Europa malata di indifferenza

 papa Francesco

l’Europa malata di indifferenza e chiusura, serve misericordia

Udienza al Pontificio Comitato per i Congressi Eucaristici internazionale:

oggi nel mondo un «fiume carsico di miseria» provocato da «tante forme di paura, sopraffazione, arroganza, malvagità, odio». I cristiani siano un «balsamo» per l’umanità ferita

salvatore cernuzio

Famiglie in difficoltà, giovani e adulti senza lavoro, malati e anziani soli, migranti: sono tante le situazioni in questa «Europa malata d’indifferenza e attraversata da divisioni e chiusura» nelle quali i cristiani sono chiamati a «versare il balsamo della misericordia con opere spirituali e corporali». Ancora una volta Papa Francesco posa lo sguardo sulle categorie umane più ferite, segnate «da fatiche e violenze e altre povertà», e nel suo discorso ai membri del Pontificio Comitato per i Congressi Eucaristici internazionali, ricevuti in udienza questa mattina in Vaticano, richiama la responsabilità di tutti i credenti a compiere azioni concrete in nome di quella misericordia che, seppur sia una «parola quasi tolta dal dizionario della cultura attuale», dev’essere iniettata nuovamente nelle vene del mondo.  

Occorre riportare «in superficie parole di Vangelo che le nostre città hanno spesso dimenticato»: questa è, secondo il Papa, l’urgenza per il tempo attuale in cui «tutti si lamentano per il fiume carsico di miseria che percorre l’esperienza della nostra società». «Si tratta – evidenzia il Pontefice – di tante forme di paura, sopraffazione, arroganza, malvagità, odio, chiusure, noncuranza dell’ambiente, e così via. E tuttavia i cristiani sperimentano ogni domenica che questo fiume in piena non può nulla contro l’oceano di misericordia che inonda il mondo».

In questo scenario drammatico «i cristiani rinnovano prima di tutto, di domenica in domenica, il gesto semplice e forte della loro fede: si radunano nel nome del Signore riconoscendosi fratelli. E si ripete il miracolo: nell’ascolto della Parola e nel gesto del Pane spezzato anche la più piccola e umile assemblea di credenti diventa corpo del Signore, suo tabernacolo nel mondo». Ogni celebrazione dell’Eucaristia diventa così «incubatrice degli atteggiamenti che generano una cultura eucaristica», una cultura, cioè, che «spinge a trasformare in gesti e atteggiamenti di vita la grazia di Cristo che sì è donato totalmente». Che porta quindi alla comunione, alla fraternità e alla misericordia, tutti valori apprezzabili e percepibili anche al di là dell’appartenenza ecclesiale.

La comunione in particolare, spiega Papa Bergoglio, è una «vera sfida» per la pastorale eucaristica, perché si tratta di aiutare i fedeli a vivere in Cristo e con Cristo «nella carità e nella missione». Da ciò, dalla logica cioè del «corpo donato» e offerto per molti, si entra nella logica del servizio: «I cristiani servono la causa del Vangelo inserendosi nei luoghi della debolezza e della croce per condividere e sanare», afferma il Pontefice. Essi diventano «servitori dei poveri, non in nome di una ideologia ma del Vangelo stesso, che diventa regola di vita dei singoli e delle comunità, come testimonia l’ininterrotta schiera di santi e sante della carità».

In questo modo «la misericordia», dice il Papa, entra «nelle vene del mondo e contribuisce a costruire l’immagine e la struttura del Popolo di Dio adatta al tempo della modernità».

A conclusione, Francesco ricorda il prossimo Congresso Eucaristico Internazionale che si terrà nel 2020 a Budapest, in Ungheria (all’udienza è presente infatti la Delegazione del comitato ungherese guidata dal cardinale Peter Erdő). «Questo evento – rileva il Pontefice – sarà celebrato nello scenario di una grande città europea, dove e comunità cristiane attendono una nuova evangelizzazione capace di confrontarsi con la modernità secolarizzata e con una globalizzazione che rischia di cancellare le peculiarità di una storia ricca e variegata».

Portando avanti «una storia più che centenaria», il prossimo Congresso è chiamato pertanto ad «indicare questo percorso di novità e di conversione, ricordando che al centro della vita ecclesiale c’è l’Eucaristia», mistero «capace di influenzare positivamente non solo i singoli battezzati, ma anche la città terrena in cui si vive e si lavora». Auspicio del Papa è dunque che l’appuntamento eucaristico di Budapest possa «favorire nelle comunità cristiane processi di rinnovamento» che si traducano nel diffondersi di una «cultura eucaristica capace di ispirare gli uomini e le donne di buona volontà nei campi della carità, della solidarietà, della pace, della famiglia, della cura del creato».

l’inferno di Auschwitz e il nostro presente di indifferenza globalizzata

indifferenza seriale

“Come è stato possibile l’inferno di Auschwitz?”,

ci chiediamo, oggi, scandalizzati

mentre vediamo i migranti affogare in mare o tra i pomodori. Di quelli che invece rimangono in Libia siamo contenti perché rafforzano l’immagine di un Paese capace di ridurre gli sbarchi. D’altronde vuoi mettere: meglio morire subito in Libia che successivamente nel Mediterraneo dopo aver pagato inutilmente gli scafisti. Nel primo modo almeno si risparmia. Sono soddisfazioni.

“Come è stato possibile l’inferno di Auschwitz?”,

ci chiediamo, oggi, scandalizzati

mentre vediamo le bombe fabbricate in Italia esplodere in giro per il mondo. D’altronde l’importante è dichiararsi, nei sondaggi, contrari alla guerra e pure alla violenza (escluso il posto di lavoro e lo stadio).

“Come è stato possibile l’inferno di Auschwitz?”,

ci chiediamo, oggi, scandalizzati

mentre riempiamo gli ospizi di anziani. Ma non si tratta di abbandono, infatti ci preoccupiamo di mantenere le giuste relazioni dei nostri cari affidandoli alle premure di Rete 4.

“Come è stato possibile l’inferno di Auschwitz?”,

ci chiediamo, oggi, scandalizzati

mentre assistiamo alle manganellate di ordine pubblico che ricevono studenti, precari e disoccupati. Protestare rimane comunque consentito (al limite anche giusto) purché non si blocchi il traffico e non si disturbi il potere mentre produce disoccupazione e precariato. Che non è semplice e richiede concentrazione.

Testo di Elie Wisel:

Mai dimenticherò quella notte, la prima notte del campo,
che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata.
Mai dimenticherò quel fumo.
Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto.
Mai dimenticherò quelle fiamme che consumarono per sempre la mia Fede.
Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere.
Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto.
Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai.

(Elie Wiesel, La notte, trad. Daniel Vogelmann, Giuntina, Firenze 2012, p 39-40)

 

da Altranarrazione

il peccato di ‘omissione’ come ‘infifferenza globalizzata’

Il grande peccato dell’indifferenza

di papa Francesco
in “L’Osservatore Romano” del 20-21 novembre 2017

Abbiamo la gioia di spezzare il pane della Parola, e tra poco di spezzare e ricevere il Pane eucaristico, nutrimenti per il cammino della vita. Ne abbiamo bisogno tutti, nessuno escluso, perché tutti siamo mendicanti dell’essenziale, dell’amore di Dio, che ci dà il senso della vita e una vita senza fine. Perciò anche oggi tendiamo la mano a Lui per ricevere i suoi doni. Proprio di doni parla la parabola del Vangelo. Ci dice che noi siamo destinatari dei talenti di Dio, «secondo le capacità di ciascuno» (Mt 25,15). Prima di tutto riconosciamo questo: abbiamo dei talenti, siamo “talentuosi” agli occhi di Dio. Perciò nessuno può ritenersi inutile, nessuno può dirsi così povero da non poter donare qualcosa agli altri. Siamo eletti e benedetti da Dio, che desidera colmarci dei suoi doni, più di quanto un papà e una mamma desiderino dare ai loro figli. E Dio, ai cui occhi nessun figlio può essere scartato, affida a ciascuno una missione. Infatti, da Padre amorevole ed esigente qual è, ci responsabilizza. Vediamo che, nella parabola, a ogni servo vengono dati dei talenti da moltiplicare. Ma, mentre i primi due realizzano la missione, il terzo servo non fa fruttare i talenti; restituisce solo quello che aveva ricevuto: «Ho avuto paura – dice – e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo» (v. 25). Questo servo riceve in cambio parole dure: «malvagio e pigro» (v. 26). Che cosa non è piaciuto al Signore di lui? In una parola, forse andata un po’ in disuso eppure molto attuale, direi: l’omissione. Il suo male è stato quello di non fare il bene. Anche noi spesso siamo dell’idea di non aver fatto nulla di male e per questo ci accontentiamo, presumendo di essere buoni e giusti. Così, però, rischiamo di comportarci come il servo malvagio: anche lui non ha fatto nulla di male, non ha rovinato il talento, anzi l’ha ben conservato sotto terra. Ma non fare nulla di male non basta. Perché Dio non è un controllore in cerca di biglietti non timbrati, è un Padre alla ricerca di figli, cui affidare i suoi beni e i suoi progetti (cfr v. 14). Ed è triste quando il Padre dell’amore non riceve una risposta generosa di amore dai figli, che si limitano a rispettare le regole, ad adempiere i comandamenti, come salariati nella casa del Padre (cfr Lc 15,17). Il servo malvagio, nonostante il talento ricevuto dal Signore, che ama condividere e moltiplicare i doni, l’ha custodito gelosamente, si è accontentato di preservarlo. Ma non è fedele a Dio chi si preoccupa solo di conservare, di mantenere i tesori del passato. Invece, dice la parabola,

colui che aggiunge talenti nuovi è veramente «fedele» (vv. 21.23), perché ha la stessa mentalità di Dio e non sta immobile: rischia per amore, mette in gioco la vita per gli altri, non accetta di lasciare tutto com’è. Solo una cosa tralascia: il proprio utile. Questa è l’unica omissione giusta. L’omissione è anche il grande peccato nei confronti dei poveri. Qui assume un nome preciso: indifferenza. È dire: “Non mi riguarda, non è affar mio, è colpa della società”. È girarsi dall’altra parte quando il fratello è nel bisogno, è cambiare canale appena una questione seria ci infastidisce, è anche sdegnarsi di fronte al male senza far nulla. Dio, però, non ci chiederà se avremo avuto giusto sdegno, ma se avremo fatto del bene. Come, concretamente, possiamo allora piacere a Dio? Quando si vuole far piacere a una persona cara, ad esempio facendole un regalo, bisogna prima conoscerne i gusti, per evitare che il dono sia più gradito a chi lo fa che a chi lo riceve. Quando vogliamo offrire qualcosa al Signore, troviamo i suoi gusti nel Vangelo.

Subito dopo il brano che abbiamo ascoltato oggi, Egli dice: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). Questi fratelli più piccoli, da Lui prediletti, sono l’affamato e l’ammalato, il forestiero e il carcerato, il povero e l’abbandonato, il sofferente senza aiuto e il bisognoso scartato. Sui loro volti possiamo immaginare impresso il suo volto; sulle loro labbra, anche se chiuse dal dolore, le sue parole:
«Questo è il mio corpo» (Mt 26,26). Nel povero Gesù bussa al nostro cuore e, assetato, ci domanda amore. Quando vinciamo l’indifferenza e nel nome di Gesù ci spendiamo per i suoi fratelli più piccoli, siamo suoi amici buoni e fedeli, con cui Egli ama intrattenersi. Dio lo apprezza tanto, apprezza l’atteggiamento che abbiamo ascoltato nella prima Lettura, quello della «donna forte» che «apre le sue palme al misero, stende la mano al povero» (Pr 31,10.20). Questa è la vera fortezza: non pugni chiusi e braccia conserte, ma mani operose e tese verso i poveri, verso la carne ferita del Signore. Lì, nei poveri, si manifesta la presenza di Gesù, che da ricco si è fatto povero (cfr 2 Cor 8,9). Per questo in loro, nella loro debolezza, c’è una “forza salvifica”. E se agli occhi del mondo hanno poco valore, sono loro che ci aprono la via al cielo, sono il nostro “passaporto per il paradiso”. Per noi è dovere evangelico prenderci cura di loro, che sono la nostra vera ricchezza, e farlo non solo dando pane, ma anche spezzando con loro il pane della Parola, di cui essi sono i più naturali destinatari. Amare il povero significa lottare contro tutte le povertà, spirituali e materiali. E ci farà bene: accostare chi è più povero di noi toccherà la nostra vita. Ci ricorderà quel che veramente conta: amare Dio e il prossimo. Solo questo dura per sempre, tutto il resto passa; perciò quel che investiamo in amore rimane, il resto svanisce. Oggi possiamo chiederci: “Che cosa conta per me nella vita, dove investo?” Nella ricchezza che passa, di cui il mondo non è mai sazio, o nella ricchezza di Dio, che dà la vita eterna? Questa scelta è davanti a noi: vivere per avere in terra oppure dare per guadagnare il cielo. Perché per il cielo non vale ciò che si ha, ma ciò che si dà, e «chi accumula tesori per sé non si arricchisce presso Dio» (Lc 12,21). Non cerchiamo allora il superfluo per noi, ma il bene per gli altri, e nulla di prezioso ci mancherà. Il Signore, che ha compassione delle nostre povertà e ci riveste dei suoi talenti, ci doni la sapienza di cercare ciò che conta e il coraggio di amare, non a parole ma coi fatti.

contro l’indifferenza!

amici

una vera e propria ode alla partecipazione, al coinvolgimento, alla responsabilità di A. Gramsci

Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?

Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.

Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.

11 febbraio 1917 Antonio Gramsci

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