“abbatteremo tutti i muri” parola di papa francesco

la preghiera del ‘vescovo vestito di bianco’

“abbatteremo i muri”

Fatima, la supplica di Francesco a Maria. Bergoglio parla di sé stesso usando le stesse parole del Terzo Segreto. Implora pace e «concordia fra tutti i popoli»
“percorreremo così ogni rotta, andremo pellegrini lungo tutte le vie, abbatteremo tutti i muri e supereremo ogni frontiera, uscendo verso tutte le periferie, manifestando la giustizia e la pace di Dio”

Francesco in preghiera nella Cappellina delle Apparizioni

 andrea tornielli

«Guardo la tua veste di luce e come vescovo vestito di bianco ricordo tutti coloro che, vestiti di candore battesimale, vogliono vivere in Dio e recitano i misteri di Cristo per ottenere la pace». Francesco è assorto in preghiera davanti alla statua della Madonna di Fatima, davanti alla cappellina delle apparizioni del Santuario di Fatima. E recitando la supplica rivolta alla Vergine usa l’espressione contenuta nel testo del Terzo Segreto di Fatima per definire sé stesso: «vescovo vestito di bianco». Come si ricorderà, nel mettere nero su bianco venticinque anni dopo la visione ricevuta il 13 luglio 1917, suor Lucia aveva parlato di un «vescovo vestito di bianco» che subisce il martirio insieme a tanti altri cristiani, affermando di aver avuto il presentimento che si trattasse «del Santo Padre» 

Nella preghiera, intercalata dal canto di invocazioni mariane, Francesco si è presentato come «pellegrino della pace» e ha aggiunto: «Imploro per il mondo la concordia fra tutti i popoli». Il Papa ha chiesto alla Madonna di guardare «i dolori della famiglia umana che geme e piange in questa valle di lacrime». «Fa’ che seguiamo – ha continuato Bergoglio – l’esempio dei beati Francesco e Giacinta, e di quanti si consacrano all’annuncio del Vangelo. Percorreremo così ogni rotta, andremo pellegrini lungo tutte le vie, abbatteremo tutti i muri e supereremo ogni frontiera, uscendo verso tutte le periferie, manifestando la giustizia e la pace di Dio».

«Saremo, nella gioia del Vangelo – ha concluso – la Chiesa vestita di bianco, del candore lavato nel sangue dell’Agnello versato anche oggi nelle guerre che distruggono il mondo in cui viviamo». L’invocazione della pace e la memoria del sangue versato dalle vittime delle guerre è dunque presente fin dal primo atto pubblico nel santuario, dove si sono radunati decine di migliaia di pellegrini.

Francesco è arrivato al santuario in elicottero dalla base aerea militare di Monte Real, accolto da decine di migliaia di fedeli, che hanno atteso il passaggio della papamobile per salutarlo e in qualche caso per lanciare petali di fiori. Nonostante le previsioni metereologiche non fossero delle migliori, quando il Papa è giunto al santuario il cielo era sereno. Ha deposto ai piedi della statua un mazzo di fiori bianchi e si è fermato a lungo a pregare rimanendo in piedi di fronte all’effigie mariana, seguito con commozione da tutti i fedeli.

La corona di quella statua, oggi conservata nel museo del santuario, porta incastonata nella corona la pallottola estratta dal corpo di Giovanni Paolo II dopo l’attentato del 13 maggio 1981. Un profondo silenzio è calato sulla spianata dove si trovava la Cova da Iria, la conca naturale utilizzata dai tre pastorelli veggenti per portare il gregge al pascolo. Prima di lasciare la cappellina, Francesco ha donato alla Madonna delle rose d’oro, dono tradizionale dei Pontefici per grandi santuari mariani.

nonostante tutto i costruttori di muri sono da aiutare

“aiutiamo i costruttori di muri e barricate”

Tonio Dell’Olio

 

Tonio Dell'Olio

Mi commuove quella notiziola secondaria relegata in un trafiletto scarno di un solo organo d’informazione che racconta della colletta dei cristiani di Erbil in Iraq per i terremotati italiani. Sono riusciti a raccogliere ventimila dollari e li hanno consegnati al Nunzio Apostolico perché li invii alla Caritas Italiana.
Perché alla fine resta vero che il dovere della solidarietà viene compreso soprattutto da chi ha sperimentato la precarietà sulla propria pelle.

gorino-barricate

Chi invece erge muri e barricate, di fatto si costruisce una prigione, si chiude dentro un presunto paradiso artificiale separandosi dal mondo. Si condanna a una solitudine collettiva o a un egoismo sterile.
È urgente fare qualcosa per loro, tendergli la mano per salvarli da una morte certa, da asfissia dell’anima. Giudicarli è operazione superficiale quanto sterile. Più faticoso (ma forse più responsabile e fecondo) sarebbe accoglierli, ascoltare attentamente le loro ragioni, conoscere le loro storie e le loro fatiche.

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Esattamente come chiederei di fare a tutti i costruttori di muri verso gli stranieri che respingono. Resto ancora convinto che se solo i barricatori di Goro e di Gorino avessero permesso almeno a una delle donne che hanno respinto di raccontare le condizioni da cui sono state costrette a scappare, cosa hanno dovuto affrontare per giungere da noi, quali progetti, affetti, tradizioni si sono lasciati alle spalle, non esiterebbero a rimuovere i pancali e a far loro spazio nella propria casa.

sono più i vecchi a volere i muri …

cresce voglia di confini, ma non tra i giovani

 

 

diventiamo sempre più vecchi, sempre più soli e impauriti. E vorremmo chiuderci in casa. Alzare muri e confini dovunque. Ma una terra attraversata da frontiere e muri non coincide con il sogno di Spinelli, Schuman e Monnet. Evoca, semmai, un incubo

di: Ilvo Diamanti

Papa Francesco, come sempre, è stato molto chiaro. Questa volta, semmai, anche più di altre. Perché si rivolgeva a una platea di re, ambasciatori, leader politici ed economici. Fra gli altri: Schulz, Tusk, Juncker, Merkel, Renzi, il re di Spagna Felipe VI. E Draghi. Tutti presenti, alcuni giorni fa, alla consegna del Premio internazionale Carlo Magno al Santo Padre. “Per l’impegno a favore della pace, della comprensione e della misericordia in una società europea di valori”. Nell’occasione, però, il Papa ha rammentato quanto l’Europa, oggi, sia in difficoltà nell’affermare i valori a cui si ispiravano i padri fondatori. Tanto più, nell’affrontare il futuro. Perché l’Europa, oggi è una “nonna, vecchia e sterile”. Senza più ricordi.

Ieri, non per caso, Francesco ha ricevuto in udienza gli uomini e le donne del Cuamm. L’associazione dei Medici con l’Africa, che ha sede a Padova. Animata per oltre cinquant’anni da don Luigi Mazzucato. Un viandante generoso, che ci ha lasciati circa sei mesi fa. Il Cuamm è divenuto un crocevia della solidarietà fra l’Italia e l’Africa. Dove ha inviato oltre 1000 medici volontari, negli ospedali dell’area subsahariana. Fra le più colpite da malattia, miseria, povertà. Le origini principali delle grandi ondate migratorie che, da tempo, si dirigono in Europa. Attraversano il Mediterraneo, spinte dalla disperazione. Sfruttate da mercanti di dolore. Migliaia e migliaia di “persone” – perché di tali si tratta, anche se si tende a dimenticarlo – che, dopo lo sbarco, se ci riescono, proseguono nel loro esodo difficile e talora penoso. Partono dall’Italia, dalla Grecia. Dalla Turchia, dai Balcani. Dalla Spagna (di cui si parla meno). E si dirigono a Nord. Verso i Paesi dove lo sviluppo e il sistema del welfare offrono maggiori prospettive. E dove li hanno preceduti altre persone, della loro rete familiare, del loro Paese.

Insieme ai migranti, sono cresciute le inquietudini. E i muri. Comunque: i controlli. Lungo i percorsi dell’esodo. Da Sud verso Nord. E fra un Paese e l’altro. L’Austria sta accentuando la sorveglianza in diverse direzioni. Non solo sul Brennero, in questi giorni al centro di polemiche e di scontri. Ma anche ai confini con l’Ungheria, la Slovenia – e, implicitamente, la Croazia e la Serbia. Un esempio seguito, in parte anticipato, dall’Ungheria. Ma le “frontiere” stanno diventando “barriere” anche altrove. In Macedonia, in Bulgaria. Inoltre, al confine tra Paesi che hanno tradizioni civili e democratiche solide. Nel Centro-Nord dell’Europa. Fra Gran Bretagna e Francia, a Calais. E, nei momenti di grande flusso, anche tra Francia e Italia. Mentre la Danimarca e i Paesi scandinavi difendono il loro welfare. Dagli “altri” che vorrebbero accedervi. Il risultato di questo gioco di movimenti e chiusure è il ri-sorgere delle frontiere. Meglio: delle “barriere”.

LE TABELLE

Perché le frontiere servono. Definiscono confini in base a cui confrontarsi e dialogare. Ma quando diventano blocchi, luoghi di controllo e sorveglianza, allora, diventano ostacoli all’integrazione. Non solo degli “altri”. Anzitutto, “fra noi”. Perché frenano l’integrazione e la costruzione europea. D’altronde, i muri e le frontiere, oggi, hanno un significato eminentemente simbolico. Vengono utilizzati a fini perlopiù politici. Servono, cioè, ad assecondare le paure e ad alimentare i populismi. Popoli alla ricerca di nemici. Figurarsi se – come ha osservato Lucio Caracciolo – la frontiera del Brennero potrebbe scoraggiare il passaggio dei migranti che intendono attraversare l’Austria (per andare altrove, peraltro).

Tuttavia, in Europa, cresce dovunque la domanda di sorvegliare i confini. Basta vedere i dati del sondaggio di Pragma (febbraio 2016) per l’Osservatorio Europeo sulla Sicurezza, curato da Demos per la Fondazione Unipolis. Nei Paesi europei dov’è stata condotta l’indagine, coloro che “insistono” a rivendicare frontiere aperte, in Europa, costituiscono una minoranza limitata. Talora, molto limitata. Mentre la maggioranza dei cittadini vorrebbe reintrodurre i controlli. Sempre. Non in circostanze particolari. In Italia lo sostiene oltre metà delle persone (intervistate). La domanda di chiusura, peraltro, risulta più elevata fra le persone anziane. Dovunque. Parallelamente, la fiducia nell’Ue è più alta presso i più giovani.

In Italia, il sentimento verso gli “altri”, gli immigrati che giungono da lontano, si traduce in paura. Fra tutti, ad esclusione dei più giovani (indagine Demos, aprile 2016). E produce distacco, sfiducia nelle istituzioni, richiesta di nuove e maggiori divisioni. Forse perché siamo il Paese più vecchio d’Europa. Insieme alla Germania. Che, tuttavia, per questo, mostra un atteggiamento verso gli immigrati ben diverso. Ispirato, cioè, all’apertura “selettiva”. A favore di componenti demografiche (giovani) e “professionali” particolarmente utili al mercato del lavoro. In Italia, invece, di recente si assiste a un declino demografico inquietante. Nel 2015, ad esempio, la popolazione è calata di circa 100 mila persone. Come non avveniva dal 1917-18. Cioè, dalla Grande Guerra. Perché in Italia fanno meno figli perfino gli immigrati (come spiega l’Istat). Mentre i giovani sono una “razza” in declino. E quando possono se ne vanno. A studiare, lavorare e, infine, a vivere: altrove. Nel 2013, infatti, dal nostro Paese sono partiti quasi 95mila italiani (più degli stranieri arrivati nello stesso periodo). Soprattutto giovani in possesso di titolo di studio elevato.

Così, diventiamo sempre più vecchi, sempre più soli. Sempre più impauriti. E vorremmo chiuderci in casa. Alzare muri e confini dovunque. Intorno a noi. Metafora dell’Europa delineata da Papa Francesco. Ma ridursi a una terra attraversata da frontiere e da muri non coincide con il sogno di Altiero Spinelli, Robert Schuman e Jean Monnet. Evoca, semmai, un incubo. Noi italiani, noi europei: chiusi in casa, in attesa dell’invasione, fra anziani in mezzo ad altri anziani, monitorati da sistemi di allarme sofisticati, sorvegliati da cani mostruosi, osservati da telecamere a ogni passo e a ogni movimento. Ma come possiamo illuderci di essere felici?

fonte: repubblica.it

ILVO DIAMANTI 

ciò che accade è il colmo dell’assurdo

la disumanità dei muri d’Europa

di Furio Colombo
in “il Fatto Quotidiano” del 28 febbraio 2016

Colombo

Secondo la vulgata comune, sono due i gruppi umani che attraversano il mondo per migliaia di chilometri, affrontando le prove dell’aggressione armata, del banditismo, del mare senza mezzi per traversarlo, delle barriere di filo spinato, di muri costruiti apposta per fermarli, di treni fermi, di marce a piedi che durano settimane, di frontiere chiuse, mentre mancano del tutto luoghi di sosta, di minima assistenza, di soccorso ai bambini. Il primo gruppo è composto di persone (quasi sempre uomini soli) in cerca di un lavoro e di una vita migliore. Il secondo gruppo, un corteo senza fine di intere famiglie con molti bambini, sta cercando di fuggire dalle guerre che diventano di giorno e di notte sempre più violente senza che alcuno stato di guerra sia stato dichiarato o alcuna ragione sia stata detta dall’aggressore all’aggredito e – meno che mai – all’opinione pubblica.

muro La stessa vulgata comune vuole che il primo gruppo debba essere subito cacciato (molti amano dire “a calci in culo” come se l’immigrazione per povertà non fosse il più antico mestiere del mondo, spiazzando la fama della prostituzione). Il secondo (chi fugge da una guerra) va invece accolto e assistito secondo le buone regole della civiltà. La sequenza di eventi ha voluto che il primo gruppo sia drasticamente diminuito, perché sono aumentate le guerre o sono caduti in stato di guerra e violenza incontrollata luoghi che prima erano solo poveri (la frase è assurda, ma è l’unico modo di spiegare perché sono comparsi sempre di più donne e bambini nei gruppi classificati “poveri” e non “rifugiati”).

muro1 E il secondo gruppo sia cresciuto e stia crescendo a dismisura perché, oltre a moltiplicarsi, le guerre stanno diventando più selvagge, più vaste, più spietate e rendono la fuga non una opzione, ma una necessità inevitabile e urgente. Di fronte a questo fenomeno, la miseria morale del mondo agiato, unito a una incredibile assenza di capacità di governo, crea una situazione che nessun narratore di fantascienza o di fantapolitica avrebbe inventato, e nessun editore o produttore avrebbe accettato per eccesso di crudeltà ma anche di cecità umana e di mancanza di realismo. Chiudere l’Europa. È ciò che sta accadendo e che viene prima annunciato come se fosse una minaccia possibile, poi prefigurato e infine deciso, almeno da alcuni governi, e accettato da tutti nell’ultima riunione austriaca di ribelli al soccorso.

muro3 Ciò che accade è il colmo dell’assurdo. Primo, c’è la guerra in Siria e c’è la guerra in Libia, e in ciascuna di queste guerre sono coinvolte, in gradazioni e intensità diverse, ma altrettanto pericolose, le due grandi potenze, Russia e Stati Uniti, alcuni importanti membri dell’Unione europea, la Nato e altri Paesi chiave (Arabia Saudita, Turchia, Iran) il cui peso è grande, e lo sbilanciamento che portano drammatico. Non è nuova l’idea di immaginare la propria azione di guerra come un’iniziativa che porta danno ma non lo subisce. Non è mai vero, ma può essere l’intento azzardato e sbagliato di alcuni dei protagonisti elencati. Certo non Stati Uniti e Russia, che rischiano il confronto diretto. Certo non l’Europa che a tutti e due i conflitti (Siria e Libia) è contigua, coinvolta e interessata. Eppure l’Europa, che non solo a causa della guerra degli altri, ma anche della propria partecipazione a quella guerra, sta creando una marea di popoli in fuga, crede di potersi permettere il lusso di chiudere le frontiere, come se si trattasse di un disaccordo temporaneo fra repubbliche. Anche in quel caso sarebbe disumano, ma tecnicamente possibile. Nel caso che stiamo vivendo siamo noi ad avere riempito la Turchia, la Grecia, i Balcani di popoli sradicati e in fuga. E siamo noi a dire che non va bene, che bisogna prima contarli, che ci vuole una ordinata identificazione, che le impronte digitali vanno prese, se necessario, anche con la forza. E che per il momento “poiché non c’è più posto”. A uno a uno, piccoli protagonisti della Storia che si dicono parte dell’Unione europea, chiudono le frontiere, uno a uno o a gruppi in modo che nessuno passi. muro2
In questo modo ognuno crea una tragedia all’altro e tutti le creano ai popoli in fuga dalle guerre che i Paesi che si sentono collocati in un grado superiore della storia, non hanno impedito, hanno fermato e infine hanno cominciato a prendervi parte con notevole forza distruttiva e l’uso di continui spaventosi bombardamenti a cui tutti cercano di prendere parte e che cacciano dalle loro case persone (i sopravvissuti) che nessuno dei portatori di guerra vuole neppure in un campo profughi. Non era mai accaduto prima un simile disastro umano affrontato con tanta disumanità. E non si distingue tra i leader uno che abbia la forza e il coraggio di denunciare l’orrore di ciò che sta accadendo.

i ‘muri’ non ci difendono dai profughi …

basta muri sono castelli che scatenano nuovi assedi

di Roberto Saviano 

in “la Repubblica” del 15 febbraio 2016

Saviano

“davvero in Europa c’è ancora qualcuno che pensa di fermare le stragi dei migranti e l’orrore della jihad alzando l’ennesimo muro? Davvero c’è chi pensa di fermare gli esseri umani decretando la morte di Schengen? No, pretendere di proteggersi innalzando di nuovo i confini è un errore. Un madornale errore”

Dobbiamo fermare i soldi della criminalità non gli esseri umani Mentre i ministri delle Finanze dell’Unione si riunivano venerdì scorso a Bruxelles nelle stanze del Justus Lipsius, decretando con una firma la messa in mora sui profughi della povera Grecia, e dando praticamente il via al restringimento dell’Europa di Schengen, dall’altra parte del mondo — nell’ufficio lussuossimo di un grattacielo di Dubai, in un ranch blindatissimo del Nord Est messicano — il contabile di turno avrà stancamente cliccato sul tasto “send” di un personal computer, di un laptop, forse anche di un semplice smartphone: e per l’ennesima volta la marea di denaro più o meno sporco avrà investito, senza incontrare resistenza, le coste del continente. Ma sì, diciamolo subito. Davvero in Europa c’è ancora qualcuno che pensa di fermare le stragi dei migranti e l’orrore della jihad alzando l’ennesimo muro? Davvero c’è chi pensa di fermare gli esseri umani decretando la morte di Schengen? No, pretendere di proteggersi innalzando di nuovo i confini è un errore. Un madornale errore. Innanzitutto perché è dimostrato che le strutture militari, terroristiche non hanno bisogno di utilizzare canali clandestini. Riescono a strutturarsi e a essere operative in ogni Paese indipendentemente dai flussi migratori attuali. È ormai accertato che ad agire in queste strutture — l’abbiamo purtroppo visto nel caso del Bataclan e di Charlie Hebdo — sono uomini e donne di seconda generazione. E se in alcuni casi, è vero, ci siamo trovati di fronte a persone che avevano chiesto l’asilo politico e si sono poi trasformate in miliziani, si è trattato di una “ evoluzione” indipendente dalla struttura madre. È questa la premessa fondamentale per capire che fermare Schengen significherebbe soltanto distruggere l’integrazione europea. E non semplicemente nella declinazione dei diritti ma nella stessa formazione della struttura sociale. Fermare Schengen vorrebbe dire uccidere il grande progetto iniziale; cioè la costruzione degli “ stati uniti d’Europa”. Fermare Schengen sarebbe la vittoria di una visione che credevamo ormai superata: quella secondo la quale ci si possa difendere costruendo castelli e barriere. Noi italiani lo sappiamo bene. Non lo diceva già il Principe di Machiavelli? Costruire nuovi castelli genera solo nuovi assedi. Non basta. Il paradosso è ancora più grave. Perché questa è la politica che pretende di fermare i corpi ma non i flussi illegali e finanziari ormai senza più alcun controllo. Che cosa ha reso possibile la creazione di un vero e proprio potere terroristico in Belgio? I finanziamenti che da Dubai, dall’Arabia Saudita, dal Medio Oriente più in generale sono arrivati attraverso i vari canali finanziari più scoperti. La Francia ha il Lussemburgo. La Germania ha il Liechtenstein. La Spagna ha Andorra. L’Italia ha San Marino. Tutto il mondo ha la Svizzera. Stiamo parlando di isole finanziarie che non solo attraggono — nella migliori delle ipotesi — evasori fiscali. Stiamo parlando di centri che attraggono nel cuore d’Europa strategie criminali e finanziarie: basti pensare alla vicenda recente del Chapo, il re dei trafficanti di droga che faceva riciclare in Svizzera montagne di narcodollari che poi finivano in una banca di Vaduz, nel Liechtenstein. E allora smettiamola di credere a chi vuole convincerci che l’Europa paga il prezzo che paga — le immigrazioni senza controllo, il terrore senza limiti — perché è troppo esposta. Non è vero: l’Europa paga un prezzo altissimo per la sua incapacità di gestire i flussi finanziari e il riciclaggio. La riflessione da fare è tutta qua: il problema sono i capitali, non gli esseri umani. Sono i capitali che circolano senza controllo a compromettere la sicurezza dell’economia pulita e la tenuta sociale. È il risiko della finanza a rendere sempre meno sicura l’Europa. Riusciranno mai a capirlo lì nelle stanze del Justus Lipsius?

si aprono le porte, devono cadere i muri

la caduta di un muro

a proposito dell’apertura della ‘porta santa’ all’inizio del giubileo

di Enzo Bianchi
in “la Repubblica”

Bianchi

il gesto di apertura della porta chiusa è stato compiuto da papa Francesco innanzitutto in Africa, tra i poveri della terra, e ieri anche a Roma, nella basilica di San Pietro. In Vaticano, dove egli esercita il suo ministero di servo della comunione nella chiesa e tra le chiese e di annunciatore della buona notizia a tutta l’umanità. In un’epoca in cui si sono ricostruiti muri e si sono di nuovo innalzate barriere di filo spinato, in cui molti vorrebbero chiudere le frontiere, e alcuni le chiudono, infondendo nella gente ansia e paura, papa Francesco fa il gesto così semplice, quotidiano, umano di aprire una porta chiusa

Purtroppo temo che molti di quelli che passeranno per le porte sante aperte nelle chiese non arriveranno neppure a pensare che potrebbero aprire o tenere aperta la porta della propria casa: aperta per chi giunge inaspettato, straniero o povero, conosciuto o sconosciuto, aperta per un atto di fede-fiducia fatto nei confronti degli altri umani, tutti legati dalla fraternità, valore per il quale pochi oggi combattono, ma senza il quale anche la libertà e l’uguaglianza diventano fragili e non sono concretamente instaurabili. Papa Francesco ha compiuto lo stesso atto in un microcosmo come quello di Bangui, dove sono in atto violenza, intolleranza, scontro di religioni, e a Roma, dove per ora è lontana la violenza dello scontro culturale; potrebbe però essere più vicina di quanto pensiamo, e non perché i terroristi vengono da noi, ma perché alcune forze nostrane continuano ad alimentare diffidenza, odio, non accoglienza, atteggiamenti che possono solo trasformarsi in risentimento, humus su cui crescono risposte all’insegna della violenza. Aprire e tenere aperta una porta è invece una decisione umanizzante, un’azione antropologica che non dovrebbe essere così estranea a cristiani e a non cristiani. Ma per giungere a tale comportamento occorre con urgenza che la convinzione e la prassi di misericordia, compassione e perdono siano inoculate come diastasi nelle nostre società, dando vita a un’ospitalità culturale reciproca che ci permetta di far cadere pregiudizi e di conoscerci meglio. Nell’omelia di apertura del giubileo papa Francesco ha chiesto che questo sia «un anno in cui crescere nella convinzione della misericordia». Sì, il primo passo è essere convinti della misericordia, così come la Scrittura ce la propone quale nome di Dio, e diventarne realizzatori nelle nostre società, a livello personale, ma anche comunitario, economico e politico. Per i credenti tutto nasce dall’immagine di Dio che hanno, perché questa plasma la loro fede e il comportamento. Secoli di storia cristiana testimoniano che la misericordia di Dio non è compresa, scandalizza i credenti stessi, sembra un eccesso che va temperato con le nozioni di verità e giustizia. Il papa lo sa bene e lo denuncia con forza: «Quanto torto viene fatto a Dio e alla sua grazia quando si afferma anzitutto » — e solo i cristiani possono pronunciarlo — «che i peccati sono puniti dal suo giudizio, senza invece affermare prima che sono perdonati dalla sua misericordia… Dobbiamo anteporre la misericordia al giudizio, e in ogni caso il giudizio di Dio sarà sempre nella luce della sua misericordia», perché «la misericordia ha sempre la meglio sul giudizio» (Giacomo 2,13). Poche parole, eppure parole di grande rottura con una certa vulgata cattolica, attestata soprattutto negli ultimi secoli, secondo la quale è doverosa l’intransigenza, è necessario l’esercizio del ministero di condanna: secoli in cui l’immagine prevalente di Dio era quella del Dio irato e giudice, del “Dio ti vede”, quale occhio in un triangolo ovunque presente, del Dio che castiga, che va placato con sofferenze e fatiche a lui offerte affinché arresti il braccio della sua giustizia divina. Papa Giovanni diede inizio a una nuova stagione della chiesa non innovando la dottrina, ma proclamando: «Oggi la sposa di Cristo, la chiesa, preferisce ricorrere alla medicina della misericordia piuttosto che brandire le armi della severità» (11 ottobre 1962, Allocuzione di apertura del concilio Vaticano II). E Papa Francesco manifesta l’urgenza della misericordia come la sua più intima convinzione: «Questo nostro tempo è proprio il tempo della misericordia. Di questo sono sicuro… Noi stiamo vivendo in tempo di misericordia » (6 marzo 2014, Discorso ai parroci di Roma).
Lo stesso Francesco ha esplicitato a più riprese che la misericordia, la compassione, la tenerezza e il perdono di Dio non sono da intendersi come un correttivo della giustizia divina, non sono in tensione con il suo giudizio, ma semplicemente sono la giustizia di Dio messa in atto verso l’essere umano. In Dio c’è un prevalere della misericordia sulla giustizia, se così possiamo dire. Addirittura, secondo il profeta Osea, la misericordia è la manifestazione della santità di Dio, il quale è Santo, cioè è differente, altro dall’uomo proprio nel giudicare e nel sentire la giustizia. Osea arriva a dire che nel cuore di Dio c’è una sorta di “rivolta” del sentimento di misericordia contro la volontà di giustizia: questo sentimento impedisce a Dio di castigare secondo l’alleanza, di andare in collera contro chi ha peccato (cf. Osea 11,8-9). Gesù sottolinea questo prevalere in Dio della misericordia sulla giustizia citando per ben due volte un’altra parola dello stesso profeta: “Andate a imparare che cosa vuol dire: voglio misericordia e non sacrifici (Osea 6,6)” (Matteo 9,13 e 12,7). Con i suoi incontri e con le sue parole, in particolare con le parabole, Gesù attesta che la giustizia di Dio è oltre la giustizia umana, trascende la giustizia della legge, perché non è “giustizia bendata” (Adriano Prosperi) ma vede, discerne, guarda in volto ogni umano; per questo non è retributiva, né punitiva, né meritocratica, secondo i concetti della “nostra” giustizia umana che proiettiamo in Dio. La giustizia di Dio proclamata nella Bibbia attesta che Dio non è indifferente al male compiuto dagli umani, perciò, anche quando va in collera, tale comportamento è l’altra faccia della compassione. Di fronte a questa verità molti cristiani continuano a chiedersi: «Ma allora che ne è della giustizia, della responsabilità umana?». Ha risposto bene il cardinale Pietro Parolin: «La misericordia esercitata non è buonismo, non è timidezza di fronte al male, ma è esercizio di responsabilità». Il segretario di Stato, con la sua profonda consonanza con papa Francesco, arriva a parlare di «misericordia necessaria, prima ancora dei trattati, per poter spianare i terreni di pace e le tante vie degli esodi forzati che stanno mutando il mondo», perché anche a livello economico, politico e giuridico la misericordia e il perdono devono trovare realizzazioni che aprano a una convivenza buona tra i popoli e le genti. È la stessa convinzione alla quale era giunto papa Giovanni Paolo II che, nel messaggio per giornata mondiale della pace del 1° gennaio 2002, arrivò a chiedere che il perdono, negando la giustizia punitiva, trovasse realizzazione in «una politica del perdono espressa in atteggiamenti sociali e in istituti giuridici» e non fosse relegato nella coscienza del privato cittadino. Davvero, come recita il titolo di quel messaggio profetico, «non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono »: giustizia e perdono sono immanenti l’una all’altra. E all’Angelus di ieri papa Francesco con una delle sue frasi, aforismi che colpiscono, ha detto: «Non si può capire un cristiano che non sia misericordioso, come non si può capire Dio senza misericordia». Di fronte a questo cammino percorso dalla chiesa cattolica e all’insegnamento di papa Francesco non si possono più elevare accuse di spiritualismo o di evasione dalla storia. Questo è il cammino storico fatto dal Vaticano II a oggi. Con il concilio «si sono spalancate al mondo le porte chiuse… per un autentico incontro tra la chiesa e gli uomini del nostro tempo», ha detto papa Francesco. E ha anche chiesto che il giubileo in corso «non trascuri lo spirito emerso dal Vaticano II», lo spirito di una chiesa che si piega verso l’uomo sofferente, sull’esempio del samaritano il quale, secondo il vangelo, “ha fatto misericordia”. Questo è semplicissimo, è umanissimo. Priore della comunità monastica di Bose

l’Europa dei muri e dei fili spinati

l’idolatria deifilo spinato muri

Si continua a costruire muri. In Europa e nel mondo. Muri di cemento e di reti metalliche, di filo spinato e di leggi di carta. Ma muri anche dentro le nostre coscienze e nelle nostre intelligenze. Muri nelle relazioni umane e interpersonali, muri tra le generazioni e tra le fedi.

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C’è un’idolatria del muro che è l’esatto opposto del Dio biblico che vede la miseria del suo popolo schiavo in Egitto e ascolta il suo grido (cfr. Esodo 3, 7). Gli idoli invece “sono argento e oro, opera delle mani dell’uomo. Hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non odono, hanno narici e non odorano. Hanno mani e non palpano, hanno piedi e non camminano; dalla gola non emettono suoni. Sia come loro chi li fabbrica e chiunque in essi confida” (Salmo 115).

D. Tutu contro i muri dell’apartheid

«i muri contro i più deboli sono il nuovo apartheid»

intervista a Desmond Tutu

a cura di Umberto De Giovannangeli
in “l’Unità” del 6 luglio 2015

Tutu

 

“Quei Muri non sono solo l’espressione violenta di un mondo che pensa di salvare i propri privilegi sbarrando la strada della speranza a milioni di esseri umani talmente disperati da affidare la propria vita a criminali senza scrupoli. Quei Muri sono anche il segno di una impotenza politica, di una bancarotta morale dell’Occidente e in esso della “civile” Europa. Quei Muri sono l’espressione contemporanea di un nuovo apartheid. I leader europei parlano di quote, ma mi appello a loro per ricordare che non siamo di fronte a dei numeri ma ad esseri umani, i più indifesi, quelli che non hanno voce e diritti. Aiutarli è un dovere per chiunque abbia ancora una coscienza e risponda al suo Dio”.

A parlare è colui che, assieme a Nelson Mandela, ha rappresentato il simbolo della lotta contro il regime dell’apartheid sudafricano: Desmond Tutu, arcivescovo anglicano emerito di Città del Capo, 84 anni, premio Nobel per la pace 1984. A lui ricordo quando, subito dopo la strage di migranti a Lampedusa, era il 2013, sempre dalle colonne de l’Unità lanciò un appello sostenendo la necessità di “una rivolta morale contro tutte le forme di schiavitù: dallo sfruttamento delle donne come schiave sessuali all’impiego dei bambini in condizioni inaccettabili per lunghe ore. Ma la piaga dei migranti illegali, e quel che accade loro, è una delle peggiori forme di schiavitù esistenti oggi al mondo. A quanti fuggono da guerre civili, conflitti tribali, pulizie etniche e da povertà disumane, occorre garantire protezione, riconoscere diritti, e il primo di questi è il diritto alla vita e a una vita migliore”. Da allora sono passati quasi due anni, e altre stragi di innocenti si sono consumate nel Mediterraneo, altre guerre si sono aggiunte a quelle allora esistenti, e oggi, secondo il recente rapporto Global Trends dell’Unhcr, ogni 122 abitanti del pianeta 1 è un rifugiato: “Purtroppo – riflette con amarezza Tutu – le cose sono cambiate, in peggio. Migranti disperati continuano ad affogare nelle acque del Mediterraneo, o a morire attraversando il deserto del Sinai, mentre in Asia sono state scoperte fosse comuni colme dei corpi di migranti. Ed ecco la ragione per cui la xenofobia e le migrazioni rappresentano oggi delle questioni urgenti a livello globale” Il mondo si “mura”. Dalla Palestina al cuore dell’Europa, passando per l’Egitto, la frontiera fra Stati Uniti e il Messico, e ancora Ungheria, Mostar, Cipro, Calais, Melilla… Cosa rappresenta per Lei questo moltiplicarsi di muri e barriere divisorie? “Quei muri non sono solo una vergogna, una nuova forma globale di apartheid. Quei muri, quelle barriere di filo spinato, sono anche il segno di una impotenza mascherata con l’esercizio della forza. E’ il voler chiudere gli occhi, oltre che i cuori e le menti, ad un mondo sempre più segnato da ingiustizie e da guerre, molte delle quali sono a loro volta il lascito di altre guerre scatenate dall’Occidente, in Iraq e in Libia, ad esempio. So bene che esistono problemi di sicurezza che non vanno sottovalutati, ma inorridisco di fronte a quanti, nella stessa Europa, cavalcano le paure verso il migrante per erigere altri “muri’ non meno pericolosi di quelli materiali: sono i “muri” dell’odio razziale, del pregiudizio portato all’estremo. Ma questi “Muri”, materiali e morali, non potranno mai arrestare una moltitudine di disperati che cresce di giorno in giorno. Leggo che molti in Europa si chiedono dove vuole andare questa gente. Ma la domanda vera da porsi è un’altra…”. Quale è questa domanda, arcivescovo Tutu? “E’ chiedersi da quali gironi dell’inferno questi esseri umani fuggano, da quali indescrivibili abomini cercano di liberarsi, cosa hanno visto i loro occhi, quali crudeltà hanno subito per decidere di mettere la propria vita, quella dei propri figli, nelle mani degli scafisti. La grande maggioranza di queste persone provengono dall’Eritrea, dalla Somalia, dalla martoriata Siria: hanno diritto all’asilo e questo asilo deve essere europeo, perché è profondamente ingiusto, oltre che inefficace, lasciare soli ad affrontare quella che non è più una emergenza ma la “normalità” in un modo destabilizzato, Paesi di frontiera come è l’Italia. Ho avuto modo di scriverlo recentemente e mi pare importante ripeterlo con forza in ogni dove: nessuno sceglie di essere un rifugiato o un migrante. Trovarsi ad
affrontare la povertà, la discriminazione, la violenza, la guerra, la corruzione e la malnutrizione è un po’ come starsene chiusi in prigione, perché ti rende incapace di vivere a pieno la tua vita. E la migrazione rappresenta l’unica via di fuga. “Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi Paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio Paese” : non lo afferma Desmond Tutu, conterebbe davvero poco, ma lo sancisce l’articolo 13 (punto 2, ndr) della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Contribuire ad attuare questo principio è compito di ogni uomo di buona volontà”. Tra le tante frasi che l’hanno resa celebre nel mondo, ce n’è una che mi sembra che più di altre dia il senso a quella rivolta morale contro i costruttori di Muri, da Lei evocata: “Non mi interessa raccogliere briciole di compassione buttate dal tavolo da qualcuno che si considera il mio maestro. Voglio il menu completo dei diritti” “Sì, è così. Non si tratta solo di essere “insaziabili” quanto a libertà e a diritti, umani, civili, sociali, ma quella frase è anche la richiesta di un’assunzione di responsabilità da parte di ciascun individuo, non importa se potente o meno. Nessuno oggi può dire “non sapevo, non ho visto” ovvero “il problema è troppo grande non sarò certo io a poterlo risolvere”. La risposta è che affermazioni come questa rendono quei problemi insormontabili. In tanti incontri a cui ho partecipato in ogni parte del mondo, ho spesso sentito parlare della mancanza di una leadership politica all’altezza dei tempi. Mi sono permesso di affermare che ciò di cui sento spesso la mancanza è di una leadership etica…”. Come si pratica una “leadership etica”? “In tanti modi. Ad esempio, non stancandosi mai di rammentare come ci si senta a essere perseguitati o senza voce. Mantenere la dignità della vittima, ma anche mostrare indulgenza per le sfide della leadership come collettivo di persone che sono state liberate dai vincoli del ruolo ufficiale”. Quella siriana, ha affermato a più riprese il segretario generale delle Nazioni Unite, BanKimoon, rappresenta la più grande tragedia umanitaria dal dopoguerra ad oggi. “Oggi la Siria è un ammasso di macerie, teatro di una guerra che non conosce limiti. Quello siriano è divenuto un popolo di sfollati, alla mercé di bande di assassini che fanno mostra della loro abiezione. Non ho mai creduto che la guerra possa sconfiggere la guerra, e non sono tra quelli che hanno tacciato di vigliaccheria quei leader politici occidentali che si sono dichiarati contrari ad un intervento militare in Siria. Ma l’alternativa alla guerra non è, non deve essere la rassegnazionei

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