la fede del popolo rom – in Belgio il C.C.I.T. sulla pietà popolare vissuta dai rom

il C.C.I.T. 2018 nella ‘Lourdes dei rom’ a Banneux, in Belgio

la religiosità popolare vissuta dai rom

“la pietà popolare, culto e devozione”

Nel santuario di Banneux, il più grande santuario mariano del Belgio, ha avuto luogo – dal 6 all’8 aprile 2018  con la partecipazione di circa 120 persone animatrici della pastorale tra i rom e i sinti, rappresentative di 18 paesi europei – il 41° C.C.I.T. (Comitato Cattolico Internazionale per l’evangelizzazione del popolo Zingaro) – in coincidenza della giornata mondiale dedicata dall’ ONU al popolo rom.

Il santuario di Banneux è meta annuale di tanti rom, provenienti soprattutto dai paesi dell’est europeo da diversi anni in pellegrinaggio devoto – ogni 15 di agosto – a ‘Nostra Signora di Banneux la Vergine dei poveri’, la ‘Madonna dei rom’, nella ‘Lourdes del Belgio’.

‘La pietà popolare, culto e devozione’ dei rom e dei sinti è stata la tematica che ci ha visto dialogare e riflettere in accoglienza rispettosa e grata dei segni di autentica fede che, a saper leggere nella sua vita quotidiana, ci vengono spesso da questo popolo. Segni e messaggi che  – come la nostra religiosità considerata dai noi più strutturata, ‘seria’, istituzionalizzata e significativamente ritualizzata ma pur sempre, a ben riflettere, mescolata a tanti aspetti di ‘magia’ e superstizione – ci vengono da loro e utili a rendere più autentica anche la nostra fede.

Il pomeriggio del 6 aprile il C.C.I.T. si è aperto, come da programma, con un reciproco saluto e accoglienza amichevoli di tanti amici venuti da lontano e con la cena conviviale.

La consueta ‘preghiera introduttiva’ ai lavori di riflessione e dialogo è stata animata dal gruppo pastorale del Belgio, con una caratteristica e suggestiva processione aux flambaux alla statua della Madonna dello stesso santuario, per concludere la serata con il consueto ‘bicchiere dell’amicizia’ che – come da suggerimento paolino – ‘laetificet cor hominis’.

La giornata del sabato 7 aprile si è aperta con i saluti formali in assemblea generale del gruppo animatore ospitante del Belgio cui ha fatto seguito il Messaggio del Consiglio Pontificio Vaticano presieduto dal cardinal Turkson (che sarà presente la domenica 8 aprile si lavori conclusivi del C.C.I.T.), ma letto da suor Alessandra dell’ufficio di tale Consiglio, e l’Introduzione dei lavori da parte del Presidente pro tempore del C.C.I.T., il sacerdote rom Claude Dumas.

Nella seconda parte della stessa mattina di sabato ha avuto luogo la presentazione da parte di p. Agostino Rota Martir di una serie di immagini col programma power point illustrative delle modalità semplici, essenziali, quotidiane che il popolo rom usa, con gesti, parole, formule, per esprimere e vivere la propria fede viva e sentita, ancorché lontana dai ‘circuiti tradizionali religiosi’.  Chi si accosta a questo popolo con occhi e orecchi ‘spirituali’ sa cogliere spazi inediti di culto e di fede ordinaria che fanno toccare con mano “quello che lo Spirito ha seminato nella loro vita”.

Quasi superfluo osservare quanto questa presentazione sia stata fortemente stimolante ed apprezzata. Stimoli e apprezzamento che hanno occupato i cosiddetti ‘carrefour’, i gruppi di studio diversificati per gruppi linguistici (data la da sempre presente la non indifferente difficoltà di intesa linguistica di ben 18 e più provenienze diverse).

Il pomeriggio del sabato ha tenuto occupato il C.C.I.T. con la conferenza del teologo Hans Geybels, insegnante alla facoltà di scienze religiose presso l’Università Cattolica di Lovanio, su “la fede ordinaria: sorprendentemente attuale!”.

Di grande importanza è apparsa a tutti la distinzione focalizzata dal relatore tra ‘fede’ e ‘superstizione’, superstizione che in ogni modalità di espressione religiosa (quella dei rom come anche quella nostra ancorché più formalizzata e istituzionalizzata) è inevitabilmente presente’:

“La differenza tra fede e superstizione è la seguente. Nella superstizione le persone pregano con precisi testi e seguono determinati rituali con l’intenzione di portare Dio dalla propria parte, di manipolarlo. Nella fede le persone pregano e praticano certi rituali restando ben consapevoli che questi non possono strumentalizzare Dio. Esse pregano per avere energia e forza, per ottenere qualcosa, ma tengono sempre in primo piano il ‘sia fatta la tua volontà … ‘.  In una pratica superstiziosa si è sempre convinti che se si rispetta perfettamente il rituale, si otterrà realmente ciò che si desidera”.

I Carrefour a seguito della relazione hanno cercato di approfondire e incarnare, anche autocriticamente, questo criterio fondamentale di carattere generale.

La celebrazione eucaristica presieduta dal vescovo mons. Hoogmrtens e la serata festiva sono stati il più bel coronamento di questa densa giornata.

La domenica 8 aprile ha visto la dettagliata e puntuale descrizione della ‘situazione’ dei sinti e rom in Belgio e della attività pastorale e catechetica della chiesa locale da parte del relatore Pierre Deleu:

Leòn Tambour insieme alla moglie Elisa (ambedue da sempre attivi promotori e collaboratori del C.C.I.T. fin dalla nascita (quello di questo anno è il 41° C.C.I.T.) ci hanno presentato nelle sue linee essenziali la storia e la spiritualità del C.C.I.T. con le sue “difficoltà, problemi, dubbi e rotture” che nel suo nascere e cfrescere ha visto e vissuto, per diventare, nella sua maturità, uno spazio di AMICIZIA, di GRATUITA’, di LIBERTA’, la cui missione è ancora fortemente attuale perché trova ala sua radice nel vangelo:

“essere piccolissimo seme piantato con una gioia fraterna e una fiducia incondizionata, un seme che sarà tanto più fecondo quanto più è piccolo, fragile e discreto”

perché

“quello che è importante per il C.C.I.T. non è il C.C.I.T. in se stesso: sono gli zingari, la loro realizzazione nel nostro mondo”.

 

Le conclusioni del Presidente del C.C.I.T. Claude Dumas, l’eucarestia presieduta dal card. Turkson e la visita turistica di Liege hanno concluso il 41° C.C.I.T. dandoci tutti appuntamento al C.C.I.T. 2019 in Croazia (a meno di sorprese per un C.C,I,T. straordinario: ma come tutte le sorprese anche questa deve rimanere tale … se no che sorpresa sarebbe?!

 

 

 

 

 

fede e opzione per i poveri

papa Francesco

la fede è tangibile se si concretizza in servizio ai poveri

lo afferma in udienza alla delegazione del Consiglio Metodista mondiale
«Siamo fratelli che, dopo un lungo distacco, sono felici di ritrovarsi e di riscoprirsi a vicenda»
«La fede diventa tangibile soprattutto quando si concretizza nell’amore, in particolare nel servizio ai poveri e agli emarginati»
Lo ha detto il Papa ricevendo in udienza il Consiglio Metodista mondiale. «Quando, Cattolici e Metodisti, accompagniamo e solleviamo insieme i deboli e gli emarginati, coloro che, pur abitando le nostre società, si sentono lontani, stranieri, estranei, rispondiamo all’invito del Signore», ha sottolineato il Papa.  

Parlando del cammino tra metodisti e cattolici, il Papa ha messo in evidenza: «Il dialogo vero incoraggia continuamente a incontrarci con umiltà e sincerità, desiderosi di imparare gli uni dagli altri, senza irenismi e senza infingimenti. Siamo fratelli che, dopo un lungo distacco, sono felici di ritrovarsi e di riscoprirsi a vicenda, di camminare insieme, aprendo con generosità il cuore all’altro. Così proseguiamo, sapendo che questo cammino è benedetto dal Signore: per Lui è iniziato e a Lui è diretto».

‘fede’ e ‘dubbio’ fanno sempre a pugni?

Quel patto segreto tra fede e dubbio che ci rende umani

di Vito Mancuso

in “la Repubblica” del 17 settembre 2016

vito-mancuso

Comunemente si ritiene che fede e dubbio siano opposti, nel senso che chi ha fede non avrebbe dubbi e chi ha dubbi non avrebbe fede. Ma non è per nulla così. L’opposto del dubbio non è la fede, è il sapere: chi infatti sa con certezza come stanno le cose non ha dubbi, e neppure, ovviamente, ha bisogno di avere fede.

Così per esempio affermava Carl Gustav Jung a proposito dell’oggetto per eccellenza su cui si ha o no fede: «Io non credo all’esistenza di Dio per fede: io so che Dio esiste» (da “Jung parla”, Adelphi, 1995). Chi invece non è giunto a un tale sapere dubita su come stiano effettivamente le cose, non solo su Dio ma anche sulle altre questioni decisive: avrà un senso questa vita, e se sì quale? La natura persegue un effettivo incremento della sua organizzazione? Quando diciamo “anima” nominiamo un fenomeno reale o solo un arcaico concetto metafisico? Il bene, la giustizia, la bellezza, esistono come qualcosa di oggettivo o sono solo provvisorie convenzioni? E dopo la morte, il viaggio continua o finisce per sempre? Dato che i più su tali questioni non hanno un sapere certo, generalmente si risponde “sì” all’insegna della fede oppure “no” all’insegna dello scetticismo, in entrambi i casi privi di sapere, al massimo con qualche indizio interpretato in un modo o nell’altro a seconda del previo orientamento assunto. Così, sia coloro che hanno fede in Dio sia coloro che non ce l’hanno, fondano il loro pensiero sul dubbio, cioè sull’impossibilità di conseguire un sapere incontrovertibile sul senso ultimo del mondo e della nostra esistenza. La fede, in altri termini, positiva o negativa che sia, per esistere ha bisogno del dubbio. La tradizionale dottrina cattolica però non la pensa così. Per essa la fede non si fonda sul dubbio ma sul sapere che scaturisce da una precisa rivelazione divina mediante cui Dio ha comunicato se stesso e una serie di ulteriori verità dette “articoli di fede”. Tale rivelazione costituisce il depositum fidei, cioè il patrimonio dottrinale custodito e trasmesso dalla Chiesa. Esso conferisce un sapere denominato dottrina che illumina quanti lo ricevono su origine, identità, destino e morale da seguire. Non solo; a partire da tale dottrina si configura anche una precisa visione del mondo: l’impresa speculativa delle Summae theologiae medievali, di cui la più nota è quella di Tommaso d’Aquino, vive di questa ambizione di possedere un sapere certo su fisica, metafisica ed etica, di essere quindi generatrice di filosofia. Tale impostazione regnò per tutto il medioevo ma venne combattuta dalla filosofia moderna e dalla rivoluzione scientifica. Il fine non era negare la fede in Dio bensì il sapere filosofico e scientifico che si riteneva discendesse da essa, per collocare la fede su un fondamento diverso, senza più la presunzione che fosse oggettivo: Kant per esempio scrive di aver dovuto «sospendere il sapere per far posto alla fede» ( Critica della ragion pura, Prefazione alla seconda edizione, 1787), mentre più di un secolo e mezzo prima Galileo aveva dichiarato che «l’intenzione dello Spirito Santo è d’insegnarci come si vada al cielo, e non come vada il cielo » (Lettera a Cristina di Lorena del 1615). Non furono per nulla atei i più grandi protagonisti della modernità, tra cui filosofi come Bruno, Cartesio, Spinoza, Lessing, Voltaire, Rousseau, Kant, Fichte, Schelling, Hegel, o scienziati come Copernico, Galileo, Keplero, Newton. Il loro obiettivo era piuttosto di ricollocare la religiosità sul suo autentico fondamento: non più un presunto sapere oggettivo, ma la soggettiva esperienza spirituale. A tale modello di fede non interessa il sapere, e quindi il potere che ne discende, ma piuttosto il sentire, e quindi l’esperienza personale. Non è più l’obbedienza a una dottrina dogmatica indiscutibile a rappresentare la sorgente della fede, ma è il sentimento di simpatia verso la vita e i viventi. In questa prospettiva, ben prima di creden- za, fede significa fiducia. Quando diciamo che una persona è “degna di fede”, cosa vogliamo dire? Quando alla fine delle nostre lettere scriviamo “in fede”, cosa vogliamo dire? Quando un uomo mette l’anello nuziale alla sua donna e quando una donna fa lo stesso con il suo uomo, cosa vogliono dirsi? C’è una dimensione di fiducia che è costitutiva delle relazioni umane e che sola spiega quei veri e propri patti d’onore che sono
l’amicizia e l’amore. Se non ci fosse, sorgerebbero solo rapporti interessati e calcolati: nulla di male, anzi tutto normale, ma anche tutto ordinario e prevedibile. Solo se c’è fiducia-fede nell’altra persona può sorgere una relazione all’insegna della gratuità, creatività, straordinarietà, e può innescarsi quella condizione che chiamiamo umanità. E la fede in Dio? Quando si ha fiducia-affidamento nella vita nel suo insieme, percepita come dotata di senso e di scopo, si compie il senso della fede in Dio (a prescindere da come poi le singole tradizioni religiose concepiscano il divino). Nessuno veramente sa cosa nomina quando dice Dio, ma credere nell’esistenza di una realtà più originaria, da cui il mondo proviene e verso cui va, significa sentire che la vita ha una direzione, un senso di marcia, un traguardo. Credere in Dio significa quindi dire sì alla vita e alla sua ragionevolezza: significa credere che la vita proviene dal bene e procede verso il bene, e che per questo agire bene è la modalità migliore di vivere. Ma questa convinzione è razionalmente fondabile? No. Basta considerare la vita in tutti i suoi aspetti per scorgere di frequente l’ombra della negazione, con la conseguenza che la mente è inevitabilmente consegnata al dubbio. In tutte le lingue di origine latina, come anche in greco e in tedesco, il termine dubbio ha come radice “due”. Dubbio quindi è essere al bivio, altro termine che rimanda al due: è vedere due sentieri senza sapere quale scegliere, consapevoli però che non ci si può fermare né tornare indietro, ma che si è posti di fronte al dilemma della scelta. Ha affermato il cardinale Carlo Maria Martini: «Io ritengo che ciascuno di noi abbia in sé un non credente e un credente, che si parlano dentro, che si interrogano a vicenda, che rimandano continuamente domande pungenti e inquietanti l’un l’altro. Il non credente che è in me inquieta il credente che è in me e viceversa» (dal discorso introduttivo alla Cattedra dei non credenti). Ragionando si trovano elementi a favore della tesi e dell’antitesi, e chi non è ideologicamente determinato è inevitabilmente consegnato alla logica del due che genera il dubbio. Il dubbio però paralizza, mentre nella vita occorre procedere e agire responsabilmente. Da qui la necessità di superare il dubbio. Il superamento però non può avvenire in base alla ragione che è all’origine del dubbio, ma in base a qualcosa di più radicale e di più vitale della ragione, cioè il sentimento che genera la fiducia che si esplicita come coraggio di esistere e di scegliere il bene e la giustizia. Ma perché alcuni avvertano in sé questo sentimento di fiducia verso la vita e altri no, rimane per me un mistero inesplicabile.

giovani di poca fede: da una ricerca di Garelli

cattolici ma non troppo

l’Italia dei giovani non crede più

una ricerca di Franco Garelli sulla religiosità tra i 18 e i 29 anni. Il fenomeno è più diffuso al Nord e tra quanti hanno frequentato l’università

Secondo la ricerca Eurisko su un campione di 1500 giovani, nel 2015 gli atei dichiarati erano il 28% (il 23% nel 2007); quelli che credono solo per tradizione famigliare il 36,3%, ma di questi il 22% afferma di non credere davvero in Dio

 di andrea tornielliGarelli

 Nel nostro paese Piccoli atei crescono. S’intitola così la ricerca curata dal sociologo Franco Garelli sulla religiosità degli italiani con età compresa tra i 18 e i 29 anni (Il Mulino, pp. 231, € 16). I risultati attestano che, in effetti, la secolarizzazione avanza tra i giovani del Belpaese, pur avendo ricevuto questi ultimi, per oltre il 90%, battesimo e prima comunione, e per il 77%, la cresima. L’Italia, un tempo «cattolicissima», è dunque ancora densamente popolata di battezzati sempre meno evangelizzati.

La ricerca, realizzata da Eurisko su un campione di circa 1500 giovani, è interessante sotto vari aspetti. Il 72% degli intervistati dichiara di credere in Dio (anche se ormai la fede intermittente prevale su quella certa); oltre il 70% si definisce in qualche modo «cattolico»; circa un giovane su quattro (27%) afferma di pregare alcune volte la settimana o più. Il dato sulla frequenza settimanale ai riti è decisamente più basso, coinvolgendo il 13% dei giovani (a cui segue un 12% che vi partecipa almeno una volta al mese), pur risultando il migliore nel panorama europeo. Siamo di fronte a una generazione ancora complessivamente «cattolica», osserva Garelli. Non si può pertanto parlare di un tracollo religioso, quanto piuttosto di una prosecuzione della «secolarizzazione dolce».

Perché allora quel titolo? Lo spiega il dato dei giovani non credenti, cresciuto di ben cinque punti percentuali in pochi anni: sono passati dal 23% del 2007 al 28% del 2015. I non credenti sono ormai uno dei gruppi più numerosi che si ottengono distinguendo i giovani a seconda del loro rapporto con la religione. Sono più dei «credenti convinti e attivi», ormai ridotti a una piccola minoranza del 10,5%. E sono più numerosi anche dei «credenti non sempre o poco praticanti», che rappresentano uno degli stili religiosi più diffusi nella nazione. I «piccoli atei» risultano secondi soltanto a un altro stile religioso in voga tra gli adulti ma anche tra i giovani: quello dei «credenti per tradizione e educazione» (36,3%), quanti cioè credono più per ragioni ambientali o anagrafiche o familiari che per motivi religiosi o spirituali. Vale inoltre la pena sottolineare che ben il 22% di questi «cattolici per tradizione e educazione» afferma in realtà di non credere in Dio, rientrando quindi in quella singolare forma religiosa che va sotto il nome di «appartenenza senza credenza». Se si sommano i non credenti dichiarati ai credenti per tradizione che però ammettono di non credere in Dio, si può concludere che i non credenti a livello giovanile siano oltre un terzo del totale.

Questi giovani non credenti sembrano rappresentare, osserva Garelli, «l’avanguardia moderna dell’Italia giovane, essendo maggiormente presenti nelle zone geografiche più dinamiche e produttive, tra quanti hanno un’istruzione elevata e nelle famiglie di medio-buona condizione socioculturale». Ad esempio, l’ateismo o l’indifferenza religiosa coinvolgono il 37% dei giovani del Nord, rispetto al 21% dei giovani del Mezzogiorno; e il 37% dei giovani che ancora studiano o hanno frequentato l’università, rispetto al 27% di quanti già lavorano e al 20% di chi non lavora.

La ricerca fa anche emergere una significativa difficoltà nel trasmettere ai figli la propria fede, specialmente quando è convinta e praticata. Al contrario, ateismo o religiosità soft si trasmettono più facilmente. Più della metà delle famiglie i cui genitori sono non credenti, infatti, hanno figli non credenti. E più della metà delle famiglie caratterizzate da un cattolicesimo culturale e poco religioso hanno figli che si riconoscono in questa stessa matrice religiosa.

Diversa è invece la situazione delle famiglie che si identificano in un cattolicesimo convinto e attivo. Solo il 22% di queste ha figli che si dichiarano «cattolici convinti e attivi». Tendenze, spiega Garelli, dalle quali si potrebbe concludere che le famiglie distanti da una prospettiva di fede hanno più probabilità delle famiglie religiosamente impegnate di trasmettere ai figli il proprio orientamento culturale. Sembra dunque più facile trasmettere da una generazione all’altra la «non credenza» o una «credenza debole» che un orientamento religioso più impegnato.

 

 

il cardinale in crisi nera di fede di fronte a 336 bare

 

il cardinale Montenegro

“di fronte alle 366 bare a Lampedusa ho avuto una crisi di fede e ho scritto al Papa”

cardinale-Montenegro

Di fronte alle 366 bare di migranti morti durante il naufragio del 3 ottobre 2013 a Lampedusa “ho avuto una grossa crisi di fede, che ancora mi segna”: lo ha confidato, davanti a un’aula magna gremita di studenti, il cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento e presidente di Caritas italiana, durante il colloquio sulle migrazioni organizzato ieri sera dal Centro Astalli alla Pontificia Università Gregoriana.
Trovarsi davanti a 366 bare ti fa sentire schiacciato e impaurito – ha raccontato -. Stare sul molo di Lampedusa e vedere quei volti mi ha provocato una crisi di fede; non solo ho sentito Dio lontano ma non l’ho proprio sentito.
Poi ho visto un poliziotto piangere come un bambino.
Quella sera stessa ho scritto al Papa, dicendogli la mia difficoltà, come vescovo che avrebbe dovuto aiutare gli altri e che invece si è ritrovato con il cuore spento”.
Quanto sta accadendo oggi in Europa, ha proseguito, è “una storia pesante che non possiamo mettere sotto la voce ‘carità’ ma dobbiamo mettere sotto la voce ‘giustizia’.
Il problema non è la migrazione ma l’ingiustizia nel mondo e il mondo si regge su questa ingiustizia. Se non cominciamo a combattere l’ingiustizia le soluzioni non si trovano”. “Noi ci siamo lavati le mani ma continuiamo a stare sugli spalti come al Colosseo – ha affermato -, e con il pollice in alto o in basso decidiamo la sorte di chi può vivere o morire”.  Al contrario, ha concluso, “dobbiamo cominciare a vivere la cultura dell’accoglienza, che è la capacità di guardare l’altro negli occhi, e l’altro è contento perché vede riconosciuta la sua dignità di uomo”.

 

“perché Dio rimane silenzioso davanti a un popolo che si uccide? ” la tremenda fatica di credere!

“scegliere a ogni alba di restare”

intervista a padre Jihad Youssef

a cura di Chiara Pellegrino

in “Oasis” del 1 giugno 2016

monastero

 

padre Jihad Youssef è un monaco della comunità al-Khalîl , insediata dal 1991 nel monastero di  Mar Musa al-Habashi (San Mosé l’Abissino) in Siria, ottanta chilometri a nord di Damasco. L’esistenza di questo antico luogo di eremitaggio fu scoperta nel 1982 da padre Paolo Dall’Oglio, rapito in Siria a luglio 2013, che decise di avviarne i restauri. La tradizione vuole che Mosè l’Abissino, figlio di un re etiope, rifiutò di succedere al trono del padre e scelse la via dell’eremitaggio. Arrivato in Siria, racconta ancora la tradizione, trovò riparo in una grotta sulle montagne dove oggi sorge il monastero. Mosè l’Abissino morì martire alcuni anni dopo per mano dei soldati dell’Impero bizantino.

monastintervista a padre Jihad Youssef

padre Jihad Youssef

Come è cambiata la vita a Mar Musa dal 2011 oggi?

Ormai non ci sono più visitatori, noi monaci dormiamo in città e andiamo a trovare gli sfollati nelle città vicine di Nebek e Homs. Ci alterniamo a mantenere il monastero aperto con la presenza di un solo monaco a rotazione e degli operai per la manutenzione e quando riusciamo, saliamo per celebrare la messa, pregare assieme e riposare. Dal 2011 abbiamo vissuto quattro anni di vita contemplativa vera, eravamo sempre soli e pregavamo di più. Quando all’inizio del 2015 Isis ha preso Qaryatayn, a pochi chilometri dal monastero, ci siamo dedicati alla pastorale, andando a visitare le persone nelle loro case. Da monaci contemplativi siamo diventati diocesani e missionari.

Nel dicembre 2013 i militanti di Jabhat al-Nusra hanno assediato per 25 giorni la città di Nebek, a pochi chilometri da Mar Musa. Come avete vissuto quei giorni al monastero?

Ci siamo sentiti soffocare, per tutto il periodo in cui la città era bombardata siamo stati chiusi nel monastero. Tra gli abitanti della città, chi ha potuto si è rifugiato in quei pochi sotterranei presenti. A Nebek la comunità cristiana conta 250 anime. Poco prima di Natale la battaglia è finita, noi allora siamo scesi in città e abbiamo scoperto che il quartiere cristiano era praticamente distrutto. Con l’aiuto di tre organizzazioni cattoliche europee abbiamo lavorato a un progetto di restauro e ricostruzione e in pochi mesi abbiamo restaurato 63 case di cristiani e cinque case di famiglie musulmane povere.

Come avete vissuto la vostra fede nel momento in cui la situazione è degenerata in Siria?

Io e gli altri monaci ci siamo sempre chiesti se rimanere o partire. La tribolazione è stata grande. Siamo stati messi alla prova per verificare se la nostra fede era fatta d’oro o di qualcosa che brucia e si consuma fino a esaurirsi. Ci siamo chiesti perché accadeva tutto questo. Perché Dio rimane silenzioso davanti a un popolo che si uccide? Non è stato facile, a ogni alba abbiamo dovuto decidere se credere oppure no. Abbiamo scelto di credere, ogni giorno. Abbiamo scelto di andare al di là del silenzio di Dio.

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Pensa che i cristiani siriani dovrebbero restare o fuggire?

Tutti parlano della necessità che i cristiani rimangano nei loro Paesi, dove è nata la Chiesa. Anch’io fino al 2013 pensavo che bisognasse incoraggiare i cristiani a non partire, ad aggrapparsi alle loro radici perché vivevano in quelle terre già ben prima del musulmani. Ma forse dimentichiamo che c’è sempre stato qualcuno prima di noi. Adesso non sono più di questo parere. Noi stiamo lavorando per aiutare chi vuole partire ad andarsene e chi vuole restare a rimanere. I ricchi o i privilegiati, come noi monaci, sono già scappati o possono andar via quando vogliono, ma la povera gente è condannata a rimanere. In Siria restano solo i cristiani convinti, che sanno di avere una missione, anzi che sono una missione, perché ogni battezzato lo è.

Che ruolo possono avere i cristiani orientali nel costruire un dialogo con l’Islam?

I cristiani in Siria non sono gli unici a essere perseguitati: siamo perseguitati come tutti gli altri siriani. L’Isis distrugge i nostri monasteri ma anche le moschee e le tombe dei santi musulmani. I loro militanti rapiscono e uccidono i nostri confratelli, ma hanno anche sgozzato migliaia di musulmani sunniti come loro. Certo noi cristiani siamo molto più fragili perché siamo un piccolo gregge. Ma se il Signore ci ha fatti cristiani in questa terra un motivo c’è. Il nostro dialogo non ha lo scopo di convincere l’altro che ha torto, ma è un “andare verso l’altro” con curiosità positiva, evangelica, disarmati, con la faretra vuota. Dal dialogo oggi non si può prescindere, né in Medio Oriente né in Occidente. Dobbiamo pregare molto anche per l’unità dei musulmani, che sono più divisi di noi cristiani. Nella loro unità c’è il bene per loro e per noi.

Che cosa direbbe all’Italia dove arrivano ogni giorno migliaia di profughi?

I profughi arrivano, e voi non potete impedirlo né costruire muri. Se li accogliete con dignità, forse un giorno saranno buoni cittadini; altrimenti saranno cattivi cittadini, saranno un cancro. Penso che anche voi dovreste impegnarvi nel dialogo. I musulmani ce li avete sotto casa, i vostri figli vanno a scuola con bambini musulmani, abbiate il coraggio di bussare alla porta del vostro vicino  musulmano, portare lì Cristo con la vostra semplice presenza. San Francesco diceva nella regola non bollata: “I frati che vanno tra gli infedeli possono vivere e comportarsi con loro, spiritualmente, in due modi: un modo è che non suscitino liti o controversie, ma siano soggetti, per amore di Dio, a ogni umana creatura, e confessino di essere cristiani; l’altro modo è che, quando vedranno che piace al Signore, annuncino la Parola di Dio”. L’iniziativa è di Dio, è lui a fare il primo passo, non noi. padre Jihad Youssef 1

Quando finirà la guerra, come si potrà ricostruire il tessuto sociale e restaurare la fiducia tra cristiani e musulmani?

Sarà possibile solo se ciascuno si impegna nella sua fede. Io, da cristiano, mi impegno a vivere il Vangelo. Il Vangelo ricostruisce, e se ricostruisco in me forse riuscirò a ricostruire nell’altro. Non sarà facile, anche perché le ferite e le offese subite restano nel tempo. I cristiani di Maalula, per esempio, difficilmente riusciranno a riacquistare fiducia nei musulmani perché sono stati traditi. Oppure Padre Jacques Mourad, il nostro confratello: è stato rapito da una persona che conosceva, con cui aveva preso il tè il giorno prima e che lo ha consegnato a Isis. È restato in prigionia per sei mesi, prima di riuscire a fuggire. Ma per fortuna anche il buon esempio rimane. Durante l’assedio a Nebek, i cristiani temevano che le loro donne sarebbero state prese in bottino e gli uomini fatti schiavi. I vicini musulmani si sono offerti di accogliere le ragazze cristiane nelle loro case spacciandole per loro figlie, sottraendole così ai militanti di Jabhat al-Nusra. Quanto a noi monaci, viviamo tra la Siria e l’Europa per coltivare lo studio. Quando finirà la guerra la Siria avrà bisogno di persone ben formate che possano predicare il Vangelo dell’amicizia, dell’armonia e del dialogo, per superare divisioni e odio.

Lei tornerà in Siria?

Non sono mai andato via.

l’importanza del portafoglio per valutare la mia fede

la fede e il portafoglio

(Mt 5,20.6,19-34) 

di Alberto Maggi

articolo pubblicato su NIGRIZIA n.3/2011

quali sono i parametri per verificare la fede, per sapere se si è credenti o no? Per molti, i criteri di giudizio riguardano la pratica religiosa. Ma questi sono criteri poco obiettivi. Come si fa a misurare il grado di fede di una persona dalla sua partecipazione alle cerimonie liturgiche o dalle sue devozioni?

Nella Chiesa si è sempre stati unanimi nell’individuare, come fondamento della fede del credente, la risurrezione di Gesù, perché, “Se Cristo non è risorto, vuota allora la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede” (1 Cor 15,14).

Ma testimoniare la fede nella risurrezione del Cristo è arduo. Come è possibile essere i garanti di una realtà che non può essere mostrata? Eppure, negli Atti degli Apostoli si legge che la testimonianza della risurrezione del Cristo si doveva a una realtà che tutti potevano toccare con mano, e non esigeva pericolose acrobazie teologiche o violenze dell’intelletto: “Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù… Nessuno infatti tra loro era bisognoso…” (At 4,34). La prova che il Cristo non solo è risorto, ma è vivo e operante all’interno della sua comunità, è che nessuno dei suoi componenti è bisognoso, perché ciascuno si sente responsabile non solo del bene, ma anche del benessere del fratello. Una comunità dove nessuno è bisognoso, dove non esistono creditori e debitori, è la prova evidente che in essa c’è qualcosa di speciale: la presenza viva e vivificante del Signore.

l’indicatore della propria fede è il portafoglio

Non certo per quel che contiene, ma per quel che è capace di dispensare. Avere fede significa fidarsi talmente del Padre da non preoccuparsi più per i propri bisogni, ed essere liberi di occuparsi delle necessità dei fratelli, certi che nel momento della necessità il Padre provvederà in maniera più abbondante di quel che si può desiderare, perché il Signore regala vita a chi comunica vita e, con chi è generoso, il Padre sarà abbondantemente generoso (Mt 10,8; Lc 6,38).

Ma l’insegnamento di Gesù sull’importanza del fare della propria vita un dono generoso, condividendo non solo quel che si è, ma anche quel che si ha, sembra essere disatteso proprio da quanti pretendono di essere suoi seguaci. Per questo Gesù ammonisce che “Nessuno può servire due padroni… non si può servire Dio e mammona” (Mt 6,24). Ma il più delle volte sono proprio le persone religiose quelle che riescono a servire Dio e i propri interessi (Lc 16,14), arrivando a usare Dio per il proprio lucro, come gli scribi, denunciati da Gesù come coloro che, con il pretesto delle preghiere, “divorano le case delle vedove” (Mc 12,40).

Gesù è molto chiaro: la fede nel Padre non si vede da ortodossi attestati di fedeltà alla dottrina, e neanche dal rispetto delle regole religiose, ma dalla capacità di essere generosi, di donare senza calcolo.

Quanti accumulano ricchezze, quanti speculano, quanti agiscono in base alla loro convenienza non credono in Dio, ma confidano nel suo rivale, mammona (vocabolo aramaico che indica il patrimonio, ed è passato a significare la ricchezza come base per la sicurezza dell’uomo).

L’istinto alla sopravvivenza, fa sì che l’uomo pensi di assicurare la sua esistenza mediante l’accumulo di beni. Ma Gesù avverte i suoi che la sete di possesso anziché portare serenità è causa di ansia, fonte inesauribile di inquietudine che divora l’animo della persona, così come le tarme e la ruggine consumano i tesori ammassati. La ricchezza infatti è paradossalmente fattore di apprensione, sia perché non sembra mai sufficiente, sia perché si teme il suo calo e la sua perdita (le tarme, la ruggine e i ladri, che minacciano il capitale, oggi hanno il nome di inflazione, di banche, di borsa). E comunque, anche se un uomo riuscisse ad accumulare e a conservare tutto quel che è riuscito ad ammassare, a che gli serve? A che giova, ammonisce Gesù, “guadagnare il mondo intero” e poi smarrire se stessi? (Mt 16,26; Lc 12,20). Per Gesù il valore della persona sta nella sua generosità: “La lampada del corpo è l’occhio; perciò se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso: ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso” (Mt 6,22-23). Nel linguaggio dell’epoca l’occhio limpido indicava la generosità della persona, in contrapposizione all’occhio cattivo, immagine della sua taccagneria (Dt 15,9; Mt 20,15). Nel rapporto che ha con il denaro si gioca l’esistenza dell’uomo: la generosità, espressa nella condivisione, lo porta a essere luce, l’egoismo che si manifesta nell’avarizia a essere tenebre.

Gesù dà molta importanza alla capacità dell’uomo di essere generoso, perché è da questo atteggiamento che dipendono la sua felicità o l’infelicità, la sua riuscita o il suo fallimento. Perché ciò sia ben compreso, Gesù lo insegna con argomenti a tutti accessibili: “Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre” (Mt 6,25). Di tutti gli animali che nel Talmud venivano benedetti dagli uomini, gli uccelli erano esclusi, perché ritenuti insignificanti oltreché nocivi. Eppure, dichiara Gesù, anche gli elementi irrilevanti della creazione sono oggetto della premura del Creatore amante della vita.

L’altro esempio Gesù lo prende dalla bellezza dei “gigli del campo”, e arriva a dichiarare che neanche l’ambizioso re Salomone, con tutta la sua boria, “vestiva come uno di loro” (Mt 6,28-30).

L’assicurazione di Gesù, che il Padre si occupa degli uccelli, che non “seminano, non mietono e non raccolgono nei granai” (Mt 6,26), e dei fiori, che “non faticano né filano” (Mt 6,28), non è un invito al fatalismo e all’inattività, ma alla fede nell’azione provvidenziale del Signore, che sarà ancora tanto più efficace negli uomini, che seminano e mietono, filano e faticano. Gesù non invita a non occuparsi, ma a non preoccuparsi. È questo che per Gesù differenzia il credente dal pagano. Quanti sono sempre in ansia per la loro vita (Che mangeremo? Che berremo?) e cercano nell’accumulo dei beni la risposta alla loro inquietudine sono la chiara dimostrazione che non credono nel Padre, ma negli idoli, nelle false divinità che, come mammona, ingannano, promettendo quel che non possono dare e, non avendo la capacità di trasmettere vita, comunicano solo morte.

Gesù offre un’alternativa a questo comportamento che è causa di rovina per l’uomo e di ingiustizia nella società. E invita gli uomini a sostituire l’affanno dell’accumulo dei beni con la scoperta gioiosa del dare (“Si è più beati nel dare che nel ricevere”, At 20,35). Per Gesù si possiede veramente solo quel che si dona. La vera ricchezza, quella che rimane per sempre e non può essere distrutta, consiste in quel che si è donato, e il bene fatto è l’unico bagaglio che l’uomo porta con sé entrando nella vita definitiva (Ap 14,13).

Quel che si trattiene non si possiede, ma possiede l’uomo, come insegna l’episodio del ricco, che ha rifiutato l’invito di Gesù a sbarazzarsi dei suoi beni perché “possedeva molte ricchezze” (Mt 19,22). Credeva di possedere le ricchezze, in realtà erano queste a possederlo. E per questo era triste. Quel che doveva dargli serenità era invece causa di afflizione.

L’invito di Gesù è di porre nella propria vita, come valore prioritario, “il regno e la sua giustizia” (Mt 6,33). Scegliere il regno significa aderire al programma di Gesù di cambiare le basi stesse della società e offrirle un’alternativa. Si tratta di rinunciare alla bramosia di possedere e scoprire la gioia del condividere. Questa è la scelta del regno, quella che può cambiare radicalmente la vita della persona e farle sperimentare che, quando si vive per il bene degli altri, si permette al Padre di prendersi cura del bene dei suoi figli. Allora, all’ansia per il domani si sostituisce la profonda fiducia nel presente, sperimentando che sarà “il domani a preoccuparsi di se stesso”, togliendo dalla vita del credente ogni ansia, inquietudine e aprendolo a una fiducia sempre più grande nel Padre.

natale mistico

 

presepe a Lucca

la fede una cosa da bambini? la fede ridotta ad una combinazione  di sentimento e fantasia dal momento che l’approccio critico al testo sacro evidenzia sempre più che la trdizionale ‘storia della salvezza’ che si riteneva poggiasse su fatti storici in realtà si rivela come una costruzione mitico-teologica?

M. Vannini, in questo bell’articolo apparso su ‘la Repubblica’ la vigilia di natale sostiene invece che “la fede non produce affatto credenze ma al contrario le toglie via tutte!:

Natale mistico

 

di Marco Vannini

in “la Repubblica” del 24 dicembre 2013

 

La nascita di Gesù fu posta dalla Chiesa latina al solstizio di inverno perché in quella data i romani

festeggiavano il sol invictus, ovvero il sole che, giunto al punto più basso del suo corso nel cielo,

non scompare, ma sembra fermarsi in attesa, e riprende da allora in poi vigore. Come molte altre,

questa festività cristiana prese così il posto di una pagana: Cristo, sole di giustizia, sostituì la

precedente divinità astrale.

In questi giorni del solstizio tutti provano comunque una sensazione di pace, che invita al

raccoglimento, alla meditazione, e non v’è dubbio che la stagione astronomica e meteorologica sia

per questo determinante: il tempo sembra fermarsi, la natura sembra silenziosa, in ascolto, la

vegetazione in attesa di rinascita. Oltre alla natura però contribuisce potentemente a questa

sensazione la cultura, ovvero il passato cristiano, la cui influenza continua a farsi sentire nella

nostra società post-cristiana: anche molti secoli dopo che Buddha era morto, come ricorda

Nietzsche, la sua ombra continuò ad essere presente.

E non meraviglia che sia così: quel passato era infatti ricco, forte, tanto – ad esempio – da dare a un

oscuro maestro elementare e a un povero parroco di villaggio l’ispirazione per quella

Stille Nacht, la cui struggente melodia, colma di nostalgia, muove tutti gli animi alla pace,

all’amore, indipendentemente da ogni religione.

Si capisce allora come la Chiesa cerchi di far leva su questo sentimento per cercare di ravvivare la

fede che una volta si riteneva fondata su reali eventi storici, ovvero sulla “storia della salvezza” che

da Adamo procede verso Cristo. Oggi, però, dal momento che quella storia appare per ciò che è, una

mera costruzione mitico-teologica, la fede si è ridotta a una combinazione di sentimento più

fantasia: una cosa da bambini, dunque. Non a caso ai nostri giorni il Natale è festa non solo per un

Bambino, ma soprattutto per bambini.

La fede è infatti in questo caso una credenza, che si difende con una sorta di infantile testardaggine,

ignorando la realtà, tanto storica quanto psicologica. Se invece la fede è volontà di verità, essa

guarda in faccia la realtà, scoprendo che quella credenza è desiderio di consolazione e

rassicurazione, frutto del desiderio di permanenza di un ego che si sente debole e incerto e che

perciò cerca “salvezza” nel rimando ad altro fuori di sé, restando così sempre nell’attesa,

nell’anelito. La fede allora non produce affatto credenze ma, al contrario, le toglie via tutte,

smascherando come menzogna anche l’immaginazione teologica. La fede – scrive san Giovanni

della Croce – «non solo non produce nozione e scienza, ma anzi accieca e priva l’anima di

qualunque altra notizia e conoscenza: la fede è notte oscura per l’anima e, quanto più la ottenebra,

tanto maggiore è la luce che le comunica». Fede come notte, dunque, ma una notte che mentre

libera da ogni presunto sapere di verità esteriori, fa risplendere una luce interiore, sapere non di

altro ma di se stessa, sapere che è un essere: questa, possiamo dire, è la vera stille nacht, heilige

nacht, notte silenziosa, notte santa.

La notte in cui Dio nasce nell’umanità è la notte prodotta dalla fede, ovvero il silenzio, il vuoto che

l’intelligenza ha fatto nell’anima. Il Natale, riferimento a una nascita del divino nel tempo, ha

dunque il senso di ri-cordare, nel suo senso etimologico di riportare all’interiorità, risvegliare

nell’anima nostra ciò che le è proprio ed essenziale: il divino che è nel suo fondo più intimo. Questo

è il passaggio

aus historie ins wesen, dalla storia all’essenza, come dicevano i mistici tedeschi,

ovvero da una verità esteriore, che non ha alcun effetto, a una verità interiore, che salva davvero.

La salvezza non è infatti dal peccato di un altro, Adamo, da cui un altro, Cristo, ti deve liberare, ma

da quel peccato davvero “originale” che è l’amore di sé. In te è Adamo, in te è Cristo, ovvero tanto

l’amore di te stesso quanto l’amore del Bene, e la salvezza ti appare nella sua realtà, non futura ma

presente, non sperata ma reale, quando il bene degli altri ti è caro quanto il tuo, assolutamente, in

nulla di meno. Niente può turbare allora la pace dell’anima: non a caso i mistici ripetono la

cosiddetta supposizione impossibile: se anche Dio mi destinasse all’inferno, sarei comunque

“salvo”.

Il senso vero del Natale non va dunque cercato all’esterno ma in se stessi, non in una costruzione

teologica, ma nel vuoto, nel distacco. Questo è anche il senso profondo della storia che precede e

rende possibile la nascita del Figlio, come del resto ogni nascita umana, ovvero la storia della

Madre: Maria fu capace di generare il divino per la sua umiltà, per la sua verginità, che non

significa una condizione fisica, ma il vuoto fatto in se stessa. Il Logos nasce infatti nell’anima di

ciascuno di noi quando essa è come Maria: distaccata, ovvero libera, spoglia di ogni preteso valore

e preteso sapere. Il mistico poeta Angelus Silesius perciò recita: «Davvero ancor oggi è generato il

Logos eterno! Dove? Qui, se in te hai dimenticato te stesso».

Il mistero del Natale si svela infatti quando si comprende il significato non blasfemo, ma al

contrario profondamente spirituale -anzi, esso solo cristiano, senza il quale la religione resta

superstizione, la fede credenza infantile – del principio che innerva la mistica: tutto quello che la

Sacra Scrittura dice di Cristo, si verifica totalmente anche in ogni uomo buono e divino.

Purtroppo tale principio fu condannato come eretico da uno di quei papi avignonesi che Dante

definisce “lupi rapaci”, separando così divino da umano, sacro da profano, avocando alla chiesa il

monopolio del sacro e con questo ribadendo la divisione ragione-fede, scienza-religione che perdura

ancora oggi e che costringe i “credenti” in quella condizione di minorità da cui l’illuminismo,

secondo le celebri parole kantiane, ha inteso togliere l’uomo occidentale.

Accanto a un Natale storico, nel quale una sola volta, in un solo luogo e in una sola persona, il

divino è nato sulla terra, c’è dunque un Natale eterno, per cui, secondo le parole di Origene, il

divino si genera nell’anima non una volta soltanto, ma in ogni istante, in ogni luogo e in ogni uomo,

in ogni pensiero che egli rivolge a Dio con purezza, in ogni gesto di amore che compie.

Anche se non legata al solstizio d’inverno, la nascita di Gesù è comunque un evento reale, non un

mito. In quanto ha a che fare con realtà profonde ed universali dell’anima umana, il mito riguarda

ciò che non è mai avvenuto ma in eterno avviene, come diceva un filosofo pagano, mentre per il

Natale noi dobbiamo dire: ciò che è avvenuto una volta e in eterno avviene. Attenzione però:

avviene solo se avviene. Perciò lo stesso poeta mistico che abbiamo prima citato lancia al suo

lettore un avvertimento davvero terribile: «Nascesse mille volte Cristo in Betlemme, se in te non

nasce, sei perduto in eterno».

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