i cattolici americani divisi sul voto a Trump

Sulla vittoria di Trump, la divisione del mondo cattolico Usa e lo shock dei progressisti

sulla vittoria di Trump, la divisione del mondo cattolico Usa e lo shock dei progressisti

Ludovica Eugenio 

 

da: Adista Notizie n° 40 del 19/11/2016
Shock. È questo il sentimento che, nel mondo cattolico progressista statunitense, ha accompagnato la campagna elettorale e la vittoria di Donald Trump. Vittoria che, peraltro, è stata raggiunta anche grazie al voto dei cittadini di appartenenza cristiana, soprattutto dei bianchi evangelici (che hanno votato Trump nella misura dell’81%, con un 3% in più rispetto al loro voto per il candidato repubblicano Mitt Romney nel 2012), cattolici (52% per Trump; avevano dato a Romney il 59% delle preferenze) e mormoni (46% solo nello Utah, dove quasi due terzi della popolazione appartengono a questa denominazione religiosa).

Se il voto degli evangelici bianchi è stato un voto «nostalgico», commenta il Religion News Service, sensibile ai richiami di Trump a «rendere di nuovo grande l’America», i cattolici latino hanno votato per Hillary Clinton per il 67%, con meno convinzione, dunque, rispetto al 2012, quando in tre su quattro avevano scelto Barack Obama. Quanto ai mormoni dello Utah, la loro fama di rigore morale e il loro fervore per i valori tradizionali non ha favorito Clinton quanto il candidato McMullin, mormone. E tra gli evangelici, a fare appello a non votare per Trump è stato il presidente della Commissione etica e libertà religiosa della Convenzione dei Battisti del Sud Moore: «A prescindere dalle divisioni razziali ed etniche in America – ha detto – possiamo essere Chiese che dimostrano e incarnano la riconciliazione del Regno di Dio. La lezione più importante che possiamo trarre è che la Chiesa deve opporsi contro il modo in cui la politica è diventata una religione e la religione è diventata una faccenda politica».

Un incubo contro cui lottare

Lo certifica a chiare lettere il settimanale National Catholic Reporter (9/11), affermando che il Paese «si è auto inflitto un gravissimo disastro». Non è accaduto «come avviene un terremoto o un tornado. Questa ferita auto inflitta è stata scelta». «Il presidente eletto ha pronunciato un discorso conciliante e persino moderato. Non lasciamoci ingannare. Ha ottenuto la vittoria facendo appello ai peggiori sentimenti della natura umana e ha risvegliato una belva. La belva continuerà a voler essere alimentata e quando i suoi consiglieri gli diranno di non continuare a suscitare quei sentimenti, non li ascolterà». Lo shock, però, deve funzionare come spinta a lavorare per il futuro: «Gli immigrati, i vulnerabili, il pianeta, tutti richiedono da parte nostra vigilanza e protezione nei giorni bui che verranno. Impegniamoci nel compito di dar vita a una identità nazionale diversa da quella ratificata la notte dell’elezione, un’identità radicata in un’autentica visione morale per il nostro Paese, occupandoci di coloro per i quali il risultato di questa elezione costituisce una minaccia personale e di coloro il cui senso di alienazione culturale li ha portati a votare per Trump. Ora siamo tutti in un ospedale da campo».

Il sentimento di smarrimento, paura e incertezza è diffuso, ma altrettanto forte è il desiderio di lottare e di rendere la Chiesa un fattore determinante per la salute del Paese. «La Chiesa cattolica – scrive il gesuita p. Thomas Reese, columnist del Ncr e saggista, già direttore del settimanale dei gesuiti America – si trova in una posizione unica per contribuire al recupero del Paese. Non solo è presente in quasi ogni angolo della nazione, ma è una delle poche organizzazioni i cui aderenti comprendono repubblicani e democratici, ispanici e anglosassoni, neri e bianchi, donne e uomini, ricchi e poveri, colti e non, e rappresenta ogni generazione». Reese propone di adattare al dialogo politico gli strumenti pensati per il dialogo ecumenico: tanto per cominciare, partire dalle aree comuni piuttosto che dalle differenze, imparare a conoscere l’altro. Non convertirlo. E questo a ogni livello della Chiesa, incoraggiando un “dialogo della vita” accanto a un “dialogo dell’azione sociale comune”; in tal senso, la Chiesa, portando democratici e repubblicani a lavorare insieme sulle malattie del Paese, può offrire alla nazione un enorme contributo. «La Chiesa – afferma Reese – deve essere parte della soluzione, altrimenti sarà parte del problema. Sarà agente di riconciliazione e cura o sarà divisa dall’ambiente politico in cui vive. La Chiesa ha le persone, le risorse e gli strumenti per farlo. Cominciamo».

Anche gli intellettuali che, negli Stati Uniti, lavorano all’intersezione tra religione e politica esprimono lo shock post-elettorale; a loro dà voce l’Ncr. Stephen Schneck, docente alla Catholic University, elenca i suoi incubi: «Trump accerchierà e deporterà milioni di immigrati. Gli americani musulmani saranno sottoposti a indagini repressive. Le donne, i disabili, i non bianchi, coloro che sono diversi e categorie che Trump identifica semplicemente come “perdenti” oggi guardano al Paese con paura. Milioni di americani, la maggior parte dei quali ai livelli minimi di reddito, non avranno più assistenza sanitaria. Il progresso sociale sui diritti delle persone di colore, dei gay, delle religioni non cristiane e delle donne farà marcia indietro. Le tutele ambientali di base che proteggono la nostra atmosfera e l’acqua e ci difendono dagli agenti inquinanti saranno rimosse. Le norme per la tutela dei consumatori saranno eliminate. Gli standard educativi si abbasseranno».

A fare breccia tra i cattolici pro-life è stato l’elemento antiabortista di Trump. Jeanne Mancini, presidente di March for Life, lo ha detto esplicitamente: «Non vediamo l’ora di lavorare insieme per portare a compimento le promesse del presidente Trump di garantire giudici della Corte suprema pro-life, politiche antiabortiste e di smettere di finanziare il massimo organismo che pratica aborti, Planned Parenthood».

Le voci (non univoche) della gerarchia cattolica

Che papa Francesco non vedesse di buon occhio Trump è ampiamente documentato dalle osservazioni fatte qualche tempo fa su chi vuole costruire muri anti-migranti. Ora, in un’intervista a Eugenio Scalfari su La Repubblica (11/11), il papa ha affermato di non dare «giudizi sulle persone e sugli uomini politici»: «Voglio solo capire quali sono le sofferenze che il loro modo di procedere causa ai poveri e agli esclusi». «Il denaro – ha aggiunto – è contro i poveri oltreché contro gli immigrati e i rifugiati, ma ci sono anche i poveri dei Paesi ricchi i quali temono l’accoglienza dei loro simili provenienti da Paesi poveri. È un circolo perverso e deve essere interrotto. Dobbiamo abbattere i muri che dividono: tentare di accrescere il benessere e renderlo più diffuso, ma per raggiungere questo risultato dobbiamo abbattere quei muri e costruire ponti che consentono di far diminuire le diseguaglianze e accrescono la libertà e i diritti. Maggiori diritti e maggiore libertà».

Da ministro degli Esteri vaticano, il card. Pietro Parolin, si è diplomaticamente congratulato con Trump per la vittoria: «Facciamo gli auguri al nuovo presidente perché il suo governo possa essere davvero fruttuoso e assicuriamo anche la nostra preghiera perché il Signore lo illumini e lo sostenga al servizio della sua patria, naturalmente, ma anche a servizio del benessere e della pace nel mondo. Credo – ha detto – che oggi c’è bisogno di lavorare tutti per cambiare la situazione mondiale, che è una situazione di grave lacerazione, di grave conflitto». Altrettanto diplomaticamente, a chi faceva riferimento al duro scambio di battute tra Trump e papa Francesco di alcuni mesi fa sugli immigrati che dal Messico cercano di entrare negli Usa, ha risposto «vedremo come si muove il presidente. Normalmente dicono: altro è essere candidato, altro è essere presidente, avere una responsabilità…». «Mi pare prematuro dare giudizi».

Equilibrista la dichiarazione del presidente della Conferenza episcopale statunitense mons. Joseph Kurtz: «La Conferenza episcopale – afferma – attende di lavorare con il presidente eletto Trump per tutelare la vita umana dal suo inizio vulnerabile alla sua conclusione naturale. Sosterremo politiche che offrano opportunità a tutte le persone, di ogni fede, in tutte le fasi della vita». Trapela preoccupazione dalla dichiarazione dell’arcivescovo di Chicago mons. Blase Cupich che ha detto di «pregare per gli eletti e chiedere al Signore di illuminarli e sostenerli nel loro servizio a tutto il popolo del nostro Paese. Prego anche per coloro che hanno posizioni opposte, affinché continuino a partecipare alla nostra democrazia nel nostro sforzo di lavorare insieme in rispettosa armonia per il bene comune». «Non dobbiamo mai stancarci di esprimere la nostra tradizione di servizio ai bisognosi, a coloro che si trovano ai margini della società», ha detto. «Nostro obiettivo comune dev’essere dimostrare il nostro impegno verso quegli ideali, recuperare la nostra solidarietà come nazione».

Esulta, invece, il conservatorissimo card. Raymond Burke, già prefetto della Segnatura apostolica e poi declassato da papa Francesco – verso il quale si è sempre dimostrato ostile – a cappellano dell’Ordine di Malta: intervistato all’indomani delle elezioni da Il Giornale, ha espresso la speranza che «l’America, con questo nuovo presidente, possa ritrovare una buona strada da percorrere»; «mi pare che il nuovo presidente capisca bene quali sono i beni fondamentali per noi importanti. In primo luogo sono convinto che, da come ha detto, avrà a cuore la difesa della vita umana sin dal suo concepimento e che potrà mettere in campo tutte le azioni possibili per contrastare l’aborto. E poi credo anche che abbia ben chiaro l’insostituibile bene della libertà religiosa. Infine sicuramente porrà attenzione alla sanità americana, tema che per ora non va molto bene negli Stati Uniti!». Nessun timore, per Burke, anche a proposito del muro che Trump intenderebbe costruire sul confine messicano: «Non penso che il nuovo Presidente sarà ispirato da odio nel trattamento della questione dell’immigrazione, una questione di prudenza che richiede la conoscenza di chi sono gli immigrati, delle ragioni che li spingono ad emigrare e della capacità delle comunità locali ad accoglierli. La carità deve essere sempre intelligente e, perciò, informata da una profonda conoscenza della situazione sia di chi vuol immigrare sia di chi deve ricevere queste persone».

Mondo cattolico diviso

La netta spaccatura nel mondo cattolico espressa sinteticamente dalle cifre del voto si percepisce nei commenti della base, religiosa e laica, esplicitata in commenti e dichiarazioni sui social network. «Abbiamo del lavoro davanti a noi. Temo che questo diventerà il nostro momento Bonhoeffer», twitta il francescano p. Daniel Horan. Opposta la reazione di p. Kevin Cusick, cappellano militare nella Marina: «Ora che i cattolici hanno un amico alla Casa Bianca, facciamo tornare la Chiesa alla sua grandezza», incita. E tra i cattolici che sostengono Trump, si coglie la speranza che il nuovo presidente faccia piazza pulita del mandato, previsto dalla riforma del sistema sanitario di Obama, che chiedeva alle aziende, anche quelle di matrice confessionale, di farsi carico dell’assistenza sanitaria dei dipendenti per ciò che riguardava la salute riproduttiva, contraccezione e aborto compresi; lo può fare «con un colpo di penna», scrive su Twitter Ryan T. Anderson della Heritage Foundation, istituzione che si occupa di matrimonio e famiglia.

Chi, nella Chiesa, si occupa di giustizia sociale e delle categorie più svantaggiate, mostra invece una gravissima preoccupazione soprattutto per la questione della violenza razziale. «Trump ha alimentato la rabbia delle popolazioni bianche vulnerabili che sentono di non essere prese in considerazione», ha affermato, secondo quanto riporta il quotidiano francese La Croix (10/11) suor Simone Campbell, notissima religiosa, avvocata e direttrice di Network (organismo impegnato nel campo della giustizia sociale). Preoccupata per le «recenti tensioni razziali» che negli Stati Uniti hanno scatenato violenze, ha ribadito che «i problemi economici sono stati messi sulle spalle delle persone di colore».

«È un giorno nero per tutti coloro che credono in una società in cui i più poveri siano onorati, rispettati, sostenuti», ha dichiarato la benedettina suor Joan Chittister, che inscrive la vittoria di Trump in un sovvertimento sociale molto più ampio. «Siamo in un periodo della storia in cui i cambiamenti – nuove tecnologie, arrivo di migliaia di migranti, evoluzione della famiglia – sono troppo rapidi da assorbire per le generazioni più vecchie e la popolazione più sprovveduta. Molti vogliono tornare all’America che conoscevano, quella degli anni ’50. Di fronte alla paura del cambiamento, inevitabile, bisogna adattarsi a una società pluralista e i governi non hanno saputo gestire questi cambiamenti». È evidente, affermano le due religiose, che i cattolici statunitensi non hanno fatto proprio l’insegnamento di papa Francesco: «Cento anni di dottrina sociale cattolica per arrivare a questo!»; suor Chittister rilancia: «Tocca a noi più che mai batterci per far rispettare i diritti delle minoranze, dei poveri, delle persone emarginate o vittime di ingiustizia».

* Opera di DonkeyHotey. Immagine originale e licenza.

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