i vescovi cileni chiedono perdono per gli scandali di pedofilia commessa e nascosta

 

presidente dei vescovi cileni

 

 mons Santiago Silva, presidente dell’episcopato cileno, ha pubblicato una nota. Ecco gli stralci più importanti:

1 – Siamo tornati in Cile dopo quattro fruttuosi incontri con Papa Francesco. Se qualcosa si è chiarito in noi, frutto di conversazioni sincere, è che la vita dei vescovi e dei sacerdoti non sempre scorre attraverso i sentieri del Vangelo. Ci allontaniamo da questi sentieri a causa dei nostri errori e, cosa più grave ancora, anche per via di reati come l’abuso su minorenni.
2 – Ancora una volta chiediamo perdono, pregando insistentemente che i crimini vengano denunciati ai tribunali. La Chiesa non è un luogo per delinquere! A noi, al tempo stesso, ci è rimasto chiaro che sono molte le vite di credenti che danno testimonianza del Vangelo e per loro Cristo è il seme della nuova umanità.
3 – Indubbiamente saranno i valori evangelici ed ecclesiali quelli che ci permetteranno il desiderato e urgente rinnovamento. Ma dobbiamo mettere Cristo al centro e a partire da Lui il servizio generoso alle persone, in particolare ai più vulnerabili e ai poveri.
4 – In questo momento, il più importante dei valori è la riparazione alle vittime nella giustizia e nella misericordia. Confesso che tutti i vescovi viviamo con il Papa il forte impatto del danno causato alle vittime, cosa non facile da sanare.
5 – Quando parliamo di “vergogna”, lo facciamo con sincerità, perché la Chiesa non è stata costituita da Gesù per generare danni e per di più danni di tale portata. Capisco che molti non diano credito al perdono che chiediamo e al dolore che esprimiamo. Non recupereremo la fiducia da un giorno all’altro. Dobbiamo dimostrarlo con azioni riparatrici concrete.
6 – Per noi è imprescindibile conoscere a fondo ciò che nel rapporto del vescovo Scicluna fa riferimento a documenti smarriti, alla superficiale qualifica delle accuse, al ritardo nelle indagini, e cioè, tutti gli errori commessi in materia di abusi. Con l’incarnazione di Gesù sappiamo “che solo ciò che è stato assunto è redento”. Ma per assumere, devi conoscere la realtà e accettarla con umiltà.
7 – La speranza ci aiuterà a non ruminare la desolazione, ma a generare uno sforzo continuo per rendere tutto nuovo. Assumere la realtà con speranza ci permetterà di fare i pastori a partire dalle nostre debolezze e povertà, non a partire dal potere e dall’elitarismo. In questo modo possiamo costruire legami che animati dal Vangelo costruiscono una nuova cultura dell’essere Chiesa.
8 – A che servono le buone intenzioni se tutto rimane uguale? In virtù del valore della conversione personale e pastorale, centrale nella predicazione di Gesù, spetta a tutti noi, in particolare ai vescovi, incoraggiare un intenso e vasto progetto di rinnovamento ecclesiale. E dobbiamo iniziare con il dialogo.
9 – La Chiesa non è costruita da gruppi di élite, perché è “il popolo di Dio santo, fedele e sofferente” nell’espressione del Papa. L’intero popolo di Dio quindi ha qualcosa da dire sugli abusi dei minori, sul potere e sulla coscienza, e sulla missione alla quale lo Spirito ci chiama come Chiesa in questa cultura postmoderna.
10 – È tempo di generare un dialogo dove nessuno si sente escluso. Tutti abbiamo bisogno l’uno dell’altro in questa “nuova Pentecoste” che speriamo di vivere. E spero che questo dialogo non sia solo intra-ecclesiale e, naturalmente, che non rimanga solo nelle buone intenzioni, ma che in realtà generi un processo di rinnovamento, cercando l’impegno di tutti. Solo come popolo di Dio che ascoltiamo insieme possiamo discernere ciò che lo Spirito dice alla Chiesa.
11 – Affinché questo rinnovamento ecclesiale diventi una realtà, abbiamo posto le nostre cariche pastorali nelle mani del Papa con totale disponibilità. Non si tratta di fuggire, ma di collaborare.

una chiesa che sa chiedere perdono … a proposito della pedofilia e dei vescovi cileni

IL SOGNO DI UNA CHIESA

di Raniero La Valle

Mentre molte cose accadono, quella che ci sembra più rilevante e ricca di futuro è la lettera del papa ai vescovi del Cile che non solo da ragione degli eventi inauditi che hanno investito la Chiesa cilena, ma è uno straordinario testo di ecclesiologia, che apre uno squarcio su quello che può essere la Chiesa, e anzi la religione di domani.
È una lettera di dieci pagine, che doveva rimanere segreta, per cui non è uscita sul sito del Vaticano; ma nella Chiesa di Francesco non c’è più nulla di segreto: certo la “Segreteria di Stato” continua a chiamarsi così, ma ormai tutto è gridato sui tetti, la fiaccola è sopra il moggio, e anche il lucignolo che rischia di spegnersi ora si vede. Sicché abbiamo assistito con enorme stupore a un papa che si è messo in gioco riconoscendo l’errore compiuto nel giudizio che aveva dato sullo scandalo della pedofilia in Cile, e poi all’intero collegio di quei vescovi che viene a Roma e per tre giorni ripensa col papa a tutto ciò che era accaduto, e infine si pente e chiede perdono, prima di tutto alle vittime, e poi rinunzia al potere, ciascun vescovo rimettendo nelle mani del papa il proprio mandato, senza nessuno a giustificare se stesso, tutti dal primo all’ultimo, trentaquattro.
È la prima volta che una Chiesa chiede perdono così: finora, anche per le sue colpe più gravi, la formula era che la Chiesa era santa e che semmai chiedeva perdono per il male commesso da qualche suo membro.
Per questo bisogna leggere la lettera del papa. Noi ve la mettiamo sul nostro sito in spagnolo, come è stata scritta  (CHE DIMINUISCA LA CHIESA PERCHÉ CRESCA LA FEDE) e come l’ha pubblicata la Televisione cilena, e cercheremo di darvene poi la traduzione italiana. Ma intanto la si può raccontare.
Per prima cosa bisogna dire che essa parte non da un problema di Chiesa, o di dottrina, ma da una ferita “aperta, dolorosa, complessa e sanguinante”, nella vita di tante persone, non necessariamente credenti, è “perciò” nella vita del Popolo di Dio. Tutte le vittime, tutte le persone sono Popolo di Dio. Ferita non curata come si doveva, e perciò bisogna subito voltare pagina, senza dare la colpa agli altri, perché tutti siamo implicati, dice il papa, “e io per primo”.
Ma come intervenire? Prima di tutto bisogna trovare la strada. E la strada è quella della conversione, perché bisogna cambiare, e non c’è cambiamento senza conversione, e bisogna farlo non separati, ma nella “collegialità” e “sinodalità”.
E qui c’è la chiave teologica della vera conversione richiesta alla Chiesa: “è necessario che lui cresca e io diminuisca”, secondo la parola di Giovanni Battista. La Chiesa del Cile (ma non solo lei) patisce infatti la tentazione di “soppiantare” il suo Signore. Di mettersi lei al posto di Dio. Di crescere tanto, che di Dio non c’è più bisogno, perché c’è lei. È avvenuto così lungo i secoli. Ma se la Chiesa basta a se stessa, non ha più altro da annunciare, viene meno la sua stessa missione, la sua forza profetica si perde. E se la Chiesa mette se stessa al centro dell’attenzione, invece di mettere il Signore che è “la via, la verità e la vita” e perde così “la memoria della sua origine e della sua missione”, anche il peccato della Chiesa viene al centro della scena, non si vede altro e non si parla d’altro; e così è successo proprio in questa crisi.
Il prezzo che si paga è allora molto alto, e mentre infuria lo scandalo, la cosa più urgente è “ristabilire la giustizia e la comunione”, non solo nell’immediato, ma a medio e lungo termine, perché il problema non è solo di affrontare i casi concreti, magari semplicemente rimuovendo i colpevoli (cosa necessaria ma non sufficiente), il problema è di andare alla radice e alle strutture che sono all’origine del male, il problema è di “recuperare la profezia”.
Sembra di capire che cosa cerca di dire il papa: nessun silenzio e nessuna debolezza di fronte allo scandalo, ma la conclusione di tutto non sta nella “tolleranza zero”, com’è per le cose del mondo, la conclusione sta nel recupero della profezia, in una Chiesa che torni ad essere Chiesa.
E qui si vede tutta la tenerezza e la profondità con cui papa Francesco pensa a questa Chiesa, la riconosce e le parla, come si parla all’amata.
Riconosce, proprio alla Chiesa cilena, di aver generato molti alla fede, di aver lottato per difenderla, e aver dato battaglia quando la dignità dei suoi figli non era rispettata o era semplicemente negata. Una Chiesa che ha saputo non mettersi al centro, ma “nei momenti oscuri della vita del suo popolo ha avuto il vigore profetico non solo di levare la sua voce ma anche di chiamare a raccolta per creare spazi di difesa di uomini e donne su cui il Signore l’aveva incaricata di vegliare”, ben sapendo che “non si poteva proclamare il comandamento nuovo dell’amore senza promuovere mediante la giustizia e la pace la vera crescita di ogni persona”. Il periodo cui il papa si riferisce è qui quello della dittatura, e perciò la citazione è di Paolo VI.
Ma, ad abbracciare tutta la sua storia, la vera forza della Chiesa cilena, è stata la pietà popolare, che “è una delle ricchezze più grandi che il popolo di Dio ha saputo coltivare”, con le sue feste, i suoi balli, la sua musica, i suoi vestiti, trasformando tante località del Paese “in santuari della pietà popolare, perché non sono feste che restino chiuse all’interno del tempio, ma riescono a rivestire a festa tutto il villaggio”. E perciò è una Chiesa che ha imparato come la fede si trasmette solo in dialetto, celebrando così, cantando e danzando, “la paternità, la provvidenza, la presenza costante e amorosa di Dio”. Una Chiesa che si fa prossima dei poveri, dei malati, dei senzatetto, degli orfani … Una Chiesa fatta di molti popoli, capace di promuovere le ricchezze e la buona vita di ciascuno, come negli anni Sessanta i vescovi del Sud fecero per la crescita del popolo Mapuche, dal quale c’è tanto da apprendere; una Chiesa profetica, capace di confessare (e qui Francesco cita il cardinale Silva Enriquez di Santiago, che fu uno dei fari del Concilio) “che nella nostra storia personale e nella storia del nostro Cile ci sono stati ingiustizia, bugie, odio, colpa, indifferenza”; per cui lo stesso arcivescovo invitava gli altri pastori e fedeli a essere “sinceri, umili, e a dire al Signore: abbiamo peccato contro di te! Peccare contro il nostro fratello, l’uomo e la donna, è peccare contro Cristo, che è morto e resuscitato per tutti gli uomini. Siamo sinceri, umili! Ho peccato, Signore contro di te! Non ho obbedito al tuo Vangelo!”. E aggiunge Francesco; “la coscienza cosciente dei suoi limiti e peccati la fa vivere in guardia dinanzi alla tentazione di soppiantare il suo Signore”.
E qual è l’antidoto? Il santo popolo fedele di Dio, che dal suo silenzio quotidiano in molte forme testimonia che il Signore non abbandona, sostiene e soffre con i suoi figli. Il santo paziente popolo di Dio, vivificato dallo Spirito, che è il volto più bello della Chiesa profetica che sa mettere al centro il suo Signore nella fatica quotidiana. “In questo popolo fedele e silenzioso sta il sistema immunitario della Chiesa”.
Così immunizzata, la Chiesa potrà ritrovare se stessa. Potrà affermare senza ambiguità che il discepolo non sarà mai il Messia. Guardarsi perciò da ogni forma di messianismo che pretenda ergersi come unico interprete della volontà di Dio. Non cadere, come tante volte è possibile, nella tentazione di un esercizio ecclesiale dell’autorità che pretenda sostituirsi alle diverse istanze di comunione e partecipazione e, ciò che è peggio, sostituirsi alla coscienza dei fedeli, dimenticando l’insegnamento conciliare secondo cui “la coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nel suo recesso più intimo” (GS n. 16, che cita un discorso radiofonico di Pio XII). I falsi messianismi, dice il papa, pretendono cancellare l’eloquente verità che la totalità dei fedeli ha l’unzione dello Spirito. Mai un individuo o un gruppo privilegiato può pretendere di essere la totalità del Popolo di Dio e meno ancora credersi la voce autentica della sua interpretazione. Bisogna stare attenti alla “psicologia da élite” che può insinuarsi nella nostra maniera di abbordare le questioni. Essa produce dinamiche di divisione, separazione, circoli chiusi che sboccano in spiritualità narcisiste e autoritarie in cui, invece di evangelizzare, l’importare è sentirsi speciali, differenti dagli altri, mettendo così in evidenza che né Gesù Cristo né gli altri interessano veramente. Messianismo, elitismo e clericalismo sono tutti sinonimi di perversione nell’essere ecclesiale e anche sinonimo di perversione – scrive il papa – è la perdita della sana coscienza di sapersi appartenere al santo popolo di Dio che ci precede e che, grazie a Dio, ci succederà.
La coscienza del limite ci salva dalla tentazione e pretesa di occupare tutti gli spazi, e specialmente un luogo che non ci appartiene, quello del Signore. Solo Dio è capace della totalità. “La nostra missione sarà sempre condivisa. La consapevolezza di avere delle piaghe ci libera; ci libera dal diventare autoreferenziali, di crederci superiori. Ci libera da quella tendenza prometeica di coloro che in definitiva fanno affidamento unicamente sulle proprie forze e si sentono superiori agli altri”.
E la conclusione folgorante della lettera è: “Fratelli le idee si discutono, le situazioni si discernono, noi siamo qui riuniti per discernere, non per discutere”.
Discernere, ci sembra vuol dire smettere gli abiti vecchi, avanzare lo sguardo verso quello che sarà il futuro della Chiesa e della stessa religione nel mondo
(Fonte: ChiesadituttiChiesadeipoveri)

ciclone Francesco … le dimissioni di tutti i vescovi cileni

i vescovi cileni si dimettono in blocco 

“siamo nelle mani del papa”

A conclusione del vertice straordinario sulla pedofilia e gli insabbiamenti, i presuli leggono una dichiarazione: «Imploriamo il perdono delle vittime». E ringraziano la stampa

Iacopo Scaramuzzi
città del vaticano

A conclusione del vertice straordinario al quale il Papa li ha convocati a Roma per affrontare lo scandalo pedofilia (14-17 maggio), i vescovi cileni hanno rassegnato in blocco le dimissioni nelle mani di Francesco, che prossimamente deciderà il loro destino. La Conferenza episcopale del Cile chiede perdono alle vittime dei sacerdoti abusatori e ringrazia la stampa per il «servizio alla verità». 

«Dopo tre giorni di incontri con il Santo Padre e molte ore dedicate alla meditazione e alla preghiera, seguendo le sue indicazioni, noi vescovi del Cile desideriamo dichiarare quanto segue», hanno affermato i vescovi in un testo letto in spagnolo e italiano alla stampa monsignor Fernando Ramos Pérez, uno dei sette ausiliari di Santiago, e segretario della Conferenza episcopale, e monsignor Juan Ignacio Gonzalez Errazuriz, vescovo di San Bernardo. «In primo luogo, ringraziamo Papa Francesco per il suo ascolto da padre e la sua correzione fraterna, ma soprattutto vogliamo chiedere perdono per il dolore causato alle vittime , al Papa al popolo di Dio e al nostro paese per i nostri gravi errori e omissioni commesse».

I vescovi cileni ringraziano anche  monsignor Scicluna e il reverendo Jordi Bartomeu (che il Papa aveva inviato in Cile ad ascoltare le vittime, ndr)

«per la dedizione pastorale e personale, nonché per lo sforzo investito nelle ultime settimane per cercare di sanare le ferite della società e della chiesa del nostro paese. Ringraziamo le vittime per la loro perseveranza e il loro coraggio nonostante le enormi difficoltà personali spirituali sociali e famigliari che hanno affrontato unite spesso alle incomprensioni e agli attacchi della stessa comunità ecclesiale. Ancora una volta imploriamo il loro perdono e aiuto per continuare ad avanzar sul cammino della guarigione per cicatrizzare le ferite».

In secondo luogo, i vescovi comunicano che

per iscritto abbiamo rimesso i nostri incarichi nelle mani del Santo Padre perché decida liberamente per ciascuno di noi. Ci poniamo in cammino, sapendo che questi giorni di dialogo onesto hanno rappresentato una pietra miliare di un profondo processo di cambiamento guidato da Papa Francesco e in comunione con lui vogliamo ristabilire la giustizia dal danno causato per dare nuovo impulso alla missione profetica della Chiesa in Cile il cui centro avrebbe sempre dovuto esser Gesù Cristo. Desideriamo che il volto del Signore torni a risplendere nella Chiesa e ci impegniamo per questo con umiltà e speranza e chiediamo a tutti di aiutare a percorre questa strada. Seguendo le raccomandazioni del Santo Padre chiediamo che in queste ore difficili ma piene di speranza la Chiesa sia protetta dal Signore e dalla Vergine del Carmen”.

In una breve dichiarazione successiva, monsignor Gonzalez ha precisato che il Papa deciderà se accettare, respingere o accettare fino a nomina del successore le dimissioni di ognuno dei vescovi. Nel frattempo il lavoro pastorale dei presuli continua nella sue funzioni. Gonzalez ha poi voluto ringraziare la stampa per il «servizio alla verità» che ha svolto. La conferenza stampa non prevedeva domande finali dei giornalisti.  

Le vittime del sacerdote pedofilo Fernando Karadima, ricevute nelle scorse settimane a Casa Santa Marta dal Papa, hanno commentato la notizia su Twitter.  «Per dignità, giustizia e verità: lasciano tutti i vescovi. Delinquenti. Non hanno saputo proteggere i più deboli, li hanno esposti agli abusi e invece hanno impedito la giustizia. Per questo, meritano semplicemente di andarsene», ha scritto José Andrés Murillo. «I vescovi cileni hanno rinunciato TUTTI. È inedito ed è un bene. Questo cambia le cose per sempre», ha commentato Juan Carlos Cruz.

papa Francesco chiede ancora perdono

«chiedo perdono per i preti pedofili»

di papa Francesco


 “Corriere della Sera” del 17 agosto 2017

papa Francesco nell’introduzione al libro ‘Mon père je vous pardonne’ di Daniel Pittet abusato da giovanissimo da un sacerdote:

Per le vittime di violenza pedofila è una sfida davvero grande prendere la parola e raccontare quanto abbiano dovuto patire, riuscire a descrivere come le esperienze traumatiche di anni addietro continuino a tormentarli anche a distanza di tempo. Per questo motivo la testimonianza di Daniel Pittet è così necessaria, preziosa e coraggiosa. Ho conosciuto Daniel Pittet in Vaticano nel 2015, anno della Vita Consacrata. All’epoca Daniel era tutto preso dalla pubblicazione di un libro dal titolo Vivere vuol dire dare tutto .

All’interno di quel libro erano state raccolte testimonianze di religiosi di ambo i sessi, sacerdoti e monaci. Che questo cristiano così fervente fosse stato oggetto di abuso sessuale proprio da parte di un sacerdote mi sembrava davvero cosa impossibile, eppure era proprio quello che mi aveva raccontato. La storia delle sue sofferenze mi ha colpito e commosso nel profondo: sono arrivato a capire quali siano i danni terribili che possono essere provocati da un abuso sessuale e quanto lungo e doloroso sia il cammino che si prospetta alle vittime. Sono felice che ora la testimonianza di Daniel sia stata resa accessibile anche ad altre persone, cosicché noi tutti ora possiamo arrivare a comprendere quanto in profondità il Male possa andare ad insinuarsi nel cuore di un servitore della Chiesa. Come potrebbe altrimenti un sacerdote, uno che si è consacrato a Cristo ed alla Sua Chiesa, arrivare al punto di provocare tali disgrazie? Come potrebbe altrimenti questa persona, uno il cui compito è quello di condurre i bambini verso Dio, andare ad attirare uno di questi bambini verso ciò che già ho avuto occasione di chiamare «sacrificio diabolico», a causa del quale non sarà soltanto il bambino a rimanerne ferito, bensì la stessa esistenza della Chiesa? Alcune delle vittime, alla fine, si sono addirittura tolte la vita. Queste morti pesano sul mio cuore, sulla mia coscienza e su quella di tutta la Chiesa. Alle loro famiglie vorrei esprimere il mio amore ed il mio dolore, così come in tutta umiltà vorrei chiedere loro perdono. Si tratta di qualcosa di assolutamente spaventoso, di un peccato gravissimo che contraddice tutti gli insegnamenti della Chiesa. Gesù lancia parole severe contro coloro che arrecano dolore ai bambini: «Chi avrà scandalizzato uno di questi piccoli che credono in me, meglio per lui sarebbe che gli fosse appesa al collo una macina da mulino e fosse gettato in fondo al mare» ( Matteo 18, 6). Come ho ricordato nella mia Lettera Apostolica del 4 giugno 2016 «Come una madre amorevole», compito della nostra Chiesa è prendersi cura e proteggere i deboli ed i bisognosi d’aiuto. Ho dichiarato che contrasteremo con la massima severità i sacerdoti che abbiano tradito la propria missione. Questo vale anche per vescovi e cardinali che, come avvenuto ripetutamente nel passato, prendano quei sacerdoti sotto la propria tutela e difesa.

In tutta quella sua sofferenza, tuttavia, Daniel Pittet è comunque riuscito a scoprire per sé un altro lato della Chiesa. Un lato che gli ha permesso di arrivare a non dubitare degli uomini e dello stesso Dio. Mi riferisco, per esempio, alla forza della preghiera che non lo ha mai abbandonato e che lo ha sostenuto e guidato durante le ore più buie. Dopo quarantaquattro anni Daniel ha deciso di andare a rintracciare il suo aguzzino, quell’uomo che gli ha portato dolore fin nel profondo dell’anima, di guardarlo negli occhi… e di stringergli la mano! Quel bambino ferito è oggi un uomo che cammina a testa alta. Può essere ferito, ma camminerà sempre a testa alta. Le sue parole mi hanno davvero commosso: «Molte sono le persone che non riescono a capire come io possa non provare odio nei suoi confronti. Io l’ho perdonato ed ho ricostruito la mia vita sulle fondamenta di quel perdono». Io vorrei ringraziare Daniel, perché sono testimonianze come la sua che rendono possibile passare oltre il plumbeo silenzio che circonda i dolori e gli scandali, testimonianze che vanno a portare luce all’interno di tenebre spaventose che si celano nella vita della Chiesa. Sono testimonianze come questa che aprono la strada ad un adeguato risarcimento, una strada che porta alla grazia della riconciliazione. Per chi ha commesso abusi di pedofilia conducono inoltre alla presa di coscienza della spaventosa portata delle proprie azioni. Prego per Daniel e per tutti quelli che nella loro innocenza sono stati feriti. Che Dio possa aiutarli a rialzarsi ed a guarire. Possa Egli perdonarci tutti ed essere misericordioso.

un altro sbaglio di papa Francesco? qualcuno lo consiglia male?

 

UN’OMBRA NEL PASSATO DEL NUOVO CAPO DEL SANT’UFFICIO?

coprì un pericoloso pedofilo?

promosso da papa Francesco ordinò di non denunciare abusi sessuali di un prete

così nella ricostruzione di Emiliano Fittipaldi e Giuliano Foschini:

Nel marzo del 2012 l’arcivescovo Luis Ladaria Ferrer, che sabato è stato promosso da Papa Francesco nuovo prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha coperto, senza denunciarlo, un prete pedofilo che era stato ridotto allo stato laicale per abusi sessuali. Di più. Ha ordinato, nero su bianco, che la condanna canonica passasse sotto silenzio. Don Gianni Trotta, grazie all’acquiescenza del Vaticano e della curia locale, ha così potuto continuare indisturbato a violentare minorenni: dopo essere stato costretto a lasciare la tonaca è infatti diventato allenatore di una squadra di calcio giovanile, e in due anni ha molestato una decina di bambini vicino a Foggia. La storia di Trotta è stata raccontata lo scorso febbraio da Repubblica che oggi, insieme a L’Espresso, è in grado di ricostruire le responsabilità dirette di Ladaria. È lui che il 16 marzo 2016 firma il decreto in latino, nel quale invitava i superiori del pedofilo a stare zitti e muti per non «generare scandalo tra i fedeli». Una nuova spina per Papa Francesco, che — dopo l’incriminazione formale del suo (ormai ex) braccio destro George Pell per presunti abusi su alcuni adolescenti australiani — ha deciso di nominare Ladaria come successore di Gerhard Ludwig Müller, il cardinale tedesco licenziato in tronco anche perché giudicato poco incisivo nella lotta alla pedofilia. Un paradosso. Andiamo con ordine. Sappiamo che don Trotta viene messo sotto processo in Vaticano nel 2009. Sappiamo anche che della vicenda non trapelò nulla e che Ladaria, segretario della Congregazione dal 2008 fino alla promozione di queste ore, e il suo superiore di allora, il prefetto William Levada, firmarono il decreto che condannò don Trotta alla pena massima, cioè la messa in stato laicale, per abusi sessuali su minori. Il documento venne inviato, presumibilmente, ai superiori dell’orco, che apparteneva alla congregazione della Piccola Opera della divina provvidenza, e risiedeva nel vescovato di Lucera, vicino a Foggia. Per il Vaticano Trotta è ufficialmente un pedofilo, ma nessuno si prende la briga di denunciarlo alle autorità italiane. Ladaria e Levada scelgono un’altra strada. Nel documento, dopo aver comunicato che «don Gianni Trotta è colpevole di delitti con minori contro il sesto comandamento » e che «il Sommo Pontefice Papa Benedetto XVI ha deciso con suprema e inappellabile sentenza che per il bene della Chiesa sia da irrogare la dimissione dallo stato clericale e dalla Piccola Opera della divina provvidenza», dispongono che «l’ordinario faccia in modo per quanto possa, che la nuova condizione del sacerdote dimesso non dia scandalo ai fedeli». Un invito, in pratica, all’omertà. Vero che nella missiva Ladaria e il suo capo di allora aggiungono che «l’ordinario», ossia coloro che avevano potestà diretta su don Trotta, avrebbe potuto rompere il patto dell’acquiescenza davanti a un nuovo «pericolo di abusi su minori», e che in quel caso si poteva «divulgare la notizia della dimissione, nonché il motivo canonico sotteso». Ma si tratta di una postilla pilatesca: invece di denunciare il pedofilo alla magistratura, il nuovo capo della Congregazione per la Dottrina della Fede spostava infatti ogni responsabilità di vigilanza sull’istituto di appartenenza del maniaco. Un controsenso, visto che il vescovo, il parroco e il superiore dell’Ordine non hanno più alcuna influenza su un sacerdote ormai spretato.

Trotta decide di restare nel paesino, riciclandosi come allenatore di piccoli calciatori. Nessuna delle famiglie sa della sentenza, perché la curia e l’istituto tacciono. Dal 2012 al 2014 oltraggia così (almeno secondo le accuse) una decina di ragazzini, tra pulcini delle giovanili e bimbe perseguitate in chat. Gianni distrugge in pratica la vita di un’intera generazione del borgo. Solo nell’aprile del 2015, grazie alla denuncia dei genitori di un bimbo di prima media che aveva trovato finalmente il coraggio di parlare, l’ex don viene arrestato per ordine di un pm di Bari, Simona Filoni. A luglio del 2016 Trotta è stato condannato in primo grado a otto anni di carcere per la violenza sul dodicenne, e tra qualche giorno inizierà un nuovo processo per gli abusi sugli altri bambini. «Se la Congregazione e la curia locale avessero denunciato alle autorità il sacerdote invece di scegliere la strada del silenzio, i piccoli sarebbero stati salvati dall’orrore: noi l’avremmo fermato», chiosa un investigatore che segue il caso. Una scelta, quella di Ladaria e Levada, che è discutibile sotto il profilo etico, ma che resta impeccabile sotto il profilo canonico. La decisione inoltre è permessa dalla legge: grazie ai Trattati lateranensi in Italia gli ecclesiastici non hanno l’obbligo di denunciare le condotte dei loro sottoposti, anche se queste hanno rilevanza penale. L’opzione del silenzio, infine, permette oggi il solito scaricabarile. «Io non sapevo nulla di Trotta» ha spiegato il vescovo dell’epoca Domenico Cornacchia. Di certo c’è il dolore dei sopravvissuti, e il fatto che il nuovo prefetto voluto da Francesco forse avrebbe potuto salvare qualche bimbo, se solo avesse anteposto gli interessi dei più deboli a quelli della Chiesa.

questa volta papa Francesco non l’ha proprio azzeccata – se avesse dato più ascolto …

l’incriminazione del cardinale Pell per pedofilia e le colpe di papa Francesco

da tre anni le vittime e (pochi) giornalisti hanno messo in guardia il pontefice e il Vaticano sul lato oscuro del prelato australiano. Ma Bergoglio l’ha nominato prima suo braccio destro per l’economia, poi membro del gruppo dei nove cardinali più influenti della Chiesa. Nonostante le prove che Pell fosse un insabbiatore seriale

di Emiliano Fittipaldi
L'incriminazione del cardinale Pell per pedofilia e le colpe di papa Francesco

L’incriminazione del cardinale George Pell, accusato di pedofilia dai magistrati australiani dopo una serie di denunce considerate più che verosimili dagli inquirenti e dalla polizia, è uno spartiacque del pontificato di Francesco. Perché l’inchiesta colpisce al cuore uno degli uomini più potenti del Vaticano, il “ranger” venuto da Sidney per “moralizzare” la corrotta curia romana. Un uomo chiamato direttamente da Bergoglio, nonostante le ombre che da anni avvolgevano la sua tonaca.

Oggi il Vaticano e alcuni cantori del pontificato di Francesco, davanti alle accuse terribili di stupro, hanno subito cercato di rigirare la frittata per mitigare la portata dello scandalo. Evidenziando che Pell non troverà riparo dalla giustizia dietro le mura d’Oltretevere, ma sarà costretto a lasciare l’incarico e a difendersi davanti il tribunale dello Stato di Victoria. «Ecco la tolleranza zero di Francesco», s’è affrettato a scrivere più di un vaticanista, mentre Massimo Franco sul Corriere della Sera si spinge addirittura a vedere nella capitolazione del braccio destro del papa «un cambio di passo nella lotta alla pedofilia».

vedi anche:

Una lettura del caso assolutoria e minimalista: ci mancherebbe altro che Bergoglio e la Santa Sede avessero deciso il contrario, proteggendo un cardinale, un fedelissimo del papa “rivoluzionario” davanti ad accuse gravissime. Francesco, che ha recentemente paragonato gli abusi sessuali alle messe nere, non poteva fare diversamente, abbandonando il suo (ex) braccio destro al suo destino giudiziario.

L’incriminazione del cardinale Pell in Australia per abusi sessuali e stupro segna uno spartiacque in questo Pontificato. Perché il porporato è stato scelto personalmente da Bergoglio come suo numero 3 nonostante le inchieste avessero già fatto emergere la sua condotta poco cristiana. Il commento di Emiliano Fittipaldi, inviato dell’Espresso e autore di “Lussuria”, libro sui pedofili coperti dal Vaticano
   
   
   
   

Lo scandalo Pell, al netto della propaganda, racconta ben altro. Perché se le accuse di abusi sessuali di Pell su bambini e minorenni sono arrivate solo qualche mese fa (le prime denunce sono state depositate alla polizia la scorsa estate), evidenze sulla natura ambigua del cardinale originario di Ballarat sono note da anni.

In passato, quando era vescovo di Melbourne, il “ranger” era già stato denunciato da un chierichetto di 12 anni per gravi molestie (il processo si era chiuso nel 2002 senza alcuna condanna per mancanza di prove) e Ratzinger – anche per questo – aveva sempre frenato le sue ambizioni, cancellando la sua promozione a capo di un dicastero romano. 

Durante la conferenza stampa in Vaticano il cardinale George Pell ha dichiarato di “rifiutare totalmente le accuse” di abusi sessuali che gli vengono rivolte, di voler tornare in Australia per difendersi e di avere più volte nei mesi scorsi e anche recentissimamente, messo il corrente il Papa di questa situazione. Bergoglio ha concesso a Pell un periodo di congedo per difendersi. Il cardinale non si dimette comunque dalla carica di prefetto degli Affari economici del Vaticano. Dopo la difesa di Pell è stato letto in italiano e in inglese un comunicato della Santa Sede
   
   
   
   

Ma il cardinale dal 2012 è finito nel mirino di decine di vittime e di sopravvissuti agli orchi. Ragazzi e ragazze che nel corso delle audizioni della Royal Commission, una commissione nazionale voluta dal governo di Camberra, hanno additato “Big George” come un insabbiatore, come un uomo che ha sistematicamente difeso i pedofili australiani (secondo il rapporto preliminare della Commissione il 7 per cento dei preti cattolici dell’isola sono implicati in vicende di pedofilia), come un vescovo che ha inventato un sistema di risarcimenti usato in realtà «per distruggere e controllare le vittime e difendere l’immagine e la cassaforte della Chiesa». Qualcuno, come un padre a cui un preside cattolico ha violentato due bimbe di 4 e 5 anni, l’ha definito «un sociopatico».

Su L’Espresso e nel libro “Lussuria” chi vi scrive ha documentato come Pell abbia chiesto a famiglie distrutte di accettare, per chiudere definitivamente il caso nel civile, 30 mila euro, «in caso contrario noi ci difenderemo strenuamente in tribunale»; come il cardinale abbia accompagnato sottobraccio pedofili seriali come l’amico Gerald Ridsdale (condannato alla fine per aver violentato decine di bambini) in tribunale; come il prete copriva sistematicamente accuse a suo dire false e rivelatesi poi verissime.

vedi anche:

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Così il Vaticano protegge i preti pedofili

Alti prelati del Vaticano, italiani e stranieri. Molto vicini a papa Francesco. Che per anni hanno insabbiato le violenze sessuali sui minori da parte degli orchi con la tonaca. Le nuove rivelazioni su responsabilità, silenzi e omertà

Altre vittime hanno raccontato – in testimonianze giurate – come Pell abbia cercato di comprare il proprio silenzio. Un documento di un verbale di un incontro del clero australiano del settembre del 1996 dimostra invece che “il ranger”, mentre umiliava le vittime con risarcimenti ridicoli (per chiudere centinaia di casi la chiesa australiana ha investito negli ultimi anni 8 milioni di dollari, non proprio una cifra generosa: i soli beni immobili e finanziari della chiesa di Melbourne, nascosti da Pell in due trust, valgono 1,3 miliardi di dollari) si prodigasse contemporaneamente in favore di sacerdoti pedofili (padre Gannon, padre O’ Donnell e padre Glennon), ordinando ai suoi sottoposti di aiutarli economicamente, in modo da fargli avere uno stipendio, vitto, appartamenti, l’assicurazione sanitaria.

Pell si è sempre difeso energicamente dalle accuse, rigettandole con forza. Anche il Vaticano lo ha appoggiato in ogni modo. I giudici della Royal Commission però non gli hanno creduto, tanto da definire in una relazione del 2015 il suo comportamento «poco cristiano». Nonostante tutte le informazioni sul lato oscuro di Pell fossero già pubbliche e presumibilmente in possesso della Santa Sede, Francesco ha nominato “Big George” prima capo della Segreteria dell’Economia, poi membro del C9, il gruppo dei cardinali che deve consigliare il pontefice nella gestione della Chiesa universale.

Davanti alle denunce delle vittime australiane (che non ha mai voluto incontrare) e a quelle di (pochi) giornalisti, Bergoglio ha sempre difeso Pell a spada tratta, rinnovando i suoi incarichi e il suo potere anno dopo anno. Nel silenzio, quasi totale, della stampa italiana. Fino ad oggi, quando le accuse di abusi sessuali (tutti da dimostrare, va detto e ripetuto) hanno costretto al repentino cambio di rotta. Con l’ammissione, ovviamente indiretta, di aver sbagliato un’altra nomina chiave del suo pontificato.

la pedofilia è al 99,9 per cento dei casi solo un crimine non una malattia

pedofilia

don Di Noto

“non è una malattia ma un crimine”

La pedofilia “non è una malattia, ma un crimine”. Lo chiarisce don Fortunato Di Noto, fondatore e presidente di Meter, in una riflessione inviata al Sir. “È importante – sottolinea – non confondere la pedofilia (come malattia psichiatrica) e la capacità di intendere e volere: nel 99,9% dei casi, infatti, le condotte pedofile sono condotte lucide e quindi perseguibili penalmente”

Si tratta, perciò, di “una semplice devianza sessuale, senza influenza alcuna sulle capacità intellettive e volitive della persona, che non implica una deresponsabilizzazione penale”, nonché costituisce “una nuova forma di schiavitù che ha legami con il traffico di esseri umani, la sottrazione, la schiavitù e l’orrore dello sfruttamento sessuale del minore”. Il sacerdote rimarca il dilagare “senza sosta” di questa “realtà attuale e tragica”, “favorita dall’indifferenza di molti e da quella cultura economica che quantifica in denaro tutto ciò che è mercificabile”, “amplificata globalmente dalla pedopornografia online e sostenuta dai vari e molteplici movimenti pro-pedofili, che giustificano tale devianza sessuale ritenendola come un orientamento sessuale che la società deve accettare socialmente, politicamente, culturalmente e religiosamente”. “La rete dei trafficanti e dei pedofili – prosegue – si è ben inserita all’interno delle nostre stesse libertà”.

Don Di Noto ricorda quindi come vi sia “un binomio inscindibile” tra “pedofilia e responsabilità”, che esclude la giustificazione della malattia. “Infatti se diciamo che un pedofilo è un malato come può essere malato uno con la febbre a 38, lo rendiamo non imputabile. E se non è imputabile davanti ai tribunali – s’interroga – come possiamo fare prevenzione e poi come possiamo portare un prete pedofilo o un pedofilo davanti ad un giudice?”.

un giovane prete racconta la brutta avventura vissuta da bambino vittima di pedofilia

«smettiamola, smettetela di idolatrare il prete»

di un giovane prete

in “La Croix” del 7 giugno 2016

prete

‘La Croix’ pubblica la testimonianza esclusiva e anonima di un giovane religioso francese che invita i laici ad uscire da un “rapporto infantile” coi preti, che favorisce il clima di impunità nel quale certi hanno potuto commettere abusi

“Non sta succedendo, non lo sta facendo, non è possibile”. Questo urlava interiormente l’adolescente che ero quando il cappellano del mio liceo faceva ciò che anni di occultamento mi hanno a lungo impedito di nominare e di dire. “Non è possibile”. L’ho pensato talmente forte che ci ho creduto. Solo il corpo ha registrato il fatto, e lo spirito si è trovato umiliato quando il ricordo è tornato a galla, come uno choc. Avevo evidentemente ben introiettato quello schema secondo il quale quelle cose non possono succedere. Non da parte di un prete. Non da parte di colui che mi seguiva e che aveva la mia fiducia. Non in quell’istituto prestigioso dove lo incontravo tutti i giorni. Non durante la confessione. Non all’inizio del XXI secolo. “Non è possibile”. Grazie a quello che sta succedendo in questo periodo, quella negazione sembra svanire nelle diocesi: il vescovo che mi ha ricevuto recentemente non ha minimizzato i fatti e si assumerà, spero, le sue responsabilità rispetto a quel prete. Lo sguardo della nostra società si focalizza in questi ultimi tempi sulle vittime, il grido delle quali, soffocato, chiedeva da troppo tempo di essere ascoltato. “È successo”, per l’istituzione, scossa quando comincia ad ammettere, a bassa voce, che “è possibile”. Ma in questo quadro, manca il resto del gregge. “Non è possibile”. Battezzati, genitori, catechisti, laici impegnati o no, non lo abbiamo forse anche noi creduto impossibile? Non ci siamo messi anche noi dei paraocchi? Involontariamente, certo, semplicemente mantenendo in noi e attorno a noi, in particolare tra i giovani, un’immagine del prete che non è corretta. Rileggendo la mia storia, mi accorgo quanto io fossi, da adolescente, legato ad una rappresentazione del prete come sant’uomo, perché uomo di Dio: colui che quindi non può mai essere nell’errore, in nulla di ciò che dice o fa. Rappresentazione ereditata dal mio ambiente, certo, ma che mi sembra molto diffusa. Oggi sono prete: questo può stupire. Quello che ho passato non mi ha impedito di andare avanti, di discernere, anche se è stato proprio nel momento delle scelte decisive che il velo del diniego si è strappato: il mio aggressore era anche la persona che mi seguiva, che mi ha aiutato nel discernimento, e che in questo senso mi ha anche “fatto del bene”. Per me è stato complicato, ad un certo momento, districare, nel mio cuore, il mio risentimento contro di lui dai benefici che gli devo. Ma “Dio è più grande del mio cuore”, e non ho mai dubitato della realtà di una chiamata sentita molto prima, di un desiderio che è cresciuto e si è radicato indipendentemente da quei fatti, con cui non mi identifico anche se fanno parte della mia storia, e mi rendono attento a qualsiasi forma di influenza all’interno della Chiesa. A questo proposito, non è anodino che io abbia scelto la vita consacrata, che dà al presbiterato un quadro comunitario: sono fratello prima di essere padre e credo fermamente al “sacramento del fratello”, quello stare insieme nell’umanità in cammino verso Dio. Come “giovane prete”, scopro oggi le gioie del ministero. È l’occasione di veder cambiare, dalla mia ordinazione, lo sguardo che mi viene rivolto. In certi contesti si manifesta deferenza nei miei confronti, una sorta di rispetto legato al mio stato più che alla mia persona. E questo indica talvolta che ci si aspetta da me un ruolo lontano da quello per cui sono stato ordinato prete. Io non sono perfetto o santo perché prete, ma sono chiamato alla santità come tutti. Ed è proprio perché c’è una chiamata generale alla santità che abbiamo bisogno di preti. Smettiamola, smettetela di idolatrare il prete, come un essere fluttuante al di sopra dei mortali e staccato dalle molte vicissitudini dell’esistenza, come l’errore o il dubbio. Bisogna amare i preti,
non idolatrare in loro un’immagine. Il clericalismo che venera un’immagine del prete più che amare i preti non tocca solo gli ambienti classici, impregna profondamente le nostre mentalità. Aggiungerei quindi questo: l’ordinazione non fa di me il manager ideale, essere prete non mi rende indispensabile a tutte le riunioni parrocchiali, perché il sacerdozio non è qualcosa in virtù della quale avrei una scienza infusa che mi permetterebbe di prendere sempre la decisione giusta e di mettere tutti d’accordo. Questo è un rapporto infantile col prete, e credo che gli scandali che vengono a galla, con tutto il loro disagio, devono rimettere in discussione questo atteggiamento che non è giusto nei rapporti col clero. Dicendo questo, non intendo allontanare lo sguardo dalle colpe di governo dei vescovi, né invitare ad un sospetto generalizzato nei confronti dei preti, ma semplicemente sottolineare che una denuncia del “sistema” non sarebbe completa se coloro che non sono preti non si ponessero le stesse domande. Il problema del silenzio della Chiesa è innanzitutto quello del silenzio delle vittime e quel silenzio viene mantenuto, almeno passivamente, da quelle immagini che rimangono nella mente di tutti e che manteniamo inconsciamente. Deve cambiare qualcosa, collettivamente, perché i mea culpa venuti dall’alto non suonino come ammissioni di impotenza. Il dolore che il popolo di Dio sente ora che le vittime riescono a parlare ci mostra che è necessaria, e che è cominciata, una purificazione delle nostre rappresentazioni. Che ci siano delle pecore nere, o dei lupi nell’ovile, è una cosa. Che le nostre paure e i nostri accecamenti collettivi permettano loro di continuare a imperversare favorendo un clima di silenzio che soffoca il grido, è un’altra cosa. E su quest’ultimo punto, dobbiamo tutti lavorare, affinché si possa dire un giorno, davvero: “Non è possibile”.

il frate cappuccino e cardinale a proposito del film ‘Spotlight’

‘Spotlight’

il cardinale  O’Malley: “Film importante per aprire gli occhi sulla tragedia degli abusi”

il presidente della Commissione tutela minori e arcivescovo di Boston, diocesi al centro degli scandali narrati nella pellicola, spiega come i media hanno aiutato la Chiesa a riconoscere i propri ‘peccati’

Card. O'Malley -Centre for Child Protection

non poteva non esprime il suo punto di vista il cardinale Sean O’Malley su Il caso Spotlight, la pellicola vincitrice del premio Oscar 2016 come miglior film e miglior sceneggiatura. Il porporato, uno dei membri del C9, è doppiamente coinvolto dal lungometraggio di Tom McCarthy: sia come presidente della Pontificia Commissione per la tutela dei minori, istituita dal Papa nel 2014 per combattere il cancro della pedofilia e degli abusi nella Chiesa; sia come arcivescovo di Boston, proprio l’arcidiocesi al centro degli scandali di cui tratta il film che avvennero sotto la guida del cardinale Bernard Law, poi trasferito a Roma e di cui attualmente si sono perse le tracce

In un comunicato pervenuto a ZENIT, il cardinale cappuccino afferma: “Spotlight è un film importante per tutti coloro che sono stati colpiti dalla tragedia degli abusi sessuali da parte del clero”. “Fornendo dei report dettagliati sulla storia della crisi degli abusi sessuali del clero, i media hanno portato la Chiesa a riconoscere i crimini e i peccati dai suoi membri e cominciare ad affrontare le proprie debolezze, il danno arrecato alle vittime e alle loro famiglie, le esigenze dei sopravvissuti”.

“In una democrazia come la nostra, il giornalismo è essenziale per il nostro modo di vivere”, afferma O’Malley, che fu posto nel 2003 alla guida dell’arcidiocesi statunitense, esattamente un anno dopo lo scoppio degli scandali. “Il ruolo dei media nel rivelare la crisi degli abusi sessuali ha aperto una porta che la Chiesa ha oltrepassato per rispondere ai bisogni dei sopravvissuti”, sottolinea nel testo.

Il porporato lo sa bene essendosi trovato di fronte ad un clero ferito e demoralizzato, a gente arrabbiata che trovava difficile fidarsi ancora delle autorità e che aveva abbandonato di colpo la Chiesa, facendo collassare anche i bilanci delle parrocchie e delle scuole cattoliche. Il cardinale volle, peraltro, risarcire con i soldi dell’arcidiocesi le vittime dei crimini, poi avviò una paziente opera di ricucitura che partiva dalla richiesta personale di perdono e proseguiva con la creazione di nuove e più rigide regole, specie nella formazione del clero, fino alla diffusione di una “cultura vocazionale” utile anche alla prevenzione dei casi di abusi.

Tutto questo perché “proteggere i bambini e fornire assistenza alle vittime e alle loro famiglie deve essere una priorità in tutti gli aspetti della vita della Chiesa”, ribadisce il cardinale nel comunicato. Illustra quindi il lavoro attualmente condotto nell’arcidiocesi che, di fatto, riflette quello che passo dopo passo sta cercando di costruire insieme ai 15 membri della Commissione vaticana per la tutela dei minori.

“Siamo impegnati nell’attuazione di politiche e procedure di vigilanza per prevenire il ripetersi della tragedia di abusi su minori”, dice O’Malley, “queste includono programmi completi di educazione per bambini, il controllo obbligatorio di eventuali precedenti penali e la sicurezza degli ambienti di formazione, segnalazioni obbligatorie e collaborazione con le autorità civili per quanto riguarda le accuse di abusi, la cura dei sopravvissuti e delle loro famiglie, attraverso l’Ufficio di sostegno pastorale”.

L’arcidiocesi di Boston, aggiunge il prelato, “fornisce costantemente consulenza e assistenza medica per i superstiti e i familiari che cercano il nostro aiuto e restiamo saldi in tale impegno”. “Noi – soggiunge – continuiamo a chiedere perdono a tutti coloro che sono stati danneggiati dalla tragedia degli abusi sessuali del clero e pregare che ogni giorno il Signore ci guidi sul cammino verso la guarigione e il rinnovamento”.

un contributo alla trasparenza nella chiesa

“Il ‘Caso Spotlight’ dà slancio alla trasparenza nella Chiesa”

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padre Zollner alla Radio vaticana dopo l’appello del produttore al papa alla notte degli Oscar. «Molto è stato fatto, basta omertà». L’Osservatore Romano: non è un film anticattolico

Iacopo Scaramuzzi

l’Osservatore Romano scrive, con articolo richiamato in prima pagina, che Il caso Spotlight «non è un film anticattolico», perché «riesce a dare voce allo sgomento e al dolore profondo dei fedeli davanti alla scoperta di queste orribili realtà». Certo, prosegue il quotidiano della Santa Sede, «i bambini sono esseri indifesi, e quindi vittime privilegiate di abusi anche nelle famiglie, nei circoli sportivi, nelle scuole laiche. Gli orchi non portano esclusivamente la veste talare. La pedofilia non deriva necessariamente dal voto di castità. Ma ormai è chiaro che nella Chiesa troppi si sono più preoccupati dell’immagine dell’istituzione che non della gravità dell’atto»

Il film «Il caso Spotlight» e l’appello al Papa rivolto dal suo produttore alla notte degli Oscar «danno un ulteriore slancio» al lavoro per il contrasto della pedofilia del clero: questo il commento affidato alla Radio vaticana dal gesuita tedesco Hans Zollner, membro della Pontificia commissione per la tutela dei minori e presidente del Centro per la protezione dei minori della Pontificia università Gregoriana. L’Osservatore Romano scrive: «Non è un film anti-cattolico».

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«Il caso Spotlight», diretto da Tom McCarthy, racconta l’indagine giornalistica con la quale nel 2001 il Boston Globe scoperchiò l’insabbiamento sistematico degli abusi sessuali del clero sui minori nella diocesi, Boston appunto, allora guidata dal cardinale Bernard Francis Law. L’inchiesta, premio Pulitzer, preceduta dagli articoli di giornalisti come Jason Berry sul National Catholic Reporter, fece esplodere lo scandalo della pedofilia negli Stati Uniti, seguito anni dopo in Europa e nel resto del mondo. Alla premiazione che ha assegnato alla pellicola gli Oscar come miglior Film e miglior sceneggiatura originale, ieri notte, il produttore, Michael Sugar, ha commentato: «Papa Francesco: è ora di proteggere i bambini e restaurare la fede».
«Molto è stato fatto, da parte della Santa Sede, e poi anche da alcune Chiese locali», afferma padre Zollner. «Per cui, un film come questo e anche le parole dette alla premiazione, certamente danno un ulteriore slancio a questo nostro lavoro che, ad esempio, abbiamo iniziato dal 2012 qui alla Gregoriana con un convegno internazionale, il Simposio “Verso la guarigione e il rinnovamento”, che ha visto partecipare 110 vescovi di tutte le Conferenze episcopali del mondo e che è stato un primo passo anche per le aree dell’Africa e dell’America Latina, dove il tema a quell’epoca non era ancora arrivato».

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Il gesuita tedesco ricorda che «fin dalla fine degli anni ’90, il cardinale Ratzinger, da prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, si era infatti reso conto che la Chiesa non poteva più né tollerare questi abusi né la loro copertura da parte di vescovi. E così Joseph Ratzinger, poi come Papa Benedetto, ha fatto grandi passi per rendere la Chiesa un’istituzione trasparente e impegnata nella lotta contro gli abusi. Poi, Papa Francesco ha continuato sulla linea di Papa Benedetto, rafforzando ancora la legislazione della Chiesa, istituendo la Pontificia Commissione per la tutela dei minori. Il Papa ha già messo in pratica alcune misure e attendiamo ulteriori sviluppi su questa stessa linea, che daranno certamente il messaggio chiaro che la Chiesa cattolica nella sua leadership si rende conto della gravità della situazione e vuole e deve continuare la lotta per la giustizia e perché non ci siano più vittime di abuso». Alla Gregoriana, in particolare, il “Centre for Child Protection” istituito di recente intende «lavorare per costruire pian piano una competenza locale, cioè persone che sappiano come reagire, come creare spazi sicuri per i bambini e gli adolescenti».
Quanto al film, mons. Charles Scicluna, attuale arcivescovo di Malta e in passato «promotore di giustizia» della Congregazione per la Dottrina della fede, che rappresentò la “pubblica accusa” vaticana in casi come quello del sacerdote messicano pedofilo Marcial Maciel, «ha detto pubblicamente», in un’intervista a Repubblica, «che raccomanderebbe a tutti, anche ai vescovi, di guardare questo film», sottolinea Zollner. «Lo stesso ha detto anche un vescovo australiano. C’è quindi un grande apprezzamento per il film e ovviamente anche un apprezzamento per il messaggio e il modo in cui viene trasmesso il messaggio. Questi vescovi raccomandano ai loro confratelli di vedere questo film, quindi è un forte invito a riflettere e a prendere sul serio il messaggio centrale, cioè che la Chiesa cattolica può e deve essere trasparente, giusta e impegnata nella lotta contro gli abusi e che deve impegnarsi affinché non si verifichino più. E’ importante capire che dobbiamo cambiare quel nostro atteggiamento che in italiano si può esprimere con quella famosa parola: “omertà”. Non parlare, voler risolvere tutto spazzando via tutto sotto il tappeto, nascondersi e pensare che tutto passerà. Bisogna capire che non passerà: ormai dobbiamo renderci conto che o con molto coraggio e la capacità di affrontare le cose guardandole in faccia ci pensiamo noi, oppure un giorno, prima o poi, saremo obbligati a farlo. E questo penso sia uno dei messaggi centrali di questo film».
Anche l’Osservatore Romano scrive, con articolo richiamato in prima pagina, che Il caso Spotlight «non è un film anticattolico», perché «riesce a dare voce allo sgomento e al dolore profondo dei fedeli davanti alla scoperta di queste orribili realtà». Certo, prosegue il quotidiano della Santa Sede, «i bambini sono esseri indifesi, e quindi vittime privilegiate di abusi anche nelle famiglie, nei circoli sportivi, nelle scuole laiche. Gli orchi non portano esclusivamente la veste talare. La pedofilia non deriva necessariamente dal voto di castità. Ma ormai è chiaro che nella Chiesa troppi si sono più preoccupati dell’immagine dell’istituzione che non della gravità dell’atto». Quanto all’appello rivolto al Papa durante la notte degli Oscar, «deve essere visto come un segnale positivo: c’è ancora fiducia nell’istituzione, c’è fiducia in un Papa che sta continuando la pulizia iniziata dal suo predecessore già come cardinale. C’è ancora fiducia in una fede che ha al suo cuore la difesa delle vittime, la protezione degli innocenti».

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