con urgenza il cristianesimo deve prendere atto della novità radicale dei tempi

teologia senza paraocchi

di Elodie Maurot
in “La Croix” del 21 settembre 2017

Nel suo libro “Urgences pastorales”(Bayard), Christoph Theobald propone una riflessione serena e costruttiva sul cristianesimo nel XXI secolo, che prende atto della novità radicale dei tempi.

Imprescindibile. Tale dovrebbe diventare nelle prossime settimane, mesi e perfino anni, la riflessione teologica fatta dal gesuita francese Christoph Theobald in Urgences Pastorales. Imprescindibile per tutti coloro che cercano di vivere e proporre il Vangelo oggi, in Europa, indipendentemente da quelli che possono essere i loro atteggiamenti, le loro etichette o perfino i loro sentimenti: identitari o progressisti, volontaristici, pessimisti e magari anche depressi… Ormai si potrà contare su questa impressionante “scommessa” teologica, che rilancia e nuovamente vivifica la riflessione sul futuro del cristianesimo. Con grande libertà spirituale, l’autore cerca di discernere quale potrebbe essere il suo nuovo volto.

L’opera si presenta come un’ampia sintesi, organizzata in tre parti: una diagnosi sociologica e culturale che affronta con determinazione la “crisi di credibilità” che il cristianesimo sta attraversando nelle nostre società; una riflessione teologica che torna alla sorgente cristiana e rivisita i temi centrali della fede e della missione alla sequela di Cristo e dei suoi apostoli; la proposta infine di una “pedagogia della riforma” che comporta la “conversione necessaria” della Chiesa.

Sulla crisi delle Chiese in Europa, molto è stato detto in questi ultimi anni. Al loro interno, restano vive le differenze sul modo di porsi in una società secolarizzata. “Se, alla superficie della carta climatica del cattolicesimo francese ed europeo sembrano dominare la preoccupazione depressiva degli uni e la combattività identitaria degli altri, ci si può chiedere in che modo potrebbero muoversi le linee”, riconosce Christoph Theobald. La situazione esige tuttavia di rimescolare le carte, perché i tempi sono gravidi di sfide. Da un lato, una Chiesa che fatica a rendere credibile la sua visione globale dell’esistenza in una società divenuta plurale e frammentata. Una Chiesa di inquadramento e di territorio, erede della civiltà parrocchiale, che si sfianca nel tentare di mantenere l’offerta pastorale attuale malgrado la riduzione delle proprie forze. Una Chiesa infine composta di cristiani che in fondo non sanno più molto bene come atteggiarsi nei confronti di coloro che non credono più o che credono in modo diverso. Dall’altro lato, sottolinea Christoph Theobald, la nostra società post-moderna è caratterizzata da una crisi di fiducia e da una crisi del vivere-insieme, dal fascino per le tecnoscienze e le bioscienze, dai timori per i cambiamenti climatici e dal dominio di un sistema economico fondato sulla speculazione. In fondo, “è il rapporto con la morte che rappresenta oggi il problema maggiore delle nostre società”, fa notare. La paura della morte alimenta un fascino per il suo superamento attraverso le tecniche, cosa che potrebbe segnare la fine dell’umanesimo europeo… Poiché la Chiesa e la società sembrano allontanarsi sempre di più per effetto di una invisibile tettonica delle placche, Christoph Theobald ha scavato in profondità per trovare il punto in cui cristiani e non cristiani possono incontrarsi. Lo identifica in una “fede elementare, connessa con la bontà di fondo della vita”, il cui sviluppo è necessario alla prosecuzione dell’esistenza di ciascuno, ma la cui nascita non è mai garantita di fronte alle prove. Attorno a questo punto focale, il teologo ricostruisce la missione della Chiesa, tema che aveva proprio bisogno di essere rispolverato e che da tempo non era affrontato con altrettanta forza. Per i cristiani, la missione consiste nel porsi, “con gratuità” e “senza spirito di conquista”, a servizio della vita degli altri, mettendo a disposizione di “chiunque” le risorse di fiducia e di speranza del Vangelo. Invita ad esempio i cristiani a considerare l’ospitalità e il servizio della fraternità una “mistica non sacrale”. Christoph Theobald ne è convinto, la situazione attuale è un tempo fecondo, in cui “la messe è abbondante”. Ma per percepirlo e per rispondervi, la Chiesa deve compiere una mutazione, tornare al cuore di un’esperienza cristiana segnata dal “tutto è grazia”, poi rivedere sia le sue priorità sia il suo funzionamento. In questo libro denso, che procede in maniera serrata, l’autore unisce qualità che raramente si trovano insieme: erudizione e pedagogia, fedeltà e senso critico, prudenza e audacia. Entra in problemi molto conflittuali (la differenza cristiana, la missione, la Chiesa, i sacramenti, i ministeri, il posto della dottrina…), ma con un tatto spirituale e una preoccupazione evangelica che potrebbero coinvolgere lettori di sensibilità opposte.
Una fede non incombente «Qual è quel fuoco interiore che sembra tanto mancare a noi europei? Si tratta di un tipo di “zelo”? (…) Senza dubbio, ma come evitare allora la confusione tra la fede e lo “zelotismo” religioso? Non sarebbe meglio far riferimento all’amicizia con Gesù Cristo che ci fa condividere la “conoscenza” di ciò che ha sentito lui dal Padre suo (cfr. Gv 15,15)? Ma come non trasformare questa conoscenza in un sapere incombente? Alcuni difenderebbero volentieri il nostro diritto ad essere “fieri”. (…) Sì, possiamo esserlo, ma come far emergere questa “fierezza” dentro le nostre realtà umane (…)? In breve, come evitare che lo status diasporico della Chiesa degeneri in elitismo ed essere certi che resti radicalmente aperto alla moltitudine delle situazioni umane più fragili (…)?». (p. 184)
L’intimità divina «Il bellissimo termine “intimità” (intima) rende molto concreto ciò che, in una prospettiva teologica, è svuotato dal lessico più astratto dell’ “auto-rivelazione” o dell’ “auto-comunicazione” di Dio: Gesù non ci mette soltanto di fronte a Dio come hanno fatto i profeti, quelli della Bibbia e del Corano, ecc., ci fa accedere alla Sua intimità, alla Sua interiorità abissale, poiché vi è già lui. Ecco la “differenza” cristiana! (…) È di una profondità abissale, questa intimità divina; infatti, accedendovi, noi intravediamo progressivamente il posto unico che ogni essere umano ha in essa e quale rispetto infinito lì ci è comunicato dallo Spirito di Dio per ognuno di noi». (p. 156-157)

(Ri)suscitare la fiducia «Che cosa permette di (ri)suscitare questa fiducia o questa speranza, se è proprio questa a costituire l’estremo “baluardo” dell’umano? E chi ha questa “capacità”? (…) È anche questo il “luogo” in cui una pastorale missionaria può intervenire. Non è sufficiente voler convincere dall’esterno altri, i nostri gruppi, “fidarsi”. Solo l’interesse gratuito della Chiesa per gli esseri umani nella loro singolarità inalienabile (…) può riuscire – forse – a risuscitarla». (p. 289)

il quotidiano Libero merita una risposta ferma e forte da parte in particolare delle donne

Grasso chiede scusa per gli stupri e Libero (quello della doppia penetrazione) si inalbera

il presidente del Senato parla delle responsabilità maschili e il quotidiano di Feltri considera le sue parole brutali generalizzazioni

Violenza su una donna

violenza su una donna

Ieri il Presidente del Senato ha detto che la violenza sulle donne: “È un problema che parte da noi uomini e solo noi uomini possiamo porvi rimedio. Scusateci tutti”. Ma secondo questa parte della società che sui social sfoga la propria rabbia contro i violentatori a corrente alternata si tratta di: una generalizzazione brutale, “alla Boldrini”.

Sì, nel titolo del quotidiano appare il nome della Presidente della Camera come fosse un aggettivo negativo. La stessa donna vittima di commenti sessisti e minacce di stupro appare con un’accezione negativa. Un’altra vittima che diventa responsabile.

Il presidente Pietro Grasso nel suo discorso si riferiva all’ultima assurda morte, quella di Nicolina, la 15enne uccisa in provincia di Foggia. “A 15 anni si ha diritto di andare a scuola con la testa piena di sogni. Avevi tutta una vita davanti ma un uomo ha scelto di spezzarla con una violenza inaudita. Un enorme dolore per la tua famiglia, per i tuoi amici, per tutti noi. Purtroppo non sei la sola ad aver avuto questo terribile destino. Tante, troppo donne sono morte o sono rimaste profondamente segnate da violenze, discriminazioni, molestie, stupri”. “Tutto ciò  limita una donna nella sua identità e libertà. È una violenza di genere alla quale non esistono attenuanti, giustificazioni e soprattutto non esistono eccezioni. Finché tutto questo verrà considerato un problema delle donne, non c’è speranza. Non abbiamo ancora imparato che siamo noi uomini a dover evitare queste tragedie. A dover sradicare quel diffuso sentire che vi costringe a stare attente a come vi vestite o a non poter tornare a casa da sole di sera”.

Chi trova assurdo il pensiero di Grasso crede dunque che le violenze si dividano in due categorie: quelle brutali, da doppie penetrazioni compiuti dagli immigrati (sporchi neri che andrebbero castrati chimicamente come chiedono Salvini e Meloni) e quelli dove le responsabili sono le vittime “che se la sono cercata”, perché  magari a violentarle sono stati italiani, magari benestanti, acculturati oppure militari, perché la ragazza magari indossava la minigonna e non si faceva accompagnare ma camminava sola per strada dopo il tramonto.

Caro Libero, mi rivolgo a te per rivolgermi a tutti coloro che la pensano come te: il problema di tutte le violenze non è un problema di noi donne. E’ un problema degli uomini. E’ un problema delle madri e dei padri che hanno figli maschi. E’ un problema degli insegnanti che devono educare i loro ragazzi al rispetto delle donne. Grasso non ha detto nulla di sbagliato. Se continuate a fare distinguo continueranno le violenze, perché ci sarà una parte della società maschile che a seconda della vittima si sentirà autorizzato ad abusare di una donna.

Mi rivolgo alle colleghe del quotidiano, combattiamo insieme questa battaglia, smettiamola di giudicare gli stupri o le botte o i femminicidi a seconda di chi sia la vittima o l’aggressore. Non esistono attenuanti e distinzioni quando compi un gesto così atroce. Non esistono traumi meno dolorosi a seconda della storia, il lavoro, la provenienza, la religione del carnefice. Forse prima di scrivere per esempio di violenze sessuali i giornalsiti dovrebbero incontrare delle vittime, parlare con loro e vedere come la loro vita è cambiata dopo quel crimine. Capirebbero che lo stupro è l’unico crimine che non può essere contestualizzato, giustificato, compreso, è il male assoluto chiunque lo compia su qualunque corpo.

Non esistono se o ma, ci sono omicidi che puoi spiegarti con la legittima difesa, ma violentare una persona no. Nulla può giustificare un gesto simile, non violenti per difenderti, violenti per umiliare e sottomettere e macchiare per tutta la vita una persona. Se non capiamo tutti e tutte questo, passeranno ancora decenni e noi donne continueremo ad avere paura e vergogna e sensi di colpa anche solo se qualcuno ci palpeggia.

Non c’è prigione peggiore del proprio corpo e pensieri dominanti come questo che differenzia le violenze possono trasformarsi in una gabbia infernale per metà della popolazione.

il commento al vangelo della domenica

SEI INVIDIOSO PERCHÉ IO SONO BUONO?

il vangelo della domenica ventiseiesima domenica (27 settembre 2017) del tempo ordinario commentato da p. Maggi:

Mt 20,1-16

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

La parabola della vigna nel capitolo 20, del vangelo di Matteo è la prima di tre parabole aventi come oggetto la vigna. La vigna lo sappiamo, era immagine d’Israele, del popolo di Israele. Con questa parabola Gesù intende proporre un cambio di relazione con Dio: mentre nella religione l’amore di Dio va meritato per i propri sforzi, per i propri meriti, con Gesù l’amore di Dio va accolto come un dono da parte del Signore. Quindi con Gesù l’amore di Dio non è più un premio per i meriti delle persone, perché i meriti non tutti li possono avere, ma come un dono per i bisogni delle persone, e i bisogni ce l’hanno tutti. Scrive Matteo: “il regno dei cieli”, per regno dei cieli s’intende non l’aldilà, ma questa società alternativa che Gesù è venuto a proporre, “è simile a un padrone di casa che uscì all’alba a prendere a giornata lavoratori per la sua vigna”. È strano che l’evangelista, che Gesù dica che esce il padrone di casa. Normalmente era il fattore che andava in cerca agli operai, ma per far comprendere l’urgenza e l’importanza di quello che sta per fare, esce il padrone. “si accordò con loro per un denaro al giorno”, il denaro eccolo, è questa moneta d’argento di circa 4 grammi. Il denaro era la paga quotidiana normale per l’operaio. Poi scrive l’evangelista che “uscito poi verso le 9 del mattino ne vede altri che stavano in piazza disoccupati, inoperosi”, disoccupati, inoperosi non perché siano dei fannulloni, ma perché nessuno li ha chiamati al lavoro. Allora dice il padrone “Andate anche voi nella vigna;”, e questa volta dice “quello che è giusto ve lo darò”, cioè in base al lavoro che avete fatto. Ma c’è un’urgenza da parte del padrone della vigna, che fa comprendere che è più per il bene degli operai, che per il suo bene. Infatti esce di nuovo verso mezzogiorno, poi verso le tre, e esce ancora verso le cinque. Il lavoro terminava al tramonto, più o meno verso le cinque, “ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Quindi non è il bisogno del padrone, questi li chiama per un lavoro al massimo di un’oretta.
È per il bisogno degli operai, perché se non lavorano, quel giorno, non mangiano, la paga era quotidiana. “Quando fu sera il”, e qui l’evangelista adopera il termine ”signore”, per far comprendere che Gesù sta parlando di Dio, della vigna, “disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi”, gli ultimi hanno fatto una parvenza di lavoro, neanche un’ora “fino ai primi. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio ricevettero ciascuno un denaro”. Quello che il padrone aveva pattuito all’inizio per quelli che lavoravano per tutta la giornata, viene dato anche a quelli che hanno lavorato pochissimo, agli ultimi. “Quando arrivarono i primi pensarono che avrebbero ricevuto di più ma anche essi ricevettero ciascuno un denaro”. Il padrone non toglie niente a nessuno, aveva pattuito un denaro e un denaro dà, non c’è un’ingiustizia da parte del padrone. Però naturalmente, se agli ultimi gli ha dato un denaro, noi chissà quanto riceveremo. “Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto”, quindi è una parvenza di lavoro, “e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”, ecco questo padrone non è giusto. Gesù vuol far comprendere che la giustizia di Dio è molto diversa: Dio guarda in base ai bisogni delle persone, e non ai loro meriti. “Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico”, questa espressione nel il vangelo di Matteo è sempre negativa. È l’espressione con la quale si rivolge a Giuda, o alle persone che sono colpevoli. Dice “io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e”, no qui la traduzione è vattene, il testo è più morbido, e va. “Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio?”, ecco Gesù ci sta parlando della generosità di Dio, che viene regalata, viene donata a tutti quelli che ne hanno bisogno. “Oppure tu sei invidioso”, letteralmente il tuo occhio è maligno, immagine dell’avarizia, di essere taccagni, “perché io sono buono?”, ecco com’è Dio, Dio è la bontà. E conclude: “Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi”, questa chiusura si riallaccia alla chiusura del capitolo 19, al versetto 30, dove c’era scritto “molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi primi”, qui ricollegando e quindi racchiudendo tutto questo insegnamento, dice invece gli ultimi saranno primi e i primi ultimi. L’avranno capito i suoi discepoli ? Macché, parole al vento. Subito dopo, arriverà la madre dei figli di Zebedèo a chiedere i primi posti più importanti per i propri figli.