contro il paradigma antievangelico adottato dal sistema occidentale capitalistico

parusia?

da Altranarrazione

Se si dovesse giudicare dal viso di tanti devoti cristiani e dalla loro non-preoccupazione si potrebbe pensare che la parusia sia già avvenuta. Sono rimasti solo i poveri in fila davanti alle mense, i migranti in fila davanti ai barconi, i disoccupati in fila davanti ai c.d. centri dell’impiego, i precari in fila davanti alle c.d. agenzie per il lavoro (o meglio per i lavoretti) a non essersi accorti del ritorno definitivo del Salvatore e dell’instaurazione del suo Regno di amore, pace e quindi di giustizia.

«Vi sembra questo il tempo di abitare tranquilli nelle vostre case ben coperte, mentre questa casa è ancora in rovina?» (Aggeo 1,4)

Tanti (direi troppi) devoti cristiani sembrano vivere praticamente già nell’eternità, distaccati, al di fuori del tempo e dello spazio. Da consumati professionisti dell’esicasmo rimangono impassibili davanti alla sottrazione di dignità che  tanti fratelli e sorelle subiscono. Allo stesso tempo da consumati professionisti del tifo sportivo perdono il controllo davanti ad una partita di pallone. Scambiano il sonno della coscienza, effetto dell’adorazione degli idoli, con la pace interiore, dono dello Spirito. Confondono il benessere materiale e le rendite di posizione, con la benedizione di Dio e la provvidenza.

«Le mie viscere, le mie viscere! Sono straziato» (Geremia 4,19)

Tanti (ri-direi troppi) devoti cristiani non manifestano nessun disagio nei confronti del paradigma antievangelico adottato dal sistema occidentale. Anzi lo giustificano e si offendono se si critica: lo considerano un parente stretto. Eppure si tratta di un sistema che assicura un riconoscimento sociale in cambio della disponibilità a partecipare all’oppressione, a giustificarla, a difenderla. Un sistema che assorbe, contamina, deforma e che di conseguenza si merita un netto e sereno rifiuto. D’altronde sarebbe sufficiente declinare l’opzione evangelica «o Dio o Mammona» così: o la condivisione o l’accumulo, o la solidarietà o la selezione, o la gratuità o la mercificazione, o la libertà o la schiavitù, per comprendere che questo può essere il paese dei balocchi ma non è certamente il Regno di Dio.

l’Isis non ha l’esclusiva della ‘teologia del terrore’

Isis e Occidente

 la teologia del terrore


di Michele Martelli  (in Micromega)

«Siamo in guerra», dice Hollande. Ma lo siamo già da 15, anzi da 25 anni. Dalle due Guerre di Bush padre e figlio contro l’Iraq, – che sono state la prima causa dell’attuale disordine mondiale che ha il suo epicentro nel Medio Oriente, – alla guerra in Afghanistan. Dalla guerra della Nato nella ex-Jugoslavia a quelle euro-statunitensi contro la Libia (con la Francia di Sarkozy in pole position). Guerre di aggressione in cui a fianco degli Usa si sono schierate ossequienti tutte le sub-potenze europee, a cominciare dall’Uk del tardivamente e inutilmente pentito Tony Blair (troppo comodo, dopo 15 anni di difesa in prima linea delle «guerre etiche»!). Tutte fatte e giustificate, direttamente o indirettamente, con argomenti teologico-politici, e cioè in nome di Dio, del Bene contro il Male, della Giustizia contro il Crimine.  

Ora è Hollande, capo di un paese colpito al cuore dal terrorismo islamista, a chiamare a raccolta cielo e terra in una doppia guerra, interna ed esterna, contro l’Isis. Le sue parole e le sue scelte (stato d’eccezione con modifica della Costituzione, guerra vendicatrice e punitrice del Califfato) si inquadrano nella stessa cornice teologico-politica delle Guerre bushiane ispirate e protette dal «Dio che bacia l’America».

Per Hollande ora il «Nemico» assoluto da distruggere e annientare, dentro e fuori della Francia, è l’Isis, col suo spaventoso corredo di bande terroriste disseminate in Europa. Nessuna sorpresa che in tale clima riprendano fiato le trombe apocalittiche dei teocon, del fallaciano «scontro di civiltà», dell’«armiamoci» a difesa dell’Occidente «cristiano» contro l’Islam confuso col Jihadismo. E che? La patria dell’Illuminismo rischia di degenerare nella patria dell’oscurantismo? Si torna a Poitiers, a Lepanto, o a Carlo Magno e al «Sacro Romano Impero», come Al Baghdadi all’antico Califfato?

Suvvia, non scherziamo! Cerchiamo piuttosto di riflettere seriamente sul dramma presente. A cominciare dal terrorismo islamista. Quando è nato? La storia non si fa con i «se», ma i «se» aiutano a capirla, per non cadere negli stessi errori. Non è difficile ammettere (lo fanno oramai anche dirigenti e generali americani) che senza le due Guerre di Bush padre e figlio, che hanno sprofondato l’Iraq e l’intero Medio Oriente nella notte di un’orrenda infinita carneficina tra sunniti e sciiti: finora solo in Iraq un milione circa di morti civili, – probabilmente non sarebbe nata né Al-Qaeda né l’Isis.

E non ci sarebbe stato forse né l’evento tragico delle Torri Gemelle, né la catena di attentati islamisti che, come conseguenza e contraccolpo a quelle due Guerre scellerate, hanno poi insanguinato sia il Medio Oriente sia l’Europa, fino al recente ignobile massacro di Charlie Hebdo e all’orrenda strage del Venerdì nero di Parigi.

È noto che la «formazione» jihadista di Osama bin Laden e della futura Al-Qaeda è avvenuta tra i mujaheddin armati dagli Usa contro gli occupanti russi, durante la lunga guerra in Afghanistan. Similmente, quella del futuro califfo Al Baghdadi e di molti dei suoi seguaci si è svolta nelle carceri irachene costruite dagli Usa, alla scuola di altri detenuti, militanti al-qaedisti ed ex- militari di Saddam Hussein). «L’Isis l’abbiamo creato noi», ha rivelato Hilary Clinton. L’Isis, il mostro che con i suoi tentacoli, le cellule terroriste clandestine, si è infiltrato terribilmente minaccioso anche nelle nostre città. Vien da chiedersi se chi crea il mostro non lo crea a propria immagine e somiglianza.

Fatto sta che dalle Guerre bushiane in poi, nei paesi islamici e poi in quelli europei, massacri si sono susseguiti e contrapposti a massacri. Da una parte e dall’altra. E da ambedue le parti giustificati col Dio del Terrore, o col Terrore di Dio.

Papa Bergoglio ha detto: «Chi usa Dio per uccidere bestemmia». Vero! Ma è vero solo per chi usa Dio non per uccidere, ma per amare, perdonare, aiutare. Purtroppo nei testi sacri, dalla Bibbia al Corano, c’è sì un Dio dell’amore, della pietà, della misericordia, ma c’è anche un Dio dell’odio, della violenza, della guerra. Ognuno si costruisce Dio a propria immagine e somiglianza. E per ognuno il vero autentico Dio è il proprio Dio («Non avrai altro Dio all’in fuori di me!»). Quello degli altri è falso, un non-Dio, un Anti-Dio, da combattere e annientare con i suoi fedeli, incarnazione vivente del Nemico, del Male, del Diavolo. Onde si ritiene sacrosanta la folle uccisione dei miscredenti nel nome di Dio («Dio lo vuole», «Deus nobiscum»).

Una storia vecchia, che ha contraddistinto da secoli l’Occidente, nei suoi conflitti e guerre intestine come nelle conquiste coloniali. Negli ultimi decenni è stata rinverdita dagli Stati Uniti. «Empire of Evil, Impero del Male»: così definiva il cristiano Reagan la ex-Urss. «Axis of Evil»: così il cristiano Bush jr definiva i nemici degli Usa, ossia «gli Stati canaglia» di cui l’Iraq di Saddam Hussein era il primo della lista. Oggi gli ha fatto flebile eco il presidente Obama: l’Isis è «the Face of the Devil, il volto del diavolo» (dal G20 di Antyala, Turchia). Un linguaggio che sta tornando di moda tra i teocon («Bastardi islamici»: dove «bastardi» sta per figli illegittimi di un falso Dio).

Analogo, e opposto, il linguaggio degli islamisti, che identificano l’Occidente col regno di Satana. «Ecco l’America colpita dal Dio altissimo» (Bin Laden dopo l’11 settembre 2001). «Il verdetto di Allah è stato eseguito» (il binladista Al-Zarqawi dopo ogni decapitazione di prigionieri). Colpito al cuore il regno idolatrico «dell’abominio e della perversione» (l’Isis dopo la strage di Parigi). «Chiediamo ad Allah di sostenere i mujaheddin contro i crociati finché la bandiera del Califfato non sarà issata sulla Città del Vaticano» (ancora l’Isis in questi giorni). «Allah Akbar, Allah è grande» (l’urlo dei fanatici autori delle stragi di Parigi; lo stesso che è risuonato ieri nello stadio di Instanbul). «Difendiamo il Crocifisso, segno della nostra civiltà, e sterminiamo il Nemico» (questa più o meno la reazione dei novelli teocon lega-forzisti italiani).

Fare la guerra in nome di Dio, da una parte e dall’altra, è la via migliore per sprofondarci tutti nell’Inferno, per chi ci crede. Meglio per tutti, credenti e non, opporre l’analisi fredda e lucida dei fatti e la valutazione delle conseguenze delle proprie scelte e azioni. Ovvero pensieri e comportamenti conformi all’etica della responsabilità.

 

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