contro papa Francesco – chi si propone l’obiettivo di danneggiare l’immagine del papa e la sua credibilità nella società dell’immagine

leggere questo contributo è importante, non perché si debba essere dei “pretoriani” di Papa Francesco o dei mitizzatori della sua figura o persona (per es. certe nomine episcopali sue degli ultimi due anni in Italia sono davvero deludenti), ma perché si tenga alto il livello di attenzione contro tutte le opposizioni anti-evangeliche che egli sta incontrando, anzitutto all’interno delle gerarchie curiali vaticane ed ecclesiastiche in genere, tutte nemiche di libertà di coscienza e di ricerca della verità senza ritenersi i detentori di essa…D’altra parte i trentacinque anni polacco-tedeschi non sono stati certo un periodo in cui questi due valori siano stati perseguiti e proposti nella formazione di preti,religiose/i, laiche/i come obiettivi centrali…

esiste una strategia per colpire Papa Francesco e il suo rinnovamento

negli ultimi giorni ci sono stati nella Chiesa cattolica episodi in Vaticano che hanno sorpreso l’opinione pubblica, fatti apparire ad arte come voluti dal Papa. Un modo per creare confusione e minare la sua popolarità

Papa Francesco

Nella storia di proclamare Papa Giovanni patrono presso Dio dell’esercito italiano cogliendo di sgradita sorpresa fedeli e opinione pubblica, i promotori dell’operazione hanno lasciato intendere che anche papa Francesco sapeva, come sapeva il defunto cardinale Capovilla, segretario e familiare di Roncalli. In realtà Francesco ha appreso con meraviglia la notizia  di questa storia conclusa a sua insaputa. Come del resto non ha svolto alcun ruolo la Conferenza dei vescovi italiani pur avendone canonicamente il diritto.  

Sembrava un episodio, ma il sottile tentativo di far credere che ci sia il papa dietro alcune decisioni di sapore politico e di pastorale conservatrice si è visto anche in altri episodi in materia importante come gli immigrati e la pedofilia del clero. Forse non si deve pensare a un disegno preordinato e finalizzato a resistere al vento di cambiamento portato da papa Bergoglio che ha investito la Chiesa con forza analoga a quella di papa Giovanni. Ma c’è da chiedersi se gli autori di certe iniziative abbiano completa cognizione del danno di immagine che certe iniziative possono produrre in primo luogo al papa. Sarebbe anche interessante trovare conferme che sia proprio questo l’obiettivo: danneggiare l’immagine del papa e la sua credibilità nella società dell’immagine. Il conseguente calo di consenso verrebbe da sé.

L’episodio più recente è stato l’allontanamento dei senza fissa dimora da piazza san Pietro e dai dintorni immediati del Vaticano per tutto l’arco del giorno con il motivo della sicurezza. Ai giornali è stato detto che il papa è stato informato dell’iniziativa di ordine pubblico portata avanti dalla gendarmeria pontificia e dal commissariato di polizia di zona, con il parere favorevole dell’elemosiniere del papa divenuto famoso proprio per la sua sensibilità verso i clochard. Queste persone povere per la notte possono invece tornare a dormire sotto il colonnato e zone adiacenti. Con i loro pacchi, pacchetti, buste, cartoni, possono – a parere dei preposti alla sicurezza – creare problemi e facilitare infiltrazioni di male intenzionati terroristi. Ma c’è da chiedersi se lo stesso problema non sussista per la notte anche se manca l’ininterrotto flusso di persone, fedeli e turisti in visita a san Pietro.

Le dinamiche della decisione non sono state rese pubbliche ufficialmente ma si pensa che l’iniziativa sia partita dai responsabili della sicurezza e sia stata mediata dalle autorità vaticane. Molta gente si è chiesta e si chiede come possa essere possibile che lo stesso papa che tanto ha fatto per dare dignità di persone ai senza fissa dimora decidendo per loro bagni, docce, barbiere, sacchi a pelo, invito ai concerti, poi decida di allontanarli per motivi di decoro.

Ma a pensarci bene, un’operazione del genere l’immagine di chi danneggia? La polizia fa il suo mestiere e anche la gendarmeria. La decisione ultima ha l’assenso delle autorità vaticane. Ma di quale autorità si parla esattamente? Se il papa sapeva e avesse voluto – ragionano i più – poteva fermare l’iniziativa. Non lo ha fatto, dunque è il massimo responsabile. Nella poca chiarezza con la pubblica opinione si possono avere danni gravi senza averne la colpa.

Il terzo episodio si è avuto sulla questione immigrati nella quale si è fatto credere a un certo punto che la posizione del governo italiano collimasse con quella del papa. In realtà il papa ha incoraggiato ogni passo positivo e quanto di buono si opera in favore degli immigrati, ma la sua è una visione ampia, nuova, aperta sull’immigrazione e nessun Paese finora può riconoscersi totalmente in questa visione. Al massimo si può condividere come utopia ma non come progetto di politiche governative, neppure nei Paesi a maggioranza cattolica. Le prospettive umanitarie di Francesco sugli immigrati mettono la politica a dura prova perché esigono un cambio della politica stessa e del modo di farla: non una politica per sé stessi e per gli interessi di minoranze potenti e benestanti, ma per il bene comune, in primo luogo in favore dei più poveri ed esclusi dalla dignità di esseri umani.

Non sempre le sacche di resistenza curiale sono alla persona di Bergoglio che si trova pure simpatica, ma ad atti di governo che in particolare dai dipendenti vengono percepiti come peggiorativi della loro condizione lavorativa e delle retribuzioni. Non faticano alcuni dipendenti laici a dire che Francesco piace fuori ma non dentro le mura leonine perché con lui non si è avuto alcun beneficio economico aggiuntivo. La resistenza dottrinale e pastorale degli ecclesiastici è meno evidente, ma più felpata.

Coloro che rimpiangono o si riconoscono in una tradizione fissa della fede cristiana vedono nella pastorale di Francesco un vero pericolo. Ma il papa non demorde. Anche sulla questione della pedofilia è stato capace di autocritica e pensa si debba andare speditamente lasciando al passato tutta una serie di misure prudenziali ma inefficaci per testimoniare il vangelo. E cosa chiede anzitutto su ogni questione importante? Un cambio di mentalità per rendere efficace la testimonianza che la Chiesa è chiamata a portare nelle società e agli uomini di oggi. Cambiare mentalità non è facile e che ci siano resistenze è del tutto prevedibile.

l’omsessualità come dono – parola di vescovo

monsignor Antonio Carlos Cruz Santos:

«l’omosessualità è un dono di Dio»

 

«Considerato il fatto che l’omosessualità non è una scelta, che l’Organizzazione Mondiale della Sanità non lo considera più come una malattia, nella prospettiva della fede noi abbiamo solo una risposta: se non è una scelta, se non è una malattia, nella prospettiva della fede solo può essere un dono, e un dono è dato da Dio. Non c’è verso, se non è scelta, non è malattia, è dono, è dono dato da Dio; ma forse i nostri preconcetti non permettono di comprenderlo come dono di Dio. Così come i preconcetti nei confronti dei neri, e si diceva che i neri non avevano l’anima, il nostro preconcetto non permette di percepire questo dono».

È quanto affermato da monsignor Antonio Carlos Cruz Santos, vescovo di Caicó (Brasile).

Pare dunque in costante crescita il numero di vescovi che contestano l’integralismo di chi difende il mero pregiudizio, spesso con modalità che li dovrebbe portare a sostenere che se un tempo la Chiesa si diceva certa che la Terra fosse piatta, il buon cristiano dovrebbe continuare rifiutarsi di accettare che sia sferica.

promuovere migrazioni sicure, ordinate e regolari per assestare un colpo coordinato ai trafficanti

riumanizzare le migrazioni

di Yuri Fedotov*
in “Avvenire” 

«Quando mi sono rifiutata di vendere il mio corpo mi hanno venduta a un altro bordello».

È la sconvolgente testimonianza di Skye, una tredicenne nepalese mercanteggiata dalla famiglia in India. La sua è una delle poche storie a lieto fine. Insieme alla sorella, Skye è fuggita dal bordello, è tornata a scuola, e lavora ora per Shakti Samuha, l’organizzazione nepalese che l’ha salvata. Tuttavia, per ogni singolo scampato come Skye, migliaia di altri soffrono, ridotti al silenzio dalla minaccia della violenza e del ricatto. Sono quelli che lavorano in fabbriche e fattorie, schiavi del commercio sessuale, o imbarcati su navi da pesca. La gamma di attività forzate è vasta quanto il numero di luoghi dove si trovano le vittime. Occorre fare attenzione, oggi, ai segnali del moderno commercio di schiavi: donne e ragazze sfruttate sessualmente e brutalizzate; bambini impauriti che elemosinano in strada; masse di lavoratori sottopagati che sopravvivono in maniera squallida nei loro luoghi di lavoro. Sono questi gli amari segni di un crimine che incombe su tutte le nostre società. Come siamo arrivati a questo, all’inizio del XXI secolo? Molte vittime sono intrappolate in un circolo vizioso, quello di migranti oggetto di traffici. Un crimine alimentato da instabilità e mancanza di sicurezza. I conflitti in Iraq e Siria, così come le crisi economiche altrove, hanno prodotto una disperata marea umana che ha investito il Medio Oriente, il Nord Africa e il Mediterraneo. Si tratta di individui che cadono nelle mani dei trafficanti mentre sono alla ricerca di un rifugio, di protezione. Migliaia di loro muoiono. Lo scorso anno, la Dichiarazione di New York ha efficacemente sancito che rifugiati e migranti hanno bisogno di tutela e assistenza. I Paesi membri hanno convenuto di tornare a New York nel 2018 per adottare un Global Compact sulla migrazione, il primo accordo negoziato dai governi per coprire ogni aspetto delle migrazioni internazionali. Le migrazioni sono un fenomeno dei nostri tempi, e occorre andare alle loro cause, quali i conflitti.

Possiamo comunque concordare che rifugiati e migranti non possono essere trattati come criminali. Ecco perché il Compact è in grado di rappresentare un punto di riferimento da seguire; gli Stati possono dare il loro contributo adottando e dando attuazione alla Convenzione Onu contro il crimine organizzato transnazionale e i protocolli annessi sul traffico di persone e migranti. Abbiamo gli strumenti per sradicare le reti criminali organizzate grazie alla condivisione di informazioni sensibili, a operazioni congiunte, a indagini finanziarie, e il coordinamento attraverso frontiere locali e regionali. Per questo occorrono risorse e un impegno incrollabile. I criminali sfruttano lacune nel nostro sistema internazionale, che espongono le persone indifese e vulnerabili a violenza e schiavitù. La nostra risposta deve fondarsi su stato di diritto, cooperazione, condivisione di responsabilità e consapevolezza che si può e si deve fare di più per porre fine alla sofferenza umana. L’Ufficio dell’Onu su droga e crimine (Unodc) promuove un Fondo fiduciario per le vittime dei traffici che ha aiutato migliaia di sopravvissuti in tutto il mondo. La nostra Blue Heart Campaign (la Campagna Cuore Blu) sostiene il Fondo, e rappresenta un efficace strumento per amplificare il messaggio che tutti noi dobbiamo agire, se vogliamo che i criminali siano definitivamente sconfitti.
Sono sforzi cruciali. In Messico, la campagna di Unodc #AQUIESTOY («Sono qui»), appoggiata dal governo, dà voce alle vittime e mostra che il traffico di esseri umani non avviene in qualche landa sperduta, ma proprio qui, tra noi. Qualora fosse adottato nel 2018, il Global Compact ha l’enorme potenziale di promuovere migrazioni sicure, ordinate e regolari, e di assestare un colpo coordinato ai trafficanti. Si tratta di un’opportunità unica per aiutare ogni essere umano a vivere con dignità. Cogliamola.

*Direttore esecutivo Ufficio Onu su droga e crimine (Unodc)

il commento al vangelo della domenica

PENTITOSI ANDÒ

I PUBBLICANI E LE PROSTITUTE VI PASSANO AVANTI NEL REGNO DI DIO

commento al vangelo della ventiseiesima domenica del tempo ordinario (1 ottobre 2017) di p. Alberto Maggi:

Mt 21:28-32

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

Per l’evangelista Matteo i capi religiosi del popolo sono malati terminali di potere per i quali non c’è nessuna speranza. L’azione di Dio, la potenza di Dio diventa impotente nei loro confronti. Come mai questo? Dio può tutto con il peccato e i peccatori, il suo amore riesce a sbriciolare il peccato, ma non può nulla contro quelli che agiscono per convenienza e questo è quello che fanno i sommi sacerdoti, i capi del popolo. C’è stato un antecedente, sono furibondi con Gesù, perché Gesù dopo l’episodio del tempio, ha dichiarato che il tempio è un covo di ladri e allora questi sommi sacerdoti, gli anziani, chiedono a Gesù con quale autorità lui possa fare questo. E Gesù non risponde ma chiede a loro con quale autorità era venuto Giovanni il Battista e loro non rispondono, perché? Ragionano tra di loro, se diciamo dal cielo ci dirà: perché non gli avete creduto; se diciamo degli uomini, abbiamo paura della gente che lo crede un profeta, per cui non rispondono. Tutto quello che le autorità religiose, fanno, decidono e agiscono è per la loro convenienza; per loro per il momento è conveniente non rispondere. Ma Gesù non demorde li incalza con questa parabola che è diretta quindi ai capi del popolo, ai sommi sacerdoti e agli anziani. Gesù chiede loro: “che ve ne pare?”, quindi li costringe a dare una risposta perché sono stati silenziosi, “Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: Figliolo mio”, il termine è carico d’affetto, potremmo tradurlo con bambino mio, perché è l’immagine di colui che è stato partorito, “oggi va’ a lavorare nella vigna”, la vigna lo sappiamo è immagine del popolo d’Israele, quindi il padre che chiede al figlio di collaborare alla sua azione, quello che il Signore chiede, collaborare alla sua azione creatrice. “Ed egli rispose: non ne ho voglia”, quindi rispose bruscamente, malamente, “ma poi si pentì”, cioè ebbe, sentì il rimorso “e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso”, quindi lo stesso invito a lavorare nella vigna, “Ed egli rispose: Sì, signore”, letteralmente io signore, bisogna stare sempre attenti a quelle persone che dicono sì signore, “ma non vi andò”, qui nella denuncia di Gesù c’è il richiamo del Signore nel profeta Isaia, dove il Signore dice: questo popolo mi onora con le labbra sì Signore, ma il suo cuore, cioè la sua mente è lontana da me, o il rimprovero che Gesù ha detto: “non chiunque mi dice Signore Signore, ma colui che compie la volontà del Padre entra nel regno”. Ed ecco che Gesù incalza, quindi rivolto ai sommi sacerdoti e agli anziani, i capi religiosi del popolo, “Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?”, l’evangelista illustra ancora una volta qual è la volontà del Padre. Qual è la volontà di Dio? Collaborare alla sua stessa azione creatrice e come si collabora all’azione creatrice di Dio? Comunicando vita alle persone. “Chi dei due ha compiuto la volontà del padre? Risposero il primo”, sono costretti ad ammetterlo, “E Gesù disse loro: «In verità”, quindi l’affermazione di Gesù è solenne e va presa seriamente, “io vi dico: i pubblicani e le prostitute”. L’evangelista ha presentato i primi della società, le persone ritenute le più vicine a Dio, sommi sacerdoti e anziani, e ora li contrappone agli ultimi della società, ai pubblicani e le prostitute, cioè proprio quelle due categorie per le quali il regno di Dio ritardava a venire, così dicevano i sacerdoti e farisei, la spiritualità. Quindi è per colpa di queste categorie che non viene il regno di Dio. Ebbene Gesù dice “i pubblicani e le prostitute vi passano avanti”, qui il verbo adoperato dall’evangelista, precedere, non è soltanto una precedenza, è prendere il posto, quindi vi soffiano il posto, vi prendono il posto nel regno di Dio. Quindi Gesù ha contrapposto in questo brano ai grandi, i più vicini a Dio, gli ultimi, perché questo? Perché come abbiamo detto all’inizio, Dio non può nulla con la convenienza, con l’egoismo, con l’avidità, con l’interesse, è questo il vero Dio di questa casta sacerdotale al potere, tutto quello che fa lo fa per interesse, ma Dio può con i peccatori, coloro che vivono nel peccato. La sua onda d’amore li può veramente convertire, quindi ci riesce con pubblicani e prostitute, ma non con i capi religiosi . “Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia”, la fedeltà a Dio, “e non gli avete creduto”, ecco la risposta che non hanno saputo dare, l’autorità di Giovanni veniva dal cielo o no? Ora gliela dà Gesù, “non gli avete creduto”, non hanno creduto. I capi religiosi sono sempre refrattari all’azione di Dio, inutilmente Dio manda loro inviati, manda loro profeti, loro sono sempre refrattari, non credono. È la tragedia: quelli che dovevano insegnare al popolo la volontà di Dio, sono i primi a non conoscerla e a non crederla. “e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto”, quelli che voi ritenete gli esclusi invece sono stati raggiunti da questo. “Voi, al contrario, avete visto queste cose”, quindi non c’hanno scuse, “ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli»”. Per la terza volta appare il termine pentimento, pentire, che è apparso in questa parabola, e apparirà poi per Giuda. L’evangelista è molto severo: il figlio della parabola si pente, perfino Giuda il traditore si è poi pentito, le autorità no, sono completamente refrattarie all’azione del Signore.

il mondo cattolico si ribella alla nomina di papa Giovanni a patrono delle forze armate

LETTERA APERTA

 

Al Card. Robert Sarah

Prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti
e
Al Card. Gualtiero Bassetti

Presidente della Conferenza Episcopale Italiana

Noi, donne e uomini che crediamo nella costruzione della pace con mezzi di pace, intendiamo manifestarvi il nostro profondo disappunto di fronte alla dichiarazione di San Giovanni XXIII, papa, quale “Patrono presso Dio dell’Esercito Italiano”.  Siamo infatti convinti che la vita e le opere del Santo papa non possano essere associate alle forze armate.

Come può proprio lui, il Papa della Pacem in Terris, il Papa del Concilio Vaticano II e delle genti, l’uomo del dialogo… proteggere un corpo armato che, per sua natura, imbraccia mezzi di morte e distruzione? È stato affermato che papa Roncalli è stato scelto quale patrono dell’esercito perché, giovane prete, era stato cappellano militare durante la Prima guerra mondiale e perché, da nunzio apostolico, visitò spesso gruppi di militari e perché, da pontefice, ricordò come “indimenticabile” il suo servizio pastorale nell’esercito. Ci sembra che una tale giustificazione sia alquanto debole e rischi di tirare il “papa buono” per la talare a scopi impropri, dimenticando l’evoluzione umana e spirituale che ha fatto di questo pastore da oltre mezzo secolo l’emblema della pace e del rifiuto della guerra per credenti e non credenti. Né si può dimenticare che egli contribuì in maniera del tutto singolare a scongiurare il pericolo di un conflitto mondiale, mediando tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica per superare la “crisi dei missili a Cuba”.


In un mondo segnato da una “terza guerra mondiale a pezzi”, da un aumento vertiginoso delle spese militari, da nuovi muri che si innalzano tra popoli e frontiere, la nostra Chiesa non ha bisogno di santi che proteggano gli eserciti quanto piuttosto di valorizzare il senso e l’amore per la pace, quella disarmata, fondata sulla verità, sulla giustizia, sulla libertà, sull’amore, come ci ricorda la Pacem in Terris, i cui insegnamenti risultano di una profetica attualità. Non si può negare come troppo spesso la parola pace sia usata per mascherare operazioni di guerra. Noi riteniamo che la pace vada costruita con strumenti di pace e non di guerra, di morte e di distruzione. Se, come scrisse proprio papa Roncalli nella Pacem in Terris, la guerra è ‘alienum a ratione’, come è possibile al tempo stesso che lo stesso Roncalli sia invocato quale protettore dell’esercito? A noi sembra fin troppo evidente la contraddizione! E se, come ci invita la Gaudium et spes, siamo obbligati “a considerare l’argomento della guerra con mentalità completamente nuova”, non possiamo che ripetere con papa Francesco che solo la nonviolenza è la strada maestra per la risoluzione dei conflitti.
Per queste ragioni, ci associamo ad una vasta parte del mondo cattolico nel chiedervi di rivedere la decisione di proclamare Papa Giovanni XXIII patrono dell’Esercito italiano.
Vorremmo, piuttosto, vedere la figura e l’esempio di papa Roncalli proposti a protezione di quanti, credenti e non, si adoperano per un’umanità libera da eserciti (Caschi Bianchi, Corpi Civili di Pace, operatori umanitari…) e sono impegnati con lo strumento della nonviolenza attiva nel disinnescare e risolvere i conflitti. La proclamazione di san Giovanni XXIII patrono della nonviolenza attiva sarebbe una scelta profetica per quanti si adoperano concretamente per la pace in un mondo minacciato da guerre e dalla corsa al riarmo

prime adesioni (in ordine cronologico di arrivo)

Mons. Giovanni Ricchiuti, Vescovo di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti, Presidente di Pax Christi Italia

Mons. Luigi Bettazzi, Vescovo emerito di Ivrea, già Presidente Nazionale e Internazionale di Pax Christi

Mons. Kevin Dowling, Vescovo di Rustenburg, Sudafrica, co-Presidente di Pax Christi International Marie Dennis, Usa, co-Presidente di Pax Christi International
Mons. Antonio J. Ledesma, SJ, arcivescovo di Cagayan de Oro, Filippine, Presidente di Pax Christi Filippine

Mons. Tommaso Valentinetti, Arcivescovo di Pescara Penne, già Presidente Nazionale di Pax Christi

Mons. Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo (Tp)

Mons. Calogero Marino, Vescovo di Savona

Mons. Giorgio Biguzzi, Vescovo saveriano emerito di Makeni (Sierra Leone).

Mons. Francesco Alfano, Arcivescovo di Sorrento-Castellammare di Stabia

Mons. Antonio Napolioni, Vescovo di Cremona

Mons. Marco Arnolfo, Arcivescovo di Vercelli.

Mons. Francesco Ravinale, Vescovo di Asti

Mons. Domenico Cornacchia,Vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi

Mons. Roberto Filippini, Vescovo di Pescia Rosalba Poli e Andrea Goller, responsabili del ‘Movimento dei Focolari Italia’

Cristina Simonelli, teologa Coordinamento Teologhe Italiane

p. Mario Menin, direttore di ‘Missione Oggi’

p. Efrem Tresoldi, direttore di ‘Nigrizia’

p. Alex Zanotelli, missionario comboniano, direttore di ‘Mosaico di pace’

p. Filippo Rota Martir, direttore di ‘Missionari Saveriani’

Suor Paola Moggi, direttrice di ‘Combonifem’

p. Giovanni Munari, Superiore provinciale dei Missionari Comboniani in Italia

d. Tonio Dell’Olio, Presidente ‘Pro Civitate Christiana’ e ‘Libera International’

Comunità monastica di Bose

Biella Gianni Novello, fraternità di Romena

Prof. Alberto Melloni, storico

Prof. Nicola Colaianni, magistrato, Bari

Prof.ssa Giuliana Martirani, docente di geografia dello sviluppo

d. Giuseppe Ruggeri, Teologo, Catania

d. Salvatore Consoli, preside emerito dello Studio Teologico S. Paolo, Catania

d. Rocco D’Ambrosio, ordinario di Filosofia Politica, Facoltà Scienze Sociali, Pont. Univ. Gregoriana, Roma

d. Luigi Ciotti, fondatore del ‘Gruppo Abele’ e Presidente Nazionale di ‘Libera’

d. Virginio Colmegna, Casa della carità, Milano

d. Giovanni Nicolini. Bologna

d. Pierluigi di Piazza, responsabile ‘Centro di Accoglienza e Promozione Culturale ‘E. Balducci’, Zugliano (Ud)

d. Pino Demasi, parroco a Polistena (RC) e referente di Libera – Piana di Gioia Tauro

d. Giacomo Panizza, Presidente Comunità Progetto sud – Lamezia Terme

d. Bruno Bignami, Presidente della ‘Fondazione don Primo Mazzolari’, Bozzolo (Mn).

Sergio Paronetto, Presidente ‘Centro Studi economico-sociali per la pace’ di Pax Christi

Suor Chiara Ludovica Loconte, osc, Speriora Monastero Clarisse S. Luigi, Bisceglie (Bt)

Suor Alaide Deretti, Consigliera generale per la Missione Ad gentes/ inter gentes Istituto FMA

Suor Runita Borja, Consigliera generale per la Pastorale Giovanile Istituto FMA

Suor Bernarda Santamaría Merens, Direttrice della Casa Generalizia FMA

Madre Antonina Alfaro Minchola, Superiora General, Congr. Dominicas de la Inmaculada Concepción

Suor Marìa E. Coris, Superiora General, Congr. de Hermanas de la Caridad Dominicas de la Presentacion.

Suor Aurora Torres, Superiora general Congregación de María Reparadora.

d. Flavio Luciano, Direttore Ufficio Regionale Piemontese della Pastorale Sociale e del Lavoro, Cuneo.

Associazione “Comunità di Mambre” , Busca, (Cn)

Associazione ‘Cercasi un fine’, Cassano delle Murge (Ba)

d. Paolo Gasperini, parroco e vicario per la pastorale della Diocesi di Senigallia

Consiglio Pastorale Parrocchiale della parrocchia di S. Maria della Neve, Senigallia

d. Pasquale Aceto e comunità parrocchiale Ss. Pietro e Paolo in Papanice, Crotone.

fra Giorgio M. Vigna, ofm, Animatore GPIC per la Custodia di Terra Santa

Mons. Domenico Laddaga, delegato per la gestione dell’Ente Ecclesiastico Ospedale F. Miulli, Acquaviva delle Fonti (Ba )

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Contatti:     Segreteria  Nazionale  di  Pax  Christi:  055/2020375  info@paxchristi.it   Coordinatore  Nazionale  di  Pax  Christi:  d.  Renato  Sacco  348/3035658  drenato@tin.it

la spietata intolleranza dei comuni di Pisa e Cascina nei confronti di alcune famiglie rom

il grido di disagio di alcune famiglie rom che chiedono di poter mandare i loro bambini a scuola dopo essere cacciati dai loro terreni:

Noi Rom costretti ad essere nomadi

Ora non possiamo stare in pace, neanche dentro i nostri camper.”

Anni fa, abitavamo dentro il campo Rom, ed eravamo censiti nel Progetto “Città Sottili” del comune, poi ci ha chiesto di uscire dal campo e ci siamo sistemati in aree di nostra proprietà. Anche da lì il comune ci ha allontanato, confiscandoci l’area. Ben 4 terreni ci sono stati tolti. Per vivere ci è toccato prendere dei camper. Ma cosa dobbiamo fare?

Siamo circa 12 famiglie, una cinquantina di persone, con trenta minori. Stiamo vivendo nei camper da circa un anno, ma da mesi è una vera “odissea”, costretti a continui spostamenti, da un parcheggio all’altro tra Pisa e Cascina, in seguito ad ordinanze che l’amministrazione di Cascina e Pisa hanno emanato e che vietano l’uso dei camper al di fuori delle aree attrezzate…politicamente con colori diversi (Lega e PD), ma uguali nell’accanirsi con noi. Ordinanze mirate soprattutto a perseguire la presenza di noi Rom che viviamo nei camper, non certo per una nostra scelta, ma in seguito la chiusura dei nostri terreni e senza l’offerta di reali alternative.

Il motivo della confisca dei nostri spazi è perché abbiamo messo la ghiaia su terreni destinati ad uso agricolo, ma se lo abbiamo fatto era solo per rendere la nostra vita più decorosa, soprattutto per i nostri figli, che in tutti questi anni hanno frequentato le scuole, ottenendo tra l’altro i diplomi della elementare e medie e qualcuno frequenta la superiore. Una di queste famiglie ha tre bambini portatori di handicap, tra l’altro frequentavano pure loro la scuola con il sostegno di psicologi. In questi anni abbiamo lottato perché i nostri figli frequentassero la scuola e vorremmo che continuassero a farlo, ma nelle condizioni attuali ci è praticamente impossibile. Non passa giorno che i vigili ci invitano ad allontanarci dal parcheggio in cui siamo e di andare nel parcheggio riservato per i camperisti, a volte anche due o tre volte al giorno. L’assurdo è che noi di giorno, non possiamo usare il camper, perché i vigili ci allontanano e di notte per dormire, andando nelle aree riservate ai camperisti e ci tocca pagare 30 € per 24 ore di permanenza, questo noi non ce lo possiamo permettere. E’ una ordinanza assurda che penalizza solo noi Rom, noi siamo stati costretti dalle Amministrazioni a dover vivere nei camper, non siamo dei turisti occasionali che vengono a visitare la città di Pisa per qualche giorno l’anno.

Noi Rom siamo costretti a vivere come nomadi, è forse questa la strada dell’integrazione che tutti i comuni ci gridano sulle nostre teste ogni giorno? Siamo ritornati a fare la vita di 40 anni fa, esattamente quella dei nostri padri, anzi per loro era molto più facile, perché allora non esistevano queste ordinanze assurde, la gente si spostava liberamente e trovava con facilità un posto dove sostare.

Tanti dei nostri figli sono nati qui a Pisa, cresciuti insieme ai loro compagni sui banchi di scuola, si frequentavano e giocavano insieme, ma dopo il 28 Agosto del 2017 (giorno dell’ultima ordinanza anti accampamento e bivacco del comune di Pisa, la precedente era del giugno 2016), per loro non è più possibile, questa legge ci punisce troppo e non possiamo soddisfare il loro desiderio di frequentare i loro compagni di scuola. Tutto questo che ci sta capitando non è per una nostra scelta! In questi anni sono state tante le promesse che i servizi Sociali ci hanno fatto, ma il risultato è sotto gli occhi di tutti, cioè niente e tante parole al vento: come ora sono le nostre vite, siamo ritornati ad essere come nomadi al vento!

La nostra richiesta.

Noi non chiediamo e non vogliamo la casa, anche perché sappiamo che tanti italiani la stanno aspettando da anni e ne hanno più bisogno di noi, quello che chiediamo è che l’Amministrazione di Pisa ci dia la possibilità di stare nel nostro territorio, anche per far studiare i nostri bambini. Ci indichi un’area di sosta temporanea, per la durata dell’anno scolastico, dove stare anche con i camper senza dover pagare cifre troppo alte. Siamo sempre disposti a parlare con l’assessore del sociale, dott.ssa Capuzzi (finora non ha mai accettato un incontro con noi), perché con il dialogo e la mediazione è possibile risolvere tanti problemi, se c’è la volontà di capire e aiutarsi da entrambe le parti.

22 Settembre 2017

(da un parcheggio pubblico di Pisa)

Fam.Seferovic

Fam. Halilovic

Fam. Ahmetovic

con urgenza il cristianesimo deve prendere atto della novità radicale dei tempi

teologia senza paraocchi

di Elodie Maurot
in “La Croix” del 21 settembre 2017

Nel suo libro “Urgences pastorales”(Bayard), Christoph Theobald propone una riflessione serena e costruttiva sul cristianesimo nel XXI secolo, che prende atto della novità radicale dei tempi.

Imprescindibile. Tale dovrebbe diventare nelle prossime settimane, mesi e perfino anni, la riflessione teologica fatta dal gesuita francese Christoph Theobald in Urgences Pastorales. Imprescindibile per tutti coloro che cercano di vivere e proporre il Vangelo oggi, in Europa, indipendentemente da quelli che possono essere i loro atteggiamenti, le loro etichette o perfino i loro sentimenti: identitari o progressisti, volontaristici, pessimisti e magari anche depressi… Ormai si potrà contare su questa impressionante “scommessa” teologica, che rilancia e nuovamente vivifica la riflessione sul futuro del cristianesimo. Con grande libertà spirituale, l’autore cerca di discernere quale potrebbe essere il suo nuovo volto.

L’opera si presenta come un’ampia sintesi, organizzata in tre parti: una diagnosi sociologica e culturale che affronta con determinazione la “crisi di credibilità” che il cristianesimo sta attraversando nelle nostre società; una riflessione teologica che torna alla sorgente cristiana e rivisita i temi centrali della fede e della missione alla sequela di Cristo e dei suoi apostoli; la proposta infine di una “pedagogia della riforma” che comporta la “conversione necessaria” della Chiesa.

Sulla crisi delle Chiese in Europa, molto è stato detto in questi ultimi anni. Al loro interno, restano vive le differenze sul modo di porsi in una società secolarizzata. “Se, alla superficie della carta climatica del cattolicesimo francese ed europeo sembrano dominare la preoccupazione depressiva degli uni e la combattività identitaria degli altri, ci si può chiedere in che modo potrebbero muoversi le linee”, riconosce Christoph Theobald. La situazione esige tuttavia di rimescolare le carte, perché i tempi sono gravidi di sfide. Da un lato, una Chiesa che fatica a rendere credibile la sua visione globale dell’esistenza in una società divenuta plurale e frammentata. Una Chiesa di inquadramento e di territorio, erede della civiltà parrocchiale, che si sfianca nel tentare di mantenere l’offerta pastorale attuale malgrado la riduzione delle proprie forze. Una Chiesa infine composta di cristiani che in fondo non sanno più molto bene come atteggiarsi nei confronti di coloro che non credono più o che credono in modo diverso. Dall’altro lato, sottolinea Christoph Theobald, la nostra società post-moderna è caratterizzata da una crisi di fiducia e da una crisi del vivere-insieme, dal fascino per le tecnoscienze e le bioscienze, dai timori per i cambiamenti climatici e dal dominio di un sistema economico fondato sulla speculazione. In fondo, “è il rapporto con la morte che rappresenta oggi il problema maggiore delle nostre società”, fa notare. La paura della morte alimenta un fascino per il suo superamento attraverso le tecniche, cosa che potrebbe segnare la fine dell’umanesimo europeo… Poiché la Chiesa e la società sembrano allontanarsi sempre di più per effetto di una invisibile tettonica delle placche, Christoph Theobald ha scavato in profondità per trovare il punto in cui cristiani e non cristiani possono incontrarsi. Lo identifica in una “fede elementare, connessa con la bontà di fondo della vita”, il cui sviluppo è necessario alla prosecuzione dell’esistenza di ciascuno, ma la cui nascita non è mai garantita di fronte alle prove. Attorno a questo punto focale, il teologo ricostruisce la missione della Chiesa, tema che aveva proprio bisogno di essere rispolverato e che da tempo non era affrontato con altrettanta forza. Per i cristiani, la missione consiste nel porsi, “con gratuità” e “senza spirito di conquista”, a servizio della vita degli altri, mettendo a disposizione di “chiunque” le risorse di fiducia e di speranza del Vangelo. Invita ad esempio i cristiani a considerare l’ospitalità e il servizio della fraternità una “mistica non sacrale”. Christoph Theobald ne è convinto, la situazione attuale è un tempo fecondo, in cui “la messe è abbondante”. Ma per percepirlo e per rispondervi, la Chiesa deve compiere una mutazione, tornare al cuore di un’esperienza cristiana segnata dal “tutto è grazia”, poi rivedere sia le sue priorità sia il suo funzionamento. In questo libro denso, che procede in maniera serrata, l’autore unisce qualità che raramente si trovano insieme: erudizione e pedagogia, fedeltà e senso critico, prudenza e audacia. Entra in problemi molto conflittuali (la differenza cristiana, la missione, la Chiesa, i sacramenti, i ministeri, il posto della dottrina…), ma con un tatto spirituale e una preoccupazione evangelica che potrebbero coinvolgere lettori di sensibilità opposte.
Una fede non incombente «Qual è quel fuoco interiore che sembra tanto mancare a noi europei? Si tratta di un tipo di “zelo”? (…) Senza dubbio, ma come evitare allora la confusione tra la fede e lo “zelotismo” religioso? Non sarebbe meglio far riferimento all’amicizia con Gesù Cristo che ci fa condividere la “conoscenza” di ciò che ha sentito lui dal Padre suo (cfr. Gv 15,15)? Ma come non trasformare questa conoscenza in un sapere incombente? Alcuni difenderebbero volentieri il nostro diritto ad essere “fieri”. (…) Sì, possiamo esserlo, ma come far emergere questa “fierezza” dentro le nostre realtà umane (…)? In breve, come evitare che lo status diasporico della Chiesa degeneri in elitismo ed essere certi che resti radicalmente aperto alla moltitudine delle situazioni umane più fragili (…)?». (p. 184)
L’intimità divina «Il bellissimo termine “intimità” (intima) rende molto concreto ciò che, in una prospettiva teologica, è svuotato dal lessico più astratto dell’ “auto-rivelazione” o dell’ “auto-comunicazione” di Dio: Gesù non ci mette soltanto di fronte a Dio come hanno fatto i profeti, quelli della Bibbia e del Corano, ecc., ci fa accedere alla Sua intimità, alla Sua interiorità abissale, poiché vi è già lui. Ecco la “differenza” cristiana! (…) È di una profondità abissale, questa intimità divina; infatti, accedendovi, noi intravediamo progressivamente il posto unico che ogni essere umano ha in essa e quale rispetto infinito lì ci è comunicato dallo Spirito di Dio per ognuno di noi». (p. 156-157)

(Ri)suscitare la fiducia «Che cosa permette di (ri)suscitare questa fiducia o questa speranza, se è proprio questa a costituire l’estremo “baluardo” dell’umano? E chi ha questa “capacità”? (…) È anche questo il “luogo” in cui una pastorale missionaria può intervenire. Non è sufficiente voler convincere dall’esterno altri, i nostri gruppi, “fidarsi”. Solo l’interesse gratuito della Chiesa per gli esseri umani nella loro singolarità inalienabile (…) può riuscire – forse – a risuscitarla». (p. 289)

il quotidiano Libero merita una risposta ferma e forte da parte in particolare delle donne

Grasso chiede scusa per gli stupri e Libero (quello della doppia penetrazione) si inalbera

il presidente del Senato parla delle responsabilità maschili e il quotidiano di Feltri considera le sue parole brutali generalizzazioni

Violenza su una donna

violenza su una donna

Ieri il Presidente del Senato ha detto che la violenza sulle donne: “È un problema che parte da noi uomini e solo noi uomini possiamo porvi rimedio. Scusateci tutti”. Ma secondo questa parte della società che sui social sfoga la propria rabbia contro i violentatori a corrente alternata si tratta di: una generalizzazione brutale, “alla Boldrini”.

Sì, nel titolo del quotidiano appare il nome della Presidente della Camera come fosse un aggettivo negativo. La stessa donna vittima di commenti sessisti e minacce di stupro appare con un’accezione negativa. Un’altra vittima che diventa responsabile.

Il presidente Pietro Grasso nel suo discorso si riferiva all’ultima assurda morte, quella di Nicolina, la 15enne uccisa in provincia di Foggia. “A 15 anni si ha diritto di andare a scuola con la testa piena di sogni. Avevi tutta una vita davanti ma un uomo ha scelto di spezzarla con una violenza inaudita. Un enorme dolore per la tua famiglia, per i tuoi amici, per tutti noi. Purtroppo non sei la sola ad aver avuto questo terribile destino. Tante, troppo donne sono morte o sono rimaste profondamente segnate da violenze, discriminazioni, molestie, stupri”. “Tutto ciò  limita una donna nella sua identità e libertà. È una violenza di genere alla quale non esistono attenuanti, giustificazioni e soprattutto non esistono eccezioni. Finché tutto questo verrà considerato un problema delle donne, non c’è speranza. Non abbiamo ancora imparato che siamo noi uomini a dover evitare queste tragedie. A dover sradicare quel diffuso sentire che vi costringe a stare attente a come vi vestite o a non poter tornare a casa da sole di sera”.

Chi trova assurdo il pensiero di Grasso crede dunque che le violenze si dividano in due categorie: quelle brutali, da doppie penetrazioni compiuti dagli immigrati (sporchi neri che andrebbero castrati chimicamente come chiedono Salvini e Meloni) e quelli dove le responsabili sono le vittime “che se la sono cercata”, perché  magari a violentarle sono stati italiani, magari benestanti, acculturati oppure militari, perché la ragazza magari indossava la minigonna e non si faceva accompagnare ma camminava sola per strada dopo il tramonto.

Caro Libero, mi rivolgo a te per rivolgermi a tutti coloro che la pensano come te: il problema di tutte le violenze non è un problema di noi donne. E’ un problema degli uomini. E’ un problema delle madri e dei padri che hanno figli maschi. E’ un problema degli insegnanti che devono educare i loro ragazzi al rispetto delle donne. Grasso non ha detto nulla di sbagliato. Se continuate a fare distinguo continueranno le violenze, perché ci sarà una parte della società maschile che a seconda della vittima si sentirà autorizzato ad abusare di una donna.

Mi rivolgo alle colleghe del quotidiano, combattiamo insieme questa battaglia, smettiamola di giudicare gli stupri o le botte o i femminicidi a seconda di chi sia la vittima o l’aggressore. Non esistono attenuanti e distinzioni quando compi un gesto così atroce. Non esistono traumi meno dolorosi a seconda della storia, il lavoro, la provenienza, la religione del carnefice. Forse prima di scrivere per esempio di violenze sessuali i giornalsiti dovrebbero incontrare delle vittime, parlare con loro e vedere come la loro vita è cambiata dopo quel crimine. Capirebbero che lo stupro è l’unico crimine che non può essere contestualizzato, giustificato, compreso, è il male assoluto chiunque lo compia su qualunque corpo.

Non esistono se o ma, ci sono omicidi che puoi spiegarti con la legittima difesa, ma violentare una persona no. Nulla può giustificare un gesto simile, non violenti per difenderti, violenti per umiliare e sottomettere e macchiare per tutta la vita una persona. Se non capiamo tutti e tutte questo, passeranno ancora decenni e noi donne continueremo ad avere paura e vergogna e sensi di colpa anche solo se qualcuno ci palpeggia.

Non c’è prigione peggiore del proprio corpo e pensieri dominanti come questo che differenzia le violenze possono trasformarsi in una gabbia infernale per metà della popolazione.

il commento al vangelo della domenica

SEI INVIDIOSO PERCHÉ IO SONO BUONO?

il vangelo della domenica ventiseiesima domenica (27 settembre 2017) del tempo ordinario commentato da p. Maggi:

Mt 20,1-16

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

La parabola della vigna nel capitolo 20, del vangelo di Matteo è la prima di tre parabole aventi come oggetto la vigna. La vigna lo sappiamo, era immagine d’Israele, del popolo di Israele. Con questa parabola Gesù intende proporre un cambio di relazione con Dio: mentre nella religione l’amore di Dio va meritato per i propri sforzi, per i propri meriti, con Gesù l’amore di Dio va accolto come un dono da parte del Signore. Quindi con Gesù l’amore di Dio non è più un premio per i meriti delle persone, perché i meriti non tutti li possono avere, ma come un dono per i bisogni delle persone, e i bisogni ce l’hanno tutti. Scrive Matteo: “il regno dei cieli”, per regno dei cieli s’intende non l’aldilà, ma questa società alternativa che Gesù è venuto a proporre, “è simile a un padrone di casa che uscì all’alba a prendere a giornata lavoratori per la sua vigna”. È strano che l’evangelista, che Gesù dica che esce il padrone di casa. Normalmente era il fattore che andava in cerca agli operai, ma per far comprendere l’urgenza e l’importanza di quello che sta per fare, esce il padrone. “si accordò con loro per un denaro al giorno”, il denaro eccolo, è questa moneta d’argento di circa 4 grammi. Il denaro era la paga quotidiana normale per l’operaio. Poi scrive l’evangelista che “uscito poi verso le 9 del mattino ne vede altri che stavano in piazza disoccupati, inoperosi”, disoccupati, inoperosi non perché siano dei fannulloni, ma perché nessuno li ha chiamati al lavoro. Allora dice il padrone “Andate anche voi nella vigna;”, e questa volta dice “quello che è giusto ve lo darò”, cioè in base al lavoro che avete fatto. Ma c’è un’urgenza da parte del padrone della vigna, che fa comprendere che è più per il bene degli operai, che per il suo bene. Infatti esce di nuovo verso mezzogiorno, poi verso le tre, e esce ancora verso le cinque. Il lavoro terminava al tramonto, più o meno verso le cinque, “ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Quindi non è il bisogno del padrone, questi li chiama per un lavoro al massimo di un’oretta.
È per il bisogno degli operai, perché se non lavorano, quel giorno, non mangiano, la paga era quotidiana. “Quando fu sera il”, e qui l’evangelista adopera il termine ”signore”, per far comprendere che Gesù sta parlando di Dio, della vigna, “disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi”, gli ultimi hanno fatto una parvenza di lavoro, neanche un’ora “fino ai primi. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio ricevettero ciascuno un denaro”. Quello che il padrone aveva pattuito all’inizio per quelli che lavoravano per tutta la giornata, viene dato anche a quelli che hanno lavorato pochissimo, agli ultimi. “Quando arrivarono i primi pensarono che avrebbero ricevuto di più ma anche essi ricevettero ciascuno un denaro”. Il padrone non toglie niente a nessuno, aveva pattuito un denaro e un denaro dà, non c’è un’ingiustizia da parte del padrone. Però naturalmente, se agli ultimi gli ha dato un denaro, noi chissà quanto riceveremo. “Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto”, quindi è una parvenza di lavoro, “e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”, ecco questo padrone non è giusto. Gesù vuol far comprendere che la giustizia di Dio è molto diversa: Dio guarda in base ai bisogni delle persone, e non ai loro meriti. “Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico”, questa espressione nel il vangelo di Matteo è sempre negativa. È l’espressione con la quale si rivolge a Giuda, o alle persone che sono colpevoli. Dice “io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e”, no qui la traduzione è vattene, il testo è più morbido, e va. “Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio?”, ecco Gesù ci sta parlando della generosità di Dio, che viene regalata, viene donata a tutti quelli che ne hanno bisogno. “Oppure tu sei invidioso”, letteralmente il tuo occhio è maligno, immagine dell’avarizia, di essere taccagni, “perché io sono buono?”, ecco com’è Dio, Dio è la bontà. E conclude: “Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi”, questa chiusura si riallaccia alla chiusura del capitolo 19, al versetto 30, dove c’era scritto “molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi primi”, qui ricollegando e quindi racchiudendo tutto questo insegnamento, dice invece gli ultimi saranno primi e i primi ultimi. L’avranno capito i suoi discepoli ? Macché, parole al vento. Subito dopo, arriverà la madre dei figli di Zebedèo a chiedere i primi posti più importanti per i propri figli.

dal chiedere l’elemosina sulla strada alla scalata per diventare la prima senatrice rom

aspirante avvocato, 27 anni

Anina vuole essere la prima senatrice rom

arrivata in Francia dalla Romania, dopo la caduta del comunismo, ha costruito la sua vita sullo studio, dopo avere anche mendicato per strada. Poche possibilità d’essere eletta, ma si è candidata per aprire la strada a molti altri

Anina Ciuciu

Anina Ciuciu

Il suo è un sogno ambizioso, ma se dovesse diventare realtà, la renderebbe orgogliosa. Per se stessa e per la sua gente. Perché Anina Ciuciu, 27 anni, aspirante avvocato, sogna di diventare la prima senatrice di Francia di origini rom. Passare dalle baraccopoli agli ori del Senato di Parigi per “aprire la strada” e “ripristinare l’orgoglio per coloro che sono costretti a abbassare la testa”.
E’ candidata per la lista ”Il nostro futuro” e sa benissimo che le possibilità d’essere eletta per sostituire la dimissionaria Aline Archimbaud, ambientalista che pure la sostiene nel collegio di Seine-Saint-Denis, sono minime perchè si scontra con candidati che hanno alle spalle partiti ricchi ed organizzati.  Ma la lotta non la spaventa. Come potrebbe, d’altra parte, per una che è stata anche per strada a mendicare e che ha conosciuto, con  le due sorelline, la fame, quella vera?
In Romania, Paese natale della famiglia Ciuciu, il padre era contabile, la madre infermiera. La caduta del comunismo è anche il crollo di alcune certezze. La famiglia allora parte verso l’Occidente,quando Anina ha appena sette anni. Attraversano i campi minati dell’ex Jugoslavia e raggiungono Roma, “a rischio della loro vita, come i migranti di oggi”. Dopo sei mesi di “vita inumana” in un campo nomadi gigantesco (il Casilino 900), la famiglia parte per la Francia, ”il Paese dei diritti umani”.
Ma la Francia dei ”diritti umani” non ha molto cuore e per la famiglia rom cominciano i problemi. Sino a quando, casualmente, incontrano una persona che cambia la loro storia, Jacqueline de la Fontaine, una insegnante. Jacqueline vedendo Anina in braccio alla madre, tra i banchi di un mercato, prende a cuore le sorti di quella famiglia, convincendoli però dell’importanza dell’istruzione. Anina comincia allora il suo cammino che la porta a percorrere, dopo avere imparato il francese, tutta la trafila scolastica sino agli studi giuridici alla Sorbone e la prospettiva di diventare avvocato.
Nel 2013 ha ottenuto la cittadinanza francese (è l’unica della sua famiglia) dopo la pubblicazione di un libro ( ”Sono una rom e ne sono fiera. Dalle baracche rmane alla Sorbone”, nell’edizione italiana)
Se eletta l’attivista della comunità (collabora con il periodico La voce dei rom) non vorrà essere considerata una ‘zingara di riferimento’. Ma un simbolo: “Sarebbe un fatto storico per una donna francese di origine rom essere eletta. Soprattutto in un Senato prevalentemente di sesso maschile e dove l’età media è di 64 anni”
Anina Ciuciu nella sua agenda ha molte battaglie da fare su giustizia ed ecologia, ma soprattutto per l’accesso all’istruzione, ricordando come nel collegio d Seine-Saint-Denis l’80 per cento dei bambini roma non vanno a scuola.
Ma vuole ”aprire una strada. perchè dopo di me ce ne saranno molte altre”, scommette.