leccarsi le labbra in un ristorante rom

dieci donne e un sogno: aprire un ristorante rom

sono donne, rom, e hanno un sogno: aprire un ristorante

giovedì 25 giugno hanno cucinato nel campo di Candoni a Roma, vicino alla Magliana, per una ventina di ospiti: in tavola hanno servito piatti tipici della loro tradizione: sarme, verza, carne arrosto, peperoni ripieni con riso e macinata, una variante dell’insalata russa, biscotti e dolci. Maria Miclescu, Codruca Balteanu, Ribana Sadic, Roxana Cinca, Simona Nedelcu, Elena Miclescu, Gordana Osmanovic, Elisa Pandelica, Hanifa Kokic, Alexandra Costantin, Tudorita Iordan, Giuliana Sulejmanovic, Florentina Darmaz, Florentina Spirache hanno lavorato fianco a fianco, giovani e meno giovani, bosniache e rumene, ognuna assumendosi un compito: chi ha pensato alla spesa, chi  alla musica, chi ha preparato i dolci, chi ancora ha portato la macedonia. «Come in un vero e proprio catering», racconta a Gli Stati Generali Mariangela De Blasi di Arci Solidarietà . «Stiamo puntando sulle donne – aggiunge – che hanno una grande voglia di protagonismo, di indipendenza, di affermazione; per questo le abbiamo riunite attorno a un “tavolo”,  (a cui siedono anche Francesca Hamidovic, Lina Chiriac e Daniela Sulemanovic, di nazionalità serba) per creare un momento di confronto tra loro e di incontro anche con le istituzioni, in modo che siano le donne stesse a farsi portavoce delle proprie istanze». Al tavolo partecipano le operatrici e gli operatori di Arci Solidarietà, Marta Bonafoni , consigliera della Regione Lazio, e Felipe Goycoolea del coworking Millepiani.

Spiega Codruca, 23 anni: «Durante gli incontri parliamo di noi, di quello che sappiamo fare, di quello che vorremmo imparare. Ci sono alcune ragazze che devono prendere la terza media, altre che hanno studiato ma non trovano lavoro. Io ad esempio – continua – ho il diploma alberghiero, ho lavorato in un ristorante per tre anni, ma ora non riesco a trovare nulla, forse non si fidano di noi». E precisa: «Abbiamo organizzato questo pranzo per dimostrare che abbiamo voglia di fare. Sui giornali, in televisione parlano male di noi, ma non siamo tutti uguali: come le dita di una mano, ognuna è diversa dall’altra». Prima di iniziare a mangiare hanno voluto precisare che «tutti i cibi sono stati preparati seguendo le norme haccp, abbiamo fatto un corso e usato guanti speciali».

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Il percorso di queste donne nasce da due progetti di Arci Solidarietà Onlus, Donne al Volante (supporto al conseguimento della patente di guida) e 7donne Rom, libro che racconta l’esperienza di sette donne all’interno di O.r.M.e (corso di orientamento per mediatori). Un altro progetto per la formazione al lavoro delle donne rom è Roma Atelier, nato con il supporto della Caritas e finanziato dalla Curia. «L’obiettivo è  professionalizzare le donne e renderle indipendenti», racconta a Gli Stati Generali Antonella Barile del Centro di orientamento al lavoro del municipio I. «Due di loro sono state assunte da Eataly, altre faranno dei tirocini», aggiunge Barile. La formazione è modulata in base alle esigenze delle partecipanti: «Alcune seguono corsi di cittadinanza, altre di italiano, altre ancora imparano a guidare e prendono la patente».

Si danno da fare, insomma, mostrando un pezzo di mondo rom che vive nei campi poco, o niente narrato. Un pezzo di mondo in cui le donne, con l’aiuto delle associazioni (giovedì c’erano, oltre ad Arci Solidarietà, Scosse e Zero Violenza) e, in alcuni casi delle istituzioni (al pranzo erano presenti la consigliera Marta Bonafoni e Marzia Colonna, assessora del municipio 11), provano a uscire dal degrado e dalla segregazione diventando promotrici di loro stesse. «Anche noi sogniamo – ha detto una delle ragazze – E’ bello quando sogni, perché così puoi andare avanti con la vita».

Il rovescio della medaglia, però, c’è e non si può ignorare. Esiste anche a Candoni, a pochi metri da dove le donne hanno allestito il pranzo e ballato. E’ una zona diventata una discarica a cielo aperto. Cumuli di rifiuti (copertoni, batterie di auto, frigoriferi, taniche di plastica, persino eternit) coprono una vasta area non lontana dai container dove vivono adulti e bambini. Spesso questa immondizia viene bruciata, producendo fumi tossici. I famosi roghi, come denunciano gli operatori che lavorano nel campo, sono frequentissimi, per la maggior parte vengono appiccati di notte, ma a volte i fumi si alzano anche di giorno. I rifiuti ricoprono anche l’esterno del campo: è impossibile non vederli percorrendo via Luigi Candoni.   

L’area in questione è stata dichiarata insalubre dalla Asl, che periodicamente manda comunicazioni all’assessorato alle Politiche Sociali perché intervenga. Anche l’ente gestore (Arci solidarietà) ha segnalato «la forte insalubrità dell’aria», chiedendo che« la situazione si possa al più presto risolvere nell’interesse di chi in quel luogo ci abita e di chi ci lavora» . Si era parlato di uno sgombero degli abitanti di quella porzione di campo, dato che l’area era stata posta sotto sequestro dalla Forestale già l’anno scorso. Ad oggi, però, la questione resta irrisolta: anche perché circa 230 persone, tra cui molti bambini, resterebbero senza un tetto. Il vice comandante della polizia Antonio Di Maggio, interpellato al telefono da Gli Stati generali dice: «Ci stiamo lavorando». Speriamo che lavorino in fretta e bene.

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