Boff: viviamo una stridente mancanza di solidarietà

solidarietà’

percorsi dimenticati

 

C’è una stridente mancanza di solidarietà nel momento attuale della nostra storia. Ci informano che in questo esatto istante 20 milioni di persone sono minacciate di morire letteralmente di fame: nello Yemen, in Somalia, nel Sudan del Sud e in Nigeria. Il grido degli affamati si dirige al cielo e in tutte le direzioni. Ma chi lo ascolta? In piccola parte l’Onu e soltanto alcune coraggiose agenzie umanitarie.

Nel nostro paese a causa i ritocchi promossi dagli attuali governanti che hanno fatto un golpe parlamentare, con l’intenzione di imporre la loro agenda neoliberale, ci sono almeno 500 mila famiglie che hanno perso la “Bolsa fami’lia”. I poveri stanno piombando nella miseria da cui erano usciti e i miserabili stanno diventando straccioni. Non sono pochi coloro che vengono alla nostra ONG a Petropolis (centro per la difesa dei diritti umani), che esiste da 40 anni, chiedendo da mangiare. E’ possibile negare il pane a una mano distesa e ai suoi occhi supplichevoli senza essere disumano e senza pietà?

E’ urgente riscattare il significato antropologico fondamentale della solidarietà. Essa è antisistemica, perché il sistema imperante capitalista e individualista si regge sulla concorrenza e non sulla solidarietà e cooperazione. Questo va contro il senso della natura.

Ci dicono gli etno-antropologi che è stata la solidarietà a farci passare dall’ordine dei Primati all’ordine degli umani. Quando i nostri antenati antropoidi uscivano in cerca di alimenti, non li mangiavano ognuno per conto suo. Li portavano al gruppo per mangiarli insieme. Vivevano la commensalità, propria degli umani. Pertanto la solidarietà sta alla radice della nostra ominazione.

Il filosofo francese Pierre Leroux a metà del secolo XIX quando nascevano le prime associazioni di lavoratori contro la primitività del mercato, riscatto’ politicamente questa teoria della solidarietà. Era cristiano ma disse: “dobbiamo intendere la carità cristiana oggi come solidarietà mutua tra esseri umani” (Cf. Jean-Louis Laville, L’ économie solidaire: une perspective internationale, 1994, 25 ss ).

La solidarietà implica reciprocità fra tutti come un fatto sociale elementare. E’ qui che è nata l’economia del dono mutuo, tanto bene analizzata da Marcel Mauss.

Se guardiamo bene, la natura non ha creato un essere per se stesso, ma tutti gli esseri uno per l’altro. Ha stabilito tra loro lacci di mutualità e reti di relazioni solidarie. La solidarietà originaria ci fa tutti fratelli e sorelle dentro alla nostra specie

La solidarietà pertanto è indissociabile dalla natura umana, in quanto umana. Se non ci fosse solidarietà, non avremmo condizioni di sopravvivere. Non possediamo nessun organo specializzato (Mangelwesen de A. Gehlen) che garantisce la nostra sussistenza. Per sopravvivere dipendiamo dalle attenzioni e dalla solidarietà degli altri. Essa è un fatto innegabile per il passato e anche al giorno d’oggi.

Ma dobbiamo essere realisti ci avverte E. Morin. Siamo simultaneamente sapiens e demens, non come decadenza dalla realtà ma come espressione della nostra condizione umana. Possiamo essere sapienti e solidali e creare lacci di umanizzazione. Ma possiamo anche essere dementi e distruggere la solidarietà, e possiamo essere tagliagola come fanno i militanti dell’esercito islamico o bruciandole sotto una montagna di pneumatici come fa la mafia con la droga.

A causa di questo nostro momento demente che Hobbes e Rousseau intravidero la necessità di un contratto sociale che ci permettesse di convivere e di evitare di divorarsi a vicenda.

Il contratto sociale non ci dispensa dall’avere da riscattare in continuazione la solidarietà che ci umanizza e senza la quale il lato demente prevarrebbe su quello sapiente.

E’ quello che stiamo vivendo a livello mondiale o anche nazionale, dato che pochissimi controllano le finanze e l’accesso ai beni e servizi naturali, lasciando metà dell’umanità nell’indigenza. Bene diceva il Papa Francesco: il sistema imperante è assassino e antivita.

Tra noi gli attuali politici di ritocchi fiscali stanno pesando specialmente sui poveri e beneficiando quelli che controllano i flussi finanziari. Lo Stato indebolito dalla corruzione non riesce a frenare la voracità dell’accumulazione illimitata delle oligarchie.

C’è stato Qualcuno che è stato solidale con noi. Non volle servirsi della sua condizione divina. Anzi per solidarietà si è presentato come semplice uomo (Flp 2,7) e morì crocifisso. Questa solidarietà ci ha ridato l’umanità (ci ha salvati) e continua a farci coraggio e a coltivare gli stessi sentimenti che ebbe Lui (Flp 2,5).

E’ urgente rispettare il paradigma di base della nostra umanità, tanto dimenticato, la solidarietà essenziale. Fuori di questa svuoteremmo la nostra umanità e quella degli altri.

*Leonardo Boff, columnist del JB on line, teologo, filosofo, scrittore

traduzione di Romano Baraglia e Lidia Arato

il commento al vangelo della domenica

TU SEI PIETRO, E A TE DARO’ LE CHIAVI DEL REGNO DEI CIELI 

commento al vangelo della domenica ventunesima del tempo ordinario (27 agosto 2017) di p. Alberto Maggi:

 

Mt 16,13-20

 

In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.

Per tenere lontani i suoi discepoli dal lievito dei farisei, cioè dalla dottrina dei farisei e dei sadducei, Gesù li porta lontano dall’istituzione religiosa giudaica e li conduce all’estremo nord del paese. E quanto scrive Matteo, nel capitolo 16, versetti 13-20.
“Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo”, Cesarea di Filippo è all’estremo nord del paese, è la città costruita da uno dei figli di Erode il Grande, Filippo, e, per distinguerla dall’altra Cesarea marittima, è stata chiamata Cesarèa di Filippo.
All’epoca di Gesù la città era in costruzione. Questo è un dettaglio da tener presente, nei pressi della città si trovava una delle tre sorgenti del fiume Giordano, che era anche ritenuta l’ingresso del regno dei morti. Quindi sono elementi che occorre tener presente per la comprensione di quello che l’evangelista ci narra.
Ebbene Gesù conduce i suoi discepoli così lontano dalla Giudea e anche dalla Galilea per porre loro una domanda. “Domandò ai suoi discepoli: «La gente»”, letteralmente “gli uomini”, “ «chi dice che sia il Figlio dell’uomo?»” L’evangelista contrappone gli uomini al Figlio dell’uomo, l’uomo che ha la condizione divina, quindi l’uomo che ha lo spirito e quelli che non ce l’hanno.
Gesù vuole rendersi conto di quale sia stato l’effetto della predicazione dei discepoli che lui ha inviato ad annunziare la novità del regno. La risposta è deludente. “Risposero: «Alcuni dicono Giovani il Battista»”, perché si credeva che i martiri sarebbero subito risuscitati, “«altri Elìa»”. Elia, secondo la tradizione, non era morto, ma era stato rapito in cielo e sarebbe tornato all’arrivo del futuro messia.
“«Altri Geremia»”, sempre secondo la tradizione era scampato a un tentativo di lapidazione, “ «o qualcuno dei profeti». Si aspettava uno dei profeti annunziato da Mosè, comunque tutti personaggi che riguardano l’antico. Nessuno, né i discepoli né la gente alla quale essi si sono rivolti, ha compreso la novità portata da Gesù.
Allora Gesù dice: “«Ma voi»”, quindi si rivolge a tutto il gruppo, “«Chi dite che io sia?»” Gesù si è rivolto a tutto il gruppo dei discepoli, ma è soltanto uno che prende l’iniziativa. “Rispose Simon Pietro”, Simone è il nome, Pietro è un soprannome negativo che indica la sua testardaggine, e quando l’evangelista lo presenta con questo soprannome, significa che c’è qualcosa di contrario all’annunzio di Gesù.
“Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente »”. Finalmente c’è uno dei discepoli che ha capito che Gesù non è il figlio di Davide, colui che con la violenza impone il regno, ma è il figlio del Dio (letteralmente) vivificante, cioè comunica vita. “E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone»”. Perché beato? Pietro è il puro di cuore e quindi può vedere Dio.
Gli dice “beato”, però lo chiama “«figlio di Giona»”. “Figlio”, nella cultura ebraica non indica soltanto chi è nato da qualcuno, ma chi gli assomiglia nel comportamento. E Gesù lo chiama “figlio di Giona”. Giona è l’unico tra i profeti dell’Antico Testamento che ha fatto esattamente il contrario di quello che il Signore gli aveva comandato. Infatti il Signore gli aveva detto: “Giona, vai a Ninive a predicare la conversione altrimenti io la distruggo” e Giona fece il contrario.
Anziché andare verso est, si imbarcò sulla nave e puntò ad ovest. Poi finalmente Giona si convertì. Quindi in questo figlio di Giona Gesù fa il ritratto di Pietro: farà sempre il contrario di quello che Gesù gli chiederà di fare, ma poi alla fine si convertirà.
“«Perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli.»” Ecco Pietro è il beato perché è il puro di cuore che può vedere Dio. “E io dico a te: «Tu sei Pietro»”, il termine greco adoperato dall’evangelista è Petros, che indica un mattone, un sasso, che può essere raccolto e usato per una costruzione. “«E su questa pietra »”. Pietra no è il femminile di Pietro. L’evangelista adopera il termine greco Petra che indica la roccia che è buona per le costruzioni. E’ lo stesso termine che Gesù, nel capitolo 7, ha scelto per la casa costruita sulla roccia.
Quindi Gesù dice a Simone: “Tu sei un mattone. Su questa roccia”, e la roccia è Gesù, “«Edificherò la mia chiesa»”. Il termine greco ecclesia non ha nulla di sacrale, ma è un termine profano che indica l’adunanza, l’assemblea di quelli che sono convocati. Quindi Gesù non viene a costruire una nuova  sinagoga, ma una nuova realtà che non ha connotazioni religiose, e per questo adopera questo termine laico.
“«E le potenze »”, letteralmente “le porte”; le porte di una città indicavano la sua forza, la potenza. “«Degli inferi»”, cioè del regno dei morti. Ricordo che la scena si svolge vicino a una delle grotte che si pensava essere l’ingresso nel regno dei morti, “«Non prevarranno contro di essa».
Quando una comunità è costruita su Gesù, il figlio del Dio vivente, quindi si comunica vita, le forze negative, le forze della morte, non avranno alcun potere.
“«A te darò le chiavi del regno dei cieli »”. Concedere le chiavi a qualcuno significava ritenerlo responsabile della sicurezza di quelli che stavano dentro. Abbiamo detto altre volte che il regno dei cieli nel vangelo di Matteo non significa un regno nei cieli, ma è il regno di Dio. Quindi Gesù non dà a Pietro le chiavi per l’accesso all’aldilà, non lo incarica di aprire o chiudere, ma lo ritiene responsabile di quelli che sono all’interno di questo regno, che è l’alternativa che Gesù è venuto a proporre.
“«Tutto ciò che legherai sulla terra »”, qui l’evangelista adopera un linguaggio rabbinico, che significa dichiarare autentica o meno una dottrina, “ «sarà legato nei cieli »”, cioè in Dio, “ «E tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli »”. Quello che Gesù ora dice a Pietro poi più tardi, al capitolo 18, lo dirà a tutti i discepoli.
Le ultime parole che Gesù adopererà in questo vangelo rappresentano l’invio dei discepoli ad andare ad insegnare “tutto ciò che vi ho comandato”. Quindi nell’insegnamento di Gesù, questo messaggio che comunica vita, c’è l’approvazione divina, da parte dei cieli. Però, ecco la sorpresa, “Ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo”.
Quando Gesù ordina significa che c’è resistenza. Nella risposta di Pietro c’era stata una parte positiva in quanto ha riconosciuto Gesù come il figlio del Dio che comunica vita, il Dio vivente, ma la parte negativa qual è? La gente ha detto che tu sei il Cristo, cioè il messia atteso dalla tradizione. Allora Gesù dice: “questo non lo dovete dire a nessuno”, perché lui non è il messia atteso dalla tradizione.
Gesù è Cristo, è il messia, ma in una forma completamente diversa, non adopererà il potere, ma l’amore; non il comando, ma il servizio. E questo provocherà adesso lo scontro proprio con Simone. Quello che era stato definito “pietra” da costruzione, diventerà una pietra di scandalo

a questo punto l’umanità è proprio perduta

multato dai vigili chiamati dal disabile lascia cartello shock:

“sei un povero handicappato e sono contento”

Multato dai vigili chiamati dal disabile lascia cartello shock: "Sei un povero handicappato e sono contento"

“a te che per non fare due metri in più…”

sdegno per il messaggio lasciato dall’automobilista nel parking interrato del centro commerciale Carosello di Carugate, nel Milanese. La direzione: “Atto vergognoso”. La condanna sui social

 

“Ci dissociamo da questo gesto, non è mai accaduto nulla di simile prima d’ora nel nostro centro commerciale, ne siamo scioccati. E’ un atto vergognoso”, commentano dalla direzione del Carosello che ha visionato anche le telecamere del parking. E assicurano di aver rimosso il cartello non appena lo hanno visto. Inoltre, la direzione, ci tiene a precisare che, trattandosi di un sabato di agosto, “di certo non c’era mancanza di parcheggi, visto che molti dei nostri clienti sono in vacanza. Non era quindi difficile trovare un altro parcheggio, che non fosse destinato ai disabili”.

La foto, postata sulla propria pagina Facebook da un altro cliente del mall, Claudio Sala, ha fatto rapidamente il giro del web, scatenando l’indignazione non solo di altri frequentatori del Carosello ma anche di tante altre persone che hanno definito “indecente” o “vergognoso” il cartello. E in molti hanno fatto ironia anche sugli errori ortografici dell’autore del testo.

scusate se esistiamo!

Scusate se siamo fuggiti
dalle guerre che voi nutrite
con le vostre stesse armi
Scusate se ci siamo avvelenati
con i rifiuti tossici sotterrati
dalle vostre potenti industrie
Scusate se avete dissanguato
la nostra terra, deprivandoci
di ogni possibile risorsa
Scusate la nostra povertà
figlia della vostra ricchezza
dei vostri neo-colonialismi

Scusate,

se veniamo massacrati
e disturbiamo le vostre vacanze
col nostro sangue invisibile
Scusate se occupiamo
coi nostri sudici corpi
i vostri centri di detenzione
Scusate se ci spezziamo la schiena
nei vostri campi di pomodoro
schiavi senza alcun diritto
Scusate se viviamo nelle
vostre baracche di lamiera
ammucchiati come bestie
Scusate per la nostra presenza
che causa ogni vostra crisi
e non vi fa vivere bene
Scusate se le vostre leggi
non sono abbastanza severe
e molti di voi vorrebbero la forca
Scusate se esistiamo
se respiriamo, se mangiamo
persino se osiamo sognare
Scusate se non siamo morti in mare
e se invece lo siamo, scusate ancora
l’impudenza d’avervelo fatto sapere.

di Marco Cinque

papa Francesco chiede ancora perdono

«chiedo perdono per i preti pedofili»

di papa Francesco


 “Corriere della Sera” del 17 agosto 2017

papa Francesco nell’introduzione al libro ‘Mon père je vous pardonne’ di Daniel Pittet abusato da giovanissimo da un sacerdote:

Per le vittime di violenza pedofila è una sfida davvero grande prendere la parola e raccontare quanto abbiano dovuto patire, riuscire a descrivere come le esperienze traumatiche di anni addietro continuino a tormentarli anche a distanza di tempo. Per questo motivo la testimonianza di Daniel Pittet è così necessaria, preziosa e coraggiosa. Ho conosciuto Daniel Pittet in Vaticano nel 2015, anno della Vita Consacrata. All’epoca Daniel era tutto preso dalla pubblicazione di un libro dal titolo Vivere vuol dire dare tutto .

All’interno di quel libro erano state raccolte testimonianze di religiosi di ambo i sessi, sacerdoti e monaci. Che questo cristiano così fervente fosse stato oggetto di abuso sessuale proprio da parte di un sacerdote mi sembrava davvero cosa impossibile, eppure era proprio quello che mi aveva raccontato. La storia delle sue sofferenze mi ha colpito e commosso nel profondo: sono arrivato a capire quali siano i danni terribili che possono essere provocati da un abuso sessuale e quanto lungo e doloroso sia il cammino che si prospetta alle vittime. Sono felice che ora la testimonianza di Daniel sia stata resa accessibile anche ad altre persone, cosicché noi tutti ora possiamo arrivare a comprendere quanto in profondità il Male possa andare ad insinuarsi nel cuore di un servitore della Chiesa. Come potrebbe altrimenti un sacerdote, uno che si è consacrato a Cristo ed alla Sua Chiesa, arrivare al punto di provocare tali disgrazie? Come potrebbe altrimenti questa persona, uno il cui compito è quello di condurre i bambini verso Dio, andare ad attirare uno di questi bambini verso ciò che già ho avuto occasione di chiamare «sacrificio diabolico», a causa del quale non sarà soltanto il bambino a rimanerne ferito, bensì la stessa esistenza della Chiesa? Alcune delle vittime, alla fine, si sono addirittura tolte la vita. Queste morti pesano sul mio cuore, sulla mia coscienza e su quella di tutta la Chiesa. Alle loro famiglie vorrei esprimere il mio amore ed il mio dolore, così come in tutta umiltà vorrei chiedere loro perdono. Si tratta di qualcosa di assolutamente spaventoso, di un peccato gravissimo che contraddice tutti gli insegnamenti della Chiesa. Gesù lancia parole severe contro coloro che arrecano dolore ai bambini: «Chi avrà scandalizzato uno di questi piccoli che credono in me, meglio per lui sarebbe che gli fosse appesa al collo una macina da mulino e fosse gettato in fondo al mare» ( Matteo 18, 6). Come ho ricordato nella mia Lettera Apostolica del 4 giugno 2016 «Come una madre amorevole», compito della nostra Chiesa è prendersi cura e proteggere i deboli ed i bisognosi d’aiuto. Ho dichiarato che contrasteremo con la massima severità i sacerdoti che abbiano tradito la propria missione. Questo vale anche per vescovi e cardinali che, come avvenuto ripetutamente nel passato, prendano quei sacerdoti sotto la propria tutela e difesa.

In tutta quella sua sofferenza, tuttavia, Daniel Pittet è comunque riuscito a scoprire per sé un altro lato della Chiesa. Un lato che gli ha permesso di arrivare a non dubitare degli uomini e dello stesso Dio. Mi riferisco, per esempio, alla forza della preghiera che non lo ha mai abbandonato e che lo ha sostenuto e guidato durante le ore più buie. Dopo quarantaquattro anni Daniel ha deciso di andare a rintracciare il suo aguzzino, quell’uomo che gli ha portato dolore fin nel profondo dell’anima, di guardarlo negli occhi… e di stringergli la mano! Quel bambino ferito è oggi un uomo che cammina a testa alta. Può essere ferito, ma camminerà sempre a testa alta. Le sue parole mi hanno davvero commosso: «Molte sono le persone che non riescono a capire come io possa non provare odio nei suoi confronti. Io l’ho perdonato ed ho ricostruito la mia vita sulle fondamenta di quel perdono». Io vorrei ringraziare Daniel, perché sono testimonianze come la sua che rendono possibile passare oltre il plumbeo silenzio che circonda i dolori e gli scandali, testimonianze che vanno a portare luce all’interno di tenebre spaventose che si celano nella vita della Chiesa. Sono testimonianze come questa che aprono la strada ad un adeguato risarcimento, una strada che porta alla grazia della riconciliazione. Per chi ha commesso abusi di pedofilia conducono inoltre alla presa di coscienza della spaventosa portata delle proprie azioni. Prego per Daniel e per tutti quelli che nella loro innocenza sono stati feriti. Che Dio possa aiutarli a rialzarsi ed a guarire. Possa Egli perdonarci tutti ed essere misericordioso.

il commento al vangelo della domenica

 

DONNA, GRANDE È LA TUA FEDE!

 

commento al vangelo della ventesima settimana del tempo ordinario (20 agosto 2017) di p. Alberto Maggi:

 

Mt 15,21-28

In quel tempo, partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

Quando leggiamo i vangeli, occorre sempre distinguere quello che l’evangelista ci vuol trasmettere da come lo dice, usando generi letterari, immagini figurate che non sempre sono comprensibili, come il caso di questo brano, è Matteo, il capitolo 15, versetti 21-28, l’episodio sconcertante del rifiuto di Gesù a una donna angosciata per la malattia della propria figliola. In questo caso l’evangelista usa quello che, nella lingua italiana, è il modo di dire, di parlare a nuora, perché suocera intenda, cioè non dire direttamente una cosa spiacevole all’interessato, ma farglielo arrivare indirettamente. Quella che segue, che adesso esamineremo, non è tanto una cronaca, ma un insegnamento che dà Matteo ai discepoli di Gesù, che sono restii a cosa? Restii a comprendere l’amore universale di Dio per l’umanità. Non c’è un popolo privilegiato, non c’è un prima noi e dopo gli altri, ma c’è l’amore di Dio per tutti. Gesù aveva provato ad annunciarlo, incontrando tanta resistenza, già nel capitolo 8 di questo vangelo, dopo l’episodio del centurione di Cafarnao, che Gesù loda per la sua fede. Gesù aveva detto: “in verità vi dico in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande”, quindi Gesù elogia un pagano, le persone pagane erano l’orrore dell’umanità per la mentalità, “ora vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente”, cioè dai popoli pagani, “e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli”, ma, quello che è più grave, “mentre i figli del regno”, quelli che pensavano di avere il privilegio, di avere i primi posti in questo banchetto, “saranno cacciati fuori nelle tenebre”. Quindi Gesù annunzia che l’amore di Dio si manifesterà anche ai pagani e incontra tanta, tanta resistenza dai discepoli, che non ne vogliono sapere. Allora questo brano è un invito a superare questo pregiudizio, vediamo. “Partito di là”, Gesù deve scappare dopo la discussione avuta sulle tradizioni religiose e si ritira in terra pagana, dalle parti “di Tiro e di Sidone. Ed ecco una donna cananea”, cioè fenicia. Sono quei popoli che, secondo il libro del Deuteronomio, devono essere votati allo sterminio, quindi popoli disprezzati, popoli che non hanno nessun diritto, se non quello di essere sottomessi e dominati, “che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me”, nei vangeli chiedere pietà al Signore è proprio delle persone che non conoscono Gesù. Mai una persona che ha conosciuto Gesù si rivolge a lui chiedendo pietà, ma soltanto, in questo caso, questa donna che non conosce Gesù, oppure i ciechi. “Signore”, e lo chiama “figlio di Davide!”, chi è il figlio di Davide? Figlio, è non tanto colui che è nato, ma colui che assomiglia al padre nel comportamento, era l’attesa del messia tradizionale, il messia che, come il re Davide, attraverso la violenza, attraverso la potenza, avrebbe conquistato di nuovo il regno di Israele, avrebbe dominato e sottomesso tutte le popolazioni pagane. Questo è il messia, il figlio di Davide. Ma Gesù non è il figlio di Davide, Gesù è il figlio di Dio, non viene a sottomettere con la violenza, ma viene a offrire a tutti l’amore del Padre.
“Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola”, ecco se lo prendiamo come cronaca, sembra strano questo atteggiamento di Gesù. Perché Gesù non risponde alla donna? Perché la donna si è rivolta al figlio di Davide, e Gesù non è il figlio di Davide, ecco perché non le risponde. Gesù vuole invitare la donna, ma nello stesso tempo, come abbiamo detto, parla alla nuora perché suocera intenda, i discepoli a superare questo pregiudizio religioso, quindi non le rivolge neanche una parola. “i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono:”, non è esaudiscila, ma mandala via, è lo stesso verbo che ha adoperato nell’episodio della condivisione dei pani, quando senza avere, mostrare alcuna solidarietà con la folla, vogliono mandarla via. “Mandala via perché ci viene dietro gridando!».” Ma “egli rispose:”, risponde ai discepoli appunto, per farli comprendere e per aiutarli a superare questo pregiudizio, “«Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele»”, ecco il figlio di Davide, il regno d’Israele, mentre Gesù invece è venuto a portare, lui che è il figlio di Dio, il regno di Dio. “Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!»”, già è scomparso il figlio di Davide, è un progresso nella fede della donna e, nello stesso tempo, nella comprensione dei discepoli. Ma Gesù insiste: “egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli”, i figli sono gli eletti, quelli che hanno diritto, “e gettarlo ai cagnolini»”, “cane” era un’espressione dispregiativa con i quali si indicavano i popoli pagani. Ed ecco la crescita nella fede della donna, ed allo stesso tempo, della comprensione da parte dei discepoli: “eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni»”, Gesù vuole rispondere ad un pregiudizio che è sempre molto attuale: di fronte a situazioni di emergenza c’è chi impera con lo slogan: prima noi e poi gli altri, lo vediamo anche nell’attualità; di fronte a questi problemi di questi rifugiati, di questi profughi, di queste immigrazioni, di fronte a problemi gravi come la casa, il lavoro, la salute, c’è l’imperativo: prima noi e poi se c’è anche gli altri. Ebbene la donna comprende: no, tutti allo stesso tempo, magari anche le briciole. Ebbene Gesù ha compreso la fede della donna e, nello stesso tempo, la crescita nella comprensione da parte dei discepoli, e questo prepara non alle briciole, Gesù non darà le briciole. Gesù prepara i suoi discepoli alla seconda condivisione dei pani, e questa volta, in terra pagana, quindi non le briciole. Allora quello che Gesù vuol far comprendere è che non c’è un privilegio, prima noi e poi gli altri, ma tutti allo stesso tempo con abbondanza. Se c’è questo, ci si libera dai pregiudizi. Infatti conclude il brano: “Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede!”, mentre Gesù rimprovera i discepoli per la mancanza di fede, è proprio ai pagani che Gesù loda la fede, “Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita”, ma come fu guarita? Gesù non ha compiuto nessuna azione su questa donna, non caccia il demonio, è la fede grande della donna che caccia il demonio, che è la figura del pregiudizio religioso che discrimina le persone, ed è quello che hanno in testa i suoi discepoli.

per Boff il grande nemico della terra è l’uomo

la Terra è entrata nello scacchiere speciale:

l’essere umano Satana per la Terra

Leonardo Boff 

Il giorno due agosto 2017 è avvenuto un fatto preoccupante per l’umanità e per ciascuno di noi individualmente. E’ stato il giorno cosiddetto: “ Sovraccarico della Terra “ (Overshoot Day). Cioè: è stato il giorno in cui abbiamo consumato tutti i beni e servizi naturali, alla base della vita. Prima stavamo in quello verde e adesso siamo entrati nel rosso, ossia nello scacchiere speciale. Quello che consumeremo d’ora in poi sarà violentemente strappato alla Terra per venire incontro alle indispensabili richieste umane e, quel che è peggio, mantenere il folle livello di consumo dei paesi ricchi.

Questo fatto viene chiamato comunemente “ Orma ecologica della Terra”. Con questa si misura la quantità di terra fertile e di mare necessari a creare i mezzi di vita indispensabili come acqua , granaglie, carni, pesci, vegetali, energia rinnovabile e altro ancora. Disponiamo di 12 miliardi di ettari di terra fertile (foreste, pascoli, coltivi) ma in verità avremmo bisogno di 20 miliardi di terra fertile.

Come coprire questo deficit di 8 miliardi? Spremendo sempre più la Terra…ma fino a quando? Stiamo lentamente rivalutando la Madre Terra. Non sappiamo quando succederà il suo collasso: Ma a continuare con il livello di consumo e lo spreco dei paesi opulenti arriverà con conseguenze nefaste per tutti.

Quando parliamo di ettari di terra non pensiamo soltanto ai suoli, ma a tutto cio che permette di produrre come per esempio legni per mobili, tessuti di cotone, coloranti, principi attivi naturali per la medicina, minerali e altri.

Ogni persona avrebbe bisogno in media per la sua sopravivenza di 1,7 ettari di terra. Quasi metà dell’umanità ( 4,3 % ) sta sotto di questo come i paesi in cui imperversa la fame: l’Eritrea con un’orma ecologica di 0,4 ettari, Bangladesch con 0,7 il Brasile al di sopra della media mondiale con 2,9, 54 % della popolazione mondiale sta molto al di sopra delle loro necessità come gli USA con 8,2 ettari, Canadà con 8,2, Lussemburgo con 15,8, Italia con 4,6 e India con 1,2.

Questo sovraccarico ecologico è un prestito che prende alle generazioni future per il nostro uso e consumo attuale. E quando arriverà il loro turno in che condizioni potranno soddisfare le loro necessità di alimentazione, acqua, fibre, granaglie, carni, e legname? Potranno ereditare un pianeta impoverito.

Temiamo che i nostri discendenti guardando indietro finiscano per maledirci: “voi non avete pensato ai vostri figli e nipoti e pronipoti; non avete saputo risparmiare e sviluppare un consumo sobrio e frugale perché sulla Terra restasse qualcosa di buono per noi, ma non sarà solo per noi, ma anche per tutti gli esseri viventi che hanno bisogno di quello che noi stessi abbiamo bisogno?“ Questo mi ricorda le parole del capo indiano Seattle: “se tutti gli animali scomparissero, l’essere umano morirebbe di solitudine di spirito, perché tutto quello che succede agli animali subito succederà agli esseri umani perché tutto sta inter-relazionato.

Quello che vige in questo mondo è una perversa ingiustizia sociale crudele e spietata. 15% di coloro che vivono nelle regioni opulente del nord del pianeta, dispone del 75% dei beni e servizi naturali e il 40% della terra fertile. Alcuni milioni come cani famelici devono aspettare le briciole che cadono dalle loro tavole imbandite.
In verità il sovraccarico “della Terra“ risulta dal tipo di economia dilapidatrice delle “ primizie della natura” come dicono gli andini, deforestando, inquinando acqua e suoli, impoverendo gli ecosistemi e erodendo la bio diversità. Questi effetti sono considerati “esternalità” che non toccano il lucro e nemmeno entrano nella contabilità impresariale. Ma toccano la vita presente e futura.

L’ eco-economista Ladislau Dowbor della PUC-SP nel suo libro “Democrazia economica” (Vozes 2008) con chiare parole riassume il problema in discussione “pare abbastanza assurdo, ma l’essenziale per la teoria economica con cui lavoriamo non considera la perdita di valore del capitale pianeta. In pratica, in economia domestica, sarebbe come se sopravivessimo vendendo i mobili e l’argenteria della casa e trovassimo che con questi soldi la vita è bella e che pertanto noi staremmo amministrando bene la nostra casa. Attenzione: tutti questi beni possono essere riposti, la Terra no. Stiamo distruggendo il suolo, l’acqua, la vita dei nostri mari,la copertura vegetale, le riserve di petrolio, la difesa dell’ozono il clima stesso, ma quello che abbiamo contabilizzato è soltanto il tasso di crescita“ (P. 123).
Questa è la logica in vigore dell’economia attuale, economia neoliberale di mercato, irrazionale e suicida.

Radicalizzando io direi: l’essere umano sta rivelandosi il satana della terra e non il suo angelo custode.

traduzione di Romano Baraglia e Lidia Arato

Oscar Romero martire per amore e testimone di pace nasce cento anni fa

a 100 anni dalla nascita

l’arcivescovo Romero torna a essere testimone di pace

 
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vaticanista
Da oltre quattro anni ormai Papa Francesco denuncia l’esistenza di una “terza guerra mondiale a pezzi”. In queste settimane le minacce di un conflitto globale sono diventate sempre più preoccupanti con il riaccendersi delle tensioni tra gli Usa e la Corea del Nord. Ma scenari altrettanto inquietanti ci sono anche in Iran e Venezuela.Davanti a questa escalation di tensioni il presidente nazionale di Pax Christi, l’arcivescovo Giovanni Ricchiuti, ha chiesto più volte a Bergoglio di scrivere una nuova Pacem in terris. Una nuova enciclica sulla pace per attualizzare il testamento spirituale che, nel 1963, san Giovanni XXIII donò al mondo inviandone una copia con dedica a John Fitzgerald Kennedy e Nikita Krusciov. Non a caso una delegazione di Pax Christi guidata dal suo presidente ha partecipato alle celebrazioni dei cento anni dalla nascita del beato Oscar Arnolfo Romero.

 

Nato il 15 agosto 1917, l’arcivescovo di San Salvador fu ucciso il 24 marzo 1980 da un cecchino di estrema destra mentre celebrava la messa a causa del suo impegno contro le violenze della dittatura militare del suo Paese. La sua beatificazione è stata fortemente voluta da Bergoglio che quest’anno ha nominato cardinale uno dei suoi più stretti collaboratori, Gregorio Rosa Chávez, il vescovo ausiliare di San Salvador. È stato proprio il neo porporato ad annunciare che nel 2018 Francesco canonizzerà Romero.

Ispirandosi a questo martire, sulla scia di quanto più volte affermato dal Papa, monsignor Ricchiuti ha chiesto di sospendere l’invio di armi made in Italy ai Paesi in guerra. Nell’anniversario delle bombe atomiche sganciate su Nagasaki e Hiroshima, il presule ha anche chiesto all’Italia di aderire al trattato firmato dall’Onu per la messa al bando delle armi nucleari. Durissima, inoltre, è stata la “denuncia della follia del progetto dei nuovi caccia F35 moralmente ed economicamente inaccettabile” secondo Pax Christi.

 

Quella dell’arcivescovo di San Salvador è una figura di un’attualità impressionante. “Monsignor Romero esortava a un umanesimo discreto, irrequieto e instancabile. Si presentava ai potenti della terra e agli umili trasmettendo a tutti egualmente il messaggio di amore e di speranza, con la fermezza della carità che aveva saputo ammirare e conquistare”. È quanto ha sottolineato la giornalista Silvina Pérez, responsabile dell’edizione spagnola de L’Osservatore Romano. A Romero il quotidiano della Santa Sede ha dedicato un numero monografico speciale per il Panama.

Nell’omelia pronunciata il giorno prima di essere ucciso, il presule ha donato al mondo un testamento di pace: “Di fronte all’ordine di uccidere dato da un essere umano deve prevalere la legge di Dio che dice: ‘Non uccidere!’. Nessun soldato è obbligato a obbedire a un ordine contro la legge di Dio. Una legge immorale nessuno è tenuto a rispettarla. È ormai tempo che voi recuperiate la vostra coscienza e che obbediate prima alla vostra coscienza che all’ordine del peccato. La Chiesa, impegnata nella difesa dei diritti di Dio, della legge di Dio, della dignità umana, della persona, non può restare in silenzio di fronte a tanto abominio. Vogliamo che il governo prenda sul serio il fatto che a nulla servono le riforme se sono così macchiate di sangue”.

Non bisogna dimenticare che il rapporto di Romero coi Pontefici fu abbastanza burrascoso. Nell’ultima udienza privata con Paolo VI, il presule lasciò al Papa questa nota: “Lamento, Santo Padre, che nelle osservazioni presentatemi qui in Roma sulla mia condotta pastorale prevale un’interpretazione negativa che coincide esattamente con le potentissime forze che là, nella mia arcidiocesi, cercano di frenare e screditare il mio sforzo apostolico”. Quando fu ucciso, i più stretti collaboratori di san Giovanni Paolo II consigliarono al Papa polacco di non andare a presiedere i funerali. Ma proprio Wojtyla, durante il Giubileo del 2000, sposò la tesi della sua riabilitazione. Oggi Francesco lo proclama santo.

 

Oscar Romero, un vescovo fatto popolo

di don Tonino Bello

 

Noi t’invochiamo, vescovo dei poveri, intrepido assertore della giustizia, martire della pace: ottienici dal Signore il dono di mettere la sua Parola al primo posto e aiutaci a intuirne la radicalità e a sostenerne la potenza, anche quando essa ci trascende.


Liberaci dalla tentazione di decurtarla per paura dei potenti, di addomesticarla per riguardo di chi comanda, di svilirla per timore che ci coinvolga.
Non permettere che sulle nostre labbra la Parola di Dio si inquini con i detriti delle ideologie. Ma dacci una mano perché possiamo coraggiosamente incarnarla nella cronaca, nella piccola cronaca personale e comunitaria, e produca così storia di salvezza.
Aiutaci a comprendere che i poveri sono il luogo teologico dove Dio si manifesta e il roveto ardente e inconsumabile da cui egli ci parla.


Prega, vescovo Romero, perché la Chiesa di Cristo, per amore loro, non taccia.
Implora lo Spirito perché le rovesci addosso tanta parresia da farle deporre, finalmente, le sottigliezze del linguaggio misurato e farle dire a viso aperto che la corsa alle armi è immorale, che la produzione e il commercio degli strumenti di morte sono un crimine, che gli scudi spaziali sono oltraggio alla miseria dei popoli sterminati dalla fame, che la crescente militarizzazione del territorio è il distorcimento più barbaro della voca-zione naturale dell’ambiente.


Prega, vescovo Romero, perché Pietro che ti ha voluto bene e che due mesi prima della tua morte ti ha incoraggiato ad andare avanti, passi per tutti i luoghi della terra pellegrino di pace e continui audacemente a confermare i fratelli nella fede, nella speranza, nella carità e nella difesa dei diritti umani là dove essi vengono calpestati.


Prega, vescovo Romero, perché tutti i vescovi della terra si facciano banditori della giustizia e operatori di pace, e assumano la nonviolenza come criterio ermeneutico del loro impegno pastorale, ben sapendo che la sicurezza carnale e la prudenza dello spirito non sono grandezze commensurabili tra loro.


Prega, vescovo Romero, per tutti i popoli del terzo e del quarto mondo oppressi dal debito. Facilita, con la tua implorazione presso Dio, la remissione di questi disumani fardelli di schiavitù. Intenerisci il cuore dei faraoni. Accelera i tempi in cui un nuovo ordine economico internazionale liberi il mondo da tutti gli aspiranti al ruolo di Dio.

E infine, vescovo Romero, prega per noi qui presenti, perché il Signore ci dia il privilegio di farci prossimo, come te, per tutti coloro che faticano a vivere.
E se la sofferenza per il Regno ci lacererà le carni, fa’ che le stigmate, lasciate dai chiodi nelle nostre mani crocifisse, siano feritoie attraverso le quali possiamo scorgere fin d’ora cieli nuovi e terre nuove.

(a conclusione dell’omelia pronunciata da don Tonino Bello nella Basilica dei Santi Apostoli in Roma, il 23 marzo 1987, nel settimo anniversario del martirio di Oscar Romero.)

evitiamo la condanna della storia – Zanotelli ha ragione

migranti

 

la storia ci giudicherà perché di fronte al massacro

siamo restati fermi e zitti

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Migranti, la storia ci giudicherà perché di fronte al massacro siamo restati fermi e zitti
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autore, attore e scrittore
Ha ragione Alex Zanotelli. Quelli che abbiamo di fronte sono crimini nazisti
Sentiamo gente vantarsi del fatto che Berlusconi e la Lega strinsero un accordo con il dittatore e torturatore Gheddafi e decisero di finanziare la costruzione e la gestione di campi di concentramento gestiti dal dittatore libico, nei quali internare chi cercava di raggiungere l’Europa. Così diminuirono gli immigrati sui gommoni. Possiamo facilmente immaginare che razza di campi di concentramento misero insieme i killer di Gheddafi.
La storia giudicherà questa gente.C’è da vergognarsi a sentire della gente che si fregia dell’essere umanista e progressista, attaccare le Ong perché salvano i rifugiati in mare. Secondo questi spostati morali le Ong possono intervenire solo se il profugo sta annegando. Riuscire a sapere prima dove sono e andarli a prendere prima che la barca affondi non va bene perché è chiaro che l’informazione te la danno i criminali scafisti e quindi sei complice. Ed è colpa tua se poi arrivano più immigrati.

 

Io rovescerei la questione: perché non andiamo direttamente con l’esercito sulle spiagge libiche a liberare questa gente in ostaggio di criminali?
C’è un moltitudine di persone che soffrono, esseri umani stuprati, torturati, senza cure mediche, senza un tetto sulla testa, in balìa della follia sadica totale e tu mi scassi il cazzo perché io devo chiedere al profugo se sta veramente annegando o fa solo prove di immersione?
È come dire che ci sono gli ebrei nei campi di sterminio, ma non vado a liberarli perché sennò ci troviamo 6 milioni di semiti in casa… Maccheccazzo dici!?
Bisogna andarli a prendere sulle spiagge, altro che telefonare agli scafisti.
Qualcuno dice: “Ma come facciamo? Ne abbiamo già troppi. Se non rischiano più la vita per arrivare qui allora poi partono a milioni!”
Chi ragiona così in realtà ammette che sta usando come difesa una recinzione fatta dalla malavita che rende talmente terribile e pericoloso arrivare in Europa che alla fine è un deterrente che ci fa comodo! Ecco che si scopre la verità: vogliamo che venire in Europa sia pericoloso. Vogliamo che muoia gente nel Mediterraneo perché ogni morto ne dissuade mille dal venire qua a romperci il cazzo!
Come è buono lei!
E poi dimmi ancora che sei un progressista dal volto umano.
Tu non li ammazzi direttamente… Ma se per accidente succede…
Ok. Io sto con le Ong cattive.

Chiarito questo, fa vergogna al senso di umanità sentir parlare gente che prima ha fatto finta di non vedere che gli Usa finanziavano gli stragisti Saddam, poi Bin Laden e i Talebani, poi l’Isis…. Gente che ha votato a favore dell’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq e oggi se ne dimenticano.
Le potenze occidentali hanno finanziato e messo in atto una serie di intrighi orrendi e finanziato ogni sorta di criminali quando facevano comodo contro la Russia o l’Iran o contro il dittatore siriano. Il blocco occidentale ha raso al suolo città, torturato, ammazzato migliaia di civili per sbaglio, rapinato ogni sorta di ricchezza. La guerra al terrorismo di Bush, che Obama non ha saputo fermare ha fatto milioni di morti con i proiettili e la fame che la liberazione ha portato con sé.

 

In Libia i francesi hanno armato e finanziato bande di criminali comuni, in buona parte fuggiti dalle carceri, che si sono dati a razziare i villaggi peggio dei turchi medioevali e questo crimine ha determinato l’appoggio di alcune tribù al califfato nero. E la Francia continua a tramare in Libia ancora adesso foraggiando conflitti dai quali spera di ricavare vantaggi.
Questa aggressività miope è la prima causa della migrazione di gente in fuga dalla guerra.

E gli Stati europei, Germania esclusa, stanno comportandosi da vigliacchi pur essendo stati in maggioranza complici della guerra al terrore di Bush.
L’Ue ha pagato miliardi al dittatore turco Erdogan per tenere in Turchia tre milioni di profughi. Ovviamente i soldi se li sono intascati in gran parte gli alti papaveri e questi tre milioni di esseri umani vivono in condizioni da reietti, in accampamenti fatiscenti, ostaggi della criminalità. Gironi dell’inferno al confronto dei quali le favelas brasiliane sono Disneyland.

L’altra causa primaria di questa ondata migratoria è economica.
Quando si parla di “aiutarli a casa loro” mi vengono i brividi per il livello di cecità ideologica. I paesi più ricchi stanno tutt’ora depredando l’economia africana con una guerra feroce anche se non si spara. Semplicemente stiamo inondando i loro mercati di prodotti alimentari venduti al di sotto dei prezzi dei prodotti locali. Una guerra di strangolamento economico che getta nella miseria migliaia di contadini ogni giorno. A questo aggiungiamo la pesca predatoria delle nostre imbarcazioni lungo le coste africane che sta rovinando i pescatori locali, lo sfruttamento sottocosto di grandi risorse agricole e minerarie, le trappole dei finanziamenti della Banca mondiale, i soldi degli aiuti delle Nazioni unite e gli aiuti internazionali spesso sprecati da una burocrazia troppe volte inetta e ingorda. Questa guerra economica sta costringendo enormi masse di persone a emigrare in altri Stati africani e in parte a cercare un futuro in Europa. E cosa dovrebbero fare?

Se vogliamo veramente affrontare la questione serve un grande piano. E servirebbero anche politici che invece di piagnucolare e far teatrino giorno per giorno sapessero approntare un vero intervento umanitario. Io comincerei dal cambiare leggi e regolamenti. Chi arriva in Italia deve iniziare subito a seguire corsi di formazione e imparare la lingua e intanto lavorare. Non formarli, non farli lavorare, non farli sentire persone, ma solo numeri è una grande bestialità che oltretutto alimenta la rabbia di molti e foraggia i disonesti che ci sono tra gli immigrati come in qualunque gruppo umano. La prima prevenzione, il primo passo verso l’integrazione è la creazione di esperienze positive. In Italia c’è gente che ogni giorno fa miracoli con i 35 euro di sussidio che lo Stato paga per ogni immigrato. Altri si limitano a posteggiare in luoghi fatiscenti mille immigrati e incassare 35mila euro al giorno!
E poi vediamo come è possibile utilizzare degnamente questa forza lavoro. Abbiamo chilometri di sponde di fiumi e boschi da ripulire, abbiamo villaggi abbandonati sugli Appennini e sulle Alpi, un’economia sparita, i campi abbandonati che franano.

E qui c’è un problema strategico dell’Italia. Ogni anno terremoti, siccità, inondazioni ci costano un botto. E altro fiume di denaro costa avere più di 10 milioni di case che andrebbero isolate e rese energeticamente efficienti. Ogni anno questi disastri ambientali e sprechi energetici ci costano ben più di quanto ci costerebbe rateizzare l’investimento per mettere in sicurezza il nostro Bel Paese. Sarebbe un’azione colossale, capace di azzerare la disoccupazione e che richiederebbe braccia straniere per essere portata a termine in una decina di anni.
Ospitare un milione di nuovi immigrati non sarebbe un problema se venisse portato avanti un progetto sensato e gestito in modo efficiente.
Questo dovremmo fare a casa nostra.

Poi interrompiamo la guerra commerciale di aggiottaggio contro i piccoli produttori africani, poi creiamo una corsia protetta per l’esportazione da Africa e Medio Oriente di cibi e manufatti. Poi diamo una sveglia agli aiuti internazionali con Gentiloni che va a battere la scarpa sul tavolo delle Nazioni unite e pretende che ci sia un controllo su costi e risultati dei piani di sviluppo finanziati dagli organismi internazionali. Un fiume di soldi che fa troppo poco. Poi andiamo a chiedere ai governi africani di affidarci lo sviluppo di aree depresse. Mussolini che era un coglione è comunque riuscito a fare la bonifica dell’Agro Pontino e a dare appezzamenti di terreno e mezzi minimi per coltivarlo a migliaia di veneti… Abbiamo un genio militare con mezzi straordinari. Formiamo in Italia gli immigrati e li facciamo tornare al loro paese a costruire le città verdi autosufficienti. Sappiamo farlo, dobbiamo farlo. Non sarà facile.

Il primo passo è che un po’ di progressisti inizino a raccontare come stanno le cose.
Bisogna battere su concetti semplici: le guerre che hanno causato milioni di profughi le hanno organizzate gli Usa con la complicità europea.
Stiamo continuando a strangolare la loro economia.
Stiamo facendo troppo poco per aiutarli a casa loro.
Dobbiamo portare via i profughi prigionieri delle mani della criminalità libica.
Dobbiamo portarli in Italia e far sì che questo salvataggio diventi economicamente sostenibile grazie a un grande piano di messa in sicurezza e miglioramento dell’efficienza energetica del nostro paese.
E i progressisti umanitari che in tv parlano d’altro sono dei blabla.

E magari potremmo anche ricordarci che nel dopoguerra fummo noi italiani a scappare dalle rovine e dalla fame. Si parla di sei milioni di emigrati. E oggi gli oriundi italiani nel mondo, secondo le stime del ministero degli Esteri sono tra i 60 e i 70 milioni!
Allora, quando abbiamo avuto bisogno noi ci hanno bene o male accettati, perché qualcuno oggi vuole ributtarli a mare?

NB: La battuta sulle favelas che in confronto sono Disneyland è copiata dalla Gialappa’s Band. Non ho resistito.

doveroso ‘restare umani’

i migranti e il dovere di restare umani

di Enzo Bianchi

in “la Repubblica” dell’11 agosto 2017

L’invito del presidente della Cei, cardinal Bassetti, ad affrontare il fenomeno dei migranti «nel rispetto della legge» e senza fornire pretesti agli scafisti è un richiamo all’assunzione di responsabilità etica ad ampio raggio nella temperie che Italia e Europa stanno attraversando. Un richiamo quanto mai opportuno perché ormai si sta profilando una “emergenza umanitaria” che non è data dalle migrazioni in quanto tali, bensì dalle modalità culturali ed etiche, prima ancora che operative con cui le si affrontano. Non è infatti “emergenza” il fenomeno dei migranti — richiedenti asilo o economici — che in questa forma risale ormai alla fine del secolo scorso e i cui numeri sia assoluti che percentuali sarebbero agevolmente gestibili da politiche degne di questo nome. E l’aggettivo “umanitario” non riguarda solo le condizioni subumane in cui vivono milioni di persone nei campi profughi del Medioriente o nei paesi stremati da conflitti foraggiati dai mercanti d’armi o da carestie ricorrenti, naturali o indotte.

L’emergenza riguarda la nostra umanità: è il nostro restare umani che è in emergenza di fronte all’imbarbarimento dei costumi, dei discorsi, dei pensieri, delle azioni che sviliscono e sbeffeggiano quelli che un tempo erano considerati i valori e i principi della casa comune europea e della “millenaria civiltà cristiana”, così connaturale al nostro paese. È un impoverimento del nostro essere umani che si è via via accentuato da quando ci si è preoccupati più del controllo e della difesa delle frontiere esterne dell’Europa che non dei sentimenti che battono nel cuore del nostro continente e dei principi che ne determinano leggi e comportamenti. È un imbarbarimento che si è aggravato quando abbiamo siglato un accordo per delegare il lavoro sporco di fermare e respingere migliaia di profughi dal Medioriente a un paese che manifestamente vìola fondamenti etici, giuridici e culturali imprescindibili per la nostra “casa comune”.

Ora noi, già “popolo di navigatori e trasmigratori”, ci stiamo rapidamente adeguando a un pensiero unico che confligge persino con la millenaria legge del mare iscritta nella coscienza umana, e arriva a configurare una sorta di “reato umanitario” o “di altruismo” in base al quale diviene naturale minare sistematicamente e indistintamente la credibilità delle ong e perseguirne l’operato, affidare a un’inesistente autorità statale libica la gestione di ipotetici centri di raccolta dei migranti che tutti gli organismi umanitari internazionali definiscono luoghi di torture, vessazioni, violenze e abusi di ogni tipo, riconsegnare a una delle guardie costiere libiche quelle persone che erano state imbarcate da trafficanti di esseri umani con la sospetta connivenza di chi ora li riporta alla casella-prigione di partenza. Ora questa criticità emergenziale di un’umanità mortificata ha come effetto disastroso il rendere ancor più ardua la gestione del fenomeno migratorio attraverso i parametri dell’accoglienza, dell’integrazione e della solidarietà che dovrebbero costituire lo zoccolo duro della civiltà europea e che non sono certo di facile attuazione. Come, infatti, in questo clima di caccia al “buonista” pianificare politiche che consentano non solo la gestione degli arrivi delle persone in fuga dalla guerra o dalla fame, ma soprattutto la trasformazione strutturale di questa congiuntura in opportunità di crescita e di miglioramento delle condizioni di vita per l’intero sistema paese, a cominciare dalle fasce di popolazione residente più povere? E, di conseguenza, come evitare invece che i migranti abbandonati “senza regolare permesso” alimentino il mercato del lavoro nero, degli abusi sui minori e della prostituzione? L’esperienza di tante realtà che conosco e della mia stessa comunità, che da due anni dà accoglienza ad alcuni richiedenti asilo, mostra quanto sia difficile oggi, superata la fase di prima accoglienza e di apprendimento della lingua e dei diritti e doveri che ci accomunano, progettare e realizzare una feconda e sostenibile convivenza civile, un proficuo scambio delle risorse umane, morali e culturali di cui ogni essere umano è portatore. Non può bastare, infatti, il già difficilissimo inserimento degli immigrati accolti nel mondo del lavoro e una loro dignitosa sistemazione abitativa: occorrerebbe ripensare organicamente il tessuto sociale di città e campagne, la rivitalizzazione di aree depresse del nostro paese, la protezione dell’ambiente e del territorio, la salvaguardia dei diritti di cittadinanza. Questo potrebbe far sì che l’accoglienza sia realizzata non solo con generosità ma anche con intelligenza e l’integrazione avvenire senza generare squilibri. Sragionare per slogan, fomentare anziché capire e governare le paure delle componenti più deboli ed esposte della società, criminalizzare indistintamente tutti gli operatori umanitari, ergere a nemico ogni straniero o chiunque pensi diversamente non è difesa dei valori della nostra civiltà, al contrario è la via più sicura per piombare nel baratro della barbarie, per infliggere alla nostra umanità danni irreversibili, per condannare il nostro paese e l’Europa a un collasso etico dal quale sarà assai difficile risollevarsi. Anche in certi spazi cristiani, la paura dominante assottiglia le voci — tra le quali continua a spiccare per vigore quella di papa Francesco — che affrontano a viso aperto il forte vento contrario, contrastano la «dimensione del disumano che è entrata nel nostro orizzonte» e si levano a difesa dell’umanità. Purtroppo, stando “in mezzo alla gente”, ascoltandola e vedendo come si comporta, viene da dire che

stiamo diventando più cattivi e la stessa politica, che dovrebbe innanzitutto far crescere una “società buona”, non solo è latitante ma sembra tentata da percorsi che assecondano la barbarie.

Eppure è in gioco non solo la sopravvivenza e la dignità di milioni di persone, ma anche il bene più prezioso che ciascuno di noi e la nostra convivenza possiede: l’essere responsabili e perciò custodi del proprio fratello, della propria sorella in umanità.

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