“gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi”

l’illusione dei ricchi

«Le “pensioni d’oro” sono un’offesa al lavoro non meno grave delle pensioni troppo povere, perché fanno sì che le diseguaglianze del tempo del lavoro diventino perenni»

papa Francesco

 

Quanti Lazzaro stesi davanti alle porte delle Chiese, segnati da ferite fisiche o esistenziali, desiderosi di avere le stesse opportunità dei benestanti. Quanti ricchi che frequentano piamente il tempio e disertano gli altri luoghi in cui vive Dio, deformato e sfigurato da povero. Se fa impressione l’inarrestabile calo di presenze in chiesa non sorprendono invece le assenze sugli attuali Golgota. Infatti anche nelle crocifissioni di oggi Dio continua a rimanere terribilmente solo (o quasi).

Non si può non provare pena per i ricchi. Vivono nell’illusione che il “successo” sociale di cui godono sia il segno del favore del Cielo. Purtroppo per loro Dio ha scelto la sconfitta, ciò che non luccica, la contraddizione, i rifiutati. I ricchi senza conversione conosceranno un solo momento di verità: la morte. Lì si renderanno conto che hanno rinunciato alla propria umanità e alla possibilità di infinito per contare dei sudici pezzi di carta. “Gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi”(1) è la giustizia al contrario del nostro meraviglioso Dio.

Così quelli che oggi stanno fuori entreranno e quelli che credono di stare dentro usciranno o comunque aspetteranno. Così quelli piegati dalla sbarra dell’oppressione saranno sollevati, rimessi in piedi e saliranno, quelli che stanno sul piedistallo, sui pulpiti del legalismo/moralismo/rigorismo scenderanno e senza gli applausi a cui sono abituati. Così quelli calunniati, perseguitati, uccisi per i loro richiami profetici saranno ascoltati pubblicamente, quelli che hanno predicato di giorno il Vangelo e stretto accordi di notte con il potere saranno messi a tacere.

(1) Vangelo di Matteo 20,16

vangelo di Luca 16, 19-31

C’era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando nell’inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura. Ma Abramo rispose: Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi non possono, né di costì si può attraversare fino a noi. E quegli replicò: Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento. Ma Abramo rispose: Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro. E lui: No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno. Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi».

“gli ultimi saranno i primi … ” le preferenze del Dio di Gesù

il messia degli ultimi e dei lontani

“lungo l’arco della Bibbia, la manifestazione del divino è sempre in funzione della liberazione degli oppressi”

(V. Elizondo)

 

Gesù entra nella sinagoga di Nazareth. Doveva essere il giorno dell’incoronazione e dell’esaltazione, diventa, invece, il giorno del ripudio. Gesù rivela la preferenza di Dio: non per gli interessi nazionali o di bottega ma per i rifiutati e i dimenticati, per quelli che la storia cataloga come inutili. La preferenza di Dio, quindi, non è per i presenti e per i vicini. E la preferenza di Dio non è nemmeno per i devoti e per i giusti, nonostante tutti gli sforzi ostentati. La Buona Notizia contraddice le gerarchie degli uomini. Come può essere accolto quel messaggio? Come può permettersi il figlio di Giuseppe una insolenza del genere? Quella preferenza, infatti, è una denuncia radicale dell’ordine costituito fondato su strutture politico-sociali elitarie. La divisione in classi: ricchi-benedetti contro poveri-maledetti e devoti-benedetti contro lontani-maledetti viene annullata, peggio ribaltata. La maledizione si sposta sui ricchi che non si ravvedono e sui devoti ipocriti. Gesù parla di un Dio che non viene per assegnare premi ma per riscattare proprio quelli che l’istituzione politica e quella religiosa disprezzano. È un Dio che ragiona al contrario, che sconfessa le condanne dell’uomo, che libera gli oppressi e cerca i lontani. Gesù parla di un Dio che rompe steccati, apre porte, scavalca muri. Gesù testimonia un Dio diverso da quello sedimentato nei racconti e nelle aspettative istituzionali, un Dio che, in definitiva, può essere accolto solo da chi rinasce dall’alto, da acqua e da Spirito (1). Gesù annuncia che la prassi di Dio smentisce le teologie elaborate sul suo conto e che si richiede disponibilità nella sequela e un linguaggio nuovo. Siamo di fronte ad un Dio inedito e inaudito. La risposta dei nazareni è la stessa dell’uomo di oggi: espulsione e (quando possibile) morte.

(1) Cfr. Vangelo di Giovanni 3, 1-21

vangelo di Luca 4, 14-30

«Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito Santo e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e tutti ne facevano grandi lodi. Si recò a Nazaret, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apertolo trovò il passo dove era scritto: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore. Poi arrotolò il volume, lo consegnò all’inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. Allora cominciò a dire: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi”. Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: “Non è il figlio di Giuseppe?”. Ma egli rispose: “Di certo voi mi citerete il proverbio: Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche qui, nella tua patria!”. Poi aggiunse: “Nessun profeta è bene accetto in patria. Vi dico anche: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Sarepta di Sidone. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Siro”. All’udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò».

i primi cinque anni di papa Francesco e la sua opzione per i più poveri

papa Francesco

5 anni con gli ultimi nel cuore

l’anno che si apre avrà i giovani in primo piano e ‘sogno’ Cina

 Dal “Buonasera” del 13 marzo 2013 ai pianti con le vittime della pedofilia, dai viaggi nelle periferie del pianeta agli appelli per affrontare “la sfida epocale” dei migranti, dall’accelerazione nel cammino ecumenico e interreligioso al ‘sogno’ di vedere una chiesa unita in Cina. Papa Francesco chiuderà martedì 13 marzo il suo quinto anno di pontificato. Ora si apre un periodo ancora ricco di sfide: in primo piano i giovani, ai quali il pontefice ha voluto dedicare il prossimo Sinodo dei vescovi, e la famiglia, con l’incontro mondiale in Irlanda che dovrebbe suggellare le indicazioni della Amoris Laetitia, nella quale il pontefice chiede alla Chiesa di avere uno sguardo di misericordia sull’uomo. Resta forte l’impegno sulle riforme. Sul fronte della politica internazionale, è sempre fitto quel lavoro del pontefice nel tessere relazioni, nel costruire ponti. E’ la pace la priorità da raggiungere, in un mondo frantumato in cui sono gli ultimi, “gli scartati”, a vivere la situazione peggiore

va eliminato non il povero ma la povertà

si vuole rimuovere chi «disturba»

eliminare la povertà non gli ultimi


Camillo Ripamonti
invece di colpire la povertà, sii eliminano gli ultimi, sempre più criminalizzati. Sii spara a zero, in modo indiscriminato, su chi salva vite nel Mediterraneo. E’ la cultura dello SCARTO, che genera I muri e, come vediamo dalle cronache quotidiane, tantissime manifestazioni di razzismo, violenza, intolleranza..
 

Alzi la mano chi non desidera una città in cui il trasporto pubblico sia efficiente e continuativo, una città in cui l’inquinamento non sia una presenza con cui convivere. Una città in cui un lavoro sia un diritto e non un privilegio. In cui i nidi siano una possibilità accessibile per tutte le famiglie, in cui la scuola di tutti non abbia bisogno di donazioni periodiche di carta igienica e matite colorate, in cui prenotare un’ecografia in un servizio pubblico non richieda 6 mesi di attesa, in cui chi arriva da un altro Paese non per turismo possa immaginare percorsi di integrazione e non di abbandono.

Tutto lascia intendere però che viviamo in un Paese in cui le politiche sociali non rappresentano una priorità, in cui la noncuranza, la superficialità, l’immobilismo limitano fortemente l’accesso delle persone a servizi basilari che diventano sempre più un privilegio. Oggi sembrerebbe che chi ha la responsabilità di guidare il nostro Paese abbia deciso di partire dalla sicurezza e dal decoro. E allora quello che non si riesce a ottenere attraverso politiche sociali serie che si mettano al passo di chi è più fragile e svantaggiato lo si risolve allontanandolo dalla vista (per decoro) o voltando la faccia e dicendo che il problema non esiste perché non esiste chi rimane indietro, e forse dopo tutto, per alcune categorie (senza dimora, migranti carcerati), è un po’ colpa loro se rientrano nella cultura dello scarto. Pensiamo nei giorni scorsi a Roma e Milano.

Assolutamente in linea con questo ragionamento è parso ovvio che la povertà, la cultura dello scarto, si risolve allontanando i poveri dalla nostra vista. Milano e Roma in quelle occasioni hanno mostrato il loro aspetto peggiore, quello più debole, anche se si è mostrato il lato forte, l’aspetto muscolare: quanto di più lontano c’è dalla città in cui vorremmo vivere. Quanta distanza, quanto stridore tra quello che vorremmo e quello che ci sta accadendo, o meglio, quello che la politica ci sta offrendo. Aveva ragione papa Francesco quando, nell’udienza generale del 5 giugno 2013, lanciava l’allarme: «La persona umana è in pericolo: questo è certo, la persona umana oggi è in pericolo, ecco l’urgenza dell’ecologia umana! E il pericolo è grave perché la causa del problema non è superficiale, ma profonda: non è solo una questione di economia ma di etica e di antropologia».

Abbiamo la responsabilità di eliminare la povertà e le sue cause: sbagliato e pericoloso pensare di poter eliminare dalla vista fisicamente i poveri, e nel caso dei poveri migranti eliminarli proprio fisicamente abbandonandoli nel mare (anche delle polemiche) o nel deserto. Non si può eliminare chi non ci piace, chi puzza, chi dà fastidio, frutto dell’odierna cultura dello scarto. Un povero «che muore non è una notizia, ma se si abbassano di dieci punti le Borse è una tragedia! Così le persone vengono scartate, come se fossero rifiuti». L’unico modo per ottenere la decorosa armonia di vita cui tutti ambiamo è trovare soluzioni, alternative, che accrescano ogni giorno di più la gamma dei diritti esigibili dal maggior numero possibile di persone. Occorre tornare all’idea che il godimento dei diritti civili sia sciolto da vincoli di cittadinanza intesa come una cittadinanza escludente. I diritti ineriscono l’uomo e tutto l’uomo.

A noi servono politiche e politici che si occupino dei nostri diritti, non misure di facciata che colpiscono chi è più debole. Chiediamo risposte (questa è democrazia, non solo i clic o le primarie), non accontentiamoci di sentirci dire che prima viene il decoro poi verrà il resto… perché tutto il resto è molto più urgente. La politica dimostri prima di tutto che sa adempiere alla missione che le compete: lavorare per la felicità e la dignità dei cittadini, di tutti. Eliminare gli ultimi non risolverà nessuno dei nostri problemi, Si farà spazio solo a nuovi ultimi. Oggi sono gli immigrati e i senza dimora, domani a chi toccherà?

*sacerdote, presidente Centro Astalli Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati in Italia

la battaglia contro il populismo si vince solo ripartendo dagli ultimi

Jürgen Habermas

“il populismo? si vince tornando vicino agli ultimi”

Il filosofo tedesco intervistato su “MicroMega” invita la sinistra europea a ripartire riscoprendo le battaglie delle origini

 

Dopo il 1989 si è parlato di una “fine della storia” nella democrazia e nell’economia di mercato, oggi assistiamo a un nuovo fenomeno: l’emergere – da Putin ed Erdogan fino a Donald Trump – di forme di leadership populiste e autoritarie. È ormai evidente che una nuova “internazionale autoritaria” riesce a determinare sempre di più il discorso pubblico.

Aveva ragione allora il suo coetaneo Ralf Dahrendorf quando prevedeva un XXI secolo sotto il segno dell’autoritarismo? Si può o si deve già parlare di una svolta dei tempi?

“Quando, dopo la svolta dell’89-90, Fukuyama riprese lo slogan della “po – Dst-storia” – che originariamente era legato a un feroce conservatorismo – questa sua reinterpretazione del concetto dava espressione al miope trionfalismo di élite occidentali che si affidavano alla fede liberale nell’armonia prestabilita tra democrazia ed economia di mercato. Questi due elementi plasmano la dinamica della modernizzazione sociale, ma sono connessi a imperativi funzionali che tendono continuamente a entrare in conflitto. Solo grazie a uno Stato democratico degno di questo nome è stato possibile conseguire un equilibrio tra crescita capitalistica e partecipazione della popolazione alla crescita media di economie altamente produttive: una partecipazione, questa, che veniva accettata, anche se solo in parte, in quanto socialmente equa. Storicamente, tuttavia, questo bilanciamento, che solo può giustificare il nome di “democrazia capitalistica”, è stato più l’eccezione che la regola. Già solo per questo si capisce come l’idea che il “sogno americano” si potesse consolidare su scala globale non fosse che un’illusione. Oggi destano preoccupazione il nuovo disordine mondiale e l’impotenza degli Stati Uniti e dell’Europa di fronte ai crescenti conflitti internazionali, e logorano i nostri nervi la catastrofe umanitaria in Siria o nel Sudan del Sud e gli atti terroristici di matrice islamista. E tuttavia, nella costellazione evocata nella domanda, non riesco a scorgere una tendenza unitaria diretta verso un nuovo autoritarismo: solo diverse cause strutturali e molte casualità. L’elemento unificante è il nazionalismo, che nel frattempo però abbiamo anche a casa nostra. Anche prima di Putin ed Erdogan, la Russia e la Turchia non erano certo “democrazie ineccepibili”. Con una politica occidentale solo un po’ più accorta forse avremmo potuto impostare relazioni diverse con questi paesi: saremmo forse riusciti a rafforzare anche le forze liberali presenti nelle popolazioni di questi paesi”.

Non si sopravvalutano così retrospettivamente le possibilità che erano in mano all’Occidente?

“Chiaramente per l’Occidente, già solo a causa dei suoi interessi divergenti, non era facile confrontarsi, in modo razionale e nel momento opportuno, con le pretese geopolitiche della retrocessa superpotenza russa oppure con le aspettative di politica europea dell’irascibile governo turco. Molto diversa è invece la situazione per quanto riguarda l’egomane Trump, un caso significativo per l’intero Occidente. Con la sua disastrosa campagna elettorale Trump ha portato alle estreme conseguenze una polarizzazione che i repubblicani, a tavolino e in modo sempre più sfacciato, hanno alimentato fin dagli anni Novanta; lo ha fatto però in una forma tale da far sì che questo stesso movimento alla fine sfuggisse totalmente di mano al Grand Old Party, che è pur sempre il partito di Abraham Lincoln. Questa mobilitazione del risentimento ha espresso anche le tensioni sociali che attraversano una superpotenza politicamente ed economicamente in declino. Ciò che trovo inquietante, quindi, non è tanto il nuovo modello di un’internazionale autoritaria, a cui si faceva riferimento nella domanda, quanto la destabilizzazione politica in tutti i nostri paesi occidentali. Nel valutare il passo indietro degli Stati Uniti dal ruolo di gendarmi globali sempre pronti a intervenire, non dobbiamo perdere di vista qual è il contesto strutturale in cui ciò avviene, contesto che concerne anche l’Europa. La globalizzazione economica, messa in moto negli anni Settanta da Washington con la sua agenda politica neoliberista, ha avuto come conseguenza un declino relativo dell’Occidente su scala globale rispetto alla Cina e agli altri paesi Brics in ascesa. Le nostre società devono elaborare la percezione di questo declino globale e insieme a ciò la complessi- tà sempre più esplosiva della nostra vita quotidiana, connessa agli sviluppi tecnologici. Le reazioni nazionalistiche si rafforzano negli strati sociali che non traggono alcun beneficio – o non ne traggono abbastanza – dall’aumento del benessere medio delle nostre economie”.

Stiamo assistendo a una sorta di processo di irrazionalizzazione politica dell’Occidente? C’è una parte della sinistra che ormai si professa a favore di un populismo di sinistra come reazione al populismo di destra.

“Prima di reagire in modo puramente tattico bisogna sciogliere un enigma: come è stato possibile giungere a una situazione nella quale il populismo di destra sottrae alla sinistra i suoi stessi temi?”.

Quale dovrebbe essere allora la risposta di sinistra alla sfida della destra?

“Ci si deve chiedere perché i partiti di sinistra non vogliono porsi alla guida di una lotta decisa contro la disuguaglianza sociale, che faccia leva su forme di coordinamento internazionale capaci di addomesticare i mercati non regolati. A mio avviso, infatti, l’unica alternativa ragionevole tanto allo status quo del capitalismo finanziario selvaggio quanto al programma del recupero di una presunta sovranità dello Stato nazionale, che in realtà è già erosa da tempo, è una cooperazione sovranazionale capace di dare una forma politica socialmente accettabile alla globalizzazione economica. L’Unione europea una volta mirava a questo – l’Unione politica europea potrebbe ancora esserlo”.

Oggi tuttavia sembra essere persino peggio del populismo di destra in sé il “pericolo di contagio” del populismo nel sistema dei partiti tradizionali, in tutta Europa.

“L’errore dei vecchi partiti consiste nel riconoscere il fronte che definisce il populismo di destra: ossia “Noi” contro il sistema. Solo una marginalizzazione tematica potrebbe togliere l’acqua al mulino del populismo di destra. Si dovrebbero quindi rendere di nuovo riconoscibili le opposizioni politiche, nonché la contrapposizione tra il cosmopolitismo di sinistra – “liberale” in senso culturale e politico – e il tanfo etnonazionalistico della critica di destra alla globalizzazione. In breve: la polarizzazione politica dovrebbe cristallizzarsi di nuovo tra i vecchi partiti attorno a opposizioni reali. I partiti che riservano attenzione al populismo di destra, piuttosto che disprezzarlo,  non possono aspettarsi poi che sia la società civile a mettere al bando slogan e violenze di destra”.

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