelles l’agenzia politica “The Mouvement” per coordinare e consigliare i partiti nazionalisti. Secondo Bannon «I movimenti di destra populista e nazionalista vinceranno in Europa e governeranno. (…) È in Italia il cuore della nostra rivoluzione». Per questo è venuto più volte in Italia e ha incontrato Salvini e altri politici di governo. «Questo è un momento della Storia di cui si parlerà per 100 anni» ha detto Bannon. Ha ragione. Le reazioni politiche al fenomeno migratorio possono essere comprese solo in una prospettiva storica. L’impossibilità sia di fermare sia di accogliere completamente le crescenti migrazioni sta mettendo in gioco la convivenza nel continente. In pericolo è la stessa Unione Europea, l’istituzione che ha garantito sessant’anni di pace e sviluppo.

La copertina della pagina Facebook del 'Populista'

la copertina della pagina Facebook del “Populista”

Immaginare di poter impedire queste crescenti migrazioni, è come pensare di poter “vietare” l’alta marea dopo la bassa. Gli africani, oggi 1,2 miliardi, nel 2050 saranno 2,5 miliardi, mentre gli Europei resteranno 500 milioni. Come tra i vasi comunicanti, un travaso dall’Africa all’Europa sembra inevitabile. Non potendo impedirlo, occorrono in Africa e in Europa politiche che lo regolino e lo rendano fonte di benessere anziché di conflitto. Non basterà “aiutarli a casa loro”. Secondo Stephen Smith, uno studioso africanista franco-americano autore del libro “La corsa verso l’Europa”, in mancanza di altre strategie un lento innalzamento dei redditi in Africa porterà verso l’Europa più migranti, non meno. I migranti attuali, infatti, non sono gli africani più poveri. In buona parte, invece, sono quei giovani più intraprendenti che sanno racimolare i soldi per pagarsi l’odissea verso l’Europa. Secondo Smith il numero di costoro aumenterà quando gradualmente aumenterà il reddito in Africa. Questo fenomeno è drammatico specialmente per l’Africa, che perde così la parte potenzialmente più attiva dei suoi giovani. Ulteriori cause dei drammi dell’Africa sono corruzione, malgoverno, dittature, conflitti e cambiamenti climatici.

Da cittadini a consumatori

C’è però un altro fenomeno più recente che concorre a stimolare sia l’emigrazione dall’Africa sia la violenta ostilità di una minoranza di Europei verso i migranti: il consumismo nell’era di internet. Da alcuni anni, infatti, milioni di africani ammirano, grazie a internet, la vetrina di un Europa delle meraviglie. Lo spettacolo pubblicitario continuo di persone euforiche perché allietate da ogni sorta di mercanzia è una caricatura mendace della realtà.
La stessa messinscena consumistica che attira gli africani è quella che ha alterato la scala di valori in Europa. Eravamo cittadini, siamo diventati “consumatori”. La pubblicità, già onnipresente, cerca di infiltrarsi ulteriormente in ogni metro del nostro spazio e in ogni minuto del nostro tempo. Sempre più europei, specialmente i giovani, sono indifferenti e ignoranti della nostra storia, dei nostri valori comuni – libertà, democrazia, rispetto, tolleranza – e della necessità di difenderli. La cosa che più ci importa è consumare, è cercare identità e soddisfazione nelle merci, non nei valori, e tanto meno nelle persone. Come disse un grande regista, gli unici due valori rimasti all’Occidente sono comprare e vendere.

Consumatori contro consumati

Tra l’ascesa delle estreme destre nazionaliste negli anni 20 e 30 e quella attuale c’è tuttavia una grande differenza. L’animosità popolare che allora portò al potere i partiti totalitari era quella degli impoveriti contro gli arricchiti. Oggi, invece, accade il contrario: l’ostilità che nutre le destre estreme è quella dei ricchi (noi europei, se comparati con gli africani) contro i poveri e i disperati che noi stessi abbiamo contribuito a impoverire e che cercano ora di raggiungerci. È l’ostilità dei consumatori contro i consumati. È la gelosia di chi teme che altri, più poveri di lui, gli portino via “la roba”. È l’affermazione di una “libertà” sinistra (la mia libertà di avere tutto e subito), che sta eclissando la eguaglianza e la fraternità. Nella crisi crescente dell’immigrazione e nelle sue drammatiche conseguenze politiche, il consumismo conta più di quello che sembra. Molti non lo vedono, così come i pesci non vedono l’acqua. È una cecità fatale. Inebetiti da tanti mulini bianchi, non vediamo avvicinarsi i lupi neri.

contro una ‘lettura estetico-intimistica’ del vangelo

vangelo e politica

Il vangelo è un testo specificatamente politico. Intendendo con tale termine: l’atto di scegliere, di schierarsi affinché le problematiche della convivenza vengano decise secondo giustizia. Di sicuro invece il Vangelo non prevede tifo calcistico per un partito o peggio ancora l’appoggio per garantirsi dei privilegi anche quando il partito stesso si definisce cristiano/cattolico (e soprattutto quando profana, con le sue scelte scellerate, la croce inserita nel simbolo). Seguire Cristo ha poco a che fare anche con certi racconti bucolici che ci vengono propinati: fiorellini, tramonti e gite in montagne varie. Seguire Cristo è essenzialmente un’opzione. Significa camminare dove ha camminato Lui: negli stessi abissi e nelle stesse sofferenze. Significa morire come lui: senza applausi e consensi ma da reietti. I borghesi hanno l’idolo della legalità, i cristiani seguono un condannato a morte per sovversione. Per i seguaci di Cristo la legge della carità viene prima di tutte le leggi dell’Impero. I seguaci di Cristo, come il buon samaritano, si fermano a soccorrere i disperati, ad ospitarli a proteggerli anche se l’Impero lo vieta. I seguaci di Cristo non fanno come Pilato ma distinguono ciò che è resistenza e ciò che è repressione. I seguaci di Cristo si schierano con gli oppressi e non con il manganello anche nel caso abbia il permesso dell’Impero. Seguendo il loro Maestro i cristiani credono che le leggi siano fatte per l’uomo e non l’uomo per le leggi(1) e che quando è necessario “bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini”(2). I seguaci di Cristo costituiscono un problema per mammona (il potere) perché scelgono di contrapporsi e non di allearsi. Chi non agisce così, invece, si domandi chi segue.

(1)“Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato!” (Vangelo di Marco 2,27)

(2) Atti degli Apostoli 5,29

 da ‘altranarrazione’

“mettete in discussione la politica economica o la Politica, ‘con la maiuscola’”, parola di papa Francesco


welfare non «per» i poveri ma «dei» e «con» i poveri


«Finché vi mantenete nella casella delle politiche sociali – ha detto il Papa – finché non mettete in discussione la politica economica o la Politica, ‘con la maiuscola’, vi si tollera. Quell’idea delle politiche sociali concepite come delle politiche verso i poveri, ma mai con i poveri, mai dei poveri e tanto meno inserita in un progetto che riunisca i popoli, mi sembra a volte una specie di carro mascherato per contenere gli scarti del sistema»

Echeggia ancora nella riflessione di tanti il discorso che papa Francesco ha tenuto nell’aula Paolo Vl a conclusione del terzo incontro dei ‘movimenti popolari’. In esso il Papa ha affrontato con determinazione il nodo del rapporto tra queste realtà e la politica. Dopo aver sottolineato che la grande ricchezza dei movimenti popolari è quella di non essere dei partiti «perché esprimete una forma diversa, dinamica e sociale di partecipazione alla vita pubblica», Francesco ha incoraggiato gli stessi movimenti all’impegno politico in senso alto e pieno. Ed è a questo punto che Francesco ha sferrato un magistrale attacco all’attuale logica delle politiche sociali. «Finché vi mantenete nella casella delle politiche sociali – ha detto il Papa – finché non mettete in discussione la politica economica o la Politica, ‘con la maiuscola’, vi si tollera. Quell’idea delle politiche sociali concepite come delle politiche verso i poveri, ma mai con i poveri, mai dei poveri e tanto meno inserita in un progetto che riunisca i popoli, mi sembra a volte una specie di carro mascherato per contenere gli scarti del sistema».

Ecco allora un nuovo obiettivo prestigioso che il Papa affida ai volontari. «Voi, organizzazioni degli esclusi e tante organizzazioni di altri settori della società, siete chiamati a rivitalizzare, a rifondare le democrazie che stanno attraversando una vera crisi». Questo mandato e quel passaggio sulle ‘politiche sociali’, che a qualcuno potrebbe sembrare quasi casuale, rappresentano un essenziale elemento di riflessione, in grado di ribaltare il nostro approccio abituale alle politiche sociali. La «cultura dello scarto», concetto al quale Francesco ci ha ormai introdotti, rappresenta una vera e propria chiave di volta che ci costringe a ripercorrere alcuni corsi e ricorsi delle politiche sociali. Se c’è esclusione sociale, infatti, vuol dire che esiste un soggetto che esclude, che scarta, e ciò non ha nulla di fatalistico o di necessario. Tutt’altro. Da qui deriva la necessità di un cambio di passo. E di riconsiderare un modello ormai superato del Welfare State, quello che è stato per decenni punto di riferimento obbligato e la cui inadeguatezza, oggi, deriva non tanto dalla scarsità delle risorse quanto piuttosto dalla discrasia che si va man mano accentuando tra qualità dei nuovi bisogni sociali e risposte delle istituzioni. Se infatti il Welfare è in grado di rispondere ai bisogni materiali e istituzionali che hanno come bene-risposta i beni materiali e quelli che le istituzioni sono in grado di produrre (scuola, sanità servizi sociali); questo modello non è assolutamente in grado di rispondere ai bisogni di relazione che riguardano le domande di solidarietà, di condivisione, di affettività e di dignità che oggi attraversano in prevalenza le fasce dei deboli e degli esclusi. Essere invisibili, non contare nulla, non poter instaurare alcun tipo di rapporto umano con le persone vicine che scappano piuttosto che ascoltare… Ecco i bisogni profondi dei più poveri e sono bisogni che risultano nettamente più importanti e vitali dei bisogni materiali e istituzionali.

Perché impediscono ai poveri di vivere, di andare avanti in una società che non vuole saperne di loro. E per questo tipo di bisogni esiste un solo bene-risposta possibile: la ricomposizione di una comunità solidale all’interno della quale i poveri non solo siano accolti, ma diventino protagonisti. Il soggetto che esclude è, infatti, la società civile, ma proprio in essa il volontariato può avere un ruolo determinante per ricostituire una vera comunità. E all’interno di una comunità rinnovata e realmente solidale si possono produrre quei processi vitali e relazionali in grado di rispondere ai bisogni di riconoscimento, di dignità e di partecipazione che connotano oggi fortemente la condizione dei poveri. Solo in questo modo si potranno concepire – come afferma papa Francesco – quelle politiche non verso i poveri, ma dei poveri e con i poveri. Solo i poveri possono contribuire credibilmente a rispondere ai bisogni profondi degli stessi poveri, offrendo un terreno ottimale per una loro piena partecipazione alla costruzione di un progetto sociale che coinvolga tutti i popoli.

l’amore per la politica: riaffermare la corresponsabilità, la centralità delle persone e del legame sociale

Ciotti

“le mafie sono forti in una società diseguale, dove i privilegi hanno preso il posto dei diritti e le persone più fragili vengono lasciate ai margini, quando non colpevolizzate e penalizzate

 

“una cosa è certa: non si possono contrastare le mafie se, contestualmente, non si rafforza lo Stato sociale; se non vengono promosse forti politiche sul lavoro; se non vengono costruite opportunità per le persone più deboli, per le famiglie più bisognose, se non si dedica un’attenzione autentica ai giovani.”

Costruire insieme: per interrogarci e interrogare, nel rispetto reciproco, nell’attenzione alle parole. Le parole sono importanti. Possono avvicinare o allontanare, incoraggiare o ferire, accogliere o emarginare. È importante allora parlare, anche denunciare, ma con rigore, competenza, spirito costruttivo.

Non per colpire le persone ma per rafforzare la ricerca di verità. Guai ad alimentare il disorientamento, la rassegnazione. Nel nostro cammino contano anche lo stile e il metodo.

La credibilità e l’autorevolezza di un progetto non vengono misurate dalla risonanza pubblica o dall’attenzione mediatica, ma dalla capacità di lasciare un segno duraturo nel tempo.

C’è un’Italia che ha compreso come il fenomeno mafioso sia un problema nazionale, non solo: internazionale. Da affrontare certo con l’intervento dei magistrati e delle forze dell’ordine. Ma che pretende, per essere risolto, una mobilitazione collettiva, un investimento educativo e culturale.

Ce lo ricordava sempre anche il caro Nino Caponnetto quando diceva: «La mafia teme la scuola più della giustizia. L’istruzione taglia l’erba sotto i piedi della cultura mafiosa». Educazione, cultura, informazione. Sono da sempre i pilastri del nostro impegno contro l’individualismo insofferente delle regole, l’indifferenza al bene comune, la crescita della corruzione, degli abusi, dell’illegalità.

Le mafie sono forti in una società diseguale, dove i privilegi hanno preso il posto dei diritti e le persone più fragili vengono lasciate ai margini, quando non colpevolizzate e penalizzate. Essere contro le mafie significa soprattutto riaffermare la corresponsabilità, la centralità delle persone e del legame sociale.

Significa esserci per riaffermare che l’io è per la vita, non la vita per l’io.  Sono i valori della Dichiarazione universale dei diritti umani, della Convenzione di Ginevra sui rifugiati, della Carta dei diritti del fanciullo. Sono i valori della nostra Costituzione.

Noi questo “dovere” lo abbiamo preso sul serio. […] la nostra Costituzione va vissuta e fatta vivere. Quei doveri e quei diritti non possono restare sulla carta, devono diventare “carne”, vita concreta delle persone.

«Una democrazia si fonda su buone leggi e buoni costumi» diceva un grande filosofo della politica, Norberto Bobbio. Noi abbiamo bisogno di buone leggi, quindi abbiamo bisogno di una buona politica. Una politica vicina ai bisogni fondamentali delle persone, capace di dare dignità e opportunità a tutti, di non lasciare indietro nessuno. Una politica consapevole che solo includendo – riconoscendo e valorizzando le diversità – si costruisce un mondo più sicuro, più giusto, più umano. Una politica che sappia incontrare la partecipazione dei cittadini e farsene arricchire. Nella cittadinanza ci deve essere sempre più politica e nella politica sempre più cittadinanza.

Una cosa è certa: non si possono contrastare le mafie se, contestualmente, non si rafforza lo Stato sociale; se non vengono promosse forti politiche sul lavoro; se non vengono costruite opportunità per le persone più deboli, per le famiglie più bisognose, se non si dedica un’attenzione autentica ai giovani.

Non si può fare lotta alle mafie senza veri interventi economici mirati alla diffusione e alla tutela dei diritti, senza un’efficace tutela dell’ambiente contro chi lo inquina e lo saccheggia.

Vorrei fosse chiaro che muoviamo questi rilievi non “contro” la politica ma per amore della politica. Perché intendiamo spenderci per una politica migliore insieme a chi la vive nel senso più alto del termine: come servizio agli altri, come contributo al bene comune, come doppia istanza etica che lega l’impegno verso la propria coscienza a quello verso la collettività, nella coerenza tra comportamenti pubblici e comportamenti privati.

da “www.liberainformazione.org”

la politica di papa Francesco

 

 

 

 

la preoccupazione del papa

è ora di fare i conti con la politica di papa Francesco:

il magistero di questo papa può aiutare i politici cattolici a ritrovare il senso della loro missine che è quella di stare nelle istituzioni non per convertire il mondo ma per farle funzionare meglio a servizio del bene comune

a proposito un articolo di P. Castagnetti in Europa del 26.6.2013

(vedi link qui sotto)

la politica di papa Francesco

 

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