una teologia preoccupante e antievangelica

 

 

la teologia che sembra sostenere il pensiero di Trump

un importante esponente della teologia della prosperità, Fillmore, riscrisse il Salmo 23, inserendovi questi versi:

“il Signore è il mio banchiere/ il mio credito è buono”

Riccardo Cristiano giornalista 

Molti in questi giorni hanno sostenuto che le parole attribuite al presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, sui “paesi cesso” dai quali non vorrebbe più immigrazione, siano state il solito scivolone, una gaffe insomma. In certo parzialissimo modo lo ha confermato lui stesso, rinnegando la forma-“paesi-cesso” o “paesi-merdaio” a seconda della traduzione di shithole countries che si ritenga più appropriata- ma non la sostanza. Ma la discussione a mio avviso non riguarda solo loro, perché in quelle parole, al di là della forma, c’è un messaggio autentico, sincero e profondo. E lo possiamo desumere dalla teologia alla quale Trump fa in certo qual modo riferimento. E’ la teologia della prosperità.


Una figura di assoluto rilievo nel panorama della teologia della prosperità è il pastore Norman Vincent Peale, il quale ha officiato il rito funebre dei genitori di Donald Trump. Apprezzato anche da Richard Nixon e Ronald Reagan, gli va riconosciuto di essere stato un predicatore di enorme successo. Il libro che scrisse già nel 1952, “Il potere del pensiero positivo”, ha venduto milioni di copie. E che cosa ha scritto Norman Vincent Peale in questo volume? Ha scritto che se credi in qualcosa la otterrai, che se ti dici che Dio è con te nulla ti fermerà. E anche altro ovviamente.
La teologia della prosperità oggi, sostengono studi autorevoli, convince il 17% degli americani. E buona parte di questo 17%, protestanti o cattolici che siano, vota per Trump. E se il suo attacco si radicasse  in questo pensiero Trump potrebbe comunicare a costoro: hanno creduto in qualcosa gli abitanti di paesi oggettivamente privi di prosperità?
In un paese dove Dio conta, eccome, tanto che sulla banconota americana è scritto “In Dio crediamo” avere una teologia sulla quale basarsi è importante. In un saggio al riguardo apparso su Vox e relativo a Joel Osteen, esponente di spicco della teologia della prosperità e intitolato “ Perché Joel Osteen crede che le preghiere ti possano rendere ricco” Tara Isabella Burton ha scritto che un altro importante esponente della teologia della prosperità, Fillmore, riscrisse il Salmo 23, inserendovi questi versi: “il Signore è il mio banchiere/ il mio credito è buono”.

Centrale nella visione della teologia della prosperità è l’idea di dare parte dei propri averi alla propria chiesa come forma di investimento: dimostrando la propria fede, o fiducia, il parrocchiano riceverebbe cento volte il suo investimento, visto che nel Vangelo di Marco si assicura che colui che soffrirà per Cristo otterrà una ricompensa cento volte maggiore. Al di là di quanto a noi possa apparire curioso o “strumentale”, per così dire, di tale teologia, il suo punto rilevante è che legittima un’economia basata sulla speculazione finanziaria e su guadagni forse eccessivi. Il letteralismo può condurre molto lontano, magari complice una lettura non proprio “letterale” del Salmo 23, ma è una teologia che aleggia negli ambienti più cari a Donald Trump e in cui il molto citato Steve Bannon ha elaborato la sua visione dei rapporti tra culture, e persone.
Probabilmente è anche per questo che il cardinale Cupich, arcivescovo di Chicago, in queste ore ha voluto ricordare e ringraziare Jean Baptiste Point Du Sable, fondatore della città dove lui svolge il suo ministero, immigrato da Haiti negli Usa. Per tenere la sua religione fuori da questa deriva.

Scrivere tutto questo nel giorno in cui papa Francesco officia in San Pietro la messa per rifugiati, asilanti, migranti e tanti altri mi conferma che quella frasetta “Bergoglio o barbarie”, non è una battuta, è la fotografia della realtà nella quale ci troviamo.

per i vescovi americani viviamo un bruttissimo momento

l’ira dei vescovi

«è un’ora buia»

 

di Mariaelena Finessi
in “Trentino” del 31gennaio 2017

I vescovi americani si ribellano al bando anti-islamici di Donald Trump che vieta l’ingresso negli Stati Uniti per quanti arrivano da 7 Paesi a maggioranza islamica: Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen.

«Il mondo ci guarda mentre abbandoniamo il nostro impegno verso i valori americani»

denuncia il cardinale di Chicago, Blaise Cupich. Il porporato, a cui papa Francesco nel nel 2014 ha dato la responsabilità della terza diocesi cattolica degli Usa, intravede in quest’operazione discriminatoria

«un’ora buia nella storia dell’America»

Indigeste anche le eccezioni riservate ai cristiani e ad altre minoranze religiose del Medio Oriente, senza contare, continua Cupich, che la decisione di non inserire nel bando i Paesi di origine di 15 dirottatori responsabili della tragedia dell’11 settembre è alquanto strana mentre ha come obiettivo gli iracheni, «perfino quanti hanno assistito le nostre forze armate in una guerra distruttiva». Se Trump era certo di far cosa gradita alla Chiesa, offrendo ai profughi cristiani in fuga da guerre e persecuzioni una corsia preferenziale, la protesta di leader cattolici e di altre denominazioni protestanti dovrà invece farlo ricredere. Quella costruita dagli Usa è una «trappola», sintetizza Louis Raphael I Sako, Primate della Chiesa cattolica orientale a cui appartiene la maggioranza dei cristiani iracheni.

«Queste scelte discriminanti – chiarisce – creano e alimentano tensioni con i nostri concittadini musulmani. I sofferenti che chiedono aiuto non hanno bisogno di essere divisi in base a etichette religiose. E noi non vogliamo privilegi. Ce lo insegna il Vangelo e lo ha mostrato anche papa Francesco, che ha accolto a Roma rifugiati fuggiti dal Medio Oriente sia cristiani che musulmani, senza distinzioni»

L’ordine di Trump, a cui si lavorava da mesi – come ha rivelato ieri il Wall Street Journal – ha però anche (pochi) supporter: tra questi, il reverendo Franklin Graham, figlio del predicatore Billy Graham, un evangelico che da tempo denuncia «il cancro» dell’Islam e prima ancora di Trump aveva proposto il bando dei musulmani alle frontiere: «Dobbiamo essere sicuri – ha spiegato, difendendo le misure ordinate dalla Casa Bianca – che le loro filosofie in materia di libertà siano in linea con le nostre». Un modo di pensare, questo, che non aiuta a superare la paura, anzi.

«Queste azioni – è il monito di Cupich – danno conforto a coloro che vorrebbero distruggere il nostro modo di vivere. Abbassano la nostra stima agli occhi di molti popoli che conoscono l’America come un difensore dei diritti umani e della libertà religiosa, non una nazione che ha come bersaglio le popolazioni religiose e poi chiude loro la porta in faccia. È tempo di unirsi per recuperare il senso di chi siamo e cosa rappresentiamo in un mondo che ha disperato bisogno di speranza e di solidarietà».

Hitler figlio del populismo

papa Francesco

“dai populismi nacque Hitler

nei momenti di crisi non funzionano i muri”

Papa Francesco: "Dai populismi nacque Hitler. Nei momenti di crisi non funzionano i muri"

intervista al “Paìs”

Bergoglio affronta tra gli argomenti la Chiesa, il mondo, i migranti e il momento economico

di PAOLO RODARI

Nello stesso momento in cui Donald Trump giura a Washington, Francesco concede in Vaticano una lunga intervista al País (pubblicata anche su Repubblica in edicola) nella quale chiede prudenza per gli allarmi generati dal nuovo presidente degli Stati Uniti d’America – “vedremo quello che fa, e allora valuteremo; non si può essere profeti di calamità” -, anche se “nei momenti di crisi”, non funzionano “muri e fili”. Spiega: “Se mi spaventassi o gioissi di ciò che potrebbe accadere, potremmo cadere in una grande imprudenza. Tra essere profeti o di calamità o di buone cose che non verranno, né l’una né l’altra. Si vedrà. Vedremo quello che fa e allora valuteremo. Sempre le cose concrete. Il cristianesimo, o è concreto o non è cristianesimo”.

Bergoglio parla per un’ora e quindici minuti anche della Chiesa. Racconta che all’interno del dossier su Vatileaks che Papa Ratzinger gli ha lasciato poco dopo l’elezione, ci sono “santi e peccatori, onesti e corrotti”. Ma che ciò che lo preoccupa di più è “una Chiesa intorpidita dalla mondanità”, lontana dai problemi della gente.

Francesco dimostra di essere a conoscenza non solo ciò che accade all’interno del Vaticano, ma anche nella sua diocesi di Roma e in tutto il mondo. Dice che gli piacerebbe andare in Cina – “quando mi inviteranno” -, e che la sua unica rivoluzione è il Vangelo. E, ancora, che non ha deciso se morirà da Papa o se opterà per la strada aperta di Benedetto XVI.

In questi anni, nei viaggi, Francesco si è emozionato più volte. Per esempio, a Lampedusa, quando si chiese se si era pianto con le donne che perdono i loro figli in mare; in Sardegna, quando parlò della disoccupazione; nelle Filippine, con il dramma dei bambini sfruttati. Dice: “Il simbolo che ho proposto nella nuova sede per i Migranti – nel nuovo schema, il dicastero per i Migranti e i Rifugiati l’ho preso in carico io stesso con due segretari – è un salvagente arancione, come quelli che tutti conosciamo”.

Infine, le parole dedicate alle conseguenze della crisi economica: avanzano politiche che raccolgono il disagio dei cittadini. Alcune di esse – quelle cosiddette antisistema o populiste – approfittano della paura dei cittadini di fronte a un futuro incerto per costruire un messaggio di xenofobia, di odio verso lo straniero. Spiega Francesco: “Le crisi provocano delle paure, delle allerte. Per me, l’esempio più tipico dei populismi europei è quello tedesco del ’33. Dopo Hindenburg, la crisi del 30, la Germania è in frantumi, cerca di rialzarsi, cerca la sua identità, cerca un leader, qualcuno che gli ridia la sua identità e c’è un ragazzetto di nome Adolf Hitler che dice “io posso, io posso”. E tutta la Germania vota Hitler. Hitler non rubò il potere, fu votato dal suo popolo, e poi distrusse il suo popolo. Questo è il pericolo. In tempi di crisi, non funziona il discernimento e per me rappresenta un punto di riferimento continuo. Cerchiamo un salvatore che ci restituisca la nostra identità, difendiamoci con muri, con fili spinati, con qualsiasi cosa dagli altri popoli che possono toglierci la nostra identità. E questo è molto grave”.

la paura dei vescovi americani di fronte alla Clinton ha favorito l’elezione di Trump

Trump e la miopia dei vescovi USA

di Massimo Faggioli
in “Settimana-News” – www.settimananews.it

 

l’episcopato americano ha avuto molta più paura di una presidenza Clinton che paura di Trump, si è posto contro la parte economicamente e politicamente debole della propria Chiesa, e ha rinunciato ad elaborare una parola alta di fronte ai messaggi più violenti della campagna elettorale di Trump, lunga quasi un anno e mezzotrump

Trump è stato eletto quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti, contro ogni previsione. Si apre una fase inedita e pericolosa per la democrazia in America, e specialmente per le Chiese americane che pretendono di essere ancora l’anima di questa nazione. Un paese profondamente moralista come gli USA ha eletto una persona come Trump che si gloria della sua immoralità non solo sulle questioni sessuali, ma anche fiscali e dell’etica del business, che – almeno nelle apparenze – è ancora importante in America. È un’elezione presidenziale che smaschera alcune ipocrisie della cultura americana e rivela la crisi sia della cultura progressista e secolarizzata che di quella conservatrice e religiosa, entrambe ossessionate dalla questione identitaria. Tre sono i fattori principali. Trump è stato eletto dal disagio economico e sociale dei dimenticati dalla globalizzazione, per protesta contro un sistema economico e finanziario di cui i Clinton fanno parte non meno di Trump, ma di cui i Clinton sono stati incolpati in quanto politici di professione. C’è poi una protesta dell’America profonda contro l’America delle élites culturali e secolarizzate e del sistema dei mass media dell’establishment. C’è, infine, una parte di risentimento contro il primo presidente afroamericano, Obama, che è parte di quella élite economica e intellettuale, ma è anche il volto dell’America futura, in cui i bianchi saranno presto una minoranza tra minoranze. La campagna di Trump ha sfruttato anche il risentimento razziale di quell’America profonda che non ha mai accettato Obama come legittimo presidente. L’America religiosa non coincide con quell’America profonda e reazionaria, ma ne è parte. Si apre un problema L’elezione di Trump apre un problema particolare per la Chiesa cattolica americana: di fronte alla sua storia, come Chiesa “importata” dagli immigrati in tempi più recenti rispetto ai fondatori; di fronte alla sua dimensione globale, con un papa come Francesco che rappresenta l’alternativa al sistema globale che una buona parte dei vescovi americani non ha voluto scegliere, preferendogli Trump. L’episcopato americano ha avuto molta più paura di una presidenza Clinton che paura di Trump, si è posto contro la parte economicamente e politicamente debole della propria Chiesa, e ha rinunciato ad elaborare una parola alta di fronte ai messaggi più violenti della campagna elettorale di Trump, lunga quasi un anno e mezzo. Molti vescovi hanno a lungo sperato in una vittoria di Trump temendo, non senza qualche ragione, una radicalizzazione delle politiche abortiste di Clinton (una radicalizzazione che ha rivelato la miopia politica di Clinton ed è uno degli elementi della sconfitta), e non considerando che durante i governi dei repubblicani ideologicamente pro-life il numero degli aborti aumenta, a causa dei tagli allo stato sociale. C’è stata paura da parte di molti vescovi e clero e intellettuali cattolici di denunciare clinton

la retorica di Trump nello stesso modo in cui è stata denunciata la cultura abortista della “identity politics” del Partito democratico. Si è trattato di un errore di portata storica che la Chiesa americana pagherà politicamente ma anche spiritualmente. I primi a pagare ½ saranno i poveri in America, più che con una presidenza Clinton. Quale dialogo e su quali questioni? La settimana dopo l’elezione di Trump ha visto l’assemblea annuale della conferenza episcopale, che ha eletto i nuovi vertici per il prossimo triennio: ha eletto il nuovo presidente nel cardinale DiNardo (uno dei firmatari della lettera dei tredici cardinali contro Francesco durante il Sinodo dell’ottobre 2015), e ha eletto il vice-presidente (e quindi, secondo tradizione, probabilmente presidente nel triennio 2019-2022) nell’arcivescovo di Los Angeles, Gomez, il vescovo più visibile della popolazione cattolica dei latinos negli Stati Uniti, presentandola come una risposta all’elezione di Trump. Quella di Gomez è una scelta che non assolve i vescovi americani dalla loro acquiescenza rispetto a Trump. Che i cattolici latinos negli USA siano in buoni rapporti coi latinoamericani dell’America Latina è un mito. Sono mondi diversi, come sono mondi diversi, ormai, la Chiesa di Francesco e l’episcopato americano: le nomine episcopali di Francesco incidono sulle Chiese locali ma non (almeno per ora) sulla conferenza episcopale. I vescovi dovranno
dialogare con Trump, ma Trump cercherà di accontentare i vescovi su una serie molto limitata di questioni. Tutta la cultura sociale e politica della Chiesa istituzionale negli USA esce danneggiata da queste elezioni per la sua manifesta incapacità di cogliere cosa stava succedendo nel paese. Le prime nomine di Trump, annunciate nei primi dieci giorni dopo l’elezione, mantengono quanto minacciato: il nazionalismo “white supremacy” entra alla Casa Bianca, alla faccia di chi ancora si ostina a leggere il risultato delle urne in termini materialistici di disagio economico. La torsione che Trump imporrà La Chiesa cattolica americana è spaccata, come e più di altre Chiese, tra identità culturali, politiche ed etniche diverse, e quindi le reazioni sono diverse. La campagna Trump ha capitalizzato queste spaccature facendo leva sull’identità bianca e conservatrice, usando in modo strumentale la questione dell’aborto per attirare il voto cattolico. Come nel resto dell’America anche nella Chiesa cattolica democratici e repubblicani vivono mondi diversi, da punto di vista esistenziale e intellettuale. C’è un cattolicesimo sotto shock: l’America è un paese che si percepisce come entità spirituale e l’elezione di Trump è percepita come un segnale di grave crisi spirituale. C’è chi può permettersi di vedere questa transizione di potere come una delle tante nella storia americana, ma non lo è. Specialmente per chi non ha la pelle bianca, è un momento di sbigottimento e di paura. La paura è evidente specialmente tra i latinos, gli arabi e i musulmani, gli asiatici, le minoranze sessuali. La questione non è avere o non aver nulla da temere dalla legge: è il timore del razzismo di alcune frange della società americana, che hanno sempre fatto parte della società americana ma che da cinquant’anni circa erano tenute ai margini della vita politica, pur godendo spesso della protezione della polizia e del potere giudiziario. Ora con Trump si sentono rilegittimate a riproporre con un linguaggio violento il loro disegno di un’America etnicamente pura. La presidenza degli USA ha una funzione simbolica evidente anche dal punto di vista religioso: la presidenza ha una funzione di pontifex. Con la presidenza Trump l’eccezionalismo americano muore. L’ecclesiologia politica degli Stati Uniti è inclusiva: Obama la incarnava, Trump la rinnega. La ricerca di un ralliement tra i vescovi e Trump non considera la torsione a cui viene sottoposta l’ecclesiologia cattolica: Trump interpreta in senso etnico-razziale un certo settarismo tipico del neo- conservatorismo cattolico americano contemporaneo.

i cattolici americani divisi sul voto a Trump

Sulla vittoria di Trump, la divisione del mondo cattolico Usa e lo shock dei progressisti

sulla vittoria di Trump, la divisione del mondo cattolico Usa e lo shock dei progressisti

Ludovica Eugenio 

 

da: Adista Notizie n° 40 del 19/11/2016
Shock. È questo il sentimento che, nel mondo cattolico progressista statunitense, ha accompagnato la campagna elettorale e la vittoria di Donald Trump. Vittoria che, peraltro, è stata raggiunta anche grazie al voto dei cittadini di appartenenza cristiana, soprattutto dei bianchi evangelici (che hanno votato Trump nella misura dell’81%, con un 3% in più rispetto al loro voto per il candidato repubblicano Mitt Romney nel 2012), cattolici (52% per Trump; avevano dato a Romney il 59% delle preferenze) e mormoni (46% solo nello Utah, dove quasi due terzi della popolazione appartengono a questa denominazione religiosa).

Se il voto degli evangelici bianchi è stato un voto «nostalgico», commenta il Religion News Service, sensibile ai richiami di Trump a «rendere di nuovo grande l’America», i cattolici latino hanno votato per Hillary Clinton per il 67%, con meno convinzione, dunque, rispetto al 2012, quando in tre su quattro avevano scelto Barack Obama. Quanto ai mormoni dello Utah, la loro fama di rigore morale e il loro fervore per i valori tradizionali non ha favorito Clinton quanto il candidato McMullin, mormone. E tra gli evangelici, a fare appello a non votare per Trump è stato il presidente della Commissione etica e libertà religiosa della Convenzione dei Battisti del Sud Moore: «A prescindere dalle divisioni razziali ed etniche in America – ha detto – possiamo essere Chiese che dimostrano e incarnano la riconciliazione del Regno di Dio. La lezione più importante che possiamo trarre è che la Chiesa deve opporsi contro il modo in cui la politica è diventata una religione e la religione è diventata una faccenda politica».

Un incubo contro cui lottare

Lo certifica a chiare lettere il settimanale National Catholic Reporter (9/11), affermando che il Paese «si è auto inflitto un gravissimo disastro». Non è accaduto «come avviene un terremoto o un tornado. Questa ferita auto inflitta è stata scelta». «Il presidente eletto ha pronunciato un discorso conciliante e persino moderato. Non lasciamoci ingannare. Ha ottenuto la vittoria facendo appello ai peggiori sentimenti della natura umana e ha risvegliato una belva. La belva continuerà a voler essere alimentata e quando i suoi consiglieri gli diranno di non continuare a suscitare quei sentimenti, non li ascolterà». Lo shock, però, deve funzionare come spinta a lavorare per il futuro: «Gli immigrati, i vulnerabili, il pianeta, tutti richiedono da parte nostra vigilanza e protezione nei giorni bui che verranno. Impegniamoci nel compito di dar vita a una identità nazionale diversa da quella ratificata la notte dell’elezione, un’identità radicata in un’autentica visione morale per il nostro Paese, occupandoci di coloro per i quali il risultato di questa elezione costituisce una minaccia personale e di coloro il cui senso di alienazione culturale li ha portati a votare per Trump. Ora siamo tutti in un ospedale da campo».

Il sentimento di smarrimento, paura e incertezza è diffuso, ma altrettanto forte è il desiderio di lottare e di rendere la Chiesa un fattore determinante per la salute del Paese. «La Chiesa cattolica – scrive il gesuita p. Thomas Reese, columnist del Ncr e saggista, già direttore del settimanale dei gesuiti America – si trova in una posizione unica per contribuire al recupero del Paese. Non solo è presente in quasi ogni angolo della nazione, ma è una delle poche organizzazioni i cui aderenti comprendono repubblicani e democratici, ispanici e anglosassoni, neri e bianchi, donne e uomini, ricchi e poveri, colti e non, e rappresenta ogni generazione». Reese propone di adattare al dialogo politico gli strumenti pensati per il dialogo ecumenico: tanto per cominciare, partire dalle aree comuni piuttosto che dalle differenze, imparare a conoscere l’altro. Non convertirlo. E questo a ogni livello della Chiesa, incoraggiando un “dialogo della vita” accanto a un “dialogo dell’azione sociale comune”; in tal senso, la Chiesa, portando democratici e repubblicani a lavorare insieme sulle malattie del Paese, può offrire alla nazione un enorme contributo. «La Chiesa – afferma Reese – deve essere parte della soluzione, altrimenti sarà parte del problema. Sarà agente di riconciliazione e cura o sarà divisa dall’ambiente politico in cui vive. La Chiesa ha le persone, le risorse e gli strumenti per farlo. Cominciamo».

Anche gli intellettuali che, negli Stati Uniti, lavorano all’intersezione tra religione e politica esprimono lo shock post-elettorale; a loro dà voce l’Ncr. Stephen Schneck, docente alla Catholic University, elenca i suoi incubi: «Trump accerchierà e deporterà milioni di immigrati. Gli americani musulmani saranno sottoposti a indagini repressive. Le donne, i disabili, i non bianchi, coloro che sono diversi e categorie che Trump identifica semplicemente come “perdenti” oggi guardano al Paese con paura. Milioni di americani, la maggior parte dei quali ai livelli minimi di reddito, non avranno più assistenza sanitaria. Il progresso sociale sui diritti delle persone di colore, dei gay, delle religioni non cristiane e delle donne farà marcia indietro. Le tutele ambientali di base che proteggono la nostra atmosfera e l’acqua e ci difendono dagli agenti inquinanti saranno rimosse. Le norme per la tutela dei consumatori saranno eliminate. Gli standard educativi si abbasseranno».

A fare breccia tra i cattolici pro-life è stato l’elemento antiabortista di Trump. Jeanne Mancini, presidente di March for Life, lo ha detto esplicitamente: «Non vediamo l’ora di lavorare insieme per portare a compimento le promesse del presidente Trump di garantire giudici della Corte suprema pro-life, politiche antiabortiste e di smettere di finanziare il massimo organismo che pratica aborti, Planned Parenthood».

Le voci (non univoche) della gerarchia cattolica

Che papa Francesco non vedesse di buon occhio Trump è ampiamente documentato dalle osservazioni fatte qualche tempo fa su chi vuole costruire muri anti-migranti. Ora, in un’intervista a Eugenio Scalfari su La Repubblica (11/11), il papa ha affermato di non dare «giudizi sulle persone e sugli uomini politici»: «Voglio solo capire quali sono le sofferenze che il loro modo di procedere causa ai poveri e agli esclusi». «Il denaro – ha aggiunto – è contro i poveri oltreché contro gli immigrati e i rifugiati, ma ci sono anche i poveri dei Paesi ricchi i quali temono l’accoglienza dei loro simili provenienti da Paesi poveri. È un circolo perverso e deve essere interrotto. Dobbiamo abbattere i muri che dividono: tentare di accrescere il benessere e renderlo più diffuso, ma per raggiungere questo risultato dobbiamo abbattere quei muri e costruire ponti che consentono di far diminuire le diseguaglianze e accrescono la libertà e i diritti. Maggiori diritti e maggiore libertà».

Da ministro degli Esteri vaticano, il card. Pietro Parolin, si è diplomaticamente congratulato con Trump per la vittoria: «Facciamo gli auguri al nuovo presidente perché il suo governo possa essere davvero fruttuoso e assicuriamo anche la nostra preghiera perché il Signore lo illumini e lo sostenga al servizio della sua patria, naturalmente, ma anche a servizio del benessere e della pace nel mondo. Credo – ha detto – che oggi c’è bisogno di lavorare tutti per cambiare la situazione mondiale, che è una situazione di grave lacerazione, di grave conflitto». Altrettanto diplomaticamente, a chi faceva riferimento al duro scambio di battute tra Trump e papa Francesco di alcuni mesi fa sugli immigrati che dal Messico cercano di entrare negli Usa, ha risposto «vedremo come si muove il presidente. Normalmente dicono: altro è essere candidato, altro è essere presidente, avere una responsabilità…». «Mi pare prematuro dare giudizi».

Equilibrista la dichiarazione del presidente della Conferenza episcopale statunitense mons. Joseph Kurtz: «La Conferenza episcopale – afferma – attende di lavorare con il presidente eletto Trump per tutelare la vita umana dal suo inizio vulnerabile alla sua conclusione naturale. Sosterremo politiche che offrano opportunità a tutte le persone, di ogni fede, in tutte le fasi della vita». Trapela preoccupazione dalla dichiarazione dell’arcivescovo di Chicago mons. Blase Cupich che ha detto di «pregare per gli eletti e chiedere al Signore di illuminarli e sostenerli nel loro servizio a tutto il popolo del nostro Paese. Prego anche per coloro che hanno posizioni opposte, affinché continuino a partecipare alla nostra democrazia nel nostro sforzo di lavorare insieme in rispettosa armonia per il bene comune». «Non dobbiamo mai stancarci di esprimere la nostra tradizione di servizio ai bisognosi, a coloro che si trovano ai margini della società», ha detto. «Nostro obiettivo comune dev’essere dimostrare il nostro impegno verso quegli ideali, recuperare la nostra solidarietà come nazione».

Esulta, invece, il conservatorissimo card. Raymond Burke, già prefetto della Segnatura apostolica e poi declassato da papa Francesco – verso il quale si è sempre dimostrato ostile – a cappellano dell’Ordine di Malta: intervistato all’indomani delle elezioni da Il Giornale, ha espresso la speranza che «l’America, con questo nuovo presidente, possa ritrovare una buona strada da percorrere»; «mi pare che il nuovo presidente capisca bene quali sono i beni fondamentali per noi importanti. In primo luogo sono convinto che, da come ha detto, avrà a cuore la difesa della vita umana sin dal suo concepimento e che potrà mettere in campo tutte le azioni possibili per contrastare l’aborto. E poi credo anche che abbia ben chiaro l’insostituibile bene della libertà religiosa. Infine sicuramente porrà attenzione alla sanità americana, tema che per ora non va molto bene negli Stati Uniti!». Nessun timore, per Burke, anche a proposito del muro che Trump intenderebbe costruire sul confine messicano: «Non penso che il nuovo Presidente sarà ispirato da odio nel trattamento della questione dell’immigrazione, una questione di prudenza che richiede la conoscenza di chi sono gli immigrati, delle ragioni che li spingono ad emigrare e della capacità delle comunità locali ad accoglierli. La carità deve essere sempre intelligente e, perciò, informata da una profonda conoscenza della situazione sia di chi vuol immigrare sia di chi deve ricevere queste persone».

Mondo cattolico diviso

La netta spaccatura nel mondo cattolico espressa sinteticamente dalle cifre del voto si percepisce nei commenti della base, religiosa e laica, esplicitata in commenti e dichiarazioni sui social network. «Abbiamo del lavoro davanti a noi. Temo che questo diventerà il nostro momento Bonhoeffer», twitta il francescano p. Daniel Horan. Opposta la reazione di p. Kevin Cusick, cappellano militare nella Marina: «Ora che i cattolici hanno un amico alla Casa Bianca, facciamo tornare la Chiesa alla sua grandezza», incita. E tra i cattolici che sostengono Trump, si coglie la speranza che il nuovo presidente faccia piazza pulita del mandato, previsto dalla riforma del sistema sanitario di Obama, che chiedeva alle aziende, anche quelle di matrice confessionale, di farsi carico dell’assistenza sanitaria dei dipendenti per ciò che riguardava la salute riproduttiva, contraccezione e aborto compresi; lo può fare «con un colpo di penna», scrive su Twitter Ryan T. Anderson della Heritage Foundation, istituzione che si occupa di matrimonio e famiglia.

Chi, nella Chiesa, si occupa di giustizia sociale e delle categorie più svantaggiate, mostra invece una gravissima preoccupazione soprattutto per la questione della violenza razziale. «Trump ha alimentato la rabbia delle popolazioni bianche vulnerabili che sentono di non essere prese in considerazione», ha affermato, secondo quanto riporta il quotidiano francese La Croix (10/11) suor Simone Campbell, notissima religiosa, avvocata e direttrice di Network (organismo impegnato nel campo della giustizia sociale). Preoccupata per le «recenti tensioni razziali» che negli Stati Uniti hanno scatenato violenze, ha ribadito che «i problemi economici sono stati messi sulle spalle delle persone di colore».

«È un giorno nero per tutti coloro che credono in una società in cui i più poveri siano onorati, rispettati, sostenuti», ha dichiarato la benedettina suor Joan Chittister, che inscrive la vittoria di Trump in un sovvertimento sociale molto più ampio. «Siamo in un periodo della storia in cui i cambiamenti – nuove tecnologie, arrivo di migliaia di migranti, evoluzione della famiglia – sono troppo rapidi da assorbire per le generazioni più vecchie e la popolazione più sprovveduta. Molti vogliono tornare all’America che conoscevano, quella degli anni ’50. Di fronte alla paura del cambiamento, inevitabile, bisogna adattarsi a una società pluralista e i governi non hanno saputo gestire questi cambiamenti». È evidente, affermano le due religiose, che i cattolici statunitensi non hanno fatto proprio l’insegnamento di papa Francesco: «Cento anni di dottrina sociale cattolica per arrivare a questo!»; suor Chittister rilancia: «Tocca a noi più che mai batterci per far rispettare i diritti delle minoranze, dei poveri, delle persone emarginate o vittime di ingiustizia».

* Opera di DonkeyHotey. Immagine originale e licenza.

sessismo e razzismo, odio e militarizzazione ottengono consenso maggioritario

quelle urne sommerse da sessismo e razzismo

un commento inedito della filosofa statunitense a proposito dell’elezione presidenziale di Donald Trump. «Con quali condizioni abbiamo a che fare se l’odio più scatenato e la più sfrenata smania di militarizzazione riescono a ottenere il consenso della maggioranza?»

di Judith Butlerjudith-butler

Due sono le domande che gli elettori statunitensi che stanno a sinistra del centro si stanno ponendo. Chi sono queste persone che hanno votato per Trump? E perché non ci siamo fatti trovare pronti, davanti a questo epilogo? La parola «devastazione» si approssima a malapena a ciò che sentono, al momento, molte tra le persone che conosco. Evidentemente non era ben chiaro quanto enorme fosse la rabbia contro le élites, quanto enorme fosse l’astio dei maschi bianchi contro il femminismo e contro i vari movimenti per i diritti civili, quanto demoralizzati fossero ampi strati della popolazione, a causa delle varie forme di spossessamento economico, e quanto eccitante potesse apparire l’idea di nuove forme di isolamento protezionistico, di nuovi muri, o di nuove forme di bellicosità nazionalista. Non stiamo forse assistendo a un backlash del fondamentalismo bianco? Perché non ci era abbastanza evidente? Proprio come alcune tra le nostre amiche inglesi, anche qui abbiamo maturato un certo scetticismo nei riguardi dei sondaggi. A chi si sono rivolti, e chi hanno tralasciato? Gli intervistati hanno detto la verità? È vero che la vasta maggioranza degli elettori è composta da maschi bianchi e che molte persone non bianche sono escluse dal voto? Da chi è composto questo elettorato arrabbiato e distruttivo che preferirebbe essere governato da un pessimo uomo piuttosto che da una donna? Da chi è composto questo elettorato arrabbiato e nichilista che imputa solo alla candidata democratica le devastazioni del neoliberismo e del capitalismo più sregolato? È dirimente focalizzare la nostra attenzione sul populismo, di destra e di sinistra, e sulla misoginia – su quanto in profondità essa possa operare. Hillary viene identificata come parte dell’establishment, ovviamente. Ciò che tuttavia non deve essere sottostimata è la profonda rabbia nutrita nei riguardi di Hillary, la collera nei suoi confronti, che in parte segue la misoginia e la repulsione già nutrita per Obama, la quale era alimentata da una latente forma di razzismo. Trump ha catalizzato la rabbia più profonda contro il femminismo ed è visto come un tutore dell’ordine e della sicurezza, contrario al multiculturalismo – inteso come minaccia ai privilegi bianchi – e all’immigrazione.

trump E la vuota retorica di una falsa potenza ha infine trionfato, segno di una disperazione che è molto più pervasiva di quanto riusciamo a immaginare. Ciò a cui stiamo assistendo è forse una reazione di disgusto nei riguardi del primo presidente nero che va di pari passo con la rabbia, da parte di molti uomini e di qualche donna, nei riguardi della possibilità che a divenire presidente fosse proprio una donna? Per un mondo a cui piace definirsi sempre più postrazziale e postfemminista non deve essere facile prendere atto di quanto il sessismo e il razzismo presiedano ai criteri di giudizio e consentano tranquillamente di scavalcare ogni obiettivo democratico e inclusivo – e tutto ciò è indice delle passioni sadiche, tristi e distruttive che guidano il nostro paese. Chi sono allora quelle persone che hanno votato per Trump – ma, soprattutto, chi siamo noi, che non siamo state in grado di renderci conto del suo potere, che non siamo stati in grado di prevenirlo, che non volevamo credere che le persone avrebbero votato per un uomo che dice cose apertamente razziste e xenofobe, la cui storia è segnata dagli abusi sessuali, dallo sfruttamento di chi lavorava per lui, dallo sdegno per la Costituzione, per i migranti, e che oggi è seriamente intenzionato a militarizzare, militarizzare, militarizzare? Pensiamo forse di essere al sicuro, nelle nostre isole di pensiero di sinistra radicale e libertario? O forse abbiamo semplicemente un’idea troppo ingenua della natura umana? Con quali condizioni abbiamo a che fare se l’odio più scatenato e la più sfrenata smania di militarizzazione riescono a ottenere il consenso della maggioranza?
Chiaramente, non siamo in grado di dire nulla a proposito di quella porzione di popolazione che si è recata alle urne e che ha votato per lui. Ma c’è una cosa che però dobbiamo domandarci, e cioè come sia stato possibile che la democrazia parlamentare ci abbia potuti condurre a eleggere un presidente radicalmente antidemocratico. Dobbiamo prepararci a essere un movimento di resistenza, più che un partito politico. D’altronde, al suo quartier generale a New York, questa notte, i supporter di Trump rivelavano senza alcuna vergogna il proprio odio esuberante al grido di «We hate Muslims, we hate blacks, we want to take our country back». (traduzione di Federico Zappino)

le attese di pace del Vaticano dal nuovo presidente Trump

“adesso usi il peso degli Usa per portare la pace nel mondo”

intervista a Pietro Parolinparolin

a cura di Andrea Tornielli
in “La Stampa” del 10 novembre 2016

il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin ha rivolto i suoi auguri al neo-presidente degli Stati Uniti Donald Trump, esprimendo rispetto per il processo democratico che ha portato alla sua elezione insieme all’auspicio che il nuovo inquilino della Casa Bianca lavori a servizio della sua patria ma anche del benessere e della pace nel mondo
Eminenza, come commenta l’elezione di Trump?

«Prima di tutto bisogna prendere atto con grande rispetto della volontà espressa dal popolo americano con questo esercizio di democrazia, che è stato caratterizzato anche da una grande affluenza alle urne e dunque da una grande partecipazione popolare. E poi facciamo gli auguri al nuovo presidente degli Stati Uniti, perché il suo governo possa essere davvero fruttuoso. Assicuriamo a lui anche la nostra preghiera, perché il Signore lo illumini e lo sostenga al servizio della sua patria. Ma preghiamo anche perché lo sostenga nell’impegno a servizio del bene e della pace nel mondo. Credo che oggi ci sia bisogno di lavorare tutti per cambiare la situazione mondiale, che è una situazione di grave lacerazione, di grave conflitto».

Che cosa si augura la Santa Sede per la politica estera degli Stati Uniti?trump

«L’augurio è che quel grande Paese possa esercitare un ruolo di pace, di capacità diplomatica, di intervento per facilitare soluzioni condivise dei conflitti. L’augurio è che gli Stati Uniti possano usare tutto il loro peso per costruire quei ponti che Papa Francesco non si stanca mai di chiedere, e con l’aiuto delle Nazioni Unite e dell’Europa possano essere decisivi per risolvere le crisi che affliggono il Medio Oriente. Pensiamo ad esempio al dramma della Siria: la Santa Sede continua a insistere perché si trovi una via negoziale per alleviare le indicibili sofferenze della popolazione. Ci sono milioni di persone vittime di violenza insensata. Le crisi, ne abbiamo avuto purtroppo tante conferme, non si risolvono con le guerre, ma con scelte coraggiose di pace. Auspichiamo che non venga mai meno, nei rapporti internazionali, la cultura del dialogo, dell’incontro, del negoziato».

Nei mesi scorsi c’erano state delle polemiche per le parole del Papa sugli immigrati alla fine del viaggio in Messico. Che cosa accadrà?

«Vedremo come si muove il nuovo presidente. Normalmente si dice: una cosa è essere candidato, un’altra è essere presidente, avere una responsabilità così importante… E mi pare che in questo senso, anche da quello che ho potuto sentire dalle sue prime parole, Trump ha già sottolineato di voler essere il presidente di tutti gli americani, il leader dell’intero Paese. Poi sui temi specifici vedremo quali saranno le scelte della nuova amministrazione, e in base a quelle si potranno anche fare delle valutazioni. Mi pare perciò assolutamente prematuro formulare giudizi».

Che cosa la preoccupa di più oggi nel mondo? parolin1

«I milioni di bambini costretti a lasciare le loro case, le migliaia di minori non accompagnati che divengono preda di abusi e sfruttamento. La sorte delle popolazioni inermi vittime delle guerre. Servono sforzi politici e multilaterali per sradicare le cause profonde dei grandi movimenti e dello spostamento forzato delle popolazioni, che sono conflitti e violenza, violazioni dei diritti umani, degrado ambientale, estrema povertà, commercio e traffico di armi, corruzione e oscuri piani commerciali e finanziari».

riflessioni amare su un voto dettato dall’insicurezza dell’intero occidente e dalla paura dei poveri

non piaceva a nessuno, è stato votato da tutti

 

 di Massimo Marnetto

 

Quando c’è paura, scegli chi ti toglie di meno e non chi ti dà di più. La domanda di giustizia sociale può attendere


donaltrump

E’ presto. Mi bevo un caffè amaro, vedendo il contatore dei voti di Trump scavalcare quello della Clinton. L’uomo che non piaceva a nessuno, è stato votato da tutti. Penso che  molto dipenda dall’insicurezza globale dell’Occidente e in particolar modo degli Usa. Quando c’è paura, scegli chi ti toglie di meno e non chi ti dà di più. La domanda di giustizia sociale può attendere. Quando le vacche torneranno grasse e i confini sicuri. Ora sono tempi incerti, la massa vede la globalizzazione unicamente come invasione. Di prodotti e di persone.

I poveri fanno più paura dei ricchi. Allora si votano i miliardari per fermarli, per riportare l’ordine. L’antidoto che si cerca quando c’è l’epidemia della paura. Non è necessario che la società sia giusta, dicono gli spaventati, purché ci sia ordine. E i poveri tornino al loro posto, in fondo alla società, senza pretendere diritti; le donne tornino dietro agli uomini, senza disturbare con la loro domanda di uguaglianza e di avere finalmente una presidente donna; gli stranieri stiano fuori, senza portarci anche i loro problemi. La zattera è piccola. Dobbiamo prendere a remate in testa chi ci si attacca per salire, perché può farla rovesciare.
 
La Clinton non ha rassicurato chi soffre le disuguaglianze, per una distanza di status abissale tra sé e la classe media, per non parlare di afro-americani e latinos. Non solo. Poco credibile per la sua appartenenza a una dinastia, non ha raccolto i voti dei sostenitori Bernie Sanders, l’unico che poteva sfidare Trump mobilitando i defraudati in una lotta di classe. Hilary è una minestra riscaldata, non l’elemento di rottura che attendevano i tanti che hanno sempre meno, per contrastare i pochi che hanno sempre di più.
 
Non so come andrà a finire. Se Trump vincerà, inaugurerà l’inizio del declino americano.
Ma avrà almeno il vantaggio di mostrare il volto violento e ingiusto del capitalismo, troppo a lungo camuffato.
In America e in Europa.

Fonte: www.articolo21.org

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