Monthly Archives: Marzo 2026
il desiderio di un pacifismo più incisivo e di una chiesa più profetica
Enzo Bianchi: “Il movimento pacifista si è indebolito.
da Papa Leone XIV avrei voluto una parola….”
intervista a Enzo Bianchi a cura di Alex Corlazzoli
in “il Fatto Quotidiano” del 24 marzo 2026
Il fondatore della Comunità di Bose e della nuova fraternità ad Albiano d’Ivrea: “I grandi media non parlano dei conflitti nelle periferie del mondo”
“Per la pace è tempo di creare nuove forme di protesta, più efficaci dei cortei. In Palestina si continua a morire ma più nessuno protesta. È vergognoso!”.
Nell’ultimo mese ha rischiato la vita a causa dei gravi problemi di salute che lo accompagnano ma all’indomani di una giornata dedicata a padre David Maria Turoldo, organizzata a Casa della Madia, è di nuovo ai fornelli. Enzo Bianchi, il fondatore della Comunità di Bose e della nuova fraternità ad Albiano d’Ivrea, 83 anni compiuti lo scorsi tre marzo, passa la giornata tra la cucina (la sua grande passione) e la sua cella dove studia, prega, legge attentamente i quotidiani e ha contatti con amici credenti e non, di ogni parte del mondo. Maglione rosso, giacca con la penna rigorosamente nel taschino, scarpe comode, barba bianchissima stile stubble ben curata, lo si riconosce dall’inconfondibile voce: “Oggi sto preparando del gulasch che ho imparato a fare in Ungheria sul lago Balaton. Senta, senta che profumo…”. Sul tavolo la paprika, cumino, aglio, pomodoro e i quotidiani. “Sabato scorso ho cucinato turco, spesso preparo piatti indiani, cinesi: mangiare diversificato secondo gli incontri che ho fatto con le genti arricchisce, offre la possibilità di dialogo”.
Fratel Enzo, assistiamo da giorni a nuovi conflitti, ma non si vedono reazioni. Che fine ha
fatto il pacifismo?
Si è molto indebolito. Purtroppo il movimento pacifista segue sempre delle ondate di entusiasmo
che si accendono di fronte ai fatti di cronaca ma poi cade nell’oblio. Pensi alla Palestina: di fronte al
genocidio di Gaza c’è stato un coro di proteste ma ora più nulla. La mia generazione e quella degli
anni Settanta erano abituate ai cortei ma forse ci si è stancati di queste forme. Chiediamoci: queste
manifestazioni generano educazione alla pace, alla non violenza? Non mi sembra.
C’è anche molta ignoranza. Quanto si sa delle guerre in Congo, tra Pakistan e Afghanistan, in
Sudan? Non se ne parla.
I grandi giornali italiani soffrono di glaucoma perché vedono con un campo visivo sempre più
ristretto, non riescono a mettere gli occhi sulle periferie del mondo. Ci sono conflitti che –
nonostante le barbarie siano le stesse di quelle tra Russia e Ucraina o Israele, Usa e Iran – non
interessano a molti media. Papa Francesco spesso mi diceva: “Fratel Enzo, perché nessuno parla
delle periferie?
Ha citato Bergoglio. In questo momento storico si sarebbe aspettato una diversa presa di
posizione di Papa Leone XIV?
Sì, avrei voluto una parola più chiara, sia sul conflitto palestinese sia ora sull’Iran. Siamo davanti ad
un’aggressione da parte degli Stati Uniti. Prevost si è espresso più volte per la pace e la fine della
guerra tra i contendenti ma noi abbiamo a che fare solo con un assalitore: Donald Trump.
Gli ultimi conflitti stanno alimentando una retorica religiosa. Stiamo assistendo ad una lotta
tra gli estremismi cristiani, ebrei e islamici?
Sì, sarà una guerra religiosa con dosi di cristianesimo americano non di cattolicesimo e di ebraismo
religioso. Papa Giovanni Paolo II, già ai tempi della guerra del Golfo, fece di tutto, perché non fosse
il cristianesimo uno dei contendenti verso l’Islam. Non dimentichiamo che Ronald Reagan parlava
di crociata cristiana mentre altri di crociata anticristiana. Giovanni Paolo II ha impedito questo
scontro e da allora la Santa Sede non può tornare indietro.
Domenica 15 marzo, in Italia, è arrivato Peter Thiel a tenere una lezione sull’Anticristo. È
preoccupato per queste iniziative?
Sì, ma sono sicuro che non lasceranno traccia e non avranno possibilità di allargarsi. È una specie di
grido folle, forsennato che vorrebbe in qualche misura che il cristianesimo fosse altro, che ci fosse
un altro Vangelo.
Lei, fratel Enzo, va spesso a fare la spesa al supermercato. Il caro petrolio rischia di
contagiare il carrello della spesa. Lo vede con i suoi occhi.
Guardo ciò che compra la gente non per curiosità ma per comprendere cosa mangiano. Osservo che
acquistano prodotti sempre più scadenti, di scarsa qualità perché sono costretti a causa della
mancanza di denaro. Ad avere problemi sono il ceto basso e medio. Per i ricchi non è cambiato
nulla. Sono stato appositamente a Milano e a Torino in due negozi dove vendevano cinque acciughe
a venticinque euro: c’è chi le compra e le serve come antipasto!
A chi passa alla Madia, ai nostri lettori cosa suggerisce di fare?
Bisogna vivere la pace nel quotidiano, in famiglia imparando a non usare violenza nel nostro
parlare, nei pensieri. La letteratura sulla pace in Italia non manca, penso ad Aldo Capitini, a Ernesto
Balducci. Servirebbe che nelle nostre biblioteche si organizzassero letture sul tema, seminari.
So che il gulasch la richiama, ma mi conceda un’ultima domanda.
Prego.
Lei stesso l’ha confidato: nelle ultime settimane è stato ricoverato d’urgenza ed è stato ad un
passo dalla morte. Cosa ha pensato in quelle ore?
Ho avuto paura della sofferenza. Ho terrore del dolore. Il medico è stato chiaro specificando che per
la mia età e la mia condizione fisica avrei potuto non farcela.
Con franchezza mi ha detto: “Se ha qualcosa da dire ai suoi cari lo faccia”. Da quel momento sono
entrato in uno stato di pace. Ho guardato alla mia esistenza: sono contento di aver vissuto così, son
felice di ciò che ho fatto. Non mi importava più di morire. Mi son detto: “È arrivato il tempo del
riposo”. È stato un viaggio in cui non mi sono sentito solo ma accompagnato dalla fede, dal Signore
che ho sentito accanto. Mi è solo spiaciuto pensare che stavo per lasciare un mondo peggiore
rispetto a quando sono nato.
Il profumo delle cipolle, della paprika (“dolce e piccante”, precisa fratel Bianchi), del cumino, della
carne prende il posto delle parole. Fratel Maurizio, sfuma il tutto con un mestolo ma a dire l’ultima
parola è Enzo, come lo chiamano i suoi compagni di viaggio: “Mi raccomando, aggiungiamo brodo
man mano che si asciuga. Dovete imparare a farlo…”.
il commento al vangelo della domenica
siamo ancora alle guerre di religione
tutti all’inferno appassionatamente
di Michele Serra
in “la Repubblica” del 18 marzo 2026
L’inferno esiste solo per chi ne ha paura, cantava De André. Lettura poetica e profonda non
dell’inferno, che non esiste se non come luogo immaginario e letterario, ma degli uomini: che
esistono eccome, e l’inferno se lo somministrano l’uno con l’altro nel corso della vita (a volte anche
il paradiso, ma sono momenti molto più rari).
Ecco dunque il ministro israeliano Katz annunciare ufficialmente che gli ulteriori leader iraniani
uccisi dagli attacchi dell’Idf sono finalmente stati spediti «nel profondo dell’inferno». Il pensiero è
identico a quello degli uccisi, che uguale destinazione amano augurare agli «infedeli»: a conferma
del fatto che questa è anche una guerra di religione, o quantomeno di religiosi, con i reverendi
americani benedicenti Trump, gli invasati biblici al governo di Israele, gli islamisti fanatici che
hanno messo in catene l’Iran. E tutti che tirano in ballo Dio per ogni loro nefandezza, per ogni loro
delitto contro la vita, per ogni loro anatema contro chi non recita i loro stessi salmi, versetti,
giaculatorie.
Katz si rassegni. Si capisce che essere semplicemente un assassino di assassini non gratifica quanto
essere un esecutore della volontà divina. Ma i suoi nemici, esattamente come capiterà a lui e a
ciascuno di noi, non sono all’inferno. Più semplicemente sono morti, scomparsi per sempre,
condizione che da sé sola basterebbe a dire l’enormità della fine e a sconsigliare di affrontare quella
enormità con le turpi piccolezze del fanatismo religioso. Chi non rispetta la morte non rispetta la
vita, questa forse la può capire perfino Katz.
un’altra difesa è possibile – un nuovo modello di difesa
«civile, non armata e nonviolenta»:
la proposta di un nuovo modello di
difesa
di Redazione
in “il manifesto” del 17 marzo 2026
È stata depositata ieri in Cassazione la proposta di legge di iniziativa popolare «Un’altra difesa è
possibile», promossa dalla Conferenza nazionale degli enti di servizio civile (Cnesc), Rete italiana
pace e disarmo e Sbilanciamoci.
Il testo, nato dall’aggiornamento di una precedente versione già depositata nel 2015, mira alla
costituzione di un «Dipartimento per la difesa civile, non armata e non violenta» presso Palazzo
Chigi. Il compito del Dipartimento sarebbe quello di attuare le politiche pubbliche del settore
avvalendosi dei Corpi civili di pace e di un Istituto di ricerca per la pace e il disarmo, finanziato
attraverso il Fondo nazionale per la difesa civile.
L’obiettivo è quello di «aprire un dibattito serio sulla difesa, che non riguarda esclusivamente le
Forze armate» spiega Mao Valpiana, presidente del Movimento non violento. «Tutti devono
contribuire alla pace, non solo le Forze armate in modo esclusivo: l’art. 11 della Costituzione
sancisce il ripudio della guerra mentre l’art. 52 affida infatti a tutti i cittadini la difesa della patria.
Vogliamo valorizzare tutti gli strumenti non militari e nonviolenti già presenti nel nostro
ordinamento» conclude. Tra gli obiettivi del Dipartimento figurerebbero la promozione dei diritti
fondamentali e la tutela delle istituzioni democratiche; l’aggiornamento dei programmi di difesa
civile; la promozione di iniziative di mediazione in particolare nelle aree di crisi.
«Il ‘si vis pace para bellum’ rilanciato dal governo Meloni dispiace perché quando sono state messe
in campo azioni di dialogo vero, la guerra è stata scongiurata. Non è utopia, ma realismo, per
garantire un futuro sostenibile alle future generazioni» aggiunge Giulio Marcon di Sbilanciamoci. Il
Fondo per la difesa civile verrebbe alimentato da risorse ordinarie stanziate in legge di bilancio e da
una nuova forma di «opzione fiscale», ovvero la possibilità di destinare il 6×1000 del proprio Irpef
al Fondo stesso. Uno strumento che, secondo i promotori, richiama all’obiezione di coscienza al
servizio militare, permettendo di scegliere a quale modello di difesa e sicurezza affidarsi.
Il testo dovrà raggiungere le 50mila firme necessarie per potere essere depositato in Parlamento.
«Questa è una proposta di iniziativa popolare, se i partiti vorranno sostenerla, ben venga» conclude
Francesco Vignarca della Rete pace e disarmo.
Il testo della proposta di legge e la raccolta firme sono disponibili sul sito dell’iniziativ
un’altra difesa è possibile
di Tonio Dell’Olio
in “www.mosaicodipace.it” del 17 marzo 2026
Con l’aria che tira sembrava un controsenso, un’iniziativa anacronistica, un paradosso… Questo è il tempo della retorica bellica in cui, come dice Papa Leone, “la guerra torna di moda”. Eppure c’è una proposta che prova a cambiare prospettiva: non negare la difesa, ma ridefinirla affiancando
quella armata. Ieri le reti della campagna “Un’altra difesa è possibile” hanno depositato in
Cassazione la proposta di legge per l’istituzione del Dipartimento della difesa civile, non armata e
nonviolenta. Il cuore del progetto è chiaro: riconoscere la difesa civile come componente del
sistema nazionale, dotarla di un dipartimento dedicato e di risorse proprie, anche attraverso un
innovativo meccanismo di partecipazione come il 6xmille. Non si tratta di un’utopia, ma di un
valore cucito a ricamo nel dettato costituzionale: l’articolo 11 ripudia la guerra, mentre l’articolo 52
affida a tutti i cittadini la difesa della patria. La proposta si inserisce in un percorso lungo oltre un
decennio, fatto di raccolte firme, mobilitazioni e interlocuzioni istituzionali mai interrotte. Oggi – si
capisce! – torna con rinnovata urgenza. E proprio per questo acquista valore: perché indica una via
alternativa, fondata sulla prevenzione, sulla partecipazione e sulla tutela dei diritti. In nome delle
vittime di tutte le guerre
Non basta essere a favore della pace. Dobbiamo essere contro la guerra
la guerra non può essere umanizzata: deve essere abolita
di Leonardo Boff
in “Religión Digital” del 16 marzo 2026

La frase del titolo non è mia; appartiene a Bertrand Russell e ad Albert Einstein nel loro manifesto del 9 luglio 1955, contro i pericoli della guerra nucleare e a favore della pace. Questo è il grande desiderio dell’umanità: sempre frustrato e sempre rinnovato. Non possiamo mai smettere di
perseguire quest’utopia, per la quale lottiamo perché sia realizzabile, perché farlo sarebbe un atto di cinismo nei confronti delle vittime della guerra e una rinuncia a ogni senso etico.
Ogni guerra sacrifica migliaia, persino milioni, di persone. Perpetua il gesto di Caino, che uccise
suo fratello Abele.
Max Born, premio Nobel per la fisica nel 1954, denunciò l’elevato numero di vittime civili nei
conflitti moderni. Nella prima guerra mondiale solo il 5% dei morti erano civili; nella seconda il
50%; nelle guerre di Corea e del Vietnam l’85%. Dati più recenti dimostrano che nelle guerre contro
l’Iraq e nell’ex Jugoslavia il 98% delle vittime erano civili. Qualcosa di simile sta accadendo oggi
nella guerra condotta da Benjamin Netanyahu contro i palestinesi nella Striscia di Gaza: sono stati
uccisi più di 18.000 bambini, che non avevano nulla a che fare con il conflitto.
Non basta essere a favore della pace. Dobbiamo essere contro la guerra.
Ogni guerra, di per sé, uccide altre vite, quelle dei nostri simili. Caino non può trionfare.
Il fenomeno della guerra si presenta come qualcosa di talmente complesso che nessuna singola
risposta lo spiega completamente o è sufficiente a spiegarlo. Ciò non ci esime, tuttavia, dal riflettere
sulla realtà della guerra e sulle sue perverse conseguenze umane e materiali.
Ad esempio, se un paese viene aggredito da un altro, cosa dovrebbe fare? Ha il diritto di difendersi
con forze difensive? Dovrebbe esserci proporzionalità? Come dovrebbero comportarsi i leader delle
nazioni quando assistono a un genocidio a cielo aperto, come nella Striscia di Gaza? O di fronte alla
pulizia etnica delle minoranze perpetrata nell’ex Jugoslavia, in Kosovo e in Bosnia da soldati
assetati di sangue che violavano sistematicamente anche diritti umani fondamentali? È lecito
invocare il principio di non intervento negli affari interni di Stati sovrani e assistere passivamente a
crimini contro l’umanità? Quale è il limite della sovranità? È assoluta? È al di sopra dell’umano,
che può essere sacrificato?
Come reagire al diffuso fenomeno del terrorismo, che potrebbe potenzialmente procurarsi materiale
atomico, minacciare un’intera città e metterla in ginocchio? E se una di queste armi venisse
lanciata, renderebbe l’intera città inabitabile a causa della radioattività. In tale contesto una guerra
preventiva è legittima?
Si tratta di questioni etiche che occupano menti e cuori ai nostri giorni. Per evitare la disperazione,
dobbiamo riflettere. E lo dobbiamo fare in tutto il mondo, data la strategia dell’attuale presidente
degli Stati Uniti, Donald Trump, che ha affermato – e lo sta mettendo in pratica – che la pace si
raggiungerà non attraverso il dialogo ma con la forza. Questa non sarà mai una vera pace, bensì una
pacificazione forzata e imposta. È un tema ricorrente in tutti i presidenti, anche in Barack Obama,
affermare che gli Stati Uniti hanno interessi globali e possono intervenire quando questi sono
minacciati, anche con la forza.
Di fronte a questi problemi menzionati, si presentano diverse opzioni.
Un nutrito gruppo sostiene che, data la devastante capacità della guerra moderna con armi chimiche,
biologiche e nucleari, che potrebbe mettere a repentaglio il futuro della specie e dell’intera
biosfera, non esiste più una guerra giusta («ius ad bellum»). La vita, nelle sue diverse forme, sta al
di sopra di tutto.
Un altro gruppo sostiene che possa esistere una guerra giusta, l’«intervento umanitario», ma
limitato per impedire l’etnocidio e i crimini di lesa umanità.
Un altro gruppo, che rappresenta l’establishment globale, ribadisce che si deve recuperare la guerra
giusta come autodifesa, come punizione per i paesi dell’«asse del male» e come prevenzione di
attacchi con armi di distruzione di massa.
Esprimiamo un giudizio etico su queste posizioni: nelle condizioni attuali ogni guerra rappresenta
un rischio altissimo, poiché possediamo una macchina di morte capace di distruggere l’umanità e la
biosfera. La guerra è un mezzo ingiusto, per il fatto di essere globalmente letale.
Nell’ambito di una politica realistica, un «intervento umanitario» limitato è teoricamente
giustificabile, a due condizioni: non può essere deciso da un singolo paese, ma dalla comunità delle
nazioni (l’ONU) e deve rispettare due principi fondamentali («ius in bello», ovvero i diritti nel
corso della guerra): l’immunità della popolazione civile e l’adeguatezza dei mezzi (che non possono
causare più danni che benefici).
La forza usata per autodifesa non la trasforma in qualcosa di buono, ma può essere giustificata entro
un rigoroso limite di proporzionalità dei mezzi.
La guerra punitiva, come quella condotta contro l’Afghanistan o contro il sud del Libano dove
opera Hamas, si basa sulla vendetta ed è indifendibile. Alimenta solo rabbia e risentimento, terreno
fertile per futuri conflitti.
La guerra preventiva, come quella condotta contro l’Iraq sulla falsa supposizione che possedesse
armi di distruzione di massa, era illegittima perché basata su analisi errate e su qualcosa che ancora
non esisteva e che avrebbe potuto non essersi verificato. Nessun diritto, di qualsiasi natura, le
conferisce legittimità, poiché è soggettiva e arbitraria.
Tutto ciò vale in teoria, poiché è importante chiarire le posizioni. Tuttavia, nella pratica si è
dimostrato che tutte le guerre, anche quelle definite «interventi umanitari», non rispettano i due
criteri fondamentali: l’immunità della popolazione civile e l’adeguatezza dei mezzi impiegati. Non
viene fatta alcuna distinzione tra combattenti e non combattenti.
Per indebolire il nemico, le sue infrastrutture vengono distrutte, causando la morte di numerose
vittime civili innocenti. Le conseguenze della guerra durano anni, come nel caso dell’uranio
impoverito utilizzato dall’esercito statunitense, che ha provocato malattie nelle popolazioni colpite.
La guerra non è la soluzione a nessun problema. Dobbiamo cercare un nuovo paradigma, alla luce
di Francesco di Assisi, di Lev Tolstoj, del Mahatma Gandhi e di Martin Luther King Jr., se non
vogliamo autodistruggerci: la pace come meta e come metodo.
Se vuoi la pace, preparati alla pace.
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Articolo pubblicato il 16.3.2026 nel Blog dell’Autore in «Religión Digital» (www.religiondigital.org)
il commento al vangelo della domenica
il neoliberismo e la privatizzazione globalizzata che fa della pace una merce
la mercificazione della pace è l’ultimo stadio del neoliberismo
di Mario Giro
in “Domani” del 13 marzo 2026
Nel nostro mondo tutto progressivamente si privatizza, anche la guerra con mercenari e contractor.
Non deve sorprendere che si tenti di privatizzare la pace. Il Board of Peace di Gaza è questo, e i
suoi creatori sono i protagonisti della privatizzazione galoppante.
In primis certamente lo stesso presidente Donald Trump, ma non è il solo: ci sono intere nazioni che
hanno scommesso sulil , leader del passato riconvertiti alla
privatizzazione delle relazioni internazionali, ricchi finanzieri privati e così via. Trump rispetta il
denaro e accetta di coinvolgere chi ne possiede: ne servirà molto per ricostruire la Striscia.
La privatizzazione non è solo questione di soldi: si tratta di un’alternativa al multilateralismo e
all’Onu. Già era stato fatto un primo tentativo con la riunione di 50 paesi sulle materie critiche a
Washington, il mese scorso. L’Italia c’era. In poche parole è la costruzione di un nuovo sistema:
laddove la politica delle relazioni tra gli stati ha fallito, il privato a guida Usa è sicuro di riuscire
perché si basa sui interessi pragmatici. «Chi rifiuterebbe la prosperità?», si è infatti chiesto Trump
nel disegnare il futuro dei palestinesi.
Siamo all’ultimo stadio del neoliberismo: dopo aver occupato l’economia e la politica, ora tocca
alla governance globale. Più che una scelta tradizionalista, sovranista o nazionalista, si tratta di
un’accelerazione in senso cosmopolita e globalista. Ma soprattutto privata. A comandare non sarà
un’ideologia, una nazione o un dittatore ma semplicemente i soldi.
Come scrive Stefano Stefanini su La Stampa, tale architettura (sempre che regga) si candida a fare
concorrenza al G7, al G20 o alla Sco a trazione cinese e ai Brics. Il monopolio della forza viene
raddoppiato con un metodo favorevole ai soldi privati o gestiti privatisticamente (non quelli
controllati dallo stato come in Cina).
Trump rivela la sua vera natura: un tycoon appunto, e non tanto un ideologo attaccato ai valori della
tradizione americana, anche se li utilizza come leva politica. Per ora l’invenzione è fragile e si basa
sulla sola volontà del presidente americano: quando non ci sarà più, chi prenderà la leadership del
processo?
Ma l’interesse del Board è il modello proposto: sono in molti a credere che la privatizzazione sia la
risposta giusta ai fallimenti della politica internazionale, così come sono stati numerosi – e lo
rimangono – coloro che credono che sia la risposta giusta per l’economia pubblica. Costoro non
credono nella politica e hanno qualche giustificazione perché sta dando cattiva prova di sé: i
conflitti si moltiplicano e si eternizzano.
Il Board non può piacere né ai democratici né a molti autoritari: entrambi credono nel valore della
politica, anche se declinato in maniera molto diversa. Il vantaggio della proposta sta in ciò che
scrive Jacques Charmelot in La guerra è merda: «L’aspetto più interessante è che né la democrazia
né la dittatura sono in grado di gestire la rovinosa deriva verso la disgregazione della società causata
dai conflitti». In sintesi: le guerre erodono chi le fa e non offrono alcuna soluzione, se non il loro
perpetuarsi.
Quale teatro meglio di quello israelo-palestinese dimostra tale assunto? Quasi ottanta anni di odio e
sofferenze senza alcun risultato: i palestinesi non hanno lo Stato, gli israeliani non hanno sicurezza.
Anzi: più si va avanti e più i due popoli sono schiacciati dal trauma della paura e dell’odio.
Ecco perché l’ipotesi del Board trova un favore diffuso. Non può piacere a chi crede nel dialogo
democratico e nel multilateralismo, nell’Onu, nel diritto internazionale e nelle regole tra Stati. Ma il
fallimento di tale quadro di riferimento, con le continue forzature e i doppi standard, offre uno
spazio di opportunità al potere anonimo del denaro.
Non è questa la logica del turboliberismo che negli ultimi 20 o 30 anni ha moltiplicato la ricchezza
finanziaria mondiale, trasformando del tutto l’economia espellendone la mano pubblica? Se per
risolvere le contese la politica degli stati si limita a tornare alla stagione della forza e alle armi,
allora il denaro getta sul tavolo la sua carta. Non funzionerà ma intanto è la sola proposta nuova











