il commento al vangelo della domenica

«non cercate tra i morti Colui che è vivo»


La Resurrezione di Gesù di Giotto nella Cappella degli Scrovegni di Padova

la Resurrezione di Gesù di Giotto nella Cappella degli Scrovegni di Padova

il commento di E. Ronchi al vangelo di pasqua (21 aprile 2019):

Il primo giorno della settimana, al mattino presto [le donne] si recarono al sepolcro, portando con sé gli aromi che avevano preparato. Trovarono che la pietra era stata rimossa dal sepolcro e (…) ecco due uomini presentarsi a loro in abito sfolgorante. Le donne, impaurite, tenevano il volto chinato a terra, ma quelli dissero loro: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea e diceva: “Bisogna che il Figlio dell’uomo sia consegnato in mano ai peccatori, sia crocifisso e risorga il terzo giorno”». (…).

«Nel primo giorno della settimana, al mattino presto, le donne si recarono al sepolcro». Il loro amico e maestro, l’uomo amato che sapeva di cielo, che aveva spalancato per loro orizzonti infiniti, è chiuso in un buco nella roccia. Hanno visto la pietra rotolare. Tutto finito. Ma loro, Maria di Magdala, Giovanna e Maria di Giacomo e «le altre che erano con loro» (Lc 24,10), lo amano anche da morto, per loro il tempo dell’amore è più lungo del tempo della vita. Vanno, piccolo gregge spaurito e coraggioso, a prendersi cura del corpo di Gesù, con ciò che hanno, come solo le donne sanno: hanno preparato, nel grande sabato, cerniera temporale tra la vita e la morte, gli aromi per la sepoltura. Ma il sepolcro è aperto, come un guscio di seme; vuoto e risplendente nell’alba, e fuori è primavera. Non capiscono. Ed ecco due angeli a rimettere in moto il racconto: «perché cercate tra i morti Colui che è vivo? Non è qui. È risorto». Che bello questo “non è qui”! Lui è, ma non qui; lui è, ma va cercato fuori, altrove; è in giro per le strade, è in mezzo ai viventi, è “colui che vive”, un Dio da sorprendere nella vita. È dovunque, eccetto che fra le cose morte. Si è svegliato, si è alzato, è vivo: è dentro i sogni di bellezza, in ogni scelta per un più grande amore, è nei gesti di pace, nel pane spezzato, negli abbracci degli amanti, nella fame di giustizia, nel grido vittorioso del bambino che nasce, nell’ultimo respiro del morente. E chi vive una vita come la sua avrà in dono la sua stessa vita indistruttibile. Ma non bastano angeli. Il segno che le farà credere è un altro: «Ricordatevi come parlò quando era in Galilea». Ed esse, con lui dalla prima ora (Lc 8,1-2), “si ricordarono delle sue parole” (v.8). E tutto esplode: le donne credono, perché ricordano. Credono per la parola di Gesù, non per quella degli angeli. Credono prima di vedere, come ogni discepolo. Hanno custodito le sue parole, perché le amano: in noi vive solo ciò che ci sta a cuore, vive a lungo ciò che è molto amato, vive per sempre ciò che vale più della vita. La fede delle donne diventa immediatamente “annuncio” (v.9) e “racconto” (v. 10) agli undici e a tutti gli altri. Straordinaria doppia missione delle discepole «annunciarono tutto questo»: è la buona notizia, Vangelo del Vangelo, kerigma cristiano agli apostoli increduli; e poi “raccontavano” queste cose ed è la trasmissione, la narrazione prolungata delle testimoni oculari dalle quali Luca ha attinto il suo vangelo (Lc 1,2) e ce l’ha trasmesso. Come per le donne nell’alba di Pasqua così anche per noi la memoria amorosa del Vangelo, amare molto la sua Parola, è il principio per ogni incontro con il Risorto.

il commento al vangelo della domenica


📖 Non abbiate paura! 
Gesù è risorto! 
commento al vangelo  della domenica di pasqua (1 aprile 2018) di Enzo Bianchi:
 


Mc 16,1-8

1 Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a ungerlo. 2Di buon mattino, il primo giorno della settimana, vennero al sepolcro al levare del sole. 3Dicevano tra loro: «Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?». 4Alzando lo sguardo, osservarono che la pietra era già stata fatta rotolare, benché fosse molto grande. 5Entrate nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura. 6Ma egli disse loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano posto. 7Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: «Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto»». 8Esse uscirono e fuggirono via dal sepolcro, perché erano piene di spavento e di stupore. E non dissero niente a nessuno, perché erano impaurite.

Da tre giorni seguiamo Gesù nella sua passione, morte e sepoltura, e ora siamo posti davanti all’indicibile, all’umanamente impossibile, a un evento che appare incredibile al mondo. Un evento davanti al quale ciascuno di noi nella santa notte di Pasqua sente il cuore oscillare tra adesione al racconto ascoltato e dubbio, tra fede e incredulità. Ma questa nostra condizione non è diversa da quella dei discepoli e delle discepole in quel terzo giorno dopo la morte di Gesù. Perché la morte è la morte, è la fine concreta della vita, delle relazioni, degli sguardi, degli affetti: quando uno muore, muore interamente e tutto muore con lui…

Il vangelo secondo Marco, più degli altri, ci mette davanti la morte di Gesù come morte fallimentare, enigma che anche per Gesù è diventato faticosamente mistero. La morte di Gesù è apparsa la smentita di tutto quello che egli aveva detto e fatto. Predicava la venuta del regno di Dio: e ora dov’era questo regno, dov’era apparso? Aveva guarito e liberato alcune persone: ma ora malati, prigionieri, disgraziati continuavano a esserlo come prima. Aveva amato degli uomini e delle donne, li aveva resi una comunità: e ora se n’erano tutti fuggiti, e quella baracca di comunità appariva caduta a pezzi…

Il giorno successivo al sabato è stato per quegli uomini e per quelle donne un’aporia, un vuoto, uno spazio in cui non si trovavano più i fili del senso e del significato di ciò che avevano vissuto. E per alcuni di loro – Pietro, il discepolo amato, Maria di Magdala – era avvenuta la fine di una vicenda di adesione, di convivenza piena di amore. Quel sabato, che noi chiamiamo sabato santo, appariva per loro un inferno nel quale la potenza del male, del daimónion e del diábolos sembrava regnare ancora, anzi sembrava essere stata capace di spegnere ogni speranza. È stato un sabato di silenzio estremo. Nulla da dire, per l’evangelista nulla da raccontare: quell’evento della morte e sepoltura di Gesù faceva terminare una vita? No, la vita autentica che avevano vissuto, tra fatiche, contraddizioni e inadempienze, era stata una vita condivisa con Gesù, piena di senso: una vita in cui l’amore vissuto non poteva spegnersi!

Quando quel sabato è passato, nelle ore dopo il tramonto Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e Salome, alcune donne discepole, vanno a comprare oli, balsamo, profumi per ungere il corpo cadavere di Gesù deposto nella tomba. Maria di Magdala aveva accompagnato il corpo morto di Gesù dalla croce alla tomba e aveva osservato bene quell’antro. Ora, al mattino presto, le donne discepole tornano alla tomba quando il sole si è alzato. Quale sole si è alzato? Il sole che era spuntato dall’alto e aveva visitato il suo popolo (cf. Lc 1,78)? È “il sole di giustizia” (Ml 3,20) che si è già alzato? I pensieri di queste donne vanno alla pietra, la grande pietra messa come porta, come custodia all’antro, ma ormai vicino alla tomba vedono la pietra già rotolata via. La tomba dunque è aperta! Come? Da chi? Ed ecco, le donne “videro un giovane, seduto alla destra, vestito d’una veste bianca, e furono colte da stupore” (Mc 16,5).

Pensavano di vedere il cadavere, e invece vedono un giovane.

Pensavano di vedere un lenzuolo che avvolgeva il morto, e invece vedono un vivente vestito di bianco.

Pensavano di vedere un morto disteso a terra, e invece vedono un uomo seduto alla destra: alla destra di chi? Qualcuno ha posto questo giovane alla sua destra, dicendogli: “Siedi alla mia destra” (Sal 110,1).

Le donne sono sorprese, alla lettera “sono colte da stupore” (exethambéthesan). Marco conosce un ricco vocabolario per parlare dello spavento: in pochi versetti usa almeno quattro termini per descriverlo. Qui, per l’appunto, registra spavento-stupore. Subito dopo il giovane parla alle donne ripetendo lo stesso verbo: “Non siate spaventate, stupite!”. Poi continua: “Voi cercate Gesù il Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui!” (Mc 16,6). Ecco la voce dell’interprete apparso, la voce del messaggero di Dio, la voce di colui che legge a voce alta ciò che le donne vedono senza saper esprimere. È una voce che viene da Dio, è la voce del Signore seduto alla destra di Dio, è la voce di chi ormai è stato tolto, come in un’ascensione verso il cielo, dalla mano di Dio che l’ha preso con sé e l’ha reso vivente per sempre.

La voce invita innanzitutto a non spaventarsi, a non avere paura. Noi abbiamo paura, anzi siamo tentati dalla paura: infatti, la maggior parte delle paure ce le inventiamo e nascono dalla nostra immaginazione, nutrita da noi stessi. È significativo che il primo nostro sentimento, testimoniato e confessato dalla Bibbia nell’in-principio, sia la paura di Dio. Alla domanda di Dio: “Adamo, dove sei?”, l’uomo risponde: “Ho ascoltato il tuo passo e ho avuto paura!” (cf. Gen 3,9-10). Paura di Dio, e pensate quanti sforzi per predicare un Dio che incutesse paura; quante azioni, anche da parte della chiesa, per imporre un Dio che facesse paura agli uomini e alle donne…

Vi è poi la paura gli uni degli altri, a cominciare dalla vita familiare, nella quale, appaiono, nascono e poi crescono, innestandosi per sempre, delle paure: a volte motivate, a volte create da noi stessi per giustificare le nostre vigliaccherie, le nostre incapacità di essere responsabili. Non dimentichiamolo: la paura è sempre contro la responsabilità e nasce dalla mancanza dell’esercizio della coscienza, della vita interiore. E così paura della vita, del futuro, della terra… Si ricordi, al riguardo, un passo decisivo della Lettera agli Ebrei, quello in cui l’autore dice che “per paura della morte, noi uomini e donne siamo alienati, soggetti a schiavitù per tutta la vita” (cf. Eb 2,15), dunque indotti al male, al peccato. E sovente queste paure portano all’arroganza che cerca solo di nasconderle. Ecco perché la voce dell’interprete della tomba vuota dice alle donne: “Non abbiate paura!”. È la condizione necessaria per vivere, per vivere con gli altri discepoli e discepole; e così, vivendo insieme, poter credere e sperare.

Poter credere l’indicibile: il crocifisso nella vergogna e nell’infamia, è alla destra del Padre, è vivente è stato rialzato dalla morte! Ne dà testimonianza il luogo della deposizione, che ormai è un non-luogo. Proprio Maria di Magdala, che il venerdì sera “stava a guardare dove Gesù veniva deposto” (cf. Mc 15,47), ora vede il vuoto. Sì, è venuta l’ora in cui lo Sposo è stato tolto (cf. Mc 2,20), come aveva detto Gesù. È venuta l’ora in cui il Nazareno, il Crocifisso, è stato rialzato dalla tomba, è stato risuscitato da Dio e ormai vive in Dio come risorto da morte. È venuta l’ora, per Maria e le altre donne, di andare dai discepoli, specialmente da Pietro, per dire loro che Gesù li precede in Galilea: là lo vedranno tutti, le discepole e i discepoli, come Gesù aveva promesso (cf. Mc 16,7). Tutti devono andare semplicemente dietro a Gesù (opíso mou: Mc 1,17; 8,33.34), tutti devono seguire Gesù (cf. Mc 1,18; 2,14-15, ecc.), perché egli cammina davanti, apre la strada. Basta stargli dietro: fino alla croce, ma anche fino alla destra del Padre!

Ed ecco la conclusione del vangelo secondo Marco: un finale deludente, tanto che forse in seguito si è pensato di aggiungervi almeno tre finali diversi, in tre diversi manoscritti (cf. Mc 16,9-20). Ma la conclusione originaria è la seguente: le donne “uscirono e fuggirono via dal sepolcro, perché erano tremanti e fuori di sé. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura (ephoboûnto gár)” (Mc 16,8). Paura, tremore, ékstasis, stupore! Difficile spiegare questo finale e constatare la paura? Sì, possiamo dire poco…

Ma questo versetto è più per noi che per le donne discepole: noi abbiamo paura della resurrezione di Gesù? Ne siamo stupiti? Abbiamo timore, il santo timore di Dio, nell’annunciarla? Se abbiamo questo timore, certo non cadiamo nell’arroganza di chi supplisce alla propria debolezza di fede gridando la resurrezione di Gesù… Pensiamo a noi, alla nostra chiesa: c’è chi ha talmente paura da non dirsi ciò che è, un discepolo di Gesù; e c’è chi è arrogante e vorrebbe imporre agli altri una fede che egli non sa portare. Interroghiamoci dunque sulla nostra fede nella resurrezione di Gesù e accogliamo la parola: “Non temete, non abbiate paura! Gesù il Nazareno, il Crocifisso, è risorto!”.

il vangelo della domenica commentato da p. Maggi

È RISORTO E VI PRECEDE IN GALILEA

commento al vangelo della domenica di pasqua (16 aprile 2917) di p. Alberto Maggi:

Mt 28,1-10

Dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Magdala e l’altra Maria andarono a visitare la tomba.
Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come neve. Per lo spavento che ebbero di lui, le guardie furono scosse e rimasero come morte.
L’angelo disse alle donne: «Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: “È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Ecco, io ve l’ho detto».
Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli.
Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».

Nessun evangelista descrive la risurrezione di Gesù. L’immagine classica tradizionale conosciuta del Cristo trionfante, che esce dalla tomba, non appartiene infatti ai vangeli, ma ad un apocrifo del II secolo, chiamato il vangelo di Pietro. Ma tutti gli evangelisti danno indicazioni su come incontrare il Cristo vivente. L’esperienza del Cristo risorto, infatti, non è stato un privilegio concesso duemila anni fa ad un piccolo gruppo di persone, ma una possibilità per i credenti di tutti i tempi. Vediamo cosa ci dice al riguardo Matteo, nel capitolo 28, il capitolo della risurrezione. “Dopo il sabato”, ecco l’evangelista inizia con una notazione: l’osservanza del precetto del sabato ha ritardato la comunità primitiva di fare esperienza del Cristo risorto. “Dopo il sabato, all’alba del primo giorno”, il primo giorno richiama il primo giorno della creazione, in Gesù si realizza la nuova definitiva creazione della settimana. Il primo giorno della settimana, è il giorno ottavo, e il numero otto, nella chiesa primitiva, sarà il numero che avrà il significato del Cristo risorto, ed è il numero infatti delle beatitudini. “Maria di Magdala e l’altra Maria andarono a visitare la tomba”, manca una donna; alla crocifissione di Gesù erano tre le donne presenti: Maria di Magdala, l’altra Maria, la madre di Giacomo e Giuseppe, ma c’era anche la madre dei figli di Zebedeo. Non c’è più, perché? Questa donna ambiziosa, che voleva la gloria, il successo per i suoi figli, quando vede che il suo messia muore definitivamente, ha perso ogni speranza, quindi non sarà testimone della risurrezione. “Ed ecco, vi fu un gran terremoto”, il terremoto, nella Bibbia, è un segno della manifestazione divina, “e un angelo del Signore”, per angelo del Signore non s’intende un angelo inviato dal Signore, ma Dio quando entra in contatto con gli uomini. In questo vangelo appare per
ben tre volte: per annunciare la vita di Gesù, per proteggerla dalle mire omicide di Erode, e per confermarla(e) ora, che, quando la vita viene da Dio, è indistruttibile. “Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra”, questa pietra era stata definita una gran pietra, “e si pose a sedere”, sedere  è segno di conquista, “su di essa”. A differenza delle donne, che, nel capitolo precedente, l’evangelista ci ha indicato che si erano sedute davanti alla tomba in segno di lutto, l’angelo siede sulla pietra in segno di vittoria. “Il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come neve”, sono le stesse descrizioni della trasfigurazione di Gesù e i colori della gloria divina. “Per lo spavento che ebbero di lui, le guardie furono scosse e rimasero come morte”, c’è l’irruzione della pienezza di vita, ma quanti appartengono al mondo della morte, per loro non è un’esperienza di vita, ma sprofondano ancora più nella morte. L’evangelista è ironico, perché quello che pensavano che è morto, in realtà è vivo, e quelli che erano vivi, dice sono come morti, sono morti. Ma “l’angelo disse alle donne: «Voi non abbiate paura!”, è strano questo, perché ad avere paura sono le guardie, e l’angelo invece le ignora e si rivolge alle donne, dice “«Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso”, cioè il maledetto, quello che era considerato morto per una maledizione divina, “Non è qui”. L’angelo non dice non è più qui, (ma) non è qui: il sepolcro non ha mai potuto contenere colui che era il vivente, ”È risorto, infatti”, e qui c’è un velato rimprovero, “come aveva detto”, l’aveva detto per ben tre volte, “venite, guardate il luogo dove era stato deposto”, e “Presto, andate a dire ai suoi discepoli: “È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea”, la Galilea è importante nella narrazione della resurrezione, apparirà tre volte, “là lo vedrete”, questo verbo vedere è lo stesso che è apparso nella beatitudine di: beati i puri di cuore, e non indica la vista fisica, ma una profonda esperienza interiore. Gesù risuscitato in questo vangelo, il vangelo di Matteo, non si manifesterà mai a Gerusalemme, la città  assassina, la città che, fin dall’inizio, è sotto una cappa di tenebre, ma, per vedere Gesù, per sperimentarlo, occorre andare in Galilea, cioè il luogo della sua predicazione. “Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande”, nella misura che abbandonano il sepolcro, che mai ha potuto contenere il vivente, subentra una gioia grande, e “le donne corsero a dare l’annuncio”, il termine annuncio, in greco, contiene in sé la radice del vocabolo angelo. Le donne, considerate gli esseri più lontani da Dio, in realtà sono i più vicini, compiono la stessa funzione degli angeli, “l’annuncio ai suoi discepoli. Ed ecco”, l’espressione indica una sorpresa, “Gesù venne loro incontro”, quando si va a comunicare vita, quando si va ad annunciare vita, c’è sempre il Signore che viene incontro, per rafforzare, con la sua presenza, l’annuncio, ”e disse”, qui la traduzione è “«Salute a voi!»”, in realtà è “rallegratevi”, perché? Al termine delle beatitudini, nell’ultima beatitudine, quella dei perseguitati, Gesù aveva detto: rallegratevi perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Eccola qual è la ricompensa: una vita indistruttibile, una vita capace di superare la morte. “Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono”, i piedi indicano un incontro reale, fisico non è uno spirito, un fantasma. Il fatto che lo adorarono (vuol dire) che riconoscono in lui la pienezza della condizione divina. “Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare”, di nuovo il ruolo degli angeli, “ai miei fratelli”, per la prima volta i discepoli vengono chiamati i fratelli di Gesù, “che vadano in Galilea”, e, di nuovo, l’invito, “là mi vedranno”. Perché in Galilea è possibile vedere Gesù? Poi vedremo in seguito che i discepoli andranno in Galilea su “il monte che Gesù aveva loro indicato”. Ma Gesù non ha indicato nessun monte. Qual è questo monte? È il monte delle beatitudini. Qual è il messaggio allora dell’evangelista? Vivendo, accogliendo le beatitudini, manifestando in pienezza la buona notizia di Gesù, c’è la possibilità di fare l’esperienza, d’ incontrare nella propria vita, colui che è il vivente.

come si fa a credere alla vita in un mondo di morte – come ripensare nel presente l’annuncio della resurrezione –

una speranza in tutte le lingue

di Angelo Reginato
in “Riforma” – settimanale delle chiese evangeliche battiste metodiste e valdesi – del 14 aprile 2017

come si fa a credere alla vita, in un mondo di morte? Come si fa ad annunciare che è risorto, quel condannato alla morte più infamante? Le quattro narrazioni dei vangeli sono portatrici di un’elaborazione della speranza che è udibile nelle diverse lingue: ricominciare (Marco), uscire dalla gabbia del pensiero unico (Matteo), incamminarsi su sentieri di pace (Luca) coinvolgendo persone con nome e cognome (Giovanni)

Anche noi, chiamati ad annunciare l’evangelo della resurrezione e a ripensarlo nel presente, siamo tentati di fuggire. Come le donne, di cui ci narra Marco. Come si fa a credere alla vita, in un mondo di morte? Come si fa ad annunciare che è risorto, quel condannato alla morte più infamante? Solo creature angeliche possono farlo. Solo anime belle sono in grado di penetrare la crosta di sangue raggrumato che copre la nostra storia e scorgere l’utopia di un mondo giusto, che coltiva la vita e aborrisce la morte. Noi no. I nostri occhi vedono solo teatri di guerra e cinismo spietato. Non angeli ma droni sorvegliano i sepolcri ben sigillati di una storia che difende la vita di pochi e condanna a morte il resto dell’umanità. Pasqua, dunque, impossibile nello scenario post-moderno, che decostruisce ogni speranza? In realtà, è così da sempre. L’umanità, fin da subito, ha dovuto fare i conti con lo scandalo di una storia che gronda sangue. Come leggiamo nelle Scritture. Dove, però, insieme all’analisi lucida della situazione, viene messa in campo la sfida alla tirannia della morte. Come nei quattro racconti evangelici.

Marco, che conclude la sua narrazione con la fuga, silenziosa e spaventata delle donne, destinatarie dell’annuncio di Pasqua (16, 8), propone la strategia della ripresa: tornare in Galilea (16, 7), dove tutto ha preso inizio, e ricominciare daccapo. In un mondo disperato, è decisivo fare della speranza un percorso educativo a lungo termine, tenace, che prova e riprova a compiere quanto la storia tenta di impedire. Matteo, invece, parla della Pasqua come di un terremoto (27, 54; 28, 2), evocando come via d’uscita dalla paralisi uno shock esistenziale, una trasmutazione dei valori, un mettere sottosopra quelle visioni che, a torto, riteniamo ben fondate. Luca, a partire dalle parole di perdono pronunciate da Gesù, propone esperienze di riconciliazione quali segni di credibilità dell’annuncio pasquale (24, 47), facendosi prossimi a quanti, in preda alla tristezza del cuore, hanno tirato i remi in barca e hanno dismesso ogni forma di responsabilità storica (24, 13ss). Infine, Giovanni evoca una strategia personalizzata, basata sul chiamare per nome (20, 16), sulla qualità delle relazioni, improntate su un amore inatteso, immeritato. Linguaggio interno dei cristiani, inservibile nell’agone pubblico? Tutto il contrario! Queste straordinarie narrazioni, che sono «occhio» (e non «oppio»!) dei popoli, sono portatrici di un’elaborazione della speranza che è udibile nelle diverse lingue. E che alla nostra società, tendenzialmente depressiva, propongono nuove aperture di sentieri troppo in fretta giudicati impercorribili. Come Marco, anche noi possiamo porre un’istanza di ricominciamento nel nostro contesto crepuscolare. Lavorare nei diversi ambiti educativi per iniziare al sogno di una vita che resista alle sirene della resa ai disegni mortali.

Ma perché questa parola suoni credibile, è necessario uscire dalle gabbie del pensiero unico, operare terremoti come quelli narrati da Matteo, scosse esistenziali e culturali, che aprano varchi di pensiero differente: qui l’annuncio pasquale potrà risuonare alle orecchie del mondo come un sussurrare il sospetto che non per forza di cose la vita è quella che ci fanno vivere; e, insieme, gridare l’indignazione per le troppe condanne a morte emanate dai nostri cuori di pietra. E poi, una volta scorto il passaggio, incamminarci lungo sentieri di pace, come indica Luca, innescando processi di riconciliazione. A Pasqua risorge Gesù, non tutti i morti. I nostri annunci avranno, per forza di cose, il carattere parziale di chi non risolve tutti i problemi ma indica simbolicamente una direzione: un corridoio umanitario, la microrealizzazione di una gestione dei conflitti in un determinato territorio, un gesto ecumenico che sappia di vangelo. Coinvolgendo persone con nome e cognome, come fa Giovanni, che coniuga la Pasqua con la contingenza del vivere quotidiano.
Che cos’hanno le chiese da dire al mondo, se non il fatto di mettersi in gioco, nonostante tutto, e proporsi come laboratori di resurrezione in mezzo a un’umanità rassegnata e incredula?

di chi è la pasqua? “lettera ad un povero Cristo a cui son cadute le braccia”

la pasqua o è degli ultimi e degli impoveriti o non è

 

 

In questi giorni si celebra la dinofrisulloPasqua. Il giorno in cui coloro che si credono “bravi cristiani”(quelli che difendono le “radici cristiane” e che vogliono sempre stare nelle prime fila in chiesa la domenica mattina) si ritrovano tutti insieme a festeggiare nel caldo delle case tra agnello e cioccolata, seduti su tavole imbandite in case calde e comode.

Eppure pare che Tu sia nato al freddo e al gelo come un barbone qualsiasi. Quei barboni che puzzano e danno fastidio, chiedono sempre l’elemosina e non lavorano mai. Orrore e paura della gente bene! E infatti qualche mese fa si sono inventati la schedatura dei “senza fissa dimora” e il reato di clandestinità. Perché chi fugge dalla miseria e chi dalla povertà non riesce ad uscire sono nemici dell’ordine pubblico e della sicurezza. Eppure a Pasqua e Natale sono sempre i primi a festeggiare.

Pare che tu sia stato condannato a morte, incatenato,  scaraventato nel buio delle carceri. Negli ultimi anni in Italia ci sono stati centinaia di suicidi e di persone massacrate a morte.

Alla fine di marzo a Parma una persona è stata trovata morta assassinata sul ciglio della strada, in prossimità di una discarica. Aveva 29 anni. Non ha avuto alcun clamore mediatico. Era clandestina e transessuale e quindi la sua vicenda è stata trascurata da tutti.

Periodicamente  tornano a parlare di amore, dell’amore di Cristo e dei Vangeli. Bisogna amare, vivere e credere nell’amore. E, infatti, voleva solo poter amare Alfredo Ormano, poeta siciliano perseguitato in vita e in morte. Dopo l’ennesimo documento della Prefettura per la Congregazione della Fede che condannava l’omosessualità e discriminava tutte le forme di amore diverse da quello eterosessuale, il 13 gennaio 1998 si è dato  fuoco in piazza San Pietro ed è morto dopo dieci giorni di una dolorosa agonia. Su  specifici ordini del Vaticano gli organi di stampa hanno censurato le parole da lui scritte prima dell’addio e messo a tacere la sua vicenda, mentre negli anni per varie volte è stato impedito il suo ricordo.

Tutti gli anni la Quaresima è un fiorire, neanche fosse il prato di una canzone di Morandi, di fioretti e fiorellini. Spicca tra tutti la rinuncia alla carne nei venerdì. E’ la tradizione, la sacra tradizione da rispettare(è peccato!!). Nessun bravo cristiano trasgredirebbe mai (tanto si recupera la Domenica di Pasqua quando dell’Agnello ci sarà solo il sangue che scorrerà sulle tavole imbandite e nelle località del turismo di lusso), si rifiuterebbe sdegnato. Mentre in pochi, negli scorsi anni, hanno sentito la necessità e il dovere di rifiutarsi di azzannare l’animo sofferente del dolore che ha dilaniato nelle carni, due persone che hanno chiesto di veder leniti i loro calvari e rispettata la loro dignità. Non è stato considerato peccato il rifiutare il dolore di uno dei due per “un motivo di ordine logico”.

E’ peccato “mangiare la carne il venerdì di quaresima” ma in quante chiese si è sentito gridare che è peccato uccidere e lucrare sulle vite altrui? Mentre continuano a ribadire la loro vicinanza al Vaticano e a sbandierare croci, i governanti italiani stanno completando l’acquisto di 135 cacciabombardieri da guerra, strumenti di morte e di sterminio. Affermano di voler difendere le “radici cristiane” ma hanno chiuso le porte agli ultimi e agli impoveriti, a chi bussa alle porte di un’Europa sempre più trafficante d’armi (dalla Libia alla Turchia, dal Qatar alla Siria, senza dimenticare i conflitti in terra d’Africa) e protagonista di guerre permanenti. Eppure il Gesù Cristo che dicono di adorare, ancora in fasce, dovette fuggire “clandestino” in Egitto e, mentre l’ora della Crocifissione si avvicinava disse “chi di spada ferisce di spada perisce”.

Aveva 22 anni e tutto un futuro davanti. Non lo avrà più. Mentre le chiese italiane erano impregnate dell’incenso delle celebrazioni è morta, ennesima donna assassinata dal proprio lavoro. 5 euro l’ora in nero. Aveva 33 anni (incredibilmente gli stessi anni di Cristo), terza vittima nello stesso impianto. Il 17 ottobre 2007 era morto un altro operaio, lasciando a 32 anni un bambino di due anni e la moglie incinta del secondo figlio. Nel giugno 2008 è morto sul colpo, cadendo da 20 metri, un 24enne.

Alcuni anni fa mi è stata raccontata una storia. Non ricordo i dettagli precisi e quindi non posso raccontarla per intero. Si narrava di una festa enorme, con fuochi d’artificio, corandioli, banda musicale, tavole imbandite. Per ore e ore tutti parteciparono, mangiando, bevendo, divertendosi e godendosi lo spettacolo. Alla fine, quando tutti erano già andati via, in fondo alla sala fu trovato un bambino piangente. Era il festeggiato …

Se non sappiamo chinarci sul dolore delle tante Eluana e dei tanti Piergiorgio, se distrattamente passiamo oltre alle tante e ai tanti che ogni giorno muoiono, se non impariamo a rispettare l’amore di persone come Armando, se non sappiamo scandalizzarci davanti ai miliardi spesi in strumenti di morte (mentre per gli impoveriti e gli ultimi si riserva solo muri e fili spinati, ingiustizie, disumanità, diritti calpestati, cancellati, negati) e allo scandalo contro i più piccoli, aver festeggiato la  Pasqua è stata una bestemmia esecrabile, un atto disumano ipocrita e anticristiano.

Questo brano, in una versione che è stata modificata, era già stato pubblicato nel 2010 col titolo “lettera ad un povero Cristo a cui son cadute le braccia”. Alcuni riferimenti temporali sono ormai datati, ma la situazione è sempre quella. Se non peggiorata. In questi sei anni sempre più c’è stata xenofobie, odii, guerre, traffico di armi sono aumentati. Mentre la “crisi” si è abbattuta sempre più sugli impoveriti di ogni latitudine e longitudine, sui lavoratori, sugli ultimi e sui penultimi. Il crocifisso è stato ancora brandito come un’arma, contro e non per. “Oggi più di ieri domina l’ingiustizia” – riprendendo i versi del “Don Chisciotte” di Guccini – e la mancanza di umanità, l’ideologia capitalista di dominio e oppressione. Per questo quella “lettera ad un povero Cristo a cui son cadute le braccia” mi è apparsa ancora terribilmente attuale. E la ripropongo.  

 

Alessio Di Florio

 

Durante un tributo a Dé Andre Dori Ghezzi riservò duecentocinquanta posti per la Comunità San Benedetto. Qualcuno tentò dall’organizzazione di confinarli nel loggione. Don Andrea raccontò che fermò “il traffico della sala e come un vigile li feci sedere in platea, tre qui, due là, tossici, barboni, prostitute accanto a notai, dame e politici”. E continua nel racconto: “No, lì no. Lì ci va il Ministro della Cultura Giovanna Melandri” gli intimarono. Don Andrea rispose: “Allora le mettiamo accanto una puttana delle vecchie case, vedrai come esce arricchita dall’incontro!”. Concluse il racconto della serata: “Erano tutti molto preoccupati, mi chiedevano garanzie su ciò che sarebbe successo e io li tenevo sulle spine rispondendo che nn potevo saperlo, essendo io un prete, non un indovino. Invece sapevo benissimo ciò che poi accadde: i miei emarginati erano tutti quelli che durante le canzoni piangevano veramente!”

p. Maggi commenta il vangelo di Pasqua

p. Maggi

EGLI DOVEVA RISUSCITARE DAI MORTI

 

Commento al Vangelo della domenica di Pasqua di p. Alberto Maggi

Gv 20,1-9

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

Se Maria di Màgdala si fosse recata al sepolcro un giorno prima, avremmo celebrato la Pasqua un girono prima. Scrive Giovanni nel capitolo 20 “Il primo giorno della settimana”, letteralmente “nel primo dopo il sabato”, “Maria di Màgdala si recò al sepolcro”. Perché Maria di Màgdala non si è recata al sepolcro subito dopo la sepoltura di Gesù, ma ha atteso il primo giorno dopo il sabato? Perché è ancora condizionata dall’osservanza della legge del riposo del sabato. E quindi l’osservanza della legge ha impedito di sperimentare subito la potenza della vita che c’era in Gesù, una vita capace di superare la morte. L’evangelista, attraverso questa indicazione, vuole segnalare ai suoi lettori che l’osservanza della legge ritarda l’esperienza della nuova creazione che viene inaugurata da Gesù. L’espressione “il primo della settimana” richiama infatti al primo giorno della creazione. In Gesù c’è una nuova creazione, quella veramente creata da Dio non conosce la morte, non conosce la fine. Ma la comunità, rappresentata da Maria di Màgdala, è ancora condizionata dall’osservanza della legge. Per questo ritarda l’esperienza della risurrezione. “Si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio”. Le tenebre sono immagine della comunità che ancora non ha compreso Gesù, che si è definito “luce del mondo”, il suo messaggio, la sua verità. “E vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro”. Ebbene la  rima reazione di Maria di Màgdala è correre da Simon Pietro e “dall’altro discepolo”. Gesù aveva detto: «Viene l’ora in cui  disperderete, ciascuno per conto suo»”. Ebbene, l’evangelista attribuisce a questa donna, Maria di Màgdala, il ruolo del pastore che raduna le pecore che si erano disperse. “E annunciò loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!»Non parla di un corpo, ma parla del Signore. E quindi già c’è l’allusione che è vivo questo Gesù. Ebbene, Pietro e l’altro discepolo cosa fanno? Si recano al sepolcro, l’unico posto dove non dovevano andare. Nel vangelo di Luca sarà espresso molto chiaramente dagli uomini che frenano le donne che vanno al sepolcro, «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?»Ebbene Pietro e l’altro discepolo vanno in cerca del Signore nell’unico posto dove lui non c’è, cioè nel luogo della morte. Come Maria, per l’osservanza del sabato ha ritardato l’esperienza di una vita più forte della morte, perché Gesù non può essere trattenuto nel sepolcro, luogo di morte. Lui è vivente. Così i discepoli vanno al sepolcro, l’unico posto dove non si può trovare Gesù. Se si  piange la persona come morta, cioè se ci si rivolge al sepolcro, non la si può sperimentare viva e vivificante nella propria esistenza. Corrono tutti e due i discepoli, giunge per primo il discepolo amato, quello che ha l’esperienza dell’amore di Gesù. Pietro, che ha rifiutato di farsi lavare i piedi e quindi non ha voluto accettare l’amore di Gesù espresso nel servizio, arriva più tardi. Ma l’altro discepolo si ferma e permette che sia Pietro il primo ad entrare. Perché? E’ importante che il discepolo che ha tradito Gesù e per il quale la morte è la fine di tutto – e questo era il motivo del tradimento – faccia per primo l’esperienza della vita. E poi entra anche l’altro discepolo, “vide e credette”. Ma il monito dell’evangelista molto importante è che “non avevano ancora compreso le scritture che cioè egli doveva risorgere dai morti”. La preoccupazione di Giovanni è che si possa credere alla risurrezione di Gesù solo vedendo i segni della sua vittoria sulla morte. No! La risurrezione di Gesù non è un privilegio concesso a qualche personaggio duemila anni fa, ma una possibilità per tutti i credenti. Come? Lo dice l’evangelista. “Non avevano ancora compreso le scritture che cioè egli doveva risorgere dai morti”. L’accoglienza della scrittura, la parola del Signore, nel discepolo, la radicalizzazione di questo messaggio nella sua vita, e la sua trasformazione, permettono al discepolo di avere una vita di una qualità tale che gli fa sperimentare il risorto nella sua esistenza. Non si crede che Gesù è risorto perché c’è un sepolcro vuoto, ma soltanto se lo si incontra vivo e vivificante nella propria vita. 

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