un terzo dei comuni di Lucca non vuole migranti

Lucca ospita 155 rifugiati

altri 13 comuni non li vogliono

LUCCA Il capoluogo ritiene di aver fatto il proprio ruolo fino in fondo, ora si punterà a convincere le amministrazioni recalcitranti . Solo 13 comuni su 33 hanno accettato di accogliere i migranti richiedenti asilo sul proprio territorio. Un fatto che circola da giorni nelle stanze di Palazzo Orsetti e della Prefettura senza però avere sufficienti spiegazioni. Tanto che i lavori del tavolo provinciale sull’immigrazione per il mese di agosto saranno dedicati a una vera e propria opera di sensibilizzazione nei confronti degli enti meno attivi. Lo dice l’assessore comunale Antonio Sichi, che precisa:

«La maggior parte dei comuni della nostra provincia non accoglie – spiega – proprio per questo martedì sera col Prefetto è stato deciso di andare nella direzione di sensibilizzare maggiormente chi non sta partecipando all’accoglienza. Nella stessa sede è stato concordato che il comune di Lucca ha fatto la sua parte in questo periodo, adesso è il momento che anche gli altri smettano di essere inadempienti. A settembre vedremo quello che si è mosso e riapriremo il tavolo

nella grafica sotto si può vedere lo stato dell’arte comune per comune:

la situazione a Lucca

ad oggi sul nostro comune sono presenti 84 migranti già inseriti in 12 strutture e un altro centinaio che vive, in modo del tutto temporaneo, nella tensostruttura della Croce Rossa in via delle Tagliate, per un totale di quasi 400 persone accolte su tutto il territorio provinciale. Ripartizione decisa dal Governo attraverso le prefetture: Lucca deve partecipare con un quoziente del 10,5 per cento sul numero complessivo di migranti accolti nella nostra regione.

le disparità

Ma poi accade che c’è chi accoglie e chi non lo fa. Con squilibri evidenti: Viareggio, con i suoi 60mila abitanti, ha dato disponibilità per sole 6 persone, al pari di Fabbriche di Vergemoli che, però, di cittadini residenti ne ha a malapena 820, Gallicano è impegnato con 40 richiedenti asilo, a fronte di una popolazione di 3800 abitanti. «Le assenze che pesano di più – spiega Sichi – sono Altopascio e diversi comuni della Versilia, che partecipa al tavolo dell’accoglienza in formazione estremamente ridotta. È bene chiarire che la quota del 10,5% spetta alla provincia di Lucca indipendentemente dal numero dei comuni che accolgono i migranti – spiega Sichi – Questo significa che chi decide di non partecipare alla gestione dell’emergenza, carica gli altri comuni di un lavoro maggiore e di un numero più alto di migranti. Prendiamo per esempio il comune di Lucca: anche se decidessimo di non accogliere nessuno, avremmo comunque la tensostruttura della Croce Rossa strapiena di persone in attesa di trovare un alloggio».

progetti futuri

Dal mese di settembre i migranti del comune di Lucca saranno impegnati in lavori socialmente utili. O meglio, lavori civici: progetti, la cui partecipazione è gratuita e volontaria, che hanno come finalità il miglioramento delle zone dove i richiedenti asilo vivono. «Insieme alle associazioni della rete dell’accoglienza – conclude Sichi – stiamo individuando i monumenti o i luoghi più significativi dei paesi e dei quartieri dove questi ragazzi vivono: loro penseranno a ripulirli, a prendersene cura, a migliorare l’ambiente circostante». Un modo concreto per mostrarsi per quello che sono: persone.

Nadia Davini

non sarò libero se non partirò dal mio fratello migrante!

la nostra libertà comincia dai migranti

migranti in attesa a Calais, alle porte dell’eurotunnel

 si deve questo bell’articolo pubblicato  su ‘il Manifesto’ di oggi: il più bel grazie a lui per la forte sollecitazione alla riflessione e alla reazione a tanta grettezza e disumanità
da Lam­pe­dusa non si entra. Da Calais non si esce. Da Ven­ti­mi­glia non si passa. Dalla Ser­bia a Buda­pest si viag­gia in vagoni piom­bati. A Ceuta e Melilla, enclave spa­gnole in terra d’Africa, come al con­fine fra Bul­ga­ria e Tur­chia o al con­fine fra Unghe­ria e Ser­bia, si alzano reti­co­lati e muri.

Un poper volta l’Europa sta ritro­vando le sue radici: con­fini invio­la­bili, egoi­smi e pre­giu­dizi nazio­nali e raz­ziali, l’eredità di un secolo e mezzo di colo­nia­li­smo, le con­se­guenze di guerre dis­sen­nate a cavallo del terzo mil­len­nio, gli effetti del pen­siero unico occi­den­tale in forma di libe­ri­smo sfre­nato. Il tun­nel di Calais è una vivida meta­fora di tutto que­sto: pen­sato per unire, è diven­tato una inva­li­ca­bile bar­riera divi­so­ria per chi non ha i soldi del biglietto – anzi, una bar­riera fra chi i soldi ce li ha e chi no.

Scri­vendo su un altro con­fine e un altro muro – quello fra Stati Uniti e Mes­sico, la scrit­trice chi­cana Glo­ria Anzal­dúa con­clude: il con­fine «es una herida abierta», è una ferita aperta, dove il Terzo Mondo si stro­fina con il Primo, e san­guina. Come il Rio Grande e il muro che lo costeg­gia, anche Lam­pe­dusa, Calais, Ven­ti­mi­glia sono ferite aperte, il san­gui­nante con­fine fra un Primo Mondo sem­pre più sel­vag­gio e un Terzo Mondo che non ce la fa più a sop­por­tare fame, guerra e dit­ta­ture come destini ine­lut­ta­bili e viene a chie­der­cene il conto.

Adesso que­sti due mondi non si stro­fi­nano più sol­tanto ai con­fini fra loro, ma anche den­tro l’Europa stessa, e la insan­gui­nano tutta; ma il senso è sem­pre quello: l’insopportabilità di un mondo in cui ric­chezza e risorse si ripar­ti­scono in misura sem­pre più ingiu­sta e disuguale.

Un tempo, di que­ste ingiu­sti­zie si occu­pava la sini­stra. Oggi, ci rac­con­tano, sono finite le ideo­lo­gie; ma la lotta di classe con­ti­nua, in forme inso­lite e dram­ma­ti­che. Da un lato, quella guerra di classe dei ric­chi con­tro i poveri di cui ha scritto elo­quen­te­mente Luciano Gal­lino (e di cui la vicenda greca è una variante significativa).

Dall’altro, la più antica lotta dei poveri per avere anche loro quello che hanno i ric­chi: l’immigrazione di massa è infine (ed è sem­pre stata) pro­prio que­sto, l’arma estrema dei dan­nati della terra per un minimo di accesso ai beni della terra su cui viviamo tutti.

A dif­fe­renza delle forme di lotta e dei con­flitti sociali del secolo scorso, la lotta dei migranti non è mossa dal pro­getto di abbat­tere un sistema, ma dall’ansia di con­di­vi­derlo.Ales­san­dro Portelli

A dif­fe­renza delle forme di lotta e dei con­flitti sociali del secolo scorso, que­sta lotta non è mossa dal pro­getto di abbat­tere un sistema, ma dall’ansia di con­di­vi­derlo; non dall’ostilità ma dal desi­de­rio, dal sogno, se non dall’amore idealizzato.

Solo che sic­come il sistema che vor­reb­bero con­di­vi­dere è in realtà retto da egoi­smo ed esclu­sioni, la richie­sta di con­di­vi­sione ne mette a nudo limiti e ipo­cri­sie, impone ine­vi­ta­bil­mente il cam­bia­mento e per que­sto l’Europa la per­ce­pi­sce come inva­sione e minac­cia e cerca in tutti i modi di fermarla.

Ma fer­mare un simile cam­bia­mento epo­cale è come pro­vare a fer­mare il mare con le mani.

E’ dif­fi­cile dire come pos­siamo noi svol­gere un ruolo in que­sta nuova lotta di classe. Il lavoro di tante forme di volon­ta­riato e di inter­vento di base è pre­zioso, aiuta, salva vite, crea rap­porti; ma le dimen­sioni del dramma sono almeno per ora supe­riori alle forze che può met­tere in campo da solo.

Io credo che dob­biamo comun­que tutti accet­tare che le nostre vite non pos­sono con­ti­nuare uguali come se nulla fosse, magari con un po’ di tol­le­ranza e bene­vo­lenza in più. Né noi né i migranti ci pos­siamo sal­vare da soli: quelli che dicono “prima gli ita­liani” non hanno capito che entrambi abbiamo biso­gno delle stesse cose – casa, lavoro, salute, scuola, diritti, tutte cose che i migranti cer­cano e che noi stiamo un poco per volta per­dendo, e che pos­siamo forse sal­vare e recu­pe­rare insieme, per tutti.

Dob­biamo ritro­vare alla demo­cra­zia il suo signi­fi­cato pro­fondo, che non sta nella poli­tica e nelle isti­tu­zioni ma nelle anime: demo­cra­zia come soli­da­rietà, come capa­cità di rico­no­scere nell’umanità degli altri la nostra uma­nità stessa.

C’è ancora qual­cuno che lavora su questo?

Diceva un testo sacro del pen­siero libe­rale: la mia libertà fini­sce dove comin­cia quella del mio vicino, che è pre­ci­sa­mente un invito a vedere il vicino, spe­cie se diverso e nuovo, come un limite alla pro­pria libertà, come un osta­colo e un poten­ziale nemico.

Io credo che dovremmo rifor­mu­larlo: la nostra libertà comin­cia dove comin­cia la libertà del nostro vicino, i nostri diritti e quelli dei migranti sono per sem­pre inse­pa­ra­bili, la libertà di tutti noi fini­sce, e comin­cia, a Lam­pe­dusa, a Ven­ti­mi­glia e a Calais.

La nostra libertà comincia dove comincia la libertà del nostro vicino.

si può fare … basta volerlo!

profughi a Baganzola

intervista ai cittadini ea don Corrado Vitali

 “molti parrocchiani disponibili all’accoglienza” 

Baganzola, il parroco don Corrado Vitali

Nella realtà l’ultima riunione ( quella con la contestazione al Prefetto e ad un anziano missionario LEGGI ) più che altre occasioni hanno evidenziato come almeno la metà della gente coinvolta non sia nemmeno della frazione: sono semplicemente adepti leghisti o casapoundini che hanno “annusato” la possibilità di poltrona per le ormai imminenti elezioni comunali di Parma.
” Ho partecipato ad una delle prime riunioni – ci racconta Gianni, nome di fantasia perché quando si parla di ipotesi neofasciste è meglio tutelare l’intervistato, che in paese ci abita davvero – , ed effettivamente lì sì eravamo un po’ di abitanti interessati al problema. Poi è arrivata gente da Parma, che non avevamo mai visto, e io ho preferito riprendere a pensare alle mie cose: non mi convincevano certi discorsi”. Inforca la bici e ci congeda: faranno 35 gradi, giornalista simpatico va bene ma ammazzarsi di sudore anche no. Lo salutiamo ridendo di quella considerazione sorniona e molto “pramzana”.
” Mi fa ridere – ci dice Elisa, anche lei nome di fantasia, perché un nome come il suo ce l’hanno forse in due in tutta l’ Emilia-Romagna – che si definiscano “cittadini di Baganzola”: uno degli organizzatori è in paese da ottobre dell’anno passato, io ci sono dal febbraio precedente…sono più baganzolese io!”. Non si trova un partecipante alla fiaccolata manco a pagarlo. E d’altronde lo stradone che attraversa il paese pare fatto apposta per rendere ancora più bollente il fattore climatico. Smettiamo di fermare gente e dirigiamo la macchina verso il vero obiettivo di questa gita fuori porta, il parroco di Baganzola don Corrado Vitali.
L’oratorio di Baganzola, che solo un paio di mesi prima del suo arrivo ospito la Kyenge per un dibattito, ironia della sorte, su Frontex e Mare Nostrum ( LEGGI ) è una ventata di aria fresca per i cuori. Il don innaffia tutti con una pistola ad acqua ( comprese attempate signore che smettono l’aria contrita di donna di chiesa per scoppiare a ridere ), un po’ di adulti siedono in cerchio, i bimbi si inseguono di gioco in gioco. Al campo di pallavolo i preadolescenti si danno pacche, modo embrionale di una carezza ancora prematura da dare. Di qui a qualche anno magari li rivedremo per manina, chissà.
Don Corrado è estremamente refrattario a farsi intervistare: non vuole incendiare ancora di più la polemica. Quelle persone, ci fa capire, sono tutte sue pecorelle, sia chi la pensa in una maniera sia chi la pensa in un’altra. C’è da dire che il parroco è anche fondatore del gruppo Mission, associazione che ogni anno fa conoscere culture differenti a decine di ragazzi parmigiani, e questo de facto ( gli piaccia o meno ) un minimo lo colloca, nella questione. Nel parlottio che precede l’intervista conferma un po’ delle cose sentite dagli abitanti, su altre soprassiede: “si dice, ma chi lo sa!”, svicola il pastore.
“Baganzola viene venduta come una situazione esplosiva: sui giornali pare si conviva con uno stato di tensione. Come la percepisci tu, che invece di questa comunità sei il pastore?”
” Io non ho l’impressione di un conflitto che coinvolga così tanto le persone che abitano qui – ci risponde -. Intanto ci sono alcune persone particolarmente preoccupate, e attive in questo comitato Golese Sicura, ma mi sembra che la maggioranza non viva tutto questo timore. Ci sono anche persone che sono venute anche a dirmi che sono disposte poi a darmi una mano quando i profughi arriveranno, e che non concordano con questo clima così infuocato”.
” Tu sei anche il fondatore del gruppo Mission, che si è distinto fin dall’inizio per la ricerca di dialogo con le altre culture: in quest’ottica come vivi questa situazione? “.
” Sicuramente non ho paura dell’arrivo di 50 richiedenti asilo, né di malattie né di incontrarli e conoscerli: avendo viaggiato, avendo incontrato persone di popoli diversi e culture diverse, ho superato questi preconcetti e mi spingo all’incontro, e al dialogo”.
” La mia impressione è che questa sia una situazione essenzialmente politica, e cioè che sia Lega e Casapound che si preparano alle prossime elezioni. In quest’ottica si può contestare tutto e tutti ( prefetto, missionari invalidi…) : hai veramente speranza nel dialogo con questo genere di persone?”.
” Anche a me hanno detto che ci sono diversi di Casapound e che le posizioni espresse sono un po’ di queste linee politiche: di tipo leghista, di una chiusura molto dura. Poi ci sono anche persone che hanno paura, perché magari hanno subito un furto o si lasciano condizionare da come i media enfatizzano i fatti. Le elezioni sono nel 2017? Speriamo di poter accogliere queste persone e dimostrare con i fatti che Baganzola e questa zona sa essere accogliente”.
Sotto la linea d’orizzonte del nostro obiettivo il prete “innaffia” i passanti facendosi scudo con la nostra corpulenza. Si scoppia a ridere, l’ambiente è ilare, giocoso.
” La parrocchia, in questi anni di crisi, è anche un terreno di espressione per i poveri: qui c’è la Caritas piuttosto che altre realtà. Una cartina di tornasole in cui un po’ si ha il metro della crisi che ci colpisce. E’ così conflittuale la situazione ? E’ così alto il rischio che queste persone possano dare vita a fenomeni di devianza sociale?”.
” Noi seguiamo alcune famiglie che sono in difficoltà, per la disoccupazione, sia italiane che di origine straniera. Ma nel caso specifico proprio una parrocchiana diceva: ” probabilmente questi della scuola di Castelnovo non li vedremo quasi mai “, perché sono persone che arrivano dopo aver attraversato il deserto, dopo averne subite “di ogni”, dopo un viaggio su un gommone che non sai se arriverai vivo o morto. Li tengono a Bologna, poi arrivano qui. Sono persone che arriveranno qui usando il tempo per rielaborare, nell’attesa oltretutto di andare in un altro centro. L’ultimo pensiero che avranno sarà quello di andare a rubare o a fare del male, non fosse altro per il fatto che in generale sono persone che non l’hanno mai fatto neanche nel loro paese”.
Più chiaro di così! Oddio, chiaro: chiaro per chi vuole intendere. Perchè se questo progetto ha una storia di circa 10 anni, cui non si legano in nessun modo né a fenomeni malavitosi, né di malattie particolari ( LEGGI LE DICHIARAZIONI DEL PREFETTO ) , e ugualmente si vuole urlare “al lupo, al lupo” la possibilità che ci si trovi di fronte all’ennesimo nador che aspira ad una poltrona è piuttosto alta. E con quelli, con gli aspiranti politici, non c’è chiarezza che basti. Andranno comunque dritti per quella strada. Da soli, pare ormai evidente.

la stampa e l’odio contro i rom

discorsi d’odio contro i rom: quasi un caso al giorno

Nei primi sei mesi del 2015, l’Osservatorio nazionale sui discorsi d’odio nei confronti di rom e sinti dell’Associazione 21 luglio ha rilevato 183 casi di hate speech (discorsi d’odio) contro tali comunità, con una media di quasi un episodio al giorno.Secondo i dati semestrali dell’Osservatorio 21 luglio, relativi al periodo 1 gennaio – 15 luglio 2015, oltre la metà degli episodi riscontrati (105 su 183) è classificata come “gravi“, vale a dire casi di incitamento all’odio e discriminazione, che evidenziano le forme più significative di razzismo antirom, i cui autori sono nella maggior parte dei casi esponenti politici attraverso dichiarazioni sulla stampa e sui social media.

I restanti 78 episodi riscontrati, invece, si configurano come “discorsi stereotipati“, categoria nella quale confluiscono tutti gli episodi di discorsi d’odio consistenti in dichiarazioni che adottano un linguaggio indiretto o comunque non esplicitamente penalizzante e/o razzista, ma in ogni caso reiterano e amplificano pregiudizi e stereotipi penalizzanti.

antiziganismo

Rispetto all’ultimo rapporto annuale dell’Osservatorio 21 luglio, si è registrato un leggero calo nella media giornaliera dei discorsi d’odio contro rom e sinti. Tra il 16 maggio 2013 e il 15 maggio 2014, infatti, l’Osservatorio aveva rilevato 428 casi complessivi, per una media di 1,17 casi al giorno.

rom Torre del Lago

Rispetto agli episodi rilevati, sono state 40 le azioni correttive intraprese dall’Osservatorio tra gennaio e luglio 2015, tra cui segnalazioni all’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, lettere di diffida, segnalazioni all’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori di Polizia di Stato e Carabinieri (Oscad) e esposti all’Ordine dei Giornalisti in caso di episodi appannaggio dei professionisti dell’informazione.

A questo proposito, proprio nei giorni scorsi, l’Osservatorio ha ricevuto comunicazione da parte del Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia circa l’apertura di due procedimenti disciplinari nei confronti di due giornalisti i cui articoli, secondo gli esposti presentati dall’Osservatorio, si configuravano come discriminatori e stigmatizzanti dei confronti dell’intera comunità rom e sinta.

«Nonostante il lieve calo riscontrato nella media giornaliera dei discorsi d’odio nei primi sei mesi del 2015, quella dell’antiziganismo in Italia resta una piaga pericolosa, una minaccia reale per una società democratica, plurale e inclusiva sulla quale occorre mantenere alta la guardia – sostiene l’Associazione 21 luglio – . La facilità con cui i discorsi d’odio rivolti a rom e sinti trovano terreno fertile nel nostro Paese ha come conseguenza, infatti, quella di rendere sempre più accettabili e condivisibili, da parte dell’opinione pubblica, posizioni estreme e penalizzanti nei confronti di tali comunità, contribuendo così ad alimentarne un’immagine negativa e stereotipata».

 

per ‘il Foglio’ papa Francesco è comunista

il papa è comunista?

l’enciclica degli anti capitalisti

quattro pagine speciali nel Foglio di sabato

ci mancava anche questa. Un gruppo do tromboni, con il conto pieno in banca, che danno dell’anticristo a Francesco. A loro (guarda Giuliano Ferrara) piace una chiesa comoda, che parla solo di sesso (proibendolo, tanto loro sono porconi lo stesso) e che non tocca alcun interesse. Fra l’altro lo fanno in maniera becera e anche offensiva: Basta leggere i commenti. Uno fra tutti: vorrei sapere quando Papa Francesco sposerà la Boldrini: Quando sono toccati sul vivo, loro, bvravi cattoliocio, rispettosi delle gerarchie, perdono la bussola e diventano offensivi.

di Redazione | 23 luglio 2015

 

L’attacco alla proprietà privata, il no al salvataggio a tutti i costi delle banche. Non c’è solo il clima nell’enciclica Laudato si’, il testo che ha esaltato gli anticapitalisti del pianeta, al punto da porre la domanda se il Papa sia davvero comunista. Sabato, con uno speciale di quattro pagine, il Foglio risponderà all’interrogativo. 

Giuliano Ferrara spiega la ragione per cui il Papa si presenta come un anticristo politicamente corretto (c’entra il messianesimo proletario). Da Maurizio Crippa arriveranno le istruzioni per il corretto uso di una “enciclica non ordinaria”. Umberto Minopoli confuterà i numeri che sottendono la tesi del “catastrofismo sociale”. Sulla “illusione di una sinistra ingenua” che punta a trasformare Francesco nella propria bandiera dirà la sua Massimo Cacciari. Interverranno poi l’ex governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, Carlo Lottieri, Adriano Sofri, l’economista “ambientalista scettico” Bjorn Lomborg, Eugenio Somaini, Matteo Matzuzzi.

i tentativi non disinteressati di screditare papa Francesco

il papa deve resistere agli assalti della destra

papa veglia
in “www.thetablet.co.uk” del 23 luglio 2015

Nella Chiesa cattolica si stanno sviluppando due contro-narrazioni con l’intento di neutralizzare alcuni degli insegnamenti più incisivi di papa Francesco. Nella sua visita negli Stati Uniti in settembre, il papa avrà a che fare con entrambe. Una di esse, riguardante il cambiamento climatico, l’avrà già sentita dalle labbra del cardinale George Pell, l’australiano che è a capo dell’apparato finanziario del Vaticano. È l’accusa che il papa  è andato oltre le sue competenze quando ha affermato, nella sua recente enciclica Laudato si’, che l’attività umana era una causa importante del pericoloso cambiamento climatico. Nella sua intervista al Financial Times, il cardinal Pell ha detto: “La Chiesa non ha ricevuto dal Signore il mandato di pronunciarsi su argomenti scientifici. Noi crediamo nell’autonomia della scienza”.
Al che, la sola risposta possibile è “Sì e no, Eminenza – ma molto più no che sì”. Gli scienziati possono essere sicuri che una zanzara anofele porti la malaria, e ovunque la Chiesa cattolica accetta il loro verdetto e sostiene le campagne locali per eliminarla. Non farlo, sarebbe da irresponsabili, tuttavia la Chiesa non rivendica una competenza in epidemiologia o entomologia. C’è una minima possibilità che gli esperti si sbaglino, ma non è una possibilità che val la pena di prendere in considerazione.
Il “principio di precauzione”, che si applica in entrambi i casi, è il giudizio morale che la Chiesa cattolica è pienamente competente ad esprimere. Il fatto è che il cardinal Pell, neppure lui scienziato, ha ripetutamente affermato che non crede nel cambiamento climatico, o che esso sia causato dagli esseri umani, o, se lo è, che sia necessariamente dannoso. La linea che “il papa non è competente su temi scientifici”, talvolta sottolineata da un riferimento a Galileo, è diventata il normale rifugio dei cattolici conservatori negli Stati Uniti, molti dei quali si oppongono anche agli sforzi dell’amministrazione Obama di prendere sul serio il cambiamento climatico.
La reazione negativa a Laudato si’ è spesso collegata all’altra linea d’azione anti-Francesco assunta dai cattolici americani di destra – e cioè che la sua severa critica al sistema economico del libero mercato va bene solo per l’America Latina, o anche solo per l’Argentina, e quindi non riguarda per niente quanto accade altrove, compresi gli Stati Uniti. Questo significa trattare papa Francesco da cretino. Dimenticano che non è il primo papa che, alle loro orecchie, sembra avere tendenze di sinistra. Perfino quello che i cattolici conservatori americani tendono ad ammirare al massimo, San Giovanni Paolo II, si era visto stroncare la sua enciclica Sollicitudo Rei Socialis sul Wall Street Journal, definita “marxismo riscaldato”. A loro favore, dobbiamo dire che i vescovi americani, in linea di massima, non sono caduti nella trappola di sostenere queste critiche ideologiche del papato.
Il rapporto tra queste reazioni all’approccio di Francesco a quella che definisce “la nostra casa comune” e il mercato, lo rivela il test “cui bono?”. A chi giova cercare di screditare il papa su questi percorsi? In entrambi i casi, gli interessi che vengono favoriti sono quelli della grande industria americana: il capitalismo finanziario di Wall Street, ad esempio, e il sistema industriale che dipende dai combustibili fossili – produttori di automobili, compagnie petrolifere e produzione di energia elettrica dal carbone. Papa Francesco si è fatto qualche grosso nemico. Ma non dovrebbe essere scoraggiato.

si può parlare di ‘gender’ senza farne una caricatura

Sesso e genere: oltre l’alternativa

di Giannino Piana

in “Viandanti (www.viandanti.org) del 12 luglio 2014

Piana

La questione del “genere” (gender in inglese) ha assunto negli ultimi decenni, in particolare nel mondo anglosassone, grande attualità. Con essa ci si riferisce a una serie di teorie orientate ad accentuare la pluralità di identità delle persone, facendo riferimento a una serie di fattori che vanno oltre il semplice dato biologico originario. In realtà, a ben vedere, il problema non è del tutto nuovo. E’ infatti esistita anche in passato la tendenza a considerare l’identità soggettiva come frutto di un processo complesso, che coinvolge le dinamiche psicologiche ed educative, le varie forme di socializzazione e il contesto culturale entro il quale avviene lo sviluppo della personalità.

Un ribaltamento di posizione

A contraddistinguere, tuttavia, l’attuale svolta è un vero e proprio salto qualitativo, che comporta il ribaltamento della posizione tradizionale, mettendo in primo piano i fattori ambientali e riducendo di molto (fino talora a negarlo totalmente) il peso della differenza biologica, con la conseguenza di superare i modelli relazionali tradizionali e di aprire la strada a nuove forme di incontro e di mutuo riconoscimento. A determinare questa svolta hanno concorso, da un lato, l’ideologia liberale, che è venuta affermando con forza il rispetto dell’individuazione soggettiva e la libertà della propria autocostruzione, e, dall’altro, il pensiero femminile, che nella sua fase più recente è passato (almeno in alcune aree della propria elaborazione) dal teorizzare il valore delle differenze, proponendo come modello quello della reciprocità tra i sessi, alla negazione delle stesse differenze, perciò al rifiuto  della catalogazione dei generi in ragione dell’apertura a un intreccio indefinito di   possibilità espressive.

L’interazione tra natura e cultura

E’ naturale che si accentui, in questo quadro, la contrapposizione tra chi – come il magistero tradizionale della Chiesa cattolica (ripreso peraltro in tempi piuttosto recenti da papa Benedetto XVI) – tende a ricondurre l’identità di genere anzitutto alla differenza legata al sesso biologico, riducendola pertanto all’essere-uomo e all’essere-donna, e chi invece attribuisce la preminenza ai fattori ricordati che esercitano un ruolo decisivo nel costituirsi della coscienza di sé, dilatando pertanto le modalità di attuazione. Lo scontro non è tuttavia necessariamente inevitabile. Sesso e genere (gender) non sono realtà alternative; sono dati che possono (e devono) reciprocamente integrarsi. Il che esige che si faccia spazio a una visione dell’umano più attenta alla complessità e alla globalità; a una visione, in altri termini, che faccia interagire costantemente tra loro natura e cultura.

Il rapporto tra queste due ultime grandezze o, più precisamente l’equilibrio tra di esse, è dunque la vera soluzione del problema. Non si tratta di optare per l’una rinunciando all’altra, ma di ridefinire i livelli sui quali vanno rispettivamente ricondotti il dato naturale e i dati di ordine sociale e culturale. Si tratta di non rinunciare all’importanza fondamentale che riveste la differenza uomo-donna, che ha anzitutto la sua radice nel sesso biologico e che costituisce l’archetipo da cui ha origine l’umano, ma di non esitare, al tempo stesso, a mettere in luce il ruolo della cultura e delle strutture sociali,  riconoscendo che è merito delle teorie del gender l’aver dato maggiore rilevanza nella definizione dell’identità di genere ai vissuti personali e concorrendo così al superamento di alcuni pregiudizi, fonte di gravi discriminazioni, come quelle che hanno a lungo determinato (e in parte tuttora determinano) l’emarginazione di alcune categorie, quelle degli omosessuali e dei transessuali in primis.

La questione della “legge naturale”

La posizione della Chiesa e della stessa teologia cattolica – lo si è già ricordato – è apparsa in passato arroccata nella difesa ad oltranza del dato biologico, ascrivendolo all’ordine della  creazione e considerando pertanto la critica che ad esso si rivolge come un attentato alla sovranità divina. Non si può negare che dietro a tale posizione vi sia un aspetto di verità che non va eluso: l’impegno a difendere cioè la base dell’umano, che finirebbe per essere gravemente compromessa dalla radicale decostruzione dell’identità biologica quale risulta da alcune teorie del gender. Questo non significa tuttavia (e non può significare) rifiuto di sottoporre a revisione una riflessione sulla “natura umana”, e di conseguenza sulla “legge naturale”, che ha assunto per molto tempo connotati rigidamente fisico-biologici. La storia del pensiero cristiano è, a tale riguardo, ricca di preziose indicazioni. La stessa teologia scolastica, reagendo nei confronti del pensiero patristico, che, influenzato dal dualismo platonico e neoplatonico e dal naturalismo stoico, aveva accentuato la fissità del dato biologico, ha introdotto l’attenzione al fattore culturale, mettendo in evidenza come la specificità della natura umana consiste anzitutto nella “razionalità – natura ut ratio è la definizione che ne dà Tommaso d’Aquino – e rimarcandone di conseguenza l’aspetto dinamico ed evolutivo. Tale prospettiva è oggi ampiamente ripresa dalla riflessione di stampo personalista, che considera l’umano nella sua globalità, includendo quale elemento costitutivo (e ultimativamente decisivo) il dato culturale e sociale.

La via del confronto

Le teorie del gender, i cui presupposti antropologici, oltre che dall’ideologia liberale e dal pensiero femminista, come si è ricordato, traggono origine da alcuni importanti pensatori di area francese  da Michel Foucault a Gilles Deleuze fino a Jacques Derrida – rappresentano una significativa provocazione a prendere consapevolezza della ricchezza dell’umano e a pensare l’identità partendo da una maggiore coscienza di sé e della propria libertà, nonché dall’importanza delle decisioni soggettive e degli stili di vita personali, evitando in tal modo forme di appiattimento della realtà attorno a paradigmi universalistici, che non rispettano le diversità individuali. L’etica in generale, e quella di ispirazione cristiana in particolare, devono trarre da questa nuova interpretazione del mondo umano la sollecitazione a fondare i propri orientamenti su basi più ampie, prestando maggiore attenzione alle complesse dinamiche che presiedono alla costruzione dei comportamenti e che sono legate ai processi strutturali e culturali della società in cui si è immersi. La rivelazione biblica offre, al riguardo, importanti suggestioni, invitando a riflettere sulla dialettica esistente tra la postulazione di un “principio” (l’archetipo) al quale non si può rinunciare – la differenza originaria dei sessi – e il costante riferimento alle forme culturali, che modellano, di volta in volta, l’identità e le preferenze sessuali, configurandole, nella loro dimensione storica, come fenomeni in costante divenire. L’abbandono di ogni preclusione ideologica e l’apertura a un confronto sereno tra le posizioni delineate – confronto incentrato sul riconoscimento della dignità della persona umana e dell’uguaglianza dei diritti, e dunque su una piattaforma di valori condivisi – è la via da percorrere per contribuire allo sviluppo di una convivenza civile nella quale le differenze, lungi dall’essere demonizzate o emarginate, si traducano in ricchezza per la vita di tutti.

Giannino Piana

(già docente di etica cristiana alla Libera Università di Urbino e di etica ed economia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Torino)

socio fondatore di Viandanti

lettera aperta sulla cosiddetta ‘ideologia gender’

 proponiamo qui di seguito la lettera aperta che un gruppo di donne cattoliche di Parma, “Le Sante Lucie”, ha deciso di inviare ai/alle responsabili di associazioni e movimenti cattolici della diocesi sul tema della cosiddetta “ideologia gender”

 “Ci siamo trovate la prima volta nel 2013 per rispondere alle domande del Questionario in vista del Sinodo; era il 13 dicembre, e da qui è nato il nome del gruppo. In questi mesi – spiegano ai destinatari della loro missiva – ci siamo confrontate sui temi del genere a partire dalle nostre diverse prospettive e competenze, e abbiamo sentito la necessità di condividere con voi alcune riflessioni”.

Clicca qui per leggere l’intervista a una delle firmatarie


Ai/alle responsabili di associazioni e movimenti cattolici della diocesi di Parma

Ci rivolgiamo a voi, condividendo la stessa fede e il medesimo desiderio di essere al servizio della società umana, per esprimere la nostra preoccupazione riguardo ai metodi e ai toni che ha assunto il dibattito sulla questione della cosiddetta “ideologia gender”.

Quotidiani e periodici cattolici, membri della gerarchia ecclesiastica, laici e religiosi appaiono impegnati in una battaglia contro un “terribile nemico” che sarebbe appunto l’ideologia gender sostenuta da potenti lobby. Non intendiamo entrare in questa sede nel merito delle tante e diversissime questioni che vengono sollevate sull’argomento. Ci interessa qui soprattutto osservare che il metodo e il linguaggio usati in questa “battaglia” non ci trovano d’accordo per diversi motivi.

1. La logica “amico/nemico” sta alla base della violenza e noi la rifiutiamo decisamente. Crediamo che si possa esprimere il più netto dissenso sulle idee senza per questo demonizzare o descrivere in modo caricaturale chi le sostiene, e che si debbano riferire correttamente le posizioni a cui ci si oppone: un’attenzione spesso disattesa in molti interventi che abbiamo letto e ascoltato in questi mesi.

2. Abbiamo notato che molto spesso si confondono i piani al punto che non si capisce più di che cosa si sta discutendo: un conto è discutere del ddl “Scalfarotto” il cui intento dichiarato è combattere le discriminazioni contro le persone omosessuali, o del ddl “Cirinnà”, altro è discutere del gender in filosofia, altro ancora ragionare di gender studies; un conto è parlare degli “Standard dell’OMS per l’Educazione Sessuale in Europa”, altro è confrontarsi con chi ritiene che sia rovinoso per la famiglia mettere in discussione i tradizionali ruoli maschili e femminili e impegnarsi nella decostruzione degli stereotipi.

3. Abbiamo notato anche che spesso si evocano documenti normativi – additandoli come pericolosi – senza citarli in modo corretto, a volte addirittura falsificandoli, a volte estrapolando le frasi dal loro contesto. Basti qui pensare, oltre alla campagna contro i già citati Standard OMS, alle polemiche prima sul ddl “Fedeli” e ora sul comma 16 dell’art. 1 della legge 107 del 13 luglio 2015 (“Buona scuola”), che non ha altra finalità se non quella di promuovere il principio di pari opportunità e di prevenire e contrastare ogni forma di discriminazione e di violenza basata sul sesso e sull’orientamento sessuale: si tratta di un’applicazione degli art. 3 e 51 della Costituzione e quindi stupiscono la contrarietà con cui è stato accolto e le interpretazioni distorte di cui è stato oggetto.

4. Osserviamo infine che riguardo a tutti i temi che vengono evocati quando si parla di “ideologia gender” ci sono – crediamo legittimamente – pareri diversi tra persone e gruppi che pure hanno la stessa fede cattolica, sia nel merito che nel metodo individuato per intervenire nel dibattito in corso nella società civile. Le posizioni e i linguaggi espressi nella manifestazione svoltasi il 20 giugno a Roma, per esempio, non erano rappresentativi dell’intero mondo cattolico, e diverse associazioni ecclesiali hanno deciso di non prendervi parte. Tuttavia, anche al netto di una certa malafede per esigenze di “audience”, qualcosa nella comunicazione di questo pluralismo non deve aver funzionato, se i mass media hanno spesso sintetizzato, e continuano a farlo, con titoli come “Cattolici in piazza contro…”.

Facciamo quindi appello a voi in quanto responsabili di associazioni e movimenti cattolici della Chiesa di Parma, di cui ci sentiamo parte viva, affinché la ricerca e l’impegno su questi temi si sviluppino nel rispetto del pluralismo intra-ecclesiale e basandosi su un’informazione ampia, corretta e verificata. In mancanza di questo ci pare che sia molto difficile, sia all’interno della Chiesa che nel rapporto con altri soggetti culturali e religiosi, istruire un confronto e un dialogo che assumano la complessità e siano realmente ponderati e costruttivi.

Parma, 16 luglio 2015

Stefania Berghenti

Margherita Campanini

Sara Chierici

Monica Cocconi

Maria Silvia Donati

Emanuela Giuffredi

Daria Jacopozzi

Angela Malandri

Carla Mantelli

Maria Pia Mantelli

Stefania Mazzocchi

Maria Michiara

Viviana Muller

Antonella Paolillo

Eleonora Torti

Rita Torti

Simona Verderi

un papa che … rompe!

un papa che disturba

papa-francesco

di Isabelle de Gaulmyn in “La Croix” del 24 luglio 2015

Il papa disturba. Finché si limitava a criticare i comportamenti della Curia, i cattolici lo applaudivano. Ma quando, nell’enciclica Laudato si’, o nel suo viaggio in America Latina, denuncia una “economia che uccide” e un sistema che “continua a negare a migliaia di milioni di fratelli i diritti economici, sociali e culturali più elementari”, comincia, qua e là, a suscitare reazioni negative. Esagera, si mormora in certi ambienti, soprattutto negli Stati Uniti, dove gli si affibbia sprezzantemente il soprannome di “papa della Pampa”. Attacco troppo facile, che vorrebbe attribuire tutto ciò che il suo discorso ha di forte alle sue radici. Insomma, questo papa resterebbe troppo segnato dalla sua America Latina d’origine: quello che forse va bene per quel sottocontinente, non può essere adatto all’Occidente, dicono, dove la realtà sarebbe più complessa, e le disuguaglianze sociali meno forti.

Francesco, come ha detto lui stesso, non si discosta dalla più classica dottrina sociale della Chiesa. È da tempo che essa denuncia un liberalismo che teoricamente dovrebbe autoregolarsi, è da tempo che afferma che, al di sopra della proprietà privata, c’è il diritto ad una giusta attribuzione dei beni universali, e alla dignità di ogni uomo. Certo, la sua esperienza pastorale in una delle megalopoli più ingiuste del mondo dà a questo discorso una forza particolare. Soprattutto, questo papa venuto dal Sud, ripete incessantemente che il mondo è diventato globale: “L’interdipendenza planetaria richiede risposte globali ai problemi locali”, ha dichiarato in Bolivia. L’Europa non è al riparo dai drammi del mondo più di altre aree geografiche, come la tragedia dei migranti ci ricorda ogni giorno.

In questa critica, papa Francesco riconosce che la Chiesa non ha il monopolio della verità. Ripete anche che non si tratta di fare un discorso ideologico, ma di partire dalla condizione reale degli uomini e delle donne, da cui la Chiesa di Cristo non può fuggire. In fondo, in un mondo in cui l’economia può asservire degli uomini e sfigurare il pianeta, chiedere una conversione radicale non è un’utopia. E’ solo dar prova di realismo.

il commento al vangelo della domenica

 “DISTRIBUI’ A QUELLI CHE ERANO SEDUTI QUANTO NE VOLEVANO”

commento al vangelo della diciassettesima domenica del tempo ordinario (26 luglio 2015) di p. Alberto Maggi

p. Maggi

Gv 6, 1-15

In quel tempo, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.
Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo».
Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini.
Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano.
E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.

Giovanni è l’unico tra gli evangelisti che non riporta il racconto della cena eucaristica, con le parole e i gesti di Gesù sul pane e sul vino, ma in realtà è l’evangelista che senz’altro più degli altri ne approfondisce il significato e ne svela la ricchezza. In particolare lo fa in questo capitolo 6. Scrive l’evangelista che era vicina la Pasqua, la festa dei giudei, ma la folla, anziché salire a Gerusalemme per   celebrare la Pasqua, viene attratta da Gesù. La folla ha compreso che in Gesù si manifesta il vero santuario di Dio dal quale si irradia il suo amore.
Ebbene, Gesù, vedendo la folla, pensa lui a provvedere al suo sostentamento. Mentre nel deserto, nell’Esodo era stata la folla che, attraverso Mosè aveva dovuto chiedere a Dio e aveva dovuto supplicare per avere il pane, qui Gesù previene le necessità della gente. L’evangelista indica qual è l’azione divina: Dio non risponde ai bisogni della gente, ma precede e previene le sue necessità.
E l’evangelista descrive questa azione della condivisione dei pani e dei pesci parlando di un ragazzo “che ha cinque pani d’orzo”. Perché cinque pani d’orzo? Perché l’evangelista vuole richiamare un fatto che era scritto nell’Antico Testamento quando Eliseo, il profeta, con venti pani d’orzo sfamò cento persone.
“E due pesci”. Vediamo ora, ed è importante, perché l’evangelista ci da attraverso questi segnali l’indicazione precisa del significato dell’Eucaristia; vediamo qual è l’indicazione che ci dà Gesù. Gesù dice “Fateli sedere”, perché questo particolare? Per mangiare i pani e i pesci potevano stare in piedi, sdraiati, seduti, perché Gesù dà questo preciso ordine, letteralmente “fateli sdraiare”?
Nei pranzi solenni, nei pranzi festivi, in particolare per la Pasqua, i signori, cioè quelli che avevano dei servi da cui potevano farsi servire, mangiavano sdraiati su dei lettucci. Chi mangiava così? Quelli che erano signori, quelli che avevano dei servi. Ebbene, la prima azione di Gesù è far sentire le persone “signori”; Gesù si fa servo perché i servi si possano sentire signori. Quindi la prima indicazione di Gesù, che dice ai discepoli, collaboratori di questa Eucaristia, è di far sdraiare la gente.
E l’evangelista ci dà l’indicazione che “c’era molta erba in quel luogo”. Questo è un richiamo a un Salmo, il Salmo 72, nel quale si prevedeva l’arrivo del Messia “in campi ondeggianti di erba e di frumento”. Quindi l’evangelista vuol dire che è arrivato il Messia atteso. L’evangelista aggiunge “in quel luogo”. ‘Luogo’ è un termine tecnico che indica il tempio di Gerusalemme, il santuario dove si manifesta Dio. Ora Dio non si manifesta più in un santuario costruito dall’uomo, ma nella persona di Gesù.
“Si misero dunque a sedere”, e l‘evangelista indica il numero di queste persone in 5000. Perché questo numero? Sia perché è il numero della prima comunità cristiana secondo il Libro degli Atti, al capitolo 4, ma soprattutto perché i multipli di 50 indicano, nell’Antico Testamento, l’azione dello Spirito. “Pentecoste”, termine greco che significa ‘cinquantesimo giorno dopo la Pasqua’, è il giorno dell’effusione dello Spirito. Quindi l’evangelista vuol far comprendere che non c’è soltanto un alimento fisico, ma c’è una comunicazione dello Spirito di Dio.
“Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede”. Sono gli stessi gesti che gli altri evangelisti pongono a Gesù nell’ultima cena. “Gesù prende i pani, e, dopo aver reso grazie” – ringraziare significa che ciò che si ha non è proprio, ma è dono ricevuto e va diviso con gli altri – “li diede a quelli che erano seduti”.
Gesù non chiede a questa folla che partecipa a questa condivisione dei pani se sono purificati e non chiede neanche di purificarsi. Non bisogna purificarsi per ricevere il pane, che è Gesù, ma è l’accogliere, il mangiare questo pane di Gesù, che purifica. Questa è l’indicazione preziosa che ci dà  l’evangelista. Ebbene, mangiano, e l’evangelista dice che dai pezzi avanzati raccolgono 12 canestri. I numeri, ovviamente, sono tutti figurati, tutti simbolici. Il numero dodici rappresenta Israele.
Però, purtroppo, la gente non ha capito questo segno. Questo segno di Gesù, che lui, il Signore, si faceva servo per far sì che i servi si sentissero liberi, non è stato compreso. Infatti “la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva ‘Questi è davvero il profeta’ “. Il profeta era quello promesso da Mosè, loro non hanno capito la novità portata da Gesù, e sono pronti a sottomettersi.
Infatti, “Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re” – vogliono sottomettersi, vogliono la sottomissione e non la libertà. Gesù li aveva chiamati alla libertà, ma loro non sanno che farsene e vogliono essere dominati; vogliono fare di Gesù un re.
E Gesù “si ritirò di nuovo sul monte”. Come Mosè dopo il tradimento del popolo con il vitello d’oro, il peccato d’idolatria, risalì sul monte, così Gesù sale su il monte. L’azione del popolo di farlo re, lui la considera un peccato di idolatria, un tradimento.
“Lui da solo”. Perché da solo? Perché anche i discepoli condividono la mentalità della folla.