per Chiara Saraceno quella di papa Francesco contro il ‘gender’ è una crociata

la crociata di Bergoglio contro la teoria gender

 


di Chiara Saraceno

I nemici del matrimonio non sono la povertà e più in generale le ristrettezze economiche che non consentono di fare progetti per il futuro, la disuguaglianza tra uomo e donna dentro e fuori la famiglia, un’organizzazione del lavoro che lascia poco spazio alla vita privata. Non lo sono neppure i matrimoni forzati e precoci, con il loro seguito di sesso imposto a quasi-bambine e gravidanze precoci.
Il nemico vero, che avrebbe addirittura scatenato una guerra mondiale contro il matrimonio, ha detto il pontefice ai fedeli georgiani probabilmente sbigottiti, è la “teoria del gender”.Saraceno

La tesi, per altro, non è nuova, anche se questa volta espressa con una violenza che di solito il papa riserva ai conflitti che affamano e uccidono popolazioni in diverse parti del mondo, e all’indifferenza che abbandona i migranti al loro destino.

Già nel documento Amoris Laetitia, infatti, il pontefice, riprendendo letteralmente quanto scritto nel documento finale del Sinodo sulla famiglia, denuncia la “teoria del gender” come perniciosa e afferma che “differenza e reciprocità naturale di uomo e donna” sono inseparabili, ancorché distinguibili, dai ruoli sociali e culturali maschili e femminili. In questa prospettiva, chi pretendesse separarli, “svuoterebbe la base antropologica della famiglia”. Lasciamo stare che non esiste una e una sola “teoria del gender”, ma diversi approcci analitici, inclusi quelli di alcune teologhe e teologi, che utilizzano il concetto di genere per distinguere l’appartenenza di sesso non solo dall’orientamento sessuale, ma dai ruoli sociali e dalle capacità attribuite agli uomini e alle donne.

Approcci e studi che mostrano come ciò che è definito maschile e femminile, ciò che ci si aspetta dagli uomini e dalle donne, lungi dallo stare in natura, cambia nel tempo, tra società e gruppi sociali e come queste definizioni siano spesso connotate da rapporti di potere asimmetrici tra i sessi ed anche entro uno stesso sesso. Esistono gerarchie del maschile come del femminile.

Se dobbiamo accettare la tesi del pontefice che non si possano separare appartenenza di sesso e capacità e ruoli sociali, tra appartenenza di sesso e destino sociale, allora dobbiamo smentire non solo intere biblioteche di studi antropologici e storici, ma anche vedere nelle battaglie delle donne per uscire da ruoli prescritti come destino “naturale” la vera minaccia al matrimonio, nella misura in cui si ritiene che questo possa esistere solo nella distinzione dei ruoli di genere. Una minaccia altrettanto, se non più grande, di quella che verrebbe dalla richiesta di matrimonio da parte di coppie dello stesso sesso.

Dietro l’ossessione per il “gender/genere” che affanna la gerarchia cattolica anche ai suoi livelli più alti, legittimando crociate contro ogni pratica educativa che aiuti i bambini e ragazzi a superare, appunto, gli stereotipi di genere per accettarsi e accettare nella propria individuale diversità, non sta infatti solo una ripugnanza nei confronti della omosessualità, vista come “contro natura” perché non si concepisce che il desiderio sessuale possa rivolgersi ad un corpo simile al proprio. Vi è proprio il terrore che se vengono meno le barriere dei ruoli sociali di genere (che nulla hanno a che fare con l’orientamento sessuale), in primis nella famiglia, e ciascuno è messo nelle condizioni di scegliere liberamente il proprio modo di essere maschio o femmina e trovare il proprio equilibrio nelle relazioni di coppia – etero o omosessuale – e di generazione – ci sia solo il vuoto, o meglio il caos.

Eppure, vi sono diversi segnali che suggeriscono come sia proprio la concezione e pratica di un matrimonio asimmetrico e fondato su una rigida separazione di genere a motivare molte violenze contro le donne e a tenere lontane molte giovani dal matrimonio. O comunque a suggerire loro di aspettare per consolidare la propria autonomia per meglio negoziare una divisione del lavoro flessibile. Se un tempo l’asimmetria dava incentivi a sposarsi e stabilità ai matrimoni e alle famiglie, non si sa a quale prezzo, oggi in molti paesi non è più così. E’ piuttosto l’eguaglianza, con quel tanto di intercambiabilità e fluidità dei ruoli necessaria a mantenerla, a dare una chance in più alla disponibilità a sposarsi e alla durata di un matrimonio.

Nessuna guerra contro il matrimonio da parte di chi desidera modificare i ruoli di genere, dunque, solo lo sforzo di cambiarlo per renderlo più vivibile e accessibile.

 

papa Francesco ancora sul ‘gender’ … però attorno a lui c’è qualcuno che lo informa male

colonialismo culturale?

papa

Il «Gender» vuole abolire le differenze tra maschi e femmine? Il gender vuole distruggere la famiglia naturale? Il gender ci farà diventare tutti gay?

“Mi dispiace che abbia fatto questa affermazione, per lo meno leggera e infondata, ha detto la ministra dell’istruzione francese. Anche il papa è vittima della campagna di disinformazione portata avanti da ambienti reazionari…”Non insegniamo nessuna teoria del genere… ma l’educazione all’uguaglianza ragazze-ragazzi, nel quadro della lotta agli stereotipi e alle discriminazioni”

di seguito un pochino di Rassegna Stampa a proposito delle ultime dichiarazioni di papa Francesco sul ‘gender’, dichiarazioni che hanno trovato elogio per la chiarezza di affermazione, approvazione sul merito ma anche forte disapprovazione non senza una forte impressione che qualcuno lo stia informando male, per terminare con una intelligente riflessione di Michela Marzano pubblicata su Repubblica del 5 ottobre:

Bergoglio e la verità sul gender di Orazio La Rocca in Trentino del 4 ottobre 2016

La novità è la chiarezza di esposizione e, se vogliamo, la sorpresa. Specialmente da parte di chi confondendo la sua forza pastorale, cioè la scelta di stare da sempre accanto alle sofferenze degli ultimi, con le verità a cui non ha mai rinunciato. Verità che, comunque, non gli impediscono di dialogare con tutti, ascoltare chi soffre, chi vive nel disagio al di là di orientamenti politici, religioni, scelte sociali e orientamenti sessuali. Senza rinunziare ai princìpi cardine della tradizione cristiana.
Il «Gender» vuole abolire le differenze tra maschi e femmine? Il gender vuole distruggere la famiglia naturale? Il gender ci farà diventare tutti gay? Le domande della crociata, a cui si è associato Papa Francesco, hanno il paradossale pregio di indurci a ragionare sul «genere» prescindendo dalla distinzione che, di solito, si tende a stabilire tra il «sesso», l’«identità di genere» e l’«orientamento sessuale»
Educare all’identità come libertà e non come destino è il primo obiettivo che il dilagare dei fenomeni di femminicidio, omofobia e intolleranza impone alle istituzioni, sapendo che per incidere sul terreno dei pari diritti e delle pari opportunità bisogna intervenire fin dalla primissima infanzia
L’Italia, insieme alla Grecia, sono gli unici paesi europei a non avere una legge sull’educazione sentimentale nelle scuole. In un paese che registra un aumento continuo dei femminicidi e delle violenze sulle donne, dove è sensibili e ampiamente riconosciuto l’aumento delle discriminazioni di genere, l’omofobia, il bullismo qualcosa tuttavia si è mosso
Papa Francesco riprende un aneddoto su una supposta gender theory diffuso da anni dall’estrema destra per denigrare la scuola pubblica. La ministra: venga a sfogliare i manuali e a parlare con gli insegnanti Il papa è caduto in una trappola? E’ quello che pensano in molti in Francia, e non solo nel governo o a sinistra
“Mi dispiace che abbia fatto questa affermazione, per lo meno leggera e infondata, ha detto la ministra dell’istruzione francese. Anche il papa è vittima della campagna di disinformazione portata avanti da ambienti reazionari…”Non insegniamo nessuna teoria del genere… ma l’educazione all’uguaglianza ragazze-ragazzi, nel quadro della lotta agli stereotipi e alle discriminazioni”

se il ‘gender’ a scuola aiuta a combattere le discriminazioni

di M. MarzanoMarzano

Una cosa è la persona che ha una tendenza omosessuale o anche che cambia sesso», ha detto l’altro giorno Papa Francesco per spiegare quanto dichiarato in Georgia a proposito dell’ideologia gender. «Un’altra è fare insegnamenti nelle scuole su questa linea, per cambiare la mentalità: io chiamo questo colonizzazione ideologica», ha concluso il Pontefice. Ma a quali insegnamenti si riferisce esattamente Papa Francesco? Che cosa vuol dire “cambiare la mentalità”? Cos’è questo benedetto “gender” di cui tanto si parla e che, di fatto, è solo il termine inglese per il quale esiste ovviamente una traduzione italiana, ossia l’espressione “genere”? Papa Francesco non fa altro che ripetere quanto già detto altre volte: il gender a scuola è un’ideologia pericolosa. Dando così credito a quanti sostengono che ormai, nelle scuole, si insegnerebbe ai più piccoli che possono scegliere se essere ragazzi o ragazze, cambiare sesso a piacimento, e decidere quali tendenze sessuali privilegiare o meno. Ma è questo che si insegna a scuola oggi? Se veramente fosse così, anch’io sarei molto preoccupata. Come potrebbero d’altronde raccapezzarsi un bimbo o una bimba se venisse detto loro che tutto si equivale, che non c’è alcuna certezza identitaria, e che si può essere di giorno ragazzi e di notte ragazze o viceversa? Il punto, però, è proprio qui: a nessuno passa oggi per la testa di colonizzare la mente dei bambini con tali fandonie, tali bugie, tali assurdità. Perché è di questo che si tratta quando si pretende che sesso, genere e orientamento sessuali siano solo il frutto di una scelta e che basterebbe quindi insegnare ai più piccoli il valore delle decisioni individuali affinché diventino omosessuali o trans, «giustificando e normalizzando ogni comportamento sessuale », come scrivono associazioni come ProVita, Giuristi per la vita o la Manif Pour Tous Italia. «Lasciate che le ragazze siano ragazze. Lasciate che i ragazzi siano ragazzi», recita lo slogan di un video prodotto proprio per spiegare «l’ideologia gender in meno di tre minuti», senza rendersi conto che, mischiando realtà, fiction e fantasmi, sono questo tipo di spot a creare confusione e paura. Ma procediamo con ordine. Cosa si sceglie nella vita? Cosa si costruisce o si decostruisce a piacimento? Di scelte, nel corso della propria esistenza, se ne fanno molte. Nessuna, però, riguarda il proprio essere donna o uomo, oppure la propria eterosessualità o la propria omosessualità. Il genere e l’orientamento sessuale non si scelgono, non si cambiano, non si curano. Sono elementi dell’identità di ciascuno di noi, quell’identità con la quale, prima o poi, tutti dobbiamo fare i conti, anche quando ci sono cose che vorremmo che fossero diverse, cose che magari non sopportiamo di noi stessi, cose con le quali, però, non possiamo far altro che convivere. E allora capita — perché la vita è anche questo — che un bambino, fin da quando è piccolo, sia profondamente convinto di essere un bimbo nonostante si ritrovi prigioniero di un corpo femminile, e allora sia costretto a passare anni ed anni a cercare di risolvere il divario drammatico e doloroso che vive tra la propria identità di genere e il proprio sesso biologico, senza alcuna volontà di sovvertire “l’ordine naturale delle cose”, al solo scopo di trovare una qualche armonia con se stesso. Esattamente come capita che, fin da quando è piccola, una bambina sia attirata dalle altre bimbe senza per questo essere meno bambina delle amiche o delle compagne attirate dai bambini. L’orientamento sessuale, esattamente come l’identità di genere, non è una “tendenza” che si può o deve contrastare; è un modo di essere e di amare il cui valore non cambia solo perché si è omosessuali invece che eterosessuali, e quindi si amano persone dello stesso sesso invece che persone dell’altro sesso. L’unica cosa che si può “costruire” o “decostruire” è la rappresentazione che ci si fa del proprio genere o del proprio orientamento sessuale, imparando o meno ad accettarsi per quello che si è, senza cedere alle pressioni di chi vorrebbe che fossimo diversi da come siamo. Qualcuno potrebbe a questo punto chiedersi che c’entra la scuola in tutto questo, e perché si dovrebbero affrontare tematiche legate al genere o all’orientamento sessuale con i più piccoli invece che, come ripetono in molti, limitarsi a insegnare loro a leggere, scrivere e contare. Ma lo scopo della scuola non è anche, e forse soprattutto, quello di aiutare le bambine e i bambini a trovare le parole giuste per qualificare quello che vivono, mettere un po’ di ordine nel mondo che li circonda e riuscire a non vergognarsi per quello che sono e quello che provano? Uno degli scopi della scuola non è anche quello di costruire i presupposti di un vivere- insieme in cui ci si accetta reciprocamente indipendentemente dalle proprie differenze? Non stiamo assistendo, proprio in questi ultimi mesi, a episodi di bullismo e di violenza verbale o fisica nei confronti dei “diversi”? È strano che proprio coloro che vogliono tanto difendere i propri figli non siano poi sensibili ai tentativi che si stanno cominciando a fare nelle scuole proprio per proteggere tutti i bambini e tutte le bambine, insegnando che essere una ragazza non significa né essere inferiore a un ragazzo né amare necessariamente le bambole o il colore rosa, oppure che un maschietto resta un maschietto anche se non è attirato dalle bambine. È strano che anche il Papa, che pure spiega che “la vita è vita e le cose si devono prendere come vengono”, prenda alla lettera le fandonie di chi ripete che a scuola si insegna a scegliere il proprio genere e il proprio orientamento sessuale, mentre di fatto si cerca solo di lottare contro le discriminazioni e il bullismo di cui sono vittime innocenti le persone omosessuali e trans, che non hanno scelto niente, appunto, esattamente come le persone eterosessuali.

un libro sul gender per dire che il gender non è il diavolo

‘Papà, Mamma e Gender’

un nuovo libro di Michela Marzano

per riconoscere le differenze

cop (1)

Ho avuto il piacere di presentare l’ultimo libro di Michela Marzano, intitolato Papà, Mamma e Gender (Utet, 2015) al Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, sabato scorso a Roma. L’opera nasce da una considerazione – la profonda spaccatura tra due visioni della società, tra spiriti relativisti e fronte antigay – e dall’analisi di una paura: quella della deviazione della nostra prole a partire dalla loro educazione. Michela Marzano, insegnante universitaria a Parigi, deputata del Pd e donna eterosessuale e cattolica, parte da una considerazione complessiva: quanto c’è di vero dietro la campagna montata sul cosiddetto “gender”?

Per affrontare l’argomento, Marzano denuncia in primo luogo le contraddizioni insite nel discorso messo in campo dal fronte contrario, che si configura sempre più come realtà omofoba. La prima, tra tutte: se siamo d’accordo sulla fine delle discriminazioni, dobbiamo porre le diverse sessualità sullo stesso piano. Ne consegue che cade di per sé l’obiezione sul fatto che si vuole sdoganare l’omosessualità: «Lottare contro le discriminazioni» si legge nel libro «significa innanzi tutto smetterla di pensare che esista un orientamento sessuale “buono” e un orientamento sessuale “cattivo”». Le sessualità non normative, in altri termini, non vanno “sdoganate”: più semplicemente, vanno riconosciute.
Punta poi l’attenzione sul linguaggio utilizzato per la narrazione del fenomeno. Molto spesso si sente utilizzare dai leader del fronte opposto e dai loro sostenitori, parole come “gaystapo” soprattutto quando si affronta il delicato argomento sulle discriminazioni a scuola. Non solo, in quel termine, c’è un insulto verso le persone Lgbt – quel nomignolo richiama al nazismo e migliaia di gay e lesbiche vennero sterminati nei lager – ma si confonde volutamente la lotta all’omofobia nelle nostre aule per una sorta di violenza contro insegnanti e allievi. E così non è.

Svela, infine, Marzano il corto circuito logico su cui si basano stereotipi e pregiudizi e oppone l’argomentazione (e quindi il ragionamento) allo schema precostituito. Perché pensare è faticoso, ci suggerisce, ma è l’unica cosa che va fatta per sconfiggere certi fanatismi.

Per portare avanti questo triplice filone, si affrontano – in un testo dalla lettura scorrevole, limpida e pur densa di stimoli intellettuali – le tematiche della pluralità delle famiglie, del rispetto della diversità, della violenza insita negli stereotipi di genere: quelle gabbie mentali, per fare due soli esempi, che ci suggeriscono in modo acritico che una ragazza non potrà mai fare il camionista (perché è cosa da uomini) e che per un ragazzo è sconveniente prendere lezioni di danza, se vuole mantenere integra la sua mascolinità. Stereotipi che poi inducono il “maschio” a considerare la donna non soggetto dotato di autonomia esistenziale, ma soggetto destinato al possesso. Il suo. E ciò va evitato, in una società che vuole essere pienamente egualitaria.

Affronta, ancora, la differenza tra “identità” e “uguaglianza”. Volere un’educazione di genere, basata sul rispetto tra ragazzi e ragazze e sull’accoglienza delle diversità, anche sessuali, non significa voler abbattere l’identità di cui siamo portatori e portatrici, ma è prendere posizione rispetto a valori imprescindibili. Uomo e donna sono sì biologicamente diversi (hanno, cioè, caratteristiche distinte), ma nell’accesso ai diritti sono uguali. Lo dice anche la Costituzione. Le associazioni quali Manif pour tous, Provita, ecc, sembrano invece far confusione tra questi due elementi. Se per ignoranza o volutamente, è poi da capire.

Eppure, di fronte a questi elementi di verità – verità fatta dall’osservazione del reale e non da certezze precostituite – Marzano non è mai assoluta, perentoria. Si fa molte domande, nel suo libro. E le restituisce a noi. Non fornisce soluzioni facili, ma si interroga e ci interroga di fronte a temi cruciali per la società contemporanea. Fino ad arrivare, nel cuore del libro, a una narrazione più privata, intima: come se volesse dischiudere la propria umanità rispetto ad un tema che, per come viene trattato, tende a disumanizzare le differenze e chi ne è testimone. E questo, credo, è il suo punto di forza. Si mette in gioco, Michela Marzano, e lo fa senza paura. E si mette a nudo, con il pudore di chi sa perché ha vissuto. Il resto va valutato secondo le emozioni e i saperi che riuscirete a trovare leggendo Papà, Mamma e Gender

papa Francesco contro le crociate anti ‘gender’

  autrice gender scrive a Papa Francesco che le risponde: “Vai avanti” 

papa-francesco

Francesca Pardi, fondatrice con la compagna Maria Silvia Fiengo, della casa editrice per bambini Lo Stampatello, racconta la sorpresa di aver ricevuto una lettera dal Papa

”Mi ha detto di andare avanti e mi ha impartito la benedizione”

Francesca Pardi, fondatrice con la compagna Maria Silvia Fiengo, della casa editrice per bambini Lo Stampatello, autrice di libri come Piccolo Uovo, Piccola storia di una famiglia: perché hai due mamme? e Qual è il segreto di papà? nell’occhio del ciclone gender dopo la messa all’indice dei libri da parte del sindaco di Venezia, racconta la sorpresa di aver ricevuto una lettera dal Papa. E’ fiera la Pardi di tenere tra le mani la missiva firmata da mons. Peter B. Wells per conto di Francesco, ”sperando – dice l’autrice – che questo gesto avvii un cambiamento di toni sul tema delle famiglie ‘altre’, un maggiore rispetto per persone come me in un momento in cui ci sentiamo oggetto di una crociata”. La Pardi aveva mandato a giugno al Papa l’intero catalogo dei libri editi da Lo Stampatello sperando in una lettura. ”Non troverebbe, tra queste pagine – ha scritto – neanche l’ombra di quella teoria del gender di cui questi libri sarebbero lo strumento principale: dov’è che diciamo ai bambini che possono scegliere il proprio genere? dove parliamo loro di sesso?”.

si può parlare di ‘gender’ senza farne una caricatura

Sesso e genere: oltre l’alternativa

di Giannino Piana

in “Viandanti (www.viandanti.org) del 12 luglio 2014

Piana

La questione del “genere” (gender in inglese) ha assunto negli ultimi decenni, in particolare nel mondo anglosassone, grande attualità. Con essa ci si riferisce a una serie di teorie orientate ad accentuare la pluralità di identità delle persone, facendo riferimento a una serie di fattori che vanno oltre il semplice dato biologico originario. In realtà, a ben vedere, il problema non è del tutto nuovo. E’ infatti esistita anche in passato la tendenza a considerare l’identità soggettiva come frutto di un processo complesso, che coinvolge le dinamiche psicologiche ed educative, le varie forme di socializzazione e il contesto culturale entro il quale avviene lo sviluppo della personalità.

Un ribaltamento di posizione

A contraddistinguere, tuttavia, l’attuale svolta è un vero e proprio salto qualitativo, che comporta il ribaltamento della posizione tradizionale, mettendo in primo piano i fattori ambientali e riducendo di molto (fino talora a negarlo totalmente) il peso della differenza biologica, con la conseguenza di superare i modelli relazionali tradizionali e di aprire la strada a nuove forme di incontro e di mutuo riconoscimento. A determinare questa svolta hanno concorso, da un lato, l’ideologia liberale, che è venuta affermando con forza il rispetto dell’individuazione soggettiva e la libertà della propria autocostruzione, e, dall’altro, il pensiero femminile, che nella sua fase più recente è passato (almeno in alcune aree della propria elaborazione) dal teorizzare il valore delle differenze, proponendo come modello quello della reciprocità tra i sessi, alla negazione delle stesse differenze, perciò al rifiuto  della catalogazione dei generi in ragione dell’apertura a un intreccio indefinito di   possibilità espressive.

L’interazione tra natura e cultura

E’ naturale che si accentui, in questo quadro, la contrapposizione tra chi – come il magistero tradizionale della Chiesa cattolica (ripreso peraltro in tempi piuttosto recenti da papa Benedetto XVI) – tende a ricondurre l’identità di genere anzitutto alla differenza legata al sesso biologico, riducendola pertanto all’essere-uomo e all’essere-donna, e chi invece attribuisce la preminenza ai fattori ricordati che esercitano un ruolo decisivo nel costituirsi della coscienza di sé, dilatando pertanto le modalità di attuazione. Lo scontro non è tuttavia necessariamente inevitabile. Sesso e genere (gender) non sono realtà alternative; sono dati che possono (e devono) reciprocamente integrarsi. Il che esige che si faccia spazio a una visione dell’umano più attenta alla complessità e alla globalità; a una visione, in altri termini, che faccia interagire costantemente tra loro natura e cultura.

Il rapporto tra queste due ultime grandezze o, più precisamente l’equilibrio tra di esse, è dunque la vera soluzione del problema. Non si tratta di optare per l’una rinunciando all’altra, ma di ridefinire i livelli sui quali vanno rispettivamente ricondotti il dato naturale e i dati di ordine sociale e culturale. Si tratta di non rinunciare all’importanza fondamentale che riveste la differenza uomo-donna, che ha anzitutto la sua radice nel sesso biologico e che costituisce l’archetipo da cui ha origine l’umano, ma di non esitare, al tempo stesso, a mettere in luce il ruolo della cultura e delle strutture sociali,  riconoscendo che è merito delle teorie del gender l’aver dato maggiore rilevanza nella definizione dell’identità di genere ai vissuti personali e concorrendo così al superamento di alcuni pregiudizi, fonte di gravi discriminazioni, come quelle che hanno a lungo determinato (e in parte tuttora determinano) l’emarginazione di alcune categorie, quelle degli omosessuali e dei transessuali in primis.

La questione della “legge naturale”

La posizione della Chiesa e della stessa teologia cattolica – lo si è già ricordato – è apparsa in passato arroccata nella difesa ad oltranza del dato biologico, ascrivendolo all’ordine della  creazione e considerando pertanto la critica che ad esso si rivolge come un attentato alla sovranità divina. Non si può negare che dietro a tale posizione vi sia un aspetto di verità che non va eluso: l’impegno a difendere cioè la base dell’umano, che finirebbe per essere gravemente compromessa dalla radicale decostruzione dell’identità biologica quale risulta da alcune teorie del gender. Questo non significa tuttavia (e non può significare) rifiuto di sottoporre a revisione una riflessione sulla “natura umana”, e di conseguenza sulla “legge naturale”, che ha assunto per molto tempo connotati rigidamente fisico-biologici. La storia del pensiero cristiano è, a tale riguardo, ricca di preziose indicazioni. La stessa teologia scolastica, reagendo nei confronti del pensiero patristico, che, influenzato dal dualismo platonico e neoplatonico e dal naturalismo stoico, aveva accentuato la fissità del dato biologico, ha introdotto l’attenzione al fattore culturale, mettendo in evidenza come la specificità della natura umana consiste anzitutto nella “razionalità – natura ut ratio è la definizione che ne dà Tommaso d’Aquino – e rimarcandone di conseguenza l’aspetto dinamico ed evolutivo. Tale prospettiva è oggi ampiamente ripresa dalla riflessione di stampo personalista, che considera l’umano nella sua globalità, includendo quale elemento costitutivo (e ultimativamente decisivo) il dato culturale e sociale.

La via del confronto

Le teorie del gender, i cui presupposti antropologici, oltre che dall’ideologia liberale e dal pensiero femminista, come si è ricordato, traggono origine da alcuni importanti pensatori di area francese  da Michel Foucault a Gilles Deleuze fino a Jacques Derrida – rappresentano una significativa provocazione a prendere consapevolezza della ricchezza dell’umano e a pensare l’identità partendo da una maggiore coscienza di sé e della propria libertà, nonché dall’importanza delle decisioni soggettive e degli stili di vita personali, evitando in tal modo forme di appiattimento della realtà attorno a paradigmi universalistici, che non rispettano le diversità individuali. L’etica in generale, e quella di ispirazione cristiana in particolare, devono trarre da questa nuova interpretazione del mondo umano la sollecitazione a fondare i propri orientamenti su basi più ampie, prestando maggiore attenzione alle complesse dinamiche che presiedono alla costruzione dei comportamenti e che sono legate ai processi strutturali e culturali della società in cui si è immersi. La rivelazione biblica offre, al riguardo, importanti suggestioni, invitando a riflettere sulla dialettica esistente tra la postulazione di un “principio” (l’archetipo) al quale non si può rinunciare – la differenza originaria dei sessi – e il costante riferimento alle forme culturali, che modellano, di volta in volta, l’identità e le preferenze sessuali, configurandole, nella loro dimensione storica, come fenomeni in costante divenire. L’abbandono di ogni preclusione ideologica e l’apertura a un confronto sereno tra le posizioni delineate – confronto incentrato sul riconoscimento della dignità della persona umana e dell’uguaglianza dei diritti, e dunque su una piattaforma di valori condivisi – è la via da percorrere per contribuire allo sviluppo di una convivenza civile nella quale le differenze, lungi dall’essere demonizzate o emarginate, si traducano in ricchezza per la vita di tutti.

Giannino Piana

(già docente di etica cristiana alla Libera Università di Urbino e di etica ed economia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Torino)

socio fondatore di Viandanti

lettera aperta sulla cosiddetta ‘ideologia gender’

 proponiamo qui di seguito la lettera aperta che un gruppo di donne cattoliche di Parma, “Le Sante Lucie”, ha deciso di inviare ai/alle responsabili di associazioni e movimenti cattolici della diocesi sul tema della cosiddetta “ideologia gender”

 “Ci siamo trovate la prima volta nel 2013 per rispondere alle domande del Questionario in vista del Sinodo; era il 13 dicembre, e da qui è nato il nome del gruppo. In questi mesi – spiegano ai destinatari della loro missiva – ci siamo confrontate sui temi del genere a partire dalle nostre diverse prospettive e competenze, e abbiamo sentito la necessità di condividere con voi alcune riflessioni”.

Clicca qui per leggere l’intervista a una delle firmatarie


Ai/alle responsabili di associazioni e movimenti cattolici della diocesi di Parma

Ci rivolgiamo a voi, condividendo la stessa fede e il medesimo desiderio di essere al servizio della società umana, per esprimere la nostra preoccupazione riguardo ai metodi e ai toni che ha assunto il dibattito sulla questione della cosiddetta “ideologia gender”.

Quotidiani e periodici cattolici, membri della gerarchia ecclesiastica, laici e religiosi appaiono impegnati in una battaglia contro un “terribile nemico” che sarebbe appunto l’ideologia gender sostenuta da potenti lobby. Non intendiamo entrare in questa sede nel merito delle tante e diversissime questioni che vengono sollevate sull’argomento. Ci interessa qui soprattutto osservare che il metodo e il linguaggio usati in questa “battaglia” non ci trovano d’accordo per diversi motivi.

1. La logica “amico/nemico” sta alla base della violenza e noi la rifiutiamo decisamente. Crediamo che si possa esprimere il più netto dissenso sulle idee senza per questo demonizzare o descrivere in modo caricaturale chi le sostiene, e che si debbano riferire correttamente le posizioni a cui ci si oppone: un’attenzione spesso disattesa in molti interventi che abbiamo letto e ascoltato in questi mesi.

2. Abbiamo notato che molto spesso si confondono i piani al punto che non si capisce più di che cosa si sta discutendo: un conto è discutere del ddl “Scalfarotto” il cui intento dichiarato è combattere le discriminazioni contro le persone omosessuali, o del ddl “Cirinnà”, altro è discutere del gender in filosofia, altro ancora ragionare di gender studies; un conto è parlare degli “Standard dell’OMS per l’Educazione Sessuale in Europa”, altro è confrontarsi con chi ritiene che sia rovinoso per la famiglia mettere in discussione i tradizionali ruoli maschili e femminili e impegnarsi nella decostruzione degli stereotipi.

3. Abbiamo notato anche che spesso si evocano documenti normativi – additandoli come pericolosi – senza citarli in modo corretto, a volte addirittura falsificandoli, a volte estrapolando le frasi dal loro contesto. Basti qui pensare, oltre alla campagna contro i già citati Standard OMS, alle polemiche prima sul ddl “Fedeli” e ora sul comma 16 dell’art. 1 della legge 107 del 13 luglio 2015 (“Buona scuola”), che non ha altra finalità se non quella di promuovere il principio di pari opportunità e di prevenire e contrastare ogni forma di discriminazione e di violenza basata sul sesso e sull’orientamento sessuale: si tratta di un’applicazione degli art. 3 e 51 della Costituzione e quindi stupiscono la contrarietà con cui è stato accolto e le interpretazioni distorte di cui è stato oggetto.

4. Osserviamo infine che riguardo a tutti i temi che vengono evocati quando si parla di “ideologia gender” ci sono – crediamo legittimamente – pareri diversi tra persone e gruppi che pure hanno la stessa fede cattolica, sia nel merito che nel metodo individuato per intervenire nel dibattito in corso nella società civile. Le posizioni e i linguaggi espressi nella manifestazione svoltasi il 20 giugno a Roma, per esempio, non erano rappresentativi dell’intero mondo cattolico, e diverse associazioni ecclesiali hanno deciso di non prendervi parte. Tuttavia, anche al netto di una certa malafede per esigenze di “audience”, qualcosa nella comunicazione di questo pluralismo non deve aver funzionato, se i mass media hanno spesso sintetizzato, e continuano a farlo, con titoli come “Cattolici in piazza contro…”.

Facciamo quindi appello a voi in quanto responsabili di associazioni e movimenti cattolici della Chiesa di Parma, di cui ci sentiamo parte viva, affinché la ricerca e l’impegno su questi temi si sviluppino nel rispetto del pluralismo intra-ecclesiale e basandosi su un’informazione ampia, corretta e verificata. In mancanza di questo ci pare che sia molto difficile, sia all’interno della Chiesa che nel rapporto con altri soggetti culturali e religiosi, istruire un confronto e un dialogo che assumano la complessità e siano realmente ponderati e costruttivi.

Parma, 16 luglio 2015

Stefania Berghenti

Margherita Campanini

Sara Chierici

Monica Cocconi

Maria Silvia Donati

Emanuela Giuffredi

Daria Jacopozzi

Angela Malandri

Carla Mantelli

Maria Pia Mantelli

Stefania Mazzocchi

Maria Michiara

Viviana Muller

Antonella Paolillo

Eleonora Torti

Rita Torti

Simona Verderi

cos’è questo mostro di ‘gender’?

studi di genere

la dottrina è sempre in ritardo

Vaticano

 

 

 

 

 
Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 17 del 09/05/2015

Tempo fa ho partecipato a una conferenza su “Genere e sviluppo economico in Africa”. Un tema relativamente poco controverso, dato che le disuguaglianze di genere e il ruolo delle donne nelle economie dei Paesi del Sud sono da tempo oggetto di dibattito, nonché di interventi specifici nel settore della cooperazione allo sviluppo. L’unico giornalista presente a documentare l’incontro lavorava per un giornale cattolico, il che mi stupì positivamente. Ma quando si trattò di intervistare una delle esperte africane presenti alla conferenza, il giornalista ci chiese timidamente, forse consapevole di formulare una richiesta paradossale: «Potremmo tradurre con “relazioni tra uomini e donne” ogni volta che la signora parla di “genere”? Altrimenti potrei avere difficoltà a pubblicare il pezzo…».Che cosa, nel mondo cattolico, ha reso il concetto di “genere” così sospetto e ostile da renderlo indicibile?

Che cosa lo ha trasformato nello spauracchio in cui far confluire tutto ciò che minaccia la morale cattolica nel campo della famiglia, della sessualità, delle relazioni, della natura umana? Se non sorprende che la pastorale di Ratzinger, relativamente conservatrice da questo punto di vista, abbia fatto da sfondo alla nascita di un sentimento “anti-gender” in settori consistenti del clero e dell’associazionismo cattolico, occorre osservare che la posizione più aperturista di Bergoglio sull’omosessualità non ne ha frenato il consolidamento. A gennaio, lo stesso papa ha parlato di «colonizzazione ideologica» del gender (non a caso spesso i media cattolici preferiscono usare il concetto nella sua versione inglese, come se si trattasse di un’intrusione aliena alla nostra tradizione intellettuale) e, più recentemente, nell’udienza generale dello scorso 15 aprile, ha suggerito che la teoria del gender sia «espressione di una frustrazione e di una rassegnazione» di fronte alla differenza sessuale, e che con essa «rischiamo di fare un passo indietro».

Ciò che il papa suggerisce pacatamente – invitando al tempo stesso a ridare forza alla «reciprocità fra uomini e donne» e a riconoscere maggiore peso e autorevolezza alla voce di queste ultime – la redazione di Avvenire trasforma in proclama a caratteri cubitali, come nell’inserto Noi. Genitori e figli, pubblicato lo scorso 22 febbraio e dedicato interamente alla “grande bugia” del gender. Se l’editoriale iniziale cerca di sgombrare il campo dalle accuse di omofobia e ribadisce la «ferma condanna» a qualsiasi forma di intolleranza verso le persone con orientamento omosessuale, il resto del fascicolo è un atto di accusa a tutto campo contro teorie che vorrebbero negare «la verità fondante del maschile e del femminile». Un’infografica a metà dell’inserto paventa ad esempio che, se cominciamo col riconoscere che la mascolinità e la femminilità sono almeno in parte costruzioni sociali o culturali, finiremo per pensare che l’appartenenza di genere «si può variare a piacimento»: al contrario, lo sforzo delle scienze sociali è perlopiù quello di sottrarre l’appartenenza di genere tanto alle visioni naturalistiche quanto a quelle spontaneistiche e individualiste, reintroducendo una riflessione sui fattori socio-politici che influenzano, in ogni epoca storica o contesto culturale, l’identità maschile e femminile. La stessa infografica proclama poi che la differenza genetica tra i sessi si traduce in «differenze peculiari fisiche, cerebrali, ormonali e relazionali», facendo piazza pulita di tutti i dibattiti che, nelle scienze cognitive e sociali come nella psicologia, cercano tuttora di precisare – o di smentire – i legami tra differenza sessuale e inclinazioni o comportamenti.

In realtà, gli studi di genere costituiscono un campo interdisciplinare composito, dove convivono e dibattono approcci teorici diversi (nessuna singola “teoria” o “ideologia”, dunque), di cui solo alcuni sono legati a forme di attivismo politico (come il femminismo nelle sue diverse declinazioni, o più recentemente l’attivismo lgbt e queer), e solo una minoranza arriva a decostruire radicalmente la differenza sessuale o a sostenere l’arbitrarietà delle classificazioni sessuali e di genere. Ma per combattere efficacemente l’impatto politico delle rivendicazioni lgbt e del femminismo, bisogna confezionare un “nemico” più spaventoso: gli studi di genere vengono allora rappresentati come una miscela esplosiva di relativismo radicale, edonismo e consumismo spinti, progetto totalitario di ridefinizione della natura umana e dei rapporti sociali, insomma un indottrinamento a cui nessun genitore vorrebbe mai esporre i propri figli. In questa operazione, mirata ad alimentare il “panico morale” anti-gender, vale tutto. Anche la pubblicazione di dati infondati, come – sempre nell’utile ed esplicativa infografica – il fatto che il governo australiano riconoscerebbe ufficialmente 23 generi diversi, notizia tratta da un blog pro-life e non confermata da alcuna altra fonte (la realtà è che quei pochi governi al mondo che riconoscono un terzo genere lo fanno per non imporre prematuramente, alla nascita, un’identità agli individui intersex, oppure per riconoscere, in età adulta, identità transgender radicate nella storia e nella tradizione locale, come gli hijra nel subcontinente indiano). Oppure, come fa in un’intervista pubblicata nell’inserto lo psicanalista Mario Binasco (lo stesso che paragonò la proposta di legge sulle unioni civili al sedicente Stato Islamico, e che fu al centro di una polemica sulla sua affiliazione accademica poi risultata falsa), si mette in discussione la neutralità scientifica delle teorie di genere, che a differenza di una legge fisica sono teorie “di qualcuno”, cioè situate in un preciso contesto e influenzate da chi le formula (critica per nulla nuova, che si applica a tutte le scienze sociali, e anche alla psicanalisi praticata da Binasco, senza per questo invalidarle). Senza contare che a queste teorie si può persino attingere per fondare un’azione politica e di trasformazione della realtà: l’idea di “inverare la teoria” su cui si fonderebbe il pensiero marxista-leninista, secondo Binasco. E su questo, brividi di terrore da parte dei genitori anticomunisti.

Tra la destra cattolica e i settori più radicali del movimento queer, l’incompatibilità non solo di obiettivi politici, ma anche di sensibilità e di sistemi di valori, è probabilmente destinata a durare. Ma, se allarghiamo lo sguardo oltre le aree più “estreme” della contrapposizione, la radicalizzazione del confronto non è inevitabile. Se una qualche forma di dialogo costruttivo può essere ristabilita attorno a questi temi, non può che passare da una riduzione del livello di allarme: niente più proclami o caricature sulle presunte ideologie che vogliono “colonizzarci”, niente più copia-e-incolla da blog o interviste a esperti accuratamente scelti tra quelli ideologicamente affini, ma un confronto serio che, assieme alle critiche, permetta di apprezzare i diversi contributi che gli studi di genere hanno portato alla nostra comprensione della società e alla possibilità di trasformarla. Ad esempio, il riconoscimento del ruolo del lavoro delle donne nello sviluppo economico dei Paesi del Sud come nella tenuta del welfare nei Paesi del Nord; gli strumenti per individuare le disuguaglianze e le discriminazioni fino a quel momento invisibili o taciute; la sfida alle identità maschili troppo prescrittive e l’esplicitazione del legame spesso rimosso tra mascolinità e violenza; anche – e questo è uno dei principali oggetti della contesa – il supporto a un lavoro educativo in grado di decostruire stereotipi e pregiudizi, e di prevenire esclusioni, bullismo e omofobia a scuola.

Difficile dire se e quando questo avverrà. L’ottimismo di Vito Mancuso, che in un editoriale pubblicato da Repubblica pochi giorni fa si dice sicuro del fatto che la Chiesa cattolica «arrivera? ad accettare la sostanza di cio? che essa definisce “teoria del gender” e che oggi tanto combatte», come in passato ha accettato – con un certo ritardo – le teorie copernicane, lo Stato unitario italiano, la libertà religiosa o l’evoluzionismo biologico, è a prima vista consolante. Ma una simile visione ottimista lascia irrisolte molte questioni: ad esempio, qual è il prezzo di questo costante ritardo della dottrina nell’accomodarsi alla realtà in trasformazione? E nel caso specifico, quanti omosessuali cattolici – e non – continueranno a soffrire delle conseguenze dell’ostinazione della Chiesa a non negoziare con teorie e approcci che permettono loro di affermare in maniera più compiuta la propria identità o il proprio orientamento sessuale? Perché altre Chiese cristiane sono state capaci di elaborare riflessioni e pastorali più inclusive e meno conflittuali sul tema dell’omosessualità e a integrare i contributi positivi degli studi di genere? Perché l’approvazione della prima legge sul cambiamento di sesso nel 1982 – tutto sommato più dirompente rispetto alle richieste odierne di allargamento dei diritti civili – destò molte meno polemiche in campo ecclesiastico mentre oggi la contrapposizione è così forte? C’entra forse qualcosa il progressivo calo dei fedeli e delle vocazioni e la tentazione della Chiesa cattolica di recuperare terreno e ruolo politico attraverso le battaglie per i “valori non negoziabili”?

* antropologo

il ‘gender’, un fantasma che crea terrore

la crociata del gender, il fantasma che agita i cattolici

per una lettura meno agitata, impaurita, terrorizzata, più serena e riflessiva della cosiddetta ‘teoria del gender’ che non esiste affatto se non come riflessione e formazione ed educazione al rispetto delle varie identità e orientamento sessuale

mentre in questi giorni si celebrava la giornata del migrante che sta vivendo una tragedia da gridare vendetta al cospetto di Dio il settore più ottuso e reazionario del mondo cattolico sbraitava contro un fantasma inesistente

saggiamente invece mons. D. Mogavero così si esprime: “Nessuno nega l’importanza del matrimonio, della famiglia, i problemi che le teorie del gender possono creare, ma è anche vero che chi ha idee diverse va guardato non come un qualcuno da combattere, come se noi fossimo i puri e loro i peccatori. Se in passato la Chiesa è stata giudicata omofoba, deve porsi delle domande”

di Michela Marzano
in “la Repubblica” del 22 giugno 2015

Marzano

 

 

 

 

“Giù le mani dai nostri figli”, “Uomo e donna siamo nati”, “Stop gender nelle scuole”, “Il gender è lo sterco del demonio”. Alcuni degli slogan presenti negli striscioni e nei cartelli che hanno riempito sabato Piazza San Giovanni per il Family day mostrano quanta paura ci sia oggi nella società quando si tocca il tema dell’identità di genere e dell’omosessualità. Il “gender” sul banco degli accusati, prima ancora della legge Cirinnà sulle unioni civili. Un “gender” qualificato come “progetto folle” e come “colonizzazione ideologica” non solo da tanti cattolici, ma anche dall’Imam di Centocelle, anche lui presente in Piazza San Giovanni, e dal Rabbino capo di Roma. Un “gender” accusato di inquinare i cervelli dei bambini e di distruggere l’umanità. Un “gender” responsabile della distruzione della famiglia e del caos generale. Ma che cos’è mai questo “gender”? Quale sarebbe il diabolico progetto dei suoi ideologi? Procediamo con ordine e facciamo un piccolo passo indietro. Anche solo per capire quando e come è stato per la prima volta utilizzato il termine “genere” — visto che “gender” altro non è che il vocabolo inglese utilizzato ogniqualvolta si parli di identità e di orientamento sessuale. Ebbene, dopo che per secoli ci si è riferiti alle differenze esistenti tra gli uomini e le donne solo attraverso il termine “sesso”, negli anni Cinquanta, prima negli Usa con i lavori di John Money del 1955, poi anche in Europa a partire dagli studi di Claude Lévi-Strauss e di Michel Foucault, si è cominciato a capire che sarebbe stato meglio distinguere il “sesso” dal “genere”, anche semplicemente perché il sesso rinvia direttamente alle caratteristiche genetico-biologiche, mentre il genere designa il complesso di regole, implicite o esplicite, sottese ai rapporti tra uomini e donne. Chi non ricorda la famosa frase di Simone de Beauvoir quando, ne “Il secondo sesso” (1949), spiegava che non si nasce donna, ma lo si diventa? Frase ormai celebre, ma il cui significato, forse, non è più così chiaro. Visto che l’intellettuale francese non aveva alcuna intenzione di dire alle donne che potessero o meno scegliere di essere donne. Lo scopo di Simone de Beauvoir era solo quello di spiegare alle donne che avevano il diritto di ripensare il proprio ruolo all’interno della società uscendo da quegli stereotipi che, per secoli, le avevano rese prigioniere della subordinazione all’uomo. Ripensare i ruoli di genere, quindi, non per cancellare le differenze, ma per promuovere l’uguaglianza. Idee semplici e di buon senso al fine di uscire dall’impasse del naturalismo ontologico in base al quale le donne dovevano “per natura” accontentarsi di procreare e di occuparsi della vita domestica, lasciando gli uomini liberi di gestire la “cosa pubblica”. Che cosa è successo da allora? Di teorie e di studi sul gender, negli ultimi anni, ne sono nati molti. C’è chi si è concentrato sugli stereotipi della femminilità e della mascolinità, cercando di mostrare che è da bambini che si introiettano modelli e comportamenti; e che, se si continua a suggerire il fatto che i maschietti sono più adatti all’esercizio del potere e all’uso della razionalità mentre le femminucce sono più adatte ai mestieri della cura, di fatto non si riuscirà mai a uscire dagli stereotipi (si pensi alle ricerche di Nicole-Claude Mathieu, di Françoise Collin e di Luce Irigaray). C’è chi si è concentrato sul bullismo e sui comportamenti violenti nei confronti di tutte coloro e di tutti coloro che non coincidono esattamente con l’immagine che ci fa dell’essere una ragazza o una donna o dell’essere un ragazzo o un uomo — si pensi alle numerose ricerche pubblicate su The American Behavioral Scientist Journal. C’è chi come Judith Butler o Jonathan Katz, ma la lista completa sarebbe lunga, ha cercato di spiegare e di mostrare che l’orientamento sessuale non è una conseguenza inevitabile della propria identità di genere, e che essere gay non significa non essere pienamente uomini così come essere lesbiche non significa non essere pienamente donne. C’è infine chi ha cercato anche di lottare contro le discriminazioni legate alle incertezze identitarie, che portano alcune persone a voler cambiare sesso, non perché sia un capriccio o un gioco, ma perché accade che ci si possa sentire prigionieri di un “corpo sbagliato” (si vedano tra gli altri gli studi di Patrick Califia). Si capisce quindi bene come non esista una, e una sola, “ideologia gender” ma un insieme eterogeneo di
posizioni. Alcune più radicali, altre meno. Alcune talvolta eccessive, come certe posizioni queer di Teresa de Lauretis. Quasi tutte, però, volte a prendere in considerazione e sul serio la complessità del reale. Il fatto che, nella realtà, esistano tanti modi di essere e di sentirsi uomini e donne. Che ci sono donne che amano altre donne senza che per questo essere meno femminili e uomini che amano altri uomini senza per questo essere meno maschili. Che ci sono donne eterosessuali con tratti di mascolinità e uomini eterosessuali con tratti di femminilità. Senza alcuna volontà di sconvolgere l’ordine naturale delle cose e creare il caos. Anche perché l’identità e l’orientamento sessuale non sono frutto del capriccio o del peccato. Non si insegnano e non si scelgono. Sono. Esattamente come il fatto di essere bianchi, neri o gialli. Contrariamente ai fantasmi di chi se la prende con l’insegnamento del “gender”, – in nome di un controllo sulla morale l’educazione all’affettività e alla tolleranza nei confronti delle tante differenze non ha come scopo quello di spingere i maschietti a diventare femmine o viceversa. Esattamente come non si insegna a un eterosessuale a diventare omosessuale o a un omosessuale a diventare eterosessuale. Lo scopo è solamente quello di favorire il rispetto di chiunque, indipendentemente dalla propria identità e dal proprio orientamento sessuale, perché non è vero che un gay o una lesbica siano dei mostri e non è vero che se una bambina gioca con i soldatini o un bambino con le bambole siano “sbagliati”. “Giù le mani dai nostri figli”, allora! Ma giù le mani anche da quel ragazzo che si vestiva di rosa e amava lo smalto e che si è suicidato, perché i compagni lo chiamavano “frocio”. Giù le mani da quei bimbi che sentono nascere in sé sentimenti che alcuni giudicano “contro natura” e che pensano di essere sbagliati. La paura di chi è diverso ha radici antiche. Ed è facile suscitarla quando, invece di capire che non c’è niente di mostruoso nell’essere omosessuali , si invoca la fine dell’ordine e si spaccia la tolleranza e la carità per “sperimentazioni sessuali” sui più piccoli. “Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?”, recitava il Vangelo di ieri. Dopo aver invocato lo “sterco del demonio”, forse si potrebbe ripartire da qui.

la chiesa e il cosiddetto ‘gender’

perché la chiesa accetterà la “teoria del gender”

di Vito Mancuso

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in “la Repubblica” del 20 aprile

Nonostante le dure parole delle gerarchie cattoliche, Papa compreso, un giorno la Chiesa arriverà ad accettare la sostanza di ciò che essa definisce “teoria del gender” e che oggi tanto combatte. Qual è l’autentica posta in gioco di tale supposta teoria? E perché la Chiesa giungerà ad accettarne la sostanza? Occorre anzitutto chiarire che la teoria del gender, nei termini in cui ne parla la Chiesa cattolica, è una costruzione polemica che nella realtà non esiste. Nell’udienza del 15 aprile papa Francesco ha dichiarato: «Io mi domando se la cosiddetta teoria del gender non sia anche espressione di una frustrazione e di una rassegnazione, che mira a cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa. Sì, rischiamo di fare un passo indietro. La rimozione della differenza, infatti, è il problema, non la soluzione». Secondo queste parole, che riprendono quanto dichiarato da altri esponenti delle gerarchie cattoliche, vi sarebbe un’ideologia detta appunto teoria del gender che «mira a cancellare la differenza sessuale». Ma esiste veramente qualcosa del genere? Chi mai intende proporre tale “rimozione della differenza”? Al di là di singoli episodi legati al mondo dello spettacolo dove si fa di tutto per emergere, in realtà nessuno nel mondo lgbt (lesbiche, gay, bisessuali, transgender) intende abolire il dato del maschile e del femminile. Si sostiene piuttosto che un essere umano, per quanto attiene alla sua sessualità, non è definito unicamente dal corpo biologico. La sessualità infatti, oltre a essere un dato biologico, è anche un costrutto sociale, e questo costrutto sociale detto “genere” può giungere, per alcuni, a essere diverso rispetto alla nativa identità sessuale e quindi a rappresentare una specie di gabbia. La sessualità (natura) e il genere (cultura) non sono sempre necessariamente la stessa cosa: se per la gran parte degli esseri umani vale “sesso = genere”, per altri sesso e genere sono diversi, e questo perché l’essere umano è un fenomeno complesso fatto di un corpo biologico, di una psiche e di una dimensione spirituale, le cui relazioni non sono sempre lineari. Vi sono uomini che hanno un corpo maschile e una psiche maschile e sono attratti dalle donne; ve ne sono altri che hanno un corpo maschile e una psiche maschile e sono attratti dagli uomini; ve ne sono altri ancora che hanno un corpo maschile e una psiche femminile così che interiormente non si sentono uomini ma donne; e gli esempi potrebbero continuare. Ora la questione è: come definire le persone che rientrano nelle ultime due categorie? Malati? Peccatori? Criminali? Un tempo si pensava così e si agiva di conseguenza. Oggi però la coscienza sente che era un errore tale condanna, lo stesso Papa il 28 luglio 2013 dichiarò: «Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla?». Occorre piuttosto comprendere come queste persone determinano la loro esistenza per vivere felici. In questa prospettiva nessuno vuole cancellare il maschile e il femminile, ma solo affiancare nuovi modi di essere maschi e di essere femmine ai modelli tradizionali. Si tratta di allargare le identità, prefigurando nuovi costrutti sociali più rispettosi delle diverse peculiarità, facendo sì che tutti possano giungere a quella armonia tra sesso e genere che è alla base di una vita felice. La Chiesa oggi avversa duramente questa posizione, ma giungerà ad accettarla. Su cosa fondo la mia tesi? Nel Seicento avvenne la rivoluzione astronomica alla quale la Chiesa si oppose costringendo l’anziano Galileo ad abiurare in ginocchio la teoria copernicana: poi la Chiesa cambiò idea, adattandosi alla realtà. In seguito la rivoluzione politica portò i popoli a determinare laicamente la propria forma di governo e la Chiesa si oppose condannando in particolare lo Stato unitario italiano: poi la Chiesa cambiò idea, adattandosi alla realtà. In seguito la rivoluzione sociale inaugurò diritti umani come il suffragio universale, la parità uomodonna, l’istruzione obbligatoria statale, la libertà religiosa, contro cui pure insorse l’opposizione ecclesiastica: che poi cambiò idea, adattandosi alla realtà. Contestualmente la rivoluzione biologica darwiniana mostrava che le specie risultano il frutto di una lunga evoluzione e non di una creazione puntuale: la Chiesa, prima
acerrima nemica, poi cambiò idea, adattandosi alla realtà. La Chiesa ha cambiato idea anche sul terreno propriamente religioso. La rivoluzione di Lutero prima era un’eresia, oggi è un’altra modalità di vivere il Vangelo. Gli ebrei sono passati da “perfidi giudei” a “fratelli maggiori”. Pio IX condannava l’idea che «gli uomini, nel culto di qualsiasi religione, possono trovare la via della salvezza eterna», oggi invece ampiamente accettata dalla Chiesa che non sostiene più la dannazione dei non cattolici. Analoghi cambiamenti riguardano l’interpretazione della Bibbia, la pena di morte e in genere l’uso della violenza, prima considerato del tutto legittimo, vedi le crociate e i roghi di uomini e di libri. La constatazione di tali mutamenti infastidisce la mentalità ecclesiastica, portata a considerare le proprie idee come dottrina “immutabile e infallibile”, ma si tratta di innegabili verità storiche. La Chiesa è quindi un’abile trasformista? No, è la logica della vita che è così e che trasforma ogni cosa. Nella vita ciò che non muta muore. Se la Chiesa dopo duemila anni è ancora qui, è perché è ampiamente mutata. Per lo più in meglio, mettendosi in condizione di essere sempre più “ospedale da campo”, come la vuole papa Francesco, cioè china sulle ferite degli esseri umani per curarne amorevolmente le ferite. Oggi viviamo all’incrocio tra due rivoluzioni: la rivoluzione sessuale e la rivoluzione biotecnologica. La rivoluzione sessuale ha portato gli omosessuali a definirsi “gay”, cioè felici di essere così, assumendo la propria condizione non più come triste destino o malattia o colpa morale, ma come condizione naturale del loro essere al mondo. La rivoluzione bio-tecnologica consente ad alcuni esseri umani per i quali la sessualità è diversa dal genere di transitare in un genere più confacente alla loro vera identità sessuale dando vita al fenomeno detto transgender. Viviamo cioè l’ultima rivoluzione sociale sorta in Occidente, in prosecuzione del processo di legittimazione delle minoranze oppresse. Questa rivoluzione fa comprendere che la sessualità non è racchiusa solo dall’identità biologica, ma attiene anche alla psiche e allo spirito. Non è cioè un destino, ma una chiamata alla libertà e alla responsabilità che ogni essere umano deve forgiare da sé facendo i conti con l’irripetibile singolarità con cui è venuto al mondo (per i credenti, creato da Dio). Un tempo, l’idea di stato laico non confessionale e di libertà di coscienza in materia religiosa appariva blasfema alla Chiesa cattolica: oggi essa comprende che la laicità dello Stato è un formidabile punto di forza della società e si dichiara a favore della libertà di coscienza in materia religiosa. Oggi alla Chiesa cattolica appare blasfema una famiglia diversa da quella tradizionale: in un tempo non lontano essa capirà che la pluralità degli amori umani è un altro punto di forza della nostra società, in quanto capace di accogliere tutti.

si possono utilmente leggere alcuni articoli e contributi in merito pubblicati negli ultimi giorni e che immediatamente qui sotto ripropongo (basta aprirli con il link relativo), alcuni a  favore e altri critici nei confronti della teoria  di genere

segnalo in modo particolare il contributo di Giannino Piana su ‘la Rocca’ che invita ad andare oltre posizioni unilaterali e semplificatrici, contro una lettura rigidamente ideologica della teoria del gender:

non c’è alcuna teoria scientifica unificante. Tuttavia c’è un generale accordo a considerare i complessi comportamenti che, in modo diretto o indiretto, afferiscono alla sfera sessuale come il frutto di almeno quattro dimensioni diverse, anche se non del tutto indipendenti e a loro volta complessi: il sesso biologico, l’identità di genere, il ruolo di genere, l’orientamento sessuale.
“La «teoria gender» o «teoria del genere» non esiste, nel senso che nessuno tra coloro che si occupano di studi di genere (o gender studies) ha mai coniato questa espressione.” ” proviamo ad analizzare alcuni termini che entrano in gioco nella discussione.” Come sesso e genere, identità e ruolo di genere, gli studi di genere…
Oltre posizioni unilaterali e semplificatrici. Contro una lettura rigidamente ideologica della teoria del gender e anche di chi la critica aprioristicamente. “Sesso e «gender», lungi dal dover essere concepite come realtà del tutto alternative, sono fattori che possono (e devono) reciprocamente integrarsi.” Giusto equilibrio tra natura e cultura. Merito teoria del gender: aver dato più importanza ai vissuti personali, con superamento di radicati pregiudizi. Maggiore rispetto delle identità individuali Importanza del dato biologico
“La teoria del gender, lo sappiamo, afferma che oltre all’identità sessuale biologica esiste una identità influenzata da cultura e ambiente. Il corpo di uomo o donna con cui nasciamo è dunque un fattore secondario…” (ndr.: Sarebbe bene non dare per scontato ciò che è la teoria del gender e sarebbe bene che anche il quotidiano Avvenire allargasse il proprio sguardo e i punti di vista. Occorre innanzitutto riconoscere che non esiste “una” teoria del gender, e che la teoria gender ha anche dei meriti, come sottolinea Giannino Piana nell’articolo che riprodiciamo, il cui punto di vista (anzi il cui nome) non appare mai sul quotidiano della Cei. Perché continua a permanere questo ostracismo? Perché accusare gli altri quotidiani di censura, senza accorgersi di quella esercitata in casa propria?)

il giudizio pesantemente negativo dei vecovi portoghesi dell’ ‘ideologia del gender’

L’ideologia del gender spiegata dai vescovi portoghesi                                

la visione estremamente negativa e polemica dei vescovi portoghesi nei confronti della cultura del gender                                                                                                                                                                                                                                                                                                         lLa la conferenza episcopale del Portogallo spiega la nascita e la diffusione di  una cultura dalle «conseguenze drammatiche» 

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propongo  in una  traduzione  di ‘tempi.it’ampi stralci della Lettera pastorale divulgata a  novembre dalla Conferenza episcopale del Portogallo e dedicata  alla ”Visione cristiana della sessualità”. Il testo descrive la  nascita e lo sviluppo della “nuova ideologia di genere”, indicandone  anche i possibili effetti negativi a livello sociale e  culturale

La chiamata ideologica del genere (o gender) si diffonde sempre di più.  Tuttavia, non tutti se ne rendono conto e molti non ne riconoscono la portata  sociale e culturale, che è stata già qualificata come vera e propria rivoluzione  antropologica. Non si tratta semplicemente di una moda intellettuale, bensì  comporta un movimento culturale con riflessi sul modo di pensare alla famiglia,  la sfera politico-legislativa, l’insegnamento, la comunicazione e la propria  lingua corrente (…). Questo documento nasce con l’obiettivo di rendere più  chiare le differenze tra queste due visioni. Ci muove il desiderio di presentare  la visione più solida e più fondante della persona, tramandata e valorizzata da  millenni, per la quale l’umanesimo cristiano ha molto contribuito. Crediamo che  proprio quest’umanesimo, oggi, sia chiamato a contribuire alla riscoperta della  profondità e della bellezza di una sessualità umana intesa in modo corretto.

1. LA PERSONA UMANA, SPIRITO INCARNATO Più che mai,  vorremmo chiarificare che, per la visione cristiana dell’uomo, non c’è spazio  per il dualismo: il disprezzo del corpo in nome dello spirito o vice-versa (…).  La corporeità è una dimensione strutturale della persona, non un accessorio; la  persona è corpo, non ha un corpo.

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2. A  CONFRONTO CON UN FORTE CAMBIAMENTO CULTURALE Riconosciamo  senz’ombra di dubbio che nel corso della storia non si è sempre attribuito lo  stesso valore e lo stesso peso sociale all’uomo e alla donna. La donna in  particolare è stata vittima non raramente di una grande soggezione (…). Nel  desiderio di oltrepassare questa condizione di inferiorità sociale della donna,  alcuni hanno portato avanti una distinzione radicale tra sesso biologico e  titoli che la società le ha tradizionalmente attribuito. Hanno affermato che  l’essere maschio o femmina riguarda una costruzione mentale, più o meno  artificiale. Di conseguenza, rigettano tutto quanto abbia a che vedere con i  dati biologici (…). E, per associazione di idee, si è passati a rifiutare la  validità di tutto quanto riguardi le norme naturali sulla sessualità  (eterosessualità, unione monogama, rispetto per la vita dell’embrione,  eccetera). (…) [L’ideologia del gender] nega che la differenza sessuale  iscritta nel corpo possa identificare la persona; rifiuta la complementarietà  naturale dei due sessi; dissocia la sessualità dalla procreazione; sottomette la  possibilità naturale di avere figli al desiderio di avere figli; pretende di  distruggere la matrice eterosessuale della società.

3. I PRESUPPOSTI DELL’IDEOLOGIA DEL GENERE Se la  differenza sessuale tra uomo e donna è alla base dell’oppressione femminile,  allora qualunque forma di definizione di una specificità femminile è sempre una  discriminazione ingiusta. Per superare quest’oppressione, si rifiuta la  distinzione che vi è in natura tra i sessi, e il genere diventa una scelta  individuale. Il genere, dunque, non deve più corrispondere al sesso, ma è una  scelta soggettiva (…) allora è indifferente anche la scelta di legarsi a persone  dell’altro o dello stesso sesso. Da qui viene l’equiparazione tra le unioni  eterosessuali e omosessuali (…). Allo stesso modo, si smette di parlare di  maternità e di paternità e si inizia a parlare esclusivamente di genitorialità,  creando un concetto astratto, slegato da fattori biologici.

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4.  RIFLESSI DELL’AFFERMAZIONE E DELLA DIFFUSIONE DELL’IDEOLOGIA DI  GENERE L’affermazione e la diffusione dell’ideologia di genere si  può notare in vari ambiti. Uno di questi è l’attuale ambito linguistico. A  cominciare dai documenti ufficiali, si va generalizzando l’espressione “genere”  in sostituzione del “sesso” (…), l’espressione “famiglie” invece che “famiglia”,  o “genitorialità” invece di “paternità” e “maternità”. Molte persone adesso  adottano queste espressioni per abitudine (…). Ma la generalizzazione di queste  espressioni non è per nulla innocua. Fa parte di una strategia di affermazione  ideologica che compromette la capacità di distinguere delle persone, con  conseguenze drammatiche: non si è più in grado di darsi una collocazione e  definire quello che c’è di più elementare. Il livello politico e quello  legislativo (…) le leggi che permettano l’adozione da parte di genitori dello  stesso sesso (si sta discutendo in Portogallo, attraverso la modalità di  adozione congiunta), le leggi che permettano il cambiamento di sesso (…). Altro  ambito della diffusione dell’ideologia del genere è quello scolastico, visto  come mezzo efficace di indottrinamento e trasformazione della mentalità  corrente. Questa strategia ha dato origine in vari paesi a movimenti di  protesta.

5. LA PORTATA IDEOLOGICA DELL’IDEOLOGIA DI GENERE È  importante approfondire la portata di questa ideologia, poiché rappresenta  un’autentica rivoluzione ideologica. Riflette un soggettivismo relativista  portato agli estremi, negando il significato della realtà oggettiva (…). È  contraria ad una certa forma di ecologia umana, scioccante in un periodo in cui  si esalta così tanto la necessità di rispettare l’armonia prestabilita che  sottintende l’equilibrio ecologico ambientale. Su un piano strettamente  scientifico, ovviamente, la pretesa di prescindere dai dati biologici nella  identificazione delle differenze tra maschi e femmine è a dir poco illusoria.  Queste differenze partono dalla struttura genetica delle cellule del corpo  umano, per le quali non basta un intervento chirurgico degli organi sessuali  esterni per cambiare.

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6.  UOMO E DONNA CHIAMATI ALLA COMUNIONE Questa comunione si costruisce  a partire dalla differenza. Quella più basilare e fondamentale dei sessi non è  un ostacolo alla comunione, non è una fonte di opposizione e di conflitto, ma  un’occasione di arricchimento reciproco. L’uomo e la donna sono chiamati alla  comunione perché solo questa li completa e permette la continuazione della  specie, attraverso la crescita di nuove vite. Fa parte della meraviglia del  disegno della creazione. La società si costruisce a partire da questa  collaborazione tra la dimensione maschile e femminile. In primis nella sua  cellula fondamentale, la famiglia (…).

7. COMPLEMENTARIETÀ DELL’ESSERE MASCHIO E FEMMINA È un  fatto che un determinato tipo di visione dell’essere maschio e femmina è servito  nel corso della storia a consolidare divisioni di compiti rigide e stereotipate  che hanno limitato la realizzazione della donna, rilegata alle faccende  domestiche (…) è una conseguenza del peccato. Questo dominio indica un disturbo  ed una perdita di stabilità della fondamentale uguaglianza tra uomo e donna.  L’ideologia di genere non si limita a denunciare tali ingiustizie, ma pretende  di eliminarle negando la specificità femminile. Ciò impoverisce la donna, che  perde la sua identità e indebolisce la società, privata di un contributo  prezioso e insostituibile come la femminilità e la maternità (…).

8. IL “GENIO FEMMINILE” In questa  prospettiva, bisogna mettere in luce quello che Papa Giovanni Paolo II ha  chiamato “genio femminile”. Non si tratta di qualcosa che si esprime solamente  all’interno della relazione sponsale (…). Passa attraverso la vocazione alla  maternità, senza che questa si esaurisca nella maternità biologica. In questa,  tuttavia, si dimostra una speciale sensibilità della donna alla vita. La  maternità non è un peso di cui la donna ha bisogno di liberarsi. Quello che si  esige è che tutta l’organizzazione sociale appoggi e non ostacoli la  concretizzazione di questa vocazione (…).

Francia, celebrato primo matrimonio gay

9.  L’INSOSTITUIBILE COMPITO DEL PADRE (…) L’ambito in cui più si nota  l’assenza di questo contributo è l’educazione, da cui si parla del padre come il  “grande assente”. Questo può dar inizio ad una serie di conseguenze, come il  disorientamento esistenziale dei giovani, la tossicodipendenza o la delinquenza  giovanile. Se la relazione con la madre è essenziale nei primi anni di vita,  allo stesso modo è essenziale la relazione con il padre, affinché il bambino e  il giovane si distacchino dalla madre e così crescano come persone autonome. Non  basta l’affetto per crescere: sono necessari regole e autorità, che si  accentuano grazie al ruolo del padre (…).

10. LA RISPOSTA ALL’AFFERMAZIONE E ALLA DIFFUSIONE DELL’IDEOLOGIA DI  GENERE L’ideologia di genere non si contrasta solo con la visione  biblica e cristiana, ma anche con la verità della persona e della sua vocazione.  Quest’ideologia pregiudica la realizzazione personale e, a medio termine,  defrauda la società (…). I cambiamenti legislativi che riflettono la mentalità  dell’ideologia di genere – concretamente, la legge che ha ridefinito il  matrimonio – non sono irreversibili. E i cittadini e i legislatori (…) sono  chiamati a fare tutto quanto in loro potere per revocare questi cambiamenti.  Se dovremo assistere all’utilizzo del sistema di insegnamento per  affermare e diffondere questa ideologia, è bene tenere presente il primato dei  diritti di padri e madri sulla orientamento e sull’educazione dei proprio figli.  L’articolo 26 n.3 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo ha  stabilito che «ai genitori spetta la priorità del diritto di scelta sul tipo di  educazione dei propri figli». E l’articolo 43, n.2 della nostra Costituzione  stabilisce che «lo Stato non si può attribuire il diritto di programmare  l’educazione e la cultura secondo qualunque guida filosofica, estetica,  politica, ideologica o religiosa». Ad ogni modo, la risposta più efficace alle  affermazioni e alla diffusione dell’ideologia di genere deve riflettersi in una  nuova evangelizzazione. Si tratta di annunciare il Vangelo come questo è: una  buona novella di vita, dell’amore umano, del matrimonio e della famiglia, il che  corrisponde alle esigenze più profonde e autentiche di tutte le persone. A  questo annuncio sono chiamate, in particolare, le famiglie cristiane, prima di  tutto attraverso la propria testimonianza di vita.

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