quanto ci manchi, Francesco!
di José Manuel Vidal
in “Religión Digital” del 9 febbraio 2026
Papa Francesco è stato, prima di tutto, un profeta: qualcuno che ha osato dire ad alta voce ciò che
milioni di coscienze intuivano silenziosamente.
La sua morte non ha solo chiuso un pontificato; ha aperto un buco nero di autorità morale in un
mondo che da allora sembra più caotico, più brutale e più schiavo dei Trump di turno.
Oggi, guardando indietro, inizia ad imporsi una scomoda certezza: non siamo riusciti ad apprezzare
appieno il privilegio di essere stati contemporanei del papa dei poveri e della primavera della
Chiesa.
Il papa che ci chiedeva costantemente di pregare per lui, perché sapeva di essere il bersaglio
principale dei «fiori del male».
Ora sappiamo che Bannon ed Epstein volevano abbatterlo.
Un profeta con nome e volto
Francesco ha avuto qualcosa che non si può comprare né fabbricare: carisma e autorità morale
riconosciuta anche dai suoi detrattori.
Proprio perché la sua parola raggiungeva gli emarginati, i ricchi e i potenti si sono sentiti in dovere
di reagire: lo hanno accusato di essere eretico, marxista, ingenuo e pericoloso, perché il suo Vangelo
sociale metteva a nudo l’oscenità di molte strutture economiche e politiche e di un «capitalismo che
uccide», come ripeteva spesso.
Questo rifiuto è stato, paradossalmente, la prova migliore che la sua voce toccava i veri nervi
scoperti di un mondo in mano agli Epuloni di turno.
Per questo, dal mondo oscuro della costellazione MAGA (che ora subiamo in tutta la sua brutalità),
volevano la sua testa ed hanno manovrato per ottenerla.
Senza riuscirci, perché il potere della preghiera è più grande di loro.
Allo stesso tempo la immensa maggioranza silenziosa – credenti, agnostici, gente di strada – lo ha
riconosciuto come un punto di riferimento diverso: qualcuno che parlava chiaro sui migranti, sui
poveri, sugli anziani, sugli emarginati e sui giovani senza futuro, senza ricorrere a tecnicismi o a
comode neutralità.
E lo faceva con parole semplici e gesti concreti che tutti comprendevamo, senza bisogno di
intermediari.
Molti di noi, durante il suo pontificato, ci siamo sentiti orgogliosi di «avere» un papa così, anche
coloro che non condividevano tutte le sue impostazioni, perché incarnava qualcosa di raro: la
coerenza tra ciò che diceva e come viveva.
Un vuoto morale che diventa più evidente nel tempo
Da quando quest’uomo di Dio ci ha lasciato, il mondo ha avuto le convulsioni e non è più stato lo
stesso.
Non perché Francesco sia stato un supereroe capace di fermare guerre o abbattere muri con
un’omelia, ma perché all’improvviso è scomparsa una voce che organizzava, con autorità globale,
la difesa dei più deboli.
E questa lacuna si avverte in ogni conflitto in cui mancano parole chiare, in ogni deriva autoritaria
senza una denuncia che risuoni a livello globale, in ogni crisi climatica in cui l’economia torna ad
imporsi senza una «Laudato si’» che scomodi tutti.
Ciò che resta è uno strano silenzio: le istituzioni continuano a parlare, i comunicati si moltiplicano, i
discorsi si susseguono, ma manca questo misto di parrhesía e di tenerezza, di denuncia e di
consolazione, con cui Francesco si rivolgeva allo stesso modo a presidenti ed a raccoglitori di
cartone.
Quanto abbiamo bisogno oggi di qualcuno che, senza paura, ripeta che «questa economia uccide»,
che «nessuno si salva da solo», che la guerra è sempre un fallimento assoluto della politica e
dell’umanità.
Il migliore di noi: memoria e responsabilità
«Il migliore essere umano di tutti» è, ovviamente, un’iperbole affettiva, ma dice qualcosa di
vero: per molti Francesco ha incarnato il meglio della nostra capacità di umanità condivisa. Per
questo il lutto non è solo ecclesiale; è di civiltà.
Andandosene, ci ha costretto a porci una domanda scomoda: chi occupa ora questo posto di autorità
morale globale, trasversale, scomoda per tutti e vicina agli ultimi?
Leone XIV, il suo successore, è forse l’unico che può farlo.
Ma ha bisogno di tempo per consolidare la sua posizione a livello mondiale e diventare, come il suo
predecessore, un punto di riferimento globale.
E per farlo, deve vincere la potentissima macchina mediatica nordamericana, nelle mani degli
alleati del MAGA, che sta cercando con tutti i mezzi di «mettere a tacere» i messaggi del primo
papa americano.
Col passare del tempo, la memoria si sedimenta: la schiuma delle polemiche si diluisce e resta la
sostanza di un pontificato che, con le sue luci e ombre, ha riaperto finestre, ha riabilitato la
misericordia come categoria centrale, ha posto i poveri al centro del discorso e ha ricordato che la
Chiesa non è una dogana, ma un ospedale da campo.
Il tempo ci sta facendo comprendere la grandezza del privilegio: aver respirato la stessa epoca
storica del papa dei poveri e della primavera ecclesiale.
Non solo nostalgia: ereditare la sua audacia
Dire «non smetteremo mai di sentire la sua mancanza» non può consistere solo in una malinconica
consegna.
Il modo migliore per onorare la sua memoria non è imbalsamarla, ma tradurre la sua intuizione
profetica in contesti concreti: alzare la voce di fronte alla crudeltà verso i migranti, disarmare
discorsi di odio, smascherare pseudo-vangeli neoliberisti (come quello del vicepresidente
statunitense J.D. Vance) e sostenere le comunità che continuano a vivere il Vangelo sul campo.
Se Francesco è stato un profeta dotato di carisma, di una personalità straordinaria e di una
riconosciuta autorità morale, la domanda che lascia come testamento è semplice e impegnativa:
siamo disposti ad assumerci, anche su piccola scala, il costo di questa stessa profezia?
Sentire la sua mancanza è inevitabile. Trasformare quest’assenza in una scusa per il cinismo sarebbe
tradirlo.
Forse l’unico modo adulto di superare il lutto consiste in qualcosa di semplice e difficile come
questo: quando manca la sua voce per difendere i popoli più deboli, chiederci cosa direbbe lui… e
avere il coraggio, anche se la nostra voce trema, di dirlo noi stessi.
E chiedere a Leone XIV di ricaricare le batterie della parrhesía e di diventare cassa di risonanza del
Vangelo della misericordia. E anche di denunciare il tentativo di «abbattere» il suo amato
predecessore.
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Articolo pubblicato il 9.2.2026 nel Blog dell’Autore in «Religión Digital» (www.religiondigital.com)
Traduzione a cura di Lorenzo Tommasell


