il silenzio come ‘luogo teologico’

il luogo della trasformazione

l’azione di Dio nel silenzio

Silenzio della natura simbolo di preghiera e di ricerca spirituale secondo l'insegnamento della Parola di Dio.

nella preghiera silenziosa Dio e l’anima si comprendono

Ti incontriamo nel silenzio: luogo teologico nel quale con il tuo misterioso linguaggio ci trasformi. Nel silenzio, è il tuo Amore a dialogare con la nostra libertà. Nel silenzio sveli all’anima la sua bellezza. Nel silenzio ci rendi consapevoli, ci custodisci e ci consoli.

E solo Tu, Dio Misericordioso e Compassionevole, nel silenzio della preghiera:

trasformi il vuoto della nostra condizione esistenziale nel senso di una missione al servizio della causa del Regno,
trasformi la tua inspiegabile assenza nell’attesa carica di speranza,
trasformi le mormorazioni sull’invisibile azione della tua Provvidenza in fiducia filiale che trascende le apparenze,
trasformi l’approvazione di sistemi oppressivi in denuncia profetica e il calcolo in offerta della vita,
trasformi la nostra religiosità esteriore e borghese, che non disturba l’Oppressore, in spiritualità del fuoco che ci mette a fianco dei calpestati e delle loro lotte di liberazione,
trasformi il nostro sguardo rendendolo capace di profondità e di complessità,
trasformi il nostro lavoro in servizio,
trasformi l’abitudine in fedeltà, e la ribellione in creatività.

E solo Tu, Dio Misericordioso e Compassionevole, nel silenzio della preghiera ci ami così come siamo.

da altranarrazione

necessità di silenzio – la nostra tragica assenza di silenzio

l’incapacità di stare in silenzio nel tempo del caos e del rumore

di Fabrizio D’Esposito
in “il Fatto Quotidiano” del 20 marzo 2017

Il 17 marzo scorso, terzo venerdì di Quaresima, cioè del periodo cristiano che precede la Pasqua di Resurrezione, papa Bergoglio si è confessato come un comune credente durante la tradizionale liturgia penitenziale nella basilica di San Pietro, intitolata “Ventiquattro ore per il Signore”. Come ha però notato Vatican Insider, il sito “vaticanista” della Stampa, il pontefice ha rinunciato a pronunciare un’omelia, rispetto alle passate Quaresime. Francesco è rimasto volutamente in silenzio “in un momento di tanti e continui rumori”. Un silenzio per Dio, un silenzio spirituale nel segno della Misericordia. Già, il silenzio. Non solo in chiave religiosa. Viene in mente la battuta finale del felliniano La voce della luna, tratto dal Poema dei lunatici di Ermanno Cavazzoni, protagonisti Roberto Benigni e Paolo Villaggio. È quando Benigni alias Ivo Salvini dice: “Eppure io credo che se ci fosse un po’ più di silenzio, se tutti facessimo un po’ di silenzio, forse qualcosa potremmo capire”. In questi giorni, per Einaudi, è uscito Il silenzio di Erling Kagge (112 pagine, 12), venduto in venti Paesi. Norvegese di Oslo, Kagge è un esploratore solitario che ha cercato il silenzio in tre posti remotissimi: il Polo Sud, il Polo Nord, una cima dell’Everest. Kagge descrive la sua esperienza di silenzio laico: “Il silenzio arricchisce di suo. Possiede questa qualità intrinseca, esclusiva e preziosissima. È una chiave che ci consente di accedere a nuovi modi di pensare. Per me il silenzio non è un abbandono, non è qualcosa di spirituale, bensì uno strumento pratico per arricchire la vita”. Solo che viviamo un tempo di caos, di rumore senza sosta, soprattutto a causa dell’innovazione tecnologica. Qui, Kagge, declina la celebre frase di Blaise Pascal: “La disgrazia degli uomini proviene dal non saper starsene tranquilli in una camera”. È l’incapacità non solo di stare in solitudine ma di non riuscire a sopportare il silenzio. L’esploratore scandinavo cita i risultati di un’inquietante ricerca universitaria della Virginia e di Harvard: in pochissimi, tra i 18 e i 77 anni, sono stati capaci di rimanere chiusi in una camera dai 6 ai 15 minuti, senza aver accesso a uno smartphone. È la tragica assenza del silenzio.

il silenzio intollerabile e la parola forte di A. Zanotelli

non possiamo restare in silenzio

f94696eb6bfc89e29b5f220c9addb6b4

di Alex Zanotelli

L’anno 2016 ha visto trionfare la normalità della guerra, la Terza Guerra mondiale a pezzetti, come la chiama papa Francesco, una guerra spaventosa che ha il suo epicentro in Medio Oriente e ha mostrato tutta la sua ferocia, disumanità e orrore nell’assedio della città martire, Aleppo. Una guerra che attraversa anche l’intera zona saheliana dell’Africa, dalla Somalia al Sudan (Darfur e Montagne Nuba), dal Sud Sudan al Centrafrica, dalla Nigeria (Nord) alla Libia, dal Mali al Gambia. Senza dimenticare i massacri nel cuore dell’Africa, in Burundi e Congo. Siamo davanti a desolanti scenari di guerra che si estendono dallo Yemen all’Afghanistan, guerre combattute con armi sempre più sofisticate e a pagarne le spese sono sempre più i civili.

“Come è possibile questo? – si chiede papa Francesco – È possibile perché dietro le quinte ci sono interessi, piani geopolitici, avidità di denaro e di potere, c’è l’industria delle armi che sembra essere tanto importante.”

È l’industria delle armi, fiorentissima oggi, a gioire di tutto questo. Secondo i dati dell’ Istituto Internazionale di Ricerca sulla pace, Sipri, a livello mondiale, investiamo quasi 5 miliardi di dollari al giorno in armi. A livello italiano, secondo l’istituto, ne spendiamo 64 milioni di euro al giorno. È un’industria fiorente quella italiana delle armi che esportiamo e vendiamo in tutto il mondo. In questo periodo abbiamo venduto bombe all’Arabia Saudita e al Qatar, che poi le hanno date a gruppi armati legati a Al-Qaeda come a Jabhat al–Nusra in Siria. E tutto questo nonostante la legge 185/90 che vieta la vendita di armi a paesi in guerra e a paesi dove vengono violati i diritti umani. L’Italia ha esportato armi nel 2015 per un valore di oltre 7 miliardi di euro a tanti paesi che sono o in guerra o dove sono violati i diritti umani. Ma come fanno i nostri governi a parlare di legalità, quando agiscono in maniera così illegale? E’ la grande Bugia. “La violenza esiste solo con l’aiuto della Bugia”, diceva Don Berrigan, il gesuita nonviolento americano scomparso lo scorso anno. E’ passato il tempo in cui i buoni possono rimanere in silenzio.”

africa-sudan-china-us-cold-war-proxies

Ed è proprio questo quello che mi sconcerta di più: il silenzio del movimento per la pace davanti a questi scenari di guerra. Non lo posso accettare. Dobbiamo scendere in piazza, urlare, gridare, protestare. Forse non riusciamo a parlare perché il movimento è frammentato. Allora mettiamoci insieme. La situazione è troppo grave. Per questo dobbiamo avere il coraggio di violare la legge, di farci arrestare, di andare in prigione. Questo sarebbe il dovere prima di tutto dei religiosi, dei preti, delle suore come i fratelli Berrigan e le suore domenicane negli Usa che si sono fatti anni di carcere nel loro impegno contro la ‘Bomba’.

E come cristiano mi fa ancora più male il silenzio dell’episcopato italiano e di larga parte delle comunità cristiane. Per fortuna c’è papa Francesco che parla chiaro. Nel suo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace (1 Gennaio 2017) afferma che “essere veri discepoli di Gesù oggi significa aderire anche alla sua proposta di nonviolenza”. E prosegue:”La nonviolenza praticata con decisione e coerenza ha prodotto risultati così importanti. I successi ottenuti da Gandhi e Khan Abdul Ghaffar Khan nella liberazione dell’India, e da Martin Luther King contro la discriminazione razziale…”. Papa Francesco invita le comunità cristiane a perseguire questa strada della nonviolenza attiva, come la strada obbligata per i seguaci di Gesù. “Dite al mondo che non esiste più una guerra giusta – ha detto una suora domenicana irachena, Nazik Matty, durante il convegno sulla guerra e nonviolenza, promosso in Vaticano da Bergoglio – Lo dico da figlia della guerra”.

8614c2fa50b90e77b669617aac7487b2

Papa Francesco forse presto ci regalerà un’enciclica che potrebbe mettere la parola fine alla teologia della guerra giusta e indicare la nonviolenza attiva come la strada inventata da Gesù. È la strada che le comunità cristiane devono imboccare con lo stesso coraggio che hanno avuto Gandhi, Martin Luther King, Don Berrigan, Don Milani… Ma queste comunità dovranno avere la capacità di unirsi a tutte le altre realtà nonviolente creando un grande movimento popolare per la pace. Ma per arrivare a questo dobbiamo tutti essere disposti a pagare un alto prezzo. “Noi urliamo pace, pace, ma non c’è pace – diceva Don Berrigan – Non c’è pace perché non ci sono costruttori di pace. Non ci sono costruttori di pace perché fare pace è altrettanto costoso quanto fare guerra, almeno altrettanto esigente perché si paga con la prigione e la morte”.

A tutti i costruttori di Pace, l’augurio di cuore di un Buon anno, carico di frutti di pace.

il silenzio che parla a chi lo sa ascoltare

ascolta, parla il silenzio

a proposito di un libro di Alain Corbin

di Elena Loewenthal
in “La Stampa” del 17 agosto 2016

Alain Corbin

C’è silenzio e silenzio. Non sarà eloquente come la parola (né tantomeno «assordante»), benché il premio Nobel per la letteratura Jean-Marie Le Clézio dica che è «lo scopo supremo del linguaggio e della coscienza», ma di certo la lingua italiana si trova ad affrontarlo disarmata di lessico. L’ebraico biblico, ad esempio, conosce almeno tre radici di significato per dire «silenzio»: eppure è una lingua primitiva, ridotta all’essenziale, refrattaria al superfluo. Con questo pluralismo di parole non può non dirci che ci sono tipi e universi diversi di silenzio, che esso non vuol dire sempre la stessa cosa. Che può significare tante cose diverse.

Per questa ragione il libro di Alain Corbin Histoire du silence. De la Renaissance à nos jours appena uscito in Francia per i tipi di Albin Michel è un viaggio letterario pieno di piccole e grandi scoperte.Alain Corbin1

La sfida è quella di parlare del silenzio attraverso le parole: una specie di ossimoro, peraltro inevitabile. Del resto Guy Barthélemy, che ha «magnificamente definito la specificità del silenzio del deserto», spiega che non «possiamo considerare il silenzio come il contrario del rumore, esso è piuttosto uno stato che introduce una nuova dimensione del reale immediatamente interiorizzata… e che ispira un nuovo rapporto con la realtà». Il passo del gatto L’analisi del silenzio si snoda dunque non su un piano lessicale – del resto non è soltanto l’italiano a ritrovarsi privo di strumenti primari per definire il silenzio, lo è anche il francese – quanto letterario. E attraverso i testi si delinea a poco a poco una interessante, sorprendente tassonomia del silenzio. C’è il silenzio dell’intimità, quello fatto di mura domestiche e quiete. I nostri luoghi parlano, e non di rado lo fanno con il silenzio. Parlano anche gli oggetti, quelli che in italiano si chiamano «inanimati» e chissà quanto è vero che non hanno un’anima: a volte parrebbe il contrario, per la forza con cui si depositano addosso alla nostra, di anima, ad attizzare la nostalgia e i ricordi, le speranze e gli sprazzi di felicità. Pensare che, non a caso, in ebraico si chiamano «oggetti muti», anzi «silenti». Eppure dal silenzio, ci insegna Proust, essi ci parlano, e quanto parlano, nel fluviale stream of consciousness dell’autore della Recherche. E quanti sono, apparentemente insignificanti, marginali, pronti ad essere dimenticati. L’universo delle cose stabilisce, nel silenzio, una fitta trama di rapporti con noi che siamo vivi: ci lega, a volte ci incatena, ci costringe a mettere radici, ci tarpa le ali. Nel silenzio, luoghi e cose hanno inventato per noi la nostalgia. C’è poi il denso silenzio che emana talora dagli animali. Che cosa racconta il passo di un gatto? Quante volte in letteratura diventa il simbolo stesso del silenzio, ma di un silenzio che non è assenza, anzi. È presenza, viva. E del silenzio come presenza ci parla in fondo un ricco lessico di verbi sulla disciplina intesa come obbedienza muta, priva di parole, «fare silenzio», «imporre il silenzio», «osservare il silenzio»: comandare il silenzio è il principio dell’ordine, anche se nel cosmo non è affatto così. Il caos tace, dice la Bibbia all’inizio della creazione, quando Dio lo spezza e incomincia a fare il mondo con la parola. Nel deserto Se quando è racchiuso fra le mura di casa, amata e vissuta, perduta e desiderata, il silenzio è quello dell’intimità e della quiete, vi è anche un silenzio dei luoghi opposto. Fatto di sgomento e smarrimento. O di una memoria talmente lontana che non la si trova più e ci si perde, dentro e fuori da se stessi. È il silenzio del deserto, ad esempio: il nulla a perdita d’occhio. È anch’esso un silenzio tremendamente eloquente perché malgrado l’apparenza di fissità il deserto è sempre il prima e il dopo, l’origine e la fine. E così il silenzio diventa un vertiginoso viaggio nel tempo. Corbin affronta anche il silenzio della fede, e lo fa con una figura emblematica del percorso cristiano, quella di Giuseppe: padre muto. «Il silenzio di un uomo, Giuseppe, e quello di un luogo, Nazareth, sono strettamente legati: sono assoluti. Il padre adottivo di Gesù è sempre muto nelle
Scritture. È il patriarca del silenzio. Inutile cercare anche una sola sua parola nei quattro Vangeli». Il suo silenzio è il cuore che ascolta, «l’interiorità più assoluta», la contemplazione pura. Il profeta Elia Ma c’è un silenzio biblico ancora più denso, più abissale, in cui interiorità ed esteriorità si fondono per un’esperienza talmente assurda che non si può narrare se non accostando i contrari. È la rivelazione che attraversa Elia, modesto profeta del fare, che si rimbocca le maniche e parla poco. Un giorno Dio decide che si merita una ricompensa, lo manda dentro una grotta e gli promette che si svelerà a lui in un modo tutto speciale. Non nel tuono, nella bufera. Non nel prodigio né nel frastuono del creato, ma in una «voce che è silenzio sottile» e quel «silenzio sottile» è tutto femminile. Ed è voce ma non dice, anzi tace. Dio per Elia sta lì, in quell’esperienza che chissà quanto è durata, se un istante o un’eternità, che chissà se era un brusio, un’eco di memoria, una fitta di nostalgia, una illuminazione.

il valore antropologico e teologico del silenzio

bei fiori

“l’uomo è diventato un’appendice del rumore” dice Max Picard

purtroppo oggi il silenzio è raro, è forse la realtà più assente nelle nostre giornate, eppure abbiamo bisogno di esso perché questo è linguaggio d’amore, di profondità, di presenza vera dell’altro, di ascolto autentico

in merito una bella riflessione di Enzo Bianchi:

 

La profezia del silenzio 

Se nella nostra società «l’uomo è diventato un’appendice del rumore» (Max Picard), si fa sempre più urgente l’esigenza che ciascuno ritrovi la propria umanità attraverso la riscoperta del silenzio e l’apprendimento dell’antichissima arte di “ascoltare il silenzio”. Impresa certo non semplice, se già Eraclito definiva i propri simili come «incapaci di ascoltare e di parlare»: da allora forse abbiamo l’impressione di aver compiuto passi in avanti nella capacità di parlare, ma certo quanto ad ascolto sembriamo tornati indietro di secoli. Abbiamo bisogno di una pedagogia dell’ascolto che può prendere le mosse solo dal silenzio. Sì, “ascoltare il silenzio” può sembrare un ossimoro, invece è la chiave che apre il mondo dell’ascolto autentico e della comprensione di ciò che si sente.
La tradizione spirituale non solo cristiana ha sempre riconosciuto l’essenzialità del silenzio per una vita interiore autentica. «La preghiera – ha detto il Savonarola, che pur di discorsi appassionati ben si intendeva – ha per padre il silenzio e per madre la solitudine». Solo il silenzio, infatti, rende possibile l’ascolto, cioè l’accoglienza in sé non soltanto della parola pronunciata, ma anche della presenza di colui che parla. Il silenzio è linguaggio di amore, di profondità, di presenza all’altro. Del resto, nell’esperienza amorosa il silenzio è spesso linguaggio molto più eloquente, intenso e comunicativo delle parole.
Purtroppo oggi il silenzio è raro, è forse la realtà maggiormente assente nelle nostre giornate: siamo bombardati da messaggi sonori e visivi, i rumori ci derubano della nostra interiorità e le parole stesse vengono immiserite dal loro essere urlate, ridotte a slogan o invettive. Ora, «quando diminuisce il prestigio del linguaggio aumenta quello del silenzio» (Susan Sontag). Dobbiamo confessarlo: abbiamo bisogno del silenzio! Ci è necessario da un punto di vista prettamente antropologico, perché l’uomo, che è un essere di relazione, comunica in modo equilibrato e significativo soltanto grazie all’armonico rapporto fra parola e silenzio.
Ma abbiamo bisogno del silenzio anche dal punto di vista spirituale. Per la fede ebraica e cristiana il silenzio è una dimensione teologica: sul monte Oreb, il profeta Elia percepì di essere alla presenza di Dio non nel frastuono di venti, tuoni e terremoto ma solo quando ascoltò «la voce di un silenzio sottile» (1Re 19,12). Ignazio di Antiochia dirà che Cristo è «la Parola che procede dal silenzio». Non si tratta semplicemente dell’astenersi dal parlare o dell’assenza di rumori, ma del silenzio interiore, quella dimensione che ci restituisce a noi stessi, ci pone sul piano dell’essere, di fronte all’essenziale. «Nel silenzio è insito un meraviglioso potere di osservazione, di chiarificazione, di concentrazione sulle cose essenziali» (Dietrich Bonhoeffer).
Il silenzio è custode dell’interiorità in quanto ci conduce da una dimensione primaria e “negativa” di sobrietà, disciplina nel parlare o addirittura di astensione da parole, a un livello più profondo, di intensa vita spirituale: cioè al far tacere i pensieri, le immagini, le ribellioni, i giudizi, le mormorazioni che nascono nel cuore. È il difficile silenzio interiore, quello che trova il proprio ambito vitale nel cuore, luogo della lotta spirituale. Ma proprio questo silenzio profondo genera l’attenzione, l’accoglienza, l’empatia nei confronti dell’altro. Il silenzio scava nel nostro profondo uno spazio per farvi abitare l’alterità, per farne risuonare la parola e, al tempo stesso, ci dispone all’ascolto intelligente, al parlare misurato, al discernimento di ciò che brucia nel cuore dell’altro e che è celato nel silenzio da cui nascono le sue parole. Il silenzio, allora, quel silenzio, suscita in noi la carità, l’amore del fratello. «Il silenzioso diventa fonte di grazia per chi ascolta», aveva affermato san Basilio. Per il cristiano, il rimando all’ascolto obbediente della Parola di Dio, all’accoglienza del Verbo fatto carne è evidente ed estremamente eloquente.
Non a caso è questo il silenzio che proviene a noi da una lunga storia spirituale: è il silenzio cercato e praticato dagli esicasti per ottenere l’unificazione del cuore, il silenzio della tradizione monastica finalizzato all’accoglienza in sé della parola di Dio, il silenzio della preghiera di adorazione della presenza di Dio. Ma è anche il silenzio caro ai mistici di ogni tradizione religiosa e, ancor prima, è il silenzio di cui è intriso il linguaggio poetico, il silenzio che costituisce la materia stessa della musica, il silenzio essenziale a ogni atto comunicativo. Il silenzio, evento di profondità e di unificazione, rende il corpo eloquente conducendoci ad abitare il nostro corpo, a nutrire la nostra vita interiore, guidandoci a quell’habitare secum così prezioso per la tradizione monastica come per quella filosofica. Il corpo abitato dal silenzio diviene rivelazione della persona intera.
Proviamo allora a ricavare nel ritmo del nostro vivere un tempo per ascoltare il silenzio: riusciremo a cogliere gli sforzi compiuti per crearlo e custodirlo, a discernere i suoni impercettibili della presenza di altre creature accanto a noi, a comprendere il non-detto che abita la gran quantità di parole, ad avere intelligenza di quanto accade – cioè, letteralmente, a “leggere dentro” gli eventi – e, finalmente, anche ad ascoltare meglio noi stessi e gli altri quando parlano al nostro cuore e alla nostra mente, e non solo ai nostri orecchi.