i nostri giovani sono attratti sempre di più dall’estrema destra

l’estrema destra avanza tra i giovani

(e non stiamo facendo abbastanza per impedirlo)

‘Azione studentesca’ è un movimento attivo fra gli studenti delle scuole superiori, che si sta facendo strada a forza di slogan che ricordano il ventennio. E qual è la risposta degli istituti?

 

Sulla loro pagina Facebook campeggia la scritta: «Tutto per la patria. Il futuro si conquista combattendo». Occorre «ribellarsi», dicono, e «difendere la Patria», dove oggi «imperano il multiculturalismo e la mescolanza» e dove assistiamo alla «invasione migratoria che alimenta il business dell’accoglienza, che ci espone ai rischi del terrorismo». Sembra di sentir parlare Matteo Salvini o CasaPound. E invece sono stralci del manifesto di Azione Studentesca, il movimento dichiaratamente di destra attivo tra gli studenti delle scuole superiori che negli ultimi mesi che, come dice a Linkiesta il suo coordinatore nazionale Anthony La Mantia, «è cresciuto a livelli esponenziali».

Solo nell’ultimo mese Azione Studentesca è sbarcata a Modena, Montecatini, Arezzo, Lecce, Rovigo, Cassino. E poi manifestazioni e volantinaggio in ogni parte d’Italia, dalla Sicilia alla Lombardia, passando per Puglia, Lazio e Campania. Ma il risultato più eclatante, ottenuto in questi giorni, è arrivato nella roccaforte del Pd, a Firenze. Dopo i casi di Pistoia e Prato, infatti, anche nella città gigliata le elezioni della Consulta provinciale degli studenti sono state un trionfo della destra. I numeri parlano chiaro: 18mila voti ottenuti e 32 eletti su 58, con la presidenza finita appunto a un ragazzo di Azione Studentesca. «La nostra forza è il programma», dice La Mantia, che ci tiene a riconoscere come il movimento sia indipendente da partiti e forze politiche, «anche se collaboriamo attivamente in diverse realtà con Gioventù Nazionale, il movimento giovanile di Fratelli d’Italia».

Insomma, a suon di slogan che ricordano il ventennio, tanti studenti non ancora maggiorenni o appena sbarcati nella maggiore età virano verso la destra nazionalista e identitaria. Il responsabile fiorentino di Azione Studentesca, Dario Bordoni, lo dice senza giri di parole: «Il fascismo? Noi la vediamo come un’esperienza da non rinnegare». Fa niente se la nostra Costituzione, che pur si dovrebbe studiare a scuola, si fondi su principi antifascisti. Ma la lettura di La Mantia è lucida anche su quest’aspetto: «Riconosco che la componente identitaria ha giocato un ruolo importante. Prendiamo Firenze: in una città fondamentalmente di sinistra, essere di destra oggi è un’alternativa, un’alternativa valida». Una visione, questa, che coincide con quella del vicepresidente di CasaPound, Simone Di Stefano: «C’è un cambiamento in atto – dice a Linkiesta – La sinistra rappresenta il potere costituito: si è schiacciata sul pensiero unico che è quello che vige nella comunicazione del globalismo. E i giovani vanno dall’altra direzione». D’altronde, continua Di Stefano, «se le battaglie all’interno delle scuole devono essere per i bagni per i transessuali, dall’altra parte c’è più concretezza quando si riesce a parlare di valori, di lavoro, di patria».  

 

«Credo che il problema di fondo – dice interpellata sul punto da Linkiesta – sia quello di far conoscere ai giovani la nostra storia nazionale affinché comprendano che il nostro oggi poggia sulle spalle di altri giovani come loro che non avevano nessun diritto, che furono mandati in una guerra terribile e feroce ma che seppero conquistare ogni giorno, con la lotta della Resistenza, un mondo diverso».

Carla Nespolo

Che qualcosa sia venuto meno è riconosciuto anche da Alice Da Boit, rappresentante della Rete degli Studenti Medi, organizzazione studentesca di sinistra, che sarà vicepresidente della Consulta fiorentina. «Quanto accaduto qui – dice – non è una cosa da poco. È il segno di un cambiamento, dovuto a due ragioni: da una parte gli slogan populisti della destra che colpiscono alla pancia, dall’altra il disinteressamento da parte degli studenti per la vita politica studentesca». Di chi la colpa? Una lucida risposta arriva dalla neopresidente Anpi, Carla Nespolo: «Credo che il problema di fondo – dice interpellata sul punto da Linkiesta – sia quello di far conoscere ai giovani la nostra storia nazionale affinché comprendano che il nostro oggi poggia sulle spalle di altri giovani come loro che non avevano nessun diritto, che furono mandati in una guerra terribile e feroce ma che seppero conquistare ogni giorno, con la lotta della Resistenza, un mondo diverso».

Valori e ideali, forse, andati perduti. Perché, sottolineano ancora dalla Rete degli Studenti Medi, la vittoria di Azione Studentesca non nasce dal nulla. Nonostante La Mantia sottolinei che «noi non siamo razzisti», nell’ultimo periodo negli istituti fiorentini ci sono stati casi di ragazzi senegalesi pesantemente insultati per il colore della pelle, mentre una ragazza omosessuale è stata costretta a cambiare scuola per le violente accuse e minacce che le venivano rivolte. E i dirigenti in tutto questo? «La ragazza in questione – ci spiega Alice – era andata anche a parlare con la preside, ma poi la questione è morta lì». Non è un caso che la stessa Nespolo sottolinei come «molto resta da fare, sul piano politico e civile. Per il lavoro, l’ambiente, la salute e soprattutto per la pace. Ma partiamo da quello che i partigiani hanno conquistato per noi. Per proporre ai giovani e prima di tutto agli studenti questo ragionamento: in questo occorre un ruolo attivo della scuola, ma anche dell’informazione, della famiglia e di ogni forma di associazionismo».

Progetti importanti. Ma che per ora si scontrano con l’avanzata esponenziale di Azione Studentesca che rispediscono al mittente ogni tipo di accusa, convinti che si debba cambiare modo di intendere la società attuale e la storia passata. Ragazzi e ragazze che il 25 aprile, dicono, preferiscono andare al cimitero di Trespiano a commemorare i repubblichini di Salò. Per poi pubblicare video e foto della loro iniziativa sui social. E poi slogan e striscioni con tanto di font littoriano. E citazioni. «Tra mille infamie e mille tradimenti, passi sicuri, passi pesanti e lenti», si legge in un post. Così recitava l’inno di Terza Posizione, la formazione eversiva di destra attiva negli anni di piombo.

Nonostante La Mantia sottolinei che «noi non siamo razzisti», nell’ultimo periodo negli istituti fiorentini ci sono stati casi di ragazzi senegalesi pesantemente insultati per il colore della pelle, mentre una ragazza omosessuale è stata costretta a cambiare scuola per le violente accuse e minacce che le venivano rivolte.

la povertà dei giovani – i figli stanno peggio dei genitori e i nipoti peggio dei nonni

più sei giovane, più sei povero

di Roberto Ciccarelli
in “il manifesto” del 18 novembre 2017

I figli stanno peggio dei genitori e i nipoti peggio dei nonni. Ad ogni passaggio di testimone tra le generazioni la disuguaglianza aumenta, mentre la povertà cresce al diminuire dell’età. Più sei giovane, più sei precario

Negli anni corrispondenti alle politiche dell’austerità – gli ultimi cinque – questo dato strutturale prodotto dalla crisi finanziaria è esploso, colpendo più i giovani tra i 15 e i 34 anni rispetto agli over 65. Lo sostiene il rapporto su povertà giovanile ed esclusione sociale 2017 «Futuro anteriore», presentato ieri al circolo della Stampa Estera di Roma dalla Caritas italiana.

Un giovane su dieci vive in uno stato di povertà assoluta in Italia. Nel 2007 la proporzione era completamente diversa: era solo uno su cinquanta. Nei dieci anni successivi sono diminuiti i poveri tra gli over 65 (da 4,8% a 3,9%). Tornando indietro nel tempo, rispetto al 1995 il divario di ricchezza tra giovani e anziani si è ampliato: la ricchezza media delle famiglie con capofamiglia di 18-34 anni oggi è meno della metà, mentre quella delle famiglie con capofamiglia con almeno 65 anni è aumentata di circa il 60%. Si presuppone allora che il capofamiglia ultra-sessantenne sia il padre, o comunque un parente, di quello con meno di 34 anni. Questo significa che il primo sostiene il secondo, condividendo risorse e rendite necessarie per proteggere il nucleo ostaggio dei ricatti della precarietà: dall’affitto alla rata dell’asilo, dal sostegno economico in caso di lavori intermittenti o di spese per la nascita di un figlio. È il «welfare parentale» che sostituisce quello «sociale» esploso a causa delle riforme, dei tagli e della negazione dei diritti universali. L’Italia del 2017, in poche parole.

La Caritas osserva la situazione dai «Centri di ascolto in rete». Nel 2016 sono state 205.090 le persone che hanno chiesto qui ciò che non trovano sul «mercato» e non ottengono dallo Stato: un reddito e una tutela. Il 22,7% ha meno di 34 anni. Le richieste sono maggiori a Nord (46%), dove vivono più stranieri, il 33,7% nel Centro, il 20,2% al Sud. Oltre il 43% si è rivolto ai centri per la prima volta. La crisi per loro non è finita, moltiplica silenziosamente i suoi effetti mentre ai piani alti continuano a parlare di una «crescita» che non produce né occupazione fissa, né un’oncia di redistribuzione.

Lo status familiare degli under 34 va compreso meglio. Per la Caritas prevalgono le famiglie «tradizionali» con coniugi e figli (35%), seguite da quelle «uni-personali» (25,7%), in netto aumento rispetto al 2015. Formula macchinosa, e involontariamente parodistica, che significa: persona sola, single, disaffiliato. Persona che potrebbe vivere in coppia, ma si presenta come un individuo e non rientra nel welfare statale, né nelle statistiche. È ragionevole pensare che questa condizione – di «apolide» – sia quella più ricorrente in un paese come il nostro dove non si ha il coraggio di considerare il «precario» come soggetto di diritto, preferendo identificarlo con la «famiglia». Per queste «famiglie di se stessi» non è previsto un sostegno. Nemmeno il miserabile «reddito di inclusione» che il ministro del lavoro Poletti si è affrettato a garantire dal primo dicembre. Stando ai dati della Caritas non andrà nemmeno a gran parte delle famiglie «tradizionali», salvo che non abbiano fino a cinque figli e siano povere «assolute»

giovani di poca fede: da una ricerca di Garelli

cattolici ma non troppo

l’Italia dei giovani non crede più

una ricerca di Franco Garelli sulla religiosità tra i 18 e i 29 anni. Il fenomeno è più diffuso al Nord e tra quanti hanno frequentato l’università

Secondo la ricerca Eurisko su un campione di 1500 giovani, nel 2015 gli atei dichiarati erano il 28% (il 23% nel 2007); quelli che credono solo per tradizione famigliare il 36,3%, ma di questi il 22% afferma di non credere davvero in Dio

 di andrea tornielliGarelli

 Nel nostro paese Piccoli atei crescono. S’intitola così la ricerca curata dal sociologo Franco Garelli sulla religiosità degli italiani con età compresa tra i 18 e i 29 anni (Il Mulino, pp. 231, € 16). I risultati attestano che, in effetti, la secolarizzazione avanza tra i giovani del Belpaese, pur avendo ricevuto questi ultimi, per oltre il 90%, battesimo e prima comunione, e per il 77%, la cresima. L’Italia, un tempo «cattolicissima», è dunque ancora densamente popolata di battezzati sempre meno evangelizzati.

La ricerca, realizzata da Eurisko su un campione di circa 1500 giovani, è interessante sotto vari aspetti. Il 72% degli intervistati dichiara di credere in Dio (anche se ormai la fede intermittente prevale su quella certa); oltre il 70% si definisce in qualche modo «cattolico»; circa un giovane su quattro (27%) afferma di pregare alcune volte la settimana o più. Il dato sulla frequenza settimanale ai riti è decisamente più basso, coinvolgendo il 13% dei giovani (a cui segue un 12% che vi partecipa almeno una volta al mese), pur risultando il migliore nel panorama europeo. Siamo di fronte a una generazione ancora complessivamente «cattolica», osserva Garelli. Non si può pertanto parlare di un tracollo religioso, quanto piuttosto di una prosecuzione della «secolarizzazione dolce».

Perché allora quel titolo? Lo spiega il dato dei giovani non credenti, cresciuto di ben cinque punti percentuali in pochi anni: sono passati dal 23% del 2007 al 28% del 2015. I non credenti sono ormai uno dei gruppi più numerosi che si ottengono distinguendo i giovani a seconda del loro rapporto con la religione. Sono più dei «credenti convinti e attivi», ormai ridotti a una piccola minoranza del 10,5%. E sono più numerosi anche dei «credenti non sempre o poco praticanti», che rappresentano uno degli stili religiosi più diffusi nella nazione. I «piccoli atei» risultano secondi soltanto a un altro stile religioso in voga tra gli adulti ma anche tra i giovani: quello dei «credenti per tradizione e educazione» (36,3%), quanti cioè credono più per ragioni ambientali o anagrafiche o familiari che per motivi religiosi o spirituali. Vale inoltre la pena sottolineare che ben il 22% di questi «cattolici per tradizione e educazione» afferma in realtà di non credere in Dio, rientrando quindi in quella singolare forma religiosa che va sotto il nome di «appartenenza senza credenza». Se si sommano i non credenti dichiarati ai credenti per tradizione che però ammettono di non credere in Dio, si può concludere che i non credenti a livello giovanile siano oltre un terzo del totale.

Questi giovani non credenti sembrano rappresentare, osserva Garelli, «l’avanguardia moderna dell’Italia giovane, essendo maggiormente presenti nelle zone geografiche più dinamiche e produttive, tra quanti hanno un’istruzione elevata e nelle famiglie di medio-buona condizione socioculturale». Ad esempio, l’ateismo o l’indifferenza religiosa coinvolgono il 37% dei giovani del Nord, rispetto al 21% dei giovani del Mezzogiorno; e il 37% dei giovani che ancora studiano o hanno frequentato l’università, rispetto al 27% di quanti già lavorano e al 20% di chi non lavora.

La ricerca fa anche emergere una significativa difficoltà nel trasmettere ai figli la propria fede, specialmente quando è convinta e praticata. Al contrario, ateismo o religiosità soft si trasmettono più facilmente. Più della metà delle famiglie i cui genitori sono non credenti, infatti, hanno figli non credenti. E più della metà delle famiglie caratterizzate da un cattolicesimo culturale e poco religioso hanno figli che si riconoscono in questa stessa matrice religiosa.

Diversa è invece la situazione delle famiglie che si identificano in un cattolicesimo convinto e attivo. Solo il 22% di queste ha figli che si dichiarano «cattolici convinti e attivi». Tendenze, spiega Garelli, dalle quali si potrebbe concludere che le famiglie distanti da una prospettiva di fede hanno più probabilità delle famiglie religiosamente impegnate di trasmettere ai figli il proprio orientamento culturale. Sembra dunque più facile trasmettere da una generazione all’altra la «non credenza» o una «credenza debole» che un orientamento religioso più impegnato.

 

 

il ‘Dio’ dei nostri ragazzi è un ‘Dio a modo mio’

il Dio «a modo mio» dei Millennials

di Paolo Foschini
in “Corriere della Sera” del 15 febbraio 2016

giovani

«Ci credo perché spero che ci sia»

«E che alla fine metterà tutto a posto

«Ci credo perché Dio è la risposta»

«Io ci credevo, poi non ci ho più creduto, ma ora forse ci credo di nuovo»

naturalmente non è facile, se vuoi farlo sul serio, riassumere la ricerca di un senso della vita in una ricerca sociologica. Figurarsi in un sondaggio. Eppure eccoli, i credenti under 30. Quelli per i quali il «cristianesimo» è più un volersi bene che una religione, ma proprio per questo piace. Gli stessi per cui il «cattolicesimo» invece è un’istituzione e stop, pure un po’ noiosa, mentre «cattolico» è sinonimo di chi non salta una messa e buonanotte: alla larga, dicono. Ma poi dicono anche un’altra cosa. E cioè che però, nonostante tutto, anche loro, come miliardi di esseri umani da sempre, alla fine «ci credono». In Dio, in una speranza, in qualcosa. Fosse anche solo (solo?) un «Dio a modo mio». Appunto

 

È questo il titolo del volume che a cura di Rita Bighi e Paola Bignardi raccoglie i risultati di un’indagine promossa dall’Istituto Toniolo, quello che fondò e tuttora governa l’Università Cattolica, su Giovani e fede in Italia : che poi è anche il sottotitolo del lavoro. La pubblicazione (editrice Vita e pensiero) viene presentata oggi a Milano e costituisce un approfondimento del più vasto «Rapporto giovani» sostenuto da Fondazione Cariplo e Intesa Sanpaolo, partito nel 2013 con novemila interviste sulle aspettative dei 18-30enni e via via proseguito con altre analisi su cose tipo il lavoro, le istituzioni, la felicità.

Questa volta l’indagine è basata su colloqui anche piuttosto lunghi. Con 23 intervistatori per 150 intervistati, tutti battezzati, presi tanto in paesini minuscoli quanto in grandi città da un capo all’altro d’Italia e divisi in due categorie di età, 19-21 e 27-29 anni. Ne è venuto fuori un ritratto fatto di storie più che di numeri, ma con alcune costanti. L’avvicinamento alla religione per tradizione familiare, il catechismo vissuto soprattutto come un elenco di comandamenti, la prima comunione fatta perché si doveva e poi la fuga dopo la cresima («non ne potevo più»), a dispetto del «bel ricordo» dell’oratorio. Finché più avanti, sui 25 anni, a volte ritornano. Magari perché capita un fatto doloroso, o l’incontro con un prete giusto. Così come un prete sbagliato poteva averli fatti allontanare. Quel che è cambiato, rispetto agli anni del catechismo, è che oggi Dio per loro è un’altra cosa: «Credo nel mio Dio ma non nel loro », dicono. Anche quando a messa ci vanno. Perché vivono la faccenda non come religione ma come sistema di valori. Un’etica. Fatta di «amore, rispetto, eguaglianza». Altra cosa dalla istituzione «Chiesa», che associano a «clero corrotto», «esteriorità», «regole». Per questo, al contrario, son praticamente zero quelli a cui non piace papa Francesco. E se potrebbe apparire facile liquidare come «comoda» l’idea di questo che una definizione ormai non recente qualifica come un Dio-fai-da-te, la ricerca sottolinea invece l’importanza che sia proprio la Chiesa, oggi, a dover rinnovare il suo linguaggio: che «non passa per un più abile uso dei media — scrivono le curatrici — ma per una maggiore coerenza tra dire e fare». Forse la cosa più bella — quella che se bastasse dirla per crederci convertirebbe il mondo intero — è la risposta di uno degli intervistati alla domanda su cosa ci trova nel credere in Dio: «Ci trovo che Lui ti fa sentire amato, speciale, nonostante magari tu non sia il meglio o creda di non esserlo. Ci trovo che Lui non fa cose nuove, diciamo, ma fa nuove tutte le cose». Sarà anche Dio a modo mio, ma qualche teologo ha qualcosa da dire su un Tizio del genere?

Alcune testimonianze raccolte da Elena Tebano

La studentessa

«Vado a messa ma sono critica verso la Chiesa» «Sono credente, cattolica praticante e in ricerca». Francesca Minonne, 26 anni,
di Lecce, studentessa di lettere a Milano, si definisce così: «Vado a messa la domenica, mi riconosco nei valori cristiani (come l’analisi di coscienza, la ricerca personale, la famiglia, l’apertura al prossimo) — spiega —. Però vedo criticamente la Chiesa come istituzione». Per Francesca, come per molti della sua generazione, i «Millenials», la spiritualità è un bisogno profondo che però scarta di lato di fronte alla sua organizzazione terrena: «La difficoltà è soprattutto calare i dogmi nel mondo che ci circonda — dice —. Continuo a cercare risposte e questo mi ha fatto capire che la fede per me è importante, ma se non fosse stato per le suore del mio vecchio oratorio e un parroco a casa, forse me ne sarei allontanata».

Il dirigente

«Ogni giorno trovo lo spazio per pregare» Alberto Ratti, 28 anni, di Milano, ha scelto di lavorare come amministratore di un’isti-tuzione cristiana, l’Università Cattolica. «Per me è importante vivere la fede quotidianamente — spiega —. Ogni giorno mi ritaglio uno spazio di preghiera». Il suo rapporto con la religione è diventato più profondo alle superiori ed è un cammino intellettuale oltre che spirituale: «Le mie figure di riferimento più importanti sono Giuseppe Lazzati, che ha insistito sul ruolo del laicato nel cattolicesimo, e poi il Cardinal Martini. Mi riconosco nella Chiesa come “ospedale da campo” di Papa Francesco». Che non significa rinunciare alle domande: «Cerco di seguire il magistero, ma mi interrogo su molti temi. Come le unioni civili: mi sembra una richiesta condivisibile su cui noi cattolici dovremmo riflettere».

La scout

«Lo incontro nella natura e nel volontariato» «Quando partecipo ai sacramenti ci credo fermamente, ma non mi riconosco nella Chiesa: è troppo rigida, limitante, ristrettiva. Per me il rapporto con Dio è più individuale». Carola Costanza, 20 anni, di Licata, in Sicilia, è scout, e prima dell’Agesci ha girato varie associazioni cattoliche. Le ha lasciate perché «spesso la mediazione dei sacerdoti è eccessiva — spiega —. Il mio momento di svolta: avevo 16 anni e in un viaggio con il gruppo fummo rimproverati perché in autobus cantavamo Albachiara». Ha a che vedere come vive la religione: «Non credo che debba esserci solo negazione e senso di colpa. Fede speranza e carità per me sono valori fondamentali. Ma sento Dio soprattutto quando sono nella natura o faccio servizio agli altri». (Testi a cura di Elena Tebano)

tempi di post-secolarizzazione – e i nostri giovani?

il giovane post-secolarizzato

di Gilberto Borghi

giovani

nuovi numeri sul calo di interesse dei giovani per la religione. Ma le letture alla John Lennon non è affatto detto che interpretino davvero la realtà…

Qualche giorno fa ho trovato sulle pagine “on line” dell’Espresso-Repubblica questo articolo  a firma di Lorenzo Di Pietro sul tema che da anni mi appassiona: il rapporto tra i giovani, la fede e la religione. Di Pietro, partendo da una serie di dati raccolti da tre fonti diverse, descrive un quadro in cui il calo di interesse dei giovani per la religione e la fede è indice, a suo dire, di “un processo di secolarizzazione in corso nel Paese, che coinvolge anche i giovani e vede nelle donne un ulteriore elemento di spinta verso una società più laica ed emancipata”.

Non ho dubbi sui dati che Di Pietro riporta. Qualche dubbio ce l’ho – invece – sulla lettura che di questi dati viene proposta nell’articolo. Intanto perché chi si occupa di queste cose sa benissimo che un conto è la relazione tra i giovani e la religione istituzionale – in gran parte identificata con la Chiesa Cattolica – e un altro è quello tra i giovani e la fede, cioè la dimensione spirituale e la “sensibilità religiosa”. Sostenere che la presa di distanza dalla religione equivale ad un calo della sensibilità religiosa indica solo che l’immagine di questi giovani che si sta proponendo è ottenuta senza avere avuto mai con loro una relazione diretta, sul campo, su questi temi.

In secondo luogo collegare direttamente la presa di distanza dei giovani dalla religione istituzionale con una positiva emancipazione della società vuol dire continuare a leggere il cambiamento sociale con strumenti che oggi non danno ragione sufficiente di ciò che è sotto i nostri occhi: la “laicizzazione” della società, alla francese, cioè religiosamente neutralista, produce estremizzazione religiosa non emancipazione. John Lennon che canta “and no religion too“, per una società che viva in pace, è stato clamorosamente smentito dai fatti. Né i comunismi più “duri e puri”, né i capitalismi più “selvaggi e liquidi” sono riusciti a “uccidere” la religione. Con buona pace di chi se ne rammarica.

L’articolo di Di Pietro – però – ha il merito di riportare l’attenzione su alcuni dati, che erano già noti da tempo, ma che troppo presto, in casa cattolica, sono stati messi da parte. In primo luogo il progressivo e perdurante calo di chi sceglie di avvalersi dell’insegnamento della religione, numero più che raddoppiato in questi ultimi vent’anni. Secondo: l’erosione, anche qui progressiva e costante, della partecipazione ai sacramenti dell’iniziazione cristiana, indicata in circa 15 punti percentuali in meno dal ’95 ad oggi. Terzo, ma non ultimo, la percezione di “appartenenza” religiosa dei giovani, che passa, in ambito cattolico, da un quasi 50% del ’84 a circa il 30% di oggi. Con la contemporanea crescita di chi si dichiara “non appartenente” ad alcuna religione, che, nello stesso periodo, sale di oltre il doppio.

Se poi questi dati vengono messi assieme ad altri (che Di Pietro forse non conosce) il quadro si fa più complesso ancora. Quello, ad esempio, di quasi 2 giovani su 3 che dichiarano di coltivare una forma di spiritualità personale. E di quasi 3 su 4 che dichiarano di credere nell’esistenza di una qualche forma di vita superiore. E ancora, quello di chi ammette una percezione positiva del senso della vita, quasi il 70%, connesso in qualche modo ad un’altra esistenza dopo la morte. (Per chi volesse andare alla fonti consiglio un libro splendido: A. Castegnaro – Fuori dal recinto. Giovani, fede e Chiesa: uno sguardo diverso).

Come si possono, allora, tenere insieme tutti questi dati? Un’ipotesi è che – a differenza di quanto afferma di Pietro – i giovani annuncino la fine della secolarizzazione e, come conseguenza dell’essere post-secolari, la riorganizzazione della dimensione religiosa su strade molto diverse. Strade non “istituzionali”, perciò spesso non rintracciabili dalla Chiesa, ma sulle quali il sentimento religioso appare ancora potentemente presente.

Strade in cui il credere si manifesta sempre più come desiderio di un’esperienza diretta di relazione col mistero, capace di produrre coinvolgimento e sentimento, anche in forme poco elaborate e per certi aspetti non razionalizzabili. Dove cioè le esperienze attraggono molto più dei catechismi e si coglie la tendenza a passare dal credere in Dio al credere nel mistero di Dio, dalla dogmatica alla mistica.

Altro che la prima generazione incredula, perciò! Una generazione invece che sembra annunciare un’epoca diversa. Dove il senso del nostro stare al mondo non arriva più come scoperta e accettazione di un patrimonio culturale consolidato, né tantomeno dalla possibilità di essere costruito con le nostre stesse mani. Ma come esperienza che la vita ci può regalare, ben al di là dello “schema” in cui il sistema culturale ci spinge a restare, e che ci può aprire all’inatteso che speriamo.

 

Giovani disoccupati oltre il 40%

 amici

peggiora in modo preoccupante la condizione giovanile metà della quale tra poco si ritrova senza lavoro, con tutto quello che ne consegue:

Ue e Ocse: “L’instabilità italiana rischia di contagiare l’Europa”

Confindustria: con la crisi politica Pil in calo per tutto il 2014

La recessione.

(Elena Polidori)

 L’instabilità politica spaventa la Ue e l’Ocse che avvertono: «La crisi italiana minaccia l’Europa e la sua fragile ripresa». La Confindustria fa anche una stima: se continuasse questa incertezza, il Pil nazionale avrebbe il segno meno per tutto il 2014. L’Italia va al voto di fiducia portandosi appresso dati allarmanti sulla disoccupazione giunta al 12,2%, il top dal 1977; per i giovani questa percentuale sale al 40,1%, un record storico. Così, mentre i mercati scommettono sulla sopravvivenza del governo Letta, l’Istat diffonde i dati allarmanti sul lavoro, «la realtà cruda del paese», come la chiama il leader Cisl Bonanni, la «conferma della stagnazione», come la definisce il ministro Giovannini. Il Cnel aggiunge un particolare al quadro già drammatico dei giovani: uno su quattro non solo non lavora ma non studia neppure; i precari sono 3 milioni. Sono dati che farebbero soffrire qualunque paese, ancor più se si trova in una situazione politica delicata, incerta. Ed è su questo che basa le sue stime la Confindustria: Pil negativo e pure un esercito di posti di lavoro persi. Sempre su questo insistono Olli Rehn, Martin Schulz e Angel Gurria, ovvero il commissario per l’economia Ue, il presidente del Parlamento europeo ed il segretario generale dell’Ocse. Il senso del loro messaggio, quasi un appello, è chiaro: una Italia politicamente incerta costituisce una minaccia per la ‘fragile ripresa’ dell’economia, che oltretutto sta affacciandosi solo adesso. E questa minaccia è destinata a fuoriuscire dai confini nazionali diventando un pericolo per tutti. «Per l’intera zona euro’, puntualizza Rehn. E Schulz: ‘Non si può aprire una crisi per interessi particolari. Una caduta del governo creerebbe enormi turbolenze politiche e sui mercati finanziari’. Gurria si preoccupa soprattutto di smantellare il gran can can sulle tasse sulla casa: l’Ocse «è sempre stato contrario all’abolizione dell’Imu». Nella sua analisi la cancellazione di questa tassa non aiuta a diminuire la pressione fiscale sui salari e gli investimenti, come invece sarebbe opportuno. In sede europea la tenuta del governo è vista come imprescindibile. Schulz, il più politico dei tre, si preoccupa anche di argomentare che chi voterà a favore di Letta «non sarà né un traditore né un eroe, ma un deputato e un senatore responsabile ». Per essere ancora più sicuro dell’esito del voto, ha pure telefonato al segretario del Pd Epifani, perché «anche loro» devono sostenere l’esecutivo con tutti i mezzi. Lo stato dell’economia lo impone. Non a caso Rehn auspica ‘il ritorno della stabilità politica il prima possibile ». Bisogna poter prendere le decisioni utili alla crescita e all’occupazione. Un mini-segnale positivo in questo quadro fatto di tanti segni meno, arriva dal cosiddetto clic day, l’operazione per la raccolta delle domande di assunzione delle aziende relative agli under 30. Assunzioni con incentivi, ovviamente. Ebbene, in tre ore ne sono arrivate circa 5.500.

Da La Repubblica del 02/10/2013.

la solitudine dei ragazzi di oggi

 

 

gattino signorile

i giovani di oggi, l’emergenza lavoro, la loro solitudine, anche se in overdose di social media

Anche trent’anni fa c’era una simile emergenza lavorativa, ma ora la situazione sembra qualitativamente cambiata: i nostri ragazzi oggi sono tremendamente più soli

Sociologi, storici e giornalisti descrivono le diversità dei due momenti storici (nel link sottostante):