la festa dell’Epifania nel commento di mons. Galantino

” FUORI DALLE SACRESTIE, INCONTRO ALLA LUCE”


Epifania del Signore, 6 gennaio 2018

Con l’arrivo dei Magi a Betlemme la nascita di Gesù ottiene la massima notorietà: è come se l’evangelista ci dicesse che davanti a questo evento ora siamo chiamati a prendere posizione, a dire da che parte stiamo. Su questo sfondo emerge la grandezza dei cercatori di Dio, uomini sanamente inquieti che non si accontentano dei sentieri battuti dall’abitudine o dall’ufficialità; uomini che bussano al di là dei santuari della cultura e della religiosità istituita. I rappresentanti di quest’ultima, del resto, in questo straordinario racconto fanno una figura ben meschina: si rivelano abili nello sfogliare le Scritture, addirittura hanno in mano la carta vincente – interrogati dal re “sul luogo in cui doveva nascere il Messia”, non esitano a rispondere correttamente: “A Betlemme di Giudea, perché così è scritto…” (Mt 2, 4-5) – ma la loro è una verità che non scalda il sangue, non mette in circolo energie, non fa uscire dai sacri palazzi per agire di conseguenza. Personaggi spenti, sono l’emblema di chi ha il cuore indurito, per cui si chiude nell’ostinazione e rifiuta la presenza del Signore: non la nega, ma si guarda bene dall’incrociarla… In fondo, sono i veri sconfitti: loro, “capi dei sacerdoti e scribi del popolo”, che non sanno andare oltre il proprio naso, incapaci di lasciarsi coinvolgere dalla novità che pur ripetono; ed Erode, vinto dalla paura di perdere il potere.

I Magi, come già i pastori, sono invece figura di quanti accolgono l’invito a mettersi in viaggio, scrutando e lasciandosi interpellare dai segni con cui il Signore anche oggi indica la strada (la stella); di coloro che non si fermano dinanzi alle difficoltà o ai momenti di disorientamento (la stella ad un certo punto scompare); di chi non è animato dall’arrogante presunzione di bastare a se stesso, ma conosce l’umiltà di chiedere, senza disdegnare la fatica del confronto: “Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei?” (Mt 2, 2).

Trovo significativo che l’evangelista Matteo non si sia preoccupato di tramandarci il nome, il numero, la razza o il colore della pelle dei Magi, quasi a dire che rappresentano ciascuno di noi: la loro è la storia di tutti i cercatori di Dio, assetati di una luce che non tramonta con lo spegnersi della festa.
In conclusione, vorrei sottolineare due atteggiamenti concreti – il dono e la testimonianza – che ci vengono suggeriti proprio dai Magi, quale sorta di indicazione e anche di richiamo a non perderci in ricerche puramente intellettualoidi.

In altre parole, viviamo il cammino della vita offrendo con generosità, convinti che “se aspettiamo di essere ricchi prima di diventare donatori, moriamo di povertà” (Mazzolari). Nei Magi che fanno ritorno al loro Paese leggiamo il richiamo a condividere la stessa esperienza di fede: ne uscirà rafforzata anche la nostra.

fonte:http://www.nunziogalantino.it

anche la chiesa alla scuola della misericordia secondo il segretario dei vescovi italiani

la chiesa impari di più la misericordia

di Nunzio Galantino

in “Il Sole 24 Ore” del 30 dicembre 2017

“da troppi pulpiti viene diffuso il timore che l’accoglienza metta a rischio la nostra tenuta sociale, e si propone come rimedio la logica dei muri, per elevare da ogni parte divisori invalicabili, per tenere lontano chi è più povero e ciò che è diverso, cioè quanto potrebbe scomodarci o metterci in discussione. Non va forse in questa direzione la mancata approvazione in Senato all’antivigilia di Natale della legge sul diritto di cittadinanza? Una volta di più la miopia e il calcolo impediscono alla politica di muoversi secondo giustizia, di vedere l’instabilità di un mondo abitato da evidenti disuguaglianze e di non comprendere quanto sia precario un benessere non condiviso”

Non sono uso a guardare indietro né faccio troppi calcoli sul domani: piuttosto che soppesare e prevedere preferisco, quando e come mi riesce, l’impegno concreto e appassionato di ogni giorno. Detto questo, il passaggio al nuovo anno rappresenta comunque per tutti un momento di bilancio e di rilancio. Qui cerco di farlo gettando uno sguardo al recente cammino della Chiesa italiana, cercando di intravedere gli orizzonti che la attendono e gli obiettivi da raggiungere, a partire dalle sfide che la storia ci presenta. Negli ultimi anni, la vita della Chiesa è stata positivamente sconvolta dall’elezione di Papa Francesco, della quale sta per compiersi il quinto anniversario. Siamo riconoscenti anzitutto a lui, che con il suo progetto di riforma ha spinto a rimescolare le carte della Chiesa italiana, esortandola a ripensare sempre di più ai motivi che la spingono e le coordinate del suo vivere. Sulla scia del Concilio, ci ha indicato con forza la via della solidarietà con gli ultimi e della condivisione delle vicende umane, per far sì che la testimonianza evangelica sia autentica e non solo di facciata. Lo scossone è stato e rimane forte, diciamoci la verità. Francesco costringe la Chiesa, nella sua azione pastorale, ad assumere una prospettiva ampia, che la porti a guardare sempre più fuori di se stessa, verso il mondo e i poveri, per mantenere viva la sua identità profonda, segno di quell’amore di Dio per gli uomini che abbiamo appena celebrato nel Natale. È un impegno che – se la Chiesa italiana fa suo nella vita quotidiana delle comunità – è stato messo nuovamente a fuoco in occasione della Settimana sociale dei cattolici italiani, dedicata quest’anno al tema cruciale del lavoro. Perché non resti un convegno fine a se stesso occorre davvero che tale impegno divenga ogni giorno più pressante e spinga a una revisione delle attività e delle strutture ecclesiali, nell’ottica della missione e della carità. La Chiesa, del resto, non rimane se stessa se non si immerge nelle pieghe della storia, se non condivide con i poveri e non opera in ogni modo per favorire e costruire il bene comune. In quest’ottica, non è un caso che la pace sia l’obiettivo che ci poniamo fin dal primo giorno dell’anno con la Giornata mondiale, dedicata quest’anno ai migranti e ai rifugiati, cioè a tutti coloro che “fuggono dalla guerra e dalla fame o che sono costretti a lasciare le loro terre a causa di discriminazioni, povertà e degrado ambientale” (dal Messaggio di Papa Francesco). Qualcuno storcerà il naso, poi, nel vedere pochi giorni dopo – precisamente il 14 gennaio – la Chiesa celebrare anche la “Giornata mondiale del migrante e del rifugiato”, per rafforzare il nostro impegno nel tendere la mano a chi lascia la propria terra in cerca di una condizione più stabile, dignitosa e umana. Da troppi pulpiti viene diffuso il timore che l’accoglienza metta a rischio la nostra tenuta sociale, e si propone come rimedio la logica dei muri, per elevare da ogni parte divisori invalicabili, per tenere lontano chi è più povero e ciò che è diverso, cioè quanto potrebbe scomodarci o metterci in discussione. Non va forse in questa direzione la mancata approvazione in Senato all’antivigilia di Natale della legge sul diritto di cittadinanza? Una volta di più la miopia e il calcolo impediscono alla politica di muoversi secondo giustizia, di vedere l’instabilità di un mondo abitato da evidenti disuguaglianze e di non comprendere quanto sia precario un benessere non condiviso. La Chiesa non rimane alla finestra. Consapevole del suo dovere di solidarietà, e del fatto che senza inclusione non può darsi la pace, anche grazie ai fondi dell’otto per mille ha approntato anche quest’anno numerosi progetti, sia a sostegno di Paesi poveri e zone bisognose, sia al fine di realizzare una maggiore inclusione degli indigenti italiani e di quanti giungono in Italia fuggendo dalla miseria e dalla guerra. Le comunità e le associazioni sono impegnate su tutto il territorio in una quotidiana opera di assistenza, che muove migliaia di volontari e richiede mezzi ingenti. C’è da augurarsi e da lavorare perché il nuovo anno veda ridursi le chiusure egoistiche e porti un maggiore coinvolgimento da parte di tutti.
Un ultimo tema, tra i tanti che mi scorrono davanti, è quello dei giovani. Su iniziativa di Papa Francesco, l’anno che sta per iniziare vedrà impegnata la Chiesa anche in un Sinodo dedicato proprio a loro. Non si tratterà di un convegno realizzato da alcuni esperti né di un momento isolato, ma di un cammino che compiremo per i giovani e insieme ai giovani, per sintonizzarci insieme e comprendere il modo di rendere la Chiesa e la società più aperte. Attraverso queste e altre tappe, la Chiesa italiana si propone nel 2018 di crescere nella via del Vangelo e nella fedeltà alla storia. Si propone in altri termini di imparare sempre di più la misericordia, che non è un semplice sentimento, ma coinvolgimento nella sorte dell’altro, uscita da se stessi e impegno solidale. Sono queste le vie che ci proponiamo di percorrere insieme a tutta la società, in uno stile di confronto e collaborazione che ci ricordi la natura del bene comune, il quale come la tematica ambientale e gli stessi dati economici non mancano di ricordarci – non può essere raggiunto dagli uni a scapito di altri, ma nello spirito di chi cammina in cordata e avanza avendo cura di procedere insieme.

 Nunzio Galantino

migranti trattati violenza – così il segretario dei vescovi

monsignor Galantino

il tema dell’immigrazione trattato con violenza

Il segretario della Cei al G7 dell’agricoltura punta l’indice contro un sistema che crea diseguaglianze

Monsignor Nunzio Galantino

monsignor Nunzio Galantino

Il segretario della Cei mette il dito nella vera piaga: un sistema che crea ineguaglianze, arricchisce pochi e fa vivere nella fame molti.
Perché nessuno accusa questo sistema e inveisce solo contro chi fugge dalla miseria?

Lui – e non poteva essere altrimenti – è sulla stessa linea di Papa Francesco: “Togliamoci dalla testa l’immagine macchiettistica di una Chiesa che dice venite tutti. Sta solo nella testa malata di qualche politico”. Lo ha detto al G7 Agricoltura a Bergamo il segretario generale della Cei, Nunzio Galantino.
Secondo Galantino, nella società contemporanea e nel dibattito politico il tema immigrazione è “affrontato con violenza”. Il segretario generale della Cei ha parlato della “devastane contraddizione” alla base dei trattati internazionali che regolano gli scambi commerciali. “Da un lato ci si impegna a raggiungere obiettivi importanti, come quello della sostenibilità nella produzione – ha detto -, ma in ossequio al libero commercio si fanno accordi che provocano guerre commerciali, dove solo il prezzo detta legge”.
Secondo monsignor Galantino questa “è una logica perversa che può essere invertita solo con accordi non di piccolo cabotaggio, ma con regole alte. Serve un nuovo modello di sostenibilità ambientale e sociale, di prossimità che parte dalla famiglia e mette al centro il ruolo del contadino agricoltore”. Un modello “non utopico – ha concluso – in cui il cibo rimanga tale e non sia commodity che crea scarto e diseguaglianze inaccettabili”.

un mondo pacifico si può costruire

Sharing society

 

antidoto alla violenza

la sharing economy deve poter diventare sharing society

l’economia della condivisione deve inverarsi in una società della condivisione

di Nunzio Galantino
in “Il Sole 24 Ore” del 18 giugno 2016

guardare negli occhi il nemico, toccarlo, parlarci è audacia, provarci è rottura di uno schema che porta insospettabili risultatiGalantino

Violenza provocata, violenza subìta. Violenza che ti sorprende mentre sei in casa o che provoca distruzione mentre si sta cercando faticosamente di guadagnare per sé e per gli altri il diritto di vivere la propria condizione. Ma… siamo inesorabilmente condannati alla contrapposizione violenta? Nei giorni passati mi è parso che la risposta fosse purtroppo già scritta e avesse il colore del sangue sparso nelle diverse parti del mondo. Eppure sono possibili risposte diverse, perché vi sono storie diverse. Ugualmente vere. Faticosamente, ma positivamente vere.

Ne scrivo perché le ho incontrate in questi giorni. «Ci avete già rubato la terra e ora mi vuoi rubare anche la forchetta?!». È iniziato così il rapporto tra Kamelia, giovane palestinese, e Elad, giovane israeliano, incontratisi per la prima volta a Rondine, Cittadella della Pace nei pressi di Arezzo. Lei era scesa un’ora prima alla stazione di Arezzo dove lui, arrivato il giorno prima, l’aspettava per accoglierla e accompagnarla appunto a Rondine. Senza ancora stringergli la mano – all’età di 24 anni avrebbe toccato per la prima volta un israeliano senza divisa militare – lei era salita sull’auto da lui guidata per una decina di chilometri. Compiva così il primo atto di fiducia, conseguente a quella scelta di entrare a far parte del percorso di formazione di due anni che, a Rondine, porta al rovesciamento dell’inimicizia in amicizia. Un incontro che subito graffia: guardare negli occhi il nemico, toccarlo, parlarci è audacia. Provarci è rottura di uno schema che porta insospettabili risultati. Sono risultati che qui, a Rondine, crescono sotto gli occhi stupiti degli stessi protagonisti. «Quando ti vidi per la prima volta non ti detti la mano, quando ci salutammo per l’ultima ho scelto di abbracciarti», dice Elmira, ex studentessa azerbajana, a Sevak, ex studente armeno. E, avendo parlato fino a un attimo prima del sangue che ancora si versa in Nagorno Karabakh, aggiunge con un bagliore stupito: «Come è stato possibile tutto questo?». Raccolgo con attenzione questi frammenti di dialogo, che aprono squarci nella riflessione, possibilità fino a ieri insperate e che, quindi, danno ali all’impegno e leniscono un po’ la sofferenza per le vittime di questi giorni e per quelle senza numero di cristiani ancora perseguitati. Se fossero due o quattro i giovani che attestano la disponibilità di Kamelia ed Elad, di Elmira e Sevak, si potrebbe pensare a un caso; invece, incontrando in tre giorni di Festival Internazionale (Youtopic fest) i 30 studenti presenti nello Studentato internazionale e alcune decine dei 170 ex studenti ritornati dai 25 Paesi del mondo, susseguitisi qui per 18 anni, sorge il dubbio contrario. Si giunge, infatti, a pensare che in questa realtà toscana avvenga davvero qualcosa al fondo dell’umano, che possa interessare non solo i protagonisti di tragici conflitti internazionali, ma anche noi, protagonisti spesso distratti e annoiati, spaesati e impauriti, delle nostre società europee. Le politiche che in esse si fanno facendo rischiano sempre più di farci soffocare pigramente nel mediocre paesaggio delle piccole domande, dove il banale finisce per essere il piccolo mascherato da grande. L’unico modo per sfuggire a questo pericolo consiste nel vigilare perché la banalità non prenda il sopravvento sull’autenticità e sul vero e perché la cultura avvelenata del nemico non l’abbia vinta. È incontrovertibile, del resto, che i sentimenti di inimicizia crescono e dilagano in alcuni luoghi del pianeta, attraversando il corpo sociale dell’intera famiglia umana, suscitati e attizzati da potenti trasformazioni. A loro volta, diffidenza e paura generano regressioni difensive che, strutturandosi anche in processi economici e proposte politiche, rallentano il progresso morale e civile, rievocando pericolosi fantasmi. Tra questi, uno appunto è sempre pronto a materializzarsi: il nemico. Il nemico trova sempre categorie umane da vestire con i suoi panni e genera una irresistibile e mostruosa forza attrattiva. La fabbrica del nemico è sempre produttiva: la cronaca, anche quella della settimana che si chiude, stenta perfino a darne conto. Perché… che si può scrivere di nuovo davanti alla follia omicida che spazza via la vita di 49 persone? Da Orlando a Parigi – ripiombata nell’incubo del terrorismo con l’assassinio di due pubblici ufficiali – a Londra, dove è stata barbaramente uccisa una giovane deputata laburista da uno squilibrato pro-Brexit; sul fronte siriano e iracheno, poi,  l’orrore sembra costretto ad arretrare, ma per esplodere in un Occidente ritenuto il principale nemico da abbattere. Sono situazioni che non possono essere affrontate semplicemente con parole di circostanza; portano, piuttosto, a chiedersi cosa stia succedendo nel nostro mondo. Compreso in quello che vorremmo fosse soltanto un mondo sportivo: non basta certo la vittoria della nostra Nazionale sul Belgio, nel quadro degli Europei in Francia, a farci dimenticare le vergognose violenze di questi giorni tra diverse tifoserie, anche qui all’insegna della logica del nemico, quasi che il calcio funzionasse semplicemente da detonatore, valvola di sfogo di disagi sociali, economici, culturali. A Rondine si insegna e si pratica l’opposto; ci si allena a vedere gli altri con uno sguardo nuovo, a creare linguaggi che possano rappresentare un ponte, contribuendo all’accoglienza e all’abbattimento di muri, ostacoli, sospetti e diffidenze. È partendo da esperienze come questa che si mette in piedi un sistema di smontaggio del nemico, di dissoluzione di questa categoria, svelando concretamente come esso sia frutto di una relazione malata, mentre proprio la cura della relazione – di ogni relazione – sia ciò che permette di giungere a guarigione. A Rondine la speranza ha il volto dei 27 studenti – splendidi ragazzi che mi hanno davvero commosso – che hanno concluso l’innovativo progetto di Quarto anno liceale d’eccellenza, provenienti da altrettante scuole e città di tutte le regioni italiane: sono testimoni su scala italiana della possibilità di educare a essere contemporaneamente unici e uniti, differenti e coesi, superando tutti i precursori del “nemico”: pregiudizio, isolamento, sfiducia, perdita di senso. Abbiamo bisogno di riscoprire la forza di una inedita reciprocità tra nemici, una Gegenseitigkeit, come dicono i tedeschi, che letteralmente descrive come due persone acquisiscono ciascuna qualcosa dell’altro, nell’incontro. Proprio attorno alla dinamica dell’incontro – come continua a ricordarci papa Francesco – occorre puntare incessantemente l’attenzione, per riscoprirne il dinamismo spirituale, culturale e sociale, crescere nella verità della relazione, imparare a smantellare difese inutili e autodistruttive, generare saggezza. Ne va della stessa nostra possibilità di restare umani. Del resto, più volte su queste pagine autorevoli studiosi hanno usato la parola fiducia per denunciarne la mancanza e diagnosticare che taluni processi sociali ed economici non potranno mai essere o tornare positivi senza di essa. Anche laddove i numeri e la dimensione più materiale dell’umano formano le coordinate fondamentali, senza “prodotti” immateriali come la fiducia essi non possono di fatto accadere. Per usare un adagio ricordato da Lamberto Zannier, segretario generale Osce, anch’egli presente a Rondine, «si può portare il cammello alla fonte, ma se non vuol bere…». Così, comprendiamo sempre meglio che la sharing economy deve poter diventare sharing society; che l’economia della condivisione deve inverarsi in una società della condivisione, ma questo non avverrà spontaneamente. Dovremo educarci ed educare a tutto questo e dovremo farlo presto, prima che sia troppo tardi. Vi sembra troppo? Forse, ma in tempo di tempeste oceaniche ci deve pur essere qualcuno che si fa carico di indicare la rotta; qualcuno che si faccia testimonianza e provocazione per la politica, a ogni livello, come per quella cultura che crede di risolvere tutto affidandosi a criteri di efficienza e di snellimento burocratico o riducendo impropriamente la rappresentanza, per consegnare il governo a poche persone se non a una sola.

l’autore è Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana

Ascoltare significa letteralmente «stare a sentire attentamente, prestare l’orecchio» (da auris, orecchio)

un’oasi tra le chiacchiere

di Nunzio Galantino
in “Il Sole 24 Ore”

Galantino

ascoltare significa letteralmente «stare a sentire attentamente, prestare l’orecchio» (da auris, orecchio). Proprio per questo, vuol dire anche «ubbidire, esaudire». L’ascolto è collegato al volgere attenzione all’animo, alla mente ma anche all’altro, al mondo o anche a se stesso. L’ascolto, svalutato sin dal vocabolario dantesco rispetto al “sentire” dei sensi, in realtà nasconde l’intima natura di chi si presta all’altro senza essere distratto dalla confusione, dentro e fuori di sé. Ascoltatore è chi riesce a far tacere le tante voci, chi fa silenzio. «Per ascoltare occorre tacere. Non soltanto attenersi a un silenzio fisico che non interrompa il discorso altrui (o se lo interrompe, lo faccia per rimettersi a un successivo ascolto), ma a un silenzio interiore, ossia un atteggiamento tutto rivolto ad accogliere la parola altrui. Bisogna far tacere il lavorio del proprio pensiero, sedare l’irrequietezza del cuore, il tumulto dei fastidi, ogni sorta di distrazioni» (G. Pozzi, Tacet, Adelphi, Milano 2013, pag. 20)

Nella mitologia greca “ascoltare” e “vedere” erano considerate facoltà noetiche che mettevano in comunicazione l’uomo con il volere divino. Nella tradizione biblica è Dio ad ascoltare il grido dell’uomo che soffre (Es 3,7), il grido del sangue di Caino che proviene dalla terra (Gen 4,10). A sua volta, l’uomo ascolta la Parola di Dio come un discepolo, come uno che ha sempre da imparare, per indirizzare allo sfiduciato, a chi è stanco, una parola (Is 50,4-5). Saper ascoltare è come apprendere un’arte, affermava Plutarco e per saper usare bene la parola bisogna prima imparare ad accoglierla. Richiamandosi a Spintaro che elogiava Epaminonda, Plutarco ricorda che egli diceva che se la natura ci ha dotato di due orecchie e di una lingua sola, è perché si è tenuti ad ascoltare più che a parlare. Si ascoltano tanti rumori e tante chiacchiere: «Il mondo è oppresso da una pesante cappa di parole, suoni e rumori. Credevano i babilonesi che gli dèi avessero inviato sulla terra il diluvio perché infastiditi dal chiacchiericcio degli uomini» (G. Pozzi, cit., pag. 22). L’ascolto non è mai fine a se stesso. Dopo aver accolto e aver bene inteso una parola, esso implica anche un’obbedienza, una realizzazione di quanto si è udito. Secondo Heidegger l’uomo è chiamato a scegliere tra un’esistenza autentica e una, invece, segnata dall’equivoco. Quest’ultima è caratterizzata dalla chiacchiera del “si dice”, dalla curiosità che va da una cosa all’altra, dalla ricerca sempre… di altro. L’esistenza autentica è quella del pieno Esser-ci, della coesistenza fondata sulla ricerca della verità della nostra esistenza, e ciò è possibile soprattutto attraverso un profondo ascolto di sé, dell’altro e della storia nella quale siamo inseriti.

la chiara e coraggiosa intervista di mons. Galantino

“No ai centri sulle navi

dobbiamo salvare i migranti e poi offrirgli un futuro”

intervista a Nunzio Galantino

Galantino

a cura di Paolo Rodari
in “la Repubblica” del 1 giugno 2016

Monsignor Nunzio Galantino, secondo l’Oim, sono state oltre mille le vittime dei naufragi nel Mediterraneo la scorsa settimana. Tre mesi dopo il viaggio di Papa Francesco a Lesbo le notizie sembrano essere sempre le stesse. Cosa dicono a tutti noi queste morti continue?

«La partenza di migranti in fuga da situazioni drammatiche avviene sempre più in situazione di insicurezza, attraverso trafficanti senza scrupoli, al punto tale da rendere difficile ogni soccorso soprattutto in acque libiche non presidiate dalle operazioni di salvataggio delle navi europee. Quelle morti sono uno schiaffo alla democrazia europea, incapace di salvaguardare e proteggere persone in fuga da situazioni create anche dalla politica estera e da scelte economiche europee. Purtroppo, non si è avuto il coraggio di creare “canali umanitari” — previsti dal diritto internazionale — verso i Paesi disponibili all’accoglienza, per favorire partenze in sicurezza ed evitare violenze, sfruttamento e morti».

Galantino

Il Viminale ha annunciato un hotspot in mare per identificare i migranti. La notizia ha riacceso lo scontro politico. Cosa dire?

«L’hotspot è una riedizione in brutta copia dei luoghi di trattenimento di persone. Le Organizzazioni internazionali a tutela dei diritti umani, come anche la Fondazione Migrantes e la Caritas Italiana, hanno già ricordato che i migranti salvati in mare hanno il diritto, sulla base di una storia personale e non di una lista di cosiddetti “paesi sicuri”, di presentare domanda d’asilo e al ricorso se una domanda non venisse accolta. Sulle navi questo percorso di protezione internazionale non è possibile. Come non è pensabile l’utilizzo di navi destinate al soccorso per far stazionare nel Mediterraneo migliaia di persone in attesa di una non precisata destinazione. A meno che le si voglia riportare nei porti della Libia e dell’Egitto, condannandole a nuove forme di sfruttamento».

A Ventimiglia l’ultimo sgombero è stato scongiurato dal vescovo locale che ha dato il benestare a che una parrocchia accogliesse i migranti. Lo stesso vescovo ha chiesto che tutte le parrocchie facciano la medesima cosa. La Lega, tuttavia, l’ha attaccato duramente. La Chiesa da che parte sta?

«Naturalmente dalla parte del vescovo, come delle diocesi, delle parrocchie, degli istituti religiosi che — aderendo all’appello del Papa del 6 settembre scorso — hanno messo a disposizione oltre 2mila strutture per ospitare più di 23mila richiedenti asilo e rifugiati, quasi 5mila dei quali solo grazie ai contributi dei fedeli. In collaborazione con i comuni italiani, cerchiamo inoltre di favorire sul territorio un’accoglienza diffusa, attraverso un accompagnamento personalizzato dei 120mila giovani che sono arrivati tra noi. Le iniziative avviate da Caritas e Migrantes vogliono diventare percorsi di inclusione e integrazione sociale, fino a valutare — ed è la proposta Cei di 1000 microrealizzazioni — anche un rientro assistito in patria. Un conto è riempirsi la bocca di aiutare le persone a casa loro e un conto è realizzare — grazie anche a una rete di centinaia di associazioni e ong cattoliche riunite nella Focsiv da 40 anni — concreti progetti di cooperazione internazionali nei Paesi d’origine dei migranti».

Tempo fa Francesco chiese ai conventi e alle parrocchie di aprire le porte ai migranti. Questa accoglienza è effettivamente avvenuta?

«L’accoglienza non solo era precedente all’appello, ma si è rafforzata, unitamente a un lavoro di informazione sulle storie di quanti sbarcano in Europa, sulle cause della loro fuga. Anche nelle nostre comunità ecclesiali sentiamo il bisogno di continuare a sensibilizzare i consigli pastorali, il mondo associativo, le famiglie per evitare che anch’essi siano incapaci di leggere correttamente un fenomeno globale di persone che — come ha detto l’altro giorno Papa Francesco — “non sono un pericolo, ma sono in pericolo”».

Chi e come, secondo lei, dovrebbe agire quantomeno per arginare il problema?

«L’accoglienza dei richiedenti asilo dev’essere strutturata in tutti i 28 Paesi europei. Non si  possono, infatti, salvare le persone e poi non offrirgli una possibilità di futuro. Una seconda azione concreta rimane quella di organizzare “corridoi umanitari”. In questo modo si eviterebbe anche la crescita di una tratta di esseri umani oggi gestita da mafie e da terrorismo. Una terza azione concreta riguarda la possibilità di offrire un permesso di protezione umanitaria a tutti i migranti ospitati in strutture da oltre un anno e che oggi costituiscono un popolo che si allarga sempre più. In questo modo si ripartirebbe dalla legalità per costruire successivamente percorsi di giustizia e di solidarietà”