per l’ebreo Ovadia la shoah di oggi è subita dai rom

la Shoah oggi?

Ovadia

“il nuovo olocausto è nella fossa comune del mediterraneo”

l’artista ospite del Teatro “Gesualdo” per una due giorni in città all’insegna della memoria come insegnamento per l’oggi

di 

La Shoah oggi? Ovadia: il nuovo Olocausto è nella fossa comune del Mediterraneo

“Io conosco la Shoah. Tuttavia ritengo che oggi essa venga strumentalizzata per altri scopi. Il giorno della memoria sta diventando il giorno della falsa coscienza e della retorica. L’Ebreo è divenuto il Totem attraverso cui ricostruire la verginità della civiltà occidentale. Ma l’ebreo di oggi è il rom, considerato ancora paria dell’umanità; è il musulmano, il palestinese; è il profugo che trova la morte nella fossa comune del Mediterraneo”

A parlare è l’artista poliedrico Moni Ovadia. Un ebreo italiano, nato in Bulgaria nel 1946. Un uomo, innanzitutto. La sua famiglia vive gli anni della persecuzione nella schiera dei ‘fortunati’. Sfuggono ai campi di concentramento perché Bulgaria e Danimarca non cedono alle pressioni internazionali e scelgono di non piegarsi alle deportazioni di massa. “Vuol dire che si poteva fare- ricorda Ovadia- e che gli altri Stati hanno deciso consapevolmente di non farlo”.

Parole dure come macigni, che rispolverano quel concorso di colpa tutto italiano nelle vicende della Seconda Guerra Mondiale. La memoria scivola a quel 16 ottobre del 1943, data in cui 1024 ebrei romani, 1024 italiani, furono arrestati, tenuti prigionieri e infine caricati come bestiame sui quei vagoni la cui ultima fermata recava ‘Auschwitz Birkenau’. Circa 847 di loro furono direttamente ‘selezionati’ all’arrivo per le camere a gas. Tornarono in sedici, una donna e quindici uomini. “Abbiamo bisogno di sapere- suggerisce Ovadia- che la memoria serve ad edificare presente e futuro. Altrimenti, è solo vuoto celebrativismo. E allora, che si parli pure di una giornata ‘delle memorie'”.

Ad ascoltare, attenti, gli studenti della Scuola Media ‘Perna- Alighieri’ e quelli del Liceo delle Scienze Umane ‘P. V. Marone’ che ogni anno, nel mese di febbraio, porta i suoi studenti a visitare il tristemente noto campo di concentramento di Auschwitz Birkenau. Nell’ambito della rassegna ‘Teatro Civile’, il Teatro Carlo Gesualdo e il Conservatorio Cimarosa di Avellino si sono fatti promotori di una due giorni incentrata sul ricordo delle vittime della Shoah. Presenti all’incontro il presidente dell’Istituzione Teatro comunale Luca Cipriano, l’assessore con delega alla Cultura Teresa Mele e l’assessore alle Politiche Sociali Marco Cillo, che nel donare a Moni Ovadia una sciarpa realizzata nel maglificio confiscato alla camorra ‘CentoQuindici Passi’ ricorda le vittime trasversali del ‘sonno della ragione’. “Se il compito del Terzo Reich- afferma Cillo- è stato quello di cercare di cancellare dalla memoria le vittime innocenti del genocidio, al pari la mafia tenta di nascondere alle coscienze il ricordo dei suoi morti. Oggi abbiamo il compito di affidare questi nomi agli studenti per dar loro la possibilità di perpetrare la memoria. Il 27 gennaio dovrebbe uscire dal calendario ed entrare nella nostra quotidianità”.

Ma è Moni Ovadia a rinsaldare la consapevolezza. A ricostruire il sottile legame con la coscienza. “Si è passati- afferma- dallo sterminio degli ebrei alla israelianizzazione della memoria. Ho ascoltato politici, per me furfanti, uscire dal campo di concentramento di Auschwitz e dire “mi sento israeliano”. Ma che affermazione è questa? Non sento nessuno affermare di sentirsi rom, omosessuale, antifascista, slavo o menomato. Eppure anche loro furono vittime dello sterminio. Vedete, distinguere tra morti è uno schifo. Primo Levi ha scritto un capolavoro assoluto della memorialistica e della riflessione, ma non l’ha intitolato ‘Se questo è un ebreo’ ma ‘Se questo è un uomo’. Ricordiamoci degli esseri umani. Anche se noi italiani siamo specialisti in retorica e falsa coscienza, sfatiamo il mito degli ‘italiani brava gente’. Ricordiamo che quello fascista è stato il regime dei genocidi: in Cirenaica, ad opera del generale Graziani; in Etiopia, il generale Badoglio ordinò lo sterminio col gas. Centotrentacinquemila morti civili, innocenti spariti in una volta sola. Ricordiamoci della ex Jugoslavia. Facciamo come i tedeschi. Loro hanno fatto chapeau. Loro, con la storia, ci hanno fatto i conti. Forse dovremmo iniziare a farlo anche noi”.

Nella memoria di Ovadia sfilano gli armeni, lo sterminio di massa in Manciuria, quello delle Filippine; ma anche il tentativo di cancellazione di un’intera generazione in Argentina con i desaparecidos, la lotta interna della Cambogia, la guerra civile dell’ex Jugoslavia tra coloro che pregavano lo stesso Dio: i cattolici- croati e i serbi- ortodossi. E l’Europa, ferma a guardare le sue faglie in rotta di collisione tra loro. Pronta a favorire gli uni piuttosto che gli altri interessi. Per non parlare delle crociate di democrazia moderne, dei morti civili in Iraq, Afghanistan, Siria, Libano, Palestina. La lista è lunga, ma la domanda resta: si può oggi escludere una persistenza della mentalità degli stermini? “Il Mar Mediterraneo è una fossa comune- arringa Ovadia- Ancora una volta gli interessi economici vengono anteposti alla dignità degli esseri umani. Eppure siamo stati noi occidentali a dire che ‘gli uomini nascono liberi e uguali, pari in dignità e diritti’. Ma ancora manca il diritto di residenza universale. Il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, ed io condivido con tutto il cuore questa impostazione, propone l’abolizione universale del permesso di soggiorno. Altrimenti non saremo mai una vera umanità. I dati Onu ci dicono che le ‘guerre moderne’ causano oggi il 95 percento delle vittime civili. La guerra non è di per sé un atto criminale?”.

“Io voglio stare in esilio finché vivrò- conclude l’artista- L’Italia è il mio Paese ma non la mia patria. Patrie non ne voglio avere. Vengo a parlare con questi ragazzi perché le loro vite non subiscano passivamente la falsa coscienza e retorica. Perché oggi i rom vengono considerati ancora i paria dell’umanità mentre gli ebrei sono le vacche sacre? Perché i primi non hanno uno Stato, mentre i secondi sono armati fino ai denti con testate nucleari e cercano costantemente di estendere i propri confini. Ecco perché l’antisemitismo di Stato è scomparso. Per carità, sopravvive in alcuni corpuscoli nazisti, ma è stato espunto dallo spazio pubblico. Si deve avere coraggio e lungimiranza per affermare certe idee. Poi ne paghi il prezzo: io non dirigo teatri o festival, collaboravo per alcune testate e ora non mi ci fanno più scrivere. Ma settant’anni cominci a fregartene e comprendi che l’informazione è importante, ma non deve mai ridursi a mera comunicazione. In questi giorni assisteremo ad un profluvio di trasmissioni sulla Shoah, ma nessuno penserà di collegare quel ricordo con gli stermini di massa di cui siamo complici nel presente. L’informazione- conclude- va incrociata con l’indagine del presente per poter essere un elemento fruibile dalle future generazioni”.

a Lucca una mostra sullo sterminio dei rom

“Porrajmos”

Lucca

a palazzo Ducale una mostra sullo sterminio di rom e sinti

 E’ stata inaugurata in Sala Accademia, a Palazzo Ducale, a Lucca, la mostra

“Porrajmos, altre tracce sulla strada per Auschwitz”

incentrata sul tema dello sterminio di rom e sinti nel corso della seconda guerra mondiale


L’eposizione è stata realizzata dall’Istituto di Cultura Sinta, dall’Associazione Nevo Drom e dall’Associazione Sinti Italiani di Prato ed è stata curata dal professor Luca Bravi dell’Università di Firenze


La parola Porrajmos significa devastazione ed è il termine con cui le persone appartenenti alla minoranza linguistica rom e sinta indicano lo sterminio del loro popolo ad opera del nazismo. Si calcola che vennero uccise mezzo milione di persone che avevano la sola colpa di essere zingare, come allora venivano chiamate

Una mostra che per gli organizzatori deve farci riflettere anche sul presente e sulle tensioni che oggi ci sono in Italia e in Europa nei confronti delle minoranze di ogni genere

la giornata della memoria per farsi responsabili del passato

27 gennaio

una giornata della memoria che non sia solo passato

 

Massimo Recalcati

 

fare memoria è importante perché “la memoria non è un’istantanea sul passato, non è passiva, ma costruttiva. Nel momento stesso in cui ricorda, infatti, costruisce, seleziona, sceglie, trasforma, ricerca, in una parola ‘fa storia’ e apre la continuità del futuro …” (Umberto Galimberti)

 

Proviamo a distinguere tre versioni possibili della memoria.

La prima è quella della memoria-archivio. Essa appare come un contenitore dove alloggiano i nostri ricordi. È la memoria-baule, la memoria-soffitta o, più sofisticatamente, la memoria come notes magico cerebrale che trattiene le tracce del nostro passato. Questa memoria è archeologica: definisce il luogo dove il passato si è depositato, non è più tra noi, è diventato nulla, si è dissolto, può esistere solo nell’immagine vivida o illanguidita del ricordo. Lo schema di questa memoria è quello topologicamente ingenuo di un contenitore (memoria) e del suo contenuto (ricordi).

Poi Freud ha mostrato che la memoria non trattiene solo cose già trascorse, passate, morte, ma cose vive che insistono nell’affacciarsi prepotentemente alla nostra mente. Si tratta della seconda versione della memoria: la memoria spettrale. Il suo modello è quello del trauma: quello che è accaduto nel passato non cessa di accadere, ma insegue la vita, l’accerchia, l’incalza, la tormenta. La memoria spettrale è costituita da un passato che non passa. È l’esperienza che affligge i soggetti o i popoli che hanno vissuto esperienze drammatiche, impossibili da dimenticare. Il passato è come uno spettro, morto e vivo insieme.

La terza versione della memoria è forse la più importante e la più paradossale. È la memoria come attributo del futuro. È l’invito che Nietzsche ci rivolge: la memoria non deve ridursi a essere il culto passivo del passato, non genera solo venerazione o orrore, busti e monumenti. Dovremmo invece imparare ad usarla per creare attivamente il nostro avvenire. Il che significa farsi responsabili della memoria. La memoria non è un contenitore di ricordi, né il ritorno degli spettri provenienti dal passato, ma si costituisce solo a partire dal futuro. Il passato non è alle nostre spalle come un peso inerte o come un incubo che non riusciamo a cancellare, ma può assumere forme e significati diversi a partire da come viene ripreso attivamente dalla vita mentre essa si sta muovendo verso il proprio avvenire. La memoria non deve semplicemente conservare quello che è già stato, ma deve servire la generatività della vita. Non deve restare impigliata in una paralisi melanconica che non riesce a non guardare se non all’indietro, ma sapersi gettare in un movimento proteso in avanti. Custodire questa memoria – la memoria come attributo del futuro -, evitando i danni della “memoria corta”, significa farsi davvero responsabili del nostro passato.

non solo ebrei … l’altro olocausto di cui non si parla

l’altro Olocausto

200 mila persone con disabilità uccise con “Aktion T4”

l’operazione fu condotta sotto la guida di medici all’insegna del principio della “igiene razziale” e portò allo sterminio di circa 200 mila persone

Disabili internati

disabili internati

Vite indegne di essere vissute, nel delirante piano di Hitler e dei gerarchi nazisti. Tra le tante, quelle delle persone disabili. Storpi, ciechi, sordi, soprattutto i folli: tutti destinati all’annientamento, in quella operazione che fu chiamata “Aktion T4”: un programma di eugenetica con il quale si stima che si siano soppresse tra le 100mila e le 200mila persone. Si sterilizzavano le persone con disabilità e si uccideva in primis – sotto l’attenta supervisione medica – chi aveva malattie genetiche, i malati inguaribili e i disabili mentali.

Il nome di questa specifica operazione di sterminio, T4, è l’abbreviazione di “Tiergartenstrasse 4”, la via di Berlino dove era situato il quartier generale dell’ente pubblico nazista per la salute e l’assistenza sociale. La designazione Aktion T4 non è nei documenti dell’epoca ma, secondo alcune fonti letterarie, i nazisti usavano il nome in codice Eu-Aktion o E-Aktion. E “Programma di eutanasia” è la denominazione utilizzata dai giudici durante il processo di Norimberga. Nel Mein Kampf (scritto mentre il futuro dittatore era in carcere per il fallito tentativo di colpo di Stato a Monaco di Baviera nel 1923) Hitler esprime chiaramente i suoi obiettivi di “selezione”: “Chi non è sano e degno di corpo e di spirito, non ha diritto di perpetuare le sue sofferenze nel corpo del suo bambino. Qui lo Stato nazionale deve fornire un enorme lavoro educativo, che un giorno apparirà quale un’opera grandiosa, più grandiosa delle più vittoriose guerre della nostra epoca borghese”.

Il massacro dei bambini e degli adulti disabili, portato avanti da medici, è passato alla storia per essere stato l’unico crimine che il regime decise di sospendere sotto le pressioni dell’opinione pubblica. Sospensione più di facciata che effettiva, visto che, come ricorda l’attendibile voce Aktion T4 della versione italiana di Wikipedia, l’ultimo bimbo soppresso fu Richard Jenne, 4 anni, ucciso il 29 maggio 1945, 21 giorni dopo la fine della guerra in Europa. Tuttavia il processo venne, se non fermato, sicuramente rallentato dalle pressioni della Chiesa cattolica e dalla protesta che montava nel popolo tedesco per la strage degli innocenti.

L’Aktion T4 portò dunque alle estreme conseguenze i concetti di igiene razziale, eutanasia ed eugenetica che tra le due guerre non furono affatto una prerogativa della sola Germania. Come fa notare Ian Kershaw, il principale biografo di Hitler, nel saggio ‘All’inferno e ritorno’ pubblicato in Italia da Laterza, l’eugenetica derivava dal darwinismo sociale ed era considerata una scienza progressista ben prima della Grande Guerra, con estimatori del calibro dell’economista John Maynard Keynes, degli scrittori H.G. Wells e D.H Lawrence e del commediografo George Bernard Shaw. Si pensava che, selezionando gli esemplari di razza umana, si sarebbero eliminate, scrive Kershaw, “le caratteristiche che producevano la criminalità, l’alcolismo, la prostituzione e le altre forme di comportamento deviante”. Come ricordano Silvia Morosi e Paolo Rastelli sul blog Poche storie, “quando l’eugenetica che auspicava l’eliminazione degli ‘inadatti’ si incrociò con il razzismo e la ‘purezza di sangue’ predicate dal nazismo, si creò una miscela esplosiva in cui maturarono i peggiori eccessi”.

Due furono gli elementi nuovi che contribuirono portare all’estremo la situazione. Prima di tutto le enormi perdite di uomini giovani e vigorosi durante la Grande guerra, (mentre i deboli e i malati erano più o meno sopravvissuti) fecero temere un peggioramento genetico della popolazione cui era considerato indispensabile porre rimedio. E poi la Grande depressione degli Anni Trenta, che ridusse di molto le risorse pubbliche da destinare all’assistenza dei disabili. Così – come messo in luce da Morosi e Rastelli -, uno dei primi atti del nazismo trionfante, mentre si procedeva alla demolizione della democrazia e alla persecuzione ed eliminazione degli avversari politici, fu la decisione di migliorare la razza attraverso la sterilizzazione coatta di tutti i disabili psichici. La prima legge in proposito, promulgata nel luglio del 1933, riguardava “le persone affette da una serie di malattie ereditarie – o supposte tali – tra le quali schizofrenia, epilessia, cecità, sordità, corea di Huntington e ritardo mentale”, nonché gli alcolisti cronici e numerose prostitute. Nel periodo di vigore pieno della legge, più o meno fino al 1939, si calcola siano state sterilizzate tra le 200 mila (secondo Robert Jay Lifton, autore del libro ‘I medici nazisti’) e le 350 mila persone. Il processo prevedeva il censimento, chiesto a ospedali, case d’infanzia, case di riposo per anziani e sanatori, di “tutti i pazienti istituzionalizzati da cinque o più anni, i “pazzi criminali”, i “non-ariani” e coloro ai quali era stata diagnosticata una qualsiasi malattia riportata in un’apposita lista”. “Vite indegne di vita” come Hitler li chiamava. Questa lista comprendeva schizofrenia, epilessia, corea di Huntington, gravi forme di sifilide, demenza senile, paralisi, encefalite e, in generale, “condizioni neurologiche terminali”. Lo sterminio, attuato prima con iniezioni letali e poi con il sistema più veloce dell’avvelenamento con monossido di carbonio , fece un numero di vittime stimato tra le 75 e le 100 mila fino all’agosto del 1941, quando venne ufficialmente sospeso (la cifra non comprende i disabili non tedeschi uccisi nei territori occupati dai tedeschi nel corso della guerra). Tuttavia le uccisioni continuarono – come si ricorda su ‘Poche storie’ – e andarono poi a confluire nel più grande programma di sterminio razziale degli ebrei e degli altri “esseri inferiori”, al quale venne anche applicata l’esperienza maturata con l’uso del gas asfissiante.

E i bambini? Tra i bambini, le vittime furono circa 5 mila tra il 1938 e il 1941, anche in questo caso con il sistema dell’iniezione letale. Gli ospedali ricevettero l’ordine di segnalare i piccoli “di età inferiore ai tre anni nei quali sia sospetta una delle seguenti gravi malattie ereditarie: idiozia e sindrome di Down (specialmente se associato a cecità o sordità); macrocefalia; idrocefalia; malformazioni di ogni genere specialmente agli arti, la testa e la colonna vertebrale; inoltre le paralisi, incluse le condizioni spastiche”. I piccoli venivano sottratti ai genitori con la scusa del trasferimento in “centri pediatrici speciali” dove avrebbero ricevuto cure migliori e dove invece venivano uccisi, sezionati a scopo “scientifico” e poi cremati. La causa ufficiale della morte era “polmonite”.

La preparazione culturale del terreno. Tutti questi programmi di sterminio erano stati preceduti, nel periodo prima della guerra, da un’intensa opera di propaganda nelle scuole e nelle organizzazioni giovanili del partito nazista, nonché tramite la diffusione di film, poster, libri e opuscoli tesi a suggerire la necessità della selezione genetica e dell’eliminazione dei disabili per evitare loro altre sofferenze e risparmiare denaro a beneficio del resto della popolazione. (ep)

dieci libri per non dimenticare l’olocausto

la dura memoria della Shoah

10 libri per ricordare

Gli ebrei e la Repubblica sociale italiana – Il Diario di Anna Frank tradotto in simboli – Le testimonianze della Shoah e il naufragio dell’Occidente – Antisemitismo e anticiviltà – La lingua del lager – Gli Internati Militari Italiani

La dura memoria della Shoah: 10 libri per ricordare

Dieci libri per conoscere l’evento più drammatico della storia del Ventesimo secolo, selezionati in occasione della Giornata della Memoria, ricorrenza internazionale celebrata il 27 gennaio di ogni anno. Letture “per non dimenticare” le milioni di vittime dell’Olocausto.

“Il 30 novembre 1943, con un’ordinanza di polizia, il governo della Repubblica sociale italiana decise di arrestare e rinchiudere in campo di concentramento tutti gli ebrei che vivevano in Italia. Agenti di polizia e carabinieri, quasi fosse ‘ordinaria amministrazione’, eseguirono con prontezza gli ordini ricevuti”. Gli ebrei e la Repubblica sociale italiana raccontati nel libro di Matteo Stefanori (Laterza, 2017)

Il famosissimo “Diario di Anna Frank” diventa accessibile grazie alla casa editrice La Meridiana che lo ha tradotto in simboli. Una traduzione adatta a chi non associa il suono alla parola ma all’immagine, pensata e realizzata per tutte quelle persone con disabilità linguistiche o cognitive che si approcciano con difficoltà ai testi tradizionali. Il libro permetterà loro di leggere una delle più grandi testimonianze sulla Shoah. I venti capitoli riprendono le date del diario della Frank e le sue parole “pur necessariamente ridotte, conservano anche in questa traduzione la loro freschezza e forza”. “Primo Levi” è invece un graphic novel, dedicato al noto scrittore, realizzato da Matteo Mastragostino e Alessandro Ranghiasci per la Becco Giallo edizioni (2017).

“Auschwitz è il luogo, simbolico e materiale, in cui si compie l’ultimo atto della modernità europea. Auschwitz, in questo senso, divide la storia in un ‘prima’ e un ‘dopo’ tra cui non c’è più nessuna comunicazione, dando vita a una vera e propria frattura che mette fine ai miti e alle illusioni di quella stessa modernità”. Le testimonianze della Shoah e il naufragio dell’Occidente in “L’anticiviltà” di Sibilla Destefani (Mimesis edizioni 2017). Composto da tre sezioni “La dura memoria della Shoah” a cura di Carmelo Botta e Francesca Lo Nigro (Navarra Editore, 2017) si rivolge a studenti e docenti, ma anche a tutti gli appassionati di storia e a chi desidera conoscere la dura realtà dei campi di concentramento nazisti dalla voce di chi ha subito quel tragico destino in prima persona. Un approccio nuovo alla storia della Shoah, costruito con anni di studi specifici e di esperienza didattica dedicata all’argomento.

Due i testi editi Il Mulino. Il primo “L’antisemitismo” di Steven Beller  (2017) racconta il fenomeno e il rischio attuale di un suo ritorno “che sta nella ripresa dei nazionalismi esclusivisti, che non tollerano e negano le differenze”. L’altro, ripropone una riflessione di Hans Mommsen (studioso della Germania di Weimar e del Terzo Reich) su come arrivò la Germania nazista alla “soluzione finale del problema ebraico”. Da una parte c’è la lingua tedesca dei sorveglianti, dall’altra la lingua franca dei prigionieri, costituita da lingue diverse (tedesco, russo, polacco, francese, spagnolo e italiano). A Mauthausen, Auschwitz, Ravensbrück, Dachau e in altri campi, la “Lagersprache” la lingua del lager, è per le deportate e i deportati un mezzo imprescindibile per comprendere gli ordini espressi solo in tedesco, per comunicare tra loro, per interpretare la realtà che li circonda, per evitare i pericoli, e per resistere. Colma un vuoto della ricerca linguistica, Rocco Marzulli elaborando un repertorio fondato su un’ampia ricognizione delle parole e delle memorie dei deportati italiani. Il testo è edito Donzelli (2017).

Come stelle nel cielo” di Silvia Pascale (Ciesse Edizioni, 2017) ripropone attraverso una vicenda individuale, la scelta difficile e sofferta degli IMI (Internati Militari Italiani), “la loro fu una scelta di Resistenza non armata, uno dei molteplici aspetti di opposizione al nazifascismo che non ha avuto adeguata valorizzazione. Nonostante abbia coinvolto un numero altissimo di famiglie italiane, è rimasta confinata per lo più nelle memorie personali”. Nella primavera del 1961 Hannah Arendt viene inviata dal settimanale “New Yorker” a seguire il processo ad Adolf Eichmann, in quella circostanza diviene amica di Leni Yahil, storica di origine tedesca e studiosa della Shoah. Inizia così una corrispondenza che alterna questioni personali, filosofiche e politiche. Queste lettere, scritte originariamente in tedesco e inglese, e rimaste a lungo private, sono ora disponibili in italiano  grazie a “L’Amicizia e la Shoah” (EDB-Edizioni Dehoniane Bologna, 2017).

Leggi tutte le edizioni della rubrica ”10 libri sociali

un pò di ‘giornata della memoria’ anche per i rom?

 una fondazione europea per il ‘porajmos’, l’olocausto dei rom
 
Benjamin Abtan]]
Presto, l’allevamento di maiali costruito sul sito dell’ex campo di concentramento di Lety sarà distrutto. L’odore fetido che avvolge inevitabilmente i visitatori sarà scomparso. La stele collocata sulle fosse comuni verrà spostata. Sarà costruito un memoriale.
Più di settant’anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, il sito dell’ex campo per i Rom a Lety, nella Repubblica ceca, sarà finalmente trattato con la dignità che merita.
 
Il «LOCOCIDIO» – il crimine contro i luoghi – di Lety sarà finalmente fermato. Ottenere questo risultato è stato tutt’altro che semplice: è stato solo grazie ad una mobilitazione eccezionale della società civile europea, di Rom e non Rom insieme, che le autorità ceche ed i proprietari hanno finalmente concluso un accordo per l’acquisto dell’allevamento suino, in vista poi della sua distruzione.
Nonostante questo successo costituisca una vittoria storica, le problematiche che hanno reso Lety un simbolo europeo persistono tuttora in tutto il continente: la mancanza di conoscenza e di ricerca sull’Olocausto dei Rom (o Samudaripen, o Porajmos); il razzismo e la discriminazione che sono sotto molti aspetti la continuazione delle persecuzioni; l’emarginazione sociale che continua da decenni; l’ignoranza riguardo alla diversità delle culture e delle storie rom. Come dimostra il caso Lety, è solo attraverso un impegno risoluto e deciso da parte della società civile e delle istituzioni che si può mettere fine la storia della persecuzione del popolo rom, persecuzione perpetrata tutt’oggi e di cui il genocidio è il punto culminante.
Per questo motivo chiediamo la creazione di una Fondazione europea per la memoria dell’Olocausto dei Rom!
In primo luogo, la fondazione dovrà promuovere la ricerca storica. Il finanziamento e la pubblicazione di ricerche, la raccolta di testimonianze, la costituzione di archivi e l’organizzazione di simposi scientifici permetteranno di comprendere meglio questa storia. La fondazione dovrà egualmente focalizzarsi su una trasmissione efficace di questa storia, per illuminare le coscienze di oggi. Questo obiettivo sarà realizzato attraverso un lavoro di commemorazione – costruzione di memoriali, creazione di mostre, organizzazione di commemorazioni e non solo – così come attraverso un investimento nell’istruzione, con l’inclusione di questo argomento nei programmi scolastici e nella formazione degli insegnanti.
Inoltre, la fondazione darà un importante contributo alla lotta contro il razzismo, la discriminazione e l’esclusione sociale, fenomeni affatto sconnessi dalle persecuzioni del passato. In questo contesto, il sostegno della società civile sarà fondamentale per cambiare gli atteggiamenti, svolgere attività di sensibilizzazione, guidare la mobilitazione per il rispetto di pari diritti e dignità e per costruire coalizioni per la solidarietà.
Un tassello fondamentale di questo progetto è che la Fondazione dovrà essere veramente europea e non divisa, ad esempio, in più fondazioni nazionali. In ogni parte d’Europa, infatti, i Rom si trovano oggi ad affrontare le stesse problematiche, proprio come è in tutto il continente che il genocidio è stato perpetrato contro di loro. Inoltre, il rafforzamento dell’Europa e della democrazia è l’unica prospettiva di speranza per affrontare questi problemi. Pertanto, grazie alla sua natura europea, la Fondazione sarà una delle istituzioni in grado di contribuire a questo rafforzamento democratico.
La dimensione e la provenienza del budget della fondazione rappresentano un elemento chiave. Il meccanismo che proponiamo è semplice e già testato. Tutte le vittime dovrebbero ottenere riparazioni. Tuttavia, le riparazioni non sono state finora fornite in modo adeguato. Le società e gli stati europei interessati dovranno affrontare le loro responsabilità e fornire riparazioni alle vittime o ai loro discendenti. Numerose vittime sono state uccise durante l’Olocausto dei Rom. Inoltre, poiché molti anni sono ormai trascorsi da questo evento, molti tra i sopravvissuti sono venuti a mancare.
Gli importi che non saranno forniti alle vittime o ai loro discendenti non torneranno ai bilanci degli Stati, ma costituiranno il capitale iniziale della Fondazione. Il budget annuale della Fondazione sarà costituito dagli interessi annuali di questo capitale, che non sarà speso. Affinché la vittoria storica di Lety sia seguita da altri successi, per mettere fine alla persecuzione ed alla discriminazione, per lasciarci alle spalle una storia di persecuzioni e discriminazione, per proiettarci infine verso un futuro in cui la dignità diviene nodo fondante delle nostre società, bisogna creare la Fondazione europea per la memoria dell’Olocausto dei Rom.
* Benjamin Abtan è Presidente dello European Grassroots Antiracist Movement – Egam; Coordinator of the Elie Wiesel Network of Parliamentarians of Europe

il commento al vangelo della domenica

INSEGNAVA LORO COME UNO CHE HA AUTORITÀ

commento al vangelo della quarta domenica del tempo ordinario (28 gennaio 2018) di p. Alberto Maggi:

Mc 1-21-28

In quel tempo, Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafàrnao,] insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!». La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.

Gesù ha chiamato i primi quattro discepoli invitandoli ad essere pescatori di uomini. Qual è il significato di pescare gli uomini? Togliere gli uomini da un ambito che può recare loro la morte. E inizia la pesca. Ma dove porterà Gesù i suoi discepoli per pescare gli uomini? E questa è la sorpresa che ci riserva il vangelo di Marco nel brano di questa domenica, al capitolo 1, versetti 21-28.
Gesù non porta i suoi discepoli per salvare gli uomini in luoghi di malaffare o luoghi peccaminosi, ma nei luoghi di culto, nei luoghi religiosi. Sono questi gli ambiti in cui bisogna salvare gli uomini, perché sono questi i luoghi che rischiano di dare la morte alle persone che li frequentano.
Leggiamo Marco.
Giunsero a Cafarnao e subito Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, insegna. L’evangelista non afferma che Gesù partecipa al culto della sinagoga, ma va nella sinagoga per insegnare e il suo insegnamento è l’esatto contrario di quello che lì veniva trasmesso. Gesù, nel suo insegnamento, vuole liberare le persone da quelle che lui denuncerà come “dottrine degli uomini”, “tradizioni degli antichi”, che nulla hanno a che fare con la volontà di Dio.
Marco scrive che la reazione della gente è singolare, erano stupiti del suo insegnamento. E sottolinea, egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità. Avere autorità significa avere il mandato divino. E non come gli scribi. Erano gli scribi quelli che avevano questo mandato divino per insegnare.
Gli scribi erano i teologi ufficiali del sinedrio, era il magistero infallibile, persone di straordinaria importanza; si credeva che le parole degli scribi fossero le stesse parole di Dio, quando c’era conflitto tra la parola scritta e l’insegnamento dello scriba bisognava dare retta allo scriba perché lui era l’unico vero interprete della sacra scrittura. Ebbene, appena Gesù insegna, ecco che la gente incomincia ad aprire gli occhi. Questo Gesù ha il mandato divino per insegnare, non i nostri scribi.
Ed ecco che scoppia l’incidente. E immediatamente, come Gesù è entrato nella sinagoga e ha iniziato a insegnare, c’è subito l’incidente. Nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da spirito impuro. La denuncia che fa l’evangelista è molto seria e drammatica: ecco il prodotto della sinagoga, un uomo posseduto da spirito impuro. Frequentare questi luoghi di culto, frequentare questi luoghi religiosi, accogliere in maniera acritica l’insegnamento che lì viene dato, rende le persone impure.
Impure significa nell’impossibilità di comunicare con Dio. L’insegnamento religioso non solo non avvicinava la gente a Dio, ma era quello che glielo impediva. Ebbene, cominciò a gridare, dicendo: “Che vuoi da noi, Gesù Nazareno?” E’ strano perché c’è un uomo ma parla al plurale. “Sei venuto a rovinarci?” Quest’uomo si sente minacciato da Gesù. Ma perché parla al plurale? Chi è che Gesù sta rovinando con il suo insegnamento? Sta rovinando la categoria e la reputazione degli scribi. Allora questo è l’uomo che ha dato un’adesione acritica, incondizionata all’insegnamento degli scribi e quando vede questo insegnamento in cristi, sente in pericolo anche la propria religiosità, la propria fede.
Ecco perché reagisce. E’ l’uomo che si fa portavoce della categoria degli scribi. E lo richiama al suo compito. “Io so chi tu sei: il santo di Dio!” Il santo di Dio è un’espressione che indicava il messia che doveva osservare fedelmente la legge e poi imporla. Gesù non accetta il dialogo. E Gesù gli ordinò severamente: “Taci! Esci da lui!! E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui.
Perché questo spirito impuro, che è sconfitto dalla parola di Gesù lascia l’uomo straziandolo? Perché è uno strazio. Quando si arriva a un certo punto della propria esistenza e si incontra il messaggio di Gesù dover riconoscere che tutto l’insegnamento al quale si era creduto, tutte le pratiche religiose che erano state fatte, non solo non permettevano la comunione con Dio, ma erano proprio l’ostacolo che lo impediva, ebbene liberarsi da tutto questo è uno strazio. Ci si sente traditi, ci si sente ingannati.
Tutti furono presi da meraviglia (non timore), tanto che si chiedevano a vicenda: “Che è mai questo? Un insegnamento nuovo”. Il termine “nuovo” adoperato dall’evangelista non ha in senso di aggiunto nel tempo (un nuovo insegnamento) ma un insegnamento nuovo, nuovo di una qualità che soppianta tutto il resto. L’insegnamento di Gesù è la risposta di Dio al bisogno di pienezza di vita che ogni persona porta dentro di sé. E questo la gente lo ha percepito.
“Dato con autorità”. Ecco di nuovo si ribadisce che Gesù ha l’autorità, cioè il mandato divino per insegnare e non gli scribi. “Comanda persino agli spiriti impuri …” E qui Gesù ha comandato a uno, ma la gente estende l’effetto, l’efficacia dell’insegnamento di Gesù a tutte le situazioni di impurità. “… E gli obbediscono!” La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.
Quindi dilaga l’insegnamento di Gesù. Naturalmente gli scribi non staranno con le mani in mano, ma poi si vendicheranno e più avanti vedremo che saranno gli scribi a dire che Gesù è lui che è posseduto da uno spirito impuro.

 

viviamo in un mondo scandalosamente ingiusto!

Oxfam fotografa un mondo ingiusto:

l’82% della ricchezza globale all’1% della popolazione

l’82% dell’incremento di ricchezza netta registratosi tra marzo 2016 e marzo 2017 è andato all’1% più ricco della popolazione globale

Oxfam: l'82% della ricchezza globale all'1% più ricco della popolazione

L’82% dell’incremento di ricchezza netta registratosi tra marzo 2016 e marzo 2017 è andato all’1% più ricco della popolazione globale, mentre a 3,7 miliardi di persone che costituiscono la metà più povera del mondo non è arrivato un solo centesimo. “Ricompensare il lavoro, non la ricchezza”, il nuovo rapporto di Oxfam diffuso oggi alla vigilia del meeting annuale del Forum economico mondiale di Davos, rivela come il sistema economico attuale consenta solo a una ristretta elite di accumulare enormi fortune, mentre centinaia di milioni di persone lottano per la sopravvivenza con salari da fame.

Un miliardario ogni 2 giorni

Da marzo 2016 a marzo 2017, il numero di miliardari è aumentato al ritmo impressionante di 1 ogni 2 giorni. Su scala globale, tra il 2006 e il 2015 la ricchezza a nove zeri è cresciuta del 13% all’anno, 6 volte più velocemente dell’incremento annuo salariale, di appena il 2%, che ha riguardato i comuni lavoratori.
Negli Stati Uniti si calcola che un Amministratore delegato possa percepire in poco più di 1 giorno una cifra pari al reddito medio che un lavoratore della compagnia da lui amministrata percepisce in 1 anno.
Con un terzo del volume dei dividendi versati nel 2016 agli azionisti dei 5 principali marchi mondiali dell’abbigliamento – 2,2 miliardi di dollari l’anno – sarebbe possibile garantire a 2,5 milioni di vietnamiti, impiegati nel settore dell’abbigliamento, un salario dignitoso.

Le cause della disuguaglianza

“Ricompensare il lavoro, non la ricchezza” analizza le cause per cui, nell’attuale sistema economico, il costante incremento dei profitti di azionisti e top manager corrisponde a un peggioramento altrettanto costante dei salari e delle condizioni dei lavoratori. Tra le ragioni principali: la forsennata corsa alla riduzione del costo del lavoro che porta all’erosione delle retribuzioni; la colpevole negligenza verso i diritti dei lavoratori e la drastica limitazione del loro potere di contrattazione nel mercato globale; processi di esternalizzazione lungo le filiere globali di produzione; la massimizzazione ‘ad ogni costo’ degli utili d’impresa a vantaggio di emolumenti e incentivi concessi ai top-manager; la forte influenza esercitata da portatori di interessi privati, capace di condizionare le politiche.
“Un nuovo miliardario ogni 2 giorni non è sintomo di un’economia fiorente, se a pagarne il prezzo sono le fasce più povere e vulnerabili dell’umanità. L’attuale sistema economico crea miseri e disuguali, offrendo lavori rischiosi, sotto-retribuiti e precari e abusando sistematicamente dei diritti di chi lavora. Basti pensare che oggi il 94% degli occupati nei processi produttivi delle maggiori 50 compagnie del mondo è costituito da persone ‘invisibili’ impiegate in lavori ad alta vulnerabilità senza adeguata protezione – ha detto Maurizia Iachino, presidente di Oxfam Italia -. Le persone che confezionano i nostri abiti, assemblano i nostri cellulari, coltivano il cibo che mangiamo vengono sfruttate per assicurare la produzione costante di un gran volume di merci a poco prezzo e aumentare i profitti delle corporation e degli investitori. Fino a quando per il sistema economico globale la remunerazione della ricchezza di pochi rimarrà un obiettivo predominante rispetto alla garanzia di un lavoro dignitoso per tutti, non sarà possibile arrestare la crescita di questa estrema e ingiusta disuguaglianza”.

Lavoratrici: misere e ancora più disuguali

Secondo il rapporto, negli ultimi gradini della piramide sociale si trovano spesso le lavoratrici: in tutto il mondo guadagnano meno degli uomini, operando frequentemente in ambiti sottopagati e privi di sicurezza per chi lavora. Anche in questo settore, la disparità tra top manager e lavoratori ha raggiunto livelli estremi: in 4 giorni, l’Amministratore delegato di uno dei 5 più grandi marchi della moda può guadagnare quello che una lavoratrice della filiera dell’abbigliamento in Bangladesh guadagna in un’intera vita. “In ogni parte del mondo abbiamo raccolto testimonianze di donne schiacciate dall’ingiustizia della disuguaglianza – ha aggiunto Iachino – In Vietnam le lavoratrici del settore dell’abbigliamento non vedono i loro figli per mesi, perché non possono tornare a casa per colpa delle lunghissime giornate lavorative e delle paghe da fame che percepiscono. Negli Stati Uniti abbiamo scoperto che alle lavoratrici dell’industria del pollame non era consentito di andare in bagno ed era imposto di indossare i pannolini. Sia in Canada sia in Repubblica Dominicana, molte donne di servizio nel settore alberghiero di lusso ci hanno raccontato di aver deciso di non denunciare le molestie sessuali di cui sono vittime per paura di perdere il lavoro”.

Disuguitalia 2018

La disuguaglianza desta seria preoccupazione anche in Italia. A metà 2017 il 20% più ricco degli italiani deteneva oltre il 66% della ricchezza nazionale netta, il successivo 20% ne controllava il 18,8%, lasciando al 60% più povero appena il 14,8% della ricchezza nazionale. La quota di ricchezza dell’1% più ricco degli italiani superava di 240 volte quella detenuta complessivamente dal 20% più povero della popolazione. Nel periodo 2006-2016 la quota di reddito nazionale disponibile lordo del 10% più povero degli italiani è diminuita del 28%, mentre oltre il 40% dell’incremento di reddito complessivo registrato nello stesso periodo è fluito verso il 20% dei percettori di reddito più elevato. Nel 2016 l’Italia occupava la ventesima posizione su 28 paesi Ue per la disuguaglianza di reddito disponibile.

Le proposte di Oxfam

In tutto il mondo, la stragrande maggioranza delle persone è a favore di un’azione immediata per contrastare la disuguaglianza. Intervistando 70.000 persone in 10 paesi, Oxfam ha rilevato che circa 2/3 di loro ritengono che il divario tra ricchi e poveri debba essere affrontato con urgenza. Per questo Oxfam chiede ai governi di adottare una serie di misure atte a contrastare l’estrema disuguaglianza e costruire opportunità di lavoro ben retribuito e tutelato.
Tra le proposte: incentivare modelli imprenditoriali che adottino politiche di maggiore equità retributiva e sostengano livelli salariali dignitosi; introdurre un tetto agli stipendi dei top-manager, così che il divario retributivo non superi il rapporto 20:1 ed eliminare il gap di genere; proteggere i diritti dei lavoratori, specialmente delle categorie più vulnerabili: lavoratori domestici, migranti e del settore informale, in particolare garantendo loro il diritto di associazione sindacale; assicurare che i ricchi e le grandi corporation paghino la giusta quota di tasse, attraverso una maggiore progressività fiscale e misure solide di contrasto all’evasione ed elusione fiscale; aumentare la spesa pubblica per servizi come sanità, istruzione e sicurezza sociale a favore delle fasce più vulnerabili della popolazione, continua Oxfam.

Anche le imprese potrebbero già mettere in campo autonomamente azioni per promuovere un’economia dal volto più umano: una tra tutte l’assicurare un salario dignitoso a tutti i lavoratori, come azione prioritaria rispetto alla distribuzione dei dividendi agli azionisti o al pagamento di mega bonus ai top manager.
“Difficile trovare oggi un esponente del mondo politico o economico che non sia preoccupato per la disuguaglianza, ma ancora più difficile è trovarne uno che stia agendo concretamente per porvi rimedio – ha detto Roberto Barbieri, direttore generale di Oxfam Italia -. Al contrario, osserviamo l’adozione di provvedimenti irresponsabili, come il taglio delle tasse ai più facoltosi o la rottamazione dei diritti in materia di lavoro. Misure che esasperano i livelli di disuguaglianza, proprio mentre, in tutto il mondo, i cittadini reclamano un salario dignitoso e pari diritti per lavoratori e lavoratrici, chiedendo che multinazionali e ricchi individui paghino la loro giusta quota di imposte e che venga posto un limite alla concentrazione di potere e ricchezza in così poche mani”.

cari politici, giù le mani dal vangelo, tanto lo usate solo per i vostri interessi!

“politici, leggete il vangelo e confrontatelo con le vostre scelte”

parroco di Bologna scrive a 12 politici

A don Tarcisio Nardelli,  parroco del Cuore Immacolato di Maria nel quartiere Borgo Panigale, a Bologna, il video della leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni in cui veniva auspicata una “rivoluzione del presepe”, non è andato proprio giù. Già prima di Natale aveva mal digerito  la mancata approvazione della legge sullo Ius soli e così, durante le feste natalizie, ha scritto una sua riflessione sui simboli cristiani, che ha spedito, insieme a una copia del Vangelo, ai rappresentanti di ogni schieramento politico: da Paolo Gentiloni a Pietro Grasso, a Matteo Renzi, alla stessa Meloni, a Luigi Di Maio, Silvio Berlusconi, Matteo Salvini, Maurizio Lupi, Beatrice Lorenzin,

«Perché tu lo legga e possa confrontare le tue scelte politiche con la parola di Gesù». «Non ho la pretesa che tutti, anche chi è ateo, lo leggano – ha spiegato don Tarcisio all’agenzia Dire, secondo quanto si legge sull’edizione bolognese di Repubblica (13/1) – ma chi chiede il voto dei cattolici dovrebbe tener conto del Vangelo. Ho paura che oggi però siano in pochi…».

Don Tarcisio non si è fermato qui, nel suo gesto di protesta. Ha anche promesso ai suoi parrocchiani di non toccare più questioni politiche fino alla data delle elezioni:

«Non solo le banche in fallimento, il testamento biologico, l’abbassamento delle tasse, la permanenza o l’uscita dall’euro saranno argomento di battaglia e propaganda elettorale senza esclusione di colpi», ha detto, «ma anche il mite presepe inventato da San Francesco… Se Gesù è nato in una stalla come non vedere che oggi nasce nelle povere capanne dell’Africa, nei campi di sterminio in Libia e nei barconi che cercano di attraversare il Mediterraneo”.

Se Gesù è dovuto scappare in Egitto, prosegue,

«come faccio a non accogliere tutti coloro che a causa di guerra, violenza, terrorismo, fame, carestia non hanno futuro nei loro Paesi e fuggono cercando pace e speranza di vita tra noi?».

Don Tarcisio invita poi i politici ad andare oltre i simboli.

 «È vero, sono importanti. Ma non fermiamoci lì, bisogna capirne anche il significato». Il crocifisso sui muri, spiega, non è più importante degli uomini o dei popoli che oggi sono crocifissi»

dalle guerre o dalla povertà, e lo stesso vale per il presepe.

Allo stesso tempo, però, don Tarcisio bacchetta anche chi vuole cancellare a ogni costo i simboli religiosi:

«La civiltà e la cultura che dobbiamo proporre è quella del dialogo, in cui io mostro i valori in cui credo e l’altro mi mostra i suoi. Lui farà fatica a capire, ma anch’io faccio fatica a capire la fede islamica. Questo però non è un motivo perché sia io che lui facciamo silenzio sulle nostre fedi. Dobbiamo educarci a un dialogo libero, rispettoso e gioioso».

la lettera di un missionario ai nostri parlamentari: no alla ‘missione umanitaria’ in Niger

 

lettera aperta ai parlamentari italiani sulla missione militare in Niger

l’Italia prende le armi in Africa

una storia scritta sulla sabbia

lettera aperta ai parlamentari italiani

«La svolta africana. Soldati italiani in Niger non solo per addestrare… Con 470 uomini e 150 veicoli le nostre truppe svolgeranno anche ‘attività di sorveglianza e di controllo del territorio’. All’inizio coi francesi, tra miliziani, contrabbandieri e migranti.»

Così Gianluca Di Feo su ‘Repubblica’ del 14 dicembre del 2017. Nel Niger, dove mi trovo da quasi sette anni, proprio oggi, il 18 dicembre si celebra la proclamazione della Repubblica, avvenuta 59 anni or sono. Una Repubblica di carta e l’altra di sabbia. Quella di carta racconta di un paese, una Repubblica, fondata sul lavoro, nata dalle variegate resistenze al nazi-fascismo che, proprio per questo, ha scelto di ripudiare la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. (Art.11 della Costituzione della Repubblica).

Siamo diventati una Repubblica di carta straccia, perché, non da oggi, la Costituzione è stata tradita, svilita, venduta e buttata al macero come inutile cimelio ornamentale. Una Repubblica che si appresta a scrivere sulla sabbia di quest’altra Repubblica, quella del Niger, che di sabbia se ne intende. Ripudiare significa non riconoscere come proprio, il rifiuto fermo di un legame che prima si riteneva infrangibile. Il ripudio indica una scelta definitiva e irrevocabile, una separazione senza condizioni. Ciò che si è ripudiata è la guerra, che da sempre offende la libertà degli altri popoli. E, in ogni caso, non può essere presa come strumento di risoluzione di controversie.

Abbiamo comprato l’assenso della Repubblica del Niger, che oggi, nella sabbia delle frontiere già armate, riconosce di essere una Repubblica sovrana, da 59 anni, col diritto di vedere rispettata la sua dignità. Abbiamo usato il denaro per comprare il diritto a operare con militari con lo scopo di occupare terreno, sorvegliare e se è il caso punire, secondo i dispositivi di controllo del territorio delineati dal piano di occupazione in corso. Geopolitiche di carta, scritte sulla sabbia che il vento spazzerà via al tempo debito.

«Italia e Niger hanno firmato ieri a Roma un accordo di cooperazione nell’ambito della Difesa siglato dai ministri Roberta Pinotti e Kalla Moutari. Ne ha dato notizia il ministero della Difesa senza rivelare però dettagli circa i contenuti dell’accordo che rientra nella strategia italiana di cooperazione con i Paesi africani interessati dai flussi di immigrati illegali diretti in Libia e poi nella Penisola. Il Niger è infatti il “paese chiave” di questi traffici, vero e proprio “hub” dei flussi migratori illegali diretti in Europa dall’Africa Occidentale e sub sahariana.» (Roma 27 settembre 2017, Ministero della difesa)

I cittadini del Niger, mai consultati in queste operazioni militari, forse al momento non lo diranno ad alta voce, taceranno per timore, per rispetto o per ospitalità. Non sono contenti e non lo saranno mai. Sanno bene che le armi portano la guerra e le guerre portano morti. Loro che di sabbia se ne intendono lo sanno bene che alla fine a vincere sarà lei, la sabbia. E di ciò che avremo scritto coi militari non resterà che il vento. La sabbia della vergogna avrà coperto financo le macerie delle italiche geopolitiche del nulla.

Chi scrive è figlio di un partigiano di quelli veri e che ha scelto da tempo, come suo padre, di deporre le armi e di stare con le mani nude e coi piedi nella sabbia di questo popolo. Non dubitatene, onorevoli e procacciatori di un altro posto al sole. Mi vedrete contro le vostre politiche di riconquista coloniale. L’ambasciata che avete voluto non sarà la mia, gli affari che state preparando per le ditte e per la finzione umanitaria non mi compreranno. Siete riusciti a mettere le vostre pedine nei centri di comando della gestione migratoria con l’OIM, l’Organizzazione delle Migrazioni Internazionali e in altri centri di potere umanitario globale. L’umanitario, l’economico e il militare camminano, ormai da tempo, assieme, da buoni farabutti.

«Niamey ha già accordi di cooperazione militare tra i quali Francia (ex potenza coloniale presente con contingenti dell’Operazione Barkhane anti-jihadisti), Stati Uniti (nell’ambito dell’iniziativa anti terrorismo nel Sahel), Algeria, Canada e Germania che recentemente ha fornito decine di mezzi da trasporto all’esercito nigerino. Da anni il governo di Niamey lamentava l’assenza di cooperazione militare con l’Italia come riportò nei dettagli nel 2014 il reportage diAnalisi Difesa del Paese africano ‘Roccaforte Niger’.» (Ministero della Difesa)

Non starò con voi, sappiatelo, mi troverete con l‘altra Repubblica, quella che ha 59 anni di sabbia e di polvere mescolata al silenzio. Vi ripudio, consapevoli commercianti di carne migrante e di valori scritti col sangue di altri che vi hanno preceduto. Non mi interessa né la vostra fede né la vostra appartenenza politica, siete solamente seguaci di quel dio che i soldi e il potere adorano e al quale sacrificano il futuro e la storia. Non starò mai dalla vostra parte è vi denuncerò finchè avrò voce e forza per farlo. Del resto non sono l’unico a denunciare la deriva bellica del paese. L’amico e compagno di viaggio Alex Zanotelli l’ha appena scritto:

«Quest’anno il governo italiano spenderà 24 miliardi di euro in Difesa, pari a 64 milioni di euro al giorno. Per il 2018 si prevede un miliardo in più. Ma è ancora più impressionante l’esponenziale produzione bellica nostrana: Finmeccanica (oggi Leonardo) si piazza oggi all’ 8° posto mondiale. Lo scorso anno abbiamo esportato per 14 miliardi di euro, il doppio del 2015! Grazie alla vendita di 28 Euro Fighter al Kuwait per otto miliardi di euro, merito della ministra Pinotti, ottima piazzista d’armi. E abbiamo venduto armi a tanti paesi in guerra, in barba alla legge 185 che ce lo proibisce. Continuiamo a vendere bombe, prodotte dall’azienda RMW Italia a Domusnovas (Sardegna), all’Arabia Saudita che le usa per bombardare lo Yemen, dov’è in atto la più grave crisi umanitaria mondiale secondo l’ONU. (Tutto questo nonostante le quattro mozioni del Parlamento Europeo!) L’Italia ha venduto armi al Qatar e agli Emirati Arabi con cui quei paesi armano i gruppi jihadisti in Medio Oriente e in Africa (noi che ci gloriamo di fare la guerra al terrorismo!).»

Mi troverete invece complice dell’altra Repubblica e con le altre Repubbliche che disprezzate perché credete si tratti di mendicanti. Chi vi ha chiesto di intervenire non rappresenta il popolo della Repubblica: l’avete pagato voi perché metta in vendita la sua sovranità. Sappiatelo: non abbiamo bisogno di voi, dei vostri soldi e dei vostri soldati. Le vostre armi, segno inequivocabile del vostro tradimento, si rivolgeranno un giorno contro di voi e allora sarà tardi per capire. Quel giorno vi accorgerete che avevate scritto sulla sabbia.

P.S.:

Onorevoli parlamentari, eletti per rappresentare la volontà del popolo sovrano dal quale ricevete la legittimità e la rappresentazione, avete la possibilità, forse unica di esprimere con un no, l’unica ragionevole posizione al momento di scegliere il futuro della presenza militare italiana nel Sahel.

Avrete l’opportunità e la responsabilità di scrivere un’altra storia della nostra presenza in Africa. Non sulla sabbia ma sui volti. Quei volti che noi, missionari, abbiamo incontrato e raccontato per decenni. Siamo stati gli ambasciatori più veri del nostro paese, incarnandone, con tutti i limiti legati all’umana fragilità, i valori più profondi di umanità e solidarietà, che si trovano, appunto, alla base della visione personalista e comunitaria della Costituzione italiana.

Non tradite questi volti e non tradite questa tradizione di solidarietà sincera e profonda che abbiamo seminato con anni di presenza, accompagnamento e dedizione a questi popoli che sono diventati i nostri. Non traditeli, dovrete renderne conto di fronte alla storia, scritta da nomi di sabbia che serbano un futuro di pace per tutti.

*Mauro Armanino  – Missionario e dottore in Antropologia Culturale ed Etnologia Dalla Repubblica di sabbia, dicembre 2017. Da anni collabora con Contropiano come corrispondente dal Niger e dall’Africa

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