leccarsi le labbra in un ristorante rom

dieci donne e un sogno: aprire un ristorante rom

sono donne, rom, e hanno un sogno: aprire un ristorante

giovedì 25 giugno hanno cucinato nel campo di Candoni a Roma, vicino alla Magliana, per una ventina di ospiti: in tavola hanno servito piatti tipici della loro tradizione: sarme, verza, carne arrosto, peperoni ripieni con riso e macinata, una variante dell’insalata russa, biscotti e dolci. Maria Miclescu, Codruca Balteanu, Ribana Sadic, Roxana Cinca, Simona Nedelcu, Elena Miclescu, Gordana Osmanovic, Elisa Pandelica, Hanifa Kokic, Alexandra Costantin, Tudorita Iordan, Giuliana Sulejmanovic, Florentina Darmaz, Florentina Spirache hanno lavorato fianco a fianco, giovani e meno giovani, bosniache e rumene, ognuna assumendosi un compito: chi ha pensato alla spesa, chi  alla musica, chi ha preparato i dolci, chi ancora ha portato la macedonia. «Come in un vero e proprio catering», racconta a Gli Stati Generali Mariangela De Blasi di Arci Solidarietà . «Stiamo puntando sulle donne – aggiunge – che hanno una grande voglia di protagonismo, di indipendenza, di affermazione; per questo le abbiamo riunite attorno a un “tavolo”,  (a cui siedono anche Francesca Hamidovic, Lina Chiriac e Daniela Sulemanovic, di nazionalità serba) per creare un momento di confronto tra loro e di incontro anche con le istituzioni, in modo che siano le donne stesse a farsi portavoce delle proprie istanze». Al tavolo partecipano le operatrici e gli operatori di Arci Solidarietà, Marta Bonafoni , consigliera della Regione Lazio, e Felipe Goycoolea del coworking Millepiani.

Spiega Codruca, 23 anni: «Durante gli incontri parliamo di noi, di quello che sappiamo fare, di quello che vorremmo imparare. Ci sono alcune ragazze che devono prendere la terza media, altre che hanno studiato ma non trovano lavoro. Io ad esempio – continua – ho il diploma alberghiero, ho lavorato in un ristorante per tre anni, ma ora non riesco a trovare nulla, forse non si fidano di noi». E precisa: «Abbiamo organizzato questo pranzo per dimostrare che abbiamo voglia di fare. Sui giornali, in televisione parlano male di noi, ma non siamo tutti uguali: come le dita di una mano, ognuna è diversa dall’altra». Prima di iniziare a mangiare hanno voluto precisare che «tutti i cibi sono stati preparati seguendo le norme haccp, abbiamo fatto un corso e usato guanti speciali».

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Il percorso di queste donne nasce da due progetti di Arci Solidarietà Onlus, Donne al Volante (supporto al conseguimento della patente di guida) e 7donne Rom, libro che racconta l’esperienza di sette donne all’interno di O.r.M.e (corso di orientamento per mediatori). Un altro progetto per la formazione al lavoro delle donne rom è Roma Atelier, nato con il supporto della Caritas e finanziato dalla Curia. «L’obiettivo è  professionalizzare le donne e renderle indipendenti», racconta a Gli Stati Generali Antonella Barile del Centro di orientamento al lavoro del municipio I. «Due di loro sono state assunte da Eataly, altre faranno dei tirocini», aggiunge Barile. La formazione è modulata in base alle esigenze delle partecipanti: «Alcune seguono corsi di cittadinanza, altre di italiano, altre ancora imparano a guidare e prendono la patente».

Si danno da fare, insomma, mostrando un pezzo di mondo rom che vive nei campi poco, o niente narrato. Un pezzo di mondo in cui le donne, con l’aiuto delle associazioni (giovedì c’erano, oltre ad Arci Solidarietà, Scosse e Zero Violenza) e, in alcuni casi delle istituzioni (al pranzo erano presenti la consigliera Marta Bonafoni e Marzia Colonna, assessora del municipio 11), provano a uscire dal degrado e dalla segregazione diventando promotrici di loro stesse. «Anche noi sogniamo – ha detto una delle ragazze – E’ bello quando sogni, perché così puoi andare avanti con la vita».

Il rovescio della medaglia, però, c’è e non si può ignorare. Esiste anche a Candoni, a pochi metri da dove le donne hanno allestito il pranzo e ballato. E’ una zona diventata una discarica a cielo aperto. Cumuli di rifiuti (copertoni, batterie di auto, frigoriferi, taniche di plastica, persino eternit) coprono una vasta area non lontana dai container dove vivono adulti e bambini. Spesso questa immondizia viene bruciata, producendo fumi tossici. I famosi roghi, come denunciano gli operatori che lavorano nel campo, sono frequentissimi, per la maggior parte vengono appiccati di notte, ma a volte i fumi si alzano anche di giorno. I rifiuti ricoprono anche l’esterno del campo: è impossibile non vederli percorrendo via Luigi Candoni.   

L’area in questione è stata dichiarata insalubre dalla Asl, che periodicamente manda comunicazioni all’assessorato alle Politiche Sociali perché intervenga. Anche l’ente gestore (Arci solidarietà) ha segnalato «la forte insalubrità dell’aria», chiedendo che« la situazione si possa al più presto risolvere nell’interesse di chi in quel luogo ci abita e di chi ci lavora» . Si era parlato di uno sgombero degli abitanti di quella porzione di campo, dato che l’area era stata posta sotto sequestro dalla Forestale già l’anno scorso. Ad oggi, però, la questione resta irrisolta: anche perché circa 230 persone, tra cui molti bambini, resterebbero senza un tetto. Il vice comandante della polizia Antonio Di Maggio, interpellato al telefono da Gli Stati generali dice: «Ci stiamo lavorando». Speriamo che lavorino in fretta e bene.

il commento al vangelo della domenica

FANCIULLA IO TI DICO, ALZATI!

commento al vangelo della tredicesima domenica del tempo ordinario (28 giugno 2015) di p. Alberto Maggi

maggi

Mc  5,21-43

In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.
Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male.
E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male».
Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano.
Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.

Nella narrazione della risurrezione della figlia del capo della sinagoga e della guarigione della donna affetta da flusso di sangue, l’evangelista intende rappresentare la situazione del popolo di Israele. Il popolo, che è sottomesso alla legge, è morto e il popolo che è escluso dalla legge vive una situazione di impurità, rappresentato dalla donna con il flusso di sangue.
Ciò che unisce i due episodi è:
– la cifra ‘dodici’, indicata come anni di malattia per la donna e come età per la figlia del capo della sinagoga. Il numero ‘dodici’, lo sappiamo, è il numero che rappresenta le dodici tribù di Israele, quindi indica tutto il popolo di Israele. – E l’altro termine è il termine ‘figlia’ (qug£thr), adoperato da Gesù per la donna che viene guarita, e per indicare la figlia del capo della sinagoga.
In entrambe le situazioni si guarisce, si recupera la vita attraverso una trasgressione.  Gesù tocca, prende la mano della bambina, del cadavere – ed era proibito nel Libro del Levitico toccare un cadavere – e la bimba ritorna in vita, mentre nel brano, che adesso vediamo di comprendere e di esaminare, è la stessa donna che compie questa trasgressione.
Scrive l’evangelista che questa “donna”, anonima – significa che è un personaggio rappresentativo nel quale ogni lettore si può immedesimare – “aveva perdite di sangue”. Il sangue è la vita, e perdere sangue significa perdere la vita. Una donna in queste condizioni, secondo il Libro del Levitico, è una donna in perenne condizione di impurità. Se non è sposata non trova nessuno che la sposa, se è sposata non può avere rapporto con il marito, quindi è destinata alla sterilità, anzi il marito la può addirittura ripudiare. Quindi una donna che non ha nessuna speranza; è impura, non può entrare nel tempio, non può celebrare la Pasqua, è equiparata a un lebbroso.
Allora, per la donna non ci sono speranze; se continua ad osservare la legge va incontro alla morte, ma lei, che ha sentito senz’altro la parola di Gesù, il messaggio di Gesù, il Gesù che ha purificato il lebbroso, il Gesù che non guarda i meriti delle persone, ma i loro bisogni, ci prova. Ci prova di nascosto perché una donna che, nelle sue condizioni, pubblicamente e volontariamente, toccava un uomo, veniva messa a morte, perché lo rendeva impuro.
Ebbene, sentendo parlare di Gesù, ha sentito appunto questo amore dal quale nessuno si sente escluso, un Dio che guarda le necessità delle persone. “Da dietro gli toccò il mantello” e quindi la donna, secondo il Libro del Levitico, secondo la Parola di Dio, compie una trasgressione, compie un sacrilegio.
Gesù avverte, avverte che una “forza era uscita da lui”, una forza di vita e chiede “chi mi ha toccato le vesti?”  Il comportamento dei discepoli è quello di considerare Gesù quasi uno scriteriato, dice “tu vedi la folla che ti si stringe attorno e ti chiedi ‘chi ti ha toccato’?”.
Cosa vuole dire l’evangelista? I discepoli sono accanto a  Gesù, ma non gli sono vicini, loro lo accompagnano, ma non lo seguono. Non basta stare accanto a Gesù per percepirne e riceverne la forza della vita. 
Ma Gesù guarda “per vedere colei che aveva fatto questo”. E la donna impaurita e tremante … Impaurita perché? Ha compiuto una trasgressione per cui merita la pena di morte e quindi magari si attende il rimprovero, il castigo dal Signore.
“Gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità”. Ecco, quello che, agli occhi della religione, è considerato un sacrilegio, agli occhi di Gesù invece … “Gesù le disse ‘Figlia’ “ – è lo stesso termine (qug£thr) adoperato per la figlia del capo della sinagoga che indica quindi il popolo di Israele – “ ‘La tua fede ti ha salvata!’ “
La tua fede? La donna ha trasgredito un precetto religioso; ebbene, quello che, agli occhi della religione è una trasgressione e un sacrilegio, per Gesù è un gesto di fede. Dio non si concede come un premio per la buona condotta, ma come un regalo. Il premio dipende da chi lo riceve, il regalo dalla generosità del donatore. E quindi nessuno si può sentire escluso dal Signore.
E non solo. Gesù non la manda al tempio a offrire i due piccioni come era previsto dalla legge, ma dice “Va’ in pace”, va’ verso la felicità.
E’ iniziata una nuova epoca dove non più l’uomo deve offrire a Dio, ma deve accogliere un Dio che si offre a lui perché la sua vita sia piena e felice.

 

cos’è questo mostro di ‘gender’?

studi di genere

la dottrina è sempre in ritardo

Vaticano

 

 

 

 

 
Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 17 del 09/05/2015

Tempo fa ho partecipato a una conferenza su “Genere e sviluppo economico in Africa”. Un tema relativamente poco controverso, dato che le disuguaglianze di genere e il ruolo delle donne nelle economie dei Paesi del Sud sono da tempo oggetto di dibattito, nonché di interventi specifici nel settore della cooperazione allo sviluppo. L’unico giornalista presente a documentare l’incontro lavorava per un giornale cattolico, il che mi stupì positivamente. Ma quando si trattò di intervistare una delle esperte africane presenti alla conferenza, il giornalista ci chiese timidamente, forse consapevole di formulare una richiesta paradossale: «Potremmo tradurre con “relazioni tra uomini e donne” ogni volta che la signora parla di “genere”? Altrimenti potrei avere difficoltà a pubblicare il pezzo…».Che cosa, nel mondo cattolico, ha reso il concetto di “genere” così sospetto e ostile da renderlo indicibile?

Che cosa lo ha trasformato nello spauracchio in cui far confluire tutto ciò che minaccia la morale cattolica nel campo della famiglia, della sessualità, delle relazioni, della natura umana? Se non sorprende che la pastorale di Ratzinger, relativamente conservatrice da questo punto di vista, abbia fatto da sfondo alla nascita di un sentimento “anti-gender” in settori consistenti del clero e dell’associazionismo cattolico, occorre osservare che la posizione più aperturista di Bergoglio sull’omosessualità non ne ha frenato il consolidamento. A gennaio, lo stesso papa ha parlato di «colonizzazione ideologica» del gender (non a caso spesso i media cattolici preferiscono usare il concetto nella sua versione inglese, come se si trattasse di un’intrusione aliena alla nostra tradizione intellettuale) e, più recentemente, nell’udienza generale dello scorso 15 aprile, ha suggerito che la teoria del gender sia «espressione di una frustrazione e di una rassegnazione» di fronte alla differenza sessuale, e che con essa «rischiamo di fare un passo indietro».

Ciò che il papa suggerisce pacatamente – invitando al tempo stesso a ridare forza alla «reciprocità fra uomini e donne» e a riconoscere maggiore peso e autorevolezza alla voce di queste ultime – la redazione di Avvenire trasforma in proclama a caratteri cubitali, come nell’inserto Noi. Genitori e figli, pubblicato lo scorso 22 febbraio e dedicato interamente alla “grande bugia” del gender. Se l’editoriale iniziale cerca di sgombrare il campo dalle accuse di omofobia e ribadisce la «ferma condanna» a qualsiasi forma di intolleranza verso le persone con orientamento omosessuale, il resto del fascicolo è un atto di accusa a tutto campo contro teorie che vorrebbero negare «la verità fondante del maschile e del femminile». Un’infografica a metà dell’inserto paventa ad esempio che, se cominciamo col riconoscere che la mascolinità e la femminilità sono almeno in parte costruzioni sociali o culturali, finiremo per pensare che l’appartenenza di genere «si può variare a piacimento»: al contrario, lo sforzo delle scienze sociali è perlopiù quello di sottrarre l’appartenenza di genere tanto alle visioni naturalistiche quanto a quelle spontaneistiche e individualiste, reintroducendo una riflessione sui fattori socio-politici che influenzano, in ogni epoca storica o contesto culturale, l’identità maschile e femminile. La stessa infografica proclama poi che la differenza genetica tra i sessi si traduce in «differenze peculiari fisiche, cerebrali, ormonali e relazionali», facendo piazza pulita di tutti i dibattiti che, nelle scienze cognitive e sociali come nella psicologia, cercano tuttora di precisare – o di smentire – i legami tra differenza sessuale e inclinazioni o comportamenti.

In realtà, gli studi di genere costituiscono un campo interdisciplinare composito, dove convivono e dibattono approcci teorici diversi (nessuna singola “teoria” o “ideologia”, dunque), di cui solo alcuni sono legati a forme di attivismo politico (come il femminismo nelle sue diverse declinazioni, o più recentemente l’attivismo lgbt e queer), e solo una minoranza arriva a decostruire radicalmente la differenza sessuale o a sostenere l’arbitrarietà delle classificazioni sessuali e di genere. Ma per combattere efficacemente l’impatto politico delle rivendicazioni lgbt e del femminismo, bisogna confezionare un “nemico” più spaventoso: gli studi di genere vengono allora rappresentati come una miscela esplosiva di relativismo radicale, edonismo e consumismo spinti, progetto totalitario di ridefinizione della natura umana e dei rapporti sociali, insomma un indottrinamento a cui nessun genitore vorrebbe mai esporre i propri figli. In questa operazione, mirata ad alimentare il “panico morale” anti-gender, vale tutto. Anche la pubblicazione di dati infondati, come – sempre nell’utile ed esplicativa infografica – il fatto che il governo australiano riconoscerebbe ufficialmente 23 generi diversi, notizia tratta da un blog pro-life e non confermata da alcuna altra fonte (la realtà è che quei pochi governi al mondo che riconoscono un terzo genere lo fanno per non imporre prematuramente, alla nascita, un’identità agli individui intersex, oppure per riconoscere, in età adulta, identità transgender radicate nella storia e nella tradizione locale, come gli hijra nel subcontinente indiano). Oppure, come fa in un’intervista pubblicata nell’inserto lo psicanalista Mario Binasco (lo stesso che paragonò la proposta di legge sulle unioni civili al sedicente Stato Islamico, e che fu al centro di una polemica sulla sua affiliazione accademica poi risultata falsa), si mette in discussione la neutralità scientifica delle teorie di genere, che a differenza di una legge fisica sono teorie “di qualcuno”, cioè situate in un preciso contesto e influenzate da chi le formula (critica per nulla nuova, che si applica a tutte le scienze sociali, e anche alla psicanalisi praticata da Binasco, senza per questo invalidarle). Senza contare che a queste teorie si può persino attingere per fondare un’azione politica e di trasformazione della realtà: l’idea di “inverare la teoria” su cui si fonderebbe il pensiero marxista-leninista, secondo Binasco. E su questo, brividi di terrore da parte dei genitori anticomunisti.

Tra la destra cattolica e i settori più radicali del movimento queer, l’incompatibilità non solo di obiettivi politici, ma anche di sensibilità e di sistemi di valori, è probabilmente destinata a durare. Ma, se allarghiamo lo sguardo oltre le aree più “estreme” della contrapposizione, la radicalizzazione del confronto non è inevitabile. Se una qualche forma di dialogo costruttivo può essere ristabilita attorno a questi temi, non può che passare da una riduzione del livello di allarme: niente più proclami o caricature sulle presunte ideologie che vogliono “colonizzarci”, niente più copia-e-incolla da blog o interviste a esperti accuratamente scelti tra quelli ideologicamente affini, ma un confronto serio che, assieme alle critiche, permetta di apprezzare i diversi contributi che gli studi di genere hanno portato alla nostra comprensione della società e alla possibilità di trasformarla. Ad esempio, il riconoscimento del ruolo del lavoro delle donne nello sviluppo economico dei Paesi del Sud come nella tenuta del welfare nei Paesi del Nord; gli strumenti per individuare le disuguaglianze e le discriminazioni fino a quel momento invisibili o taciute; la sfida alle identità maschili troppo prescrittive e l’esplicitazione del legame spesso rimosso tra mascolinità e violenza; anche – e questo è uno dei principali oggetti della contesa – il supporto a un lavoro educativo in grado di decostruire stereotipi e pregiudizi, e di prevenire esclusioni, bullismo e omofobia a scuola.

Difficile dire se e quando questo avverrà. L’ottimismo di Vito Mancuso, che in un editoriale pubblicato da Repubblica pochi giorni fa si dice sicuro del fatto che la Chiesa cattolica «arrivera? ad accettare la sostanza di cio? che essa definisce “teoria del gender” e che oggi tanto combatte», come in passato ha accettato – con un certo ritardo – le teorie copernicane, lo Stato unitario italiano, la libertà religiosa o l’evoluzionismo biologico, è a prima vista consolante. Ma una simile visione ottimista lascia irrisolte molte questioni: ad esempio, qual è il prezzo di questo costante ritardo della dottrina nell’accomodarsi alla realtà in trasformazione? E nel caso specifico, quanti omosessuali cattolici – e non – continueranno a soffrire delle conseguenze dell’ostinazione della Chiesa a non negoziare con teorie e approcci che permettono loro di affermare in maniera più compiuta la propria identità o il proprio orientamento sessuale? Perché altre Chiese cristiane sono state capaci di elaborare riflessioni e pastorali più inclusive e meno conflittuali sul tema dell’omosessualità e a integrare i contributi positivi degli studi di genere? Perché l’approvazione della prima legge sul cambiamento di sesso nel 1982 – tutto sommato più dirompente rispetto alle richieste odierne di allargamento dei diritti civili – destò molte meno polemiche in campo ecclesiastico mentre oggi la contrapposizione è così forte? C’entra forse qualcosa il progressivo calo dei fedeli e delle vocazioni e la tentazione della Chiesa cattolica di recuperare terreno e ruolo politico attraverso le battaglie per i “valori non negoziabili”?

* antropologo

L. Boff, ispiratore dell’enciclica ‘laudato sì’

Boff L.
Leonardo Boff a Rainews.it: “L’Enciclica Laudato si’ è una nuova speranza per il Pianeta” L’Enciclica di Papa Francesco dedicata all’ ecologia , ovvero alla “madre terra”, non ha deluso le aspettative. Sta facendo discutere l’opinione pubblica mond Per andare alle “radici” dell’Enciclica abbiamo intervistato il teologo brasiliano Leonardo Boff, uno dei padri della teologia liberazione. Boff è tra gli ispiratori dell’Enciclica 
  di Pierluigi Mele
Leonardo Boff, per prima cosa partiamo dalle reazioni all’Enciclica in America latina: come è stata accolta? Finora è stata accolta molto bene, persino con una certa perplessità perché nessuno sperava un testo cosi positivo e dentro il nuovo paradigma ecologico. Il Papa ha innovato la discussione proponendo l’ecologia integrale che va ben oltre l’ecologia ambientale dominante. Sicuramente, per lei, questa Enciclica segna la piena riabilitazione del suo lavoro teologico. In particolare quello dedicato all’ecologia. Infatti, nel documento, c’è l’espressione “grido della terra, grido dei poveri” che è sua. Qual è la novità teologica dell’Enciclica? A richiesta dello stesso Papa gli ho inviato molto materiale sull’ecologia, visto che è da 30 anni che lavoro su questo tema. Molto mi ha aiutato la partecipazione alla redazione della “Carta della Terra”, sotto l’egida di Michail Gorbaciov. Questo documento molto simile con l’enciclica è per me l’unico grande documento, assunto dall’UNESCO, che sia stato elaborato totalmente dentro il nuovo paradigma, fondato nelle scienze della vita e della Terra. Io ho insistito insieme al Papa attraverso l’ambasciatore argentino nella Santa Sede che l’enciclica avrebbe tutto da guadagnare, mostrandosi contemporanea del migliore pensiero ecologico, se avesse assunto tale paradigma. Secondo questo paradigma tutte le cose stanno interconnesse formando un grande tutto. Tutto sta in relazione e niente esiste fuori dalla relazione. Questa prospettiva aiuta a mostrare che tutti i problemi stanno interconnessi e devono essere affrontati simultaneamente, specie il riscaldamento globale e la povertà delle moltitudini. Sono felice che questa prospettiva sia stata assunta, conferendo grande coerenza e unità al testo. Ciò è una novità nella tradizione del magistero della Chiesa. Il Papa Francesco ha innovato e collocato la Chiesa nel punto più avanzato della discussione ecologica. Le piace il termine “Ecologia integrale”? Il tema “ecologia integrale” è presente in tutti i miei libri e articoli. É la forma di come superiamo il discorso convenzionale che si restringe all’ecologia ambientale, secondo la quale s’immagina che l’essere umano stia al di fuori dell’ambiente e della natura, ma al di sopra dominandola e che non bisogna riconoscere il valore intrinseco di ciascun essere, indipendentemente dall’uso umano. Io ho lavorato di forma coordinata l’ecologia ambientale, politico-sociale, mentale e integrale. Specie ultimamente elaboro un’etica, una spiritualità ecologica e una cultura della cura per la Casa Comune, l’unica che abbiamo per abitare. L’ecologia integrale ha incluso le diverse forme di ecologia, dimostrando però che tutte si articolano tra loro a servizio di una cultura bio-centrata e di una Terra, che molti chiamano “Terra di Buona Speranza”. Quali sono i concetti più belli dell’Enciclica? I concetti centrali, che articolano tutto il testo, sono la concezione che tutto sta in relazione con tutto. Tutto è relazione e niente esiste fuori dalla relazione. Questa è la convinzione della fisica quantistica e della nuova cosmologia. Questa comprensione è teologicamente ben fondata perché si afferma che il Dio cristiano non è la solitudine dell’Uno ma la comunione e la relazione della Santissima Trinità, sempre ed eternamente interconnessi. Se Dio-Trinità sono cosi, relazione, allora tutta la creazione rispecchia la natura relazionale di tutte le cose. Da questo concetto ne deriva un altro, quello dell’interdipendenza tra tutti e della corresponsabilità collettiva per il destino comune, della Terra e dell’umanità. Un altro concetto chiave è quello della cura. Significa una relazione amorosa e non dominatrice con la natura e si oppone frontalmente al paradigma della modernità che e la dominazione dell’altro, dei popoli e della natura. Il Papa denuncia l’espressione maggiore di questa dominazione che è la tecnocrazia. La distingue bene dalla tecnica che ci ha portato tanti benefici. La tecnocrazia rappresenta la dittatura della tecnica, come se tutti i problemi ecologici e umani potessero essere risolti solo per la tecnica. Devono essere presenti la politica, l’etica e una scienza fatta con coscienza, non prioritariamente per il mercato, ma per la vita. Altro concetto importante è il termine “casa comune” per designare la Terra. Cosi è più facile ricordare che tutti abitano lo stesso spazio e che tutti sono fratelli e sorelle gli uni degli altri e anche fratelli del fratello Sole, della sorella Luna e figli della Madre Terra. Questa visione che esiste una fratellanza universale è derivata dalla mistica cosmica di San Francesco, una fonte d’ispirazione per tutta l’enciclica. Essa permette espressioni di grande bellezza, sentimenti di rispetto e di venerazione per tutto quello che esiste e vive. Qui il Papa innova di fronte ai suoi predecessori, in quanto nel suo testo coltiva l’eleganza, la lievità e la poesia. Come verrà declinata, dopo questa Enciclica, la parola “Liberazione”? La teologia della liberazione nacque ascoltando il grido degli oppressi, o nella versione argentina, del popolo messo a tacere e della cultura popolare oppressa. Il “marchio registrato” di questo tipo di teologia è l’opzione per i poveri, contro la povertà e in favore della loro liberazione e della giustizia sociale. A partire dagli anni’80 del secolo passato, alcuni teologi percepirono che all’interno di quest’opzione si sarebbe dovuto collocare il Grande Povero che è la Terra crocefissa, devastata e oppressa. Fu in questo senso che io scrissi nel 1995 il libro “Dignitas Terrae”, ecologia: grido della Terra – grido dei poveri”. Questa espressione è stata coerentemente assunta dall’enciclica. Nacque cosi un’eco-teologia della liberazione. Non fu assunta da tutti, perché questa eco-teologia incorpora i dati delle nuove scienze, come la nuova cosmologia, la fisica quantistica, la nuova biologia. La teologia della liberazione classica dialogava con le scienze sociali, con l’antropologia e con la cultura. Tutti fummo formati dentro questo paradigma. Pochi si sono arrischiati a dialogare con le nuove scienze. Ciò rappresentava una vera rivoluzione intellettuale. Io stesso, feci un grande sforzo per incorporare il nuovo paradigma. Non si tratta di parlare su questo, ma da questo. E da lì tutto cambia e mi resi conto che era più facile fare teologia con questo paradigma che con quello classico. Insieme con il cosmologo nord-americano Mark Hathaway elaborammo tutta una visione nuova in un libro dal titolo “Tao da Libertação” che fu tradotto in italiano nel 2014 da Fazi Editore. Negli USA il libro, nel 2010, ha vinto la medaglia d’oro per la “nuova scienza e cosmologia”. Penso che sia il passo più avanzato della teologia della liberazione. Con questo documento pontificio si mette radicalmente in discussione il “pensiero unico” neoliberista. E’ davvero alternativo al neoliberismo. Le chiedo: l’enciclica potrà avere degli effetti politici? Sicuramente l’enciclica avrà effetti politici. Primariamente perché non è diretta ai cristiani, ma a tutti gli abitanti della Casa Comune. Essa fa severe critiche agli incontri dell’ONU sul riscaldamento globale perché non possiede una visione integrale ma atomizzata e focalizzata solo nell’ecologia ambientale che favorisce l’antropocentrismo, dove si vede appena la relazione dell’essere umano con l’ambiente e la natura, dimenticando che questo essere umano è parte della natura e tra entrambi esistono relazioni inclusive e reciproche. Non mi meraviglierei se nell’incontro in dicembre a Parigi – organizzato dall’ONU, quando si tratterà nuovamente dei cambiamenti climatici, queste questioni fondamentali siano sollevate e cambi il corso delle discussioni. La questione non è appena il riscaldamento globale. Ma il tipo di produzione, distribuzione e consumo che la nostra società ha elaborato negli ultimi secoli, il quale ha richiesto alti costi alla natura e hanno prodotto un’iniqua disuguaglianza sociale, altro nome, dell’ingiustizia sociale mondiale. I cambiamenti climatici sono la conseguenza di questo modo di abitare la Terra, devastandola in vista di un’accumulazione illimitata. Dobbiamo cambiare, altrimenti conosceremo catastrofi ecologico-sociali mai viste prima. Papa Francesco, con l’Enciclica, porta nettamente la Chiesa cattolica sulla frontiera profetica della lotta per la “liberazione dei poveri”. Riuscirà l’intera comunità ecclesiale a reggere il passo di Papa Francesco? Vi saranno conflitti all’interno dell’episcopato? Il problema del Papa non si concentra nella Chiesa, ma nell’umanità. La sua questione non è domandare: che futuro avrà il cristianesimo? Ma la sua preoccupazione risiede in questo: in quale misura il cristianesimo, le altre chiese e cammini spirituali, possono e devono contribuire a salvare la vita sulla Terra e garantire un futuro per la nostra civiltà? Lui ha percepito nubi nere che si annunciano all’orizzonte, anticipando grandi catastrofi, nel caso non facessimo nulla. Ma sempre da’ l’ultima parola alla speranza e alla creatività umana, capace di dare un salto quantistico e conferire un altro corso alla nostra forma di abitare la Casa Comune. Esistono molti cristiani e vescovi che ancora non si sono svegliati di fronte alla gravità dell’attuale situazione che richiede un “cambio di direzione” e, citando la Carta della Terra “cercare un nuovo inizio”. Forse con l’aggravarsi della situazione mondiale, tutti si sveglieranno, poiché – nel caso contrario – potremmo conoscere il cammino già percorso dai dinosauri. Ultima domanda: con Papa Francesco i martiri dell’America Latina tornano a parlare alla Chiesa Universale. Qual è il “seme” di futuro che questi martiri portano all’intera comunità ecclesiale? Il Papa Francesco ha accolto la riflessione che si è fatta in America Latina secondo cui il martire non è appena quello che sacrifica la vita per fedeltà alla fede cristiana. Questo è un martire della Chiesa. Ma esiste anche un altro tipo di martire che sacrifica la vita nella difesa della dignità delle persone e dei loro diritti contro la violenza dei regimi dittatoriali. Questi sono i martiri, come diciamo noi, del Regno di Dio. Il Regno di Dio, il messaggio centrale di Gesù, è fatto di giustizia, d’amore incondizionato, di consegna della propria vita per difendere i violentati, specie i poveri. Questo è un atto d’amore e costituisce il contenuto concreto del grande sogno di Gesù: un Regno di giustizia, di compassione, d’amore, di pace e di totale apertura a Dio. Tutti questi martiri possiedono una connotazione politica. Proprio i Papi hanno definito la politica come una forma mai alta di amore verso il prossimo e di servizio alla giustizia del Regno. In questo senso abbiamo molti martiri nella Chiesa dell’America Latina, poiché molti cristiani, laici e laiche, preti, religiosi e religiose e per lo meno due vescovi, Oscar Romero in San Salvador ed Enrique Angelelli in Argentina furono assassinati per difendere questi valori del Regno di Dio. E anche molti colleghi teologi e teologhe furono sequestrati, barbaramente torturati e assassinati per difendere i poveri e per essersi impegnati nell’osservanza, da parte dello Stato, dei diritti umani universali. Tutti questi sono martiri del Regno di Dio, del quale la Chiesa è segno e sacramento.
(Traduzione dal portoghese di Gianni Alioti) – See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/L-Enciclica-Laudato-si-e-una-nuova-speranza-per-il-Pianeta-Intervista-esclusiva-di-rainews.it-a-Leonardo-Boff-42122a64-ae5c-41ba-acd0-b6074abe5610.html

papa Francesco ai valdesi: perdonateci, simo stati inumani con voi

Francesco chiede perdono ai valdesi

Francesco papa

di Luca Kocci
in “il manifesto” del 23 giugno 2015

 

Ci sono voluti più di 800 anni, ma alla fine un pontefice romano ha chiesto «perdono» ai valdesi per le scomuniche, le persecuzioni e le violenze operate dei cattolici nei loro confronti. «Da parte della Chiesa cattolica vi chiedo perdono per gli atteggiamenti e i comportamenti non cristiani, persino non umani che, nella storia, abbiamo avuto contro di voi. In nome del Signore Gesù Cristo, perdonateci!». Le parole sono state pronunciate ieri mattina da papa Francesco, all’interno del tempio valdese di corso Vittorio Emanuele II, a Torino, al termine della visita di due giorni nel capoluogo piemontese. «La sua richiesta di perdono ci ha profondamente toccati e l’abbiamo accolta con gioia – la reazione del pastore Eugenio Bernardini, moderatore della Tavola valdese (organo esecutivo dell’Unione delle Chiese metodiste e valdesi) –. Naturalmente non si può cambiare il passato, ma ci sono parole che a un certo punto bisogna dire, e il papa ha avuto il coraggio e la sensibilità per dire la parola giusta». Insomma benché arrivata con grande ritardo (per Galileo ci vollero “appena” 350 anni), la richiesta di perdono di papa Francesco per le gravi colpe della Chiesa cattolica nei confronti dei valdesi ha una valenza storica. Perché è il riconoscimento di errori storici e violenze compiute non da singoli uomini di fede, ma dalla stessa istituzione ecclesiastica: la prima cacciata dalla diocesi di Lione, nel 1177, dove il mercante Pietro Valdo, spogliatosi dei suoi beni, aveva cominciato a vivere e a predicare una Chiesa povera e dei poveri e a diffondere il Vangelo tradotto in volgare, infrangendo il monopolio clericale dell’annuncio della Parola; la scomunica dei valdesi da parte di papa Lucio III, nel 1184; poi, lungo tutto il medioevo, le persecuzioni, i tribunali dell’Inquisizione, i roghi, con la benedizione dei papi; infine le nuove persecuzioni, in età moderna, quando i valdesi aderirono alla Riforma protestante. «Entrando in questo tempio – ha detto Bernardini accogliendo il papa –, lei ha varcato una soglia storica, quella di un muro alzatosi oltre otto secoli fa quando il movimento valdese fu accusato di eresia e scomunicato dalla Chiesa romana. Qual era il peccato dei valdesi? Quello di essere un movimento di evangelizzazione popolare svolto da laici, mediante una predicazione itinerante tratta dalla Bibbia, letta e spiegata nella lingua del popolo». Ciò che, ha aggiunto Bernardini, vogliono essere i valdesi ancora oggi: una «comunità di fede cristiana» che annuncia il Vangelo «nella libertà». «L’inizio di una nuova stagione ecumenica», aveva auspicato Bernardini, intervistato domenica dal manifesto. In parte è così, anche se le differenze restano. Differenze di natura teologica ed ecclesiologica. «Il Concilio Vaticano II ha parlato delle Chiese evangeliche come di “comunità ecclesiali”», ha ricordato Bernardini, chiedendo: «Non abbiamo mai capito bene che cosa significhi questa espressione, una Chiesa a metà?». Resta sullo sfondo la Dichiarazione Dominus Iesus – firmata dal card. Ratzinger, con Wojtyla papa, nel 2000 – che afferma la superiorità della Chiesa cattolica su tutte le altre Chiese cristiane. E differenze su «importanti questioni antropologiche ed etiche», ha segnalato papa Francesco: dal fine-vita (i valdesi sono a favore del testamento biologico) alle unioni omosessuali, che vengono benedette con una certa frequenza in molte chiese valdesi. Ma ci sono anche molti punti in comune, su questioni religiose – la pubblicazione di una traduzione «interconfessionale» della Bibbia, le intese per la celebrazione dei matrimoni “misti” – e sociali, a cominciare dal lavoro comune, soprattutto in Sicilia, nell’accoglienza dei migranti che, ha denunciato Bernardini, «la fortezza Europa respinge».
«L’unità non significa uniformità, i fratelli sono accomunati da una stessa origine ma non sono identici tra di loro», ha detto il papa, augurandosi comunque che il «movimento ecumenico» vada avanti, perché «l’unità si fa in cammino». Magari, ha aggiunto Bernardini, con qualche traguardo raggiunto entro il 2017, a « 500 anni dalla Riforma protestante». Nei due giorni a Torino di papa Francesco non c’è stato solo l’incontro con i valdesi. Domenica la visita alla Sindone – che, nonostante le evidenze storiche, continua ad essere venerata dai cattolici e dai papi (come ben spiegato dallo storico Andrea Nicolotti sul manifesto di sabato) –, la messa in piazza, l’incontro con i salesiani, con i disabili del Cottolengo, con i giovani (a cui ha raccomandato di essere «casti» e ha ricordato anche le vittime dimenticate della Shoah: «rom» e «omosessuali») e con «il mondo del lavoro», “ecumenicamente” rappresentato da un’operaia, un agricoltore e un imprenditore, che hanno salutato Francesco. «Il lavoro non è necessario solo per l’economia, ma per la persona umana – ha detto Bergoglio –, per la sua dignità, per la sua cittadinanza, per l’inclusione sociale. Torino è storicamente un polo di attrazione lavorativa, ma oggi risente fortemente della crisi: il lavoro manca, sono aumentate le disuguaglianze economiche e sociali, tante persone si sono impoverite e hanno problemi con la casa, la salute, l’istruzione e altri beni primari. Il lavoro è fondamentale», e «questo richiede un modello economico che non sia organizzato in funzione del capitale e della produzione ma piuttosto in funzione del bene comune». In prima fila, ad applaudire queste parole, anche l’amministratore delegato di Fiat Chrysler Automobiles (Fca), Sergio Marchionne.

papa Francesco chiede scusa ai Valdesi

le storiche scuse del Papa ai Valdesi: “Siamo fratelli”

papa-francesco

di Andrea Giambartolomei
in “il Fatto Quotidiano” del 23 giugno 2015

“Da parte della Chiesa cattolica vi chiedo perdono per gli atteggiamenti e i comportamenti non cristiani, persino non umani che, nella storia, abbiamo avuto contro di voi”. Dopo 800 anni di storia i valdesi accolgono per la prima volta nel loro tempio un pontefice cattolico e l’invitato, papa Francesco, si presenta con delle scuse per i massacri perpetrati nel Medioevo su questi cristiani a lungo ritenuti “eretici”. È un gesto memorabile quello compiuto ieri mattina da Jorge Mario Bergoglio nell’ultimo giorno della sua visita a Torino, poco prima di andare a pranzo con i suoi sei cugini piemontesi. “Entrando in questo tempio – gli dice nel corso della cerimonia il pastore Eugenio Bernardini, moderatore della Tavola valdese – lei ha varcato una soglia storica, quella di un muro alzatosi oltre otto secoli fa quando il movimento valdese fu accusato di eresia e scomunicato dalla Chiesa romana”. Era il 1184 quando il concilio di Verona scomunicò Pietro Valdo, ricco mercante di Lione che diede origine a un movimento pauperista in contrasto con la corruzione dei palazzi romani. NON FU IL SOLO gesto di astio nei confronti dei seguaci di Valdo: il continuo clima di odio nei loro confronti culminò con le “pasque piemontesi”, massacri compiuti nel 1655 per volontà dei Savoia che volevano ingraziarsi la Chiesa cattolica, e terminò solo nel 1848 grazie a re Carlo Alberto, che permise ai valdesi di costruire il loro tempio a Torino. Fino a ieri, però, nessuno nelle gerarchie vaticane aveva mai chiesto loro scusa in maniera ufficiale. Bergoglio lo ha fatto compiendo il secondo gesto storico della giornata. Che fosse il momento giusto per questa riconciliazione lo si è intuito chiaramente a metà del discorso del papa, quando ha affermato che “purtroppo, è successo e continua ad accadere che i fratelli non accettino la loro diversità e finiscano per farsi la guerra l’uno contro l’altro”e poi ha detto “perdonateci”. Il papa ha anche affermato che le dottrine divergenti non separeranno i cristiani: “L’unità che è frutto dello Spirito Santo non significa uniformità. I fratelli infatti sono accomunati da una stessa origine ma non sono identici tra di loro”. Poi ha esortato a “continuare a camminare insieme” e collaborare per l’evangelizzazione e “il servizio all’umanità”, l’attenzione agli emarginati, poveri e migranti che siano. Con queste parole una ferita è stata rimarginata. “È stato un incontro di ‘fratelli ’ che si parlano”, afferma il pastore di Torino Paolo Ribet indicando le sei sedie tutte uguali disposte sull’altare del tempio e ribadendo un concetto di fratellanza da lui esposto all’apertura della mattinata, quando ha utilizzato il termine “fratelli” perché così Gesù designava i suoi discepoli: “Il discorso del papa va al di là delle parole. Ha un significato ‘fisico’. Non ci ha mandato una lettera, ma è venuto qui personalmente”. Come gesto di riconciliazione il suo connazionale Oscar Oudri, pastore della Tavola valdese di Rio de la Plata, invita Bergoglio a pregare insieme e “se possibile… bere un mate”. Secondo il moderatore Bernardini “la storia non cambia – premette al termine della cerimonia -, ma è importante che la chiesa di oggi abbia espresso un giudizio storico. Noi abbiamo apprezzato e accolto le scuse, ma non è che prima covassimo ancora rancore”. Insomma, nessun astio tra le due fedi cristiane, ma solo un importante gesto distensivo che per i valdesi deve portare al raggiungimento di alcuni obiettivi. IN PRIMIS vorrebbero essere riconosciuti come una “Chiesa” vera e propria e non come una “comunità ecclesiale”, secondo la definizione del Concilio vaticano II: “Non abbiamo mai capito bene che cosa significhi questa espressione: una chiesa a metà? Una chiesa non chiesa?”, aveva detto il pastore Bernardini al papa. La seconda richiesta invece è quella di poter partecipare alla comunione. Su queste richieste però bisognerà attendere le decisioni delle gerarchie vaticane. E chissà che questo riavvicinamento possa influenzare la Chiesa cattolica sui temi bioetici, sui quali i valdesi hanno delle posizioni progressiste? “Papa Francesco ha già aperto delle porte e ne ha socchiuse altre – spiega il pastore Ribet –. Il Sinodo straordinario sulla famiglia ha iniziato a parlare
delle unioni tra coppie dello stesso sesso e questa è una cosa che prima non si poteva neanche immaginare. Riconoscere la dignità degli altri non deve essere visto come un pericolo”.

ancora sui pregiudizi nei confronti dei rom

quello che pensiamo di sapere sui rom

da «sono troppi» ai presunti privilegi nell’accesso ai servizi sociali, viaggio tra i pregiudizi e la realtà delle popolazioni romanì in Italia

Il campo nomadi di via Luigi Candoni, Roma, settembre 2010

 
 
 Un paio di anni fa, l’associazione di volontariato Naga ha presentato un’indagine sulla rappresentazione dei cittadini rom e sinti nella stampa italiana. Per lanciarla è stato realizzato un video, girato in un comunissimo mercato rionale milanese, con un campione di intervistati fisiologicamente ristretto ma del tutto casuale: gente comune, signore anziane, ragazze giovani, stranieri. A tutti veniva chiesto di completare una frase: «Se dico rom…».   

Pochissimi rispondono in maniera neutra o positiva; pochi fiutano la trappola che li spingerebbe a esprimersi con toni sgradevoli davanti a una telecamera; quasi tutti cedono alla tentazione di lamentarsi, di dire la propria. E quasi tutti hanno qualcosa da dire. Tra gli accostamenti più popolari alla parola rom, troviamo naturalmente il furto, la sporcizia, la mancata integrazione: quando si parla di rom la percezione diffusa è quella di una minaccia, di un corpo drasticamente estraneo all’interno del nostro tessuto sociale.

Quando si parla di rom la percezione diffusa è quella di una minaccia, di un corpo estraneo all’interno del nostro tessuto sociale

A distanza di due anni è ragionevole pensare che poco o nulla sia cambiato, nonostante sentenze come quella del 30 maggio, che ha sancito il «carattere discriminatorio» del campo nomadi “La Barbuta” di Roma; nonostante personalità politiche e non solo, come Luigi Manconi, che hanno deciso di spendersi per la questione, e nonostante svariati articoli che mirano a sfatare alcuni degli stereotipi più radicati, come il bel pezzo di Claudia Torrisi su Vice.

Secondo i dati diffusi nel 2014 dal Pew Research Center (autorevole istituto di ricerca statunitense) che ha indagato l’entità dei sentimenti antizigani in 7 Paesi europei (Italia, Regno Unito, Germania, Spagna, Francia, Grecia e Polonia), l’Italia, infatti, conquista il primato, con ben l’85% degli interpellati che ha espresso un’opinione indistintamente negativa riguardo ai rom. Dalla stessa indagine emerge anche che i rom sono la minoranza più discriminata in Europa e in Italia.

Un ristretto corpus di individui, intervistati mentre fanno la spesa, rappresenta dunque davvero la pancia del Paese. Vale quindi la pena soffermarsi una volta di più sulle dichiarazioni emerse, su ciò che pensiamo di sapere sui rom e che invece non sappiamo affatto. A cominciare dalla lapidaria dichiarazione che chiude il video:

«Troppi in giro»

Stando a una ricerca del Ministero dell’Interno, il 35% degli italiani pensa che i rom nel nostro paese siano molti più di quanti sono in realtà. L’8% è convinto che il numero si aggiri intorno ai 2 milioni, ma la verità è che sono 10 volte di meno.

Le popolazioni romanì (rom, sinti, kale, manouches, romanichals e camminanti siciliani) sono la più grande minoranza europea con 12 milioni di persone in tutto il continente. Per lo più risiedono in Romania (un milione e 800mila). In Spagna sono circa 800mila, in Francia 400mila. In Italia la stima va da circa 150mila a 180mila (tra lo 0,23% e lo 0,3% della popolazione). Di questi circa 70mila hanno la cittadinanza italiana (gli altri si dividono tra apolidi, ex jugoslavi e romeni). Oltre il 60% vive in abitazioni stabili e più del 90% ha abbandonato la vita nomade.

I rom rappresentano dunque una fetta di popolazione talmente esigua che il famoso decreto governativo che ha istituito l’“emergenza nomadi” tra il 2008 e il 2011 (applicando quindi a una minoranza etnica pari allo 0,23% della popolazione leggi speciali che si usano in caso di calamità naturali) ha veramente del paradossale.

«Proprio ieri hanno rubato a casa mia. Ed erano dei rom»

«Vengono in questo Paese soltanto per rubare»

Esiste, secondo l’Unar, una «generalizzata tendenza a legare all’immagine dei rom e dei sinti ogni forma di devianza e criminalità».

Non esistono, invece, dati che certifichino una maggiore incidenza di furti e crimini nella popolazione rom, se non l’ovvia constatazione che nella marginalità e nell’indigenza si delinque più facilmente. Sappiamo piuttosto che l’”emergenza nomadi” a cui si accennava è stata dichiarata illegittima per assenza di un effettivo «pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica». Nessun dato dimostrava ad esempio l’incremento di determinate tipologie di reati a causa della presenza di rom.

Contro il pregiudizio che li vorrebbe tendenzialmente impuniti, interviene poi Luca Cefisi con il suo libro Bambini ladri, da cui si apprende che «i ragazzi rom rimangono di più in carcere», e questo perché senza casa e denaro le misure alternative al carcere sono pressoché impossibili e va da sé che la difesa legale potrebbe non essere delle migliori.

Particolarmente odiosa è poi la vulgata che li vorrebbe «ladri e mendicanti per cultura». Sono le forme di razzismo attuale, meno improntate sulla razza ma basate su una sorta di forma estrema di relativismo culturale. Il razzismo culturalista, detto anche differenzialista, consiste nell’attribuire all’alterità un carattere assoluto, irriducibile e immodificabile, negando qualsiasi possibilità dialogica e di sintesi, relegando i singoli membri di una comunità a caratteristiche comuni e destini analoghi. In nome di un principio di differenza si giustifica pertanto l’esclusione e il rifiuto. Un principio di immutabilità culturale che peraltro il solo esempio del nomadismo, ormai abbandonato quasi del tutto, smentisce completamente.

«A casa loro»

Intramontabile mantra della destra italiana e delle chiacchiere da bar, nella maggior parte dei casi risulta semplicistico e superficiale, ma nel caso dei rom è semplicemente sbagliato.

Le popolazioni romanì sono presenti in Italia dal Quattrocento. Circa il 60% è cittadino italiano, mentre la restante buona parte è costituita da comunità giunte in Italia negli anni ‘90, dopo lo smembramento dell’ex Jugoslavia. Sono dunque profughi delle guerre balcaniche, per lo più considerati apolidi, mentre i loro figli sono in genere nati in Italia. Ciò che resta è composto da rom romeni e bulgari, e quindi cittadini comunitari.

«Hanno i benefici che noi non abbiamo»

«Hanno le case, ci danno 40 euro al giorno, e noi?»

È uno dei pregiudizi più radicati, su cui insiste molto una certa parte politica per montare un’indignazione facile. Da una relazione dell’Agenzia dei diritti fondamentali dell’Ue sulla situazione dei rom in undici Stati membri, risulta che «un rom su tre è disoccupato e il 90% vive al di sotto della soglia di povertà». Si tratta di un popolo di giovani, con alta natalità ma basse aspettative di vita (la percentuale degli ultrasessantenni è dello 0,3%, circa un decimo della media italiana) e questo per via delle condizioni di vita precarie. Siamo davvero sicuri di volerli invidiare? Vivere in un campo nomadi non è un privilegio. Qualche allaccio abusivo alla corrente non risarcisce del sovraffollamento, delle condizioni igieniche precarie, e della continua paura di non ritrovarsi più un tetto sulla testa. Cosa più importante: non esistono leggi che garantiscano un sostegno economico ai rom. Non esistono criteri che li privilegino nell’accesso alle case popolari.

Piuttosto, come emerge dal rapporto Campi Nomadi S.p.a. (luglio 2014) e dall’inchiesta Mafia Capitale, sappiamo che sono stati in molti a lucrare sulla pelle dei rom.

«Non sanno integrarsi»

«Ladruncoli, sporchi e senza terra»

La parola nomade è molto pericolosa, perché giustifica la segregazione in campi speciali isolati dalla città

Quando si parla di rom l’Italia è per l’Europa «il Paese dei campi». I campi sono attualmente delle “riserve indiane” nelle quali i cittadini vengono stipati su base etnica. Sono il primo grande confine tra la comunità rom e il resto della cittadinanza. E il loro stigma accompagna anche chi vive nelle abitazioni, perché la parola rom, l’identità rom, nella mentalità comune si lega indissolubilmente all’idea del campo nomadi.

Il sito del progetto “Parlare civile” riporta l’opinione di Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio, secondo cui (ed è opinione diffusa tra gli addetti al settore) la parola nomade è molto pericolosa, perché giustifica la segregazione in campi speciali isolati dalla città. Nel suo rapporto annuale, l’Associazione 21 luglio afferma che «nel 2014 la costruzione e la gestione dei campi rom continua a essere un’eccezione italiana nel quadro europeo».

Naturalmente il termine nomade si lega a uno stereotipo che, se era ancora vero qualche decennio fa (ma già allora non per tutti), ormai deve essere definitivamente abbandonato. La popolazione nomade e seminomade si attesta a oggi intorno al 3% circa. È un’abitudine che sopravvive in parte (ma sempre più in declino) tra i Camminanti siciliani (che si suppone discendano dai rom giunti in Sicilia attorno al Trecento, anche se i Camminanti rifiutano con essi ogni sorta di identificazione). Sono per lo più semi-stanziali: passano l’inverno in Sicilia nelle loro abitazioni (soprattutto roulotte) e l’estate in viaggio – a volte fino al Nord Italia – per offrire le loro prestazioni di venditori ambulanti, arrotini, stagnini.

La leggenda della “zingara rapitrice”

Resta fuori da questa rassegna (e fa piacere) uno degli stereotipi più sgradevoli, infamanti e infondati che però – ce lo dimostrano cronache recenti – è duro a morire. Una volta per tutte: i rom non rubano i bambini più di quanto i comunisti non li mangino. Questa leggenda, che dovrebbe avere credito quanto l’uomo nero sotto il letto ma cui la stampa dà periodicamente credito, è stata definitivamente smentita da una ricerca dell’università di Verona curata da Sabrina Tosi Cambini: su tutti i casi riportati dall’Ansa fra il 1985 e il 2007 non c’è alcun caso di rapimento di minori ad opera di rom o sinti. Nemmeno uno. Tutte le denunce sembrano invece riproporre una leggenda metropolitana, così come è accaduto con i casi recenti, per i quali non sono mancate le smentite.

Su tutti i casi riportati dall’Ansa fra il 1985 e il 2007 non c’è alcun caso di rapimento di minori ad opera di rom o sinti

L’unico caso in cui una giovane rom è stata condannata per tentato rapimento è la vicenda controversa di Ponticelli (2008). Non c’erano prove se non la testimonianza della madre della bimba e dei suoi parenti, ma ciò è bastato per innescare l’assalto e l’incendio del campo rom da parte dei residenti e di uomini legati alla camorra.

Sono piuttosto i minori rom che rischiano di essere allontanati dalle proprie famiglie. Stando al rapporto Mia madre era rom, curato dall’Associazione 21 luglio, secondo le statistiche «un bambino rom ha il 60% di possibilità in più di altri bambini che sia aperta nei suoi confronti una procedura di adottabilità».

Le parole sono importanti

Il potere dello stereotipo è quello di trasformare l’ignoto nel noto. Un po’ come si suppone debbano fare i quotidiani. All’inizio ho citato l’indagine condotta dal Naga tra il 2012 e il 2013. Si tratta del monitoraggio di 9 tra i maggiori giornali italiani, spulciati per 10 mesi di seguito. Ne è emerso che, non solo, e com’era prevedibile, sulla stampa c’è una particolare insistenza nel dare visibilità a episodi negativi di cui qualche rom si è reso protagonista, ma che i rom vengono sistematicamente associati a fatti o eventi dannosi che non li vedono direttamente coinvolti. Per esempio citando en passant la vicinanza di un campo rom a un luogo in cui si è svolto un evento di cronaca, senza che il dato sia minimamente rilevante, o riportando «comportamenti che possono essere considerati negativi, ma che non sono reati» (lavarsi a una fontanella), o addirittura il semplice fatto di passare in un luogo. Il tutto, con toni allarmistici.

Certo, i media non sono gli unici responsabili (il linguaggio della politica, ad esempio, meriterebbe uno studio a parte), ma l’invito che rivolge Federico Faloppa (dell’università di Reading, nel Regno Unito, che si occupa di rappresentazione dell’alterità nella lingua italiana) è di valutare bene il peso delle parole: «A livello lessicale, si prenda la nota – ed errata – equivalenza di zingaro, rom e nomade. Che se talvolta trova (pessima) giustificazione in esigenze di varatio stilistica, spesso crea pseudo-sinonimie (zingaro = nomade) e dittologie fuorvianti (zingaro/rom e nomade), trasmettendo e reiterando quindi informazioni sbagliate».

Il problema, secondo Carlo Stasolla «è che queste persone, sin dal loro arrivo in Italia nel Quattrocento, hanno assunto il ruolo di capri espiatori. La funzione sociale dei rom è la stessa di un cestino della spazzatura in una casa: raccogliere il marcio. E oramai anche per amministratori e media è più comodo che sia così». E la politica dei campi, con il suo approccio emergenziale e assistenzialista, non aiuta di certo. Più i rom sono lontani dalla nostra conoscenza e più è facile pensare a loro in base a stereotipi. E quello che pensi di sapere sui rom potrebbe non essere così affidabile.

il ‘gender’, un fantasma che crea terrore

la crociata del gender, il fantasma che agita i cattolici

per una lettura meno agitata, impaurita, terrorizzata, più serena e riflessiva della cosiddetta ‘teoria del gender’ che non esiste affatto se non come riflessione e formazione ed educazione al rispetto delle varie identità e orientamento sessuale

mentre in questi giorni si celebrava la giornata del migrante che sta vivendo una tragedia da gridare vendetta al cospetto di Dio il settore più ottuso e reazionario del mondo cattolico sbraitava contro un fantasma inesistente

saggiamente invece mons. D. Mogavero così si esprime: “Nessuno nega l’importanza del matrimonio, della famiglia, i problemi che le teorie del gender possono creare, ma è anche vero che chi ha idee diverse va guardato non come un qualcuno da combattere, come se noi fossimo i puri e loro i peccatori. Se in passato la Chiesa è stata giudicata omofoba, deve porsi delle domande”

di Michela Marzano
in “la Repubblica” del 22 giugno 2015

Marzano

 

 

 

 

“Giù le mani dai nostri figli”, “Uomo e donna siamo nati”, “Stop gender nelle scuole”, “Il gender è lo sterco del demonio”. Alcuni degli slogan presenti negli striscioni e nei cartelli che hanno riempito sabato Piazza San Giovanni per il Family day mostrano quanta paura ci sia oggi nella società quando si tocca il tema dell’identità di genere e dell’omosessualità. Il “gender” sul banco degli accusati, prima ancora della legge Cirinnà sulle unioni civili. Un “gender” qualificato come “progetto folle” e come “colonizzazione ideologica” non solo da tanti cattolici, ma anche dall’Imam di Centocelle, anche lui presente in Piazza San Giovanni, e dal Rabbino capo di Roma. Un “gender” accusato di inquinare i cervelli dei bambini e di distruggere l’umanità. Un “gender” responsabile della distruzione della famiglia e del caos generale. Ma che cos’è mai questo “gender”? Quale sarebbe il diabolico progetto dei suoi ideologi? Procediamo con ordine e facciamo un piccolo passo indietro. Anche solo per capire quando e come è stato per la prima volta utilizzato il termine “genere” — visto che “gender” altro non è che il vocabolo inglese utilizzato ogniqualvolta si parli di identità e di orientamento sessuale. Ebbene, dopo che per secoli ci si è riferiti alle differenze esistenti tra gli uomini e le donne solo attraverso il termine “sesso”, negli anni Cinquanta, prima negli Usa con i lavori di John Money del 1955, poi anche in Europa a partire dagli studi di Claude Lévi-Strauss e di Michel Foucault, si è cominciato a capire che sarebbe stato meglio distinguere il “sesso” dal “genere”, anche semplicemente perché il sesso rinvia direttamente alle caratteristiche genetico-biologiche, mentre il genere designa il complesso di regole, implicite o esplicite, sottese ai rapporti tra uomini e donne. Chi non ricorda la famosa frase di Simone de Beauvoir quando, ne “Il secondo sesso” (1949), spiegava che non si nasce donna, ma lo si diventa? Frase ormai celebre, ma il cui significato, forse, non è più così chiaro. Visto che l’intellettuale francese non aveva alcuna intenzione di dire alle donne che potessero o meno scegliere di essere donne. Lo scopo di Simone de Beauvoir era solo quello di spiegare alle donne che avevano il diritto di ripensare il proprio ruolo all’interno della società uscendo da quegli stereotipi che, per secoli, le avevano rese prigioniere della subordinazione all’uomo. Ripensare i ruoli di genere, quindi, non per cancellare le differenze, ma per promuovere l’uguaglianza. Idee semplici e di buon senso al fine di uscire dall’impasse del naturalismo ontologico in base al quale le donne dovevano “per natura” accontentarsi di procreare e di occuparsi della vita domestica, lasciando gli uomini liberi di gestire la “cosa pubblica”. Che cosa è successo da allora? Di teorie e di studi sul gender, negli ultimi anni, ne sono nati molti. C’è chi si è concentrato sugli stereotipi della femminilità e della mascolinità, cercando di mostrare che è da bambini che si introiettano modelli e comportamenti; e che, se si continua a suggerire il fatto che i maschietti sono più adatti all’esercizio del potere e all’uso della razionalità mentre le femminucce sono più adatte ai mestieri della cura, di fatto non si riuscirà mai a uscire dagli stereotipi (si pensi alle ricerche di Nicole-Claude Mathieu, di Françoise Collin e di Luce Irigaray). C’è chi si è concentrato sul bullismo e sui comportamenti violenti nei confronti di tutte coloro e di tutti coloro che non coincidono esattamente con l’immagine che ci fa dell’essere una ragazza o una donna o dell’essere un ragazzo o un uomo — si pensi alle numerose ricerche pubblicate su The American Behavioral Scientist Journal. C’è chi come Judith Butler o Jonathan Katz, ma la lista completa sarebbe lunga, ha cercato di spiegare e di mostrare che l’orientamento sessuale non è una conseguenza inevitabile della propria identità di genere, e che essere gay non significa non essere pienamente uomini così come essere lesbiche non significa non essere pienamente donne. C’è infine chi ha cercato anche di lottare contro le discriminazioni legate alle incertezze identitarie, che portano alcune persone a voler cambiare sesso, non perché sia un capriccio o un gioco, ma perché accade che ci si possa sentire prigionieri di un “corpo sbagliato” (si vedano tra gli altri gli studi di Patrick Califia). Si capisce quindi bene come non esista una, e una sola, “ideologia gender” ma un insieme eterogeneo di
posizioni. Alcune più radicali, altre meno. Alcune talvolta eccessive, come certe posizioni queer di Teresa de Lauretis. Quasi tutte, però, volte a prendere in considerazione e sul serio la complessità del reale. Il fatto che, nella realtà, esistano tanti modi di essere e di sentirsi uomini e donne. Che ci sono donne che amano altre donne senza che per questo essere meno femminili e uomini che amano altri uomini senza per questo essere meno maschili. Che ci sono donne eterosessuali con tratti di mascolinità e uomini eterosessuali con tratti di femminilità. Senza alcuna volontà di sconvolgere l’ordine naturale delle cose e creare il caos. Anche perché l’identità e l’orientamento sessuale non sono frutto del capriccio o del peccato. Non si insegnano e non si scelgono. Sono. Esattamente come il fatto di essere bianchi, neri o gialli. Contrariamente ai fantasmi di chi se la prende con l’insegnamento del “gender”, – in nome di un controllo sulla morale l’educazione all’affettività e alla tolleranza nei confronti delle tante differenze non ha come scopo quello di spingere i maschietti a diventare femmine o viceversa. Esattamente come non si insegna a un eterosessuale a diventare omosessuale o a un omosessuale a diventare eterosessuale. Lo scopo è solamente quello di favorire il rispetto di chiunque, indipendentemente dalla propria identità e dal proprio orientamento sessuale, perché non è vero che un gay o una lesbica siano dei mostri e non è vero che se una bambina gioca con i soldatini o un bambino con le bambole siano “sbagliati”. “Giù le mani dai nostri figli”, allora! Ma giù le mani anche da quel ragazzo che si vestiva di rosa e amava lo smalto e che si è suicidato, perché i compagni lo chiamavano “frocio”. Giù le mani da quei bimbi che sentono nascere in sé sentimenti che alcuni giudicano “contro natura” e che pensano di essere sbagliati. La paura di chi è diverso ha radici antiche. Ed è facile suscitarla quando, invece di capire che non c’è niente di mostruoso nell’essere omosessuali , si invoca la fine dell’ordine e si spaccia la tolleranza e la carità per “sperimentazioni sessuali” sui più piccoli. “Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?”, recitava il Vangelo di ieri. Dopo aver invocato lo “sterco del demonio”, forse si potrebbe ripartire da qui.

il commento di R. La Valle all’enciclica ‘laudato sì’

 La Valle

“que­sta enci­clica rap­pre­senta un salto di qua­lità nella rifles­sione sull’ambiente, si potrebbe dire che apre una seconda fase nella ela­bo­ra­zione del discorso eco­lo­gico, così come accadde nel costi­tu­zio­na­li­smo quando dalla prima gene­ra­zione dei diritti, quelli rela­tivi alle libertà civili e poli­ti­che, si passò alla con­si­de­ra­zione dei diritti di seconda e terza gene­ra­zione, sociali, eco­no­mici, ambien­tali, e cam­biò il con­cetto stesso di democrazia”

A TUTTI

Francesco d'Assisi

 C’è un debito estero dei Paesi poveri che non viene con­do­nato, e anzi si è tra­sfor­mato in uno stru­mento di con­trollo mediante cui i Paesi ric­chi con­ti­nuano a depre­dare e a tenere sotto scacco i Paesi impo­ve­riti, dice il papa (e la Gre­cia è lì a testi­mo­niare per lui). Ma il “debito eco­lo­gico” che il Nord ricco e dis­si­pa­tore ha con­tratto nel tempo e soprat­tutto negli ultimi due secoli nei con­fronti del Sud che è stato spo­gliato, nei con­fronti dei poveri cui è negata per­fino l’acqua per bere e nei con­fronti dell’intero pia­neta avviato sem­pre più rapi­da­mente al disa­stro eco­lo­gico, all’inabissamento delle città costiere, alla deva­sta­zione delle bio­di­ver­sità, non viene pagato, dice il papa ( e non c’è Troika o Euro­zona o Banca Mon­diale che muova un dito per esigerlo). La denun­cia del papa («il mio appello», dice Fran­ce­sco) non è gene­rica e rituale, come quella di una certa eco­lo­gia “super­fi­ciale ed appa­rente” che si limita a dram­ma­tiz­zare alcuni segni visi­bili di inqui­na­mento e di degrado e magari si lan­cia nei nuovi affari dell’economia “verde”, ma è estre­ma­mente cir­co­stan­ziata e pre­cisa: essa arriva a lamen­tare che la deser­ti­fi­ca­zione delle terre del Sud cau­sata dal vec­chio colo­nia­li­smo e dalle nuove mul­ti­na­zio­nali, pro­vo­cando migra­zioni di ani­mali e vege­tali neces­sari al nutri­mento, costringe all’esodo anche le popo­la­zioni ivi resi­denti; e que­sti migranti, in quanto vit­time non di per­se­cu­zioni e guerre ma di una mise­ria aggra­vata dal degrado ambien­tale, non sono rico­no­sciuti e accolti come rifu­giati, ma sbat­tuti sugli sco­gli di Ven­ti­mi­glia o al di là di muri che il mondo anche da poco appro­dato al pri­vi­le­gio si affretta ad alzare, come sta facendo l’Ungheria. L’«appello» del papa giunge poi fino ad accu­sare che lo sfrut­ta­mento delle risorse dei Paesi colo­niz­zati o abu­sati è stato tale che dalle loro miniere d’oro e di rame sono state pre­le­vate le ric­chezze e in cam­bio si è lasciato loro l’inquinamento da mer­cu­rio e da dios­sido di zolfo ser­viti per l’estrazione. Que­sta enci­clica rap­pre­senta un salto di qua­lità nella rifles­sione sull’ambiente, si potrebbe dire che apre una seconda fase nella ela­bo­ra­zione del discorso eco­lo­gico, così come accadde nel costi­tu­zio­na­li­smo quando dalla prima gene­ra­zione dei diritti, quelli rela­tivi alle libertà civili e poli­ti­che, si passò alla con­si­de­ra­zione dei diritti di seconda e terza gene­ra­zione, sociali, eco­no­mici, ambien­tali, e cam­biò il con­cetto stesso di democrazia. Ora il discorso della giu­sti­zia sociale e della con­di­zione dei poveri, a cui nei Paesi del Sud «l’accesso alla pro­prietà dei beni e delle risorse per sod­di­sfare le pro­prie neces­sità vitali è vie­tato da un sistema di rap­porti com­mer­ciali e di pro­prietà strut­tu­ral­mente per­versi», viene intro­dotto orga­ni­ca­mente da papa Fran­ce­sco nella que­stione eco­lo­gica, sic­ché essa non riguarda più sem­pli­ce­mente l’ambiente fisico, il suolo, l’aria, l’acqua, le fore­ste, le altre spe­cie viventi, ma assume la vita e il destino di tutti gli esseri umani sulla terra, diventa un’«ecologia inte­grale», a cui è dedi­cato l’intero capi­tolo quarto dell’enciclica: «Non ci sono due crisi sepa­rate, una ambien­tale e un’altra sociale, bensì una sola e com­plessa crisi socio-ambientale», dice il papa; e la prima cosa da sapere, come dicono i vescovi boli­viani ma anche molte altre Chiese, è che i primi a essere col­piti da «quello che sta suc­ce­dendo alla nostra casa comune» sono i poveri. E il salto di qua­lità è anche nel rigore dell’analisi, nella cura con cui ven­gono ricer­cate tutte le con­nes­sioni tra i diversi feno­meni ed eco­si­stemi, e anche nell’onestà con cui si dice che non tutto pos­siamo sapere, che la scienza deve fare ancora un grande cam­mino, e che non si può pre­su­mere di pre­ve­dere gli svi­luppi futuri, sic­ché il prin­ci­pio di pre­cau­zione diventa un obbligo di sag­gezza e di rispetto per l’umanità di domani, con­tro l’ideologia della ricerca imme­diata del pro­fitto e dell’egoismo realizzato. Si può capire allora come con que­sta enci­clica che comin­cia con un can­tico di san Fran­ce­sco e fini­sce con una pre­ghiera in forma di poe­sia, l’idillio del mondo ricco con papa Fran­ce­sco sia finito. «Tocca i cuori di quanti cer­cano solo van­taggi a spese dei poveri e della terra», dice il papa nella sua pre­ghiera. «Non occu­parti di poli­tica, per­ché l’ambiente è poli­tica», gli dicono i ric­chi. E men­tre da un lato quello che negli Stati Uniti non si fa chia­mare Bush per ripren­dersi in fami­glia il governo dell’America dice che non si farà det­tare la sua agenda dal papa, dall’altro quello che da noi pub­blica sulle sue felpe mes­saggi di raz­zi­smo e di guerra dice che non c’è pro­prio di che essere per­do­nati per le porte chiuse in fac­cia ai pro­fu­ghi e tutti i «clan­de­stini» vor­rebbe met­terli a Santa Marta. «Que­sto papa piace troppo» diceva la destra più zelante, allar­mata al vedere masse intere di per­sone in tutto il mondo affa­sci­nate da un pen­siero diverso dal pen­siero unico. Però si faceva finta di niente, spe­rando che la gente non capisse. Il papa diceva che l’attuale sistema non ha volto e fini vera­mente umani, e sta­vano zitti. Diceva che que­sta eco­no­mia uccide, e sta­vano zitti. Diceva che l’attuale società, in cui il denaro governa (Marx diceva «il capi­tale») è fon­data sull’esclusione e lo scarto di milioni di per­sone, e sta­vano zitti. Diceva ai poli­tici che erano cor­rotti, e sta­vano zitti. Diceva ai disoc­cu­pati di lot­tare per il lavoro e ai poveri di lot­tare con­tro l’ingiustizia, e face­vano il Jobs Act. Ma con que­sta enci­clica il gioco di far finta di non capire non sarà più pos­si­bile. Biso­gnerà stare o dalla parte di Fran­ce­sco o con­tro di lui, per­ché non sta facendo una pre­dica, sta chie­dendo una scelta. E que­sto vale non solo per i poli­tici, per gli opi­nio­ni­sti, per i gior­nali, vale anche per i vescovi, per i car­di­nali. E vale anche per i sem­plici fedeli per­ché, scrive Fran­ce­sco «dob­biamo rico­no­scere che alcuni cri­stiani impe­gnati e dediti alla pre­ghiera, con il pre­te­sto del rea­li­smo e della prag­ma­ti­cità, spesso si fanno beffe delle pre­oc­cu­pa­zioni per l’ambiente». Quello che infatti da Fran­ce­sco è posto davanti al mondo è il pro­blema vero: «il grido della terra» è anche il «grido dei poveri», ma nel monito che si leva dai poveri per­ché la loro vita non vada per­duta, c’è un monito che riguarda tutti, per­ché senza un rime­dio, senza un cam­bia­mento, senza un’assunzione di respon­sa­bi­lità uni­ver­sale la vita di tutti sarà perduta. Ed è per que­sto che l’enciclica di papa Fran­ce­sco è rivolta a «ogni per­sona che abita que­sto pia­neta»: non ai cat­to­lici, e nem­meno agli «uomini di buona volontà», come faceva la «Pacem in ter­ris» di Gio­vanni XXIII, in cui si poteva sospet­tare ancora un resi­duo di esclu­sione, nei con­fronti di qual­cuno che even­tual­mente fosse di volontà non buona. Qui papa Fran­ce­sco abbrac­cia vera­mente tutti (come ne sono figura essen­zia­lis­sima per il cri­stiano le brac­cia di Cri­sto aperte sulla croce) e si pone non come capo di una Chiesa, e nem­meno come pro­feta dei cre­denti, ma come padre della intera uma­nità. Per­ché il mes­sag­gio è il seguente: non que­sta o quella Potenza o Isti­tu­zione, non que­sto o quello Stato, non quel par­tito o movi­mento, ma solo l’unità umana, solo la intera fami­glia umana giu­ri­di­ca­mente costi­tuita e agente come sog­getto poli­tico può pren­dere in mano la terra e assi­cu­rarne la vita per l’attuale e le pros­sime generazioni.

Raniero La Valle   Il manifesto, 19 giugno 2015

il commento di Boff (e altri) all’enciclica ‘laudato sì’

Francesco d'Assisi

  • Lettera enciclica Laudato si’
    • dalla madre Terra all’ecologia integrale i tributi di Francesco alla teologia della liberazione

    • di Leonardo Boff
    • Boff L.
    • Prima di qualsiasi altro commento è il caso di sottolineare alcune singolarità dell’enciclica Laudato si’ di papa Francesco. È la prima volta che un papa affronta il tema dell’ecologia nel senso di un’ecologia integrale (quindi al di là del tema ambientale) in una forma così completa. Grande sorpresa: egli elabora il tema alla luce del nuovo paradigma ecologico, cosa che nessun documento ufficiale delle Nazioni Unite ha mai fatto. È fondamentale che il suo discorso si appoggi sui dati più certi delle scienze della vita e della Terra. Legge i dati affettivamente (con intelligenza sensibile o cordiale), poiché discerne che dietro di essi si celano drammi umani e grande sofferenza, anche da parte di madre Terra. La situazione attuale è grave, ma papa Francesco trova sempre ragioni per la speranza e per la fiducia che l’essere umano trovi soluzioni viabili. Papa Francesco non scrive in qualità di Maestro e Dottore della fede, ma come Pastore zelante che si prende cura della casa comune e di tutti gli esseri, non solo umani, che in essa abitano. Merita evidenziare un elemento che rivela la forma mentis di papa Francesco: il suo essere tributario dell’esperienza pastorale e teologica delle Chiese latinoamericane, che, alla luce dei documenti dell’episcopato latinoamericano (Celam) di Medellín (1968), di Puebla (1979) e di Aparecida (2007), fecero un’opzione per i poveri, contro la povertà e a favore della liberazione. Il testo e il tono dell’enciclica sono tipici di papa Francesco e della cultura ecologica che egli ha maturato. Mi accorgo anche, però, di come tante espressioni e modi di dire rimandino a quanto si pensa e si scrive da tempo in America Latina. Quelli della «casa comune», della «madre Terra», del «grido della Terra e grido dei poveri», della «cura», dell’interdipendenza fra tutti gli esseri, dell’«essere umano come Terra» che sente, pensa, ama e venera, dell’«ecologia integrale», e altri, sono tutti temi ricorrenti tra noi. La struttura dell’enciclica ubbidisce al rituale metodologico in uso nelle nostre Chiese e nella riflessione teologica legata alla pratica della liberazione, ora adottata e consacrata dal papa: vedere, giudicare, agire e celebrare. Fin dalle prime righe si rivela la sua fonte d’ispirazione: san Francesco d’Assisi, che l’enciclica definisce «esempio per eccellenza della cura per ciò che è debole e di una ecologia integrale » e che «manifestò un’attenzione particolare verso i più poveri e abbandonati». Quindi si incomincia con il vedere «quello che sta accadendo alla nostra casa». Il papa afferma: «Basta però guardare la realtà con sincerità per vedere che c’è un grande deterioramento della nostra casa comune ». In questa sezione egli incorpora i dati più consistenti sul cambiamento climatico, la questione dell’acqua, l’erosione della biodiversità, il deterioramento della qualità della vita umana e il degrado della vita sociale, e denuncia l’alto tasso di «inequità» planetaria, che colpisce tutti gli ambiti della vita e che vede come vittime principali i poveri. In questa stessa parte inserisce una frase che rinvia alla riflessione fatta in America Latina: «Oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri». Più avanti, aggiunge: «I gemiti di sorella terra si uniscono ai gemiti degli abbandonati del mondo». È assolutamente coerente con quanto viene detto subito all’inizio, che «noi stessi siamo terra», nella linea del grande cantore e poeta indigeno argentino Atahualpa Yupanqui: «L’essere umano è la Terra che cammina, che sente, che pensa e che ama». Condanna poi le proposte di internazionalizzazione dell’Amazzonia, «che servono solo agli interessi economici delle multinazionali ». E troviamo un’affermazione di grande vigore etico: è «gravissima inequità quando si pretende di ottenere importanti benefici facendo pagare al resto dell’umanità, presente e futura, gli altissimi costi del degrado ambientale». Riconosce con tristezza: «Mai abbiamo maltrattato e offeso la nostra casa comune come negli ultimi due secoli». Di fronte all’offensiva umana in atto contro madre Terra, che molti scienziati hanno   denunciato come l’inaugurazione di una nuova era geologica — l’Antropocene – , lamenta l’inadeguatezza dei poteri di questo mondo che, illusi, pensano che «il pianeta potrebbe rimanere per molto tempo nelle condizioni attuali», ma è un alibi che ci serve «per alimentare tutti i vizi autodistruttivi» con un «comportamento che a volte sembra suicida». Prudente, il Papa riconosce la diversità di opinioni e che «non c’è un’unica via di soluzione». È comunque «certo che l’attuale sistema mondiale è insostenibile da diversi punti di vista, perché abbiamo smesso di pensare ai fini dell’agire umano» e ci perdiamo dietro la realizzazione di mezzi destinati a un accumulo illimitato a spese della giustizia ecologica (degrado degli ecosistemi) e della giustizia sociale (impoverimento delle popolazioni). L’umanità semplicemente «ha deluso l’attesa divina». La sfida urgente consiste allora nel «proteggere la nostra casa comune»; per farlo necessitiamo, citando Giovanni Paolo II, di una «conversione ecologica globale» e di una «cultura della cura che impregni tutta la società». Esaurita la dimensione del vedere, s’impone adesso la dimensione del giudicare. Il giudicare è realizzato su due fronti, uno scientifico e l’altro teologico. Partiamo dalla dimensione scientifica. L’enciclica dedica tutto il terzo capitolo all’analisi della «radice umana della crisi ecologica». Il Papa si propone qui di analizzare la tecnoscienza, senza preconcetti, accogliendo quanto essa apporta, «cose realmente preziose per migliorare la qualità della vita dell’essere umano». Non sta qui il problema. È che essa si è resa indipendente, ha sottomesso l’economia, la politica e la natura in vista dell’accumulo di beni materiali. Essa parte dal presupposto errato della «disponibilità infinita dei beni del pianeta », quando sappiamo di avere già intaccato i limiti fisici della Terra e che gran parte dei beni e servizi non sono rinnovabili. La tecnoscienza è divenuta tecnocrazia, una vera dittatura con la sua ferrea logica di dominio su tutto e tutti. La grande illusione oggi imperante è la credenza che con la tecnoscienza si possano risolvere tutti i problemi ecologici. È una via ingannevole, poiché «significa isolare cose che nella realtà sono connesse». Davvero «tutto è connesso», «tutto è in relazione»: affermazione, questa, che attraversa tutto il testo dell’enciclica come un leitmotiv: è infatti un concetto chiave del nuovo paradigma contemporaneo. Il grande limite della tecnocrazia sta nella «frammentazione del sapere» fino a «perdere il senso della totalità ». Il peggio è che in questo modo essa «non riconosce agli altri esseri un valore proprio, fino alla reazione di negare ogni peculiare valore all’essere umano». Il valore intrinseco di ogni essere, per minuscolo che sia, è costantemente esaltato dall’enciclica, così come fa la Carta della Terra.
    • traduzione dal portoghese di Pier Maria Mazzola. ll testo di Leonardo Boff riprende stralci del suo intervento in Curare madre terra. Commento all’enciclica Laudato si’ di papa Francesco (Editrice Missionaria Italiana, pp. 64 euro 3,90), in libreria dal 26 giugno.
  • di seguito altri commenti comparsi sulla stampa italiana: 

    • “«Il papa non si limita… alle esortazioni morali… ma documenta, fornisce indicazioni… un’ampiezza di visione che… a volte manca nell’ecologismo militante… corregge il rischio di un eccessivo antropocentrismo… e tutto questo nel segno della gioia… getta le fondamenta di un nuovo umanesimo, che faccia tesoro delle esperienze spirituali anche dei popoli più lontani e… permetta un dialogo sereno e paritario tra i saperi tradizionali e la moderna ricerca scientifica”
      La giornata era iniziata con Leonardo Boff, ex padre francescano cultore della madre terra, che dal suo buen retiro brasiliano faceva sapere al mondo quanto longa fosse stata la sua manus nella stesura del documento papale sulla cura della casa comune…
    • “La visione di papa Francesco viene da una lunga e appassionata frequentazione dell’argomento… i problemi comunemente rubricati sotto il segno dell’ecologia sono sintomi, prima ancora che cause, di un dissesto etico-antropologico del pensiero e dell’azione creativa dell’uomo… La terra «ci precede», dice Francesco. E noi «non siamo Dio»… pressante invito dell’enciclica a un bagno di umiltà, per l’Occidente”
      “l’uomo e del suo ruolo nel mondo e nella storia. Da una parte… il superuomo inebriato dalle conquiste… per sfruttare e dominare ciò che lo circonda. Dall’altra la persona che si rende conto di vivere in un ‘ambiente’ fatto di interdipendenze e reti di relazioni… un sistema economico di pochi sfruttatori e tanti sfruttati… [oppure] inclusivo e solidale e… orientato al bene comune.”
      “Laudato si’ è un profondo inno alla vita… È un appello realista per l’urgente salvaguardia della «nostra casa comune»… dichiara la necessità di un’alleanza tra scienze e religioni per la cura dell’ambiente… e rigetta il malthusianesimo… È una critica al modello di gestione del mondo imposto dalla globalizzazione neo-mercatista… che non rispetta l’uomo… è un programma educativo rivolto a ogni persona”
      “La ‘sua’ ecologia integrale non solo ricomprende salvaguardia del creato ed ecologia umana, ma va oltre, mettendo in luce le diverse interazioni tra scienze esatte, politica, economia, cultura, organizzazione sociale… L’esempio più lampante è dato dal rapporto tra i cambiamenti climatici e l’aumento della povertà. Un rapporto che in molti casi è di causa effetto”
      “Enciclica innovativa innanzitutto per lo stile colloquiale: è lunga, ma chiunque può leggerla e comprenderla. Molto importanti i capitoli 1 (riconoscimento del contributo degli scienziati) e 5 (critica netta all’economia di mercato)… Francesco non è contro l’economia di mercato, ma contro il mercato quando… genera disuguaglianze… soggioga le democrazie e detta i fini dell’azione politica… «decrescita» intesa come «redistribuzione»”
    • Cosa manca in Laudato Si’ di Peter Ciaccio in www.riforma.it del 19 giugno 2015
    “in questo testo, che mette finalmente il magistero cattolico in linea con quanto già dibattuto a livello ecumenico, manca la speranza. Manca la speranza che, nonostante il peccato degli uomini e delle donne, contro Dio, contro il prossimo e contro il Creato, il Padre amorevole non ci abbandonerà. ” (ndr.:mi sembra una lettura più “deformata” che “riformata”. Così si legge nel testo dell’enciclica ai n. 244-245: “Che le nostre lotte e la nostra preoccupazione per questo pianeta non ci tolgano la gioia della speranza… Egli (Dio) non ci abbandona, non ci lascia soli, perché si è unito definitivamente con la nostra terra, e il suo amore ci conduce sempre a trovare nuove strade. A Lui sia la lode!”. Forse più che la speranza è mancata una lettura più attenta)
    Come facciamo abitualmente diamo spazio al punto di vista delle chiese evangeliche. All’interno di una valutazione sostanzialmente positiva viene rilevata l’insufficiente attenzione alle tante riflessioni svolte sul tema dal Consiglio Ecumenico delle Chiese in questi ultimi trentanni. “Già si vede, però, che questa enciclica potrà avere un forte peso sulla cultura del nostro tempo e, speriamo, sulle scelte economiche e industriali che gli Stati si trovano a dover fronteggiare di fronte alla crisi climatica e ambientale del pianeta.”
    La posta in gioco è il futuro di tutti, anche se lo sguardo di Francesco è rivolto in modo prioritario a coloro che più di altri pagano il prezzo della crisi ecologica: i poveri. È anche in loro nome, oltre che a loro favore, che intende parlare. “Un aspetto particolarmente rilevante dell’Enciclica è l’aver valorizzato la riflessione collegiale nella Chiesa: numerosi documenti di episcopati nazionali” ” Come il Santo di cui porta il nome, Papa Francesco ha saputo dar voce in queste pagine all’intera famiglia umana”
  • “La politica ormai si è arresa al potere dei mercati Questa è la vera degenerazione del presente” intervista a Stefano Zamagni a cura di Giacomo Galeazzi in La Stampa del 19 giugno 2015
“«I salvataggi di banche con fondi pubblici sono avvenuti in Germania, Inghilterra, Irlanda, Stati Uniti, dove quei soldi sono stati tolti alla spesa sociale… Quindi lì ad essere stati danneggiati sono stati gli indigenti… Ora che fanno di nuovo profitti… è vergognoso che… non restituiscano almeno una quarta parte dei soldi pubblici sborsati per salvarle»”
“Francesco mette bene in chiaro le contraddizioni di quanti combattono la manipolazione genetica delle sementi… ma al tempo stesso giustificano… la manipolazione sugli embrioni umani vivi, interessandosi molto delle balenottere e per nulla dei migranti che affogano… descrive i legami tra le crisi finanziarie, le migrazioni dei popoli, le guerre per il controllo delle fonti di energia e dell’acqua”
“«le nostre Chiese si sono rese conto che… “servire e preservare” la creazione di Dio è parte integrante della nostra vocazione… Preoccuparsi per l’ambiente significa preoccuparsi anche di problemi umani come la povertà, la sete e la fame. Questo legame è descritto nel dettaglio e in maniera completa nella parabola in cui il Signore dice: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere”»”
“la Chiesa mostra al mondo in maniera limpida che predicare il Vangelo di Cristo vuol dire anche avere a cuore il bene di tutti, e essere al servizio di tutti. Perché, come insegnava anche Sant’Agostino, a quelli che appartengono alla Città di Dio sta a cuore anche il bene proprio della Città dell’uomo”