intorno a quelle navi si gioca la partita del nostro sentirci cristiani

i cattolici alla sfida dei migranti

di Giuseppe Lupo
in “Il Sole 24 Ore”

“Proprio intorno a quelle navi si gioca la partita del nostro sentirci cristiani: non solo Dio si traveste nei panni del migrante e del senza patria – è stato Cristo a raccontarcelo -, ma se avessimo più coraggio, se davvero fossimo convinti di ciò, andremmo a “inginocchiarci” ai piedi di costoro anziché tenerli in acque alla deriva o nelle gabbie dell’inciviltà e al termine del nostro operare finiremmo per ricevere dalle loro mani, paradossalmente, il battesimo di uomini”

È il caso di fissare bene le premesse di partenza, ma se i dati reali dovessero confermare quanto è stato annunciato dai recenti sondaggi – e cioè che l’elettorato di area cattolica simpatizzi apertamente per la linea dura del ministro Salvini sul tema degli immigrati tanto da raddoppiare i consensi all’interno di quell’area – ci sarebbe da chiedersi quanto ancora riesca a influire la presenza di una Chiesa, ufficialmente schierata su posizioni contrarie, nelle scelte di un ipotetico ritorno alle urne. Non che questo sia un discorso necessitante ai fini degli equilibri di una nazione, anzi è sempre stata negli auspici di un certo pensiero cristiano-riformista l’autonomia della politica rispetto a qualsiasi credo religioso. Qualcosa del genere, per esempio, è accaduto non tanto in occasione del referendum sull’aborto, quanto nella battaglia contro l’abrogazione della legge sul divorzio, nel 1974, anno chiave per la vicenda di un post-Sessantotto ancora tutto da digerire. In quella circostanza una certa parte dell’intellighenzia cattolica assunse posizioni non condivise dai vertici del clero e votò liberamente. Si trattò di un fenomeno le cui radici affondavano nei pronunciamenti di un cristianesimo dalle larghe vedute, ortodosso nella sostanza di fede ma disposto al dialogo con chi avesse opinioni opposte, per effetto di una temperie culturale che issava le sue bandiere nelle figure di Lorenzo Milani, Zeno Saltini, Giovanni Rossi, Ernesto Balducci, il cui apostolato trasse forza nei crismi di una testimonianza ad alto valore politico, riconoscendo nei poveri e nei sofferenti la più alta lezione evangelica. Quel che sta accadendo in queste settimane invece assomiglierebbe a una sorta di regressione rispetto ai principi di modernità a cui quelle lontane esperienze di fede ci avevano abituati. Vorrebbe dire, in altre parole, non riconoscere più il paradigma della solidarietà come forma di redenzione umana (tema sul quale Bruno Forte ha ammonito domenica su queste colonne), come veicolo attraverso cui la regola del vangelo possa approdare nel vissuto di tutti e poi, giorno dopo giorno, modificare per sempre le rotte della Storia. Sarebbe davvero un peccato che una nazione in grado di generare Cesare Beccaria cadesse nell’errore della dimenticanza. Il problema dunque va guardato alla radice, fuori dalla semplicistica verità di una cronaca che vede penalizzare soprattutto le regioni dove le questioni occupazionali diventano un dato asfissiante e dove il vissuto concreto della gente riflette uno stato di incertezza economica. Va discusso cioè in chiave etica, come effetto di un’incomprensione tra ciò che predicano i vertici della Chiesa – e anche alcuni organi di informazione come «Avvenire» e «Famiglia Cristiana» – e ciò che invece alligna in quel magma eterogeneo di persone che fa sua una contraddizione: vivere le pratiche religiose, dedicarsi a una delle tante associazione di volontariato per poi vestire i panni demagogici della paura che sfocia nell’accondiscendenza alla chiusura dei porti. Un fenomeno di questo tipo andrebbe a minare i caratteri di una nazione che ha fatto dell’accoglienza un principio riconosciuto nella propria carta morale, oltre che in quella costituzionale. L’atteggiamento degli ultimi tempi, questo regredire nella sfera del particulare, allontana i propositi di un cristianesimo che il Novecento ci aveva abituati a vivere nelle sue forme democratiche, facendolo uscire fuori dalle parrocchie e dalle sagrestie per avviarlo sulle strade di una cultura che si affidava alla matrice della carità, su cui la lezione di Paolo di Tarso poneva regole costitutive.

Penso a quanto fossero vicine alla carità le problematiche affrontate da Manzoni, il più illuminista degli intellettuali cristiani. Penso a quanto sia stato nelle profezie di un libro come Il quinto evangelio di Mario Pomilio, il cui desiderio di cercare Dio trovava realizzazione nell’indagine su un Dio ancora tutto da inseguire e da aspettare nei territori della memoria. Sembrerà strano evocare il nome di due scrittori dalla forte tempra morale in un contesto che riguarda navi cariche di uomini senza più terra, ma è proprio nelle pagine di questi autori che risiedono le risposte a quanto oggi ci indigna per la discrepanza tra l’azione di pronunciare parole vuote e subire il ricatto della paura o vivere nella malinconia del proprio tempo operando in nome di quelle stesse parole quando esse sono obbligate a diventare carne o Storia. Proprio intorno a quelle navi si gioca la partita del nostro sentirci cristiani: non solo Dio si traveste nei panni del migrante e del senza patria – è stato Cristo a raccontarcelo -, ma se avessimo più coraggio, se davvero fossimo convinti di ciò, andremmo a “inginocchiarci” ai piedi di costoro anziché tenerli in acque alla deriva o nelle gabbie dell’inciviltà e al termine del nostro operare finiremmo per ricevere dalle loro mani, paradossalmente, il battesimo di uomini.

la grande pocrisia di troppi ‘cristiani’

MONITO ALL’OCCIDENTE

«dirsi cristiani e cacciare i rifugiati è pura ipocrisia»

 il papa riceve in udienza i Luterani in pellegrinaggio a Roma. E invita tutti a cercare una unità basata sulla misericordia, sulla carità, sull’aiuto ai più bisognosi. Poi, rispondendo a una domanda, graffia certi atteggiamenti che di religioso hanno solo la facciata, ma sono lontani dal Vangelo…

«Il proselitismo è il veleno più forte contro il cammino ecumenico».

Papa Francesco ne aveva già parlato nel corso del suo viaggio in Georgia affrontando il tema dei rapporti tra cattolici e ortodossi. E ripete quasi le stesse frasi anche ricevendo in udienza il pellegrinaggio dei luterani. In attesa di incontrarli in Svezia, a  fine mese, dove parteciperà alle celebrazioni per i 500 anni della riforma, Bergoglio invita tutti a cercare quello che ci unisce e non quello che ci divide, a lasciare a teologi ed esperti il dialogo su questioni dottrinali e a vivere, intanto, da fratelli nella prassi concreta della carità e della condivisione. Sapendo che «è la misericordia di Dio ciò che ci unisce».  Il Papa ringrazia per il cammino fatto, «perché oggi, luterani e cattolici, stiamo camminando sulla via che va dal conflitto alla comunione. Abbiamo percorso insieme già un importante tratto di strada. Lungo il cammino proviamo sentimenti contrastanti: dolore per la divisione che ancora esiste tra noi, ma anche gioia per la fraternità già ritrovata. La vostra presenza così numerosa ed entusiasta è un segno evidente di questa fraternità, e ci riempie della speranza che possa continuare a crescere la reciproca comprensione».

Ripete, come già aveva fatto nella messa a Santa Marta, l’identikit del cristiano che è scelto, perdonato e che è in cammino. E chiama protestanti e cattolici a sentire che, come dice l’Apostolo Paolo «in virtù del nostro battesimo, tutti formiamo l’unico Corpo di Cristo».

Rispondendo alle domande dei presenti che chiedevano cosa non piace al Papa dei luterani e quali siano secondo lui i più grandi riformatori Bergoglio ha chiarito che «non mi piacciono i luterani tiepidi come non mi piacciono i cattolici tiepidi» e che  «i più grandi riformatori della Chiesa sono i santi, cioè gli uomini e le donne che seguono la parola del Signore e la praticano. Questo riforma la Chiesa, Forse non sono teologi, forse non hanno studiato, sono gente umile o sono grandi, questi che hanno l’anima bagnata, che sono pieni del Vangelo questi riformano la Chiesa».

E ancora ha ricordato che «non è lecito convincere della propria fede, bisogna dare testimonianza. La testimonianza inquieta il cuore e dall’inquietudine nasce la domanda e lo Spirito Santo agisce».

E «la testimonianza che il mondo si aspetta da noi è soprattutto quella di rendere visibile la misericordia che Dio ha nei nostri confronti attraverso il servizio ai più poveri, agli ammalati, a chi ha abbandonato la propria terra per cercare un futuro migliore per sé e per i propri cari. Dunque, l’unione delle due Chiese si riflette innanzitutto nella carità e nel mettersi a servizio dei più bisognosi». Il Papa ha incoraggiato i giovani a continuare «a cercare con insistenza occasioni per incontrarvi, conoscervi meglio, pregare insieme e offrire il vostro aiuto gli uni agli altri e a tutti coloro che sono nel bisogno. Così, liberi da ogni pregiudizio e fidandovi solo del Vangelo di Gesù Cristo, che annuncia la pace e la riconciliazione, sarete veri protagonisti di una nuova stagione di questo cammino, che, con l’aiuto di Dio, condurrà alla piena comunione».

Graffiando l’Occidente dei muri e delle muove frontiere, sempre più vittima della paura,  chiuso al prossimo, Jorge Mario Bergoglio ha detto tra l’altro:

 «La malattia o, possiamo dire, il peccato che Gesù condanna di più è l’ipocrisia. E’ un atteggiamento ipocrita dirsi cristiani e cacciare via un rifugiato, uno che cerca aiuto, un’affamato, un assetato, cacciare via quello che ha bisogno del mio aiuto»

il vescovo Tardelli risponde – ancorché in modo un po’ abbottonato – alle lettera dei cristiani omosessuali

Omosessualità. Lettera aperta alla Chiesa di Pistoia

omosessualità

lettera aperta alla Chiesa di Pistoia

Siamo un gruppo di donne e di uomini cristiani omosessuali che da quattro anni hanno dato vita ad una esperienza pastorale presso la comunità parrocchiale di Vicofaro (Pt). Con la guida di don Massimo Biancalani ci incontriamo per camminare insieme, per conciliare due dimensioni fondamentali e irrinunciabili della nostra vita: la fede in Gesù Cristo e l’omosessualità

https://www.youtube.com/watch?v=mkxUbJF6HX0&feature=youtu.be

Sollecitati e incoraggiati dal magistero di papa Francesco e da una nuova stagione di apertura e dialogo della Chiesa, vogliamo far giungere alla nostra comunità diocesana un appello: che tra i credenti e nelle comunità si compia uno sforzo per superare ataviche diffidenze, storici pregiudizi e talvolta atteggiamenti discriminatori nei confronti delle persone omosessuali ma soprattutto ci si impegni ad ascoltarle e accoglierle. Ai feriti e ai delusi dalla Chiesa, come spesso si sentono le persone omosessuali, la comunità cristiana non offra semplicemente una “dottrina sull’omosessualità” ma prima di tutto disponibilità all’ascolto, misericordia e soprattutto la disponibilità a fare un cammino insieme.

Conosciamo molto bene ciò che le persone omosessuali vivono, in termini di frustrazioni e immotivati sensi di colpa, in rapporto alla vita nella Chiesa e al personale cammino di fede. Comprendiamo anche che certe “durezze” di un insegnamento antico di secoli non possono essere riviste in un giorno. Accogliamo positivamente il recente appello dei padri sinodali e di papa Francesco, i quali ribadiscono «che ogni persona, indipendentemente dalla propria tendenza sessuale, va rispettata nella sua dignità e accolta con rispetto, con la cura di evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione». Anche questa è dottrina! Rimaniamo dunque convinti che la Chiesa non cesserà mai di essere in cammino per raggiungere «verità sempre più grandi».

Vogliamo essere fratelli e sorelle attivi protagonisti in una Chiesa che non sappia dire soltanto dei “no”, che non si chiuda dietro antiche sicurezze, paralizzata da tante paure, trincerata dietro supposti “principi non negoziabili” ma che sappia invece leggere i “segni dei tempi”. Riteniamo doveroso chiedere che le nostre comunità si aprano ad una pastorale rivolta agli omosessuali e ai transessuali: ciò aiuterebbe molte persone a sentirsi finalmente accolte, per quello che sono, nella Chiesa, abbattendo quel muro di diffidenza e incomprensione.

La nostra esperienza pastorale con e per le persone omosessuali si esprime come un gruppo aperto ed ecumenico. Molti di noi sono impegnati nella società e nella Chiesa, alcuni come catechisti, operatori pastorali e della carità. Tutti siamo passati attraverso il dolore della solitudine e  della incomprensione da parte delle persone più care, attraverso la paura di aprirsi, per condividere i propri sentimenti e le proprie angosce.

Rivolgiamo un appello alla nostra Chiesa, al vescovo, ai presbiteri, ai diaconi, alle religiose e ai religiosi, ai consigli pastorali, alle comunità parrocchiali: incontriamoci! Il dialogo e la conoscenza reciproca possono fare tanto per far crescere la nostra Chiesa nel suo intento di condividere «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi».

Spesso ci siamo detti o ci siamo sentiti dire: “Tu non puoi essere così, Dio non può volere questo”. Oggi, dopo anni di sofferenze, sappiamo che negare a se stessi o ad altri di essere ciò che nel profondo siamo, può fare più male di un’ingiusta discriminazione.

Siamo certi che Dio ci ama così come siamo, come ama l’umanità intera e che siamo chiamati a mettere a frutto la nostra capacità di amare pienamente come persone. È con questo intento colmo di speranza nel futuro che continueremo a camminare insieme.

La risposta del vescovo di Pistoia, mons. Fausto TardelliTardelli

La lettera inviatami è un invito alla riflessione e come tale la prendo.

Per ora posso dire che ogni persona, qualsiasi siano le sue tendenze sessuali, deve essere rispettata e accolta e sono assolutamente inaccettabili e condannabili tutti i tipi di offesa e tanto più gli atti di violenza.

Gli omosessuali come gli eterosessuali, come ogni persona che voglia essere cristiano d’altra parte, devono sforzarsi di vivere secondo gli insegnamenti di Cristo trasmessi dalla Chiesa.Tardelli1

Tutte le proposte pastorali, anche auspicabili, della Chiesa pistoiese non possono che muoversi su questa duplice linea.

+ Fausto Tardelli

* Immagine di Trishhhh, tratta dal sito Flickr, licenza e immagine originale. La foto è stata ritagliata. Le utilizzazioni in difformità dalla licenza potranno essere perseguite

due nascite celebrate nello stesso giorno a mettere in sintonia due grandi religioni

le nascite di Gesù e di Maometto dopo 457 anni celebrate nella stessa data…

e piccoli gesti segni di rispetto reciproco

Non accadeva da 457 anni che la celebrazione della nascita di Gesù coincidesse con quella del profeta Maometto. Quest’anno, infatti, il Mawlid al-Nabī verrà ricordato la sera del 24 dicembre nella totalità del mondo arabo. In precedenza, la coincidenza si era verificata nel 1558, mentre nel 1852 il Mawlid coincise con il 25 dicembre. A spiegarlo, in un articolo diffuso sul sito web della Conferenza episcopale francese e citato da L’Osservatore Romano, è padre Vincent Feroldi, direttore del Servizio nazionale per le relazioni con i musulmani.

 
La gioia comune di cristiani e musulmani
La notizia ha suscitato vasta eco in Francia e non solo: “Da giorni – spiega padre Feroldi – i media algerini e marocchini ne parlano. La trasmissione ‘Islam de France’ del 27 dicembre sarà dedicata a questo tema. Alcune diocesi, come quelle di Metz, Angers e Lille, si sono mobilitate attorno all’avvenimento. Cristiani e musulmani, in Belgio come in Maghreb, se ne rallegrano”.
 
Un segno di Dio in questi tempi difficili
“Comunità cristiane e musulmane — scrive ancora padre Feroldi — avranno il cuore in festa. Renderanno grazie a Dio, ciascuna nella propria tradizione, per questa buona novella che è la nascita di Gesù o di Maometto, nascite che saranno fonte di incontro tra uomini e donne credenti e Colui che è fonte di vita, fonte della vita”. “In tale unità di data rarissima – aggiunge padre Vincent – molti vogliono vedervi un segno di Dio, in questi tempi difficili in cui la pace annunciata dagli angeli, la notte di Natale, è maltrattata dalla follia degli uomini”.
 
Festeggiare ciò che unisce senza ignorare ciò che differenzia
Il messaggio lanciato, dunque, dal direttore dell’organismo episcopale è di “festeggiare ciò che ci unisce senza ignorare ciò che ci differenzia”, perché “non si tratta di incorrere in un banale sincretismo, comparando Gesù e Maometto”, ma “questa simultaneità di feste è una bellissima opportunità di incontro e di scambio”, perché “offre la possibilità di dirsi che siamo felici di stare insieme, credenti, in uno stesso atteggiamento spirituale e umano in cui, da una parte, ci rivolgiamo a Dio nella preghiera e, dall’altra, viviamo momenti di fratellanza e amicizia” in famiglia e con il prossimo.
 
Rispetto e riconoscimento reciproci tra le due religioni
L’invito dunque è ad “accoglierci vicendevolmente tra cristiani e musulmani, in questo periodo di Natale, esprimendo “il rispetto ed il riconoscimento reciproci delle due tradizioni religiose”, e dando così “un grande segnale del vivere insieme in quest’epoca in cui, in nome della religione e di Dio, alcuni predicano odio o commettono attentati”. Nel 2015 — conclude padre Feroldi — “Gesù il Salvatore è più che mai segno, grazia e misericordia per tutti gli uomini. È il principe della pace”
(Fonte: RADIO VATICANA)
 
 
… Kamel Layachi, il rappresentante delle comunità islamiche del Veneto, dice “il presepe non ci dà fastidio” e lo fa nelle ore in cui gira per il mondo la notizia dei musulmani che, in Kenya, salvano la vita ai cristiani quando al- Shaabab assalta il bus nel quale si trovavano gli uni e gli altri.
 
I musulmani del pullman in Africa hanno detto ai fanatici affiliati ad Al-Qaeda “ammazzateci tutti musulmani e cristiani, oppure lasciateli andare”. E prima, quando dentro l’autobus si erano accorti di ciò che stava per accadere, si erano scambiati i vestiti gli uni con gli altri per confondere i carnefici. Scambiarsi i vestiti per scambiarsi la pelle, per proteggersi la vita. “O tutti o nessuno”, hanno detto. Prima della professione in un credo religioso è una bella professione di fede nella vita, di quella vita che viene prima di ogni credo religioso. Infatti, a ben pensarci, cosa avevano in comune i salvatori musulamani con le vittime predestinate cristiane? La vita. Stessa patria, stesso pullman, stesso viaggio. Forse stesso luogo di lavoro, stessa guerra, stessa fatica di vivere. Stesso biglietto, stesso diritto di vivere. O tutti o nessuno. Musulmani che non si sentivano “altro” – diversi – rispetto ai cristiani. Bella professione di fede.
 
Tutto ciò che è profondamente umano non può offendere, turbare, né un cristiano né un musulmano. Non erge muri ma è profondo e fondo come le fondamenta di un ponte. Gettare le basi per costruire. Con piccoli gesti, piccoli come un tenace filo d’erba. Piccoli come una frase di auguri. Così dice il figlio di Layachi: “fare gli auguri è un gesto di rispetto”. E questo piccolo rispetto espresso in un piccolo augurio, si conquista la prima pagina della nostra coscienza.
 
 
Piccoli gesti…
 
La comunità musulmana di Taranto ha donato all’arcivescovo Filippo Santoro una statuetta di Gesù Bambino in segno di rispetto per il Natale. La consegna è avvenuta a margine dell’apertura della Porta Santa nella Basilica di San Martino a Martina Franca.
Hanno partecipato i richiedenti asilo dello Sprar di Martina Franca, insieme ad Hassen Chiha, esponente della comunità musulmana di Taranto e tra i fondatori dell’associazione Umat (Unione dei musulmani amici di Taranto). (fonte: ANSA)
 
Comunicato stampa dalla pagina fb del Centro Islamico Crema

sa di miracolo

Kenya

musulmani proteggono i cristiani dai terroristi

“Uccideteci tutti o andate via”

sventato assalto dei jihadisti di al-Shabab, nei pressi di El Wak, Nord del Kenya, vicino il confine con la Somalia. I miliziani avrebbero voluto fare strage, separando gli “infedeli” presenti su un bus dai musulmani. Questi ultimi però hanno fatto loro scudo a costo della vita

musulmani
di Biagio Chiariello

Kenya, musulmani proteggono i cristiani dai terroristi: “Uccideteci tutti o andate via”

Musulmani che, a costo della loro vita, difendono i cristiani dal gruppo estremista somalo Al Shabaab. Come scrive The Independent, ieri lunedì 21 dicembre, nei pressi del villaggio di El Wak, nei pressi di Mandera, nel nord del Kenya, il gruppo di musulmani ha rifiutato di obbedire agli ordini degli jihadisti che volevano far strage solo degli “infedeli” presenti su un autobus. L’obiettivo dei terroristi era separare i cristiani dai musulmani, per poi far fuoco sui primi. Una volta scesi dal mezzo, però, gli islamici hanno rifiutato di separarsi e di far così riconoscere i cristiani agli assalitori. “I miliziani – ha raccontato un testimone – hanno minacciato di sparare a tutti cristiani e musulmani. E in passato l’hanno già fatto. Ma infine hanno rinunciato. Andandosene hanno lanciato un sinistro avvertimento: torneremo!”. “La gente del posto ha mostrato un senso di patriottismo e di reciproca appartenenza, insistendo sul fatto che al-Shabab li uccidesse insieme o li lasciasse andare” ha detto il Governatore di Mandera, Ali Roba. Nel fuggire, tuttavia, i miliziani hanno sparato sul gruppo, uccidendo un passeggero e ferendone tre. Un’altra raffica di mitra è stata rivolta ad un camion che seguiva il bus, il conducente è rimasto ucciso.
Ad aprile 147 infedeli uccisi all’Università di Garissa

Non è il primo drammatico episodio che avviene nella zona. Il Kenya ha vissuto un’ondata di attacchi e di rappresaglie da parte di al-Shabab, gruppo legata ad al-Qaida, a seguito della decisione di inviare truppe in Somalia per combattere gli estremisti nel 2011. Più volte in passato gli estremisti hanno portato avanti la stessa tecnica di selezione delle vittime sulla base della religione, come è successo ad aprile quando al campus universitario di Garissa furono massacrati 147 studenti “infedeli”, in una carneficina che ha ricordato nei modi le brutali violenze compiute dai miliziani dello Stato islamico in Libia, Siria ed Iraq. Nel settembre del 2013, invece, gli stessi jihadisti si erano resi responsabili della strage al centro commerciale Westgate della capitale, con 67 morti.

 

la ‘parresia’ di papa Francesco muove anche i vescovi più conservatori …

Venezia, l’affondo del patriarca:

“Chi non accoglie gli immigrati non può dirsi buon cristiano”

Francesco Moraglia: “Timori comprensibili se frutto di scarsa informazione. Non lo sono se frutto di chiusure pregiudiziali”

dopo Papa Francesco, anche monsignor Francesco Moraglia, patriarca di Venezia, invita i suoi parroci all’accoglienza: “Tutti siamo chiamati in causa, personalmente e con le nostre comunità a fare la nostra parte.

“l’accoglienza diffusa è un modo per stemperare le difficoltà di ospitare chi scappa da Paesi che non solo impediscono condizioni di benessere, ma impediscono loro di poter vivere”

In un’intervista concessa a Repubblica, il patriarca se la prende con coloro che sono contrari all’immigrazione, affermando che questo non è un atteggiamento cristiano “perché il messaggio di Gesù è un messaggio di accoglienza. Per i cristiani l’altro rappresenta Cristo, e il nostro impegno è anche quello di accompagnare i fedeli a comprendere questa verità. L’apertura a Dio di esprime anche con l’accoglienza. Chi non crede ha lo stesso dilemma perché non può non riconoscere in queste persone un altro se stesso“.

Infine, una frecciatina alla Lega Nord, che “si è caratterizzata per espressioni molto forti, ma mi auguro che con il passare del tempo, nel rispetto dei cittadini e della legalità, vi sia disponibilità ad aprirsi all’accoglienza: è un problema reale che non può essere risolto solo con affermazioni drastiche“.

terra bruciata per i cristiani in Iraq

iraq

in Iraq è caccia ai cristiani

l’isis fa terra bruciata

di Cristina Scanu e Giuseppe Ciulla

in “il Fatto Quotidiano” del 8 agosto 2014

isis

L’uomo chiede un pezzo di carta e una penna. Fissa sul foglio bianco Mosul. Poi a ventaglio scrive i nomi dei villaggi e un numero accanto. Qaraqosh 200, Bartella 44, Alqosh 70, Tall kayf 46. In pochi minuti disegna la mappa della fuga. Le famiglie cristiane cacciate dall’Isis dalla capitale dell’autoproclamato Stato Islamico hanno raggiunto i paesi vicini a piedi. Quelle che invece avevano soldi a sufficienza per pagare un taxi o una macchina con cui fuggire sono arrivate fino a Erbil, la capitale del Kurdistan iracheno, 65 chilometri da Mosul. E si sono rifugiate a Ankawa, il quartiere a maggioranza cristiana. Hanno chiesto ospitalità a parenti e conoscenti. E se non avevano nessuno hanno bussato alle porte delle chiese. L’uomo della mappa è uno che conta nel governo del Kurdistan iracheno. Si chiama Paulos Shimaoun ma per tutti è Abuban ed è una figura centrale della comunità caldea, i cristiani che c’erano prima degli altri a Mosul, Bagdad, Kirkuk. “Gli sfollati un mese fa dormivano ovunque – dice – nelle chiese, nelle famiglie, nelle scuole. Li vedevi vagare per Ankawa coi loro furgoni pieni di roba. Adesso chi aveva dei soldi ha preso una casa in affitto, gli altri sono ancora accampati da amici o parenti”. È molto difficile fare una stima dell’esodo perché nessuno nell’emergenza ha fatto un censimento e perché questa è solo l’ultima ondata di una fuga iniziata ben prima del 10 giugno, il giorno della presa della città.

cristiani isis

Il terrore arriva da lontano. Lo conferma un cristiano che a Mosul faceva il poliziotto. Si chiama Ghanim e anche lui è fuggito con la sua famiglia, moglie, fratello e cinque bambini. “Era la fine del 2012 e avevo scoperto che i miliziani dell’Isis avevano mandato quattro uomini imbottiti di esplosivo per distruggere la chiesa di Marafram. Siamo riusciti ad arrivare in tempo e ne abbiamo arrestati tre. Uno invece è riuscito a fuggire. Da quando Daesh (termine arabo per indicare Isis, ndr) è arrivato, è diventato impossibile per noi vivere. I cristiani in Iraq non possono più starci. È un paese senza speranza. In un’altra circostanza ho assistito a una vera e propria esecuzione. Hanno ucciso un cristiano davanti ai miei occhi. Dopo hanno acceso un rogo e hanno bruciato il cadavere”. Da due settimane Ghanim vive accampato con la famiglia nella sede del partito comunista iracheno ad Ankawa. Con loro c’è anche una ragazza: Diana, di 18 anni, sfollata da Qaraqosh insieme con i suoi sei fratelli più piccoli. La madre è morta qualche mese fa. Il padre guadagna pochi dinari facendo il tassista. Lei non sorride mai. Vive col rimpianto di non essere riuscita, nella fretta della fuga, a portar via neanche una foto di sua madre.

grande fuga dei cristiani

I loro racconti si somigliano tutti. “Quando i miliziani hanno bombardato la città, abbiamo preso soldi e qualche vestito e siamo scappati”. Rispetto a tanti altri cristiani Diana è stata più fortunata, è riuscita a conservare il crocifisso d’oro. Per mostrarcelo scava dentro un sacco nero con dentro la biancheria pulita. Estrae dal fondo un pacchettino, lo apre, e tira fuori la sua catenina. Quell’oggetto nascosto come il pane in tempo di guerra, dà la misura della paura di perdere ogni cosa: quei pochi grammi d’oro, e la croce, simbolo di una minoranza che si sente dimenticata. “Vorrei restare a vivere qui ma i cristiani d’Europa devono aiutarci”. Lo ripetono tutti. Evocano l’Europa, i loro “fratelli nella croce” e Papa Francesco. I racconti della fuga sono laceranti. “Mentre Daesh bombardava la città sono salito all’ultimo piano della mia casa, ho pianto e pregato Dio perché salvasse la mia famiglia – dice Ghanim – Il giorno dopo siamo partiti. Siamo passati davanti alla chiesa, l’abbiamo guardata per l’ultima volta e tutta la famiglia è scoppiata in lacrime”. Qaraqosh, 50mila abitanti, quasi tutti cristiani è il simbolo di questo dramma. Mosul è a 27 chilometri ma la linea del fronte è a poche centinaia di metri. Da lì l’Isis ha bersagliato le case dei cristiani.

cristiani e musulmani pregano Quasi la metà degli abitanti è fuggita, solo in pochi sono tornati a casa, temono altre rappresaglie. Vedi le sventagliate delle mitragliatrici sulle porte e sui muri. Le famiglie rimaste sono le più povere, oppure quelle che da Mosul si erano spostate e non hanno soldi per andare altrove. Un uomo con una lunga tunica grigia e un rosario tra le mani vive con altri sfollati in una schiera di case ancora in costruzione: “Al check point i miliziani di Daesh ci hanno portato via tutto: gli abbiamo lasciato l’auto, l’oro, e 700mila dinari”. La casa è vuota, per terra ci sono solo dei materassi. “Dove sono i vostri vestiti?” – chiediamo. “Hanno preso anche quelli”.

 

l’ambiguità politica dei cristiani verso i rom

 

 

 

 

carovane di rom

la politica del governo francese di Hollande verso i rom non è delle più aperte all’accoglienza, in questo molto vicina o identica a quella precedente di Sarcozy

e i cristiani francesi come reagiscono? al tempo di Sarcozy molti avevano alzato la voce per farsi sentire forte da un governo dei ‘cattivi’, ma ora sembra che vogliano “trattare coi guanti”il presente governo per paura del peggio … come da noi! e sempre a pagarla sono loro!

Per i rom, dei cristiani molto discreti

di Philippe Clanché
in “cathoreve.over-blog.com” del 26 settembre 2013 (traduzione: www.finesettimana.org)

Sostenuta da Manuel Valls e convalidata da François Hollande, la politica del nostro governo verso i rom è ormai chiara. A loro avviso, i rom, in grande maggioranza, non avrebbero il desiderio di integrarsi né di restare in Francia. Nessun lettore serio del Vangelo può ammettere quello che sta succedendo: né le pratiche, né i discorsi. Le ONG di sostegno agli stranieri, in particolare quelle di ispirazione cristiana (Secours Catholique, Acat, CCFD Terre solidaire, Cimade…) hanno già suonato il campanello d’allarme sul proseguimento da parte del governo socialista dello spirito che aveva prevalso nell’era Sarkozy, con i ministri Hortefeux e Guéant. A quel tempo, i cristiani di base e i loro dirigenti, sia l’episcopato cattolico che la Fédération protestante de France, avevano alzato la voce. Ricordiamo che i francescani di Tolosa avevano avviato nel 2007 i cerchi del silenzio per denunciare le condizioni riservate agli stranieri nei Centres de rétention. Questo movimento prosegue, aperto a tutti i cittadini, ma animato soprattutto da cristiani. Che cosa fanno allora oggi quegli stessi cristiani, numerosi e ammirevoli, impegnati dalla parte degli stranieri? Le loro proteste sono state ascoltate? Questi militanti, culturalmente di sinistra, si sentivano più a loro agio quando al potere c’erano “i cattivi”. Forse, coscientemente o meno, vogliono trattare coi guanti un governo, certo deludente, ma la cui caduta potrebbe aprire la strada ad un potere ancora peggiore. Ad ogni modo, le loro voci non hanno alcuna influenza nel gioco politico ad alto livello. Quanto ai cattolici che hanno sfilato in questi ultimi mesi contro un altro progetto governativo (dal carattere antievangelico poco evidente), non hanno l’intenzione, pare, di cambiare obiettivo alla loro lotta. E le ipotetiche evoluzioni legislative sul fine vita o la procreazione medicalmente assistita per le lesbiche li mobilitano più di un dramma reale che si svolge davanti alla porta di casa. Dato che quei cattolici non hanno paura a protestare contro un governo di sinistra, dato che sono numerosi e ben organizzati, dato che hanno preso gusto a scendere in piazza, che si mobilitino per l’accoglienza degli stranieri. Avranno dalla loro parte i cristiano-sociali (indipendentemente dalle loro idee sul matrimonio) e molti militanti di sinistra. Potremmo assistere ad una bella riconciliazione del popolo cattolico dopo i dibattiti dell’inverno scorso. Non contro un governo guidato dalla demagogia e dall’elettoralismo, ma per i più deboli. Se questo non accadrà, potrà solo voler dire che il mondo cattolico, o almeno la sua maggioranza, sta precipitando verso il lato oscuro dello scacchiere politico

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