il ‘padre nostro’ – la preghiera di tutti gli ‘scartati’ e i ‘figli di nessuno’

PADRE NOSTRO

(padre di tutti)

Voi dunque pregate così:

Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome, 
venga il tuo regno,
sia fatta la tua volontà,

come in cielo così in terra.

Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti 
come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non abbandonarci alla tentazione, 
ma liberaci dal male.

(Mt 6,9-13)

Nel cuore del Discorso della Montagna, che apre con estrema solennità l’attività di maestro di Gesù (si vedano i capitoli 5-7 di Matteo), si leva la Preghiera del Padre Nostro.

Eccellente liturgia con cui i cristiani invocheranno il loro Dio, mutuando molte parole dalla Sinagoga che già venerava il Suo Nome col canto del Qaddis.

La preghiera al Padre è un pilastro delle fede cristiana, fede universale che chiama “nostro” un Dio che non è né elitario, né particolare; un Dio di cui nessuno potrà dire: “è mio”.

Un Dio di cui nessun popolo, nessuna provincia, nessuna nazione può appropriarsi per escluderne un’altra, o tutte le altre. Un Dio che non può esser fatto bandiera di un’identità chiusa e escludente; di cui nessuno può abusare per dividere, bandire, scacciare, censurare, discriminare, scomunicare.

Il Padre nostro è per tutti i “figli di nessuno” a questo mondo; per chiunque abbia bisogno di veder riconosciuto il diritto di vivere e di essere ospitato nel “paese”.

Ci deve colpire il fatto che Gesù non abbia dato un nome proprio al suo e nostro Dio. La religione giudaica – in cui pure Gesù era stato circonciso – aveva, certo, un Nome per Lui (Yhwh) che non poteva esser neppure pronunciato, tanto era sacro, e che, nella Tradizione, veniva chiamato proprio con la parola: “Il Nome” (hašem) che indicava Dio stesso.

Gesù cambia, anzi, rovescia, qualsiasi volontà identitaria per precludere al Dio cristiano ogni eventuale deriva selettiva e per questo lo chiama: “Padre”. Egli sarà il Dio di tutti gli orfani, i poveri, gli scartati, gli “esposti”, sarà il Dio di tutti i senza-nome! Dei migranti e degli zingari, di tutti quelli che – proprio come Gesù! – non potranno vantare una legge di paternità sulla terra. Di tutti i bambini bisognosi di un padre adottivo, come Giuseppe, il falegname…

Per questo quando i discepoli chiedono a Gesù: “Insegnaci a pregare”, il Maestro insegna loro, innanzitutto, il modo di farlo, il “come” farlo. Essi non pregheranno per ottenere un favore individuale e privato, una simpatia speciale rivolta a quanti, come loro, si professano cristiani; ma chiede una preghiera che sia gola di un grido collettivo, di ogni canto di lamento, di ogni sospiro ed anelito di supplica o speranza che sale dai confini della terra.

Quel Dio sarà il Padre di chi patisce il dolore del male, in tutte le sue amare e mistificate incarnazioni. Se c’è una cosa, infatti, che accomuna – ahimè! – tutti gli esseri umani, è proprio l’esperienza del male. Tutti coloro che ne subiscono l’orrore e il danno, hanno diritto di pregare: “Padre nostro”!

Tutti coloro che non hanno pane, a causa di sistemi economici malvagi, possono reclamare: “dacci oggi il nostro pane”.

Tutti coloro che subiscono persecuzione, ingiustizia, crudeltà, emarginazione; tutti coloro che – per volontà di cattivi governi – non hanno uno spazio dove vivere sulla terra, possono invocare: “Venga il tuo Regno!”.

Grazie al Signore che ci ha dato l’onore di dire: “Padre nostro”! L’ha dato a tutti: bianchi e neri, poveri e ricchi, giusti e peccatori.

Grazie al Signore che ci ha aperto l’Amore del Padre, che ha posto l’orizzonte del suo Cielo davanti ai nostri occhi per scavalcare il buio.

Mentre recitiamo questa preghiera siamo certi che Egli ci esaudirà, ci perdonerà, ci “libererà” da quel male che noi stessi abbiamo fatto – e facciamo ancora… – ai nostri fratelli.

R. Virgili

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