la disumanità italiana nei confronti dei migranti

“Italia disumana coi migranti”

parola di mons. Lorefice

di Fabrizio Mastrofini
in “l’Unità” del 26 febbraio 2026

I vescovi si svegliano contro le politiche migratorie del governo? Vale per mons. Corrado Lorefice,
arcivescovo di Palermo, duramente attaccato sui social per la sua ferma denuncia dei troppi morti in
mare. Che le onde, dopo il maltempo di queste settimane, riversano a decine sulle coste anche della
Calabria. E anche questi vescovi si fanno sentire.
Mons. Lorefice ha avuto frasi inequivocabili. Siamo, ha scritto, “narcotizzati da scelte politiche che
pianificano l’oblio di quanti continuano ad attraversare il mare in cerca di vita, di libertà, di pace,
forti del diritto di ogni uomo e di ogni donna alla mobilità”. E aggiunge: “Queste vittime – questi
volti e questi corpi cancellati dei poveri – sono l’ennesimo frutto delle scelte disumane dell’Europa
e dell’Italia capaci solamente di legiferare contenimento e abbandono e di colpevolizzare come
criminali quanti prendono il largo come «pescatori di uomini e di donne» in balia delle onde. Questi
corpi umani che il mare ha riconsegnato sono una chiara denuncia di chi per mera propaganda
populista rivendica il risultato della riduzione degli sbarchi”. Di più: “Non li abbiamo accolti. Non
siamo andati a cercarli sulla rotta del Mediterraneo centrale. Abbiamo ora il dovere, con la cenere in
testa, di porre in essere le procedure necessarie per l’identificazione dei corpi riaffiorati e di dare
certa e degna sepoltura alle vittime. Non possiamo disattendere la richiesta dei familiari che,
dilaniati dalla sofferenza, cercano i propri cari”. Tanto è bastato per scatenare i social: “i preti non
dovrebbero fare i politici”; “La chiesa mi fa sempre più schifo” e c’è chi ha attaccato Bergoglio,
dicendo che Lorefice “se non era comunista come Francesco non sarebbe in questo ruolo”. Un
messaggio di solidarietà all’arcivescovo arriva dal deputato del Pd Peppe Provenzano: “Sono parole
piene di umanità quelle di don Corrado Lorefice, che denunciano la strage di migranti che si
consuma nel Mediterraneo, l’indifferenza di chi avrebbe la responsabilità politica, in Italia e in
Europa, di fermare questa sistematica omissione di soccorso verso i naufraghi”. “Le parole
sprezzanti e cariche di odio rivolte all’arcivescovo Lorefice sottolineano Ramon La Torre e Barbara
Evola di Rifondazione comunista Palermo devono farci riflettere sulla determinazione di coloro che
hanno una visione del paese che trova nel suprematismo, nella sopraffazione e nelle ragioni della
forza gli elementi chiave per costruire un assetto sociale ben diverso rispetto a quello che
perseguiamo”. Il segretario della Cgil Palermo, Mario Ridulfo, osserva che “aver richiamato la
politica e i governi alla responsabilità del soccorso e dell’accoglienza, invece che la pietas umana
provoca gli insulti”.
Poi ci sono i vescovi della Calabria.
“Il mare ci chiede conto”, scrivono in un appello accorato a non fare finta di niente. “Da Scalea ad
Amantea, da Paola a Tropea, da Pantelleria a Custonaci: le coste della nostra terra e della Sicilia
hanno accolto nelle ultime settimane almeno quindici corpi senza nome, restituiti dal Mediterraneo
dopo i naufragi silenziosi che il ciclone Harry ha consumato tra il 15 e il 22 gennaio. Secondo le
organizzazioni umanitarie, i dispersi totali potrebbero essere un migliaio.
Un numero che non è una statistica: è una comunità intera inghiottita dal mare mentre l’Europa
guardava altrove”. E aggiungono: “Lo diciamo con il dolore di pastori che riconoscono in quei corpi
anonimi la dignità inviolabile di ogni essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio. Lo
diciamo con la fermezza di chi sa che il silenzio, in certi momenti, diventa complicità. Lo diciamo
consapevoli che quello che sta accadendo non è una tragedia isolata”. I dati sono implacabili.
L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni certifica che nei primi mesi del 2026 i morti
sono triplicati: 452 vittime nel solo mese di gennaio, contro 93 dell’anno precedente. Meno arrivi,
più morti. “Il nostro primo pensiero e la nostra preghiera di pastori, aggiungono i vescovi, sono
rivolti a ognuno di loro, ai loro cari rimasti in patria o che forse li stanno attendendo”. Ma ce ne è
per tutti. “Ai nostri fedeli chiediamo di non abituarsi. Di non lasciare che la notizia di un altro corpo
trovato in spiaggia diventi ordinaria amministrazione. Il comandante Durante si è gettato tra le onde
per recuperare quel che restava di un uomo. Vogliamo che la nostra Chiesa sia capace della stessa
umanità. Dobbiamo pregare per alimentare la speranza, vincere la nostra indifferenza e aprire spazi
di accoglienza prima di tutto nella nostra mente e nel nostro cuore”. Poi alla politica: “Chiediamo
alle istituzioni italiane ed europee di essere all’altezza della migliore tradizione di civiltà del nostro
paese e del nostro continente che crede nella sacralità di ogni essere umano e soprattutto se in
difficoltà lo accoglie e se ne prende cura. Chiediamo quindi di aprire corridoi umanitari sicuri per
chi fugge da guerre, persecuzioni e miseria”. Quindi alla magistratura: “Chiediamo che le procure di
Paola, Vibo Valentia e Trapani ricevano ogni risorsa necessaria per dare un nome a chi è stato
restituito dal mare e per accertare le responsabilità”. E infine una stilettata per tutti: “chiediamo che
si smetta di misurare il successo di una politica migratoria contando solo chi arriva senza
considerare chi muore”. L’arcidiocesi di Palermo e le diocesi della Calabria hanno avuto il coraggio
di alzare la voce. Ieri si è aggiunto mons. Antonino Raspanti, vescovo di Acireale e presidente dei
vescovi siciliani, in solidarietà con Lorefice. “Da custode del Vangelo mons. Lorefice ha difeso il
valore dell’umanità in quanto tale, la dignità di ogni persona umana, con i suoi fondamentali diritti,
per altro sanciti e riconosciuti dagli organismi internazionali”, scrive Raspanti. E poi ancora:
“Possiamo ignorare, per altro, che molti legislatori vogliono contenere e abbandonare piuttosto che
soccorrere, accogliere e predisporre condizioni umane per chi è uomo e donna come noi? Mi
sembra un campanello di allarme che si reagisca con aggressività dinanzi a un richiamo al senso di
umanità, alla fraternità e alla libertà. È proprio vero che ogni corpo restituito dal mare è una ‘chiara
denuncia’ contro la propaganda che calpesta l’umanità”. È ancora presto per dire se modificheranno
la linea prudente dell’intera Conferenza episcopale italiana. Ma è un segnale. E non da poco

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il vero significato della ‘giornata del malato’

compassione proclamata, sistema immutato

il paradosso ecclesiale davanti alla sofferenza

di Gianni Urso
in “Facebook” del 14 febbraio 2026

Il recente messaggio di papa Leone XIV per la Giornata Mondiale del Malato, con il suo invito a
trovare pace nella carità di Dio e con l’ennesima esortazione alla vicinanza verso chi soffre, si
colloca perfettamente dentro una tradizione retorica secolare della Chiesa cattolica: parole alte,
spiritualmente suggestive, pastoralmente ineccepibili – e tuttavia drammaticamente incapaci di
incidere sulle strutture reali che producono sofferenza, esclusione, abbandono.
Qui si apre il primo nodo critico.
La compassione, quando rimane linguaggio spirituale e non diventa prassi storica trasformativa,
rischia di funzionare come anestetico morale. Non libera i poveri, non cambia i sistemi sanitari
diseguali, non rompe le logiche economiche che trasformano la cura in merce. Consola, sì – ma
consola dentro l’ordine esistente.
Ed è proprio questo il punto teologico-politico decisivo: una Chiesa che consola senza trasformare
finisce, anche involontariamente, per legittimare ciò che dovrebbe profeticamente contestare.
La tradizione evangelica, se presa sul serio e non ridotta a devozione intimista, è tutt’altro che
neutra.
Il Gesù dei vangeli non si limita a dire parole di conforto ai malati: guarisce, tocca gli impuri,
infrange barriere religiose, denuncia poteri che opprimono. La guarigione è gesto sociale prima
ancora che miracolo spirituale. È restituzione di dignità, è inclusione comunitaria, rottura di un
sistema di esclusione.
Trasferire questo paradigma nel presente significherebbe per la Chiesa assumere una posizione
strutturalmente conflittuale verso modelli economici e politici che producono malattia sociale:
povertà sanitaria, disuguaglianze territoriali, privatizzazione della cura, solitudine degli anziani.
Eppure, nei documenti ufficiali contemporanei questa radicalità evangelica appare spesso attenuata.
La sofferenza viene spiritualizzata. Il dolore diventa luogo teologico più che problema politico.
Si parla di carità, raramente di giustizia. Si invoca la vicinanza, meno frequentemente la
trasformazione delle cause.
È uno slittamento decisivo: dalla liberazione alla consolazione. Dalla profezia alla pastorale
dell’accompagnamento. Dal conflitto evangelico alla compatibilità con l’ordine costituito.
Questo non significa negare il valore umano e spirituale della compassione cristiana. Al contrario:
proprio perché la compassione è centrale, essa non può essere ridotta a sentimento. Deve diventare
struttura. Sistema. Politica della cura.
Una Chiesa fedele al Vangelo non dovrebbe limitarsi a invitare i fedeli a stare accanto ai malati, ma
dovrebbe esporsi istituzionalmente contro tutto ciò che produce malattia evitabile.
Dovrebbe parlare di sanità pubblica, di diritti universali, di disuguaglianze globali, di sfruttamento
che consuma i corpi. Dovrebbe disturbare i potenti, non solo confortare i sofferenti.
Qui emerge il secondo paradosso: la Chiesa possiede una delle più vaste reti sanitarie del mondo,
ma raramente usa questa forza come leva profetica contro i sistemi ingiusti.
Spesso supplisce allo Stato, ma senza mettere radicalmente in discussione le cause strutturali che
rendono necessaria quella supplenza.
La carità sostituisce la giustizia. L’opera buona prende il posto della trasformazione sociale. È la
tensione irrisolta tra istituzione e Vangelo, tra gestione del presente e annuncio del Regno.
Infine, c’è una questione ecclesiologica più profonda.
Finché la parola sulla sofferenza resta monopolio verticale della gerarchia, la voce reale dei malati
rimane marginale.
Una Chiesa davvero evangelica dovrebbe lasciare parlare i corpi feriti, non solo parlare su di essi.
Dovrebbe riconoscere nei malati non destinatari di cura pastorale, ma soggetti teologici, portatori di
rivelazione.
Questo implicherebbe una conversione radicale del potere ecclesiale: meno magistero dall’alto, più
ascolto dal basso; meno dottrina sulla sofferenza, più condivisione reale della vulnerabilità.
Il messaggio papale, dunque, pur animato da sincera intenzione pastorale, rivela ancora una volta il
limite storico del cattolicesimo istituzionale contemporaneo: la difficoltà di passare dalla spiritualità
della compassione alla politica evangelica della liberazione.
Finché questo passaggio non avverrà, la Chiesa continuerà a essere percepita come madre
consolante ma non come forza trasformativa della storia.
E il Vangelo, che nasce come annuncio di liberazione concreta per i poveri e i sofferenti, resterà
parzialmente disinnescato dentro un linguaggio religioso che cura le ferite senza interrogare chi le
produce.
La Chiesa che vorremmo inizia esattamente qui: nel rifiuto di una compassione che non cambia il
mondo e nella scelta di una carità che diventa giustizia storica.
Non una Chiesa che accompagna la sofferenza rendendola sopportabile, ma una Chiesa che lotta
perché quella sofferenza – quando è ingiusta e evitabile – semplicemente non esista più.

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basta armi!

export di armi, commercio di morte

di Tonio Dell’Olio
in “www.mosaicodipace.it” del 24 febbraio 2026

“Basta favori ai mercanti di armi” non è solo uno slogan: è un appello che torna a farsi respiro
collettivo. Attorno alla legge 185/90, nata da una grande spinta dal basso per portare luce sul
commercio di armamenti, si è riaccesa una mobilitazione. La Rete Italiana Pace e Disarmo ha
rilanciato la campagna per difenderla, affiancata da oltre duecento realtà del mondo associativo e
cattolico, tra cui Libera, le Acli, Pax Christi… Il timore è che, tra cancellazioni e silenzi, si incrini la
trasparenza: spariscano i nomi delle “banche armate”, si affievolisca il riferimento ai diritti umani,
si sposti il baricentro dalle valutazioni tecniche a scelte politiche opache. Così l’argine rischia di
abbassarsi, mentre cresce la produzione e il mercato cerca nuovi sbocchi. Non è solo una norma da
difendere, ma una promessa di controllo democratico. Per questo la campagna non resterà nei
palazzi: attraverserà territori e coscienze, chiedendo che l’economia non smarrisca la pace come
orizzonte. Insomma oggi più che mai è necessario fare qualcosa. Tutte e tutti. Insieme.

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il commento al vangelo della domenica

AMA LA VITA PICCOLA

 Mt 5,17-37

il commento di E. Ronchi al vangelo della sesta domenica del tempo ordinario

Gesù ha appena annunciato le beatitudini e la delusione degli ascoltatori è totale. L’attesa era che Israele diventasse una potenza, conquistando terre e popoli e invece hanno ascoltato Gesù dire: Beati i poveri!

E ancora: Non sono venuto ad abolire la legge, ma a portarla a compimento. Non si riferisce alle centinaia di precetti della legge mosaica, ma alla salvaguardia del cuore della legge, portato alla sua piena fioritura. Gesù non demolisce, ma riassume tutto in uno strabiliante comando nuovo.

Nuovo e antico: tu amerai.

Senza trascurare i dettagli, senza dimenticare i piccoli gesti, amando la vita piccola.

Gesù porta avanti la storia dell’uomo su due linee di fondo: la linea del cuore e la linea della persona.

La linea del cuore: Fu detto: non ucciderai; ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, cioè chiunque alimenta dentro di sé rabbie e rancori, è già in cuor suo un omicida. Ritorna al tuo cuore e guariscilo, solo dopo potrai curare tutta la tua vita.

Va’ alla sua radice.

Chi non ama suo fratello è omicida (1Gv 3,15). Significa che non serve uccidere per togliere la vita, basta non amare; non amare è un lento morire, che si propaga. E se tu disprezzi il fratello, il tuo futuro sarà la Geenna, l’immondezzaio di Gerusalemme, cioè tu fai spazzatura della tua vita, la butti nell’immondizia. E’ l’intera tua umanità che marcisce e va in fumo.

La linea della persona: Se tu guardi una donna per desiderarla sei già adultero. Non dice: se tu desideri qualcuno. Non è il desiderio a essere condannato, ma quel “per”, vale a dire quando tu metti in moto gesti e parole con lo scopo di sedurre e possedere, tu pecchi contro la bellezza e l’integrità di quella persona. È un peccato di adulterio nel senso originario del verbo adulterare: tu alteri, falsifichi, manipoli, immiserisci la persona. Le rubi il sogno e l’immagine di Dio.

 

Lo scopo della legge morale non è altro che custodire, coltivare, far fiorire l’umanità dell’uomo. La sua convinzione, che il sabato è per l’uomo e non l’uomo per il sabato, lo perderà sulla croce. Per aver messo la persona prima della legge di Mosè, per questa bestemmia Gesù sarà condannato a morte.

Ma chi potrà osservare questi vangeli impossibili? Se la rabbia è già omicidio o se uno sguardo può essere già adulterio? Eppure queste inquietanti pagine del Vangelo sono anche le più umane, qui ritroviamo la radice della vita buona, torniamo a bere alla sorgente del cuore.

Dice la Bibbia: Custodisci il tuo cuore perché in esso è la sorgente della vita.

Allora il Vangelo è facile, umanissimo, felice, anche quando dice parole che danno le vertigini. Non aggiunge fatica, non cerca eroi, ma uomini e donne veri. C’è da guarire il cuore, per poi guarire la vita.

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tutti a tappare la bocca a Francesca Albanese

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l’ultima voce per la Palestina

di Raniero La Valle
in “Prima Loro” del 12 febbraio 2026

La richiesta ufficiale formulata dal governo francese di revocare all’ambasciatrice Francesca
Albanese il ruolo di relatrice speciale dell’ONU per il popolo palestinese è di una gravità
sconsiderata perché vuol dire togliere al popolo palestinese l’ultimo filo di voce che ancora ne
raccontava l’esistenza sulla terra.
Non crediamo che l’ONU, ovvero le potenze che la gestiscono, arriveranno a tale nefandezza dopo
che l’ONU ha visto ignorate e contradette innumerevoli sue pronunzie e prescrizioni per la
soluzione della questione palestinese, dopo essere stata accusata da Netanyahu di essere una palude
dell’antisemitismo e dopo aver assistito senza intervenire e fare alcunché per fermare il genocidio
del popolo palestinese a Gaza. Tuttavia la richiesta francese, alla quale pare che anche l’Italia non si
opponga, è uno scandalo che denuncia ancora una volta la decadenza di questa Europa che si
prepara a spaccarsi sempre di più, non solo nel conflitto contro la Russia, ma anche nella nuova
contrapposizione tra Francia e Germania, ora anche legata dall’”asse” con Roma.
L’accusa alla relatrice speciale Albanese è quella di denunciare il genocidio in corso contro il
popolo palestinese. Tutti, però, ormai riconoscono che, si usi o no la parola, tale genocidio è in atto
e proprio in questi giorni esso è confermato dallo stesso Netanyahu, che è andato a Washington oltre
che per sbrigare la pratica con l’Iran, per firmare la propria adesione e il proprio ingresso nel Board
voluto e presieduto da Trump, per avviare la grandiosa speculazione edilizia su Gaza e trasformare
Gaza da un cumulo di macerie, di morti e di tragicamente sopravvissuti, in un paradiso di letizie e in
un paradiso fiscale. Ma Netanyahu è andato a Washington anche per avanzare un’istanza di
indiscutibile coerenza, e dice a Trump: “non possiamo avviare questa meravigliosa operazione
mediterranea se prima non mi lasci finire il lavoro della soppressione degli abitanti palestinesi”,
adempimento finale a cui l’esercito israeliano si è già preparato. Pertanto, che un relatore dell’ONU
sulla Palestina giri gli occhi da un’altra parte e non parli di tale genocidio, è impossibile a pensarsi e
a credersi.
Dunque non per questo l’Albanese dovrebbe essere rimossa. Ma perché nel denunciare che chi fa
questo non è solo un nemico del popolo palestinese, ma è anche un nemico dell’umanità farebbe
una professione di antisemitismo, metterebbe in causa la fede di Israele e tutto il popolo ebraico
anche fuori di Israele. Ma la stessa coerenza per cui si ammette che non si può ricostruire Gaza se
prima non lo si ripulisce della presenza dei suoi attuali abitanti, dovrebbe far riconoscere anche alla
Francia che non è colpa di Francesca Albanese se l’autore di questo genocidio è il governo dello
Stato di Israele e se lo Stato di Israele è oggi quale è governato, rappresentato e teorizzato dinnanzi
a tutto il mondo da un capo politico, di religione ebraica che alla definitiva realizzazione della sua
idea di che cosa siano l’ebraismo, lo Stato di Israele e la soluzione definitiva della questione
palestinese (con l’assoluta esclusione dei due Stati) ha fatto la ragione non solo della sua carriera
politica, ma di tutta la sua vita.
Il problema sta dunque nel fatto che il soggetto che rivendica queste azioni si presenta esso stesso
come la vera e tendenzialmente intera espressione della tradizione di Israele, della sua fede e del
popolo ebraico anche della diaspora.
È chiaro che tutto questo l’Occidente lo capisce poco perché è ormai secolarizzato, si crede laico e
pensa d’istinto che una cosa è la politica e un’altra la religione, che una cosa è lo Stato e altra cosa
sono la Sinagoga e la Chiesa, che una cosa è lo Stato di Tel Aviv (col suo nome nobilissimo: Israele)
e un’altra cosa sono l’esercito di Israele, i Servizi Segreti di Israele, il governo di Israele e i progetti
di Israele per il futuro del Medio Oriente e di quella parte del mondo che esso include nell’area
della “Benedizione”.
Però l’Occidente potrebbe, se non vuole giudicare da sé, semplicemente ascoltare quello che lo
Stato di Israele, versione Netanyahu, dice di se stesso e che ha detto proprio in quella sede
dell’ONU da cui oggi dovrebbe essere rigettata la relatrice speciale della Palestina.
Nell’ultimo discorso fatto da Netanyahu all’assemblea generale dell’ONU il 27 settembre 2024, il
premier israeliano aveva annunciato la sua decisione di combattere fino alla “vittoria totale”,
affermando che non c’è nessun posto in Iran, ma nemmeno in Medio Oriente, che non possa cadere
sotto i colpi dell’esercito di Israele e aveva presentato la carta del mondo divisa in due mappe, una
della “Benedizione” e un’altra della “Maledizione” a seconda del rapporto di ciascuna di queste due
parti con Israele. E, ancora più importante, aveva rivendicato il fondamento indiscutibile di questa
pretesa di predominio che risalirebbe a migliaia di anni fa, e deriva da una lettura fondamentalista,
integralista, letterale della Bibbia di fronte a cui l’Occidente che ormai ignora queste categorie e
non sa leggere la Bibbia è disarmato e non può entrare in dialogo con i suoi assertori.
In quella occasione Netanyahu, rivolgendosi agli iraniani, li aveva chiamati il “popolo persiano”,
quello di Ciro, accomunandolo al popolo ebraico, come due popoli che hanno millenni di storia alle
spalle; aveva invocato il precedente biblico di Mosè, ripetendo ciò che aveva detto l’anno
precedente nella stessa sede delle Nazioni Unite, e cioè che “ci troviamo di fronte alla stessa scelta
senza tempo che Mosè pose al popolo di Israele migliaia di anni fa quando stavamo per entrare
nella Terra Promessa. Mosè ci disse che le nostre azioni avrebbero determinato se avremmo lasciato
in eredita alle generazioni future una benedizione o una maledizione”. E aveva citato a testimone re
Salomone, e Samuele che aveva proclamato: “l’eternità di Israele non vacillerà”, e aveva detto che
“Israele ha sempre eseguito il comando di Mosè”, che “l’antica promessa è stata sempre
mantenuta”. Si tratta di una interpretazione mondana e politica del messianismo ebraico certo
presente nel sionismo, ma contestata dai più avvertiti intellettuali e rabbini ebrei e che è penetrata
anche al di fuori del mondo ebraico fino a ispirare un certo messianismo americano che ora in
Trump non si sa più dove vada.
Sono temi difficili e tutti da approfondire, ma oggi la selvaggia politica che ci sta investendo ci
costringe a uno sforzo di comprensione fuori dell’ordinario

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cose che non ti aspetteresti … ma possono succedere

un ex detenuto alla guida delle carceri

di Concita De Gregorio
in “la Repubblica” del 7 febbraio 2026

Cose che possono succedere. Mentre da noi si vara il decreto sicurezza, il fermo preventivo sui manifestanti, lo scudo penale per gli agenti, le osservazioni del Quirinale, i dubbi di costituzionalità.
Ecco, intanto a New York il nuovo sindaco Zohran Mamdani nomina un ex detenuto alla guida del sistema penitenziario della città. Si chiama Stanley Richards. Negli anni Ottanta fu condannato a 9 anni per rapina.
Ne ho letto su Rivistastudio, che rimanda attraverso dei link a cosa ne scrive la stampa americana.
Riporto: «Ha scontato quattro anni e mezzo in carcere, due dei quali a Rikers Island, il più grande
penitenziario dello Stato di New York. Dopo la scarcerazione, nel 1991, ha seguito un percorso di
reinserimento che lo ha portato a diventare una delle voci più influenti nel dibattito sulla riforma
delle carceri. Negli ultimi anni ha lavorato come consulente e attivista diventando presidente della
Fortune Society (una delle più grandi organizzazioni senza scopo di lucro statunitensi che si
occupano di ex detenuti), occupandosi di alternative alla detenzione, condizioni di vita dei detenuti
e programmi di rientro nella società.
Il sindaco Mamdani lo ha nominato direttore del New York City Department of Correction, che
gestisce le carceri cittadine. È una figura che fa da controllore e garante: sarà responsabile della
sicurezza e delle operazioni quotidiane all’interno delle carceri ma anche della riabilitazione dei
detenuti e del rispetto delle norme federali e statali sulle condizioni di detenzione. La nomina arriva
in un momento molto difficile per il sistema carcerario newyorchese e in particolare per Rikers
Island, dove si è registrato un numero preoccupante di morti di detenuti — quattordici, negli ultimi
mesi — durante la carcerazione. Richards è dunque chiamato a ridurre la violenza negli istituti,
migliorare le condizioni di detenzione e ripensare il ruolo del carcere all’interno delle politiche di
sicurezza urbana». Niente, solo questo. Ve lo volevo dire

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per una chiesa di tutti

 

“tutti, tutti, tutti”

il nuovo arcivescovo di New York indica una Chiesa
di ponti e dialogo

di Camillo Barone
in “www.ncronline.org” del 5 febbraio 2026 (traduzione: www.finesettimana.org)

L’arcivescovo designato Ronald Hicks ha delineato una scelta pastorale radicata nella semplicità,
plasmata dall’evangelizzazione, attenta agli immigrati e ai poveri e incentrato sulla costruzione di
una chiesa missionaria che si apra verso l’esterno.
L’arcivescovo designato Ronald Hicks si è fermato davanti ai murales all’ingresso della Cattedrale
di San Patrizio a New York che raffigurano Santa Francesca Cabrini, Dorothy Day, i primi
soccorritori dell’11 settembre e gli immigrati del passato e del presente, e ha visto in essi un riflesso
sia della sua storia personale che della storia di New York.
“Mi ha ricordato la mia famiglia di immigrati che è venuta qui dalla Germania, dall’Irlanda e dalla
Polonia, e mi ha anche ricordato le persone che ho incontrato durante il mio lavoro missionario in
America Latina”, ha detto Hicks. “Mi ha ricordato che le persone continuano a guardare a quella
porta dorata come fonte di speranza e opportunità qui negli Stati Uniti”.
Il nuovo arcivescovo, che diventerà l’undicesimo leader dell’arcidiocesi di New York, ha
approfittato della conferenza stampa pre-insediamento del 5 febbraio per indicare il tono pastorale
che spera di imprimere: radicato nella semplicità, plasmato dall’evangelizzazione, attento agli
immigrati e ai poveri e incentrato sulla costruzione di una chiesa missionaria che si apra verso
l’esterno.
Il 18 dicembre Papa Leone XIV ha nominato Hicks, 58 anni, successore del cardinale Timothy
Dolan, le cui dimissioni sono state accettate dopo che questi ha raggiunto l’età pensionabile
obbligatoria di 75 anni nel febbraio 2025.
Hicks ha affermato che i giorni che precedono e seguono il suo insediamento sono intesi
innanzitutto come momenti di preghiera non di autopromozione. Stasera (5 febbraio) l’arcidiocesi
celebrerà i vespri e domani (6 febbraio) Hicks sarà ufficialmente insediato come arcivescovo
durante una messa che dovrebbe attirare più di 2.000 persone, tra cui circa 90 vescovi, sette
cardinali e circa 400 preti.
“Stasera non è il momento di fissare un programma o di promuovere la mia visione, ma è il
momento di chiedere la benedizione di Dio nella preghiera e di farlo insieme”, ha detto. Durante la
messa di insediamento, intende sottolineare la gratitudine e la missione della Chiesa, facendo
ripetutamente riferimento a Papa Leone XIV e promettendo di collaborare con la sua visione.
Hicks ha descritto questa missione in termini chiaramente orientati verso l’esterno. “Parlerò
semplicemente di essere una Chiesa composta da discepoli missionari che vogliono andare e fare
discepoli, e anche trasmettere la nostra fede alle generazioni future”, ha affermato. “Parleremo di
una Chiesa che costruisce ponti, va nelle periferie, si impegna nel mondo e vive la sua missione:
una Chiesa missionaria”.
Le liturgie stesse rifletteranno questa visione e includeranno elementi bilingui. Facendo riferimento
a trent’anni di presbiterato in cui la comunità ispanica è stata al centro del suo ministero, Hicks ha
affermato che intenzionalmente predica in parte in spagnolo.
“Voglio comunicare al mondo che la comunità ispanica è molto importante nella vita della Chiesa
cattolica, ed è anche un modo per mostrare il mio rispetto e il mio amore per la comunità latina
riconoscendo la sua dignità”, ha affermato.
La prima lettura alla Messa di insediamento di Hicks sarà proclamata da Samuel Jimenez Correas,
un orfano salvadoregno immigrato a Chicago, che Hicks ha incontrato durante i suoi cinque anni di
lavoro come missionario in El Salvador dal 2005 al 2010.
Hicks ha anche sottolineato la varietà delle persone che saranno presenti alle celebrazioni. Accanto
al clero cattolico e ai laici ci saranno rappresentanti di altre tradizioni religiose, del governo, del
mondo degli affari, del lavoro, dell’istruzione, delle organizzazioni non-profit, dei soccorritori di
pronto intervento e delle arti.
“In altre parole, chi ci sarà? Tutti. Tutti”, ha detto. “Per citare Papa Francesco, quando diceva: chi ci
sarà, todos, todos, todos. Questo è positivo, perché New York è un luogo dove vive e si sente a casa
il mondo intero, e la Chiesa cattolica è universale, riunisce e coinvolge tutti”.
Alla domanda del National Catholic Reporter sul suo messaggio agli immigrati cattolici, le cui voci
faticano a farsi sentire a livello nazionale, Hicks ha inquadrato la sua risposta nella dottrina sociale
cattolica.
“La mia risposta deriva da una chiara comprensione, nella Chiesa cattolica e nella nostra giustizia
sociale, di cosa sia la dignità umana”, ha affermato. “Il mio messaggio è: come ci trattiamo con
rispetto? Come possiamo semplicemente vederci come fratelli e sorelle e usare questo come
fondamento per tutto?”.
Hicks ha anche parlato di colmare il divario tra ricchi e poveri in una città caratterizzata da forti
contrasti.
“Penso che questo sia il potere di Gesù. Egli ama, conosce e si rivolge a tutti, a tutti, e vuole che
tutti siano salvati”, ha affermato.
Proveniente dalla diocesi di Joliet, nell’Illinois, dove vivono poco più di 500.000 cattolici, Hicks ha
riconosciuto la portata e la visibilità globale di New York, definendola di influenza nazionale e
internazionale. Ha affermato di essere consapevole che la sua voce ora arriva ben oltre i confini di
una diocesi, anche attraverso la messa televisiva nazionale delle 10:15 della domenica nella
Cattedrale di San Patrizio.
Secondo il suo sito web, l’arcidiocesi di New York conta circa 2,5 milioni di cattolici in circa 300
parrocchie.
Nonostante la visibilità e le esigenze amministrative del ruolo, Hicks ha affermato di non
considerarsi in primo luogo un dirigente.
“Non voglio essere visto solo come l’amministratore delegato o il presidente di un gruppo”, ha
detto. “Sono stato chiamato qui per essere un pastore e, come pastore, il mio desiderio è quello di
essere un buon pastore”.
Mentre si prepara ad assumere la cattedra e ad iniziare formalmente il suo ministero, Hicks ha
descritto la sua visione in una sola parola: “provvidenza”. Ha affermato di confidare che Dio lo
abbia preparato per questo momento e che il suo compito ora sia quello di arrendersi, fidarsi e
seguire.
“Voglio solo fidarmi di Lui, seguirLo e continuare a farlo”, ha affermato

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ci manca la profezia di papa Francesco

quanto ci manchi, Francesco!

di José Manuel Vidal
in “Religión Digital” del 9 febbraio 2026

Papa Francesco è stato, prima di tutto, un profeta: qualcuno che ha osato dire ad alta voce ciò che
milioni di coscienze intuivano silenziosamente.
La sua morte non ha solo chiuso un pontificato; ha aperto un buco nero di autorità morale in un
mondo che da allora sembra più caotico, più brutale e più schiavo dei Trump di turno.
Oggi, guardando indietro, inizia ad imporsi una scomoda certezza: non siamo riusciti ad apprezzare
appieno il privilegio di essere stati contemporanei del papa dei poveri e della primavera della
Chiesa.
Il papa che ci chiedeva costantemente di pregare per lui, perché sapeva di essere il bersaglio
principale dei «fiori del male».
Ora sappiamo che Bannon ed Epstein volevano abbatterlo.
Un profeta con nome e volto
Francesco ha avuto qualcosa che non si può comprare né fabbricare: carisma e autorità morale
riconosciuta anche dai suoi detrattori.
Proprio perché la sua parola raggiungeva gli emarginati, i ricchi e i potenti si sono sentiti in dovere
di reagire: lo hanno accusato di essere eretico, marxista, ingenuo e pericoloso, perché il suo Vangelo
sociale metteva a nudo l’oscenità di molte strutture economiche e politiche e di un «capitalismo che
uccide», come ripeteva spesso.
Questo rifiuto è stato, paradossalmente, la prova migliore che la sua voce toccava i veri nervi
scoperti di un mondo in mano agli Epuloni di turno.
Per questo, dal mondo oscuro della costellazione MAGA (che ora subiamo in tutta la sua brutalità),
volevano la sua testa ed hanno manovrato per ottenerla.
Senza riuscirci, perché il potere della preghiera è più grande di loro.
Allo stesso tempo la immensa maggioranza silenziosa – credenti, agnostici, gente di strada – lo ha
riconosciuto come un punto di riferimento diverso: qualcuno che parlava chiaro sui migranti, sui
poveri, sugli anziani, sugli emarginati e sui giovani senza futuro, senza ricorrere a tecnicismi o a
comode neutralità.
E lo faceva con parole semplici e gesti concreti che tutti comprendevamo, senza bisogno di
intermediari.
Molti di noi, durante il suo pontificato, ci siamo sentiti orgogliosi di «avere» un papa così, anche
coloro che non condividevano tutte le sue impostazioni, perché incarnava qualcosa di raro: la
coerenza tra ciò che diceva e come viveva.
Un vuoto morale che diventa più evidente nel tempo
Da quando quest’uomo di Dio ci ha lasciato, il mondo ha avuto le convulsioni e non è più stato lo
stesso.
Non perché Francesco sia stato un supereroe capace di fermare guerre o abbattere muri con
un’omelia, ma perché all’improvviso è scomparsa una voce che organizzava, con autorità globale,
la difesa dei più deboli.
E questa lacuna si avverte in ogni conflitto in cui mancano parole chiare, in ogni deriva autoritaria
senza una denuncia che risuoni a livello globale, in ogni crisi climatica in cui l’economia torna ad
imporsi senza una «Laudato si’» che scomodi tutti.
Ciò che resta è uno strano silenzio: le istituzioni continuano a parlare, i comunicati si moltiplicano, i
discorsi si susseguono, ma manca questo misto di parrhesía e di tenerezza, di denuncia e di
consolazione, con cui Francesco si rivolgeva allo stesso modo a presidenti ed a raccoglitori di
cartone.
Quanto abbiamo bisogno oggi di qualcuno che, senza paura, ripeta che «questa economia uccide»,
che «nessuno si salva da solo», che la guerra è sempre un fallimento assoluto della politica e
dell’umanità.
Il migliore di noi: memoria e responsabilità
«Il migliore essere umano di tutti» è, ovviamente, un’iperbole affettiva, ma dice qualcosa di
vero: per molti Francesco ha incarnato il meglio della nostra capacità di umanità condivisa. Per
questo il lutto non è solo ecclesiale; è di civiltà.
Andandosene, ci ha costretto a porci una domanda scomoda: chi occupa ora questo posto di autorità
morale globale, trasversale, scomoda per tutti e vicina agli ultimi?
Leone XIV, il suo successore, è forse l’unico che può farlo.
Ma ha bisogno di tempo per consolidare la sua posizione a livello mondiale e diventare, come il suo
predecessore, un punto di riferimento globale.
E per farlo, deve vincere la potentissima macchina mediatica nordamericana, nelle mani degli
alleati del MAGA, che sta cercando con tutti i mezzi di «mettere a tacere» i messaggi del primo
papa americano.
Col passare del tempo, la memoria si sedimenta: la schiuma delle polemiche si diluisce e resta la
sostanza di un pontificato che, con le sue luci e ombre, ha riaperto finestre, ha riabilitato la
misericordia come categoria centrale, ha posto i poveri al centro del discorso e ha ricordato che la
Chiesa non è una dogana, ma un ospedale da campo.
Il tempo ci sta facendo comprendere la grandezza del privilegio: aver respirato la stessa epoca
storica del papa dei poveri e della primavera ecclesiale.
Non solo nostalgia: ereditare la sua audacia
Dire «non smetteremo mai di sentire la sua mancanza» non può consistere solo in una malinconica
consegna.
Il modo migliore per onorare la sua memoria non è imbalsamarla, ma tradurre la sua intuizione
profetica in contesti concreti: alzare la voce di fronte alla crudeltà verso i migranti, disarmare
discorsi di odio, smascherare pseudo-vangeli neoliberisti (come quello del vicepresidente
statunitense J.D. Vance) e sostenere le comunità che continuano a vivere il Vangelo sul campo.
Se Francesco è stato un profeta dotato di carisma, di una personalità straordinaria e di una
riconosciuta autorità morale, la domanda che lascia come testamento è semplice e impegnativa:
siamo disposti ad assumerci, anche su piccola scala, il costo di questa stessa profezia?
Sentire la sua mancanza è inevitabile. Trasformare quest’assenza in una scusa per il cinismo sarebbe
tradirlo.
Forse l’unico modo adulto di superare il lutto consiste in qualcosa di semplice e difficile come
questo: quando manca la sua voce per difendere i popoli più deboli, chiederci cosa direbbe lui… e
avere il coraggio, anche se la nostra voce trema, di dirlo noi stessi.
E chiedere a Leone XIV di ricaricare le batterie della parrhesía e di diventare cassa di risonanza del
Vangelo della misericordia. E anche di denunciare il tentativo di «abbattere» il suo amato
predecessore.
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Articolo pubblicato il 9.2.2026 nel Blog dell’Autore in «Religión Digital» (www.religiondigital.com)
Traduzione a cura di Lorenzo Tommasell

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il commento al vangelo della domenica

GENTE CHE ACCAREZZA LA VITA
Mt 5,13-16
il commento di E. Ronchi al vangelo della quinta domenica del tempo ordinario
Che meraviglia il Vangelo!
Voi siete un giacimento di sale, di luce e di sapore. Sale, dono del mare e del sole. Luce, figlia primogenita della creazione, che dona bellezza alle cose, addizione di gusto e di senso.
Gesù non è venuto a portare un nuovo sistema di pensiero, il suo è irradiamento di luce, spargimento di sale, contagio di fuoco e di gusto.
Ma il sale è anche un simbolo spirituale: Voi discepoli, come il sale, avete il compito di far emergere dai vostri oceani interiori, che ci minacciano e al contempo ci generano, una forza, un bene, un gusto che sono già lì in voi, che chiedono solo di innalzarsi alla luce.
Deve esserci qualcosa di sacro nel sale se lo incontriamo nel mare, nel pane, nei riti dell’ospitalità, nelle lacrime.
Voi siete il sale, cioè quello che impedisce alla storia di corrompersi. Siete un’intensificazione del gusto del vivere. Voi siete la luce, cioè quella che misura il tempo, che scaccia le paure.
Mi conosco bene, non sono né luce né sale. Eppure il Vangelo mi incalza: Non fermarti alla superficie di te e al ruvido dell’argilla di cui sei fatto; cerca in profondità, verso la cella segreta del cuore, e troverai una lucerna accesa e una manciata di sapore cristallino.
Voi siete luce. Gesù lo annuncia alla mia anima bambina, si fida di quella parte di me che sa ancora incantarsi e accendersi.
Se il sale resta chiuso nel suo barattolo, non serve a niente, la sua vocazione è disperdersi nel cibo. La luce non illumina se stessa, ma le cose su cui si posa, e non torna indietro alla sua sorgente. Allo stesso modo: «Se mi chiudo nel mio io, pur adorno di tutte le virtù, e non partecipo all’esistenza degli altri, posso essere privo di peccati, e tuttavia vivo in una condizione di peccato» (G. Vannucci).
Osserva l’umiltà del sale e della luce. Non attirano l’attenzione su di sé, non si mettono al centro. Non hanno lo scopo di perpetuare se stessi, ma di valorizzare l’altro. E così è la Chiesa: non è un fine, ma un mezzo per rendere migliore la vita delle persone.
Osservo la luce: non fa violenza, ma accarezza le cose, le avvolge e con il suo tocco ne fa emergere i colori e la bellezza. I cristiani sono rabdomanti delle stesse cose nelle persone! Fanno emergere il bello e il buono, il dono dell’intelligenza, dei talenti, della fame di giustizia.
Fanno come il Signore, che vede nelle sue creature la luce prima del buio, la primavera dentro l’inverno, il santo prima del peccatore, l’invisibile dentro il visibile.
Così noi, “quelli del Vangelo”, siamo gente che ogni giorno accarezza la vita e ne fa emergere il bello; nei nostri occhi deve splendere la venerazione per ogni vivente. «Ecco io carezzo la vita, perché profuma di te» (Rumî).
Accarezzi la vita, e sulle mani ti resta il profumo di Dio.
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il nostro mare sempre più grande cimitero per la nostra irresponsabilità

mille morti in mare

e voi parlate solo di sicurezza nei cortei?

di Luca Casarini
in “l’Unità” del 4 febbraio 2026

Prendete mille cadaveri. Metteteli in fila, uno ad uno, la testa di quello prima che tocca i piedi di
quello dopo. Dall’Altare della Patria fino a Palazzo Chigi, lungo tutta Via del corso. Ci stanno, è un
kilometro circa. Perché ci sono i bambini piccoli oltre agli adulti. Misurano di meno in altezza.
Ecco, un kilometro di morti, lungo il marciapedi così da non intralciare il traffico. Ma bisogna
passarci accanto mentre ci si reca al lavoro, oppure a fare shopping in galleria. Tocca scavalcarli, e
allora lo sguardo forse viene rapito da quei volti tumefatti, da quei corpi gonfi d’acqua salata,
coperti da vestiti sfilacciati come fossero fatti di alghe. Non sono più scuri di pelle, come quando
sono nati, in Sudan, in Mali, in Niger, nella Costa d’Avorio e chissà in quali altri invisibili paesi.
No, adesso sono grigi, quasi bianchi. Scoloriti dall’acqua che ha lavorato, lì in fondo al mare. Il
ministro passa pure lui, ma non si accorge di niente. È sulla sua auto blindata, corre veloce.
Forse scorge da dietro il vetro, quelli che ai suoi occhi potrebbero essere sacchi di immondizia
abbandonati ai lati della strada, segno del degrado urbano, una vera piaga per il decoro della
capitale, lo ha sempre detto. E invece sono sacchi di ossa, di pelle, di occhi, di capelli, di denti, di
mani e di piedi. Ma non ha tempo il ministro di fermarsi. È atteso nel Palazzo, per il decreto
sicurezza. La violenza di Torino, di quei terroristi urbani.
Bisogna colpire loro e tutta quella gente che si ostina a coprirli, partecipando alle manifestazioni. E
colpire duro, con leggi speciali. Lo stato di diritto è diventato un intralcio alla “nazione”. La
violenza, la violenza. In mare non ci sono né lacrimogeni né fuochi d’artificio. Tutto è silenziato,
avvolto dal rumore delle onde che sbalzano quelle bare galleggianti di ferro come fuscelli. Forse è
per questo che la morte in mare di donne, uomini e bambini, nessuno la considera una violenza.
Non fa rumore, non ci sono né video né telecamere. È una morte che scivola via, sul fondo,
portandosi dietro come fosse una palla al piede, le vite degli abbandonati. Dei più disperati di tutti
che non possono avere nemmeno una tomba con il loro nome. Non avranno una lapide, ma un
numero però ce l’hanno: mancati sbarchi. Finiranno nei comunicati come un grande successo “delle
politiche di contrasto all’immigrazione clandestina”.
I giorni che vanno dal 14 al 21 gennaio, noi li ricorderemo come quelli della “settimana di sangue”.
È anche quella del ciclone “Harry”, che oltre a devastare le coste di Calabria e Sicilia, ha
imperversato per almeno due giorni su tutto il Mediterraneo. Nonostante gli allarmi meteo, tra le 15
e le 25 barche piene fino a oltre cinquanta persone ognuna, sono state fatte partire dalla costa
orientale della Tunisia, dalle parti di Sfax. Chi le ha fatte partire? 5 di queste sicuramente un
trafficante soprannominato “Mauritania”, ma è chiaro che una partenza così massiccia non può
avvenire senza l’accordo con i militari che normalmente pattugliano quell’area.
Sono pagati dall’Italia e dall’Unione Europea per farlo, per respingere, deportare o far naufragare le
barche di migranti subsahariani che tentano di scappare da quella che è diventata un’altra Libia. Gli
accordi stipulati con l’autocrate Saied, servono a questo in tema di immigrazione.
Questa la ricostruzione che Refugees in Libia e Mediterranea Saving Humans ha reso pubblica:
Secondo le informazioni trasmesse attraverso i dispacci Inmarsat dall’MRCC (il Centro per il
coordinamento del soccorso marittimo) di Roma e segnalate per la prima volta dal giornalista
Sergio Scandura, almeno 380 persone risultano disperse in mare al 24 gennaio. L’allerta
raggruppava otto casi SAR distinti, corrispondenti a otto imbarcazioni partite da Sfax, sulla costa
orientale della Tunisia, tra il 14 e il 21 gennaio 2026, con a bordo il seguente numero di persone:
rispettivamente 49, 54, 50, 51, 36, 42, 53 e 45 tra donne, uomini e bambini, per un totale di circa
380 persone. Al 24 gennaio, nessuna di queste imbarcazioni era stata localizzata e non era stato
segnalato alcun salvataggio confermato relativo a questi otto casi SAR.
Queste partenze hanno coinciso esattamente con il periodo in cui il Mediterraneo centrale, compresa
la rotta da Sfax a Lampedusa, era interessato da condizioni marittime estreme: onde superiori a sette
metri e raffiche di vento che raggiungevano oltre 54 nodi, causate dal ciclone Harry. In altre parole,
le imbarcazioni non sono semplicemente scomparse, ma si sono perse durante alcune delle
condizioni marine più pericolose registrate da vent’anni a questa parte in mare.
Da allora questa resta la sola e unica comunicazione ufficiale di un’Autorità marittima europea.
Negli ultimi giorni, Ahmed Omar Shafik, comandante della nave mercantile Star, ha condiviso le
immagini ( https:// www.facebook.com/share/r/1AkvKyKLjn/) che documentano il salvataggio di
Ramadan Konte, cittadino della Sierra Leone. Secondo la sua testimonianza, era partito da Sfax a
bordo di un’imbarcazione che trasportava circa 50 persone di diverse nazionalità. L’imbarcazione si
è capovolta. Konte è sopravvissuto per più di 24 ore in mare prima di essere avvistato dal
mercantile a est della Tunisia e a sud di Malta. Durante il suo salvataggio, si vedevano corpi
galleggiare nell’acqua. Konte ha perso suo fratello, la moglie di suo fratello, suo nipote e almeno
altre 47 persone. Successivamente è stato consegnato alla Guardia Costiera maltese.
La testimonianza di Konte è importante non solo per ciò che rivela su uno dei naufragi, ma anche
per ciò che conferma più in generale: le imbarcazioni che partivano da Sfax in quel periodo si
trovavano in condizioni disperate, con poche o nessuna possibilità di sopravvivenza e senza alcun
intervento attivo di soccorso. Ma sono le testimonianze raccolte dai Refugees tra le comunità
presenti in Tunisia a fornire un quadro molto più ampio e allarmante.
Dicono che, dal 15 gennaio in poi, di fronte a una pressione crescente da parte dei militari tunisini
con rastrellamenti e devastazioni negli accampamenti informali negli uliveti intorno a Sfax e un
allentamento dei controlli sulle spiagge, diversi convogli sono partiti da diversi punti costieri.
Secondo le testimonianze raccolte da persone che avrebbero dovuto trovarsi su queste imbarcazioni
ma che sono state costrette ad aspettare per mancanza di denaro, nonché dai parenti di coloro che
sono partiti, interi convogli non sono mai tornati.
Si dice che un solo trafficante, conosciuto localmente come Mohamed “Mauritania”, abbia spinto
cinque convogli, ciascuno dei quali trasportava tra le 50 e le 55 persone. Dal chilometro 19 al
chilometro 21, fonti della comunità parlano di dieci imbarcazioni salpate. Dal chilometro 30 sono
partite sette imbarcazioni.
Solo una ha raggiunto Lampedusa il 22 gennaio con un corpo senza vita a bordo e due gemelline di
un anno disperse in mare. oltre alla sopravvivenza di Ramadan Konte. Le altre sembrano sparite nel
nulla.
Dal chilometro 33 al chilometro 38 sono partiti altri sette convogli. Solo uno è tornato agli uliveti
vicino a Sfax. I sopravvissuti hanno assistito a naufragi in mare. Quando in seguito si sono spostati
verso Mahdia, la polizia tunisina li ha arrestati.
Nell’ultima settimana continuavano ad emergere nuovi nomi: persone che si sapeva essere partite e
che ora risultano irraggiungibili, senza chiamate dalla Libia, senza contatti dai centri di detenzione,
senza conferma della morte e senza tracce dal deserto algerino.
Il costo umano è pesantissimo: il medico e attivista, dottor Ibrahim, che gestisce cliniche
autorganizzate in Tunisia, ha cinque familiari dispersi: suo figlio, le sue due mogli e alcuni parenti.
Anche un noto attivista nigeriano per i diritti umani, partito con un’altra imbarcazione, risulta
disperso. Intanto le autorità maltesi hanno recuperato decine di corpi in mare. Il 30 gennaio il corpo
di una donna è stato recuperato dalla nave di soccorso civile Ocean Viking nella zona di ricerca e
soccorso maltese e sbarcato sabato a Siracusa.
Le informazioni restano frammentarie e talvolta contradditorie, ma un dato è certo: la portata di
quanto è accaduto supera di gran lunga le uniche notizie ufficiali finora diffuse. Resta il fatto che
centinaia di famiglie, parenti e amici dei dispersi sono disperati.
Molti gli interrogativi, in particolare sul comportamento del regime di Kaïs Saïed: come si spiega il
“lassismo” delle autorità tunisine, molto efficienti invece nei mesi scorsi nel prevenire le partenze
dalle coste di Sfax? “Di fronte a questo – conclude la presidente di Mediterranea Saving Humans il
silenzio e l’inazione dei governi di Malta e Italia sono agghiaccianti: di chi ha perso la vita in mare
non si deve parlare, soprattutto quando queste morti mostrano il fallimento delle politiche
migratorie e della collaborazione con Libia e Tunisia, e mentre si stanno preparando nuovi brutali
provvedimenti contro le persone migranti e la solidarietà.
Ma, come all’apertura venerdì scorso del processo per la strage di Cutro, insieme ai Rifugiati da
Libia e Tunisia, non smetteremo di chiedere con forza verità e giustizia anche di fronte a questa
tragedia di inaudite proporzioni

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