M. Palagi su facebook cerca di riflettere sul caso dell ‘bimba bionda’

E ora? Intanto proviamo a capire
bimba bionda

Marcello Palagi, non dopo, a posteriori, passato e risolto positivamente il ‘caso’, ma nel pieno della montatura mediatica che come un ciclone si abbatte impietosamente e acriticamente e in modo generalizzante sul popolo rom, semplicemente riflette, prova a capire, a partire non da un’emotività sgangherata fatta di ripetitività di luoghi comuni colti dagli ambienti più gretti, ma a partire da una conoscenza precisa e puntuale della realtà rom basata su uno studio serio della cultura e vita del popolo rom e dalla sua lunga frequentazione amicale con questo popolo

così su facebook invita a ‘cercare di capire’ (in una ‘sintesi’ intelligente – nel suo significato etimologico – che quando potrà desidereremmo diventasse ‘analisi’ più puntuale e proficua):

Sintetizzo quello che avrei in mente di scrivere sull’argomento e che avevo anticipato nel post scriptum di ieri.
I rom biondi esistono, anche se ovviamente sono minoranza come lo sono tra i non zingari italiani. I rom non rubano i bambini, anche se questa è una leggenda metropolitana difficile da eliminare.
Le famiglie Rom hanno caratteristiche diverse dalle nostre. Ad esempio, quando una donna ha finito di allevare i propri figli e non è più  in grado di farne, in genere si fa dare da una delle figlie, ormai maritate e con figli, o da una nuora,una bambina (mai un maschio) da allevare. Così alleggerisce il peso dell’allevamento dei numerosi bambini a una delle proprie figlie o nuora contemporaneamente si prepara ad avere un aiuto per la vecchiaia da questa nipote.
Nel caso in questione della bambina individuata in Grecia, si può ipotizzare, stando alle cronache dei giornali, che sia stata affidata dalla madre naturale che viene data per bulgara, a dei rom greci, in modo che possano ricevere, per lei, i sussidi dallo stato. Se fosse figurata come bulgara non glieli avrebbero dati. Le difficoltà e reticenze dei due affidatari greci, possono spiegarsi in questo modo, avendo truffato lo stato greco. La cosa non è tipica solo dei rom.
I bambini a Carrara venivano, un tempo, oggi meno, definiti con l’appellativo di “bastardi”, “bastardotti”.  Da dove deriva questa definizione? Dal fatto che le istituzioni, nell’ottocento davano in affido, i bambini orfani o in istituto, a privati che venivano scelti tra i più bisognosi, ad esempio a famiglie di cavatori rimasti infortunati e non più in grado di lavorare, corrispondendo loro una determinata cifra per il mantenimento dei piccoli. Una famiglia cercava di averne in affido il più possibile, per ricavare dal cumulo dei sussidi, anche il proprio mantenimento. Si può immaginare quanto gli affidatari fossero preparati e attenti all’educazione di questi bambini. Lasciati liberi di andare in giro, senza nessun controllo e senza che nessuno se ne preoccupasse veramente, diventavano fastidiosi, indisciplinati e casinisti. Di qui la denominazione negativa di “bastardi”, perchè non avevano genitori noti e spesso erano illegittimi.
Il fenomeno dei bambini di famiglie povere affidati ad estranei che li portavano in giro per chiedere l’elemosina era diffuso dovunque. Basta ricordare, di Dickens, Oliver Twist. Mazzini scrive, indignato, nella sua autobiografia di aver trovato a Londra dei bambini italiani che chiedevano l’elemosina ed erano stati portati in Inghilterra da reclutatori di questo tipo di manodopera. Erano i genitori poveri che, dietro compenso e tanto di contratto, spesso scritto, glieli affidavano per anni. Alla fine dell’Ottocento erano famosi e diffusi anche in America, i bambini “suonatori d’arpa” che partivano anche dalle nostre zone, imparavano, più o meno, a suonare qualcosa e andavano alle dipendenze di un appaltatore a mendicare.
Anche Fenoglio e Nuto Revelli, descrivono fenomeni analoghi di bambini affidati ad altri, e portati in giro a lavorare o a elemosinare, in tempi relativamente recenti (prima metà del ‘900). Io ho avuto un collega, un po’ più anziano di me, che nel dopoguerra ha fatto questa vita. Le famiglie del paese affidavano i loro figli a una donna che li portava  nella campagne, in genere verso Parma a elemosinare cibo. Stavano via settimane, dormivano dove trovavano. In questo caso, non venivano maltrattati, costituivano una specie di cooperativa di fatto, che poi si divideva quanto veniva raccolto. 
Tra i rom è emerso, una quarantina di anni fa, il fenomeno degli “argati”, bambini appaltati in Kosovo, da famiglie rom senza reddito, e portati in Italia o altre nazioni europee, da “affidatari”, non necessariamente rom, a chiedere l’elemosina  (Kusturica gli ha dedicato il film “Il tempo dei gitani”). Oggi, dopo la caduta del muro e il dissolvimento del mondo comunista, è probabile che il posto dei kosovari, sia stato occupato dai bambini più poveri, dai bulgari, dai montenegrini, o chissà chi.
Credo che argomenti come questo vadano compresi, senza fanatismi e in modo laico, ricorrendo alla ragione e alle conoscenze, e non a quello che si è sentito dire.
Chi è povero, emarginato, senza reddito e lavoro, si inventa continuamente metodi per sopravvivere. Non è che si debbano approvare necessariamente, ma cercare di inquadrarli e capirli  nel contesto in cui si manifestano, sì.
I rom non sono dei criminale che rubano bambini, ma uomini e donne che hanno difficoltà a sopravvivere in questa società e in questo periodo di crisi generalizzata  e si ingegnano come possono. Del resto, nei periodi di crisi, la devianza e quindi i crimini aumentano, anche tra i non rom, segno che sono la povertà e il bisogno a determinarli.
Va anche tenuto conto che in Grecia, in questo momento, c’è una diffusa mobilitazione antirom, come risposta alla crisi, come ricerca cioè di capri espiatori su cui scaricare tensioni, frustrazioni e responsabilità che non sono loro. Probabile che se questo caso della bambina bionda fosse emerso qualche anno fa, non avrebbe avuto l’impatto emotivo che ha oggi e non ne avremmo saputo niente in Italia. Come dubito che siano molti quelli che hanno avuto notizia o sappiano qualcosa degli argati, fenomeno che si è verificato in Italia, come ho detto, qualche decennio fa.
Per quanto riguarda il rapimento dei bambini, bisogna avere chiaro che i rom  non rapiscono i bambini. Si tratta di una leggenda metropolitana. Mentre è vero il contrario che moltissimi bambini rom vengono sottratti alle loro famiglie, dai servizi sociali, anche nostri, locali. I rom hanno anche troppi figli, e non si capisce perché dovrebbero procurarsene altri, rapendoli. Nel sito della polizia italiana si leggeva fino a qualche tempo fa, che negli ultimi cinquant’anni non  risultavano bambini rapiti dagli “zingari”. La cosa viene confermata da due importanti ricerche  scientifiche che sono state condotte, su iniziativa delle Migrantes, nell’ambito dell’Università di Verona, ma il loro impulso è venuto da una preoccupata discussione in casa mia, perché avevamo constatato, tra persone che hanno rapporti di amicizia o di vita con i rom, che, anche considerando solo la nostra zona, da La Spezia a Pisa, ai rom erano stati portati via, nell’arco di un anno, molti  bambini dai servizi sociali, anche con pretesti inconsistenti. Le due ricerche sono poi state programmate e organizzate, in modo del tutto autonomo rispetto a noi.  La prima, di Sabrina Tosi Cambini, “La zingara rapitrice” ed. Cisu, analizza i racconti, le denunce e le sentenze relativa ai bambini rapiti dagli zingari, come appaiono sulla stampa, tra il 1986 e il 2007. La seconda di Carlotta Saletti Salza, “Dalla tutela al genocidio”, 2 voll, ed. Cisu, chiarisce, ricorrendo all’esame delle sentenze di molti  tribunali dei minori e delle relazioni dei servizi sociali relativi, come e perché, nello stesso periodo (1986 – 2006), alcune centinaia di bambini rom, nel nostro paese, siano stati tolti alle loro famiglie e dati in adozione, sulla base dei pregiudizi correnti, da cui non sono affatto esenti servizi sociali e giudici. Ulteriore conferma, per chi ne avesse voglia, viene dallo studio di Gabriella Petti, “Il male minore. La tutela dei minori stranieri come esclusione”, ed Ombre corte, dove vengono messi sotto accusa impietosa la cultura le ideologie e i pregiudizi dell’assistenza sociale e dei tribunali dei minori, su questa materia, in Italia.

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